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Il contributo del comunista Eckert al socialismo religioso della Germania prenazista

  1. Il socialismo religioso tedesco

La rivoluzione del 1918 che pose fine alla monarchia in Germania, concluse pure l’episcopato dei principi sulle Chiese evangeliche nazionali. Benché la maggior parte delle chiese evangeliche con spavento mortale e non con volontà di comprensione della realtà , tuttavia vi furono anche delle isolate eccezioni che accettarono la mutazione della configurazione politica della Germania e cercarono di introdurre nella Chiesa il pensiero democratico.

All’inizio dello sviluppo del socialismo religioso tedesco c’è l’assemblea di Tambach tenuta nel settembre 1919. L’iniziativa era provenuta da un gruppo che era il frutto della fusione di ex –studenti di Marburg, di unione di chierici religioso sociali e di una antica comunità cristiano comunista  che si faceva chiamare “La nuova opera”. Questa insistette per uno scambio di esperienze con gli Svizzeri. I parroci dell’Assia Herpel e Schultheiss indissero allora un incontro in Turingia.

L’insieme dell’assemblea composta di circa 100 partecipanti era molto diviso. Dai “Rivoluzionari cristiani” che si consideravano a sinistra della USPD, essa si estendeva ai “Socialisti di novembre” come il professore Ehrenberg di Heindelberg, rappresentante della Chiesa popolare di Baden, fino ai critici simpatizzanti di Guenther, Dehn. Così il sentimento dei partecipanti non era affatto unitario. Si era solamente d’accordo sul sentimento che era necessario un rinnovamento religioso. Tutti era mossi dagli sbalzi degli ultimi anni e cercavano, da cristiani, nuove vie nella vita ecclesiastica e politica.

Il tema dell’incontro era, corrispondentemente, la posizione dei cristiani nei riguardi del socialismo e del mondo operaio. La relazione principale su questo argomento la tenne, al posto del Ragaz impedito dalla malattia, il parroco di Safenwil, Karl Barth. Travisandolo intenzionalmente, Barth mutò il tema “I cristiani” in “Cristo il Signore”, contrapposto alla società, qualunque fosse la sua struttura.

Ed egli si scaglio con tutta la propria forza contro il tentativo di coprire i propri programmi, progetti, ideologie con una benedizione religiosa. Chi pretende di servirsi di Dio per la propria causa, abusa del suo nome.

Solo pochi, come Karl Mennicker, che indignato lasciò l’assemblea, notarono che questo era un discorso programmatico per il socialismo religioso. La maggior parte, invece, fu profondamente impressionata e lasciò l’assemblea con la convinzione che tutto ciò che abbraccia la parola religiosa-sociale appartiene pure alla sequela di Cristo. E si andò avanti con più vigore nelle proprie iniziative più o meno religiose socialiste.

Prima di occuparci della fondazione dei singoli gruppi religioso-socialisti, deve essere ancora chiarita la questione perché i fondatori ed ispiratori di questo nuovo movimento poterono assumere una posizione particolare nel protestantesimo tedesco e perché essi reagirono anticipatamente agli eventi e agli sviluppi di quegli anni.

Bisogna distinguere tre motivi chiarificatori e tre circoli di persone (che tuttavia spesso si interferiscono). Il primo gruppo proviene dal liberalismo, Emil Fuchs, Paul Piechowsky e George Wuensch. Essi, come esigenza basilare di un cristianesimo libero, portarono con sé la convinzione di dover affrontare nella fede i compiti del presente. Ad essi si riunirono i fondatori del movimento della Chiesa popolare di Baden che, nel democratico Baden, potevano già contare su una tradizione più lunga al riguardo. E infine appartengono a questo gruppo gli ex membri del congresso evangelico-sociale, come l’amico di Naumann, il parroco Ernest Lehmann di Mannheim.

Il secondo circolo era costituito da parroci che già prima della rivoluzione avevano lavorato in un milieu dove predominavano i proletari e che vi avevano esperimentato con quale incomprensione la comunità cristiana si rivolgeva ai lavoratori e alla socialdemocrazia. Ad essi apparteneva Guenther Dehn. Ed anche Emil Fuchs aveva fatto esperienze simili a Ruesselsheim ed Eisenhach.

Il terzo circolo, infine , aveva vissuto l’esperienza della guerra mondiale. A costoro, dopo gli orrori di questa guerra, non era più possibile , come nella maggior parte dei parroci, esaltare romanticamente la guerra. Essi si eran piuttosto convinti che la guerra mondiale aveva addirittura portato ad absurdum la guerra. E se proprio le si voleva dare un senso, questo era che essa doveva portare al più presto ad un disarmo mondiale ed a una collaborazione dei popoli. Erwin Eckert era un tipico rappresentante dei giovani volontari di guerra . Ma anche altri che avevan svolto la funzione di cappellani militari, come Paul Tillich e Hermann Schaft, divennero critici del militarismo, a causa della guerra. Essi creditarono pure una nuova sensibilità per le questioni sociali.

Alla fine del 1918, il deputato socialdemocratico Dr. Diets e il parroco della città Rohde invitarono a costruire a Karlruhe “una Unione  della chiesa popolare di Baden” per realizzare così la Chiesa popolare. Nello stesso tempo a Pforzheim, il vicario di Eckert assecondava le tendenze ecclesiastico-popolari e vi fondava la “Lega dei proletari evangelici”.

Inizialmente si prese l’avvio solo dall’ideale di una “Chiesa popolare” che doveva scegliere i suoi rappresentanti tramite elezioni primarie con la partecipazione di più estesi circoli popolari e che tendeva a una costituzione ecclesiastica democratica. Preso, però, ci si rese conto che la forza d’urto del movimento non proveniva dalla democrazia , ma dal socialismo. Quando gli elementi borghesi disapprovarono lo stretto legame con il movimento operaio, vennero battuti nelle elezioni e si staccarono da se stessi dal movimento. Così nel corso dell’autunno 1921 “L’unione ecclesiastica popolare di Baden” si mutò in “Lega dei socialisti religiosi”.

A Berlino si iniziò indipendentemente dagli avvenimenti di Baden . Su proposta di Guenther Dehn insieme al sindacalista Berhard Goering, venne fondata il 28 marzo 1919 a Berlino una “Lega di amici socialisti della Chiesa”. Tramite la sua attività doveva essere simbolicamente mostrata l’affinità tra Cristianesimo e socialismo. Egli tenne molte conferenze pubbliche e adunò uno stuolo di membri attorno a sé. Anche in altri settori di Berlino si formarono gruppi simili, come quello di Neukoelln che, sotto la direzione di Paul Piechowski, svolse un vivace lavoro religioso-socialista. Nel dicembre del 1919 si tenne una assemblea di tutti i circoli religioso-socialisti di Berlino alla quale partecipò anche l’associazione “Nuova Chiesa” fondata da Lic. Aner. In quest’assemblea venne decisa l’unione di tutti i singoli gruppi e il nuovo movimento  venne denominato “Lega dei socialisti religiosi” contro la protesta di Dehn che, per questo motivo, si ritirò dalla presidenza e in seguito si distanziò  sempre più dal movimento. In un programma si rendevano contemporaneamente noti compiti e fini del movimento.

Nel 1922, poi, l’associazione strinse un patto d’alleanza che assicurava la collaborazione con “l’UNIONE DEGLI AMICI RELIGIOSI DELLA RELIGIONE E DELLA PACE FRA I POPOLI” fondata dal parroco  August Bleier. Dal 26 al 28 novembre 1921 ebbe luogo a Berlino il primo congresso dei religiosi socialisti che allargò il movimento a “LEGA DEI SOCIALISTI RELIGIOSI DI GERMANIA”. Questa comprendeva diversi gruppi a Berlino e fungeva allo stesso tempo da associazione centrale almeno per la Germania. A essa erano subordinati gruppi locali a Colonia, Stettino, Breslau, Koenigsberg. Inoltre aveva ancora molti altri membri isolati.

Quando, poi, si furono organizzati altri gruppi locali nel Palatinato, nella Baviera, nel Wuettemberg, nella Turingia, nella Lippe e nella Renania, i gruppi tedesco meridionali e i gruppi del nord della Germania si unirono in Meersburg dapprima per una comunità di lavoro nell’agosto del 1924, quindi nel 1926, nella LEGA DEI SOCIALISTI RELIGIOSI DI GERMANIA” Suo organo divenne il socialista religioso, foglio domenicale del popolo lavoratore che venne redatto, per più anni , da Erwin Eckert. Dal 1920 vi si aggiunse la rivista scientifica La rivista per religione e socialismo, curata da Georg Wuensh,

L’opera dei socialisti religiosi trovava la sua espressione in molteplici campi: nel lavoro della comunità, nella politica della Cghiesa, nella grande politica e, infine, come manifestazione del suo intento, nei congressi religiosi-socialisti. L’opera della comunità è molto diversa a nord e a sud. Nel sud della Germania i parroci socialisti religiosi potevano attrarre ancora una grande quantità di operai alle manifestazioni ecclesiastiche tradizionali. Molte migliaia di operai era soliti assistere alle funzioni tenute il primo maggio. E , in genere, essi partecipavano numerosamente alle funzioni dei socialisti religiosi.

Completamente diversa era la situazione del nord della  Germania e soprattutto a Berlino dove il proletariato si era copiosamente allontanato dalla tradizione ecclesiastica. Qui i parroci socialisti- religiosi si organizzavano ore libere religiose, istruzioni per i giovani e discussioni. Dato che i socialisti religiosi volevano influire nella mutazione della Chiesa e sul popolo di Dio dovettero decidersi – dove la costituzione lo permetteva e cioè in Turingia e Baden – a partecipare alla politica ecclesiastica. Poiché essi non disponevano di un grosso apparato, i pochi membri dovettero spendere quasi tutto il loro tempo e l’energia personale. Così pochi oratori passarono da una manifestazione a una riunione, tennero discorsi e parteciparono a proclami.

Essi si recarono ugualmente in gradi città e piccole località e non era raro il caso che i cattivi mezzi di trasporto e l’organizzazione deficiente resero addirittura impossibile l’apparizione in pubblico.

Dato che il socialismo religioso sembrava rafforzare il libero protestantesimo  e dato che molti liberali salutarono calorosamente gli sforzi a favore degli operai, sembrò possibile all’inizio un accordo elettorale con i liberali in Turingia.

Ma, dato che la maggior parte degli elettori liberali proveniva dalla borghesia possidente, costoro nella prima elezione ecclesiastica cancellarono tutti i candidati religioso-socialisti dalle liste comuni. A partire da questo momento tutti i candidati religioso-socialisti di Turingia dovettero presentare una propria lista. In questa maniera essi non andarono al di là di un ristretto circolo elettorale. In ogni caso esso restò costante per tre elezioni e diede 7 deputati nel 1926m nuovamente 7 nel 1929 e 8 nel 1932. Nel Baden i rapporti di grandezza erano simili. Lì, nelle elezioni per il sinodo regionale furono dai ai socialisti religiosi 13.000 voto nel 1921 e 28.000 nel 1926, il che significò 8 deputati e un rappresentante nel governo della Chiesa.

Il lavoro politico ecclesiastico dei socialisti religiosi non può essere ulteriormente studiato. Vennero solamente toccati brevemente due eventi.

Erwin Eckert, che nel 1925 era il presidente della lega, venne eletto dal sinodo regionale del Baden, del quale egli faceva parte dal 1927, per partecipare al III sinodo ecclesiastico evangelico tedesco, a Norimberga nel giugno del 1930. In questo sinodo ecclesiastico, egli solo, tra i 210 Membri del DEK, votò contro una dichiarazione “sulla persecuzione dei cristiani in Russia” e restò ostinatamente a sedere durante una preghiera per i cristiani perseguitati in Russia. Questo comportamento suscitò grande sensazione e scandalo e gli procurò una ammonizione della direzione dal sinodo ecclesiastico. Il presidio del sinodo ecclesiastico venne, in verità, incontro alla richiesta di Eckert di poter spiegare il suo atteggiamento in una dichiarazione pubblica; tuttavia questo discorso venne , in verità incontro alla richiesta di Eckert di poter spiegare il suo atteggiamento in una dichiarazione pubblica; tuttavia questo discorso venne, in breve tempo, sommerso da un tumulto scoppiato nell’assemblea. Eckert venne letteralmente strappato dal podio degli oratori. Durante la campagna elettorale del 1930, Eckert e la sua direzione ecclesiastica si scontrarono più volte. Questa gli proibì di parlare in assemblee elettorali per la SPD. Eckert ignorò questa proibizione facendo rilevare che non era stato proibito l’aiuto elettorale per nazionalisti e nazionalsocialisti da parte dei parroci. Il passaggio di Eckert al partito comunista tedesco nel 1931 forniva l’occasione per dimettersi dal ministero ecclesiastico. Così si è anche fatto il passaggio alla grande politica. I socialisti religiosi sostennero in genere la politica del SPD. In Ciò dovette sperimentare che la costruzione della democrazia e l’educazione ad essa necessaria non erano affatto volute dai circoli borghesi. Così essi tentarono di inserirsi nei punti in cui la SPD mancavano gli uomini necessari alla costruzione dello stato socialista.

Soprattutto il grande talento di Erin Eckert nell’agitare le masse, pose spesso il movimento al servizio di intenti politici socialdemocratici. Così avvenne quando su richiesta dei partiti socialisti si svolse un plebiscito che doveva ottenere una regolazione legale dei possedimenti dei principi. La sera precedente il voto popolare, Eckert parlò nel municipio di Stuttgart alla presenza di circa 10.000 persone. Egli, come altri socialisti religiosi, respinse la tesi che la decisione popolare veniva avversata da parte ecclesiastica in nome della coscienza cristiana. Un atteggiamento motivato a partire da Cristo esigeva la considerazione della provenienza spesso ambigua dei beni dei principi, come pure la cognizione che, secondo il punto di vista biblico-evangelico, non si può parlare di una “santità della proprietà privata”. Lo stato non regolato era, in verità, non formalmente ma effettivamente fuori del diritto, dato che esso escludeva ogni possibilità di difesa nei confronti delle pretese ingiuste e antisociali dei principi. Perciò bisognava votare una nuova regolazione dei possedimenti dei principi.

A questo punto si inserisce pure lo studio analistico dei problemi economici e social-politici del tempo. Dsll’inizio del 1926 George Wuensch scriveva regolarmente su Mondo cristiano delle panoramiche sulla situazione economica e sociale. Questo venne continuato dal 1929 fino al 1933 sulla “Zeitschrift fuer Religion und Sozialismus” (Rivista per la religione e il socialismo).

L’organizzazione dei congressi religiosi-socialisti, nei quali ci si incontrava ogni due anni, rappresentava una manifestazione della volontà di tutto il movimento. In essi ci si preoccupava dei problemi più scottanti della rispettiva situazione mondiale e si prendeva posizione al riguardo con deliberazioni e risoluzioni comuni. Così i temi principali dei congressi di Manheim, 1928, e Caub, 1931, furono la situazione sociale condizionata dalla cristi economica e la minaccia del nazionalsocialismo.

Si può fare solo una stima approssimativa del numero dei partecipanti. Dato che il Foglio domenicale del popolo operaio aveva all’incirca 2000 lettori, si può presumere che il numero dei partecipanti non era superiore.

Il gruppo che faceva capo a Paul Tillich, Carl Mennicke ed Eduard Heimann tentava di approfondire il socialismo religioso soprattutto nel campo letterario e aspirava, in questo modo, all’eliminazione del contrasto tra socialismo e cristianesimo. Esso formava il brillante coronamento del movimento pratico. La sua azione si diffuse naturalmente solo in circoli culturali, vie era però sufficientemente influenze. Esso non si attendeva niente dalla Chiesa per la soluzione dei suoi compiti. Così Mennicke pubblicava: Fogli per il socialismo religioso (1920/1927) Più tardi uscirono fino al 1933: Nuovi fogli per il socialismo curati da Eduard Haimann, August Rathmann e Paul Tillich.

Interroghiamoci ora sulla valutazione contemporanea dei socialisti religiosi. La Chiesa li respingeva come non cristiani. Ma anche nel movimento socialista essi vennero aspramente combattuti, per motivi opposti, dal punto di vista del materialismo. In verità il partito socialdemocratico tollerava ufficialmente i socialisti religiosi, ma non li sosteneva in nessun modo. Così, da nessuno amati, combattuti dalla propria Chiesa e da raggruppamenti di forze politiche di destra e di sinistra, i socialisti religiosi dovevano affrontare una lotta impari. L’irruzione del nazionalsocialismo nel 1933 pose fine anche al loro lavoro.

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Il movimento religioso sociale dei socialisti religiosi svizzeri

  1. Il movimento religioso sociale

 

  1. I socialisti religiosi svizzeri

Nel 1904 Herman Kutter, un parroco svizzero, raccolse i pensieri dispersi di Blumhardt nel suo libro  “Sie muessen” (essi devono), come in una lente focale. Con inaudita insistenza proclamò alla cristianità del suo tempo che era piaciuto a Dio mostrarsi nella socialdemocrazia atea e materialista, dato che essa compiva le opere che avrebbe dovuto compiere la cristianità. Così egli preparava il terreno per il movimento sociale religioso.

La conferenza che nel 1906 Ragaz tenne in Basilea, di fronte all’associazione dei predicatori, divenne il punto di partenza. Con la sua tesi: il Vangelo abbatte tutte le barriere e tende a rinnovare la vita, egli diede voce a una estesa volontà che creò la sua piattaforma in un movimento. Seguirono piccoli e grandi incontri di persone che la pensavano allo stesso modo e presto il movimento ebbe una larga base. Soprattutto le grandi riunioni erano molto frequentate. Vi partecipavano quasi tutti i circoli e per un certo periodo di tempo sembrò quasi che al movimento riuscisse di estendersi a tutta la Chiesa e gran parte del mondo operaio: Come organo venne fondato Neue Eege i cui redattori erano, oltre a Ragaz, Liechtenhan e Hartmann. Nei più diversi circoli ecclesiastici faceva sensazione ed operava da stimolo il fatto che esso sembrava superare i contrasti di parte esistenti, ecclesiastici e teologi. Si cercava di superare le parole d’ordine teologiche esistenti: Riformatori, Positivi, Conciliatori, con nuove parole d’ordine sociali. Si formarono dei gruppi in tutta la Svizzera. Numerosi parroci entrarono nel partito socialdemocratico e parteciparono in modo decisivo alla sua attività . Il Movimento tenne le sue conferenze a intervalli regolari. Si respinse una più rigida organizzazione poiché il movimento non voleva divenire né un partito politico, né partito ecclesiastico. Esso tendeva a un socialismo della “spontaneità”, verso le libere cooperative secondo l’esempio inglese, verso una società organizzata in libertà ed onesta che rende superfluo lo stato come istituzione esecutiva. Ed essi esigevano una grande comunità popolare, federale.

I socialisti religiosi agivano in parte all’interno, in parte in stretta relazione con il partito. A Zurigo ed altre località, soprattutto della Svizzera Orientale, si formarono comunità di socialisti religiosi –ecclesiastici. Si può avere un’idea dell’estensione del movimento dal fatto che alla terza conferenza religiosa-sociale dell’aprile 1909 parteciparono circa 200 teologi svizzeri, per lo più giovani.

Se Kutter aveva inizialmente esordito, per così dire, con squilli di tromba e aveva ricordato ai cristiani il diritto di Dio trascurato nei riguardi dei proletari, egli fu anche uno dei primi che si distanziò nuovamente dal movimento. Quanto più il movimento religioso sociale progrediva, tanto più egli se ne allontanava. Non volle mai comparire in pubblico. Voleva solo predicare e solo in Chiesa, a parte i suoi libri. Egli insisteva su questo punto: bisogna far agire solamente Dio e mettersi nell’attesa di Lui. E questo era il rimprovero contro gli altri, essi volevano agire da se stessi e, se possibile, anche con la politica. Così si rafforzò sempre più la divisione in un’ala attivista e un’ala quietista. Naturalmente ne risultava frenato lo slancio inizialmente così potente del movimento.

In occasione dello sciopero generale del 1912 a Zurigo, quando alcuni socialisti religiosi si opposero al bando militare e altre misure oppressive contro il mondo operaio e si impegnarono a favore degli operai, si giunse alla rottura. Kutter si distanziò pubblicamente dal modo di agire dei socialisti religiosi.

La prima guerra mondiale significò un grave disinganno per l’iniziale entusiasmo del movimento. Si estese, perciò, la coscienza di distanza tipica della futura teologia dialettica: il regno mondano e il regno di Dio stanno in rapporto di abissale opposizione l’uno all’altro.

Con il calo dell’elemento teologico, si compì una laicizzazione del movimento religioso-sociale. Rasgaz rinunciò al suo incarico per dedicarsi completamente a questo lavoro. Egli divenne la guida di Settlement , il “Gartenhof”. Questo, oltre che centro d’azione per il movimento sociale, divenne punto d’incontro del proletariato e una specie di scuola popolare. Il lavoro del movimento tendeva soprattutto al corporativismo. Inoltre faceva valere il suo influsso nel partito. Esso si oppose con tutti i mezzi al tentativo di legare il movimento operaio svizzero alla III Internazionale. Per poter combattere più efficacemente “la fede nella violenza” degli operai venne fondato accanto a Neue Wege la rivista Der Aufbau, specializzata in problemi socialisti.

Essa divenne anche il cnetro della lotta contro il militarismo nella Svizzera. Chiedeva servizio civile, disarmo e obiezione di coscienza. Quando nel 1935 il partito socialdemocratico assentì alla difesa militare del paese, Ragaz e alcuni suoi prominenti amici se ne staccarono.

Dopo la morte di Ragaz, nel 1948, si giunse ad una divisione sul modo di giudicare il comunismo e la politica sovietica. “La nuova unione religioso-sociale” (organo: Der Aufbau), è contrariamente alla “Unione religioso-sociale” (organo: Neue Wege), espressamente anticomunista.

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I precursori del socialismo religioso

Breve sommario storico

La vaga impressione che anche gli esperti hanno avuto del fenomeno del socialismo religioso e che non di rado è stata di peso per esso, dipende certamente dal fatto che si era cercato fino ad ora di descriverlo sempre con categorie teologiche. Nel migliore dei casi, queste venivano onorate con un paio di date per il lettore, almeno tramite il rinvio a luoghi e date, potesse credere quello che non poteva  comprendere dalla precedente descrizione teologica e cioè che una realtà come il socialismo religioso è veramente apparsa nella Chiesa.  Perciò qui bisogna resistere alla tentazione di rispondere con un’informazione teologica di rispondere alla domanda: quale realtà si ha di fronte quando si parla di socialismo religioso?

Quando più naturalmente il socialismo religioso si basava su una teoria teologica, tanto meno esso intendeva primariamente in tale teoria. Affrontarlo principalmente a partire dalla sua teoria teologica significa, assolutizzare sproporzionatamente una parte non inessenziale, ma secondaria di questo fenomeno. Se si cerca invece, di avere una visione di tutto il socialismo religioso in tutte le sue intenzioni più proprie e non solo di un aspetto particolare, secondario, allora bisogna descriverlo come esso si è manifestato nelle si sue più diverse espressioni e nel suo sviluppo. Poiché il socialismo religioso non è primariamente teologia, ma la storia di se stesso. Se si vuol dunque, comprendere l’essenza di questo movimento, non ci può sottrarre allo sforzo di esporre i dettagli storici.

  1. Precursori
  2. I socialisti cristiani inglesi e francesi nella prima metà del secolo XIX

Diversamene che in Germania, i problemi che sorsero a causa della rivoluzione industriale, vennero  sentiti subito dai cristiani di Francia e Inghilterra. Già dall’inizio del secolo XIX essi si chiedevano come formare un ordine sociale che soddisfacesse al comandamento dell’amore del prossimo nelle mutate condizioni della incipiente era industriale con le sue grandi masse di proletariato nullatenente .

I primi socialisti religiosi li vide la Francia. Il conte St. Simon voleva fondare una nuova religione il cui punto focale fosse la frase: “ama il prossimo tuo come te stesso; questa sublime, fondamentale proposizione contiene tutto ciò che di nuovo vi è nella religione cristiana!. Così egli si pone dalla parte dei poveri e diseredati e postula dalla Chiesa e dai possidenti che il loro amore si ponga al servizio di questi uomini. L’industria doveva essere edificata sulle fondamenta dell’eguaglianza e della giustizia. Poiché essa doveva occupare migliaia di operai, fallì in breve tempo.

Lamennais, un prete della chiesa cattolica, che più tardi venne espulso, incitò gli oppressi a combattere per la libertà: “Dio non vi ha fatti per essere gregge di pochi altri uomini” Poiché Lamennais era una personalità religiosa brillante, i suoi discorsi infiammavano i cuori dei suoi ascoltatori. Tuttavia i suoi scopi restarono indeterminati e poco chiari.

Il socialismo religioso dei francesi St Simon, Lamennais e infine Bazard consisteva principalmente in progetti di nuovi modelli di società. Esso anticipava il comunismo nella base comunitaria senza proprietà privata. Poiché ebbero solamente insuccessi, si trovarono presto di fronte a un rifiuto unanime. Cos’ i loro tentativi di realizzare un nuovo modello di società non andarono al di là di modesti inizi.

Lo sviluppo andò diversamente in Inghilterra. Lì, alcuni cristiani sentirono presto i problemi sociali come sfida al loro cristianesimo pratico. Relativamente presto venne compresa anche la questione degli operai e si pretese, come Lord Aschley nel 1833 nella camera bassa, una limitazione del tempo a dieci ore giornaliere. Il circolo intorno a J. St. Mill si avvicinava al socialismo e così il Liberismo inglese ebbe nelle sue file, già negli anni trenta , un gruppo orientato fortemente in senso politico, sociale, attraendo completamente dal fatto che tutto lo sviluppo politico si liberò presto delle tendenze feudali-conservatrici e osservava la situazione contemportanea con oggettività e osservava la situazione contemporanea con oggettività e meno pregiudizi. D’altronde, afffianco alla Chiesa, vi erano numerose chiese libere di tradizione calvinista e battista con principi comunitari democratici, dove veniva preso seriamente il pensiero del sacerdozio universale dei fedeli e dove soprattutto circoli di piccoli borghesi e operai trovavano il loro rifugio spirituale. Così si può dire che il socialismo d’Inghilterra ebbe origine proprio nelle case popolari metodiste e ha, così, una radice cristiano-religiosa.In ogni caso non era raro che politici socialisti predicassero dal pulpito di comunità di diverse denominazioni, domenica per domenica. Perciò le tendenze cristiano socialiste vi trovarono numerosi aderenti. Carlyle, Kingley, Robertson, Maurice, Ludlow, Hughes, Neale divennero portavoce dei “Christian Socialist”.

Owen, Kings, Mitchell e gli “onesti pionieri di Ronchdale” realizzarono le prime riforme sociali organizzando scuole popolari, comunità di produzione e consumo.

  1. Tendenze sociali nel liberalismo religioso tedesco

Si usa addurre come esempio tipici del pensiero sociale nel protestantesimo tedesco del secolo XIX Wichern e Stoecker. Per quanto ambedue abbiano anche potuto comprendere il problema sociale, la loro sottolineata intenzione di opporre al socialismo della socialdemocrazia un socialismo intraecclesiastico, limitava le loro possibilità di comprensione e di operazione.

Inoltre i problemi e i bisogni che sono legati al sorgere del mondo dell’industria moderna sono legati al sorgere del mondo dell’industria moderna, troveranno, nel protestantesimo tedesco, i loro primi difensori nel liberismo.

Harnack non aveva dubbi che “Gesù sarebbe stato oggi dalla parte di coloro che si sforzano audacemente di lenire la dura situazione del popolo che si sforzano audacemente di lenire la dura situazione del popolo operaio e di procurargli migliori condizioni d’esistenza”. Egli vedeva un compito potente nel problema sociale.

Il giovane Naumann credette di poter opporre qualcosa di simile al socialismo di Karl Marx. L’amore, l’amore fraterno, soccorritore doveva essere il nuovo spirito della comunità. Gesù venne presentato come uomo del popolo al centro della metropoli e della fabbrica e vennero studiati i contrasti tra esigenza e realtà. Doveva crescere l’influsso della massa operaia, venne riconosciuta la lotta di classe, venne ingaggiata una dura battaglia contro i portatori del vecchio, i conservatori.

Adolph von Harnack, Friedich Naumann, George Schmoller, Paul Goehre e Max Weber, collaboratori nel congresso evangelico-sociale, si impegnarono per le riforme sociali e ne dedussero anche una reale comprensione per l’intento della socialdemocrazia, allora orientata prevalentemente in senso revisionistico. Fin dove si spingeva l’impegno per gli interessi degli operai lo mostra il fatto che si solidarizzava con loro negli scioperi e si giunge a concrete azioni per mitigare l’indigenza tra gli operai in sciopero.

Tuttavia né il partito di Naumann ebbe successo nelle elezioni, né Naumann potè restare fedele ai suoi principi fondamentali. Osservando il problema del socialismo dall’esterno, evidentemente non si poteva andare oltre. Perciò, negli anni novanta del secolo scorso, alcuni parroci liberali entrarono nel partito socialdemocratico. Essi lo fecero, benché a causa della loro partecipazione al movimento degli operai, furono sospesi dalla loro carica e perciò gravemente danneggiati nel loro stato sociale. La tendenza verso riforme sociali, come si rivelò nel congresso evangelico – sociale, si esprimeva anche nel circolo di amici che faceva capo alla rivista Die Christliche Welt (Il mondo cristiano) e in essa stessa.

Questa vedeva uno dei suoi compiti nel sensibilizzare la conoscenza della borghesia cristiana per la questione sociale e nel tener vigile l’interesse per il proletariato.

E’ necessario studiare accuratamente il ruolo che ha avuto il liberalismo religioso nel cammino verso un socialismo religioso. In verità i socialisti religiosi ci tenevano in genere a staccarsi decisamente dal liberalismo. E la sottolineatura saltuaria del motivo del regno di Dio, in effetti, è in netto contrasto con l’individualismo liberale. Tuttavia non bisognava lasciarsi ingannare a proposito dei forti legami che esistevano tra i due movimenti.

In realtà il liberalismo religioso portava con sé la libertà indispensabile per poter affrontare la problematica sociale con la necessaria apertura. Ciò lo si può chiaramente capire soprattutto in Svizzera dove i riformatori liberali affrontarono le questioni sociali in maniera essenzialmente diversa dalle Chiese ortodosse tedesche. Ed è molto significativa l’affermazione che la riforma, pensata conseguentemente fino in fondo, portava al movimento religioso sociale. Ne è prova il fatto che tutti i leaders del movimento religioso-sociale provenivano dal liberismo.

Inoltre alcuni liberali consideravano indice di decadenza il fatto che il libero protestantesimo, come movimento generale, non aveva cooperato all’ulteriore sviluppo verso il socialismo religioso.

 

  1. Christoph Blumhardt

Christoph Blumhardt stesso non è ancora un socialista religioso, tuttavia a lui spetta un posto particolare nel movimento del socialismo religioso. Blumhardt, difatti, fu colui che non solo comprese e sostenne le richieste del mondo operiao, ma colui che, simbolicamente da parroco, osò passare al partito socialdemocratico.

Nel 1989 la SPD tenne il suo congresso nell’immediata vicinanza di Blumhardt, a Stoccarda,. I giornali riferirono dell’attività di Stoecker e Naumann. Questi influssi lo spinsero già, forse, a occuparsi di letteratura socialdemocratica. Il colpo decisivo, però, glielo diede il “progetto di incarcerazione” dell’imperatore che intendeva abolire il diritto di sciopero degli opeai. Allora Blumhardt partecipò a Una assemblea popolare e si dichiarò solidale con la socialdemocrazia. Il 24 ottobre 1899, più che cinquantenne, entrò nella SPD.  Quando egli rese noto questo suo passo, fu invitato a rinunciare al titolo e ai diritti di parroco. La maggior parte dei suoi amici si allontanò da lui.

Nelle elezioni nazionali del 1900 egli conquistò per la prima volta il mandato di Goepping alla SPD e la servì per sei anni come deputato.

Blumhardt vedeva nella socialdemocrazia un segno speciale del giudizio e della promessa di Dio. Dato che nel mondo dominava lo spirito del capitale con la sua brama di profitto, il sistema capitalista era per lui contrario a Dio e il movimento oppositore, il socialismo, benché si comportasse ancora così ateisticamente, realizzava la volontà di Dio. In questo affannarsi per mutare tutti i rapporti sociali in un ordine giusto, egli scorgeva un inconscio affannarsi per il regno di Dio e la sua giustizia. Al contrario di quel cristianesimo che mirava solamente a cambiare la mentalità e non i rapporti, egli sottolineava con sempre maggiore insistenza che lo scopo dei piani di Dio era che tutto  doveva diventare nuovo, l’interno come l’esterno, il singolo come la società. La fine delle vie di Dio è la corporalità.

 

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Un resto rimarrà : predica di Ragaz digitalizzata dai quaccheri

Un resto rimarrà

Predica di Leonhard Ragaz – digitalizzazione a cura di Maurizio Benazzi per l’Italia

 

“Come un terebinto e come una quercia quando perdono la chioma, ma conservano il tronco; è un seme santo il suo tronco” (Is 6,13)

E’ un pensiero di consolazione che ritorna insistentemente presso i profeti: “Un resto rimarrà”. Può anche fallire tutto ciò in cui si era impegnati, può venire meno sotto i fulmini del giudizio divino ciò che era alto e rigoglioso: se in esso c’era qualcosa che proveniva da Dio, qualcosa in cui era riposta la speranza, la fede, la sofferenza dei suoi fedeli, qualcosa che era stato bagnato col sangue, allora ciò si rivelerà come “seme santo” da cui, a suo tempo, spunterà nuova vita.

Questo pensiero – che è più di un puro pensiero – è presente in maniera particolarmente insistente e commovente nel potente racconto della vocazione di Isaia. Egli viene chiamato. Tremante, profondamente spaventato per la sua insufficienza e indegnità per questo incarico, alla fine obbedisce: “Eccomi, sono qui, invia me”. Ma che cosa deve annunciare? Qualcosa di molto strano, di contradditorio: “Ascoltate con le vostre orecchie – ma senza capire ! Vedete coi vostri occhi  – ma senza riconoscere! Appesantisci il cuore di questo popolo, rendilo duro d’orecchio, acceca i suoi occhi, di modo che con i suoi occhi non veda e con i suoi orecchi non intenda e il suo cuore non comprenda ed egli si converta e viva”. Questo significa : “Tu nella tua predicazione, non puoi contare sulla comprensione per la volontà di Dio e obbedienza nei suoi riguardi, ma devi aspettarti  totale insensibilità e completo insuccesso. Ogni insegnamento pratico resterà incompreso, le tue parole si perderanno nel vuoto  dell’aria, i cuori  saranno solo induriti dalla tua predicazione di penitenza, ed essi scherniranno la tua promessa. Ci sarà solo scandalo, dispiacere”. Una visione veramente tetra, uno sprone per l’agire profetico! E’ come se un’esperienza fosse penetrata nel ricordo della vocazione ed abbia attribuito un ruolo maggiore a un elemento che inizialmente vi era presente solo a uno stadio germinale. Isaia risponde a Dio: fino a quando? E riceve la risposta: “fino a quando le città saranno devastate di modo che non vi si incontri più  abitante, le case vuote e i campi deserti, finché Jahve non ne avrà cacciato gli uomini e la solitudine sarà diventata grande nel paese. E se vi resta ancora un decimo anche questo sarà ancora votata alla spoliazione. Ma, come un terebinto e come una quercia quando perdono la chioma, ma conservano il tronco; così rimarrà un resto come santo”.

Ed è poi successo così. La quercia di Giuda cadde come il terebinto di Israele era già caduto prima. Il popolo andò in esilio, prima una parte poi un’altra. Il tempio di Gerusalemme divenne un cumulo di rovine e la città santa covo di sciacalli. Tutto sembrò finito e passato. Ma rimase un resto. Restò quel che i profeti avevano creduto, lottato, sofferto, predetto. Eran stati pochissimi coloro che lo avevano accolto in sé – ma cosa erano questo paio di persone senza influsso e rispetto nei confronti della schiera di politici, preti, falsi profeti e la massa cieca del popolo? Ma questi pochi, disprezzati e scherniti , diffamati come traditori della patria divennero il seme santo da cui Israele rivisse nuovamente. Anzi: le parole e l’azione profetica divennero questo seme santo da cui crebbe l’albero che è divenuto la vita dell’umanità. Da Israele è uscito finalmente Cristo e il suo regno; il regno di Dio sarà l’ultima parola della storia.

Questo motto: “Un resto rimarrà” mi è sempre nuovamente ritornato in mente nell’ultimo tempo , in connessione con la riflessione sulla situazione svizzera. Mi sembra anche per questa la nostra ultima e unica consolazione. Poiché per il resto va male. Tutto ciò che in questi tempi decisivi è stato intrapreso sia di singoli che da interi circoli per la salvezza e il rinnovamento della Svizzera, tutte le tendenze nuove che ci sono mostrate, tutte le forme di vita che sono state fondate, ogni fede, ogni speranza, ogni amore che sono stati difesi, ogni annuncio di giudizio e grazia – ammettiamolo francamente: ne è stato poco o niente.

Politici, preti, intellettuali hanno gli orecchi chiusi e i cuori induriti, mentre la massa, come se non avesse mai sentito parlare della parola di Dio, del tempo del giudizio e della salvezza, obbedisce al suo ritmo di vita sordo e selvaggio si lascia smuovere solo dalle parole della demagogia. Fiori e foglie sono caduti dall’albero della nostra speranza e chissà che un giorno un colpo di fulmine non causi una grave catastrofe anche al tronco? Il nostro popolo ha meritato ampiamente questo giorno di giudizio.

E che? Dobbiamo ritirare le mani dall’aratro? Dobbiamo disperare?

No! Poiché “un resto rimarrà”. Di questo possiamo esser certi. Fiori e foglie possono passare, molti, molti dei nostri sforzi potranno rivelarsi secondari e passeggeri, sì , può cadere il tronco, la catastrofe storica che, per così dire, viene tirata con la corda (un’altra immagine profetica!) da politici, giornalisti, preti e falsi profeti, industriali, letterati. Intellettuali ed anche dalla maggioranza accecata, può colpire il nostro paese devastandolo: ma resterà il ceppo santo, resterà ciò che il nostro cuore fertilizza con il suo sangue; crescerà a tuo tempo più bello, più glorioso di quanto noi l’abbiamo pensato. Resterà la Svizzera per quel che un piccolo gruppo di uomini disperso nel paese, proveniente da ogni genere di strato sociale e di partiti, ha creduto, sperato, amato. Sofferto per essa. Questa è la forza della resurrezione per la quale essa si solleverà dalla catastrofe. Continuiamo perciò a lavorare con fiducia in mezzo a tutte le delusioni, a tutti gli insuccessi, a tutte le miserie, lavoriamo sempre con maggiore fedeltà, maggiore sincerità e decisione purificati sempre dal fuoco del giudizio divino: niente, proprio niente sarà vano. “Un resto rimarrà”, e in mezzo a questo “Resto” vi sarà certamente conservato tutto, tutto quello che avremo fatto da Dio, sì, tutto quello che avremo fatto solo con il nostro debole cuore e turbidamente, ma in fedeltà, apparentemente ridotto, ma purificato, benedetto, santificato.

Sotto lo stesso punto di vista dobbiamo porre, credo, tutto il nostro agire nell’era attuale. Non neghiamo affatto che noi, a fianco dell’attesa della venuta dei giudizi e delle catastrofi, che ci hanno accompagnato attraverso la vita, abbiamo custodito generose speranze e abbiamo visto davanti a noi nobili fini per cui lavorare e lottare. La guerra ha incrementato tutti e due: l’atmosfera da giudizio come pure la speranza (I teologi la chiamano attesa escatologica- apocalittica)). La speranza era allora – ed è – non solo l’eccelsa, l’ultima speranza, lo stesso regno di Dio, essa aveva ed ha anche forme umane, temporanee , come sono democrazia, socialismo, superamento della guerra, nuova cultura. Quel periodo può durare a lungo, può anzi sopravvivere a coloro che ora sono ancora giovani. Quel che viene immediatamente è la progressiva desolazione della vita spirituale, il progressivo appianamento della cultura, la progressiva meccanizzazione, il progressivo imbruttimento e progressiva demonizzazione. Diverrà sempre più assurdo parlare ancora di cultura. Noi affondiamo ogni giorno più nella inciviltà di ogni specie. Democrazia? Socialismo? Nuova cultura? C’è da ridere! Dittatura del mammone e della violenza, pane et circensia, l’apparire del più selvaggio egoismo e brutalità atea  – questo si profila all’orizzonte immediato. Sì , questo quadro può divenire ancora più tetro. Allora, il mondo attuale, in blocco, avrà un futuro? Non è stato già suggellato il tramonto dell’Occidente ? Non lo indicano tutti i segni a colui che può vedere? E’ concessa ancora una delazione al mondo? Non si avvicina il grande cambiamento di cui testimonia la promessa del ritorno di Cristo? Non assisteremo in misura maggiore al sorgere e all’ascesa di tutte le potenze avverse a Dio, demoniache, sataniche? L’Anticristo non installerà sempre più chiaramente la sua signoria? E al contrario: non dobbiamo tendere con ogni sforzo ed ansia all’unico fine: la venuta di Dio con il suo regno per giudicare, ma soprattutto per giustificare? Perché in tempi simili, alla vista di tali segni, dovremmo ancora occuparci di cose umane e transitorie? Tutto è vano? Che cosa bisogna rispondere?

Di nuovo: in qualsiasi modo possano svilupparsi questi tempi: “un resto rimarrà”. Quel che noi oggi facciamo per questi scopi e speranze nobili ed umane, per democrazia, socialismo, pace, nuova cultura, può sembrare che sia come sperso nella sabbia e nel fango, può temporaneamente sembrare completamente senza senso – ma non sarà vano. E’ un seme santo per un futuro che è vicino, ma può essere anche lontano, che importa? Quel che oggi facciamo – lo sottolineo fortemente  – perché dobbiamo farlo , perché è oggi necessario , organico, richiesto, non solo sognato, questo è anche necessario per il futuro, lo prepara, ne conserva le radici. E questo rivivrà quando da queste radici, da questo santo ceppo crescerà il nuovo. Non vi è mai nella storia solo interruzione e rottura, vi è dappertutto connessione e continuazione. Quel che fecero i profeti in Israele apparentemente senza speranza – davanti alla rottura e alla interruzione  – era il futuro. Ad esso si rifecero i profeti della nuova era. Su Isaia edifico il Deuteroisaia e su Geremia i Salmisti finché dalla quasi avvizzita “radice di Isaia” spunto il pallone che divenne la salvezza del mondo. Quando tutto il mondo antico tramontava con il suo splendore; Agostino sentendo, per così dire, il rumore dei Vandali che assalivano la sua sede episcopale in Africa, scrisse il suo libro La città di Dio che, forse, un uomo poteva scrivere solo allora e che al di là di quel tramonto del mondo, indicò la nuova era.

Dunque continuiamo a lavorare con fiducia. Lavoriamo tranquillamente anche per democrazia, socialismo, pace mondiale, nuova cultura. Se non lo praticheremo come uno sport, ma come incarico, aderendo organicamente allo sviluppo di questi tempi voluto da Dio, allora lavoriamo nel modo migliore anche per il futuro e per tutti i tempi. E quand’anche i fini immediati del nostro lavoro fossero senza valore   un successo immediato un lavoro a così lunga scadenza, un lavoro nell’invisibile, dovrebbe essere privo di gioia senza la quale non si dà un operare proficuo; sarebbe troppo fortemente gravato dalla rassegnazione. Certo, questa considerazione non è del tutto falsa. La rassegnazione, sotto certi punti di vista, è sicuramente la sorte della nostra generazione. E la rassegnazione può paralizzare. Sì, ma essa può anche rafforzare, vivificare. Liberando da illusioni, essa può suscitare la speranza, sprangando false strade, può condurla a quelle più profondi sorgenti dell’agire che vengono dall’eternità, in cui ha vita e successo, e immediato, ogni azione che da essa proviene. Chi può comprendere comprenda! Ma io aggiungo che un nuovo mondo cresce proprio sulle rovine del nostro tempo, che sulle vette si affaccia l’aurora di un nuovo giorno e qua e là, nelle profondità , già splende un alcune delle più grandi esperienze sono unite con l’immagine di questa epoca, così la speranza nella raggio del nuovo sole. Proprio alcune delle più grandi speranze sono unite con l’immagine di questa epoca, così la speranza nella pace, la visione di una nuova unità dei popoli, anzi la promessa di un nuovo  tempo di Dio. Non dovrebbe essere questa una fonte di entusiasmo, sufficientemente profonda e potente? E se certi scopi, nelle forme attuali, dovessero essere veramente superati, non potrebbero rinascere rinnovati? Invece della democrazia non potrebbe affermarsi una nuova conoscenza di Dio, una nuova vita in Dio? Gli scopi per cui oggi noi lottiamo , non potrebbero essere delle figure mummificate che, gettando la loro maschera, sarebbero più splendenti di quanto noi le avessimo pensate? Proprio l’enorme indigenza di questo tempo – intendo adesso soprattutto indigenza spirituale – non potrebbe essere uno stadio preparatorio ed anche precondizione di un nuovo mutamento totale, un mutamento verso Dio e verso l’uomo? E non potrebbe essere che noi, a volte, proprio tramite il lavoro per fini superati giungiamo a quelli viventi ed oggi validi, mentre senza questo lavoro saremmo semplicemente affondati nella sabbia e nel fango?

Io metto tutto insieme! Se Dio vive e noi lavoriamo per lui, “facciamo opere” con lui, allora possiamo lavorare con gioia anche in questo tempo. Poiché dio è gioia in ogni tempo, ,e precisamente l’unica gioia. In ogni tempo egli ha per noi un lavoro che ha la sua gioia. Chi serve a Lui non lavora mai senza speranza, mai senza “successo”.

Tutto questo vale anche per il caso estremo, se così possiamo dire. Anche se la fine dei tempi fosse vicina, dovremmo lavorare e non lo faremo invano. Il Signore ci deve trovare lavorando quando viene. Poiché solo colui che lavora è sveglio. Chi non lavora, s’addormenta e sogna, come si addormentano le vergini  stolte. Ma possiamo lavorare solo per compiti umani, concreti, temporanei. In questi ci viene incontro Dio. Egli non reputa vile il far ciò  – questo lo credono solo i teologi e la gente pia, mentre la Bibbia insegna dappertutto il contrario – è , per dire così, la sua incarnazione generale che ci viene incontro in questo modo . Se , dunque, facciamo il lavoro che noi sentiamo necessario, se combattiamo per fini umanamente nobili ed elevati, siano anch’essi solo transitori, prepariamo così nel migliore dei modi il ritorno di Cristo, prepariamo noi stessi  ad esso nel modo migliore. Sì possiamo e dobbiamo dire : non nell’ambito privo d’aria della sola teologia e devozione, ma nella lotta con compiti affidati da Dio a questo tempo sentiamo l’alito che precede la venuta di Dio e il nostro cuore sarà pieno della più grande gioia che è appunto Dio steso . E in ciò possiamo anche avere la consapevolezza: Dio ha bisogno di noi! Poiché egli non può venire da oziosi, non può venire da addormentati, può venire solo da persone preparate, sveglie, aspettanti  e queste sono i lavoratori. Perciò, proprio in tempi simili, la nostra azione è necessaria e perciò , lo ripeto, più gioiosa che mai, se noi comprendiamo tutto giustamente.

Finalmente possiamo applicare questo punto di vista consolante anche alla nostra vita personale. Anche qui è lo stesso: molto, molto, forse la maggior parte di ciò a cui noi singolarmente tendiamo, avvizzisce. Fiori e foglie cadono. Quel che noi desideriamo non si realizza. Anche qui son possibili delle catastrofi. Fallimenti sia nel particolare che nel generale. Spesso questo si verifica in modo particolarmente tragico nella vita di coloro che definiamo grandi. Quale delle grandi speranze di Lutero, Zwingli, Pestalozzi, Wilson (oso nominare anche lui!) si è realizzata immediatamente? Tanto , andò storto. Zwingli cadde a Kappel sotto i colpi di un coltivatore di riso. Carlo V con l’arciduca Alba giungeva sulla tomba di Lutero, un anno dopo la sua morte, Pestalozzi, vecchio, abbandonato meditava in Neuhof sul tramonto della sua opera, Wilson morì dimenticato.

E tuttavia anche qui: “un resto rimarrà”. Dal ceppo dell’albero colpito dal fulmine è cresciuta nuovamente la riforma di Zwingli e Lutero e forse vedremo i giorni in cui opererà un nuovo sviluppo del bene e del fine ultimo che essi intendevano; dal canto del cigno del vecchio Pestalozzi è sorto il potente coro di un nuovo amore al popolo che diviene sempre più  forte; la società delle nazioni di Wilson vive. E così avverrà anche per noi, piccoli, piccolissimi . Può anche svanire tanto della nostra opera, fiori e foglie possono cascare, sì , si possono rompere anche interi rami , può anche succedere la catastrofe, l’insuccesso totale può essere la fine , la prima fine: “Un resto rimarrà”. Crescerà dal nocciolo più interno di ciò che noi abbiamo creduto e voluto, dalla sua radice santa, piantata da Dio, anche diversamente, forse, da come noi l’avevamo pensato, ma insospettabilmente bello e splendente. Crescerà proprio dalle più dure sconfitte , dalle peggiori delusioni, dal più amaro dolore. L’estremo insuccesso temporaneo diverrà forse condizione della riuscita finale. Consoliamoci e siamo sempre più fedeli, più perfetti, decisi, puri, soprattutto seminiamo di buona volontà il seme santo del dolore; la semina quando noi la vedremo più con gli occhi terreni, crescerà meravigliosamente sul campo di Dio. E’ bene , forse, che noi ora non la vediamo.

Ancora una volta per tutto e nel senso più forte e santo: “Un resto rimarrà”

 

 

 

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Che cosa è il socialismo religioso? Prima parte

Leonhard Ragaz: Che cosa è il socialismo religioso?

Se debbo tentare di rispondere molto brevemente, più per accenni e allusioni, che sistematicamente ed esaurientemente alla domanda: che cosa è il socialismo religioso, allora sono prima necessarie due premesse:

Prima di tutto quando si parla di socialismo religioso non si può troppo considerare in nome di questa realtà come indicazione del suo essere; per quanto io sappia, esso è sorto casualmente e non bisogna attribuirgli importanza in alcun modo. Paragonandolo con esempi maggiori: esprime tanto poco il senso e la portata della realtà alla quale richiama, quando lo fanno rispettivamente i nomi “Protestantesimo” e “Cristianesimo”. I nomi provengono spesso da circostanze esterne, occasionalmente, come ho accennato da momenti puramente casuali. Perciò si può avere qualche indicazione simbolica, ma non si può pretendere di dedurre troppo da loro, in nessun caso.

La seconda premessa è ancora più importante. Di fronte a un tale fenomeno come il socialismo religioso, facciamo bene a ricordarci delle tesi di Bergson, di definirlo il vivente. In quanto il vivente come tale è in divenire continuo è pieno di sviluppo creativo. Si può definire (vale a dire comprendere e in concetti definiti), solo il perfetto, non ciò che sta sviluppandosi, ciò che sta riposando non ciò che è mosso. Quando abbiamo a che fare con qualcosa di vivente, diveniente, crescente, non possiamo formare dei concetti finiti nei quali incarcerarlo, noi possiamo, per così dire, indicare il posto in cui si sviluppa il suo essere, accennare al suo senso e contesto, possiamo innalzare la sua bandiera ed erigere il suo vessillo. E si capisce allora da se stesso che ogni simile tentativo è soggettivo, anzi in un senso ancora diverso da quanto si verifica in ogni altro tentativo di comprendere un soggetto, pensando e guardando. La cosa si presenta allora così che colui che descrive un movimento è al tempo stesso uno che lo paragona con molti altri e lo comprende proprio nel suo modo particolare.

In questo senso sono da intendere le spiegazioni  seguenti, non vogliono essere una definizione, ma una indicazione e una testimonianza.

Vorrei affrontare il tema in modo tale che per amore di semplicità e trasparenza nella rappresentazione, io prenda l’avvio da due errori che spesso, come mostra l’esperienza, sono inerenti alla realtà chiamata socialismo religioso. Si può credere che si tratti si tratti di socialismo con un po’ di colorazione religiosa, oppure di cristianesimo con un ò di colorazione sociale. Rispettivamente, allora, ci si rivolge contro il socialismo religioso dal punto di vista religioso profondo e autonomo contro qualcosa che si ritiene una pianificazione e uno sdilinquimento preciso, deciso concepito, forse, come fortemente rivoluzionario, come contro qualcosa che si ritiene un indebolimento riformista e una deviazione ideologica e confusione della lotta socialista. Allora il socialismo religioso si trova tra religione e socialismo come qualcosa di torbido, nebuloso, debole prodotto bastardo osteggiato da tutte e due le parti, disprezzato dai più tipici rappresentanti di tutte e due le potenze.

Bisogna quindi spazzar via questo doppio malinteso se vogliamo progredire la nostra causa potentemente.

2

Comincio con ciò che è la religione nel socialismo religioso. E mi si permetta allora di parlare di cristianesimo anziché di religione, oppure quando dico “religione” si comprenda semplicemente “cristianesimo”. Poiché questo tempo davanti agli occhi, solo di questo posso parlare con una certa competenza. Ma quel che dico in proposito può certamente valere –mutatis  mutandis – anche del giudaismo per esempio che si riconosce nel socialismo religioso e felicemente vi è un tale giudaismo e, per di più, nient’altro che disprezzabile, come  pure riguarda il rapporto del protestantesimo e il cattolicesimo al socialismo religioso. Quando io parlo di “cristianesimo” anche questo è ovviamente un concetto problematico, un concetto che forse comprende in maniera esigua quel proprio che noi socialisti religiosi intendiamo, ma è il concetto che più da vicino richiama il nocciolo dell’essenza del nostro problema.

In questo senso dichiaro :il socialismo religioso non deve e non vuole essere solo un socialismo con colorazione religiosa ma semplicemente l’intero cristianesimo senza alcuna diminuzione. Esso abbraccia tutta la verità, non solo una parte di essa. Non si tratta di diminuzioni o divisioni, ma della comprensione del tutto: il socialismo religioso è una comprensione di tutto il cristianesimo di cui mette in evidenza il senso sociale.

Naturalmente anche questa definizione deve essere salvaguardata da false interpretazioni. Se il socialismo religioso mette in evidenza il senso sociale del cristianesimo, questo non vuol dire per es. che esso elimini  il senso individuale del cristianesimo. Questo resta ma si unisce al senso sociale. Il rapporto reciproco dei due elementi lo si può concepire diversamente. Lo si può pensare in modo pensare in modo polare ossia che vi sia una tensione tra individuo e comunità oppure si può ordinare oppure sottomettere il momento individuale a quello sociale. Per in nostro problema è secondario se ha luogo la prima o la seconda soluzione. In tutte e due i casi si può sostenere tutta la verità sociale del cristianesimo. Carlyle, Vinet, Tolstoi, Lagarde sostengono con uguale impeto sia i diritti e i doveri  dell’individuo che i diritti e i doveri della comunità.

Il socialismo religioso è una visione sociale di tutto il cristianesimo. Non è neppure, dunque, una certa modernizzazione che porterebbe via dal cristianesimo tutto ciò che potrebbe essere d’intralcio , per es. al socialista comune di tendenze moderne. Esso, in quanto tale, non è quindi razionalismo, liberismo, o modernismo. Per dirla paradossalmente il socialismo religioso accetta non solo la fede della nascita verginale da Maria di Gesù come la presenta il Nuovo Testamento (i teologi comprendono perchè parto proprio da questo esempio!) ma anche la confessione di fede atanasiana e tutto il dogma della Chiesa.  Si voglio parlare ancora più paradossalmente: esso presuppone tutto questo , tutto questo gli appartiene.  Se non vuole perdere qualcosa del suo senso pieno, non le può mancare nessun granello del tesoro autentico e originale della verità cristiana.

Certamente mi debbo affrettare a dire che esso rinuncerebbe anche a se stesso se volesse, per esempio comprendere il credo in senso dogmatico- intellettuale e renderlo suo centro d’interesse. Esso non può essere ortodosso se con questa parola si intende se la forma intellettuale del dogma oppure,  in generale, la comprensione intellettuale a una qualsiasi verità di fede sia essa desunta immediatamente dalla Bibbia, sia essa espressa dommaticamente,  fosse l’essenziale o la condizio sine qua non di tutto il resto. Esso verrebbe eliminato se la concezione verginale di Cristo o tutto il resto del credo atanasiano, in quanto formula, dovesse divenire il distintivo del discepolo di Cristo. Perchè verrebbe cosi eliminato il nocciolo e lo splendore del socialismo religioso: la comunità la cui ultima parola è l’amore per cui resta l’ultimo e il massimo distintivo del discepolo di Cristo. Ogni accentuazione unilaterale della formula allontanerebbe da esso  e porterebbe, in qualche modo, ad un individualismo religioso di falso genere.

Comunque sia – ritorno subito all’argomento – il socialismo religioso deve in ogni caso abbracciare tutto il cristianesimo. Esso si mantiene assolutamente fedele alle verità antiche, fondamentali del cristianesimo, le spiega solo diversamente, le comprende in maniera diversa da come per lo più le si è comprese finora. Da questo punto di vista esso non è assolutamente niente di nuovo, ma solo una spiegazione dell’antico e dell’antichissimo; sì come tutti questi movimenti  sentirà il bisogno e pretenderà di rifarsi proprio all’antico e all’antichissimo e concepirlo in maniera nuova. Il cristianesimo ha annunciato unilateralmente, per lunghi periodi, la verità individuale. Ha fortemente spinto verso il centro il suo annuncio fra Dio e il singolo, dal Dio al singolo e dal singolo a Dio. L’assioma di Agostino “Dio e l’anima, l’anima e il suo Dio” è stato addirittura superato dai riformatori e più ancora dai suoi successori. Il cristianesimo ha annunciato e rappresentato  profondamente, riccamente, e potentemente la redenzione e la salvezza individuale – la vittoria sul mondo, carne, morte diavolo ad opera della potenza di Dio e la sua Grazia apparsa in Cristo, la vita e la beatitudine che ne derivano  – ma quasi sempre con un forte accento sul singolo e uno molto più debole della comunità.  Detto più precisamente: la redenzione sociale, la redenzione del mondo, da peccato,  necessità e morte, il superamento della guerra, del mammone (denaro), della povertà, della malattia, dell’egoismo dell’ingiustizia, la promessa di un nuovo cielo e nuova terra, tutta una metà, forse la più grande dell’annuncio è stata ridotta, mutata, scolorita, è stata di gran lunga insufficientemente espressa nel suo impeto e nella sua pienezza, nella sua attualità, nella sua forza giudicatrice e beatificante.

Questo è ciò che il socialismo religioso deve mutare. E’ un correttivo contro una unilateralità vecchia e potente e perciò esso stesso deve essere unilateralmente. Deve espressamente porre l’accento in maniera diversa. Ma ancora una volta: esso non può tagliare e sfigurare l’annuncio. Esso studierà il senso sociale del vecchio annuncio senza diluirlo o accorciarlo. Sì, esso troverà il sociale nella sua forza nella sua profondità più intensa  del religioso. Parlerà di Dio in modo tale che sarà chiaro che Dio è anche il legame più stretto dell’uomo con l’uomo, l’obbligo più forte della società. Se esso concepisce Dio non come idea. Ma come il Dio vivente, forte personale, allora questi è il Dio che può e vuole giudicare e redimere la realtà del mondo, il Dio che non sopporta idoli si chiamino essi mammone o Marte, Baal o Cesare, il Dio per il quale l’anima è incomprensibilmente  più importante di oro o macchina. Esso a Natale non parlerà di un amore vago, o di una “scolorita pace sulla terra”, ma cercherà di comprendere tutte le profondità del messaggio natalizio che consiste nell’incarnazione di Dio, e poi di dimostrare come questa incarnazione deve portare in Cristo questa mondanizzazione, ad un mondo di Dio e dell’uomo. Il Venerdì Santo non “svuoterà” la croce ma la annuncerà in tutta la sua “stoltezza”, ma la spiegherà  come l’amore di Dio, che discende nella colpa della società, che scopre tutta la solidarietà della colpa sociale e, allo stesso tempo, la forza di questa grazia che annulla e annienta anche questa colpa. Proclamerà l’annuncio pasquale in tutta la sua magnificenza, ma non parlerà soltanto di una resurrezione che salva il singolo dalla tomba per un lontano al di là, ma di quella resurrezione che salva il singolo dalla tomba per un lontano al di là, ma di quella risurrezione che assoggetta nel mondo la potenza della morte ed eleva la potenza di Dio. A pentecoste renderà testimonianza dello Spirito Santo che procedendo da un Dio Santo e forte e dal Verbo incarnato è la forza del rinnovamento e della rivoluzione del mondo. Proclamerà l’annuncio della comunità come di una società che non si esaurisce in un culto con alcuni aderenti, ma è portatrice della causa di Dio nel mondo e per il mondo, in tutta la verità cristiana, tutta, renderà così vivo il potente senso sociale, senza toccare il senso individuale, anzi proprio così adempiendo lo; esso , se posso ora esprimermi così, farà erompere dalle stesse profondità della religione, l’onda del socialismo religioso.

Se dunque, il socialismo religioso è semplicemente una nuova comprensione di tutta la verità cristiana, si pone la domanda se questa nuova comprensione non richiede anche una nuova concezione di ciò  che viene comunemente detto essenza del cristianesimo, diciamo giungere semplicemente il sociale all’individuale, oppure è necessaria una nuova, radicale comprensione affinché esso acquisti la sua autonomia?

Io credo  che la seconda soluzione sia la migliore. Il movimento del socialismo religioso dovrà necessariamente operare  uno spostamento di comprensione di tutto il cristianesimo. Voglio subito toccare il punto in cui , a mio giudizio, ci si imbatterà. La comprensione del cristianesimo contro la quale si leva il socialismo religioso è statica. Proviene da quel pensiero secondo il quale il mondo è finito, secondo il quale le concezioni del mondo esistenti sono contemporaneamente ordine divino, certamente solo temporanee, tuttavia tali che per questo mondo non vi è speranza di un mutamento sostanziale. Per un’espressione forte: Dio è un Dio che riposa e il mondo è un mondo che riposa. Va da sé che la salvezza è una salvezza essenzialmente per il singolo e l’apertura verso l’al di là rafforza ancora questo individualismo. Si capisce da questa rappresentazione che su tutto questo quadro grava l’ombra paralizzante del pessimismo. Contrariamente, il socialismo religioso sostiene un modo di pensare dinamico. Esso crede al dio vivente che non solo ha creato, ma crea tendendo al futuro, che non conosce un mondo stabile, finito, ma vuol mutare, rinnovare il mondo al Dio che continuamente opera, che è l’eterna rivoluzione del mondo. Esso crede al “regno di Dio” che è espressione del Dio vivente nel mondo. La parola del regno diviene necessariamente la grande parola del socialismo religioso. Questo regno avanza vivacemente. Abbatte i regni del mondo; come ha abbattuto Ninive e Babilonia, così abbatterà Roma , come ha abbattuto Moloch e Baal abbatterà anche il capitalismo e il militarismo. E se necessario, può, alla stessa maniera, abbattere anche il tempio, religione, cristianesimi che diventano loro benedizioni e protezioni. Il Regno di Dio abbatterà  tutti gli altri regni e realizzando se stesso, realizzerà anche l’uomo. Come questo regno è passato da Mosé a Geremia, così da Cristo si estenderà nel mondo finché il mondo non gli appartenga. La parola dello Spirito Santo, la preghiera delle preghiere divenuta per Christoph Blumhardt, il più grande rappresentante del socialismo religioso, il terzo motto dopo quello del Dio vivente e del regno di Dio. Come con tutto ciò viene superato un certo individualismo , così viene anche superato quel pessimismo che escludeva ogni vittoria decisiva del regno sulla terra. Il socialismo religioso, fortemente antinomista, come esso è secondo la sua natura, non considera meno del cristianesimo agostiniano la potenza del male, ma crede molto di più che la potenza di Dio può vincere questa potenza del male, crede alla forza della resurrezione di Cristo nel mondo, in mezzo al mondo, crede alle vittorie di Dio operate insieme ad uomini e comunità di uomini che hanno veramente fiducia in lui. Perciò la sua ultima parola è la speranza – la speranza per il regno sulla terra; perciò il suo atteggiamento è rivolto in avanti , in attesa della venuta del regno sulla terra; perciò il suo atteggiamento è rivolto in avanti, in attesa della venuta del regno di dio e del suo Cristo ed è , in questo senso, orientato verso l’ultimo: escatologicamente . Ma il Dio vivente non può , tuttavia, stare solo alla fine della storia, egli che era e viene , e anche – è ora e qui il vivente che crea il suo regno.

Io credo che il socialismo religioso, non appena comprende se stesso rettamente, deve avviarsi sempre sulla strada di una tale comprensione del “messaggio”. Questo lo mostra chiaramente anche tutta la storia fino a questo punto. Gli sarà certamente proprio un atteggiamento rivoluzionario nel senso più profondo e da questo fuoco si dipartirà tutta l’irrigidita lava della verità cristiana in fiume vivente.

Certamente non se ne può sviluppare una nuova dommatica religioso-sociale. Piuttosto bisogna dire ora ancora una parola sul metodo del suo pensiero. Sarà possibilissimo che a volte prorompe la corrente infuocata del socialismo religioso senza che riesca ad esplicarsi tutta la verità alla quale esso appartiene fondamentalmente. Per ritornare ancora una volta al rapporto con gli altri partiti religiosi, esso può prorompere tanto dal liberismo quanto dall’ortodossia e precisamente così che tutte e due restino inizialmente immutati. Ma esso significherà certamente un cambiamento fondamentale del metodo. Poiché l’accento sarà ora posto in maniera diversa. Ho già accennato che porre l’accento su forme intellettuali, siano esse liberali od ortodosse, significherebbe mutare il centro del socialismo religioso : la comunità e l’amore. Non cambio punto di vista se ora dico: il centro del socialismo religioso è l’attenzione prestata all’agire del Dio vivente e la fede nel suo regno. Sottolineare formule, significa un ripiegamento nel modo di pensare statico. Formulato diversamente: il dogmatico subentrerebbe al posto del profetico (in senso lato) che appartiene al socialismo religioso e la filosofia al posto dello Spirito Santo. Perciò sarà cura del socialismo religioso non fissarsi su una controversia riguardante la Bibbia, il miracolo, la divinità di Cristo, ma indicare semplicemente il vivente , il suo regno e il suo Spirito. Chi lo lascia regnare, viene introdotto in ogni verità. Non già che il socialismo religioso riterrebbe superfluo il lottare per quei problemi – questo è un grave malinteso che non ha alcun fondamento nella realtà – esso vuole solo che questa lotta non abbia luogo in uno spazio privo d’aria, ma vuole che avvenga nel mezzo della lotta con quella realtà nella quale il regno irrompe combattendo e il Dio vero si annunzia. Così esso supera liberalismo e ortodossia senza opporre loro una nuova dogmatica. Conserva una grandiosa libertà di movimento nell’unione con il Dio vivente, senza doverla mercanteggiare con una diminuzione della profondità e serietà religiosa. Per dirla in breve, il suo metodo è: “cercate prima il regno e la sua giustizia , e tutto il resto vi sarà dato” – anche tutta la necessaria comprensione della Bibbia, di Cristo, degli uomini, delle opere di Dio. E credo che questo metodo ha dato buona prova!

Segue

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shabbat shalom coi 74.000 visitatori del sito

Dio ci diede la sua parola da cui va riconosciuta la sua volontà. La Bibbia dev’essere letta e ponderata, ogni giorno nuovamente.

D. Bonhoeffer

Per noi quaccheri che riconosciamo lo Spirito Santo l’autorità assoluta, Dio continua a parlare anche oggi e non solo migliaia di anni fa nella Bibbia. Ascoltiamo la voce del fratello e della sorella in cui si incarna la guida divina. Dio è vivente e non è muto e parla per mezzo di noi.
Amen
Preghiamo per ciascuno di noi che legge affinché le benedizioni dal Cielo ci accompagniano nel nostro quotidiano. Abbiamo come unica guida lo Spirito che ci resta fedeli nonostante i nostri limiti umani

Salmi 34

Espressioni di lode per la liberazione
1S 21:10-15 (Sl 33:18-22; 84:11-12; 91) 1P 3:9-12; Pr 14:26-27
1 Di Davide, quando si finse pazzo davanti ad Abimelec e, scacciato da lui, se ne andò.
Io benedirò il SIGNORE in ogni tempo;
la sua lode sarà sempre nella mia bocca.
2 Io mi glorierò nel SIGNORE;
gli umili l’udranno e si rallegreranno.
3 Celebrate con me il SIGNORE,
esaltiamo il suo nome tutti insieme.
4 Ho cercato il SIGNORE, ed egli m’ha risposto;
m’ha liberato da tutto ciò che m’incuteva terrore.
5 Quelli che lo guardano sono illuminati,
nei loro volti non c’è delusione.
6 Quest’afflitto ha gridato, e il SIGNORE l’ha esaudito;
l’ha salvato da tutte le sue disgrazie

Preghiamo con gli atti dei martiri di Lione ricordano quelli di oggi di Siria

Siria: i cristiani formavano poco meno del 15% della popolazione (circa 1,2 milioni di persone) sotto il censimento del 1960, ma non si è tenuto nessun censimento più recente. Stime correnti li stabilizzano al 10% circa della popolazione (2.100.000), grazie alla natalità inferiore e ai più alti livelli di emigrazione rispetto ai compatrioti musulmani.: Preghiamo con le parole dei martiri di Lione per la loro distretta e persecuzione religiosa. Se taciamo non diamo possibilità allo Spirito di agire.

(…) .24 “Dopo alcuni giorni gli empi torturarono di nuovo il martire, pensando che, se avessero applicatoi medesimi strumenti di supplizio sulle sue carni ora che avevano visto enfie e ustionate, avrebbero avuto ragione di lui,m visto che non poteva sopportare neppure d’essere sfiorato con la mano; o altrimenti , se fosse perito sotto le torture, il fatto avrebbe atterrito gli altri. Quanto a lui, non gli accadde invece proprio niente del genere; anzi, contro ogni umana aspettativa, il misero corpo si sollevò e raddrizzòsotto i successivi tormenti e riacquistò il primitivo aspetto e l’uso delle membra, cosicché quella seconda tortura gli fu, per grazia di Cristo, non già un supplizio ma rimedio. (…)

Lessico cristiano
Airo ossia innalzare (gesto del giurare) o togliere (i peccati)

Sollevare da terra, innalzare b) sollevare (per) portare c) portare via, togliere.
Nell’accezione fondamentale di sollevare (a) il verbo è usato solo nel linguaggio religioso nel N.T. per indicare il gesto del giuramento. (Apoc 10,5), il gesto dell’orante che alza gli occhi al cielo Io11,41 e la preghiera nella sua espressione più semplice ed essenziale Act 4,24
Il significato di (assumere e ) portare (b). L’espressione fa da contrapposto all’altra “portare il giogo della Torà, dei comandamenti ecc. e designa l’obbedienza alla volontà di Dio annunziata da Gesù. In Mc 8,34 sono rappresentati metaforicamente lo spirito di abnegazione e la disposizione al martirio che devono animare i seguaci di Gesù. Metaforica è anche l’espressione di Mt 4,6 a indicare la protezione da parte degli angeli custodi.
Col significato di portare via, togliere © il verbo è usato nel N.T. nelle seguenti espressioni di chiara intonazione religiosa. Riferito alla morte in Act 8,33. Ancora alla morte, difficilmente alla separazione dei discepoli dal mondo: Io 15,15,all’esclusione della salvezza  Mt 21,43, dalla scienza Lc 11,52, alla consumazione del giudizio Act8,33, alla croce di Cristo che ha cancellato il nostro debito Col 2,14, all’espiazione del peccato; 1 Io 3,5. Si è discusso per molto tempo se nell’espressione giovannea di Io 1,29 il verbo vada inteso  nell’accezione di “portare” (v. 2) oppure in quella di “togliere” (v. 3). In entrambi i casi si tratta sempre dell’espiazione dei peccati altrui; soltanto è diverso il mezzo “portare il peccato” significa espiarlo sopportandone vicariamente la pena; “togliere il peccato” significa invece, annullarlo con uno strumento efficace di espiazione. Se in Io 1,29 il senso originario indica il “servo di Jahvé” la frase alludeva certo alla sopportazione vicaria della pena del peccato . (Confronta Is 53,12 Egli ha preso su di sé i peccati dei molti Is 16,11; Ma l’evangelista ha inteso sottolineare la cancellazione del peccato ad opera  della morte espiatrice di Gesù. La sua frase va perciò così tradotta: ecco l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo (attraverso la forza espiatrice del suo sangue, cfr 1Io 1,7)

La Storia non è mai a senso unico: Sabato alla Ragaz col Malawi

In Malawi le persone albine vivono un calvario quotidiano
Le Monde, Francia

Non solo scherzi, battute e maltrattamenti, la loro differenza significa spesso la morte. In Malawi le persone colpite da albinismo – un’anomalia genetica ereditaria caratterizzata da una depigmentazione della pelle legata all’assenza di melanina – vivono nella paura, esposte a violenze di ogni genere. Nel paese africano sono tra settemila e diecimila le persone coinvolte.

In un rapporto del 7 giugno, Amnesty international denuncia “un’ondata senza precedenti di attacchi brutali”, alimentata da pratiche rituali e dalla passività delle autorità di questo stato dell’Africa australe chiuso ira il Mozambico, lo Zambia e la Tanzania. Tuttavia, le autorità di Lilongwe, hanno giudicato “scorrette” le accuse di lassismo nei confronti delle violenze.

Dal novembre 2014 almeno 18 persone sarebbero state uccise e cinque altre rapite, secondo l’organizzazione di difesa dei diritti umani, che precisa che aprile 2016 è stato il mese più cruento con quattro omicidi. Neanche i bambini piccoli sono risparmiati.

Crudeli superstizioni

Cacciati come animali, gli albini sono preda di bande criminali che commerciano le loro membra, in particolare le loro ossa. Queste, vendute ai guaritori tradizionali, servono a preparare pozioni magiche che dovrebbero portare ricchezza, felicità e fortuna.

Finora questo orrendo traffico era concentrato in Tanzania, ma ha finito per estendersi al Malawi, dove i crimini sono raramente oggetto di un’inchiesta e dove le sanzioni sono più lievi, sottolinea The Economist. Nella maggior parte dei casi gli omicidi non sono compiuti dai guaritori, ma dalla popolazione locale alla quale viene promessa una generosa somma di denaro (fino a 75mila dollari per un intero corpo). Talvolta sono implicate le stesse famiglie, allettate dal profitto e perché non danno molto valore a dei bambini affetti da albinismo, spiega un esperto citato dalla rivista inglese.

Per le ong la fine di questa violenza potrà arrivare solo attraverso una maggiore sensibilizzazione, perché molto spesso le persone con albinismo sono considerate come una maledizione e dunque non umane.

(Traduzione di Andrea De Ritis)

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Shabbat Shalom coi quaccheri italiani

Oggi alle ore 15 meeting zoom informale: prenotati con un SMS al 392 1943729 per conoscere il numero del meeting che possiamo comunicare solo alle ore 14.45

Siamo arrivati al 33esimo sabato/ Salmo insieme: abbiamo motivo di ringraziare il Signore per questa testimonianza che oggi si irrobustisce col lavoro digitale sul socialismo religioso.
Una manciata di persone di fronte ad un oceano … abbiamo bisogno della sua presenza.

Salmi 33

Di Davide, quando si finse pazzo in presenza di Abimelech e, da lui scacciato, se ne andò.

Alef
Benedirò il Signore in ogni tempo,
sulla mia bocca sempre la sua lode.

Bet
Io mi glorio nel Signore,
ascoltino gli umili e si rallegrino.

Ghimel
Celebrate con me il Signore,
esaltiamo insieme il suo nome.

Dalet
Ho cercato il Signore e mi ha risposto
e da ogni timore mi ha liberato.

He
Guardate a lui e sarete raggianti,
non saranno confusi i vostri volti.

Zain
Questo povero grida e il Signore lo ascolta,
lo libera da tutte le sue angosce.

Het
L’angelo del Signore si accampa
attorno a quelli che lo temono e li salva.

Tet
Gustate e vedete quanto è buono il Signore;
beato l’uomo che in lui si rifugia.

Iod
Temete il Signore, suoi santi,
nulla manca a coloro che lo temono.

Caf
I ricchi impoveriscono e hanno fame,
ma chi cerca il Signore non manca di nulla.

(…)
Martirio di Giustino, Caritone, Carito, Evelpisto, Ierace, Peone, Liberiano e della loro comunità

1. Al tempo degli iniqui decreti dell’idolatria i santi su menzionati furono tratti in arresto e fatti comparire davanti al prefetto di Roma, Rustico.
(…)
5 1. Il prefetto fa a Giustino: “Se saria fustigato e decapitato, credi che salirai in cielo? 2. Rispose Giustino: “Confido di ottenerlo con la mia perseveranza, se non cesso di perseverare. So che questo è riservato a quanti hanno vissuto rettamente, ma soltanto alla conflagrazione del mondo”. 3. Il prefetto Rustico domandò “Comunque lo pensi, salirai al cielo?”. Rispose Giustino: “Non lo penso: ne sono assolutamente convinto” 4. Il prefetto Rustico disse: ” Se non obbedite sarete giustiziati” 5. Ribatté Giustino: E’ nei nostri voti d’essere salvati, una volta giustiziati”, Il prefetto Rustico sentenziò : “Quando non hanno voluto sacrificare agli dei siano fustigati e condotti all’esecuzione secondo la procedura di legge”.
6. I santi martiri rendendo gloria a Dio vennero al solito luogo delle esecuzioni e portarono a compimento la loro testimoni9anza con la professione di fede nel nostro Salvatore, al quale è gloria e potenza insieme con il adre e lo Spirito Santo ora e nei secoli dei secoli. Amen

Sabato alla Ragaz: politica estera

Jakob Künzler e gli armeni

Testimone del genocidio, nato a Hundwil nell’Appenzello, infermiere e medico a Urfa, nel sud dell’Anatolia, salvò con la moglie Elisabeth migliaia di orfani armeni

(Paolo Tognina) Nella primavera del 1915, mentre in Europa infuriava la Prima guerra mondiale, in Turchia si consumò un’immane tragedia che costò la vita a oltre un milione di persone. La popolazione armena che per secoli aveva vissuto sotto il dominio ottomano fu vittima di un crimine su vasta scala, organizzato in modo sistematico. “Il mio popolo giace sul banco del macellaio”, balbettò la massima autorità religiosa armena in mezzo a un fiume di lacrime mentre uomini, donne e bambini venivano uccisi senza pietà o trascinati a morire in mezzo al deserto.

Da Basilea a Urfa
Jakob Künzler, originario dell’Appenzello, aveva seguito a Basilea, nell’Istituto evangelico per diaconi, una formazione in campo infermieristico. Quando, sul finire dell’Ottocento, ci furono i primi pogrom contro gli armeni, venne mandato, insieme al medico basilese Hermann Christ, a lavorare nel piccolo ospedale di Urfa, fondato nel sud della Turchia dal missionario evangelico tedesco Johannes Lepsius.
A Urfa, Künzler curò persone di ogni religione e gruppo etnico, imparò l’armeno, il turco, l’arabo, il curdo e l’inglese. Con la sua instancabile prontezza nell’aiutare e la sua indole affabile, si guadagnò la fiducia di molte persone di tutti gli strati sociali e di tutte le comunità religiose.

In mezzo alla tragedia
Poco prima dello scoppio della Prima guerra mondiale, il medico svizzero dell’ospedale di Urfa rientrò in patria per un congedo. Künzler rimase solo, con la moglie, Elisabeth, a continuare il lavoro. Tenne aperto l’ospedale, curò i feriti di guerra e visitò i malati durante l’epidemia di tifo.
Quando ebbe inizio lo sterminio, Elisabeth Künzler – che aveva buone relazioni con molte donne musulmane – riuscì col loro aiuto a portare al sicuro ad Aleppo donne e bambini armeni. Per due anni la collaboratrice danese di Künzler, Karen Jeppe, tenne nascosti sette uomini armeni. E il domestico musulmano dei Künzler, Alì, provvide a portare cibo a diverse persone nascoste.
Impegnato ogni giorno a portare pane e indumenti ai deportati, a ricucire le loro ferite e a occuparsi di malati in preda a delirio febbrile, Künzler annotò nel suo diario ciò che vedeva e sentiva. Oggi è considerato a livello internazionale uno dei più importanti testimoni del genocidio armeno. Raccolse innumerevoli testimonianze, al punto che non poté esserci più alcun dubbio: non stava avvenendo un massacro come altri, le uccisioni erano decise dalle autorità centrali ottomane che coordinavano le operazioni mandando gli ordini attraverso la rete telegrafica. In quel modo, fu “cancellato in modo pianificato e deliberato un intero popolo”.

L’esodo degli orfani
La resistenza dei dignitari locali fu inutile. Il cadì di Urfa fu trasferito per motivi disciplinari essendosi rifiutato di eseguire gli ordini di deportazione. Inutilmente i musulmani conservatori dissero che ciò che veniva fatto agli armeni era in contraddizione con il Corano. Anche Jakob e Elisabeth Künzler non poterono fermare le uccisioni, ma solo prestare aiuto, lenire le sofferenze, nascondere e proteggere un certo numero di persone.
Terminata la Prima guerra mondiale, quando la persecuzione degli armeni rimasti riprese con rinnovato vigore, i Künzler riuscirono con un’azione temeraria a portare in salvo, oltre il confine, verso il Libano, circa ottomila orfani. Costretti a chiudere e abbandonare l’ospedale di Urfa, continuarono la loro missione di aiuto agli armeni nell’orfanotrofio di Ghazir, in Libano, sostenuto da organizzazioni svizzere e americane.
Il diario di Jakob Künzler, “Im Lande des Blutes und der Tränen”, pubblicato la prima volta nel 1921, è stato riedito a Zurigo (Chronos Verlag) da Hans-Lukas Kieser, nel 1999 e ristampato più volte

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1a parte: La Fede dei socialisti religiosi

Una nuova pagina sul sito quaccheri e hutteriti – http://www.quaccheri.it

Ragaz

Prima parte sul socialismo religioso

Ci è venuto estremamente chiaro che non è l’uomo che sottoscrive formule di fede che corrisponde all’ideale del discepolo di Gesù, ma l’uomo che attacca la necessità e la miseria, lotta per la giustizia sociale e nella fede rimuove le montagne del male.

  1. Ragaz Weltreich, vol. 1, p. 184

 

Nato il 28 luglio 1868 in Tamins, studio della teologia a Basilea, a Jena, a Berlino; nel 1889 parroco di montagna a Flerden,nel 1892 insegnante di religione e nel 1984 parroco di Chur; nel 1904 parroco della cattedrale di Basilea; nel 1906 con la conferenza “il Vangelo e l’attuale lotta sociale” tenuta in occasione della festa della società dei predicatori svizzeri, promosse la fondazione del movimento religioso- sociale. Nel 1907 viaggio negli Usa, conferenza al Congresso mondiale per il libero cristianesimo a Boston, nel 1908 professore di teologia sistematica e pratica a Zurigo, nel 1914 viaggio in Inghilterra; nel 1921 ritiro dall’insegnamento; dal 1921 presidente del Settlement del gardenhof (scuola popolare dei lavoratori); viaggi in Olanda. Germania, Scandinavia e Cecoslovacchia in qualità di Presidente della lega internazionale dei socialisti religiosi; morto il 6 dicembre 1945.

Ragaz e il Regno di Dio

Ragaz che aveva sofferto a causa di una religione senza legame alla realtà, vedeva con grande interesse nel socialismo un movimento, in cui ,come egli credeva, si manifestava la realtà del Regno di Dio. La questione sociale non era una verità fondamentale  del Regno di Dio? La socialdemocrazia nelle sue richieste non riprendeva delle richieste fondamentali dell’annuncio messianico? Non si rivolgeva essa, come l’annuncio messianico, ai poveri e ai diseredati? Perciò si apprenda dai socialdemocratici con quanta forza e quanta santa passione si debba annunziare accanto a un cielo nuovo una terra nuova. “E come la socialdemocrazia, anche la chiesa come il socialismo doveva intraprendere la lotta per contrastare il capitalismo, il militarismo, l’egoismo, la fede nella violenza e tutto l’ateismo sociale del nostro mondo. Questioni come disoccupazione, insufficienza di alloggio, lavoro e riposo, guadagno e profitto, tutto il problema sociale, devono essere affrontate dai suoi dirigenti, nelle chiese, scuole, giornali come parte del problema religioso. Essa deve distinguersi nello zelo per la Giustizia di Dio su una nuova terra”.

Il socialismo attirò l’attenzione di Ragaz sulle questioni sociali e l’incidenza nella realtà. Egli così lo può definire come “Giovanni il Battista” che precedette il Cristo. Tuttavia benché stimi tanto il socialismo e lo comprenda nel suo profondo, Ragaz non dimentica che il socialismo è soltanto un mutamento sociale. L’annuncio del Regno di Dio è invece più del socialismo. Anche un nuovo ordinamento sociale non orta via dal mondo il caso, la morte, la malattia, la colpa, il peccato. Tutte queste questioni sono senza risposta nel socialismo. Quale funzione spetta al socialismo all’interno dell’annunzio del Regno di Dio? Esso è prefigurazione del regno veniente. E’ l’indirizzo verso il più grande che in esso risplende, anche attraverso le sue manchevolezze e i suoi errori. E’ messaggero dell’avvento di un movimento di portata maggiore che si prepara a venire nel mondo. Questo è più grande del socialismo “ma porta sulle sue onde anche la vittoria del socialismo”. Perciò la lotta per il socialismo è lotta anticipatoria per il regno vivente”

 

Introduzione

La valorizzazione  odierna dei socialisti religiosi

L’eredità dei socialisti religiosi è nuovamente entrata far arte della discussione teologica in base a motivi fondati. A tratti, ci si rende conto che delle questioni che attualmente si impongono all’attenzione generale, sono state già una volta, almeno in forma simile, all’ordine del giorno di un piccolo gruppo all’interno della Chiesa. Si crede di intravvedere dei precursori, benché non si lasciano ancora intravvedere punti di aggancio e di continuazione. Questo dipende certamente dal fatto che l’eredità dei socialisti religiosi, per decenni, era pressoché scomparsa sia nella Chiesa che nella teologia.

Quel che la storia ecclesiastica tramanda, è riassunto in una brevità laconica e ha pochissimi valore informativo. Anche lì dove vengono riportate informazioni più estese su questa tendenza teologica, il suo intento resta estremamente vago. E anche quando singoli autori si sono accuratamente ed estesamente si sono occupati della biografia e della teologia di singoli socialisti religiosi, le ricerche sono guidate solo dall’interesse storico. Stimoli oppure chiarificazioni di problemi non vengono più attesi, finora, da una tale teologia. Sembra che il suo intento e la sua opera non ispirino più nessuno, il suo pensiero non dia alcun apporto ai nostri problemi. Sembra che il tempo l’abbia da molto superata, senza che essa abbia lasciato tracce durature.

Anzi si era detto dappertutto nei circoli ecclesiastici e teologici “che qui non c’era più niente da “prendere”. E dato che si pretendeva che non c’era più niente da “prendere”, non si faceva nemmeno lo sforzo di una ricerca approfondita.

Gli eventi storici esteriori, come il Nazismo, la guerra e la restaurazione ecclesiastica del dopoguerra favorirono la dimenticanza in modo eminente.

 

Tre tipi di repressione

Ma non ci sarebbe stato affatto bisogno di questi avvenimenti storici per strappare dalla memoria il ricordo dell’intento dei socialisti religiosi, durante la Repubblica di Weimer. Poiché fin dall’inizio della loro attività, essi si trovarono di fronte a una opposizione massiccia. Chi volesse scrivere la storia del socialismo religioso si imbatterebbe primariamente in quella della sua repressione. Se si osserva più da vicino, si riscontra nella estesa e molteplice vita della chiesa e della teologia dei primi decenni di questo secolo un raro e strano accordo nel comune rifiuto del socialismo religioso. Quasi tutti avrebbero potuto sottoscrivere quel che il residente dei positivi formulava in questi termini nel Sinodo regionale del Baden, Bender 1930: “Lasciate in pace la nostra chiesa col vostro socialismo religioso”. Questo atteggiamento o ,meglio, questo emozionalità fu in grado di unire le più diverse contro quel gruppo nella chiesa che essi, tutti insieme, sentivano come nemico comune. L’articolazione teologica del rifiuto che, nella sua differenziazione lascia riconoscere le singole posizioni, non riesce a nascondere che sotto vi è un interesse più profondo che unisce tutti.

La Chiesa ufficiale  giudicava più o meno così come si può leggere nell’”Annuale ecclesiastico” del 1935: “ Di fronte a questo illusionismo, noi abbiamo meno fiducia in esso del loro portatori: Concessioni alle realtà temporali (i cosiddetti ordini economici) non hanno mai guidato e dato impulso al cammino della fede”. Si rimprovera ai socialisti religiosi di idealizzare il proletariato e di essere i fautori dell’utopismo che si aspettava dal campo del sentimento proletario, che sprizzava di odio verso tutti i “possidenti”, che coltivava sistematicamente invidia e astio, sarebbe cresciuta una morale nobile, pura e più nobile. Come argomento decisivo si adduceva che Cristo non aveva predicato la lotta di classe. Così il giudizio della Chiesa è sicuro: “Come è ed opera, l’associazione dei socialisti religiosi è una truppa ausiliaria per Marx e Bebel, ma non per la fede in Dio”.

Inoltre si credeva di aver scoperto che i socialisti religiosi immedesimavano assolutamente il nuovo sistema economico socialista con il Regno di Dio. Questa favola convenuta si rivelò estremamente efficace. Essa furia di essere ripetuta, passò da una non verità al rango di una convinzione profondamente radicata, superando in ciò la stessa dialettica hegeliana.

Questo comportamento, benché voglia passare per teologico, certamente non si può spiegare dalla sola teologia. Se lo si vuole veramente comprendere, bisogna cercare gli interessi profondi che si nascondono dietro l’argomentazione teologica.

Bisogna, allora, rappresentarsi  la situazione della Chiesa e, in modo particolare dei parroci, che K.W. Dahm caratterizza circa in questa maniera: “ nella chiesa dominava in generale una mentalità di crisi. Essa proveniva dalla perdita di stabilità di istruzioni precedentemente solide. Così era estremamente cresciuta l’insicurezza della posizione dei parroci. Vi si aggiungeva, inoltre, la “terribile serietà dei fatti” costituita dai piani anticlericali di alcuni socialdemocratici, dalla “caccia ai preti” della stampa di sinistra e dall’associazione di liberi pensatori, dalla fame, e a tratti dalla miseria causata dal congelamento del sostentamento dei parroci,  e infine, in alcuni posti, da espulsioni e maltrattamenti. Tutte queste manifestazioni, causate dal cambiamento sociale, formarono la mentalità di crisi con tutti i suoi specifici interessi ed effetti.  Essa di manifestò allora in manifestazioni ed opinioni che non potevano corrispondere  alla nuova realtà democratica e repubblicana. Così la Chiesa, in generale, rimase come era stata in precedenza, di tendenze conservatrice e monarchiche.L’80% dei parroci si identificava coi partiti nazional-tedeschi, conservatori che miravano a liquidare la Repubblica. Così la massa dei foglietti parrocchiali, ecclesiastici propagandò una politica conservatrice, borghese, per lo più tedesco-nazionale. Era di moda essere antidemocratico, antifascista e naturalmente anche antisocialista. Questo significò concretamente negli insegnamenti che si trassero dalla prima guerra mondiale, che i responsabili delle chiese e la molteplicità dei membri della comunità non condannarono lo spirito della guerra, lo sciovinismo e il militarismo. Piuttosto fu condannato “l’inconvertito popolo tedesco” per la sua mancanza di resistenza, per la sua infedeltà agli Hohenzollern e per la sua condiscendenza alle idee democratiche e socialiste. La leggenda della pugnalata, secondo la quale l’armata invitta sarebbe  stata vittima di estremisti di sinistra venne, perciò divulgata con un zelo particolare e accettata credulonamente nei circoli ecclesiastici.

Appare quindi chiaro che le chiese, che sentivano minacciata i loro interessi dal nuovo stato, dissero che le loro emozioni contro i partiti socialisti che apparivano loro come segnati dal “marchio di Caino della rivoluzione di novembre”. Nel condannare i partiti socialisti come “malfattori di novembre”, la loro identificazione si aggrappava a immagini e fatti dell’ordine vecchio, sepolto.

Con un simile stato di cose, come si poteva permettere l’annuncio e l’opera  di un gruppo che si votava verso il nuovo, criticava vivacemente e combatteva i modelli coi quali ci si identificava? Non dovevano le Chiese reagire con il rifiuto, la malcelata ostilità che esse allora mostrarono così abbondantemente? Il pregiudizio nei riguardi dei socialisti religiosi, come si rivelò costantemente nello sleale maneggio per la rioccupazione delle parrocchie che divenivano spontaneamente religioso-socialiste, negli intrighi all’interno delle direzioni della Chiesa per impedire ai socialisti religiosi di inviare nei diversi collegi il numero di rappresentati che loro spettava in base al risultato delle elezioni ecclesiastiche e infine la persecuzione e punizione unilaterale dell’attività politica svolta dai pastori religiosi socialisti, veniva motivata teologicamente, scaturiva però senza dubbio da un interesse social politico reazionario.

Benché nella odierna communis opinio, il socialismo religioso goda di altissima come font di teologia dialettica, proprio i teologi dialettici non trassero il minimo profitto dalla sua quasi totale repressione.  Essi tramandarono  per lo più le formulazioni che hanno impedito una recezione libera dai pregiudizi sul socialismo religioso negli ultimi decenni.  E si servì dei loro slogan quando si volle motivare perché nella discussione teologica si credette di poter lasciare cadere a sinistra il socialismo religioso.

A questo punto non possiamo aprire una discussione di principio, piuttosto verranno esaminate, a mo’ di esempio, alcune posizioni di rifiuto che hanno determinato la discussione circa il socialismo religioso e la sua repressione. Kark Bart in un confronto con Paul Tillich definisce questo modo di far teologia sedizioso. Egli nel giudizio delle realtà mondane, non si sente separato da Tillich da questo o da quello, ma proprio nel centro, nel giudizio della questione-Dio. Così egli rimprovera a Tillich che al suo Dio manca il propriamente divino, vale a dire la caratterizzazione come agire libero, personale, con un chiaro carattere pneumatico  tramite il quale viene sottratto ad ogni diretto approccio intellettualistico che vuol fare i conti con lui. Chi osa parlare di Dio . – dichiara Barth a Tillich – deve tenere presente che egli parla di qualcosa di cui egli non piuò disporre di naturale con lampante naturalezza, ora in una maniera ora in un’altra, solo perché ne ha possibilità logiche. Per questo motivo la teologia di Tillich sfocerebbe in una generalizzazione colpevole. “Questo sostenere fra Dio, il Tutto e Ognuno, fra Cielo e Terra, questo generale e ampio rullo compressore della Fede e della rivelazione che io nel leggere il Tutto e il Niente di Tillich, non mi posso trattenere non mi osso vedere avanzare pianificando case, uomini e animali, come se d’altronde non fosse naturale che dappertutto fossero regni, giustizia e grazia, Tutto, semplicemente  Tutto è immerso nella contesa della Pace del “paradosso positivo” che è così è a portata di mano nonostante la sua “invisibilità” in realtà non è più un paradosso, questo non ha più alcun affinità col Dio di Lutero e di Kierkegard, mentre ne ha con Scheileirmaker e Hegel”.

(…) Manca la pagina 21 del testo, non resa disponibile su Google.

Na dove gli uomini credono di poter cambiare in qualche modo, lì la vera indigenza non è stata ancora vista anzi non è ancora presentita. “Li non si sa ancora niente dell’inguaribile bisogno dell’Assoluto”. Questo bisogna resta, nonostante tutti gli sforzi possibili degli uomini. Esso rode il tutto e il singolo e rende dubbiosi tutti i beni. Ma lo si vede e rende proprio solo con quell’ascolto e quella visita che ascolta e vede l’Assoluto.

Colui che ascolta e vede l’Assoluto, si imbatte sub specie aeterni nella estrema oppressione, nel più acuto contrasto con l’eterno, nel più decisivo, o – o, o noi o l’eternità. Colui che crede, sia pure solamente per rendere possibile una considerazione oggettiva, culturale e storica che qui sia osto un tanto-quanto,  vale a dire un incontro ordinato e tranquillo di ciò che noi siamo e di ciò che è l’eternità, oppure il racchiudimento dell’eternità

Il rapporto della iniziale della iniziale azione di Dio con la sua apparizione culturale di ogni volta non è quello dell’ineliminabile contrasto della sua forma visibile. Perciò non si può mai vincere il cristianesimo a favore dei propri contemporanei, adattando la sua forma esteriore alle esigenze del tempo. Così Gogarten conclude reguardendo Fuchs: “ Chi tocca questo punto vuol fare da mediatore fra l’eternità e il tempo e brancola, mentre con le mani più pure e la migliore volontà, solo e sempre nel tempo”.

Lo spavento per la “sintesi”, che come abbiamo visto Gogarten respingeva, faceva allontanare anche Gunther Dehn da quelle tendenze cui egli aveva inizialmente dato l’avvio. Cristianesimo e socialismo non potevano in alcun modo essere uniti. Colui che lo tentava si avvia ad una strada di un ibrido auto-potenziamento. Cosi Dehn scoprì del titanesimo nell posizioni di C. Blumhardt  e del secolarismo e false tendenze dell’autonomia dei suoi successori. Egli li credette impegnati in uno sforzo meramente umano, presuntuoso, verso l’autoliberazione ed ebbre timore che questa via della sintesi opprimesse Dio.

Poiché tutto il socialismo gli appare sempre più dal punto  di vista dell’”autonomia”, dell’”autoliberazione”, dell’”autodivinizzazione”. I cristiani che lo sostengono possono essere soltanto ad uno stato larvalela comprensione dell’essenza e del compito della Chiesa. Essi finiscono nel secolarismo e vi perdono la sostanza cristiana. Non è affatto un miracolo se perdono la passione religiosa.

L’emozionalità, priva di fondamento storico, (…)

Scomparsa della pagina 23 da Google.

(…) La Chiesa non può partecipare a queste azioni di soccorso. “Queste teorie devono scomparire affinché noi impariamo nuovamente a credere in Gesù Cristo… Nell’acuto crisi attuale esse affondano insieme a molte ideali e teorie degli ultimi secoli. La bancarotta dell’uomo non si può nascondere”.

Ed effettivamente un anno dopo che queste righe erano state scritte, nel 1933, essa non si poteva più nascondere. Il macabro sta solo nel fatto che Hermann Sasse poteva integrare così enfaticamente il suo modo di pensare nazionalsocialista in una teologia di liberazione di Cristo.

Presso Sasse si può constatare apertamente che l’interesse temporale e politico guidò l’argomentazione, apparentemente teologica, contro i socialisti religiosi.

Dall’estensione del rifiuto si può comprendere che l’opera dei socialisti religiosi morì d’asfissia quando era ancora allo stato embrionale, che il loro intento non potè neppure  raggiungere la coscienza di un pubblico ecclesiastico e teologico più ampio e che, perciò, finalmente, il suo ricordo affondò nella sabbia. Le diverse Chiese nazionali, teologi dialettici e altri avevano fatto il possibile per mettere da parte le sorti e l’opera del movimento e di sopprimerla mettendo in discussione all’infinito il diritto della intenzione socialista-religiosa. Non si parlava di Dio come essi ne parlavano. Il modo in cui essi cercavano una via di collegamento fra la salvezza eterna e il bisogno attuale era un modo conciliatorio e non aveva alcun sentore del bisogno dell’assoluto. Il modo, infine, in cui essi epigoni di Shleirmacher, cercavano di addivenire ad un accordo con gli epigoni di Feuerbach, sfociava semplicemente in eresia e umanitarismo.

In questo caso l’umanità del rifiuto, da parte dei più diversi strati, non è convincente, anzi sospetta. Lo stesso interesse, come abbiamo dimostrato, univa in questo punto posizioni teologicamente tutt’altro che simili. Una predecisione politica conservatrice, tedesco nazionale fino a nazionalsocialista. La reazionaria identificazione con i modelli di un ordine passato doveva necessariamente portare alla collisione con l’intento dei socialisti religiosi  che consideravano criticamente quell’ordine e combattevano per un nuovo ordine sociale. La Chiesa disturbata nei suoi affetti e interessi  reagì allora nei riguardi dei socialisti religiosi con pedanteria, con evidente irritazione e solo malcelata aggressività.

Quando poi, dopo la seconda guerra mondiale, che non c’era più niente da apprendere dai socialisti religiosi, allora si è compreso quanto detto precedentemente, non sembrerà lontana dal vero la supposizione,  che nel caso si tratti di una repressione riuscita-

Ne risulta pure, però che sia un pregiudizio teologico, sia una profonda uniformità si sono opposti a una giusta valutazione delle intenzioni, delle attività e peculiarità di questo movimento.

Oggi comunque, data la circostanza storica, e le mutazioni verificatesi nel frattempo nella società e nella teologia, sembra si dia la possibilità per una verifica più giusta. Vuole essere intenzione di questo libro sia introdurre nella storia di questo movimento, sia di portare alla luce il compito specifico che i socialisti religiosi si erano proposti all’interno della Chiesa. Ci rifacciamo per lo più a lavori brevi e per lo più completi. La scelta degli autori vuole mostrare l’estensione dell’ossatura del movimento. Essa vuole evidenziare sia la diversità che la somiglianza nelle tendenze. Però non verranno trascurati documenti , come manifesti e risoluzioni, in cui si esprime la volontà collettiva dei socialisti religiosi.

 

Continua col breve sommario storico

 

 

 

Commenti disabilitati su 1a parte: La Fede dei socialisti religiosi

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Il Sabato coi martiri antichi… shabbat shalom

Martirio di Policarpo

(…)
1.1 Abbiamo voluto narrarvi per iscritto, fratelli, la vicenda di quanti hanno testimoniato la fede e del beato Policarpo, che con la sua testimonianza , quasi ne apponesse il sigillo, pose fine alla persecuzione. In effetti, pressochè tutti i fatti precedenti ad esso ebbero luogo perché il Signore dell’alto potesse mostrarci quale deve essere la vera testimonianza secondo l’insegnamento del Vangelo. 1,2 Policarpo, differì, al modo del Signore, la propria consegna alle autorità, perché anche noialtri divenissimo suoi imitatori, guardando non solo a noi stessi, ma pure al nostro prossimo. E’ infatti segno di amore vero e saldo il desiderare non solo la propria salvezza, ma anche quella di tutti i fratelli.
2.1 Beate dunque e nobili tutte le testimonianze che sono state rese secondo il volere di Dio. Bisogna infatti che noi si sia assai prudenti e si rimetta a lui la completa giurisdizione su tutto. 2.2 In effetti, chi non sarebbe ammirato dinanzi al coraggio e alla resistenza loro e alla loro devozione verso il Signore? Con le carni consumate dai flagelli, tanto da farsene visibili le interne strutture sino alle vene profonde e alle arterie, essi hanno sopportato la tortura al unto da muovere i presenti alla pietà e al pianto; e a tale estremo coraggio sono giunti, che nessuno di loro ha emesso voce nè gemito, mostrando a noi tutti che in quell’ora, nella quale veniamo tormentati, erano assenti dalla propria carne i valorosissimi testimoni di Cristo, o meglio, che il Signore era presente per parlare con essi.
(…)
Amen

Preghiamo per la ricerca cristiana in corso non solo verso il lessico neotestamentario, affinchè possiamo capire il frutto dello spirito nei secoli con le Scritture ma anche la testimonianza dei socialisti religiosi che si sono impegnati nel dare una dimensione non individualista alla Fede nel Messia del Regno. Nuovi traguardi ci sono dinnanzi e riprendiamo al Sabato la politica estera come esempio ereditato da Ragaz e la sua comunità emancipata dai riti.

Salmi 32

1 Esultate, giusti, nel Signore;
ai retti si addice la lode.
2 Lodate il Signore con la cetra,
con l’arpa a dieci corde a lui cantate.
3 Cantate al Signore un canto nuovo,
suonate la cetra con arte e acclamate.
4 Poiché retta è la parola del Signore
e fedele ogni sua opera.
5 Egli ama il diritto e la giustizia,
della sua grazia è piena la terra.
6 Dalla parola del Signore furono fatti i cieli,
dal soffio della sua bocca ogni loro schiera.
7 Come in un otre raccoglie le acque del mare,
chiude in riserve gli abissi.
(…)

Lessico cristiano:Airesis ossia dottrina o scuola o anche la comunità degli Esseni o eresia

Airesis ossia dottrina o scuola o anche la comunità degli Esseni o eresia

  1. AIRESIS NELLA GRECITA’ CLASSICA E NELL’ELLENISMO

Airesis deverbale di airein nella grecità classica può significare a) presa per es. di una città b) scelta (dal medio aireomai): in generale la possibilità di scegliere anche per una carica; inclinazione c) decisione impresa, proposito diretto a un fine, quasi come proairesis. Quest’ultima accezione si è mantenuta nell’ellenismo, dal quale è passata nella letteratura cristiana.

Da questo significato fondamentale deriva l’accezione “oggettiva” di airesis, prevalete nell’ellenismo ossia di a) dottrina b)scuola. La airesis del filosofo, che nell’antichità comporta sempre anche l’adozione di una particolare norma di vita, ha come oggetto determinati dogmata, ai quali gli altri concedono la loro proskilisis. Essa si presenta come dottrina di una scuola.  Cfr il titolo di un’opera di Antipatro di Tarso (secc II a.C.) e lo scritto di Crisippo (Diog. L. VII 191) e inoltre le designazioni delle scuole filosofiche come aireseis in Polyb V 93,8 (peripatetici). Gli elementi essenziali e costitutivi di questa società sono: la formazione della airesis, nel seno di una comunità più vasta che la comprende e quindi la sua delimitazione da altre scuole; l’autorità assoluta, pacificamente riconosciuta, di un maestro; una dottrina in parte dogmatica accettata e in parte soggetta a libera discussione; il carattere privato di tutto ciò.

  1. AIRESIS E MIN NEI LXX E NEL GIUDAISMO

Nei LXX la parola airesis è usata piuttosto raramente e sempre nell’accezione generica di scelta (per libera scelta, volontariamente) come traduzione dell’ebraico n daba. Più importante è il significato della parola nel giudaismo ellenistico e rabbinico. Non fa meraviglia che Filone usi airesis per indicare tanto una scuola filosofica greca (p. es. Plant 151) quanto i Terapeuti, presentati come una sublime comunità filosofica (p. es. Vit. Cont. 29). Analogamente Giuseppe designa come Airesis la comunità degli Esseni (Bell. II 118) e in genere ogni setta religiosa ebraica, da lui concepita alla stregua delle scuole filosofiche greche: Esseni, sadducei e Farisei. Anche se sulla scelta di Giuseppe può aver influito la tendenza ad equiparare concetti diversi, essa era tuttavia giustificata dalla effettiva analogia strutturale fra le “scuole” palestinesi-giudaiche e quelle greche.

Il termine equivalente nel giudaismo rabbinico è min, che significa tanto airesis quanto airetixos (min per lo più indica la setta). In Giuseppe è anzitutto una designazione generica delle varie correnti correnti e fazioni giudaiche, ma poiché alcuni minim si allontanavano dalla tradiuzione rabbinica e ortodossa, ben presto la parola fu usata in malam partem per indicare come “eretici” determinati partiti e sette avversate dai rabbini. E’ questo il significato della parola negli scritti rabbinici databilidalla fine del sec II d. C., per es. nella Boirkat hamminim che probabilmente fu inserito nella preghiera delle Shemoné Esre verso la fine del sec I. Alla fine del sec. II la parola subisce un’ulteriore trasformazione semantica e passa a designare non più gli appartenenti alle sette giudaiche, bensì gli infedeli, soprattutto gli etnico-cristiani e gli gnostici. Altro termine di significato analogo usato dai rabbini è mahaloqet , che però indica quasi sempre le beghe e i dissensi personali e quindi corrisponde meglio al greco scisma, mentre l’esatto equivalente di airesis è min.

  1. AIRESIS NEL N.T.

In relazione a questo addentellato ellenistico e giudaico va analizzato e compreso il valore semantico di airesis negli scritti neotestamentari.

  1. L’uso di airesis negli Atti corrisponde esattamente a quello di Giuseppe e dei più antichi resti rabbinici. Anche il cristianesimo è definito dagli avversati come una airesis.
  2. L’addentellato greco-giudaico non può tuttavia spiegare l’origine del peculiare concetto cristiano di eresia. Quest’ultimo infatti non ha subito una evoluzione parallela a quella del corrispondente rabbinico min, ossia non è stato prima la designazione generica e neutra di qualunque “scuola” e poi, sensu malo, denominazione delle scuole non ortodosse. Il cristianesimo ha guardato sempre con sospetto e avversione l’airesis e quando ha cominciato ad usare la parola in senso tecnico, ricollegandola più o meno consapevolmente con le scuole filosofiche greche e col giudaismo , è stato per indicare con essa le sette e fazioni religiose esterne al cristianesimo e alla Chiesa. Il concetto cristiano di airesis non sorge dall’affermarsi di una nuova ortodossia, ma deriva da una nuova realtà di fatto, ossia dall’esistenza e dalla natura della ecclesia cristiana. Ecclesia e airesis sono due realtà che si escludono a vicenda. Questo risulta evidentemente già in Gal 5,20, dove le airesis – intese come in tutto il N.T. – non ancora in senso tecnico vengono annoverate sullo stesso piano delle di eris, zelos, tumoi, ectrai,… L’incompossilità della Chiesa e dell’airesis è affermata ancor più risolutamente in 1 Cor 11,18. In questo passo Paolo, accennando all’assemblea cultuale in cui la comunità si presenta come ecclesia, ritorna sugli scismata di cui ha parlato in 1 Cor 1,10 ss ossia delle beghe tra i fedeli causate dai personalismi. Paolo crede in parte alle notizie che gli sono stati riferite circa i dissensi nella chiesa: è necessario, infatti, che vi siano addirittura (xai) aireseis ev umin, perché si possano riconoscere i cristiani di provata fede. Non importa se qui Paolo si ispiri o meno a un detto apocrifo di Gesù; la sua è comunque una postulazione dogmatica dell’aidresis come necessario fenomeno escatologico. L’airesi è perciò nettamente distinta dallo scisma e molto più grave di questo, in quanto essa intacca il fondamento stesso della Chiesa ossia la dottrina (2Pet 2,1) e in modo radicale da dare inevitabilmente origine ad una comunità diversa e separata dall’ecclesia . La Chiesa, in quanto società pubblica e giuridicamente costituita di tutti i credenti , non può ammettere l’airesis, ossia una scuola o una setta a carattere privato e necessariamente parziale senza degradare ad airesis anche se stessa, perdendo così la sua essenziale prerogativa unitaria e “cattolica”. Allo stesso modo – per citare un caso di ovvia analogia – lo stato o il popolo che ammettono l’incontrollata esistenza di una fazione dissolvono se stessi.

 

  1. AIRESIS NELLA CHIESA ANTICA

Anche nell’epoca successiva l’airesis continuò ad essere concepita come un sinistro fenomeno escatologico costituzionalmente opposto alla ecclesia. Questo risulta chiaramente da Ign. Eph 6,2; Tr. 6,1; Ist Dial 51,2 dove il concetto e la parola hanno ormai assunto un significato tecnico. Ma, il fatto più significativo in questo periodo – nel quale è anche la conferma dell’incompatibilità fra la ecclesia e l’airesis – è l’uso costante di airesis per designare le varie e contrastanti sette cristiane, uso fondato sulla chiara consapevolezza della sostanziale affinità fra i movimenti radicali  e le aireseis nel senso tradizionale della parola, ossia le scuole filosofiche greche e le sette giudaiche (Iust. Ap I 26,8; Dial 80, 4) “Eretica” è considerata dalla chiesa soprattutto la “scuola” gnostica. E’ significativo d’altra parte che all’accusa elevata da Celso contro la molteplicità di sette nel cristianesimo  Origene (Cels III 12) non sappia opporre altro argomento nella medicina, nella filosofia greca, nell’esegesi scritturale giudaica e nel cristianesimo. Ciò dimostra, infatti, che origine non si rendeva conto della sostanziale incompatibilità fra ecclesia e qualunque airesis.

Aireticos o eretico

Dopo quanto si è detto, il significato della parola non richiede molte delucidazioni. Come sostantivo aireticos s trova già nella grecità classica e precisamente nell’accezione di colui che sa scegliere giustamente (Ps. Plat. Def 412 a). Manca invece in Giuseppe. Nel greco dei cristiani la parola è usata fin dalle origini nel senso tecnico di seguace di un’eresia.  Nel N.T. si legge Ti, 3,9. Per l’uso della parola negli antichi scritti ecclesiastici  cfr Didasc. 33,31; 118,33 Iren III 3,4 (Policarpo).

Sabato alla Ragaz: Coraggiosa la decisione parlamentare tedesca di ricordare…

IL GENOCIDIO DIMENTICATO 29 maggio 15

L’Impero ottomano ha eliminato gli armeni, ma anche altre popolazioni cristiane, tra cui gli assiro-caldei

Lo scorso 24 aprile numerose commemorazioni hanno ricordato il genocidio armeno avvenuto 101 anni fa. La Turchia, che non ha ancora riconosciuto questi fatti storici, non ha riconosciuto nemmeno il genocidio di un’altra comunità cristiana per mano dell’Impero ottomano e nella stessa epoca. Oltre 250.000 assiro-caldei sono morti tra il 1915 e il 1918. Joseph Yacoub, professore di scienze politiche all’Università cattolica di Lione (nella foto), fa luce su questo dramma ancora misconosciuto.

Professor Yacoub, quest’anno si ricordano i 100 anni del genocidio armeno. Ma il genocidio assiro-caldeo, accaduto nello stesso periodo, è molto meno conosciuto. Perché?
Tra il 1915 e il 1918 sono morti tra i 250.000 e i 350.000 assiro-caldei, ossia più della metà della comunità. Coloro che non sono stati uccisi sono morti di fame, di malattia, di sfinimento sulle strade. Questi massacri hanno avuto luogo su un’area molto estesa: in Anatolia orientale, nell’Hakkari, nel nord dell’Iran e nella provincia di Mosul. Tra il 1915 e il 1925 il genocidio assiro-caldeo era un problema internazionale; dopo il 1925 una cappa di piombo è calata su questa tragedia. Grazie alla diaspora, la questione è tornata alla ribalta a partire dal 1980. La Francia ha avuto un ruolo importante in questo. Domenica 26 aprile 5.000 assiro-caldei hanno partecipato al “ravivage de la flamme du Soldat inconnu”, su iniziativa del deputato e sindaco di Sarcelles, François Pupponi. La questione ritrova oggi il proprio posto sulla scena internazionale. Un altro barlume di speranza viene da papa Francesco. Nel suo discorso sul genocidio armeno, lo scorso 12 aprile, il pontefice ha riconosciuto anche il genocidio siriaco, assiro e caldeo.

Questo genocidio era pianificato?
Diversi documenti provano che si trattava di una strategia elaborata dal potere ottomano dei Giovani Turchi. Nel 1920 Joseph Naayem pubblicò Les Assyro-chaldéens et les Arméniens massacrés par les Turcs (“Gli assiro-caldei e gli armeni massacrati dai turchi”), in cui si trovano testimonianze schiaccianti contro l’Impero ottomano. Gli assiro-caldei non erano vittime collaterali del genocidio armeno. Erano presi di mira nella loro umanità, poiché non erano né turchi né musulmani. Molti poemi, molti lamenti, sono stati scritti da testimoni oculari dei massacri. Tutti questi poemi concordano nel dire che la decisione fu presa a Istanbul. Ad essi si aggiungono le testimonianze di missionari domenicani: il frate Hyacinthe Simon affermava che quella politica era stata pianificata ai più alti livelli dello Stato.

Perché eliminare quella popolazione?
Le cause risalgono al 19. secolo. Dal Congresso di Berlino, nel 1878, l’Impero ottomano perdette consecutivamente dei territori in Europa. Dopo le guerre balcaniche del 1912-1913, avendo perduto tutto in occidente ripiegò sulla parte orientale del suo territorio: l’Anatolia e i paesi arabi. Proclamando la jihad, i Giovani Turchi speravano che il mondo musulmano si ribellasse e si unisse a loro. Ma i musulmani non reagirono. Gli arabi si sollevarono per sottrarsi alla giurisdizione dell’Impero ottomano. I Giovani Turchi scatenarono allora un’ondata di soprusi contro le popolazioni armena e assiro-caldea, che consideravano un ostacolo alla “turchizzazione” del paese. Nel 1915 oltre il 20% della popolazione turca apparteneva a minoranze etniche (armeni, greci pontici, assiro-caldei, siriaci). Cento anni dopo essi non superano lo 0,001% della popolazione. Coloro che non furono eliminati intrapresero la strada dell’esilio.

Il genocidio fisico fu accompagnato da un genocidio culturale?
Il senso dato al termine genocidio non considera soltanto lo sradicamento fisico. L’inventore del concetto di genocidio, Raphael Lemkin, vi incluse le dimensioni architettonica, ambientale e culturale di un gruppo. Da parte loro, gli antropologi hanno coniato il termine etnocidio. Si tratta di eliminare le tracce di una comunità. Ho accertato la distruzione di circa 400 tra chiese, monasteri e luoghi di culto delle Chiese assira-nestoriana, cattolica caldea, siriaca ortodossa e siriaca cattolica. La provincia di Hakkari (nel sud-est della Turchia) contava da sola oltre 200 lughi di culto. Oggi sono tutti in rovine.

Ci furono all’epoca reazioni da parte della comunità internazionale?
All’inizio ci furono reazioni nella stampa: a partire dal marzo 1915, il New York Times pubblicò numerosi articoli dei suoi corrispondenti, attirando l’attenzione su quei massacri. Lo stesso in Gran Bretagna, ma anche in Francia, su quotidiani come Le Gaulois, Le Petit Parisien, le Parisien, la Presse e Le Figaro. I leader politici francesi erano informati di questi massacri. Nel 1919 alcune delegazioni assiro-caldee intervennero alla Conferenza di pace di Parigi. L’Oeuvre d’Orient, la Chiesa cattolica di Francia, la Chiesa anglicana e il Vaticano avevano fornito un aiuto umanitario alla comunità.

Pensa che sia importante creare una nuova loi mémorielle (“legge sulla memoria”), come quella alla quale lavorano i deputati François Pupponi e Jean-Pierre Blazy?
Il Parlamento armeno ha riconosciuto il genocidio assiro-caldeo all’unanimità. La Francia si appresta a farlo. Presentando il progetto di legge sul genocidio assiro-caldeo il deputato sindaco di Gonesse, Jean-Pierre Blazy, ha evocato tutte le leggi sulla memoria (in particolare sulla Shoah e sul genocidio armeno) adottate dal Parlamento francese. La comunità assiro-caldea spera che l’iniziativa prolunghi le leggi sulla memoria esistenti con una legge sul genocidio assiro-caldeo. È importante ricordarci di quelle vittime cadute, a lungo dimenticate. Trovo che la dichiarazione del presidente tedesco Joachim Gauck, lo scorso 23 aprile in una chiesa protestante di Berlino, sia stata notevole. Ha riconosciuto i genocidi armeno, assiro-armeno e greco pontico e anche la parte di responsabilità della Germania, in quanto i due Imperi erano alleati durante la prima guerra mondiale. È un testo positivo e promettente, che mette la Turchia con le spalle al muro.

Oggi gli assiro-caldei, come le altre Chiese cristiane d’Oriente, sono confrontati con la minaccia jihadista. Il cristianesimo rischia di scomparire dalla regione dopo quasi duemila anni di storia?
Spero di no. Minacce pesano oggi nella provincia di Mosul in Iraq e nella provincia del Khabur in Siria. Ironia della sorte, quelli del Khabur sono i figli dei deportati dei massacri dell’Iraq del 1933, essi stessi superstiti del genocidio del 1915 sotto l’Impero ottomano. Ma possiamo arrivare a dire che ci sarà un’estinzione? Io non credo. Il genocidio del 1915 è stato un momento tragico per la comunità. Eppure essa non è scomparsa. Oggi ci sono assiro-caldei che vivono in diaspora che ricostruiranno i loro villaggi e restaureranno chiese. L’attaccamento a quelle terre della Mesopotamia è immenso. Ne sono la prova gli assiro-caldei che erano fuggiti per stabilirsi nei villaggi del Caucaso, nell’Armenia e nella Georgia attuali. A Verin Dvin (Armenia) le persecuzioni e il regime comunista produssero una rottura totale con il paese. L’ateismo provocò la chiusura di tutti i luoghi di culto. Malgrado ciò, oggi parlano tutti l’aramaico e hanno riaperto le loro chiese. Il sindaco del villaggio è assiro-caldeo. La metà delle strade porta nomi assiri. Malgrado le difficoltà la comunità resta legata alla propria terra e alla propria identità. (intervista di Matthieu Stricot; in “Le Monde des religions”; trad. it. G. M.

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Culto del sabato: shabbat shalom

Come l’amore di Dio entrò nel mondo e si piegò al fraintendimento e all’ambiguità di tutto ciò che è mondano, così l’amore cristiano non esiste se non nell’ambito mondano, nell’infinita pienezza del concreto agire mondano e soggiogato a ogni forma di falsa interpretazione e di condanna.
D. Bonhoeffer
Ti preghiamo oggi
Per il presidio anti NATO di sabato prossimo a 3 km di distanza dal nostro meeting quacchero di sabato prossimo e per le persone che incontriamo che sono di altre fedi o non hanno alcun credo: consentici di camminare insieme a loro praticando Giustizia e Pace. Tu solo sei la Verità.

Salmi 31

1 Di Davide. Maskil.
Beato l’uomo a cui è rimessa la colpa,
e perdonato il peccato.
2 Beato l’uomo a cui Dio non imputa alcun male
e nel cui spirito non è inganno.
https://quaccheri.wordpress.com/2016/05/21/preghiamo-per-il-presidio-antinato-a-3-km-di-distanza-dal-meeting-quacchero-sabato-prossimo-quaccheri-cristiani-ecumenici-per-fare-il-bene/

Rut e Boaz

Vedova e straniera con una anziana donna al fianco avete osato riprendere il cammino verso la terra del Messia: portatrice di valori perdenti: amicizia senza calcolo, un’appartenenza che va oltre il sangiue, la razza e i vincoli. Solo la bellezza è riuscita a sprigionare una passione che perfora i muri umani.

Lui ti ha fatto sposa anche se eri di un popolo nemico. Sei entrata nella Storia della Salvezza e nella geneaologia di Gesù. Apripista di una grazia che percorre strade poco frequentate. Sulle vie della Galilea.

Rut con la sua intraprendenza ha lasciato la sua terra per mettersi sotto la orotezione del Dio di Sara e di Abramo. Non ha permesso alla povera suocera di tornare da sola a casa: si è fatta compagna di strada in terra sconosciuta. Per questo il Dio di Sara e di Abramo l’ha benedetta e preso sotto la sua custodia. Iù FORTE DEL REGIUDIZIO E’ L’AMORE.

Il suo cuore è legato a legato a quello del suo amato. Egli è per lei più dolce del miele della sua terra. C’è ancora una stagione per l’amore . Nell’amore inebriato dal rofuno del grano e del vino maturo. Il deserto delle lacrime è lenito, il muro abbattuto.

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