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Herero, il genocidio dimenticato in Namibia

 

Nel 1904, il primo esperimento di sterminio avvenne in Namibia in ambito coloniale

«Il primo genocidio del Novecento», dichiara papa Francesco a proposito dello sterminio degli armeni da parte del governo ottomano con la fattiva collaborazione di alcune comunità kurde. Mi tocca smentirlo. Se proprio si deve stabilire una primogenitura allora la triste medaglia spetta agli Herero, popolazione dell’Africa del sud, Namibia, sterminata dai colonizzatori tedeschi nel 1904, dieci anni prima degli armeni. O i genocidi perpetrati in ambito coloniale non danno punti, non entrano in classifica? La memoria del secolo breve e senza fondo è strapiena, non ci sta più niente. Soprattutto sembra non trovare posto il colonialismo. Sullo sterminio degli Herero [e dei Nama] tacciono manuali di storia, giornali, TV. Nessun Franz Werfel a scrivere un romanzo epico per raccontare le tribolazioni armene. Nessun Primo Levi a chiedersi Se questo è un uomo. Nessun Diario di ragazza olandese. C’è però stata Hannah Arendt a indicare il genocidio Herero come premessa allo sterminio nazista degli ebrei.

Io credo che la nazione come tale [gli Herero] debba essere annientata, o, se questo non è possibile con misure tattiche, debba essere espulsa dalla regione con mezzi operativi ed un ulteriore trattamento specifico, proclama il Generale Lothar von Trotha, responsabile delle operazioni militari nella Namibia centrale, allora Africa del Sud Ovest, colonia tedesca dal 1884. Recita la Relazione dello Stato Maggiore tedesco: Von Trotha capì che la rivolta fu il primo segno di una guerra di razza che avrebbe sfidato tutti i poteri coloniali in Africa. Ogni cedimento quindi da parte dei Tedeschi avrebbe dato ulteriore alimento al movimento Etiopico secondo il quale l’Africa appartiene solo agli africani. La guerra deve continuare finché ci sarà il pericolo di una nuova resistenza degli Herero.

Vernichtung, annientamento, sterminio, è la parola d’ordine che rimbalzerà con tutta la sua industriale potenza in Europa. Lager, campo di concentramento, è l’altro nome che porterà al successo una pratica inaugurata a fine Ottocento dagli spagnoli a Cuba, dagli statunitensi nelle Filippine e dagli inglesi in Sudafrica. Colonialismo che andava al sodo senza che qualcuno dalle nostre parti avesse qualcosa da ridire.

Gli Herero devono ad ogni costo lasciare la terra. Se non lo faranno verranno costretti con le armi. Entro i confini tedeschi si sparerà ad ogni Herero, con o senza un’arma, con o senza bestiame. Non escluderò più neppure donne e bambini, o se ne andranno o gli spareremo addosso. Queste sono le mie parole al popolo Herero, ancora il trattamento specifico di Von Trotha. Ieri ho ordinato che i guerrieri catturati siano sottoposti alla corte marziale e impiccati e che tutte le donne e i bambini che cercano rifugio siano ricacciati nel deserto, con una copia del mio proclama nella loro lingua.

Ma il deserto non lascia scampo al bestiame umano, anche le sorgenti e i pozzi sono stati distrutti dalle truppe coloniali. Non è la Shoah ebraica, non è il divoramento-porrajmos dei rom e sinti, non è il Grande Crimine contro gli armeni. E’ l’oscurità della morte-ondorera jondiro da cui non ci si può ripulire perché, incalzati dai carnefici, si sono abbandonati i caduti nel deserto.

Il resto dell’armamentario genocida prefigura future abitudini europee: esperimenti medico-scientifici sui corpi vivi e spedizione a Berlino dei crani degli Herero per l’avanzamento della scienza antropologica, guidata dal professore Eugen Fischer, pilastro poi dell’eugenetica nazista e delle leggi razziali. Alla Craniologia Hererica darà un fattivo contributo l’italiano Sergio Sergi dell’Università di Roma.

Andiamo, andiamo…Johana, prendi il bambino in spalle, andiamo…Vieni, dobbiamo andare! -Il mio bambino, dove è andato il mio bambino? E’ caduto – Andiamo, il sole è già salito, prendi il cavallo, andiamo recita un canto di donne Herero profughe in Botswana. Come in una ballata di Goethe, mirabilmente messa in musica da Franz Schubert. Ma qui era il Re degli Elfi a portarsi via per sempre il bambino e l’affannosa corsa del cavallo si rivelava del tutto inutile.

Ma cos’è un genocidio? Secondo la definizione adottata dalle Nazioni Unite con genocidio si intendono gli atti commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso. Lo sterminio dunque non sta solo nella quantità delle vittime, ma soprattutto nella strategia e nelle tattiche impiegate dai carnefici. Nell’ossessione che un gruppo umano vada annientato in quanto tale e definitivamente.

Prima gli Herero e Nama erano forse 100.000, dopo 16/20.000.

Non è un caso della storia che il primo esperimento di sterminio avvenga in contesto coloniale e in Africa, in particolare. …l’Africa, intesa come idea e come concetto, ha avuto – e continua ad avere – la funzione storica di argomento polemico usato dall’Occidente nel disperato tentativo di affermare la propria differenza dal resto del mondo, scrive oggi Achille Mbembe. Alle frontiere dell’Europa questa differenza continua ad essere rimarcata.

Immagine: Di Richard Knötel (1857-1914), Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1672424
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Amnesty: l’UE rischia di alimentare violenze contro migranti in Libia

14.06.2016 Amnesty International
Amnesty: l’UE rischia di alimentare violenze contro migranti in Libia

Amnesty International ha dichiarato oggi che il progetto dell’Unione europea di cooperare più strettamente con la Libia in materia d’immigrazione rischia di favorire i maltrattamenti e la detenzione a tempo indeterminato, in condizioni terribili, di migliaia di migranti e di rifugiati.

Il mese scorso l’Unione europea ha annunciato l’intenzione di estendere per un altro anno l’operazione navale di contrasto ai trafficanti di esseri umani denominata “Sofia” e, su richiesta del nuovo governo di Tripoli, di offrire formazione alla guardia costiera libica e di condividere informazioni con quest’ultima.

Dalle testimonianze raccolte nel mese di maggio da Amnesty International in Sicilia e in Puglia sono emersi scioccanti dettagli di violenze inflitte dalla guardia costiera libica e nei centri di detenzione per migranti in Libia.

Amnesty International ha incontrato 90 persone sopravvissute alla traversata del Mediterraneo dalla Libia all’Italia, tra cui almeno 20 rifugiati e migranti che hanno denunciato pestaggi e uso delle armi da fuoco da parte della guardia costiera così come terribili torture all’interno dei centri di detenzione.
In un caso, la guardia costiera ha lasciato alla deriva un gommone in avaria con 120 persone a bordo, anziché trarle in salvo.

“L’Europa non dovrebbe neanche ipotizzare accordi con la Libia in tema d’immigrazione di fronte a queste conseguenze, dirette o indirette, sul piano delle violazioni dei diritti umani. L’Unione europea ha più volte mostrato l’intenzione di impedire le partenze di migranti e rifugiati quasi a ogni costo e trascurando l’aspetto dei diritti umani” – ha dichiarato Magdalena Mughrabi, vicedirettrice ad interim del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.

“Mentre è ovviamente necessario migliorare la capacità della guardia costiera libica di cercare e soccorrere vite umane in mare, quello che ora accade è che la guardia costiera intercetta migliaia di persone in mare e le riporta nei centri di detenzione dove subiscono la tortura e altre violazioni. È indispensabile che qualunque forma assistenza da parte dell’Unione europea non alimenti e perpetui le orribili violazioni dei diritti umani ai danni di cittadini stranieri in Libia dalle quali questi ultimi cercano disperatamente di mettersi al riparo” – ha proseguito Mughrabi.

Il 7 giugno la Commissione europea ha annunciato ulteriori piani per rafforzare la cooperazione e il partenariato con paesi terzi della zona africana considerati strategici per fermare l’immigrazione: tra questi vi è la Libia.

Nonostante dominino violenza e assenza di legge e nel 2014 sia nuovamente ripreso il conflitto armato, la Libia continua a essere la meta di centinaia di migliaia di migranti e rifugiati diretti in Europa, provenienti soprattutto dall’Africa sub-sahariana. Queste persone fuggono a causa della guerra, della persecuzione o della povertà estrema, da paesi come Eritrea, Etiopia, Gambia, Nigeria e Somalia. Altre persone si trovano in Libia da anni ma vogliono lasciare il paese perché, privi di protezione da parte di qualsiasi autorità, vivono nel costante timore di essere fermati, picchiati e rapinati da bande armate o dalla polizia.

Secondo l’Alto commissariato Onu per i rifugiati, nei primi cinque mesi del 2016 oltre 2100 persone hanno perso la vita in mare nel tentativo di raggiungere l’Italia. Oltre 49.000 persone sono state salvate da forze navali europee, navi di organizzazioni non governative o navi commerciali.

Violenze da parte della guardia costiera libica
Tra il 22 e il 28 maggio almeno 3500 persone sono state intercettate in mare dalla guardia costiera libica e trasferite in centri di detenzione.

Nel gennaio 2016 un’imbarcazione che avrebbe potuto trasportare al massimo 50 persone e che ne aveva a bordo 120, è stata intercettata dalla guardia costiera. Questo è il racconto di Abdurrahman, 23 anni, proveniente dall’Eritrea:
“Ci hanno fatto scendere e picchiati coi tubi di gomma e i bastoni di legno. Poi hanno sparato al piede dell’ultimo che stava scendendo dalla barca, solo perché non aveva saputo indicare il timoniere e allora hanno pensato che fosse lui…”

Un altro eritreo, Mohamed, 26 anni, ha raccontato della volta in cui la guardia costiera ha lasciato andare alla deriva un gommone in avaria con 120 persone a bordo:
“Uno degli uomini della guardia costiera è salito a bordo per riportarci indietro. Dopo un po’ il motore si è spento. Si è infuriato ed è risalito sulla loro nave, urlando ‘Se il vostro destino è morire, morirete’. Ci hanno lasciato lì in mezzo al mare…”

Alla fine il motore è ripartito ma poiché il gommone continuava a perdere aria, il gruppo di persone a bordo è stato costretto a tornare sulla terraferma.
Nell’ottobre 2013 Amnesty International aveva denunciato l’affondamento di un peschereccio contro il quale un’imbarcazione libica non identificata aveva aperto il fuoco. In quell’occasione annegarono 200 persone, tra cui donne e bambini. Alcuni dei sopravvissuti accusarono la guardia costiera libica di aver colpito il peschereccio. I risultati dell’indagine aperta sull’episodio non sono mai stati resi pubblici.

Agghiaccianti violenze nei centri di detenzione libici
Secondo la guardia costiera libica, i migranti e i rifugiati intercettati in mare vengono abitualmente portati nei centri di detenzione per immigrati.
Dal 2011, Amnesty International ha raccolto decine e decine di testimonianze di ex detenuti (compresi minori non accompagnati e donne) sulle terribili condizioni di detenzione nonché sulle violenze e sugli abusi di natura sessuale che si verificano all’interno di quei centri. Le testimonianze più recenti confermano che le cose continuano ad andare avanti nello stesso modo.

I centri, 24 in tutto secondo l’Alto commissariato Onu per i rifugiati, sono diretti dal Dipartimento per contrastare l’immigrazione illegale che, teoricamente, dovrebbe essere alle dipendenze del ministero dell’Interno. Di fatto, molti centri sono gestiti dai gruppi armati. Il governo di accordo nazionale, sostenuto a livello internazionale, deve ancora assumerne il controllo.

Secondo la legislazione libica l’ingresso, l’uscita e la permanenza illegali in Libia sono un reato. I cittadini stranieri che si trovano in questa condizione possono essere posti in detenzione a tempo indeterminato in attesa dell’espulsione.

Solitamente, i detenuti stranieri rimangono nei centri per mesi senza poter incontrare familiari e avvocati e senza vedere un giudice. Non possono contestare la legittimità della loro detenzione né chiedere protezione, data l’assenza di un sistema nazionale d’asilo. Le espulsioni sono eseguite senza alcuna tutela né esame individuale.

“Il fatto che sia possibile trattenere una persona in carcere all’infinito solo sulla base della sua condizione d’immigrato è un oltraggio. Invece di ottenere protezione, i migranti e i rifugiati finiscono per essere torturati. La Libia dovrebbe immediatamente porre fine a questo sistema di detenzioni illegali e torture nei confronti dei cittadini stranieri e adottare una legislazione sull’asilo che consenta a chi ha bisogno di protezione internazionale di ottenere un rifugio” – ha sottolineato Mughrabi.

Ex detenuti – tra cui persone intercettate in mare e cittadini stranieri fermati in strada – hanno riferito che venivano picchiati ogni giorno con bastoni di legno, tubi di gomma e cavi elettrici e venivano sottoposti a scariche elettriche.

Un eritreo di 20 anni che era a bordo di un natante intercettato in mare dalla guardia costiera nel gennaio 2016, ha raccontato di essere stato trasferito in un centro di detenzione di al-Zawyra, nella Libia occidentale, e di essere stato picchiato ripetutamente.

Questo, invece, è il racconto di un uomo detenuto nel centro di detenzione Abu Slim di Tripoli, dove secondo la Missione Onu di supporto alla Libia, si trovano almeno 450 detenuti:
“Le guardie ci picchiavano tre volte al giorno usando un cavo elettrico che era stato annodato tre volte per renderlo più duro”.

I detenuti venivano obbligati a dormire all’aperto senza alcun riparo dalle temperature estreme. Le guardie spargevano acqua sul pavimento per farli dormire sul bagnato.

Charles, 35 anni, proveniente dalla Nigeria, ha denunciato di essere stato fermato in una strada di Tripoli, nell’agosto 2015, e di essere stato trasferito in cinque centri di detenzione:
“Ci picchiavano tutti, sempre, ogni giorno. Una volta mi hanno rotto il braccio a bastonate, mi hanno portato in un ospedale ma non ho ricevuto alcuna medicazione. Per colpirci usavano bastoni e pistole, a volte anche la corrente elettrica”.

Quando le guardie hanno minacciato di espellerlo, ha urlato “Qualunque cosa sarà meglio di questo inferno”.

Un uomo di 28 anni originario dell’Etiopia, arrestato insieme alla moglie a un posto di blocco, ha trascorso quattro mesi in un centro di detenzione di Kufra, nel sud-est della Libia. Ha denunciato di essere stato picchiato regolarmente, chiuso in un box, frustato e ustionato con acqua bollente. Stessa sorte per la moglie, picchiata insieme ad altre detenute dal direttore del centro. Alla fine la coppia ha pagato una somma di denaro ed è stata rilasciata.

Nessuno dei centri diretti dal Dipartimento per contrastare l’immigrazione illegale ha personale femminile in servizio. Questo aumenta i rischi di subire violenza sessuale.

Numerosi testimoni hanno visto rifugiati e migranti morire durante la detenzione, a colpi di arma da fuoco o a seguito dei pestaggi:
Questa è la testimonianza di un 19enne eritreo detenuto a Kufra:
“Se dicevamo che avevamo fame, le guardie venivano a picchiarci. Ci costringevano a stare a pancia in giù e ci picchiavano coi tubi di gomma. Una volta hanno sparato a un detenuto del Ciad, senza alcun motivo. Lo hanno portato in ospedale, poi di nuovo in cella ed è morto. Ufficialmente, è morto a seguito di un incidente d’auto. Lo so, perché mi facevano lavorare, gratis, nella stanza degli archivi”.

Un altro eritreo che ha trascorso cinque mesi da ottobre 2015 nel centro di detenzione di al-Zawiya ha dichiarato di aver visto un uomo picchiato a morte dalle guardie. Poi hanno avvolto il corpo in un lenzuolo e l’hanno portato via. Lo stesso eritreo ha denunciato che in un’occasione le guardie sono entrate in una cella e hanno sparato a sette detenuti perché non capivano gli ordini in arabo.

Nell’aprile 2016 la Missione Onu di supporto alla Libia ha sollecitato un’indagine sulla morte di quattro persone, uccise a colpi di arma da fuoco mentre stavano cercando di evadere dal centro di al-Zawiya.

Ex detenuti hanno anche denunciato l’assenza di cibo e di acqua potabile, le scarse cure mediche e lo squallore delle celle così come la mancanza d’igiene che secondo molti è la causa della diffusione di malattie della pelle. Le volte in cui medici di organismi umanitari venivano condotti nei centri di detenzione, potevano visitare solo pochi detenuti peraltro troppo impauriti per denunciare i trattamenti subiti. Le medicazioni ricevute venivano sequestrate dalle guardie.
“L’Unione europea non può ignorare questi racconti di orrore puro sullo scioccante trattamento inflitto ogni giorno ai cittadini stranieri in Libia. Prima di delineare qualsiasi piano o politica, dovrebbero esserci solide garanzie sul pieno rispetto dei diritti dei migranti e dei rifugiati in Libia: cosa estremamente improbabile nel breve termine” – ha commentato Mughrabi.

Discriminazione religiosa
Nei centri di detenzione libici il rischio di maltrattamenti ai danni di cittadini stranieri di religione cristiana sono in aumento.

Questo è il racconto di Omar, 26 anni, eritreo:
“I cristiani li odiano. Se sei cristiano, devi solo pregare Dio che non ti trovino. Se scoprono una croce o un tatuaggio religioso, ti picchiano ancora di più”.
Un ex detenuto della Nigeria ha raccontato di come, nel centro di detenzione di Misurata, i detenuti venissero separati in base alla fede. I cristiani venivano poi frustati:
“All’inizio mi dicevo che non avrei mai cambiato la religione anche se mi trovavo in un paese islamico. Poi mi hanno arrestato e mi hanno frustato. La volta dopo ho mentito e ho detto che ero musulmano”.

Anche Semre, 22 anni, eritreo, trasferito in un centro di detenzione nel gennaio 2016 dopo che la sua imbarcazione era stata intercettata in mare, conferma che i cristiani vengono trattati peggio degli altri:
“Mi hanno picchiato e preso i soldi. Poi hanno trovato la mia Bibbia, hanno strappato la croce che avevo al collo e le hanno scagliate lontano. Per prima cosa controllano se hai soldi nelle tasche, poi prendono un cavo elettrico e ti frustano”.

Sfruttamento, estorsione e cessione ai trafficanti
Le testimonianze raccolte hanno portato Amnesty International a concludere che l’unica speranza che i detenuti hanno di essere rilasciati sta nella fuga, nel pagamento di una somma di denaro o nella cessione ai trafficanti.

Molti subiscono estorsioni, vengono sfruttati o costretti a lavorare gratuitamente, all’interno di centri di detenzione o all’esterno, da persone che pagano le guardie.

Daniel, 19 anni, proveniente da Ghana e detenuto in Libia nel 2014, ha raccontato come la sua unica possibilità di porre fine ai pestaggi in detenzione, non avendo soldi a disposizione, fosse quella di evadere:
“Non avevo soldi così ho dovuto fare lo schiavo per tre mesi: trasportare sabbia e pietre, coltivare. Quando dicevo che avevo fame, si mettevano a urlare. Mi hanno fatto bere acqua mescolata a petrolio o col sale dentro, solo per punirmi. Un giorno mi hanno dato un telefono dicendomi di chiamare a casa per farmi mandare dei soldi. Ma i miei genitori sono morti, non avevo nessuno da chiamare. Allora mi hanno picchiato e per un po’ non mi hanno dato da mangiare”.
In alcuni casi, i detenuti sono fuggiti o sono stati rilasciati dalle persone per cui lavoravano all’esterno, che li hanno anche aiutati a imbarcarsi in cambio del loro lavoro gratuito.

In altri casi, i trafficanti hanno negoziato il rilascio di detenuti – spesso corrompendo le guardie – così da avere altre persone da imbarcare al costo di circa 1000 dollari ciascuno. In un caso, i trafficanti si sono presentati alla guardie con “automobili zeppe di prodotti” in cambio dei detenuti.

“L’Europa non può continuare ad abdicare alle sue responsabilità in questa crisi globale dei rifugiati senza precedenti. Per evitare di rendersi complice del ciclo di abominevoli violenze che stanno subendo migranti e rifugiati in Libia, l’Unione europea dovrebbe concentrare i suoi sforzi nell’ottenimento di garanzie che la guardia costiera libica porti avanti le sue attività nel rispetto dei diritti umani, che nessun rifugiato o migrante sia sottoposto a detenzione illegale e che, soprattutto, vi siano alternative ai viaggi pericolosi. Questo significa aumentare enormemente il numero dei reinsediamenti in Europa e garantire visti e ammissioni per motivi umanitari” – ha concluso Mughrabi.

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In Parlamento la riforma del terzo settore e il Servizio Civile Universale

Riconoscere l’importanza del volontariato e della difesa non violenta del paese è un atto di civiltà

La Camera ha approvato la nuova normativa sul Terzo settore, un provvedimento che definisce e riforma la cooperazione sociale, il volontariato e l’associazionismo. Nella legge delega, tra le altre cose, si definisce che cos’è il Terzo settore, se ne istituiscono un codice e un registro unico, si introduce il Servizio Civile Universale aperto anche agli stranieri, e si costruisce una nuova fondazione di diritto privato, la Fondazione Italia Solidale.

Il Servizio Civile Nazionale, che negli ultimi anni ha attraversato difficoltà e rallentamenti, nel 2015 ha visto partecipare 45mila volontari: l’istituzione di quello Universale, rappresenta un segnale importante di integrazione e sviluppo. Ne abbiamo parlato con Licio Palazzini, presidente della Conferenza Nazionale Enti per il Servizio Civile, di cui fa parte anche la Diaconia Valdese.

Cosa pensa di questa riforma?
«Ce n’era bisogno e il disegno di legge delega risponde ad alcune necessità, principalmente quella di incardinare la dimensione giuridica del Terzo settore nell’ordinamento del nostro paese; anche la parte in cui si riforma il titolo e il libro giuridico del Terzo settore mi pare un elemento importante, così come il riconoscimento della funzione economica subordinata e funzionale alla realizzazione degli obiettivi sociali. Altri aspetti potevano essere evitati, come la creazione della Fondazione Italia Sociale, e di altri ancora scopriremo la sostanza con i decreti. Il fatto positivo è che il governo si era preso un impegno ad aprile del 2014 e, a differenza di molti altri governi, a maggio del 2016 abbiamo la legge»

Parlando di Servizio Civile Universale, siamo alla fine di un’epoca o alla prosecuzione di un percorso?
«In primo luogo noto che mentre su tutti gli altri articoli del disegno di legge delega c’è stata una netta separazione tra maggioranza e opposizione, sul Servizio Civile abbiamo avuto anche i voti di Sinistra Italiana e l’astensione di Forza Italia. Questo significa che l’idea di fondo trova consenso al di là degli schieramenti. Siamo di fronte ad una positiva evoluzione di un’idea. Siamo orgogliosi che nel 2016 sia stata approvata dal Parlamento una legge sul Servizio Civile Universale finalizzato alla difesa non armata della patria, in continuità con il servizio degli obiettori di coscienza: questo è un elemento cardine che ci fa dare una valutazione positiva. Il secondo elemento fondamentale è la definizione di universale, che non vuol dire obbligatorio – come era stato immaginato qualche anno fa – ma che significa che lo Stato si impegna a creare nel tempo le condizioni perché tutti coloro che vogliono fare il servizio lo possano fare: cittadini comunitari e non comunitari regolarmente soggiornanti nel nostro paese. Anche questo, nel 2016, nell’epoca dei rinascenti egoismi e razzismi, è un bel segno in controtendenza».

Resterà una difesa non violenta della Patria?
«Nei lavori parlamentari la finalità del Servizio Civile Universale è stata oggetto di una accesa discussione. Alcuni lo vedevano come un residuo del passato, un tributo ad un’epoca passata. Basta aprire i giornali e vedere quotidianamente i conflitti delle nostre comunità per capire che l’educazione alla pace e la costruzione della giustizia sociale in modo non violento non sono una questione del passato ma la priorità del presente e del futuro, se vogliamo mantenere un benessere economico e di qualità della vita che con tanta fatica sono stati costruiti nel nostro paese».

Cosa cambia praticamente per i giovani volontari?
«C’è un processo in corso, che doveva essere già realizzato con la legge 64, ma che è stato dimenticato: il tema delle valorizzazioni delle competenze acquisite, che oggettivamente riceverà un impulso. Purtroppo ci scontriamo con il fatto che il sistema sia su scala regionale, e ogni regione abbia i propri percorsi e tempi: fin da subito chiederemo al Dipartimento del Servizio Civile che sia valorizzata la formazione generale, che è omogenea per tutti i giovani, ma anche la formazione specifica che abbinata ad ogni singolo progetto, insieme alle competenze trasversali, è fondamentale».

Cosa è rimasto fuori dalla riforma?
«La dimensione economica. Tutto l’impianto della legge è strutturato con una piccola parte di finanziamenti per tutte le varie riforme. Ci è stato risposto che era compito delle leggi di stabilità. Detto questo una cosa è l’aspetto tecnico di ogni anno, altro è l’impegno politico, che ad oggi non c’è stato, per stanziare da parte del Governo una somma definita nel triennio. Questo ci preoccupa. Si chiede alle organizzazioni di investire ancora di più sui progetti di Servizio Civile, ma gli elementi pratici legati alle risorse ci lasciano diffidenti. Un altro rischio che va evitato è che si sacrifichi la qualità del servizio pur di trovare risorse. Siamo contenti che il mondo delle fondazioni e quello dei privati si avvicinino per finanziare interventi, ma a condizione che le esperienze organizzate per i giovani siano quelle del servizio civile, senza introdurre altri parametri».

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Festival del Cinema a Gaza, un red carpet di sogni

Festival del Cinema a Gaza, un red carpet di sogni
(Foto di Shadi AlQarra)

L’arte come rappresentazione di tutto, narrazione di storie, spesso legata ai diritti umani, reportage e vita reale cavalca le testate giornalistiche di questi giorni grazie alla famosa rassegna allestita nell’idilliaca cornice della Costa Azzurra. Star da ogni zona del mondo sfilano lasciando parlare più i gossip legati alle scollature o allo scintillio degli abiti che la cultura stessa. Una donna di quasi settant’anni, Susan Sarandon, ha ricordato a tutti noi e non solo ai fotografi e ai giornalisti che l’hanno immortalata, stupiti della fierezza con cui si è presentata a uno degli eventi cinematografici più famosi al mondo, l’assedio decennale che opprime il popolo palestinese. L’arte, come lei insegna, ma soprattutto la professionalità, non sono e non saranno mai schiave di nessuno, sono libere di volare lontano sino a raggiungere la Striscia di Gaza.

Il giornalista Saud Aburmadan si occupa non solo di cronaca, ma anche di cultura e diritti umani ed è riuscito a far volare il Red Carpet Film Festival con lo slogan “Facciamo respirare”. L’evento legato alla cinematografia d’oltre confine ha preso vita il 15 maggio 2015 dalle macerie dei 51 giorni di bombardamento dell’operazione Margine Protettivo dell’estate del 2014, usando la cultura per combattere l’assedio che lo stato d’ Israele impone da decenni, donando storie e sogni e facendo sentire la popolazione non troppo lontana da quel mondo ovattato che spesso appare intoccabile.

Il grande schermo richiama per il secondo anno un numero sempre maggiore di persone, donando a chi ancora oggi ha la possibilità di tracciare una linea professionale diversa per il proprio futuro un’altra idea di arte non statica e pensata per un pubblico hollywoodiano. Competenze sempre maggiori delle scuole arabe di cinematografia danno così la reale sensazione che l’Occidente non sia un confine ideologico differente ed insormontabile. Si narra non solo di guerra, ma anche di amori e relazioni, rammentando così a ogni osservatore che l’essere umano non è prigioniero della propria cultura, ma è in grado di spaziare e ha come luogo comune il cuore e i sentimenti.

La rassegna cinematografica punta a rilanciare soprattutto tra i giovani la cinematografia come possibile futuro comunicativo con l’esterno; il popolo palestinese è un popolo di artigiani, legato all’arte dei tempi antichi, quindi per realizzare questo piccolo sogno non vi sono stati ostacoli insormontabili come qualcuno avrebbe potuto immaginare prima del suo inizio. Il tappeto rosso di Gaza è lungo 120 cm; tutti, sia bambini che anziani, potranno percorrerlo sentendosi per un giorno star al centro del mondo, lanciando così il messaggio che ognuno di noi è un essere unico e speciale.

Il regista Khalil Al Mzayn quest’anno vuole tutti i palestinesi sul red carpet e lancia l’iniziativa di far scorrere il drappo rosso sino al porto, dando un giorno di luce anche a quella parte di popolazione isolata e lontana dai riflettori quotidiani e dalla gente comune.

A ospitare l’evento il Centro Culturale Rashad Al Shawa di Gaza City, invaso da centinaia di amanti della cultura cinematografica. Il pubblico ha potuto vedere lungometraggi, cortometraggi, film d’animazione della durata massima di 70 minuti. Alla popolazione dell’enclave è spesso negata la possibilità di accedere a Internet e così si deve accontentare di programmi televisivi scadenti. I film che hanno riscosso il maggior successo sono stati un lungometraggio sulla vita dell’artista arabo Mohammed Assaf e la storia di un bambino dopo la perdita del padre. Il festival terminerà mercoledì 18 maggio 2016; la Mezzaluna Rossa Palestinese chiuderà il sipario con la proiezione del film “Sarah”, con un invito al sogno e la speranza che in futuro ci sia un tappeto sempre più lungo e luminoso per tutti, non solo per le star d’altri tempi.

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Bernie Sanders contro le deportazioni

Bernie Sanders contro le deportazioni

Giovedì 12 maggio Bernie Sanders ha diffuso la seguente dichiarazione, dopo che la Reuters aveva riportato la notizia di un piano di nuove deportazioni studiato dai funzionari dell’Ufficio Immigrazione degli Stati Uniti.

“Mi oppongo alla dolorosa e inumana pratica di imprigionare e deportare famiglie fuggite da orribili situazioni di violenza in America Centrale e in altri paesi. Mettere in pericolo questa gente è sbagliato.

Ho incontrato di recente una giovane donna del Salvador, arrivata da sola negli Stati Uniti a quindici anni per sfuggire alle gang che cercavano di reclutarla. Ho parlato anche con molti bambini che mi hanno raccontato in lacrime di vivere nella costante paura che i loro genitori vengano portati via.

Sollecito il Presidente Obama a usare i suoi poteri esecutivi per proteggere queste famiglie,  estendendo lo “Stato di protezione temporanea” a chi fugge dall’America Centrale.”

https://berniesanders.com

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese, Spagnolo

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La follia delle ruspe al Brennero

La follia delle ruspe al Brennero

In nome della sicurezza, gli europei prendono a picconate i loro valori e le loro libertà

In queste ore a Strasburgo si sta svolgendo la sessione plenaria del Parlamento europeo: l’unica istituzione eletta dell’Unione, un emiciclo che dal 1979, anno del primo suffragio continentale, sfida, con la sua sola esistenza, il concetto stesso di confine nazionale. Prima che Bruxelles diventasse la capitale delle istituzioni comunitarie, il Parlamento e la Corte europea dei diritti dell’uomo sbocciarono a Strasburgo, sulle rive del fiume Reno, proprio perché è su quelle acque che, per secoli, Francia e Germania incrociarono le baionette. Oggi, due guerre mondiali più tardi, un alsaziano che voglia prendere un gelato a Kehl, la prima cittadina tedesca oltre il fiume, inforca la bici: una ciclabile di qualche chilometro lo conduce al «ponte dell’Europa», simbolo della riconciliazione europea.

Ora, immaginiamo che improvvisamente, sul Pont de l’Europe, comincino dei lavori: che compaiano ruspe, operai in caschetto e pettorina gialla, materiali edili. Immaginiamo che poco alla volta si ipotizzi che, per il bene di una delle due sponde, quel ponte possa venire chiuso. Quale sarebbe, a quel punto, il valore politico dell’assemblea parlamentare sovranazionale che si tiene a poche pedalate da lì? Bene, una domanda simile possiamo già porcela: perché nella stessa mattina in cui eletti europei si riuniscono per discutere di problemi comuni, il governo austriaco ha inviato le ruspe al passo del Brennero per impostare una frontiera d’emergenza da riattivare nei confronti di ipotetici migranti provenienti dall’Italia – al momento, mentre proseguono gli sbarchi mediterranei, non si ha notizia di flussi migratori tra Italia e Austria.

Di qua dalle Alpi, proteste formali non hanno tardato ad arrivare: nella giornata di ieri Renzi era in Iran e Gentiloni in Libia, ma entrambi hanno affilato le loro penne, annunciando una lettera del governo italiano ad Avramopoulos, il commissario europeo agli Affari Interni. Ma per il presidente Heinz Fischer la priorità rimane una sola: 35.000 unità è la soglia d’accoglienza fissata da Vienna, qualsiasi misura preventiva finalizzata al rispetto di questa cifra è, secondo i nostri vicini, legittima. Come abbiamo già avuto modo di scrivere, il governo austriaco è il vero coordinatore della chiusura della «rotta balcanica». A seguito del trattato siglato tra Ue e Turchia, Vienna ora teme l’apertura di una nuova rotta mediterranea che passi da sud, dalla negligente Italia.

Una decina di giorni fa, fiutando il crescente clima di paranoia, l’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano aveva affidato a «Repubblica» una lettera aperta all’«amico» Fischer, in memoria dei tempi in cui i politici l’Europa la costruivano: «Nel 1998, da ministro dell’Interno fui al Brennero con il mio omologo ministro austriaco per rimuovere insieme la barriera al confine tra i nostri due Paesi: confine due volte nel corso del Novecento attraversato con la forza da eserciti in guerra tra loro. E a rafforzare il valore della libera circolazione tra Italia e Austria giunse la decisione della costruzione del traforo del Brennero, per il quale salutammo – come presidenti di Italia e Austria, io e Fischer – l’inizio dei lavori. Non è immaginabile che si torni indietro da quella storica svolta per la pace e il comune progresso economico e civile».

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Contro l’impero Europa e con i siriani

Non è la malvagità bensì la debolezza dell’uomo che deturpa e degrada maggiormente la dignità umana.
D. B.

 

 

Rientro ora da Milano: Mi pare che il dato saliente riferito oggi alla riunione di Altra Europa è l’allarme che a seguito dell’intesa europea sui profughi anche quelli siriani rischiano in Italia di essere rinchiusi nei Centri di Identificazione e Espulsione (CIE) anche per 12 mesi senza aver commesso reati ma in attesa di documenti e burocrazia prima del ricollocamento. E’ una vergogna questa Europa e raccolgo l’appello medioevale del candidato sindaco di Bologna FEDERICO MARTELLONI, che solo il vento dei Comuni può contrastare il loro impero. Antiumano e creatore di ingiustizie e diseguaglianze. SOS Siria subito! Preghiere non stop tutti i sabati. Da qui fino a che non si definisce il tutto.

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Sabato alla Ragaz con Internazionale: l’accordo di stanotte sui migranti

I 28 leader europei hanno trovato un accordo stanotte sul piano per la gestione dell’arrivo dei migranti sulle coste greche e oggi la bozza è stata sottoposta alla Turchia. Dopo averlo sottoposto all’approvazione del premier turco Ahmet Davutoğlu, i 28 leader dell’Unione europea hanno dato il via libera finale.

  1. Respingimento dei migranti in Turchia. I migranti e i profughi sulla rotta balcanica saranno rimandati in Turchia. Tra questi anche i profughi siriani, compresi quelli che hanno fatto domanda di asilo in Grecia. Verrà stabilita una data di ingresso dei profughi in Grecia che servirà per decidere chi ha il diritto di restare e chi invece sarà riportato in Turchia. La bozza dice che si tratta di una “misura temporanea e straordinaria, necessaria per porre fine alle sofferenze umane e ripristinare l’ordine pubblico”. Per rispettare le leggi internazionali, i migranti saranno “registrati senza indugi e le richieste di asilo saranno esaminate individualmente dalle autorità greche”. Chi non vorrà essere registrato e quelli a cui sarà respinta la domanda, torneranno in Turchia. L’Agenzia dell’Onu per i rifugiati (Unhcr) assisterà i respingimenti, in base a una clausola aggiunta ieri sera. Tutti i costi saranno coperti dalla Unione europea. L’Unione inoltre “accetta l’impegno di Ankara che i migranti tornati in Turchia verranno protetti in base agli standard internazionali”.
  2. Canali umanitari. Per ogni profugo siriano che viene rimandato in Turchia dalle isole greche un altro siriano verrà trasferito dalla Turchia all’Unione europea attraverso dei canali umanitari. Donne e bambini avranno la precedenza nei canali umanitari, in base ai “criteri di vulnerabilità stabiliti dall’Onu”. La priorità sarà assicurata anche a coloro che non sono già stati deportati dalla Grecia. L’Europa metterà a disposizione 18mila posti già concordati per accogliere i profughi dei canali umanitari. Rimane in piedi inoltre il piano di ricollocamento dei richiedenti asilo dall’Italia e dalla Grecia, che tuttavia non è mai decollato.
  3. Liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi. La Turchia chiede anche la liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi a partire dal 1 giugno di quest’anno. Entro ottobre potrebbe non essere più necessario per i turchi chiedere un visto per entrare nell’Unione europea. A patto che siano rispettate tutte le condizioni richieste dall’Unione europea. Nella pratica è quasi impossibile per Ankara soddisfare le 72 richieste avanzate da Bruxelles in tempi brevi.
  4. Aiuti economici alla Turchia. L’Unione europea ha deciso di accelerare il versamento di tre miliardi di euro di aiuti alla Turchia, già approvati nel vertice di novembre, per la gestione dei campi profughi. Inoltre l’Unione vuole mobilitare “fino a un massimo di altri tre miliardi entro fine 2018”, ma solo dopo che i primi tre miliardi saranno spesi.
  5. L’adesione della Turchia all’Unione europea. L’Unione europea “si preparerà a decidere l’apertura di nuovi capitoli” sull’adesione della Turchia all’Unione europea fermo da tempo, “non appena possibile”.

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Gli “zingari”, un tema scottante – Solidarietà a Patrizia Bedori

 

16.03.2016 – Milano Anita Sonego
Gli “zingari”, un tema scottante – Solidarietà a Patrizia Bedori
(Foto di http://www.linkiesta.it/)

Consiglio Comunale di Milano del 14 marzo 2016

Come si può leggere sui quotidiani oggi verrà chiuso il campo rom di via Idro, fondato 26 anni fa.

Sono intervenuta più volte in proposito e so che questo argomento “non porta voti, anzi, li fa perdere” come mi è stato più volte detto. Pazienza non posso far tacere la mia coscienza.

La presenza degli “zingari” è sempre stato un tema scottante non solo nella nostra città. Che i “diversi”, di ogni genere, creino problemi veri o immaginari è una fatto storico e per i rom basta ricordare la loro presenza ed eliminazione nei vari campi di sterminio nazisti e fascisti.

La nostra amministrazione nei primi tempi ha affrontato questa problematica realtà sociale attraverso la presa in carico dell’Assessorato alle politiche sociali e a quello della sicurezza. Dopo due anni i rom e sinti sono diventati solo un problema di sicurezza, prova ne sia che questo sgombero è stato preparato e annunciato a più riprese dall’assessore Granelli.

Si dirà che una parte degli abitanti di via Idro  ha accettato la proposta di trasferirsi  nei CAA (centri di Accoglienza Abitativa) o nei CES (Centri di Emergenza Sociale). Che altro potevano fare? E’ stata loro offerta qualche altra alternativa?

Ho saputo che con la stessa cifra che l’Amministrazione corrisponde ad un CAA (fondi ex Maroni) per l’accoglienza di una famiglia per circa sette mesi, si potrebbero collocare le stesse persone per due anni e più in abitazioni “normali” attraverso un contratto privato di locazione con mediazione istituzionale.

Questo è quanto si fa nei paesi del centro e nord Europa.

Questo sarebbe un reale superamento delle “condizioni abitative svantaggiate”.

Perché si sono prorogate, per quasi tutta la durata dell’amministrazione, le convenzioni stipulate dall’accoppiata Moioli – Moratti?

Perché la Caritas e Farsi Prossimo si sono defilati dalla gestione dei Centri di Emergenza Sociale dopo il primo anno? Ci consta che la motivazione sia stata quella di considerare che questo tipo di esperienze non fosse destinata a produrre effetti positivi per l’inclusione delle comunità rom e sinti.

Invito tutti a visitare il CES di via Lombroso: servizi pessimi, spazi ridottissimi e assoluta mancanza di intimità possibile tra chi vive in quel contesto, più simile alla situazione delle carceri da questo punto di vista!

Quale logica sottende l’aver preferito a percorsi di autonomia diretta l’affidamento alla presa in carico del terzo settore persino per la sola ospitalità abitativa?

Tutti abbiamo ricevuto l’appello rivolto “ai politici” per il rispetto dei diritti umani anche dei rom di via Idro.

Spero che quel testo ci serva per un ripensamento collettivo su che cosa significa “inclusione”, rispetto dei diritti umani, dignità di tutte e tutti.

Ancora una volta viene in mente la riflessione di Judith Butler in occasione del conferimento del premio Adorno che ha per titolo :”A chi spetta una buona vita?” dove tra l’altro viene ricordato come per Hannah Arendt solo la vita buona rende la vita degna di essere vissuta. Ecco, presidente, io penso che compito della politica sia quello di operare perché la vita di tutte e tutti sia una vita degna di essere vissuta.

Presidente, mi permetta di esprimere qui, pubblicamente, la mia solidarietà alla consigliera di zona e candidata sindaco Patrizia Bedori. I commenti e le considerazioni offensive che le sono state rivolte dimostrano, se ce ne fosse ancora bisogno, che viviamo in un paese in cui il maschilismo ha raggiunto livelli preoccupanti e vergognosi.

Patrizia Bedori non ha bisogno di alcuna difesa poiché ha risposto degnamente sulla sua pagina di facebook. Voglio solo esprimerle la mia comprensione e vicinanza, oltre al rammarico che all’unica candidata donna sia stato, nei fatti, impedito di concorrere per il posto di sindaco di questa città.

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Il Ku Klux Klan sostiene l’evangelico presbiteriano Trup

David Duke, ex capo supremo del Ku Klux Klan, sostiene Trump

27.02.2016 Democracy Now!

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

David Duke, ex capo supremo del Ku Klux Klan, sostiene Trump
(Foto di http://www.democracynow.org/)

Attraverso il suo programma radiofonico il nazionalista bianco ed ex capo supremo del Ku Klux Klan David Duke ha sollecitato gli ascoltatori a sostenere Trump. “A questo punto votare contro Donald significa tradire la vostra eredità.” Duke ha incoraggiato gli ascoltatori a presentarsi al quartier generale di Trump come volontari, dicendo: “Là incontrerete gente con la vostra stessa mentalità.”

I presbiteriani sono una chiesa che al loro interno contiene di tutto: dai gay a Trump. Le sue idee teologiche ed ecclesiastiche sono vicine a quella valdese in Italia

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