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Shabbat shalom: perchè Dio non si pente della sua parola

Sopravvalutiamo facilmente l’importanza delle nostre azioni e attività rispetto a ciò che siamo diventati solo grazie ad altri

  1. Bonhoeffer

 

 

Salmo 30 in favore dei bambini delle famiglie arbobaleno, affidate alle sentenze dei giudici e non della Legge ordinaria

 

1 Al maestro del coro. Salmo. Di Davide.

2 In te, Signore, mi sono rifugiato,

mai sarò deluso;

per la tua giustizia salvami.

3 Porgi a me l’orecchio,

vieni presto a liberarmi.

 

http://www.laparola.net/testo.php?versioni[]=C.E.I.&riferimento=Salmi30

 

 

O Dio onnipotente, che ci impone di passare attraverso la porta della giustizia (Sl 117,19) e di preparare la via a Cristo signore (Is 40,3), sii propizio e concedici di non essere tormentati da alcuna infermità mentre sosteniamo la presenza fulgente del medico celeste.

 

Lessico cristiano: Gesù è l’atleta

 

Atleo ossia atleta

Atleo significa sostenere una gara o una lotta e da esso derivano atlesis, sunatlelo, usati spesso nella diatriba in senso figurato. I LXX usano il verbo soltanto negli scritti più tardi, specialmente in 4 Mach dove esso designa il cimento dei martiri. Nel N.T. ricorre sporadicamente nel corpus paolino.

Atleo in 2 Tim 2,5. La lotta per il Vangelo, nella quale è impegnato soprattutto il capo della comunità, deve essere condotta con la massima concentrazione delle energie e con illimitata disposizione al sacrificio, ma anche nel pieno rispetto delle regole.

Sunatleo è usato due volte nella lettera ai Filippesi per indicare la lotta comune dei cristiani per il trionfo del Vangelo. In 1,27 sono i compagni di sofferenza dell’Apostolo, in 4,3 il verbo è riferito ai suoi collaboratori.

Atlesis in Heb 10,32 s richiama l’idea che della folla che nell’arena o altrove assiste al ludibrio e alla tortura dei martiri. Si tratta di una compenetrazione di immagine e realtà, quale è stata rilevata a proposito di 4 Mach 17,14 ss.

Nella lettera a Policarpo Ignazio chiama atletes il capo della comunità temprato dalla battaglia missionaria, fermo e incrollabile di fronte ai disagi e alle avversità. Egli regge sulle sue robuste spalle il peso della chiesa (1,3). A lui come a Timoteo, viene imposta sobrietà come particolare dovere (2,3). Egli deve resistere a tutti i colpi dell’incudine (3,1). In 1 Clem 5,1 dove si parla della persecuzione dei dixaioi ad opera dello zelos in modo analogo a Heb 11atletai sono gli apostoli. Gli Atti di Tommaso (39) vanno ancora più in la, definendo atletes lo stesso Cristo, prototipo del perfetto atleta.

La madre di Sansone

 

Una donna senza nome partorisce un figlio: un eroe sia pur consacrato a Dio ma infedele. Forte e debole. Lei ha garantito l’ortodossia di non bere alcolici, mangiare alimenti impuri, a non tagliare i capello segno della consacrazione. Ma lui mangerà miele dalla carcassa di leone (quindi impuro), sarà rissoso e burlone e sensibile al fascino delle donne.

Se la madre  accoglie con gioia l’annuncio dell’evento della nascita di un liberatore di Dio e lo condivide col marito, senza indagini in merito, il padre incredulo sulle modalità della svolta e risvolti educativi  più che la sua sterilità.

Dio si ripresenta ancora solo alla donna con un suo messaggero e non al padre nonostante la sua richiesta. E lei corre a chiamare il marito che vede. Lo sottopone a interrogatorio. Lo invita a tavola e cerca di conoscere il nome dell’Angelo del Signore. Gli risponde “esso è meraviglioso”.

Poi teme e afferma che” moriranno certamente perchè hanno visto Dio” ma in Giud 13,23 la moglie serena replica che Dio “avesse voluto farci morire, non avrebbe accettato la loro offerta né fatto vedere e sentire che abbiamo visto e udito.

La Fede non è risposta a una domanda sul nome ma Fiducia come quella della donna.

 

Sabato alla Ragaz

Il Kenya minaccia di chiudere il campo profughi più grande del mondo

http://www.internazionale.it/notizie/2016/05/13/kenya-profughi-dadaab

 

 

 

 

 

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Sabato alla Ragaz – USA con Bernie Sanders

Sabato alla Ragaz

 

Bernie Sanders, il senso di questa campagna

 

 

In un discorso tenuto in Iowa a gennaio, subito diventato virale nei social media, Bernie Sanders ha spiegato con chiarezza il senso della sua candidatura a Presidente degli Stati Uniti.

“Lasciatemi dire qualcosa che nessun altro candidato a Presidente vi dirà: non importa chi verrà eletto, quella persona non potrà risolvere gli enormi problemi delle famiglie di lavoratori del nostro paese. E non potrà farlo perché il potere dell’America delle corporazioni, il potere di Wall Street, il potere dei finanziatori delle campagne elettorali è così immenso che nessun presidente può tenergli testa da solo. Questa è la verità. Forse alla gente non piacerà sentirla, ma così stanno le cose.

E questo è il senso di questa campagna.

Bisogna dire forte e chiaro che qui non si tratta semplicemente di eleggere Presidente Bernie Sanders, ma di creare un movimento politico di base in questo paese”.

 

 

 

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Shabbat Shalom: una benedizione ai nuovi

Con Dio non si giunge in un luogo, ma si percorre una via.

  1. Bonhoeffer anche via e.mail da benny1varese@gmail.com – Siamo a 87 adesioni oggi

 

Una preghiera per i profughi della guerra siriani ma anche quelli per fame che cercano un riscatto.

 

Salmi 27

 

Il trionfo della fede

Sl 3; 4; Ro 8:31, ecc.

1 Di Davide.

Il SIGNORE è la mia luce e la mia salvezza;

di chi temerò?

Il SIGNORE è il baluardo della mia vita;

di chi avrò paura?

2 Quando i malvagi, che mi sono avversari e nemici,

mi hanno assalito per divorarmi,

essi stessi hanno vacillato e sono caduti.

3 Se un esercito si accampasse contro di me,

il mio cuore non avrebbe paura;

se infuriasse la battaglia contro di me,

anche allora sarei fiducioso.

4 Una cosa ho chiesto al SIGNORE,

e quella ricerco:

abitare nella casa del SIGNORE tutti i giorni della mia vita,

per contemplare la bellezza del SIGNORE,

e meditare nel suo tempio.

5 Poich’egli mi nasconderà nella sua tenda in giorno di sventura,

mi custodirà nel luogo più segreto della sua dimora,

mi porterà in alto sopra una roccia.

6 E ora la mia testa s’innalza sui miei nemici che mi circondano.

Offrirò nella sua dimora sacrifici con gioia;

canterò e salmeggerò al SIGNORE.

7 O SIGNORE, ascolta la mia voce quando t’invoco;

abbi pietà di me, e rispondimi.

 

Aiutaci, Signore, a creare le condizioni affinché

il potere sia utilizzato nel senso del servizio.

Aiutaci, Signore,

a proclamare in parole ed in atti,

che il progetto di Dio in Gesù Cristo

è radicato nella solidarietà,

nella libertà responsabile per tutti

e non nei privilegi, nel dominio,

nel culto della ricchezza

e nelle divisioni fra i popoli.

Aiutaci, Signore,

a rendere testimonianza al tuo Regno,

operando per una società fraterna,

una società in cui possiamo essere

il prossimo gli uni verso gli altri.

Mario Yutzis – Argentina

 

 

Agoghe ossia condotta, guida

 

Nel N.T. ricorre solo in 2 Tim 3,10. Dal contesto si ricava che agoghe, il cui significato letterale è condotta, guida, indica la condotta seguita dall’Apostolo e che anche il destinatario della lettera deve far propria, allo stesso modo nella didascalia. La migliore traduzione è quindi “condotta di vita”. Come la parola italiana “condotta” così anche agoghe può essere usata tanto transitivamente che intransitivamente. Nel significato di condotta di vita agoghe è attestato nella prosa attica, nelle iscrizioni, nei papiri, nei LXX e soprattutto nei tardi scritti filosofici e in quelli giudaici. E cristiani. In particolare la agoghe ha come oggetto coloro che devono essere guidati, ossia allevato, i fanciulli. Cfr. il titolo dello scritto di Plutarco. L’educatore dei fanciulli si chiama o paidagogheo e  l’educazione e paidagoghia  da cui deriva paidagogheo e altri vocaboli. I lessicografi greci hanno fissato e precisato questa accezione di agoghe. In Suida si cita Polibio (I 32,1). Esichio interpreta come protos. Guido Polluce associa con vari.

 

Come dimostrano questi esempi, un elemento determinante dell’agoghe è l’educazione non soltanto in se stessa, ma anche nei suoi effetti, ossia l’educazione in quanto crea un comportamento e uno stile di vita. Perciò si parla spesso di  biou agoghe oppure semplicemente di agoghe senz’altra specificazione, nello stesso significato. Un motivo prediletto è il richiamo della agoghe spartana. Anche le varie scuole filosofiche si distinguono ovviamente per la loro agoghe.

 

Tranne qualche accezione specifica non diverso è l’uso della parola nell’epoca e nell’ambiente del N.T. Certi scrittori giudaici (Giuseppe , Io ps. Eraclito, i LXX) attingono perciò l’espressione dell’uso greco comune.

 

Non diverso probabilmente è l’addentellato di agoghe in 2 Tim 3,10, poiché anche altrove le lettere pastorali usano i termini comuni del gergo filosofico. In 1 Cor 4,17, riferendosi sempre allo stesso Timoteo al quale sono rivolte le parole di 1 Tim 3,10. Qui En Xristo cristianizza nella forma e nella sostanza il concetto di odoi; allo stesso modo 1 Clem 47,6 può parlare come anche in 48,1.

 

Benedizione

 

Una benedizione per i nuovi arrivi e coloro che gradiscono

Che l’Iddio che crea, redime e inspira Tutti: guidi i nostri pensieri e determini i nostri piani.

Che l’Iddio che ci chiama in una vita nuova nel Suo servizio Tutti: ci insegni come imparare uno dall’altra e dai doni della sua bontà.

Che l’Iddio che è la fonte di ogni creatività Tutti: ci doni una nuova visione ed ispirazione per il nostro compito.

Che l’Iddio, eterno amante, creatore e ispiratore Tutti: ci faccia vedere la luce del suo volto, oggi e per sempre. Amen.

 

Sabato alla Ragaz con Internazionale del primo aprile

Gli arabi non sono tutti barbuti come i personaggi di Aladdin

Igiaba Scego, scrittrice

01 aprile 2016 15:42

Quando vedi un arabo a cosa pensi? Quali immagini ti balenano in mente?

Ti viene in mente un padre amorevole? Un bambino che gioca? Una famiglia che cucina? Una coppia innamorata?

Cosa ti viene in mente quando pensi agli arabi?

Se l’è chiesto quasi dieci anni fa Jack Shaheen nel libro Reel bad Arabs: how Hollywood vilifies a people, diventato poi un documentario nel 2006. La domanda è stata ripresa anche dalla giornalista di The National Fatima al Shamsi, nel suo articolo I’m sick of seeing Arab stereotypes on television.

Jack Shaheen, nel suo libro, sostiene che tra il 1896 e il 2000, su un campione di mille film girati a Hollywood, ben 936 (quasi il 90 per cento del campione) abbiano messo in cattiva luce i personaggi arabi. E questo ben prima degli attentati delle torri gemelle del 2001.

Questo dato ci dovrebbe preoccupare, soprattutto ora che i mezzi d’informazione, dopo gli attentati di Parigi e Bruxelles, sono ripieni come certi arrosti di immagini negative e stereotipate del mondo arabo. Quello che preoccupa del nostro presente è l’ignoranza assoluta del mondo occidentale sulla natura complessa dell’homo arabicus (musulmano e non solo) del terzo millennio. La giornalista e studiosa Paola Caridi li ha chiamati nel suo blog gli “arabi invisibili”, una definizione che ha ispirato anche l’omonimo libro.

Il mondo reale descritto da Paola Caridi è fatto di femministe agguerrite che portano il velo, ragazzi che smanettano su internet meglio di un hacker occidentale, cineasti raffinati che mescolano mondi. Tra gli arabi invisibili ci sono atleti, professori, scrittori, scultori, ma il mondo in cui viviamo rimane ancorato allo stereotipo della sensuale odalisca o del barbuto terrorista con il kalashnikov in mano. Nell’immaginario dominante, gli arabi sono brutti, sporchi e cattivi.

Non minimizzo di certo la violenza del terrorismo internazionale, ma non è attraverso la diffusione di stereotipi che si potrà combattere il fenomeno. Anzi. Lo stereotipo potrebbe farci precipitare tutti in una incomprensione globale che favorirà chi semina odio e terrore. D’altronde il gruppo Stato islamico (Is), nel suo testo di riferimento L’estinzione della zona grigia, ha detto chiaramente che uno dei principali obbiettivi dell’organizzazione è quella di creare incomprensione tra noi e minare alla radice la convivenza nelle società europee. Il loro nemico è il multiculturalismo, il loro alleato il razzismo e i gruppi xenofobi che lo alimentano.

Ora più che mai, serve riflettere sugli stereotipi, per conoscerli e, un giorno, superarli. Lo scrittore egiziano Ala al Aswani, nell’introduzione al libro Arabi invisibili, denuncia “la grande mistificazione che è alla base dello stereotipo, che racconta l’altro senza umanizzarlo, anzi, dimenticando che l’altro è un essere umano”. Lo studioso Edward Said, nel suo libro fondamentale del 1978 Orientalismo, lo aveva già detto chiaramente che l’orientalismo era un modo “per esercitare la propria influenza e il proprio predominio sull’Oriente”.

Da Charlie Hebdo a Indiana Jones

Ma quando parliamo di stereotipi applicati al mondo arabo, di cosa parliamo esattamente?

Sulla copertina del settimanale Charlie Hebdo uscita il 14 gennaio 2015, dopo gli attentati di Parigi, c’è una vignetta che rappresenta, nelle intenzioni degli autori, il profeta dell’islam che regge un cartello con la scritta “Tout est pardonné” (“È tutto perdonato”). Pur condannando con forza quell’odioso attentato, quella vignetta (e quelle che l’hanno preceduta sia in Francia sia in Danimarca) mi ha sempre lasciato un po’ perplessa.

Quello che mi aveva colpito non era il disegno in sé, ma quello a cui rimandava. Le rappresentazioni del profeta che conoscevo erano quelle delle miniature turche e persiane medievali, nelle quali il volto del profeta non veniva mai mostrato, ma coperto da un velo di seta per rispetto. Spesso la figura, insieme a quella dei famigliari, era contornata da un fuoco sacro che fungeva da aureola e che ne sottolineava la sacralità. Morbidi tessuti, spesso seta pura, avvolgevano quei corpi. La dimensione che domina nelle miniature è quella della contemplazione.

La vignetta di Charlie Hebdo è diametralmente opposta. Il turbante della figura che rappresenterebbe il profeta non è certo un turbante di seta. La stoffa ci appare grezza, così come gli abiti. La testa inoltre ricorda la figura stilizzata di genitali maschili rozzamente agghindati.

E più in generale, mi chiedevo in quei giorni, come mai quel disegno mi ricordava la versione negativa di un “beduino” dell’Asia minore? La figura di un suddito coloniale privo non solo di mezzi, ma anche di libertà? Quella vignetta mi ricordava in modo preoccupante qualcosa di già visto, un vecchio stereotipo della cultura occidentale. E mi preoccupava anche la mancanza di ironia. La vignetta non faceva ridere. Era solo la riproposizione dello stereotipo dell’homo arabicus brutto, sporco e cattivo.

Quella di Charlie Hebdo è solo l’ultima di una lunga sequenza di rappresentazioni negative. Basta pensare al libro di Karl May Orangen und datteln, pubblicato nel 1904, un romanzo d’avventura ambientato in luoghi esotici simili a quelli di Emilio Salgari. Sulla copertina, realizzata dell’artista tedesco Sascha Schneider, c’è un disegno in bianco e nero dove sono rappresentati, uno accanto all’altro, Gesù e il profeta Muhammad. Entrambe le figure sono stereotipate. Un Gesù bianco che più bianco non si può, avvolto da una veste naturalmente più bianca di lui, si trova accanto a una specie di pirata dei Caraibi. Il pittore non ritrae il profeta dell’islam con il classico turbante, ma lo mostra in primo piano con la testa pelata e il torso seminudo. Il corpo è avvolto da una sorta di sarong e al suo lato dondola minacciosa una scimitarra. La barba naturalmente è molto folta. L’intento dell’illustrazione è quella di contrapporre un mondo giusto e pieno di virtù (Gesù) a uno barbarico, violento, oltraggiosamente altro, quello arabo. Un corpo ipersessualizzato che rimanda solamente a una disturbante inferiorizzazione.

Le donne arabe o sono velate completamente o sono danzatrici del ventre seminude

La scimitarra non manca quasi mai in questo tipo di immagini. Basta pensare alle feste di paese nel nord della Spagna per celebrare la Reconquista medievale, ovvero la conquista della Spagna musulmana da parte dei cattolicissimi re Isabella e Ferdinando, dove l’effige di un “Mahoma” con scimitarra viene bruciata nella pubblica piazza. La scimitarra appare anche sul quotidiano The Star il 18 agosto del 1925, per celebrare le vittorie del campione di cricket Jack Hobbs. L’atleta britannico viene disegnato come un gigante accanto a dei personaggi famosi in versione rimpicciolita. Tra un Charlie Chaplin e un Giulio Cesare, viene anche disegnato un uomo con scimitarra e turbante, che nell’intenzione del vignettista sarebbe il profeta dell’islam.

La stessa figura viene usata tre anni più tardi, nel 1928, per pubblicizzare l’estratto di carne della Liebig. Qui il disegno non è caricaturale, ma elegante. La storia raccontata è quella del mihraj, il viaggio ultraterreno del profeta Muhammad in groppa al cavallo alato Buraq. Ma nonostante l’eleganza dei tratti, lo stereotipo prevale, soprattutto nelle atmosfere esotizzanti.

Non solo i simboli religiosi vengono piegati all’esotismo o alla caricatura, lo stesso accade al paesaggio. Tutto diventa volontà di inferiorizzazione. Lo si nota in particolare nel cinema, fin dai suoi esordi, dove domina l’equazione arabi uguale deserto, arabi uguale harem. È come se molta produzione cinematografica non si fosse mai resa conto che molti paesi arabi sono mediterranei e quindi hanno una vegetazione selvatica, a tratti molto rigogliosa. La palma la fa da padrone in quasi tutti i film, mai l’albero di olivo. Sempre la sabbia, quasi mai il mare. Il deserto, poi, ha tratti umani. È sempre ventoso e violento. È come se fosse un’anticipazione del carattere brutale degli arabi. Un luogo popolato però di creature mitologiche come i grassi geni della lampade, i banditi senza scrupoli, i tappeti volanti, gli sceicchi lascivi e, naturalmente, le odalische dell’harem.

Donne sciite pregano nel mausoleo dell’imam Ali a Najaf, in Iraq, nel marzo del 2014. (Moises Saman, Magnum/Contrasto)

Le donne arabe o sono velate completamente o sono danzatrici del ventre seminude. Non c’è quasi mai una via di mezzo. Basta vedere film come Lo sceicco con Rodolfo Valentino o Il ladro di Baghdad con Douglas Fairbanks, due successi del cinema muto che con i loro costumi creavano un’Arabia davvero improbabile, regno di sesso, ambiguità, violenza e dolore.

Il sesso la fa da padrone nella produzione pittorica. C’è una lascivia votata alla morte. Un orientalismo spiccio che confina con la pornografia. Basti pensare ai quadri di Delacroix, come La morte di Sardanapalo, dove un regno in decadenza, prossimo alla morte, gode dell’ultimo istante di lascivia. Corpi morti di leggiadre odalische che mischiano l’ultimo respiro con l’ultimo orgasmo. Lo sceicco, al centro, si gode la scena della sua stessa fine.

E poi opulenza, gioielli, broccati a non finire. Sempre nel deserto o meglio nella sua oasi. Questo immaginario è stato talmente forte da arrivare perfino nei film per ragazzi, come ci ricorda Jack Shaheen nel già citato Reel bad Arabs. Per esempio in Aladdin della Disney, uscito nel 1991, i protagonisti (Aladdin e Jasmine) hanno la pelle chiara, mentre tutti gli altri arabi connotati negativamente hanno la pelle scura. I mercanti sono senza denti, grassi e barbuti. Gli atteggiamenti sono violenti, naturalmente. Chi ruba una mela rischia il taglio del braccio. Ma il personaggio più ricco di stereotipi è quello del cattivo, Jafar. Ha la faccia lunga, sottile e nera. Non è bello e a tratti sembra quasi una donna. Ha gli stessi occhi lunghi di Jasmine, marcati da un trucco molto pesante.

L’idea di femminilizzare il personaggio negativo non è un’invenzione della Disney. Durante la Reconquista medievale i cristiani di Spagna, per minimizzare la forza del nemico, escludevano nei loro romanceros (poemi) i personaggi arabi dallo status dominante maschile. Nel Medioevo, infatti, le donne non avevano nessun ruolo rivelante nella guida della società e il paragone con loro significava automaticamente l’esclusione dal potere. Questa trasformazione simbolica veniva accentuata attraverso diversi elementi che denigravano non solo l’altro, ma anche tutto l’universo femminile. Le città musulmane venivano trattate dai cristiani come spose e, in generale, i musulmani venivano descritti come,inetti, facili al pianto, preoccupati per il loro aspetto fisico e il loro abbigliamento.

La scrittura di propaganda tipica della Reconquista la ritroviamo nella figura di Jafar, il cattivo di Aladdin

Le donne musulmane nei romances della Reconquista erano un semplice oggetto sessuale. Nel romance Morilla Burlada, Moraima è una donna musulmana di bell’aspetto, una “morilla de un bel catar”, che subisce un inganno con tremende conseguenze: un cristiano finge di essere suo zio, braccato dalla giustizia perché colpevole di aver ucciso un cristiano. La ragazza si fida perché il finto zio “hablóme en algarabia”, le parla in arabo. Gli apre la porta e viene violentata. Un immaginario che torna anche in molta produzione cinematografica attuale, dove prima dello stupro in senso stretto della donna musulmana, avviene la lacerazione del velo da parte del maschio dominante bianco.

Lo stesso termine mora, che indicava le donne arabe e musulmane, era anche usato dagli allevatori castigliani per le mucche nere. Dunque mora, ma anche moro, non definiva semplicemente un colore più scuro, ma alludeva alla bestialità dei musulmani. Per i cristiani della Reconquista gli arabi erano gli antagonisti principali. Il compito dei letterati era di esaltare la cristianità e denigrare i suoi nemici. L’atteggiamento verso gli arabi cambierà con la conquista di Granada nel 1492 e la fine del regno arabo in Spagna, diventando più benevolo, anche se sempre carico di pregiudizi.

Questa scrittura di propaganda tipica della Reconquista la ritroviamo nella figura di Jafar, il cattivo di Aladdin. Molti hanno visto nel film una rilettura in chiave Disney della guerra del Golfo: Jafar-Saddam Hussein doveva essere ridicolizzato per tenere alto il morale delle truppe statunitensi. Dai fratelli Marx all’Indiana Jones di Harrison Ford, tutti hanno umiliato gli arabi. Proprio in Indiana Jones un un arabo vestito di nero viene freddato da Harrison Ford, che lo uccide quasi per per la noia di dovere aspettare il suo assalto condito da virtuosismi con la scimitarra. La scena fa ridere. La vita dell’arabo in questione non crea commozione, anzi non viene nemmeno percepita, lui è un subumano, nessuno, nemmeno Indiana Jones prova pietà per lui.

Gli arabi sono brutali, ma anche maldestri in molti film. E di solito nelle scene di massa muoiono come mosche, corpi disumanizzati, che non suscitano nessuna emozione. E se proprio dobbiamo avere pietà ecco allora che saltano fuori le donne che devono essere salvate. Le “lapidate”, “bruciate vive”, “spose bambine”. Non che questi problemi non ci siano. I femminicidi in oriente come in occidente sono all’ordine del giorno, il patriarcato è tale ovunque si presenti. Ma ragionare per stereotipi non aiuta di certo le donne a emanciparsi.

Un nuovo umanesimo

Come scrive Paola Caridi in Arabi invisibili: “Il mondo arabo è altro, ed è oltre la maschera ingrugnita e spaventosa che ci viene proposta da anni. Non ha la faccia iconica di Osama bin Laden, non ha solo l’aspetto della vendetta che riempie i sonni disperati dei kamikaze”. Caridi, che ha scritto il libro nel 2007, propone delle soluzioni che sono ancora più attuali adesso. Se “quello che esiste e vive di fronte a noi è un mondo arabo arrabbiato, spesso indignato, che si vede appiccicare tutte le nefandezze che lo stesso Occidente ha covato nel suo percorso millenario” forse, spiega Caridi, servirebbe un nuovo patto, “un manifesto che, prima di tutto, venga scritto da arabi e occidentali insieme, chiedendosi dove possa arrivare la convivenza, e dove, invece, l’osmosi debba lasciare il passo al buon vicinato”. Un manifesto “di quelli che, ancora oggi e con sempre più difficoltà, continuano a parlare la lingua perduta del mare di mezzo”.

Quello che propone Paola Caridi è un nuovo umanesimo. Sembrerà ad alcuni un piano utopico, in epoche di attacchi terroristici nelle città europee. Ma a ben pensarci è l’unico da poter attuare. Anche perché, come abbiamo visto con la prima e la ancora più nefasta seconda guerra del Golfo, il conflitto alimenta se stesso e porta alla distruzione delle relazioni.

Il Medio Oriente un tempo era tra le regioni più tolleranti del mondo, come ha ricordato di recente la scrittrice palestinese Suad Amiry al festival Libri come, a Roma. Ora la pioggia di armi e insensatezze ha distrutto questa convivenza, forse per sempre. Ma noi, che spesso assistiamo attoniti sulle nostre poltrone alla distruzione del mondo, possiamo almeno fare una cosa: spingere i mezzi d’informazione dei nostri paesi a raccontarci un’altra storia.

Come sipuò creare un nuovo umanesimo se continuiamo a guardare gli altri attraverso gli stereotipi? È necessario, ora più che mai, cercare di conoscere l’altro. Spingere, come chiede la petizione di Progressi, i nostri governi a “soluzioni orientate alla pace e al dialogo” perché “l’arma più potente che abbiamo è l’inclusione sociale”.

Bandire una visione stereotipata, quindi, è il primo passo. Pensare, per esempio, che il maggior poeta siriano Nizar Qabbani (di cui l’editore Jouvence sta per pubblicare Le mie poesie più belle, a cura di Nabil Salameh e Silvia Moresi) non parlava certo di jihad, ma di amore. Dovremmo spingere le televisioni generaliste a lasciar perdere i talk show con i soliti professionisti dell’odio e a trasmettere film provenienti dal Medio Oriente. E sarebbe bello trasmettere un po’ di musica araba anche alla radio, avvicinandoci al pop dei Mashrou’ Leila, per esempio, autori di una bellissima canzone dedicata all’amore tra due uomini intitolata Shim el yasmine.

Scrive Ala Al Aswani nella prefazione diArabi invisibili:

Per quanto mi riguarda, io non posso considerare l’Occidente come il mio nemico. So che l’Occidente non è un unicum. So che George W.Bush non rappresenta l’Occidente. Se penso a un simbolo dell’Occidente e della sua civiltà, per il mio retaggio culturale e la mia formazione, penso a Vivaldi, a Shakespeare, a Molière, a Victor Hugo. Non certo a Dick Cheney.

Leggendo le sue parole, penso che quest’anno in Italia abbiamo una grande occasione. Il salone del libro di Torino 2016 sarà dedicato proprio alla letteratura araba, dal Maghreb al Mashreq. Invece delle urla dei professionisti dell’odio, potremmo riportarci a casa una bella manciata di parole dei maggiori scrittori arabi contemporanei. Solo così avremo meno paura e saremo pronti a quel nuovo umanesimo prospettato da Paola Caridi. Un umanesimo da costruire tutti insieme, il più presto possibile. Prima che sia troppo tardi.

 

 

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Sabato alla Ragaz: Radovan Karadžić è stato condannato per il genocidio di Srebrenica

Sabato alla Ragaz: politica estera

 

 

Da Internazionale

 

Radovan Karadžić è stato condannato per il genocidio di Srebrenica

 

A più di vent’anni dal massacro di Srebrenica e dal sanguinoso assedio di Sarajevo e di altre città bosniache, i giudici del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (Tpi) hanno condannato l’ex leader serbobosniaco Radovan Karadžić per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra, commessi durante la guerra in Bosnia dal 1992 al 1995. L’ex leader è stato condannato per dieci degli undici capi di imputazione a suo carico e dovrà scontare quarant’anni di carcere.

 

Radovan Karadžić è stato condannato con l’accusa di genocidio per il massacro di Srebrenica nel 1995, la più grave strage commessa in Europa dopo la seconda guerra mondiale.

 

L’11 luglio 1995, negli ultimi mesi della guerra in Bosnia, le milizie serbobosniache conquistarono l’enclave di Srebrenica dove si erano rifugiati migliaia di profughi – in gran parte musulmani – fuggiti dalla pulizia etnica in corso nella Bosnia orientale.

 

Srebrenica era considerata dalle Nazioni Unite una zona di sicurezza. L’esercito guidato dal generale Ratko Mladić e i gruppi paramilitari ultranazionalisti provenienti dalla Serbia conquistarono la città: separarono uomini e ragazzi dalle donne e procedettero a esecuzioni di massa, seppellendo i corpi in varie fosse comuni. Secondo le stime, in pochi giorni morirono più di ottomila persone. I 600 caschi blu olandesi posti a difesa dell’area non intervennero.

 

È stata riconosciuta anche “una responsabilità individuale” all’ex leader serbobosniaco per il sanguinoso assedio di Sarajevo, durato tre anni.

 

I giudici del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia hanno assolto “per insufficienza di prove” l’ex leader per una delle due accuse di genocidio per i massacri compiuti in sette villaggi bosniaci.

 

Oltre a Karadžić, è sotto processo anche il generale serbobosniaco Ratko Mladić, e i due principali responsabili dei servizi segreti serbi, Jovica Stanišić e Franko Simatović, per i quali la procura del Tpi ha richiesto la riapertura del procedimento dopo una prima sentenza di assoluzione.

 

EX JUGOSLAVIARADOVAN KARADŽIĆ

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Il miracolo del Sudafrica è già finito

Il Sabato alla Ragaz: prevede in Agenda un tema di politica estera. La stessa lacuna che riscontriamo noi oggi in Italia esisteva nel secolo scorso a Zurigo. Da qui l’impegno a dedicare il Sabato all’argomento ritenuto saliente per la formazione di una coscienza civica allargata oltre i propri confini- Oggi esaminiamo un articolo tratto da Internazionale di qualche ora fa

04 marzo 2016 11:12

L’economia sudafricana sembra ormai un caso disperato. Lo scorso anno il pil è cresciuto di circa lo 0,5 per cento, la valuta nazionale è in caduta libera e le sue obbligazioni stanno per essere retrocesse allo status di spazzatura. Il paese è dunque destinato a un lungo periodo di crescita bassa o addirittura inesistente? E questo a prescindere da chi è al governo? Oppure è colpa del presidente Jacob Zuma?

“Zuma non è più un presidente che meriti il rispetto di qualcuno”, ha dichiarato il mese scorso al parlamento sudafricano Julius Malema, leader del partito Economic freedom fighters (Combattenti per la libertà economica, Eff). Mentre Zuma cercava di tenere il suo ottavo discorso sullo stato della nazione (è diventato presidente nel 2009), i membri dell’Eff cantavano in coro “Zupta deve cadere” (Zupta è un riferimento agli stretti legami di Zuma con la ricchissima famiglia Gupta).

Malema non è un osservatore imparziale, ma le sue opinioni su Zuma le condividono tutti gli schieramenti politici in Sudafrica. “Nessuno gli crede più”, è la conclusione dell’analista politico William Gumede. Eppure Zuma continua a essere a capo della principale economia africana, che si sta sgretolando praticamente a vista d’occhio.

L’abisso della crisi

Il Sudafrica uscito dall’apartheid non è mai davvero decollato sul piano economico. Dopo la fine della segregazione, nel 1994, ci si aspettava che l’economia potesse crescere del 6 per cento all’anno o anche più, e che sarebbero stati creati cinquecentomila nuovi posti di lavoro all’anno. In realtà, nel decennio successivo il pil è cresciuto in media di poco più del 3 per cento, prima d’inabissarsi dopo la crisi finanziaria globale del 2008.

Nel 2010 il Sudafrica è entrato nel gruppo dei Bric insieme a Brasile, Russia, India e Cina, pur non avendone i requisiti. Mentre gli altri paesi sono usciti dalla grande recessione del periodo 2009-2012 con tassi di crescita inalterati, l’economia del Sudafrica si è fermata a una crescita annuale del 2 per cento, poi dell’1, fino ad arrivare allo 0,5 per cento attuale.

Non è un crimine che Zuma sia nato povero e non sia mai andato a scuola, né che non abbia mai lavorato nel settore privato: da quando aveva 16 anni è sempre stato nel partito oggi al potere, l’African national congress (Anc). Ma è interessante che, date queste premesse, sia comunque riuscito a diventare molto ricco (ha un patrimonio di almeno venti milioni di dollari).

Zuma non è mai stato in carcere per corruzione, ma il suo principale consulente finanziario, Schabir Shaik, è stato condannato a 15 anni di reclusione nel 2005 per corruzione e truffa. Il giudice ha spiegato che le prove della complicità tra Shaik e Zuma erano “schiaccianti” e il presidente di allora, Thabo Mbeki , aveva subito tolto a Zuma il suo incarico di vicepresidente.

È colpa di Zuma se il Sudafrica ha perso la fiducia del resto del mondo, ma non se la sua economia non cresce alla velocità sperata

A casa di Zuma la polizia ha trovato prove che hanno portato a un accusa per riciclaggio di denaro e associazione a delinquere nel quadro di un traffico di armi miliardario. Appena tre giorni prima che Zuma diventasse presidente nel 2009 le accuse erano cadute perché si disse che alcune prove erano state alterate, ma una recente sentenza della corte suprema le ha ripristinate.

Poi c’è stato lo scandalo Nkandla: Zuma è riuscito a far pagare al governo 23 milioni di dollari per i lavori d’ingrandimento della sua casa di campagna nella provincia di KwaZulu-Natal. In seguito, un tribunale lo ha obbligato a rimborsare parte del denaro.

Uno sviluppo particolare

A dicembre il Sudafrica ha avuto tre ministri delle finanze nel giro di una settimana. Il primo, il rispettato Nhlanhla Nene, aveva sfidato Zuma rifiutandosi di approvare alcuni grossi contratti relativi alle centrali nucleari e alla compagnia aerea di stato (forse perché sospettava che ci fossero di mezzo importanti tangenti). Così è stato licenziato.

Il secondo ministro delle finanze, David van Rooyen, era un ignoto faccendiere di partito senza alcuna esperienza economica. Presto si è scoperto che aveva stretti legami con la famiglia Gupta. Questo ha fatto ipotizzare che Zuma stesse aiutando i Gupta a prendere il controllo della politica finanziaria dello stato. Van Rooyen è stato obbligato a dimettersi dopo quattro giorni.

Il terzo ministro, Pravin Gordhan, era un uomo rispettabile e competente, ma ormai il mercato azionario sudafricano era crollato, la sua valuta era affondata e la Standard and Poor’s aveva ridotto il rating del paese a uno status appena superiore a quello di “spazzatura”.

Quindi è colpa di Zuma se il Sudafrica ha perso la fiducia del resto del mondo, ma non se la sua economia non cresce alla velocità sperata.

Il Sudafrica era già un paese sviluppato quando l’apartheid è finito. Era un paese sviluppato molto particolare, con circa dieci milioni di persone che vivevano in un’economia moderna e altri trenta milioni di persone che svolgevano lavori non qualificati o vivevano d’agricoltura di sussistenza. Ma era già un paese urbanizzato e industrializzato, e quindi non poteva beneficiare della fase di crescita sostenuta di cui hanno goduto alcune grandi economie emergenti, fasi che possono presentarsi una volta sola.

Il meglio che il Sudafrica poteva sperare era la crescita del 3 per cento registrata tra il 1996 e il 2008, e che sarebbe stata appena sufficiente a soddisfare le grandi aspettative popolari di miglioramento del livello di vita. Il principale responsabile dell’incapacità di soddisfare tali aspettative, e degli sconvolgimenti che la cosa potrebbe generare, è Jacob Zuma.

(Traduzione di Federico Ferrone)

 

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