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Da Hiroshima e Nagasaki all’Italia e al mondo: basta armi nucleari‏

02.08.2016 – Italia Rete Italiana per il Disarmo
Da Hiroshima e Nagasaki all’Italia e al mondo: basta armi nucleari‏

A 71 anni dall’utilizzo delle bombe atomiche sui cieli del Giappone, che hanno portato la capacità distruttiva dell’uomo a livelli inauditi, molte saranno le commemorazioni ufficiali, di istituzioni e società civile. E molte saranno anche, in tutto il mondo, le iniziative che – a partire dal ricordo di Hiroshima e Nagasaki – continueranno la loro mobilitazione per un percorso che porti al disarmo nucleare completo.

Il 6 e il 9 di agosto possono essere considerati l’inizio dell’anno disarmistico nucleare, da cui campagne, organizzazioni, reti nazionali ed internazionali che si occupano della messa al bando definitiva delle bombe nucleari prendono slancio ed energia per il proprio lavoro.

In Italia l’appuntamento forte è con “Pace in Bici”, l’iniziativa promossa da “Beati i costruttori di Pace” in alcune province del Nord-Est italiano (i luoghi della Grande Guerra, ma anche del dispiegamento di bombe nucleari sul nostro territorio).

“Hiroshima e Nagasaki: memoria ancora in carne viva che ci chiede di cambiare e velocemente la nostra storia” si legge nell’appello di convocazione dell’iniziativa.

“Il nostro lavoro deve essere anche quotidiano con le situazioni che incontriamo – afferma don Albino Bizzotto presidente dei Beati i Costruttori di Pace – Ci stiamo abituando a un’Europa violenta e disumana con i più poveri e disgraziati perché i soldi, le merci e il nostro benessere materiale ci fanno chiudere gli occhi e il cuore verso bisogni elementari di sopravvivenza di tanti disperati. Continuiamo a riempire il mondo di armi e ci lamentiamo perché non ci sono risorse per la pace e per il sociale! Così non va bene” conclude don Bizzotto.

Per tutti questi motivi una trentina di ciclisti si daranno appuntamento la sera del 5 agosto a Longare (provincia di Vicenza) e la mattina successiva, alle 8.15 si terrà un momento di memoria del bombardamento di Hiroshima presso il Site Pluto. La carovana toccherà le località di Montecchio Maggiore, Trissino, Priabona, Malo, Isola Vicentina, l’Oasi naturalistica di Villaverla, Novoledo, Cittadella, Morgano, Vallenoncello per giungere poi ad Aviano il 9 agosto. Presso la locale base USAF si terrà alle ore 11 la memoria del bombardamento su Nagasaki.

“Nel fare il punto degli sviluppi di quest’ultimo anno di impegno per il disarmo nucleare, prendiamo atto di tante iniziative che hanno creato e creano entusiasmo e ottimismo, pur in mezzo ad una situazione mondiale sempre più allarmante” afferma Lisa Clark di Beati i Costruttori di Pace e del direttivo internazionale di International Peace Bureau. “Va notato in particolare il cambio possibile nella dottrina nucleare statunitense, mentre i recenti fatti di Turchia dimostrano l’alta problematicità del dispiegamento degli ordigni in varie zone del mondo”.

Il (fallito) colpo di stato in Turchia ha infatti dimostrato la pericolosità della presenza di bombe nucleari nella base di Incirlik coinvolta nelle operazioni del golpe (ordigni peraltro nemmeno utilizzabili dagli aerei di stanza nella struttura! Quindi con ruolo puramente di deterrenza politica, del tutto inutile ad esempio verso i gruppi terroristi). Ciò ha stimolato un forte dibattito sugli aspetti di sicurezza come ha sottolineato Hans Kristensen della Federation of American Scientist “La situazione della sicurezza in Turchia e nella zona della base di Incirlik non rispondono più ai requisiti per la sicurezza che gli Stati Uniti considerano come indispensabili per le armi nucleari. Nella vita non capita di ricevere sempre un chiaro avvertimento prima che avvenga un disastro. L’avvertimento lo abbiamo ricevuto. È arrivato il momento di ritirare quelle armi.”

Si apre quindi l’opportunità di riuscire finalmente a far rimuovere le bombe nucleari statunitensi da quel Paese, e quindi anche dagli altri paesi europei compresa l’Italia: non sarà per rispetto degli impegni del Trattato di Non Proliferazione, ma anche per la paura che quegli ordigni vengano usati come pedine o merce di scambio in azioni terroristiche.

A livello internazionale diverse sono le piste di lavoro e le prospettive aperte per un percorso di disarmo nucleare; a partire dai lavori dell’Open Ended Working Group proposto in sede ONU da Ban-ki Moon, grazie alla pressione della campagna internazionale ICAN, con l’idea di una Conferenza mondiale nel 2017, per la prima elaborazione di un trattato. Nel mese di agosto i componenti dell’OEWG si riuniranno per definire esattamente cosa includere nel documento finale. “I movimenti e le campagne per il disarmo nucleare hanno già presentato le loro richieste – commenta Francesco Vignarca coordinatore di Rete Disarmo – in gran parte accolte da una maggioranza degli Stati presenti. Anche noi, come parte delle iniziative della società civile mondiale su questo tema, faremo la nostra parte”.

Ma la prospettiva più rilevante dei prossimi mesi è la possibilità di grandi cambiamenti nella dottrina nucleare degli Stati Uniti: è forte la probabilità che il Presidente Obama voglia lasciare un segno tangibile di quella sua visione di un mondo libero da armi nucleari enunciata a Praga nel marzo 2009, ma verso la quale non ha mosso passi concreti. “L’adozione della politica del No First Use (impegno a non usare mai le armi nucleari, come primo colpo), la riduzione dei livelli di allerta, la rimozione delle bombe dai territori di Stati esteri, la riduzione dei finanziamenti per i progetti di ammodernamento dell’arsenale nucleare statunitense sono tutte possibilità concrete e sarebbero davvero passi molto positivi” conclude in merito Lisa Clark.

E’ possibile, quindi, che per il 6 agosto 2017 potremo celebrare l’inizio di quel percorso internazionale verso la definizione e adozione di un Trattato che metta al bando gli ordigni nucleari, uniche armi di distruzione di massa non ancora considerate fuori legge.

“Pace in Bici” Percorso 2016

Ritrovo a Longare, sera del 5 agosto. Memoria di Hiroshima, ore 8.15, davanti al Site Pluto.

6 agosto: Longare – Montecchio M. – Trissino – Priabona – Malo – Isola V. – Oasi naturalistica di Villaverla – Novoledo. Temi della giornata: inquinamento dell’acqua, devastazione del territorio con la Pedemontana, responsabilità e cura dell’acqua bene comune.

7 agosto: Novoledo – Cittadella – Morgano (TV). Temi della giornata: accoglienza e rifiuto dei più poveri, testimonianze.

8 agosto: Morgano – Vallenoncello (PN). Temi della giornata: atomiche, territorio, rifugiati.

9 agosto: Vallenoncello – Aviano. Ore 11 Memoria di Nagasaki, davanti alla Base USAF.

Storia delle precedenti edizioni nel libretto, http://www.disarmo.org/ican/docs/4901.pdf alle pagine 44-47

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Il Contro-Summit NATO: costruiamo pace, non guerra!

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Il Contro-Summit NATO: costruiamo pace, non guerra!

“Anche in un paese filo-NATO come la Polonia siamo riusciti a delegittimare la NATO con successo. Abbiamo presentato molti fatti da molti paesi diversi e abbiamo stabilito con chiarezza che il dinosauro NATO non ha un futuro”

Comunicato stampa da parte della rete NO GUERRA – NO NATO nel contro-vertice a Varsavia, Polonia.

Sei organizzazioni polacche di movimenti per la pace e sociali, nonché la rete internazionale NO GUERRA – NO NATO hanno condotto un  Summit Alternativo “No alla guerra – No al militarismo – Sì ai Rifugiati” a Varsavia, Venerdì 8 luglio. Scopo della conferenza era di continuare la delegittimazione della più grande alleanza militare del mondo, che è permanentemente e globalmente coinvolta in guerre.

Circa 150 persone provenienti da 18 paesi hanno partecipato al contro-vertice, molto più largo di quanto atteso. Tra gli altri, i partecipanti provenivano da Russia, Stati Uniti, Repubblica Ceca, Ucraina, Polonia, Francia, Germania, Regno Unito, Belgio e Spagna. Hanno discusso sulle guerre e i conflitti attuali, sulla creazione della pace, della giustizia sociale e della sicurezza comune in Europa. Gli attuali pericoli di crescente militarismo in Europa orientale sono preoccupanti, in particolare per movimenti di truppe, manovre aggressive e scudo antimissile della NATO. Scenari fino a una “grande guerra in Europa” non si possono più escludere.

I partecipanti hanno convenuto che il movimento internazionale per la pace sta affrontando la più grande sfida di questi ultimi anni. Il confronto con la Russia indotto dalla NATO, i progetti globali di armamento come la difesa missilistica e la modernizzazione delle armi nucleari devono essere fermati per dare una chance al processo di cooperazione in Europa. Lo spiegamento di strutture militari della NATO al confine occidentale della Russia, così come le reazioni russe comportano il rischio di una guerra intenzionale o accidentale. L’alternativa è un sistema comune e cooperativo di sicurezza, improntato alle esigenze delle persone.

“E’ necessario intensificare la rete internazionale di pace e di movimenti sociali”, ha detto Kristine Karch, co-presidente del network internazionale NO GUERRA – NO NATO. E ha continuato: “l’impressionante riunione di Varsavia è stata un passo importante nel necessario collegamento con i movimenti dell’Europa orientale e russi”.

“Anche in un paese filo-NATO come la Polonia siamo riusciti a delegittimare la NATO con successo. Abbiamo presentato molti fatti da molti paesi diversi e abbiamo stabilito con chiarezza che il dinosauro NATO non ha un futuro”, ha detto Lucas Wirl, co-presidente del network internazionale NO GUERRA – NO NATO.

Le azioni hanno continuato sabato con una dimostrazione e domenica con un incontro strategico del movimento internazionale per la pace.

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Spesa militare USA: l’elefante nella stanza

09.07.2016 David Andersson

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese, Tedesco

Spesa militare USA: l’elefante nella stanza
(Foto di Craig Baerwaldt – http://www.craigbaerwaldt.com)

Recentemente sono stato invitato a parlare in una tavola rotonda di Pressenza al DW Media Forum di Bonn, Germania sull’industria delle armi e l’etica. Nel processo di sviluppo della mia presentazione e nella compilazione dei dati sull’economia militare USA e la sua presenza nel mondo, qualcosa è accaduto alle mie credenze. Ho sempre pensato che se avessimo continuato a lavorare per la pace e la nonviolenza, saremmo stati in grado di superare i conflitti e di cambiare la direzione che va verso la guerra. Oggi questa credenza se n’è andata; il mondo è in fiamme, conflitti e violenza hanno guadagnato spazio in ogni continente, e il movimento della pace degli anni ’60 è quasi inesistente.

Da dove veniva la mia credenza? Come ho potuto essere così ingenuo? Come Umanisti, abbiamo alcuni principi universali che possono aiutare a fare luce su situazioni complicate. Uno di questi principi dice: “Farai sparire i tuoi conflitti quando li avrai compresi nella loro ultima radice, non quando vorrai risolverli”. Volevamo risolvere la guerra con la pace, ma senza avere una comprensione su da dove viene la guerra. Perché l’economia di guerra continua a crescere? Per gli Stati Uniti, per esempio, quest’anno la spesa militare è stata di circa il 50% in più che al culmine della Guerra Fredda e della Guerra del Vietnam. Il mondo nel suo insieme spende circa il 2% del suo reddito totale nell’esercito; gli Stati Uniti, circa il 4%. Come mai i paesi che compongono il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sono anche i maggiori commercianti di armi e di attrezzature militari del mondo? E’ molto chiaro per me, ora, che non vedremo pace nel mondo finché non risponderemo a queste domande.

Ora arriva l’elefante nella stanza, una verità palese, che però si preferisce ignorare. Per farla breve, il 93% di tutte le armi nucleari mondiali sono nelle mani di USA e Russia. Gli USA spendono mille miliardi di dollari all’anno per i militari, tanto quanto le successive 10 nazioni insieme – da tre a cinque volte quanto la Cina (dipende da come si conta) e da sette a nove volte quanto la Russia. Gli Stati Uniti mantengono quasi 800 basi militari in più di 70 paesi e territori all’estero. Gran Bretagna, Francia e Russia insieme, al contrario, hanno circa 30 basi estere. I 100 maggiori appaltatori del Pentagono, nel 2015, hanno rastrellato 175,1 miliardi di dollari in contratti vincolanti. Lockheed Martin nel 2015 è stato il più grande appaltatore unico per il governo USA, conducendo facilmente sul resto del mercato con 36,2 miliardi di dollari. Il concorrente più vicino è stato Boeing con 16,6 miliardi. Per rendere la situazione ancora peggiore, gli USA danno 5,7 miliardi di dollari come aiuti finanziari per aiutare paesi come Israele, Egitto e Giordania a comprare armi (Video CNN ).

Si tratta della stessa tecnica usata dagli spacciatori di droga che vogliono crearsi un mercato nel quartiere: dare droga gratis ai bambini e renderli dipendenti. Gli USA e le loro multinazionali stanno costringendo paesi, in un modo o in un altro, a comprare armi: la situazione nell’Europa dell’est con la base USA in Romania, il raddoppio del bilancio militare in Polonia, l’insegnamento militare ai bambini nelle scuole in Repubblica Ceca e così via.

Finché per gli USA la guerra sarà un affare, non vedremo mai la pace. Non c’è nessuna etica in questo campo, solo questo punto cruciale. La sola proposta che posso fare è di affrontare il problema alla radice rendendo l’economia di guerra USA non redditizia #WarUnprofitable. Abbiamo bisogno di un boicottaggio universale a tutte le società USA e alle banche coinvolte nel commercio militare, come Lockheed Martin, Boeing e Intel. E’ l’unica ragione che capiranno. Dobbiamo trovare un modo per rendere il commercio della guerra non redditizio.

Nell’articolo che seguirà daremo uno sguardo alle esperienze passate che hanno avuto successo, come la campagna commentata da Jürgen Grässlin al forum, chiamata Action Outcry – Stop weapon exports! (ndt, Grido di protesta in azione – Stop all’export di armi!) in Germania e la campagna mondiale contro l’apartheid negli anni ’90. L’“affare” dell’apartheid in Sud Africa ha smesso di essere redditizio in parte perché gli studenti americani hanno costretto le loro università a disinvestire in aziende che commerciavano con il Sud Africa.

 

 

Traduzione dall’inglese di Matilde Mirabella

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Pensando alla nonviolenza di Danilo Dolci

Una minima notizia su Danilo Dolci

Danilo Dolci e’ nato a Sesana (Trieste) il 28 giugno 1924, arrestato a Genova nel ’43 dai nazifascisti riesce a fuggire; nel ’50 partecipa all’esperienza di Nomadelfia a Fossoli; dal ’52 si trasferisce nella Sicilia occidentale (Trappeto, Partinico) in cui promuove indimenticabili lotte nonviolente contro la mafia e il sottosviluppo, per i diritti, il lavoro e la dignita’. Subisce persecuzioni e processi. Sociologo, educatore, e’ tra le figure di massimo rilievo della nonviolenza nel mondo. E’ scomparso il 30 dicembre 1997. Di seguito riportiamo una sintetica ma accurata notizia biografica scritta da Giuseppe Barone (comparsa col titolo “Costruire il cambiamento” ad apertura del libriccino di scritti di Danilo, Girando per case e botteghe, Libreria Dante & Descartes, Napoli 2002): “Danilo Dolci nasce il 28 giugno 1924 a Sesana, in provincia di Trieste. Nel 1952, dopo aver lavorato per due anni nella Nomadelfia di don Zeno Saltini, si trasferisce a Trappeto, a meta’ strada tra Palermo e Trapani, in una delle terre piu’ povere e dimenticate del paese. Il 14 ottobre dello stesso anno da’ inizio al primo dei suoi numerosi digiuni, sul letto di un bambino morto per la denutrizione. La protesta viene interrotta solo quando le autorita’ si impegnano pubblicamente a eseguire alcuni interventi urgenti, come la costruzione di una fogna. Nel 1955 esce per i tipi di Laterza Banditi a Partinico, che fa conoscere all’opinione pubblica italiana e mondiale le disperate condizioni di vita nella Sicilia occidentale. Sono anni di lavoro intenso, talvolta frenetico: le iniziative si susseguono incalzanti. Il 2 febbraio 1956 ha luogo lo “sciopero alla rovescia”, con centinaia di disoccupati – subito fermati dalla polizia – impegnati a riattivare una strada comunale abbandonata. Con i soldi del Premio Lenin per la Pace (1958) si costituisce il “Centro studi e iniziative per la piena occupazione”. Centinaia e centinaia di volontari giungono in Sicilia per consolidare questo straordinario fronte civile, “continuazione della Resistenza, senza sparare”. Si intensifica, intanto, l’attivita’ di studio e di denuncia del fenomeno mafioso e dei suoi rapporti col sistema politico, fino alle accuse – gravi e circostanziate – rivolte a esponenti di primo piano della vita politica siciliana e nazionale, incluso l’allora ministro Bernardo Mattarella (si veda la documentazione raccolta in Spreco, Einaudi, Torino 1960 e Chi gioca solo, Einaudi, Torino 1966). Ma mentre si moltiplicano gli attestati di stima e solidarieta’, in Italia e all’estero (da Norberto Bobbio a Aldo Capitini, da Italo Calvino a Carlo Levi, da Aldous Huxley a Jean Piaget, da Bertrand Russell a Erich Fromm), per tanti avversari Dolci e’ solo un pericoloso sovversivo, da ostacolare, denigrare, sottoporre a processo, incarcerare. Ma quello che e’ davvero rivoluzionario e’ il suo metodo di lavoro: Dolci non si atteggia a guru, non propina verita’ preconfezionate, non pretende di insegnare come e cosa pensare, fare. E’ convinto che nessun vero cambiamento possa prescindere dal coinvolgimento, dalla partecipazione diretta degli interessati. La sua idea di progresso non nega, al contrario valorizza, la cultura e le competenze locali. Diversi libri documentano le riunioni di quegli anni, in cui ciascuno si interroga, impara a confrontarsi con gli altri, ad ascoltare e ascoltarsi, a scegliere e pianificare. La maieutica cessa di essere una parola dal sapore antico sepolta in polverosi tomi di filosofia e torna, rinnovata, a concretarsi nell’estremo angolo occidentale della Sicilia. E’ proprio nel corso di alcune riunioni con contadini e pescatori che prende corpo l’idea di costruire la diga sul fiume Jato, indispensabile per dare un futuro economico alla zona e per sottrarre un’arma importante alla mafia, che faceva del controllo delle modeste risorse idriche disponibili uno strumento di dominio sui cittadini. Ancora una volta, pero’, la richiesta di acqua per tutti, di “acqua democratica”, incontrera’ ostacoli d’ogni tipo: saranno necessarie lunghe battaglie, incisive mobilitazioni popolari, nuovi digiuni, per veder realizzato il progetto. Oggi la diga esiste (e altre ne sono sorte successivamente in tutta la Sicilia), e ha modificato la storia di decine di migliaia di persone: una terra prima aridissima e’ ora coltivabile; l’irrigazione ha consentito la nascita e lo sviluppo di numerose aziende e cooperative, divenendo occasione di cambiamento economico, sociale, civile. Negli anni Settanta, naturale prosecuzione del lavoro precedente, cresce l’attenzione alla qualita’ dello sviluppo: il Centro promuove iniziative per valorizzare l’artigianato e l’espressione artistica locali. L’impegno educativo assume un ruolo centrale: viene approfondito lo studio, sempre connesso all’effettiva sperimentazione, della struttura maieutica, tentando di comprenderne appieno le potenzialita’. Col contributo di esperti internazionali si avvia l’esperienza del Centro Educativo di Mirto, frequentato da centinaia di bambini. Il lavoro di ricerca, condotto con numerosi collaboratori, si fa sempre piu’ intenso: muovendo dalla distinzione tra trasmettere e comunicare e tra potere e dominio, Dolci evidenzia i rischi di involuzione democratica delle nostre societa’ connessi al procedere della massificazione, all’emarginazione di ogni area di effettivo dissenso, al controllo sociale esercitato attraverso la diffusione capillare dei mass-media; attento al punto di vista della “scienza della complessita’” e alle nuove scoperte in campo biologico, propone “all’educatore che e’ in ognuno al mondo” una rifondazione dei rapporti, a tutti i livelli, basata sulla nonviolenza, sulla maieutica, sul “reciproco adattamento creativo” (tra i tanti titoli che raccolgono gli esiti piu’ recenti del pensiero di Dolci, mi limito qui a segnalare Nessi fra esperienza etica e politica, Lacaita, Manduria 1993; La struttura maieutica e l’evolverci, La Nuova Italia, Scandicci (Fi) 1996; e Comunicare, legge della vita, La Nuova Italia, Scandicci (Fi) 1997). Quando la mattina del 30 dicembre 1997, al termine di una lunga e dolorosa malattia, un infarto lo spegne, Danilo Dolci e’ ancora impegnato, con tutte le energie residue, nel portare avanti un lavoro al quale ha dedicato ogni giorno della sua vita”. Tra le molte opere di Danilo Dolci, per un percorso minimo di accostamento segnaliamo almeno le seguenti: una antologia degli scritti di intervento e di analisi e’ Esperienze e riflessioni, Laterza, Bari 1974; tra i libri di poesia: Creatura di creature, Feltrinelli, Milano 1979; tra i libri di riflessione piu’ recenti: Dal trasmettere al comunicare, Sonda, Torino 1988; La struttura maieutica e l’evolverci, La Nuova Italia, Firenze 1996. Recente e’ il volume che pubblica il rilevante carteggio Aldo Capitini, Danilo Dolci, Lettere 1952-1968, Carocci, Roma 2008. Tra le opere su Danilo Dolci: Giuseppe Fontanelli, Dolci, La Nuova Italia, Firenze 1984; Adriana Chemello, La parola maieutica, Vallecchi, Firenze 1988 (sull’opera poetica di Dolci); Antonino Mangano, Danilo Dolci educatore, Edizioni cultura della pace, S. Domenico di Fiesole (Fi) 1992; Giuseppe Barone, La forza della nonviolenza. Bibliografia e profilo critico di Danilo Dolci, Libreria Dante & Descartes, Napoli 2000, 2004 (un lavoro fondamentale); Lucio C. Giummo, Carlo Marchese (a cura di), Danilo Dolci e la via della nonviolenza, Lacaita, Manduria-Bari-Roma 2005; Raffaello Saffioti, Democrazia e comunicazione. Per una filosofia politica della rivoluzione nonviolenta, Palmi (Rc) 2007. Tra i materiali audiovisivi su Danilo Dolci cfr. i dvd di Alberto Castiglione: Danilo Dolci. Memoria e utopia, 2004, e Verso un mondo nuovo, 2006.

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Falluja, simbolo dei crimini di guerra americani

Francesco Cecchini

Falluja, simbolo dei crimini di guerra americani
prima dell’invasione americana (Foto di LCPL JOEL A. CHAVERRI, USMC)

Falluja può essere considerata il simbolo delle drammatiche conseguenze dell’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti. Prima del 2003 era una ricca città di circa 300.000 abitanti, per lo più sunniti. Una delle città più antiche dell’Iraq, chiamata la Città delle Moschee. Dopo 13 anni di distruzione da parte degli americani e dei loro alleati iracheni è un cumulo di rovine e di morti. Viene, ora, chiamata Città dei Morti.

Dopo giorni e giorni di bombardamenti da parte di americani, inglesi e australiani e di attacchi dell’esercito iracheno e delle milizie scite, Falluja è sul punto di essere riconquistata all’ISIS che la occupò all’inizio del 2014. Esercito iracheno e milizie scite hanno consiglieri militari, sempre americani e inglesi.

L’organizzazione dell’ONU per I diritti umani ha lanciato un drammatico e urgente appello per le circa 50.000 persone che si trovano intrappolate a Falluja, senza cibo nè acqua. I molti morti causati dall’offensiva sono stati giustificati dal fatto che l’SIS usa esseri umani come scudo. L’ISIS inoltre è accusata di assassinare centinaia di persone che tentano di fuggire. Coloro che riescono a fuggire sono detenuti dall’esercito iracheno e dalle milizie scite. Secondo l’UNHCR queste persone subiscono violenze o vengono torturate per far confessare l’eventuale appartenenza all’ISIS. Si parla anche di una ventina di esecuzioni, non ufficialmente confermate.

Come l’ISIS sia riuscito, due anni fa, ad avere il controllo della città sunnita non è completamente chiaro. Una spiegazione può essere la reazione a un governo settariamente scita. Le divisioni in Iraq tra sunniti e sciti, arabi e curdi sono sempre esistite, gestite anche con la forza dal regime di Saddam Hussein. Comunque la storia di Fallujia diventa drammatica dal 2003, dopo l’arrivo degli americani e l’abbattimento del regime baathista. Dentro un quadro di divisione dei popoli medio orientali e di controllo del petrolio. Un episodio di allora racconta questa tragedia. Le truppe americane aprirono il fuoco contro 200 studenti che chiedevano l’apertura della loro scuola: 17 morti e una settantina di feriti. Da allora, nei mesi successivi, Falluja fu il centro della resistenza antiamericana, composta da membri dell’esercito di Saddam Hussein e tribù sunnite. La presenza di Al Quaeda era, tutto sommato, ininfluente.

L’uccisione di quattro mercenari di Blackwater nel marzo 2004 scatenò la reazione violenta degli americani. Falluja divenne un esempio di resistenza in tutto il paese. Decine di migliaia di lavoratori sciti si sollevarono a Baghdad. Altre città insorsero in armi, Ramadi, Tikrit e Mossul. Forze anti americane si unificarono, ma città dopo città furono sconfitte dallo strapotere militare a stelle e strisce. Anche Falluja, nel novembre 2004. Dopo mesi di lungo assedio la città rimase spopolata e in rovina. 60 delle 200 moschee furono distrutte, assieme a migliaia e migliaia di edifici. Gli americani inoltre formarono squadroni della morte sciti, la Wolf Brigade contro i sunniti. Nello stesso tempo Al Quaeda, sunnita, realizzò attentati suicidi contro gli sciti. Nel 2006 la politica degli Usa, che mise il paese sotto il governo fantoccio, portò al culmine la guerra civile religiosa ed anche etnica tra iracheni, che è continuata fino al “ritiro” nel 2011. In quell’ anno gli USA, oltre al cambio di regime in Libia, insieme alla CIA si sono dedicati al rovesciamento di Bashar al-Assad in Siria, agendo innanzitutto attraverso l’Arabia Saudita e altri paesi del Golfo che armarono e finanziarono gruppi di opposizione sunnita. Chi beneficiò di queste azioni fu Al-Quaeda che dall’Iraq si traserì in Siria e giocò un ruolo. Va sottolineato che fu permesso ad Al-Quaeda di penetrare in Iraq attraverso la Turchia. In Iraq Al-Quaeda fu praticamente rimpiazzata dall’ ISIS che entrò a Falluja a fine 2013 e la conquistò completamente nel gennaio 2014. L’ISIS conquistò anche territori sunniti e la città di Mosul, facendosi paladina dell’azione contro l’invasione USA e i suoi fantocci, il governo centrale, e procurandosi mezzi militari e finanziari dagli intrighi americani in Siria.

Quello che sta avvenendo ora a Falluja è solo l’ultimo capitolo della catastrofe USA in Medio Oriente e specificatamente in Iraq. L’ultimo capitolo della tragedia che gli imperialismi americano e occidentale stanno provocando a quei popoli, in Iraq e ovunque nell’area.

Può essere fermata solo con la crescita di un movimento internazionale che si oppone alla guerra.

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NO NATO: una preghiera per i manifestanti di domani

Solidarietà ai manifestanti Anti NATO dei quaccheri in Italia domani a Solbiate Olona VA. Preghiamo per Voi e Noi

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Fucilati e decimati: si discute in Senato della Legge Scanu

 

Fucilati e decimati: in discussione al Senato la Legge Scanu
Una fucilazione durante il grande massacro 1915-1918. (Foto di A)

Un caso eclatante di decimazione; la rivolta dei fanti della brigata Catanzaro a Santa Maria la Longa (importante base logistica del III Corpo d’Armata) a metà luglio del 1917 fu probabilmente l’episodio più noto e significativo di rifiuto collettivo della guerra verificatosi nell’esercito italiano durante il Grande Massacro. Era domenica e nei baraccamenti posti nelle immediate vicinanze del paese friulano stavano trascorrendo un periodo di riposo i fanti della “Brigata Catanzaro”, costituita dal 141° e 142° Reggimento Fanteria. I soldati erano sfiniti per il lungo tempo trascorso in prima linea e era previsto – e promesso – per loro un periodo di riposo nelle retrovie. Ma un fonogramma, giunto nella tarda serata, richiamò in trincea la Brigata. Esplose una protesta anche violenta. Si sparò e si lanciarono bombe a mano. Si presero di mira le baracche degli ufficiali e anche chi tenta di fare da paciere. Alcuni militari si portano nei pressi dell’abitazione del conte di Colloredo Mels, dove si pensa risieda il “poeta-soldato” Gabriele D’Annunzio, sparando colpi di fucile all’indirizzo dell’abitazione. Vi furono morti e feriti. La rivolta proseguì per quasi tutta la notte fino all’arrivo di una Compagnia di Carabinieri: quattro auto mitragliatrici, due auto cannoni e reparti della cavalleria. Sedata la ribellione, il Comandante della Brigata ordinò immediatamente la fucilazione di quattro soldati, scoperti in mano armi con le canne dei fucili ancora calde. Avvenne poi la decimazione del resto della Compagnia. All’alba del 16 luglio, oltre i 4 già fucilati, vennero decimati altri 12 (ufficialmente ma è probabile fossero di più) passati per le armi a ridosso del muro di cinta del cimitero di Santa Cecilia e posti in una fossa comune.

Furono oltre millecento i militari italiani fucilati, anche per decimazione, durante il grande massacro 1915-1918  per ristabilire la disciplina. Da anni c’è chi si batte per la loro riabilitazione postuma. Ora finalmente si sta andando in questa direzione.

Al Senato si è avviata la discussione sul progetto di legge Scanu e altri sui nostri fucilati. E’ una notizia importante. Il presidente della commissione difesa Latorre ha informato che, a seguito di quanto emerso nell’Ufficio di presidenza del 19 novembre 2015, sembra opportuno far precedere l’esame del disegno di legge 1935, approvato alla Camera  (recante disposizioni concernenti i militari italiani ai quali è stata irrogata la pena capitale durante la prima Guerra mondiale) da un ciclo di audizioni informali di esperti. Presso il Ministero della difesa era stato infatti istituito un Comitato tecnico-scientifico per la promozione d?iniziative di studio e ricerca sul tema del cosiddetto «fattore umano» nella prima Guerra mondiale, presieduto dall’ex ministro della difesa Arturo Parisi, che aveva già approfondito la problematica sottesa al disegno di legge.

Il disegno di legge fu  approvato dalla Camera il 21 maggio 2015 e prevede «la riabilitazione dei militari delle Forze armate italiane che nel corso della Prima guerra mondiale abbiano riportato condanna alla pena capitale»;

La legge non tiene conto che vi furono esecuzioni senza processo conseguenti a circolari ad integrazione del Codice penale  miltare, che ampiava a dismisura l’ art: 40 del Codice  stesso e che di misure repressive non sempre rimase traccia a verbale. Inoltre vi furono vere e proprie esecuzioni sommarie da parte di ufficiali o sottufficiali che sopprimevano immediatamente i soldati ritenuti rei di compromettere azioni militari o la sicurezza del reparto.

Pressenza è promotrice di un’azione perché la riabilitazione sia collettiva:

  • Perché è impossibile differenziare i casi dei fucilati. Molti documenti sono andati persi e gli archivi sono nel caos.
  • Perché i soldati spesso sono stati fucilati collettivamente da plotoni d’ esecuzione alla presenza di truppe radunate per l’occasione
  • Perché quelle esecuzioni dovevano terrorizzare la coscienza collettiva dei soldati.

Il link con l’appello che ha raccolto centinaia di persone ed organizzazioni è il seguente:

http://www.pressenza.com/it/2015/01/appello-per-la-riabilitazione-dei-fucilati-per-disobbedienza/

L’impegno per la riabilitazione collettiva dei fucilati e decimati durante il grande massacro 1915 – 1918 va continuato. Quest’azione va considerata all’interno di un più grande impegno quotidiano contro gli armamenti e contro tutte le guerre.

 

 

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I quaccheri in Abruzzo: case e non bombe

I quaccheri americani in Abruzzo
Si ringrazia il Comune di Montenerodomo per il “non dimenticare” la storia dei giovani americani che non vennero dai cieli per buttare le bombe sulle nostre case ma via terra per costruire nuovi paesi in Abruzzo

“Arrivai in Italia nella primavera del 1946 insieme ad altri giovani, tutti Obiettori di Coscienza, che erano contro la partecipazione alla guerra. Avendo rifiutato di partecipare alle distruzioni, noi tutti desideravamo fortemente donare il nostro tempo e le nostre energie per la ricostruzione di quanto era stato distrutto e per incoraggiare il ritorno ad una vita pacifica.
Eravamo tutti volontari e ci eravamo offerti per la realizzazione di un progetto sponsorizzato dall’Americam Friend (Quakers) Service Committee (AFSC), il cui obiettivo principale era di sostenere la ricostruzione dei paesi distrutti dalla guerra in Abruzzo. Il progetto ebbe inizio in aprile del 1945 con 2 camion e 5 uomini. Con il Quartiere Generale installato a Casoli, il mio gruppo si impegnò nella ricostruzione di due paesi, Montenerodomo e Colledimacine. Il progetto pilota ebbe tanto successo che l’UNRRA (1) mise a disposizione del gruppo AFSC soldi e mezzi di trasporto affinché l’operazione di ricostruzione potesse espandersi.
La rivoluzione non violenta dei quaccheri in Italia e nel mondo.

Mr. Macy Whitehead
(March /August 1947)
“ I came to Italy in the spring of 1946 with several other young men, all of whom were Conscientious Objectors to participation to war. Having refused to take part in the destructiveness, we were eager to give of our time and energies to the rebuilding of that which had been destroyed and to encouraging a return to peaceful life.
We had volunteered to be a part of the project sponsored by the American Friends (Quakers) Service Committee(AFSC) to encourage the rebuilding of villages in the Abruzzi. The project began in April 1945 with two trucks and five men. With Headquarters in Casoli they worked in two villages, Montenerodomo e Colledimacine. The pilot project was so successful that UNRRA made available money and trucks to greatly expand the operation.
The Italian government stepped in with the organisation of CASAS (Centro Autonomo Soccorso ai Senzatetto). My work with this program was in the Sangro Valley, but at the end of 1946 our work with this program ended. I was transferred to Palena to help in a “Community Service project” . In March I moved to Montenerodomo to prepare for a work camp which was to take place that summer. My home in Montenerodomo was in the building that is now a part of the Rossi Market, the entrance right next to where Nick Rossi (from Canada) lives in the summer

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Preghiamo per il presidio AntiNATO a 3 km di distanza dal Meeting quacchero sabato prossimo

Contro le basi NATO, a Solbiate Olona il 28 maggio – A 3 km dal meeting quacchero di Olgiate Olona

20.05.2016 Redazione Italia
Contro le basi NATO, a Solbiate Olona il 28 maggio

Base NATO di Solbiate Olona (Varese): le guerre partono anche da qui. Chiudiamo le basi NATO.

 

LA BASE DI SOLBIATE OLONA: CHE FUNZIONE HA ?

La struttura di Solbiate Olona ospita dal 2001 il quartier generale dei corpi NATO di dispiegamento rapido NRDC-ITA. È uno dei nove Comandi NATO di reazione rapida, e conta su 400 militari.

L’Italia fornisce il 70% del personale, il rimanente è costituito da militari provenienti da altre nazioni. Il Comando è preparato per interventi in aree di crisi in base a quanto stabilito dal Consiglio Nord Atlantico ed è già stato impegnato in Afghanistan nel 2003 nella missione Isaf sotto comando USA.

Il Comando sta per diventare quartier generale interforze, con la partecipazione di personale anche della Marina e dell’Aeronautica.

Si può affermare quindi senza tema di smentita che la struttura di Solbiate ha assunto una notevole importanza in ambito NATO e certamente può rientrare tra gli obiettivi di attentati militari o terroristici.

Attualmente in Italia si spendono in armamenti oltre 80 milioni di euro al giorno che devono diventare 100 nei prossimi due anni. Le spese nella “Difesa” (che tale non è più) aumentano a scapito di pensioni, sanità, istruzione, trasporti, lavoro, bonifiche e messa in sicurezza del territorio. Lo stato sociale è smantellato a favore dello stato armato. Per non dire dell’inquinamento, provocato soprattutto dalle esercitazioni, e del rischio di contaminazione radioattiva.

Con il presidio del 28 Maggio davanti alla caserma NATO di Solbiate Olona intendiamo ribadire l’importanza della mobilitazione sul territorio come momento insostituibile di coinvolgimento delle persone e di sensibilizzazione rispetto a temi fondamentali come il disarmo e lo status di Paese neutrale, per difendere la nostra sicurezza, i nostri soldi, la nostra salute.

Rilanciamo la mobilitazione popolare su poche essenziali parole d’ordine:

– uscire dalla NATO

– chiudere le basi, fuori la NATO dall’Italia

– smantellare gli armamenti, primi fra tutti quelli atomici

 

SABATO 28 MAGGIO 2016 DALLE ORE 15

PRESIDIO ALLA BASE NATO DI SOLBIATE OLONA

 

Comitato promotore del Forum contro la guerra

per adesioni Mail: forum.no.guerra@gmail.com blog:http://forumnoguerra.blogspot.it/

 

 

CHE COS’ E’ LA NATO OGGI

Il Trattato Nord Atlantico risale al 1949; è un accordo politico di cui la NATO è l’emanazione militare. La NATO si presentava come una organizzazione internazionale per la pace e la giustizia tra le nazioni e l’art. 5 del Trattato afferma che il ricorso alla violenza militare deve avere solo scopo difensivo.

Nel 1999, dopo l’attacco NATO alla Serbia, con il nuovo Concetto Strategico viene superato il vincolo della difesa dei confini e i nuovi pericoli vengono individuati nella instabilità politica ed economica e “negli atti di terrorismo, di sabotaggio e di crimine organizzato o anche nella interruzione del flusso di risorse vitali e nei movimenti incontrollati di un gran numero di persone” (art.24).

50 anni dopo la sua nascita ecco che la NATO si ritiene legittimata ad intervenire ovunque nel mondo contro il terrorismo ma anche a tutela dei propri interessi negli approvvigionamenti di acqua, gas, petrolio, oppure per gestire i migranti, definiti “conseguenza dei conflitti armati”. Quella stessa NATO che con le sue guerre provoca profughi e migranti ora si attribuisce il compito di fermare i migranti, soprattutto quelli provenienti dalla Libia, uno dei Paesi sovrani distrutti dall’intervento NATO.

La mutazione genetica della NATO completa il suo corso nel 2006 nel vertice di Riga ove si afferma che compito della NATO è anche la gestione delle crisi (“crisis management”) ovunque nel mondo.

Non si parla più di confini, non si parla più di difesa: la NATO diventa il “poliziotto occidentale del mondo” e strumento della politica estera degli USA.

La guerra diventa legittima anche se “preventiva” e si diffondono i primi ossimori: “guerra umanitaria”, “operazioni di peacekeeping” per nascondere quelle che sono guerre di conquista, di predazione delle risorse, per la diffusione del caos e della reazione terroristica.

Inoltre nel TTIP «Partenariato transatlantico su commercio e investimenti», negoziato segretamente tra USA e UE si prospetta una «Nato economica» che integri quella politica e militare.

CHE COSA SONO LE BASI

Era già accaduto con la Guerra del Golfo del 1991, ma ancor più dopo la trasformazione delle finalità della NATO, le basi sono state utilizzate per operazioni che vanno ben al di là della legittima difesa contro un attacco armato. Così è stato in Serbia e in Kosovo nel 1999, in Afghanistan e in Iraq nel 2003, in Libia nel 2011 ed oggi in Siria e in Ucraina attraverso operazioni sotto copertura. Nel contempo si rafforzano i rapporti con Israele, principale causa di destabilizzazione del Medio Oriente.

In Italia sono insediate circa 120 basi tra USA e NATO.

La presenza delle basi pone anche il problema del nucleare perché alcune basi fungono anche da depositi nucleari (90 testate tra Ghedi e Aviano). L’Italia che non è Paese nucleare, è però deposito nucleare per conto terzi. Il nuovo concetto strategico della NATO ha ribadito la necessità dell’armamento e della deterrenza nucleare, in palese violazione del Trattato di non proliferazione che impone negoziati finalizzati al disarmo nucleare globale. L’Italia viola costantemente l’art.2 del Trattato di non proliferazione quando riceve armi nucleari statunitensi.

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Anche i quaccheri sostengono che l’Europa non è trasparente sulle armi che vende

E’ certo che noi possiamo sempre vivere in prossimità e sotto l’attualità di Dio, e che questa vita è per noi del tutto nuova. Per noi non ci sarà più nulla di impossibile, poiché non lo è per Dio

Dietrich Bonhoeffer

L’Europa non è trasparente sulle armi che vende nel mondo
L’Europa non è trasparente sulle armi che vende nel mondo
(Foto di http://www.enaat.org/)

La Relazione annuale dell’UE sul controllo delle esportazioni di armi e sistemi militari: in ritardo, incompleta e incoerente. Il Consiglio dell’Unione Europea non sta prendendo sul serio il controllo democratico sull’esportazione di armamenti

La Rete italiana per il disarmo (RID) insieme all’European Network Against Arms Trade (ENAAT) esprimono una forte critica nei confronti del Consiglio dell’Unione Europea «per non prendere sul serio il controllo democratico sulle esportazioni di armi e di sistemi militari». Le due organizzazioni rendono nota la loro posizione in un comunicato congiunto emesso oggi a seguito della pubblicazione della “XVII Relazione sulle esportazioni di tecnologia e attrezzature militari” sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione Europea (UE).

«Nonostante le richieste del Parlamento Europeo e della società civile, anche quest’anno la relazione è stata pubblicata in grande ritardo, è incompleta e presenta dati incoerenti», specifica la nota di ENAAT, rete di diverse organizzazioni nazionali per il controllo del commercio di armamenti in Europa. La rete europea evidenzia che ciò è conseguenza anche del «crescente impatto negativo sul controllo delle esportazioni di armi a seguito della liberalizzazione dei trasferimenti intra-UE.»

I dati della relazione si riferiscono all’anno 2014 e mostrano che la principale zona geopolitica di destinazione dei sistemi militari è stata il Medio Oriente (oltre 31,5 miliardi di euro di licenze): ciò significa che i paesi dell’UE stanno vendendo rilevanti quantità di armi nella zona del mondo col maggior numero di conflitti e regimi autoritari. Nonostante gli espliciti divieti contenuti nella Posizione Comune (2008/944/PESC), i paesi dell’UE hanno continuato ad autorizzare esportazioni di armamenti e di armi leggere a governi che abusano dei diritti umani ed a paesi coinvolti attivamente in guerre, come l’Arabia Saudita (3,9 miliardi di euro), il Qatar (11,5 miliardi), l’Egitto (6,2 miliardi) e Israele (998 milioni).

ENAAT chiede pertanto all’Unione Europea di mettere in atto una risposta globale ai conflitti agendo specificamente sulle cause sociali, economiche, ambientali e politiche, piuttosto che fare il doppio gioco del “pompiere-piromane” per assecondare una politica di benefici a breve termine. «E’ tempo che le ragioni della pace e della sicurezza prevalgano su quelle dei profitti e delle rivalità nazionali», sottolinea la nota di ENAAT.

La Relazione dell’UE peggiora di anno in anno

La 17° Relazione dell’UE sulle esportazioni di armamenti relativa all’anno 2014 è stata resa ufficialmente pubblica oggi, 4 maggio 2016. «La pubblicazione tardiva della relazione rende il controllo democratico una specie di farsa – commenta Martin Broek, ricercatore dell’associazione olandese Stop Wapenhandel. <<I dati dei trasferimenti di armi da gennaio 2014 saranno discussi 27 mesi dopo il rilascio delle autorizzazioni all’esportazione e le consegne delle armi. Se l’Unione europea e i suoi Stati membri intendono prendere seriamente il controllo dell’export di armamenti, devono migliorare i tempi di pubblicazione della relazione».

Non è solo una questione di tempi, ma di contenuti. Diversi Stati membri non comunicano secondo gli standard comuni richiesti, il che rende impossibile confrontare i dati e avere una visione chiara e coerente delle esportazioni di sistemi militari dei paesi dell’UE. Molti dei maggiori esportatori non forniscono all’UE i dati sulle esportazioni effettive (consegne) di armamenti, come il Regno Unito e la Germania, o non rivelato i dati sulle esportazioni secondo le specifiche categorie di sistemi militari, come la Francia e l’Italia.

«Invece di migliorare – commenta Giorgio Beretta, analista della Rete Italiana per il Disarmo – la relazione sta peggiorando di anno in anno e questo nonostante i ripetuti appelli delle associazioni della società civile e le esplicite richieste del Parlamento Europeo. Una tale mancanza di trasparenza non dovrebbe più essere tollerata».

Lo scorso dicembre il Parlamento Europeo ha chiesto che la relazione venisse pubblicata per tempo, in modo completo e secondo i criteri stabiliti per consentire un adeguato dibattito pubblico e il necessario controllo e ha proposto di implementare delle sanzioni in caso di violazioni. ENAAT ricorda che ricade sui governi degli Stati membri la responsabilità di fornire un adeguato quadro giuridico e la trasparenza delle informazioni necessarie per il dibattito politico e il controllo legale: le esportazioni di sistemi militari sono tuttora principalmente di competenza nazionale.

Per quanto riguarda l’Italia, i dati riportati nella Relazione dell’UE sono in linea con quelli pubblicati nella Relazione governativa relativa all’anno 2014. «Ma va notata una grave mancanza aggiunge Francesco Vignarca, coordinatore della Rete italiana per il Disarmo. <<Nonostante le nostre reiterate richieste, da diversi anni l’Italia non rende noti all’UE i dati sulle consegne (esportazioni) secondo le specifiche categorie di sistemi militari rendendo così impossibile il controllo sulle operazioni effettivamente effettuate».

Gli Stati membri dell’UE stanno giocando ai “pompieri piromani”

Ulteriori e preoccupanti considerazioni possono essere tratte riguardo sia alle esportazioni effettive sia alle autorizzazioni rilasciate nel 2014: queste ultime permettono infatti uno sguardo sulle politiche messe in atto dai governi degli Stati membri (quali paesi destinatari sono considerati ammissibili, per quale tipo di prodotti militari, ecc.) e sul futuro del commercio di sistemi militari dell’UE armi (le licenze di oggi sono le esportazioni di domani).

L’Arabia Saudita è la principale destinazione di armamenti dell’UE degli ultimi quindici anni e tra i maggiori clienti di armi europee nel 2014 figurano anche Qatar, Algeria, Marocco, Egitto, India, Emirati Arabi Uniti e Turchia. Considerando i livelli di povertà di alcuni di questi paesi, il loro coinvolgimento in conflitti e i legami sospetti con gruppi terroristici è sorprendente che i governi europei li considerino destinatari accettabili per una politica di esportazioni di armamenti chiara e responsabile.

Invece di contribuire alla sicurezza comune, le esportazioni di sistemi militari dell’UE stanno alimentando conflitti, come quello in Yemen, regimi repressivi come l’Arabia Saudita, Israele e l’Egitto: tutto questo finisce con l’incrementare i flussi di migranti e rifugiati e le pressioni alle frontiere europee, ma contemporaneamente permette di aumentare i contributi finanziari dell’UE per azioni infinite di peace-building e di ricostruzione.

«Con governi dei paesi dell’Unione Europea impegnati a promuovere le proprie esportazioni di armi, il controllo rimarrà un insignificante esercizio sulla carta fintantoché azioni legali da parte della società civile non saranno rese possibili e non avverrà un effettivo cambiamento delle politiche», ha commentato Ann Feltham, coordinatrice parlamentare della Campaign Against Arms Trade (CAAT) del Regno Unito.

Il controllo dell’export di armamenti: le ambiguità dell’UE

Nonostante la conclamata volontà di «evitare esportazioni di armi che potrebbero essere utilizzate per la repressione interna, l’aggressione internazionale o che potrebbero contribuire all’instabilità regionale», di fatto l’Unione Europea sta abbassando gli standard di controllo del commercio di armamenti, coprendo l’operazione come liberalizzazione del mercato interno. La Francia, ad esempio, nel giugno del 2014 ha intrapreso una revisione completa del sistema di controllo delle esportazioni nell’ambito della “Direttiva sui trasferimenti di prodotti della difesa”.  «Questo nuovo regime – spiega Tony Fortin, Presidente dell’Observatoire des Armements (Francia) – esenta lo Stato dalla responsabilità per il controllo delle esportazioni e aumenta il rischio di abusi, limitando il controllo democratico»

Allo stesso modo – secondo l’associazione Vredesactie (Belgio) – nelle Fiandre (la regione fiamminga del Belgio) l’uso delle “licenze generali” rende molto più difficile conoscere l’utilizzatore finale soprattutto nel caso dei componenti di materiali di armamento: di conseguenza circa la metà delle esportazioni di beni non sarà più soggetta a controlli.

Firmato da:

– BUKO: Campaign stop the arms trade (Bremen – Germania)

– Campaign Against Arms Trade (CAAT) (Londra – Regno Unito)

– Centre Delàs d’Estudis per la Pau (Barcellona – Spagna)

– Committee of 100 (Finlandia)

– Human Rights Institute (Slovacchia)

– International Peace Bureau (IPB)

– NESEHNUTÍ (Repubblica Ceca)

– Norwegian Peace Association (Norvegia)

– Observatoire des armements (Francia)

– Peace Union of Finland (Finlandia)

– Quaker Council for European Affairs (QCEA)

– Rete Italiana per il Disarmo (Italia)

– Stop Wapenhandel (Paesi Bassi)

– Swedish Peace and Arbitration Society (Svezia)

– Vredesactie (Belgio)

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