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Quando il cristianesimo fallisce: il campo dei suicidi

Il campo dei suicidi a Berlino

Nel cuore del Grunewald berlinese si trova l’unico “cimitero dei suicidi” della Germania

(ve/apd) “Cimitero dei senza nome”, “campo del disonore” – la radura del Grunewald berlinese è stata chiamata in molti modi in oltre un secolo e mezzo.
Se non ci fosse un cartello stradale, nessuno troverebbe questo cimitero lungo 80 metri e largo 60. Un luogo di pace e di riposo nella foresta, dove la volpe e la lepre si incrociano al crepuscolo e dove si incontrano anche dei cinghiali, che hanno ispirato il nome dello “stagno delle scrofe”, in riva al vicino fiume Havel.

Suicidarsi è reato
Nel 19. secolo la corrente depositava spesso sulla riva cadaveri di annegati. “Tra di essi c’erano molte domestiche messe incinta dal proprio padrone”, racconta il capo delle guardie forestali del Grunewald Elmar Kilz. Fino al 1845 il tentato suicidio era un reato in Prussia e anche dopo si rifiutava una degna sepoltura alle persone che, in seguito a una pena d’amore o per paura di perdere l’onore borghese, si toglievano la vita.

Cimitero dei senza nome
Le cose cambiarono soltanto nel 1920, quando la nuova grande città di Berlino pose fine al monopolio ecclesiastico dei funerali. Ma a quell’epoca il cimitero della foresta di Grunewald esisteva già da tempo. La prima inumazione attestata risale al 1900, ma fin dai decenni precedenti i parenti dei defunti e poi le guardie forestali avevano fatto della radura in cima alla collina che sovrasta la Havel un luogo di sepoltura, nel silenzio e in segreto. Seppellire i cadaveri vicino al fiume sarebbe stato pericoloso: erano previste pene severe per chi praticava sepolture selvagge. Esistevano anche dei “cimiteri dei senza nome”, per esempio nelle Isole Frisone.
Quando iniziò a svilupparsi il turismo balneare, i cadaveri degli annegati che si arenavano sulle spiagge cominciarono improvvisamente a dare fastidio, racconta lo storico della cultura Norbert Fischer, dell’Università di Amburgo. Ma si trattava nella maggior parte dei casi di marinai caduti accidentalmente in mare. Nello spazio germanofono non vi è mai stato altro “cimitero dei suicidi” che quello di Grunewald.

Vittime dei bombardamenti
Secondo le stime delle autorità del distretto di Charlottenburg-Wilmersdorf attualmente ci sono al massimo alcune centinaia di tombe. Ma in totale sono state probabilmente diverse migliaia le persone seppellite qui nel corso del tempo. Molte di esse hanno cercato volontariamente la morte, ma non tutte. Così, nel maggio del 1945, furono seppellite qui oltre 1.200 vittime dei bombardamenti per le quali non era stato possibile trovare altro luogo di sepoltura.
A volte le circostanze della morte restano poco chiare, per esempio nel caso del capo delle guardie forestali Willi Schulz (1881-1929) sulla cui lapide si legge la seguente iscrizione: “La caccia è finita”. Dovevano esserci anche guardie forestali, racconta Elmar Kilz, che non avevano sopportato, dopo la scomparsa della monarchia, di non essere più funzionari reali, ma semplici dipendenti comunali.
Nel 1919 Minna Braun, di 25 anni, fu trovata avvelenata sulla strada che costeggia la riva. Era stata già dichiarata morta e messa in una bara per essere portata al “cimitero dei suicidi” quando si scoprì che era ancora viva. Tutta la città ne parlò. Alcuni mesi dopo, tuttavia, Minna Braun, dopo aver ingerito una forte dose di sonniferi, trovò l’ultimo riposo nel cimitero.

La tomba di Nico
La tomba oggi più conosciuta è probabilmente quella di Nico, alias Christa Päffgen. Quando aveva 18 anni, la giovane si recò al cimitero con la madre e decise: “È qui che voglio essere seppellita”. A quell’epoca Nico era appena all’inizio della sua carriera di modella. Poi incontrò il regista Federico Fellini e girò con lui “La dolce vita” (1960). Andy Warhol ne fece la cantante dei “Velvet Underground”. Poi lei lasciò il gruppo, “non voleva più essere bella” e iniziò un suicidio a tappe a base di eroina e alcol. Fu seppellita a Grunewald nel 1988.
Oggi non vengono praticamente più autorizzate sepolture nel cimitero nel cuore della foresta. Solo i parenti di persone che già vi riposano vengono presi in considerazione. (trad. it. Giacomo Mattia Schmitt)

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Dalla rivista A- anarchica: il germe pericoloso della diserzione

Il germe pericoloso
della diserzione

Nella sovracoperta del nuovo libro di Mimmo Franzinelli (Disertori. Una storia mai raccontata della Seconda guerra mondiale, Mondadori, Milano, 2016, pp. 390, € 22,00) c’è un cupo disegno di Gino Boccasile (1944) che illustra la fucilazione alla schiena di un “traditore sabotatore”. È un modo scioccante, ma efficace, per introdurre i vecchi temi delle ribellioni anti-belliciste. E allora: “Bentornati fantasmi della diserzione!” direbbe Wu Ming 1.
Se riguardo alla giustizia militare nella grande guerra gli studi e la saggistica si sono fatti ultimamente più densi e circostanziati, dopo un secolo o quasi di mordacchia, ancora in massima parte insondato rimane invece il medesimo tema riferito al secondo conflitto mondiale. Del resto, trattandosi di contesti e modalità belliche assai differenti, tutto cambia anche nel sistema repressivo militare. Alla codardia, indisciplina e sbandamento, derivati spesso da comportamenti refrattari contingenti e improvvisati della truppa o dei singoli militari, tipici reati da prima linea di fuoco, si sostituiscono piuttosto “mancanze” connaturate più alla modernità della nuova guerra come la diserzione in presenza del nemico, l’insubordinazione accompagnata a vie di fatto, il supposto tradimento della patria, il vilipendio sovversivo, il disfattismo e la guerriglia. È questa la resistenza alle imposizioni della nuova guerra totale, guerra senza trincee, rapida e di manovra, condotta con spirito cinico dai vertici delle forze belligeranti perfino contro le inermi e innocenti popolazioni civili (vittime predestinate di stupri, rapine, saccheggio, devastazioni e internamenti).
Il conflitto del 1939-1945, presentatosi sul proscenio mondiale come epica partita risolutiva tra fascismi e democrazie – vulgata e semplificazione propagandistica che accomunò, ricordiamolo, Churchill e Stalin – ha lasciato ai sopravvissuti ed ai posteri tracce di memoria “ufficiale” e pubbliche narrazioni spesso sovrastate dal discorso ideologico. La guerra, puro esercizio della tirannia degli Stati (almeno nella visuale libertaria) e grande evento tragico nella memoria collettiva delle nazioni, si è così convertita o in intimo e recondito vissuto esperienziale soggettivo o in avulso tema canonico per la storiografia politica e militare. Relegati nell’indifferenza, ricondotti nel limbo dell’irrilevante, i comportamenti ribelli, anomali e controcorrente, sono rimasti talvolta sottotraccia: paure e vergogne dell’indicibile. E, anche fuori dall’ufficialità, la rimozione ha riguardato tutta la sfera emozionale e dei sentimenti, comprese le ferite mai risarcite e i dolori incommensurabili per i lutti, le distruzioni e le ingiustizie patite da milioni di esseri umani, ma soprattutto da ciascuno di essi. Paura, odio, violenza, Shoah, campi di concentramento e di sterminio, eccidi di popolazioni civili, bombardamenti indiscriminati, bomba atomica: la barbarie degli anni Quaranta ha marcato indelebilmente un secolo (il cosiddetto “secolo delle masse”) e, a seguire, le generazioni del secondo Novecento.
Nella gamma vasta delle possibili contro-storie “mai raccontate”, anomale e controcorrente, ci sono senza ombra di dubbio le diserzioni. Franzinelli, storico di successo, ci squaderna un repertorio di facile lettura e di grande impatto, ricerca rigorosa e coinvolgente condotta sulla base dei documenti reperiti presso l’Archivio storico dello Stato maggiore dell’Esercito, compulsando le carte dei Tribunali di guerra, i diari inediti e ascoltando preziose testimonianze di parenti.
Il libro si apre con due fotografie belle di giovani innamorati, Cosimo e Violetta; la didascalia ci riporta alla cruda realtà di un sogno interrotto: “L’artigliere Cosimo Ricchiuti, disertore in Croazia per antifascismo e per amore di Violetta, figlia di un comandante partigiano iugoslavo. Viene fucilato dalle Camicie nere il 4 agosto 1943”.
Nel collage, triste e avvincente, delle tante storie di vita che si incrociano nel volume si possono riconoscere vicende “qualunque” di persone “qualsiasi”: c’è il vissuto familiare di ciascuno di noi, ci sono, come tipologia, quei racconti di guerra che abbiamo ascoltato direttamente dalla viva voce dei testimoni e dei protagonisti quando eravamo ancora bambini. È davvero questa l’altra memoria della nazione. E ci siamo tutti.
Accorgersi di combattere dalla parte sbagliata e buttare l’odiata divisa, opporsi alle prepotenze del militarismo sempre e comunque. Una sorta di genealogia della ribellione attraversa gli ultimi due secoli, prima e dopo la seconda guerra mondiale e tutti ci coinvolge: dalla renitenza alla leva dei nostri avi contadini e dalle disobbedienze sanzionate dagli inflessibili tribunali militari del 1915-1918 fino all’età contemporanea e ai giorni nostri. Si pensi ad esempio al fenomeno degli obiettori di coscienza di qualche decennio fa (obiettore è stato, ad esempio, l’autore di questo libro!) o magari alla semplice militanza nei “Proletari in divisa” durante il servizio di leva (è il caso del recensore). Chi scrive queste brevi note ricorda anche, con grande commozione, un proprio familiare – Giovanni Sacchetti, classe 1911 – partito come caporale di fanteria della divisione “Firenze” operante sul fronte greco-albanese e finito, dopo l’8 settembre 1943, come partigiano combattente nella brigata “Gramsci” attiva in Albania. Scelta di paura e di coraggio fatta, seguendo l’istinto, insieme a tantissimi altri commilitoni: per questioni di principio e non di mero opportunismo, per non essere più complici degli oppressori, per un generoso spirito di sacrificio che non si basava certo su possibili speranze di ricompense (che, fra l’altro, non ci saranno mai).
Il libro, coinvolgente e ben strutturato sul piano narrativo, analizza il fenomeno seguendo una scansione temporale e una sequenza di scenari che sembra cinematografica. Le motivazioni dei disertori, insieme alle dinamiche repressive, emergono in maniera nitida. L’autore, seguendo i percorsi esistenziali di persone comuni, li contestualizza con grande efficacia rappresentativa: dai prodromi della “non belligeranza” al “caleidoscopio balcanico”; dalla tragica campagna di Russia all’Africa e all’Albania; sotto la dittatura militare di Badoglio, nel Regno del Sud oppure nella Repubblica Sociale Italiana. In appendice ci sono poi molti documenti da consultare, e c’è anche un “epilogo” dedicato al dopoguerra: perché “La guerra non termina a fine aprile 1945, per i disertori. Quando le armi tacciono, scatta la caccia ai fuggiaschi dal Regio esercito…” (p. 295).
Già alla caduta del fascismo, nell’estate 1943, con il precipitare della situazione militare e le sconfitte sui vari fronti, i tribunali militari avevano continuato ad essere utilizzati per la difesa dell’ordine pubblico e per reprimere i reati di sedizione, abbandono del servizio o del posto di lavoro, violazione di ordinanze.
Colpisce, ad esempio, la lugubre vicenda della “fucilazione arbitraria” in Calabria di cinque disertori mandati a morte dopo l’armistizio, puniti fuori tempo massimo! Sì perché la persecuzione degli ex-disertori non avrà mai fine e non conoscerà confini. Anche nella repubblica democratica la magistratura militare continuerà, per decenni, a inquisire i ribelli della seconda guerra mondiale, persino rinchiudendoli in manicomio! Il libro evoca, oltre ai ricordi familiari di ciascuno di noi, anche la storie parallele misconosciute ancora da raccontare, come ad esempio quelle dei centomila tedeschi antinazisti che disertarono (alcuni unendosi anche ai partigiani), un fenomeno questo non trascurabile e ancora da soppesare nel suo complesso.
Nel film “Gott Mit Uns” di Giuliano Montaldo il generale Snow (interpretato dall’attore Michael Goodliffe), rivolgendosi ad un ufficiale subalterno che si dimostra turbato per l’imminente fucilazione di due soldati che hanno disertato, argomenta: “…quello che noi rappresentiamo, alla divisa, non ci pensi? […] dove credi si nasconda il vero nemico per noi? Nel contagio dell’indisciplina, figliolo, che genera odio per la divisa, l’odio per tutte le divise. È necessario stroncarlo subito, questo germe pericoloso…”.

Giorgio Sacchetti

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Crescere senza tecnologia: foto meravigliose che mostrano cosa ci perdiamo

 

 

Crescere senza tecnologia: foto meravigliose che mostrano cosa ci perdiamo
(Foto di Niki Boon)

“So che è uno stile di vita che può sembrare anticonvenzionale. Con il mio lavoro, voglio celebrare la magia dell’infanzia vissuta a contatto con la terra, voglio documentare le loro giornate insieme, in un ambiente pieno di natura e di giochi fantasiosi. Fotografo la loro infanzia così com’è perché credo che tutti noi apparteniamo alla terra, alla natura libera e selvaggia che inizia dove le loro piccole anime finiscono”

Così presenta il suo lavoro la fotografa Niki Boon; lei è un ex fisioterapista, ora fa la mamma a tempo pieno e la fotografa autodidatta, vive con la sua famiglia in una delle zone rurali di Marlborough in Nuova Zelanda, in una proprietà di 10 acri circondato da fiumi, coste e colline e che ha scelto di far crescere senza tecnologia i propri figli.Crescere Senza Tecnologia

Lei ha fatto una scelta per i suoi 4 figli, ha deciso di crescerli senza televisione o tecnologie e passa le giornate ad immortalare quegli splendidi momenti insieme:  “I miei figli vivono senza TV o altri moderni dispositivi elettronici

In controtendenza col mondo intero lei spera che i supoi figli vivano liberi nella natura, giocando e crescendo disinibiti e sinceri, vivendo un’infanzia che per molti è solo un ricordo lontano e per altri qualcosa di mai visto.

La sua vita insieme ai bambini è qualcosa che lei definisce “magico e selvaggio“, vissuta a piedi nudi coperti di fango a divertirsi come matti tra la natura.

Nel suo progetto fotografico “Childhood in the Row” i suoi bambini si mostrano liberi di scorrazzare nella natura, felici e a volte imbronciati, formano l’anello di giunzione tra la natura e l’anima.

Non è uno stile di vita adatto a tutti, ma è sicuramente una vita priva di stress che rende i bambini liberi di esprimersi nel loro lato più spontaneo senza stereotipi e senza condizionamenti.

Si può pensare che crescendo così saranno ragazzi che troveranno difficoltà ad integrarsi in una società iper-tecnologica…  può essere vero ma difficilmente si troveranno bambini più connessi alla natura e più empatici verso gli animali e verso il prossimo.

Crescere Senza Tecnologia 1Giocare a palla nel cortile, con un canestro senza rete ma ridendo e scherzando con i propri fratelli…Crescere Senza Tecnologia 2Giocare in riva al fiume sporcandosi di fango senza problemi, chi ha una certa età sa che questi erano i giochi con i quali ci si divertiva.Crescere Senza Tecnologia 3Principesse e cavalieri, basta un bastone, una gonnellona e tanta fantasia per dare vita ad una fiaba anziché guardarla in televisione.Crescere Senza Tecnologia 4 E poi ridere di gusto col vento che scompiglia i capelli.
Crescere Senza Tecnologia 6 Correre tra i campiCrescere Senza Tecnologia 7 Mangiare un gelato tutti insieme… o quasi.Crescere Senza Tecnologia 8 Bere dalla canna dell’acqua Crescere Senza Tecnologia 9Giocare con gli animali liberiCrescere Senza Tecnologia 10Imparare ad amarli sin da piccoliCrescere Senza Tecnologia 11 Trasformarsi in un coniglietto con due grosse foglie e un sorriso beffardo.Crescere Senza Tecnologia 12 Niente è meglio dello spruzzo dell’acqua del giardino per rinfrescare l’estateCrescere Senza Tecnologia 13 E correre nel lago schizzando ovunque senza problemi…Crescere Senza Tecnologia 14 Imparare a conoscere gli animali dal vero e non solo attraverso i libri o la televisione.Crescere Senza Tecnologia 15E poi giocare…Crescere Senza Tecnologia 16Urlare…Crescere Senza Tecnologia 17 Scherzare…Crescere Senza Tecnologia 18 Avvicinarsi ad un mondo che la maggior parte dei bambini può solo immaginare…Crescere Senza Tecnologia 19 Inventare storie con amici pelosi…Crescere Senza Tecnologia 20 …o con fratelli dispettosi…Crescere Senza Tecnologia 21 E poi crollare addormentati in un’amaca improvvisata.Crescere Senza Tecnologia 22 Piedi e zampe che si somigliano…Crescere Senza Tecnologia 23 E a volte ci si sbuccia, si cade e ci si fa male…Crescere Senza Tecnologia 24E l’amore tra fratelli sboccia e si rafforza…

Crescere Senza Tecnologia 25e i momenti insieme diventano intimi e sentiti particolarmente
Crescere Senza Tecnologia 26 A volte si litiga eCrescere Senza Tecnologia 27a volte si vuole stare da soli,
Crescere Senza Tecnologia 28 A volte si fanno incontri strani eCrescere Senza Tecnologia 29a volte amicizie improbabili si consolidano.

Eppure in tutto questo non c’è mai un cellulare, una connessione internet, un messaggio su whatsapp… è un modo di vivere non solo la natura intesa come la terra e il suo complesso degli esseri viventi, delle forze, dei fenomeni che hanno in sé un principio costitutivo che ne stabilisce l’ordine e le regole, ma la natura intesa come qualità intrinseca, costitutiva di un essere umano, delle qualità e delle tendenze innate che caratterizzano l’umanità, una collettività.

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Addolorati in ricordo di Marco Pannella

La luce interiore può brillare in chiunque, sia cristiano che non cristiano; ma noi cristiani ne vediamo i raggi soprattutto nella vita, nell’insegnamento e nella morte di Gesù di Nazaret. Lui è l’esempio che noi cerchiamo di seguire – e qui poniamo l’accento non sulla dottrina della chiesa, non sui credi, ma sul modo di vivere. Marco Pannella ha avuto una sua luce che apprezziamo, avremmo voluto spingerci con lui nella lotta contro il demonio dell’otto per mille ma non tutto è possibile. Cercheremo con la nostra testimonianza che è demoniaco l’uso di denaro pubblico per fini di fede anche fosse carità. Lo promettiamo a Dio e a noi stessi

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Una ipotesi di donazione per malati psichici

Sto tentando di attivare sui 5 siti la pagina donazioni: servirà per finanziare opere presso malati psichici in Italia, ancora da individuare. Ne parlerò con un psichiatra. Escluso il caso dei carcerati, per i quali non ho nemmeno il permesso a Busto Arsizio di distribuire gratis le bibbie, vorrei percorrere una strada che i quaccheri in Inghilterra conoscono nei secoli. L’abolizione dei manicomi criminali e delle condizioni disumane ha caratterizzato l’azione di donne quacchere in particolare. Bori si dedicò alle visite ai carcerati di Bologna. Io posso fare diversamente. Come Dio vuole. Vi dico se riusciamo ad attivare la raccolta fondi non per la evangelizzazione ma l’integrazione della persona. Ogni essere umano ha Dio in sè. E non fuori. Nelle pagine di una Bibbia o nelle parole di un prete.

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Una nuova pagina su www.quaccheri.eu curata da Davide Melodia

L’ AVVENTURA SPIRITUALE di George Fox giovane

L’ AVVENTURA SPIRITUALE
di George Fox giovane
(Anni 1647-1661)

Saggio antologico di Davide Melodia – seguendo il Diario di George Fox,
nella Ediz. riv. di John L. Nickalls, 1986.

Nota introduttiva

Credo che nell’ accostarsi ad esperienze spirituali di altri, se vi è spirito di ricerca, sete di verità, rispetto di valori, apertura, ascolto, vi è anche sintonia e ricezione.

Le esperienze spirituali di Fox sono ad un tempo profonde e di chiara lettura per chi ha tale disposizione d’ animo. Sono cioè edificanti, e trasmettono cose che nutrono l’ anima e la mente, anche oggi.

Il criterio che ho seguito non è quello di comporre una pur breve biografia foxiana, né quello di offrire una antologia di suoi pensieri e atti significativi con alcuni commenti, bensì quello di seguirne, e captarne, la progressione spirituale, i passaggi essenziali, il formarsi delle idee nel suo “essere quacchero”.

Le situazioni e le condizioni in cui Fox è stato oggetto di grandi benedizioni, di esperienze spirituali e di ispirazioni di alto valore, sono diverse fra loro.

A volte egli è completamente impreparato, altre è vuoto e confuso, altre è preparato sul piano biblico, altre è pronto mentalmente e psicologicamente, perché ha già maturato personalmente principi simili.

Per questo la selezione ha dovuto seguire il corso cronologico delle esperienze di Fox, e i commenti ai testi – riportati in modo antologico – sono l’ inevitabile effetto sul lettore di tali esperienze.

 

Al sottoscritto questa ricerca ha portato momenti di grande conforto e incoraggiamento a proseguire nella propria ricerca dei valori spirituali.

 

Le traduzioni sono libere, qualche volta perfino parafrasi del testo, ma comunque rispettose del senso originale.

Le frasi tra parentesi sono generalmente mie, ed anche le sottolineature.

 

Dal 1643 al 1647 Fox indagò presso uomini, gruppi religiosi, preti, predicatori indipendenti, per trovare il nucleo, l’ essenza della vita. Ma nessuno fu in grado di “parlare alla sua condizione”, cioè di placare la sua sete di verità, di assoluto.

1647 – Una certa VOCE

Completamente vuoto e scoraggiato, un giorno George Fox udì una voce che diceva:

“Qualcuno, proprio Gesù Cristo, è in grado di rispondere alla tua condizione”.

Forse era quell’ essere completamente vuoto e nudo, insieme al suo ardore per la verità religiosa, che permise a Fox di sentire quella voce, di accettarla e di seguirla, e che fece di lui il “profeta” ardito che conosciamo.

Egli era, malgrado lui stesso, nella condizione ideale per lasciare spazio alla Voce di Cristo.

 

Da quel momento George Fox non fu più solo e disperato, ed ha inizio la sua positiva “avventura spirituale”…

Molti di noi devono tanto a quella ricerca, appassionata e sincera, a quella drammatica “esperienza”, che chiamerei “mistica”. E a quell’ ascolto.

1647 – La LUCE

In un momento di meditazione, un po’ com’ era accaduto ad alcuni antichi profeti, ed a Paolo, G.F. fu rapito (trasportato)

“nell’ amore di Dio”,

condizione in cui gli fu rivelata la Luce e la Potenza che sono e operano mediante Cristo.

“La mia fede vivente fu elevata…la mia credenza segreta fu rafforzata, la speranza mi sorreggeva, come un’ ancora sul fondo del mare, e ancorava la mia anima immortale al mio Vescovo (Cristo), permettendomi di nuotare sopra il mare, il mondo, in cui sono tutte le onde furiose, il tempo cattivo, le tempeste e le tentazioni”.

 

E vide chiaramente tutti i propri affanni, e tutto ciò che è fuori della Luce, ma come stagliato in essa.

Questa non era, e non sarà, nella vita di Fox, la sola esperienza spirituale relativa alla Luce. Anzi, saranno tante e tali le occasioni di incontro con la vera Luce, che gli daranno la forza di lottare come un gigante contro l’ errore.

1647 – Valori precoci in G. Fox

Come è giusto, Dio volle fin dai primissimi tempi dare solide basi al suo profeta Fox.

Solo chi ha una lunga esperienza di certi valori può lungamente trasmetterli.

Chi ne scopre alcuni in tarda età o all’ ultimo momento, non può servire molto alla crescita del suo prossimo.

Anche se ciò accade spesso, la cosa non è esaltante se non per il soggetto che la sperimenta.

Così, poiché i principi e i valori fondamentali del Quaccherismo emergono soprattutto nei primi anni della vita di George Fox, abbiamo scelto di analizzare solo quei primi anni, fino al 1661.

 

La gioventù di Fox fu di una intensità straordinaria, senza alcun elemento dispersivo, come invece accade alla maggior parte dei giovani.

Anche sul piano delle tentazioni e delle massime deviazioni degli uomini, Fox dovette provarle e soffrirle, senza cadervi, fin dal principio, per andare alla fonte di ogni errore.

Gli fu dato di vedere dall’ interno i mali che la gente vede dall’ esterno.

Ma, stanco di trovarsi in tale condizione, in quanto non la comprendeva, si rivolse a Dio, l’ unico a cui poter portare le proprie pene, dicendo:

“Perché devo essere così, visto che non sono caduto in simili mali ? E il Signore rispose che era necessario avere un senso di tutte le condizioni, altrimenti come avrei potuto parlare a tutte le condizioni ? (in cui gli uomini si trovano) E in questo vidi l’ infinito amore di Dio.”

E immediatamente dopo scrisse la famosa frase che è tutta una poesia religiosa :

“Vidi inoltre che c’ era un oceano di tenebre e di morte, ma (c’ era anche) un oceano di luce e di amore che finiva sopra l’ oceano di oscurità. Ed anche in questo vidi l’ infinito amore di Dio.”

Mentre molti, pur credenti, avrebbero gridato:

“Signore, allontana da me questo calice!”

Fox, incredibilmente, secondo il comune metro umano, lodava Iddio nella distretta. Ciò rivela quanto veramente profondo fosse l’ amore di Fox verso Dio, specialmente in privato, quando non c’ è alcun motivo di dimostrare qualcosa agli altri.

1647 – Il PARADISO

Sempre in quel periodo di rivelazioni, che chiama openings, Fox ha una visione del Paradiso, che descrive con queste parole:

“Ed ecco che ero giunto in spirito passando attraverso la spada fiammeggiante al Paradiso di Dio. Ogni cosa era nuova, e tutto il Creato mi faceva sentire un profumo diverso, al di là di ciò che le parole possono esprimere. Non provavo altro che purezza, e innocenza e giustizia, essendo rinnovato ad immagine di Dio mediante Gesù Cristo, così che posso dire di essere arrivato allo stato in cui Adamo si trovava prima della caduta…”

Questa straordinaria esperienza di un Paradiso immateriale, mediante un percorso inverso rispetto a quello di Adamo ed Eva, si conclude con la rivelazione che egli poteva, mediante la Parola di Sapienza, giungere a

“conoscere l’ unità nascosta nell’ Essere Eterno”.

Sono grandi esperienze, la cui profondità dobbiamo ancora esplorare.

1647 – Il SEME di DIO

“E vidi la messe biancheggiante, e il Seme di Dio abbondante sulla terra… e nessuno che lo raccoglieva; per questo ero amareggiato e piangevo.”

C’ è questa visione-percezione del “seme di Dio” fin dai primi tempi, che accompagnò Fox per il resto della sua missione.

Che questo seme divino fosse raccolto dagli uomini si preoccupò più che di se stesso, e che non fosse raccolto, cioè accolto, era per lui motivo di dolore e di pianto.

È impossibile non fare un confronto tra il suo e il nostro personale atteggiamento riguardo al grave problema di una società umana recalcitrante di fronte alla Parola di Dio, cui non sappiamo porre rimedio.

Non c’ è dubbio che il “Seme”, chiamato persino “Seme Cristo” (in una lettera di Fox agli Amici nel 1663, quando era sotto dura persecuzione), sia di fatto

“quel tanto di Dio che c’ è in ognuno” (v. oltre).

Nella suddetta occasione, l’ esperienza di Dio che Fox ebbe, gli rivelò come l’ eterna potenza divina lo

“traeva fuori da Babilonia, da Sodoma, dall’ Egitto e dalla tomba” – condizione in cui si sentiva prima.

Eppure aveva avuto la grande esperienza di Gesù Cristo che lo assicurava di avere trovato in Lui grazia per risolvere i suoi problemi spirituali.

Fox era stato, sì, liberato da uno stato di angoscia e di ignoranza per le cose dello Spirito, ma non una volta per tutte.

Nessuno lo è.

Però, una rivelazione di tale portata resta un punto fermo, un’ ancora di salvezza nella distretta e nel dubbio, la Stella Polare, se non si è perduta del tutto la bussola.

1648 – L’ ESPERIENZA DI DIO

Questa volta, durante un giro missionario, Fox ebbe una prova ad un tempo terribile e edificante, perché prima una nube lo avvolgeva tutto e lo paralizzava mentre lo assaliva una tentazione, e poi, ad un tratto:

“una speranza viva sorse in me, ed una voce reale che diceva: c’ è un Dio vivente che ha fatto tutte le cose. – E immediatamente la nube e la tentazione svanirono, e la vita tornò su tutte le cose, ed il mio cuore era lieto, ed io lodai il Dio vivente”.

 

Era una esperienza di Dio del tutto personale, di cui aveva estremamente bisogno, prima di predicare liberamente al Mondo.

Quando le prove sono mandate da Dio, esse sono un duro ma benedetto contributo alla crescita spirituale.

1648 – ILLUMINAZIONE DI TUTTI

Quando diciamo, seguendo l’ insegnamento di G. Fox, che tutti possono essere illuminati dalla Luce dello Spirito che è in ognuno, ci troviamo, senza alcun merito particolare, un passo avanti a coloro che attendono la Luce dal predicatore o dalla Chiesa, o da un qualche sacramento o da un evento speciale, cioè dall’ esterno.

 

Ma non è abbastanza.

Fox aveva avuto prima l’ esperienza, poi la certezza che, o si entra nella dimensione della Luce e dello Spirito, che esisteva “prima che le Scritture fossero proclamate” oppure non si possono comprendere.

 

In altre parole bisogna, di volta in volta, essere guidati dallo Spirito Santo per entrare nella dimensione in cui erano profeti, evangelisti e autori quando operarono, furono ispirati o scrissero pagine della Bibbia, così come è necessario per entrare in comunione con Dio o con Cristo.

A quel punto non c’ è più bisogno di alcun maestro o interprete.

La Luce, di fatto, è lo Spirito di Cristo in ogni creatura umana.

Questa capacità di intendere sia le Scrittore che le cose di Dio, e di esprimerle con autorevolezza, è uno dei segreti di Fox, e, di conseguenza, dell’ ascolto che ebbe da parte di molti suoi contemporanei, quale che fosse il loro livello intellettuale.

 

Fu la forza che affascinò e trascinò nel movimento quacchero anche Margaret Fell (di cui tratteremo).

1648 – Lo SPIRITO DI VERITÀ

A riprova del coraggio e dell’ obbedienza di Fox alla volontà di Dio stanno infiniti momenti della sua vita, come nel caso seguente:

“Ora, quando il Signore Iddio e il figlio Suo, Gesù Cristo, mi inviarono nel mondo a predicare il Suo Vangelo e il Suo Regno imperituri, io ero felice che mi fosse stato ordinato di volgere la gente verso quella luce, spirito e grazia interiori mediante i quali tutti potevano conoscere la salvezza e la via verso Dio: proprio quello Spirito divino che li avrebbe guidati in tutta ta Verità, e che io sapevo con assoluta certezza che non avrebbe mai ingannato alcuno.”

In quello stesso periodo Fox ebbe la consapevolezza interiore che le Chiese organizzate dagli uomini avevano bisogno di essere ricondotte alla Assemblea Generale scritta nei Cieli, e di essere allontanate dai maestri terreni, per

“apprendere di Cristo, che è la via, la verità e la vita”.

E da qui provenne la sua dura lotta contro ogni liturgia, forma esteriore di culto, inni e preghiere “prive di potenza”, e contro ogni tentativo di mediazione umana tra l’ Uomo e Dio, affinchè la preghiera fosse fondata sullo Spirito Santo, e il canto provenisse da Gesù, per essere una “melodia del cuore…”.

Questa convinzione, seguita da una azione tetragona contro tutto ciò che gli risultava falso, gli costò molto cara. Ma Fox era disposto a pagarne il prezzo.

Viene spontaneo osservare, dopo avere analizzato le dichiarazioni di Fox, che il suo interesse era sì di ricercare un rapporto diretto e genuino con Dio, ma che i frutti ne fossero accessibili a tutti.

Le sue esperienze spirituali erano personali, ma tutti dovevano usufruirne. È buona cosa che ne abbia fatto partecipi gli altri.

Le novità portate da Fox nel mondo religioso erano tante e tali che turbarono enormemente le Chiese ufficiali, sia l’ Anglicana, sia la Cattolica, sia i Puritani, sia quelle Protestanti che avevano assunto una forma istituzionale.

Alcune novità ebbero anche un impatto sul piano sociale, come quella di non togliersi il cappello davanti a nessuno, di non fare inchini, e di dare a tutti del Tu. (v. qui di seguito).

1649 – CAPPELLO, INCHINI, SALUTI

Fu tra il 1648 e il 1649 che Fox, soggetto di un ripetuto dialogo con Dio, accrebbe il suo intervento nei modelli religiosi del tempo:

“perché dovevo allontanare la gente dalle cerimonie giudaiche, dalle favole pagane e dalle invenzioni e dalle dottrine fumose (lett. ventose) degli uomini, che spingevano così la gente ora di qua ora di là, da una setta all’ altra…”

Fox sosteneva queste cose non solo in virtù delle esperienze di Dio, che aveva il dono di vivere, ma secondo i testi biblici, che comprendeva in modo particolare alla luce di quelle. E li citava a tempo e fuor di tempo.

Ma lo stupore e lo scandalo maggiori dovevano ancora venire, e vennero presto.

“Oltracciò, quando il Signore mi mandò nel mondo, mi vietò di togliermi il cappello davanti a chiunque, di alta o bassa condizione sociale: e mi fu imposto di dare del tu a tutti gli uomini e (a tutte le) donne, senza alcun riguardo verso il ricco o il povero, il grande o il piccolo.” (cfr. Atti 10.34; Rom.2.11; Gal.2.6; Mat.22.16).

E nel Diario Fox prosegue affermando che non doveva neppure fare inchini davanti a chicchessia né sdilinquirsi in saluti verbali.

E poiché sia lui che i suoi seguaci si comportarono così, è facile immaginare le pesanti conseguenze che ne ebbero.

(Per la questione dei militari passati al quaccherismo, v. Nota a: Il Rifiuto, 1651).

 

Quando un credente ha un’ idea precisa circa la volontà di Dio, e attinge direttamente alla fonte, il dovere di compierla scaccia il timore del Mondo

 

A seguito della furiosa reazione di coloro che pretendevano di ricevere segni di pubblico ossequio, la situazione si fece molto drammatica.

Fox, nell’ invocare Dio, trovò conforto alla sua presa di posizione contro la vanità, e, parafrasando alcune parole di Gesù (cfr. Matt.6.1-16; 23.5,14), scriveva:

“Come potete credere, voi che vi rendete onore gli uni gli altri, e non ricercate l’ onore che procede da Dio soltanto ? Ed io non sono onorato dagli uomini”.

Le conseguenze di questo “egualitarismo sui generis” si fecero sentire, soprattutto nell’ Esercito, dove la gerarchia è un elemento portante delle sue strutture, e ne garantisce l’ esistenza.

C’è una profonda verità in quello strano e in qualche misura rivoluzionario atteggiamento quacchero verso un insieme di regole che non sono solo galateo, cortesia, vanità, ma affermazione di differenza, diseguaglianza, ingiustizia.

La condanna di tutto ciò è implicita; l’ aspirazione ad un mondo di maggiore giustizia ed eguaglianza, pure. Ed è perfino sottintesa la condanna di una complicità delle chiese cristiane che si adeguano alla disparità fra le creature di Dio.

 

Malgrado l’ accresciuta persecuzione che ne seguì, Fox benediceva il Sigmore per il fatto che molte persone si resero conto della bontà della scelta quacchera e della coerente testimonianza alla Verità.

Poi, senza un attimo di respiro, spinto da una forza e da una volontà straordinarie, per lungo tempo corse da un tribunale all’ altro, da una fiera a un mercato a una festa a una rivendita di liquori e di sostanze che distraggono dalla verità, dal giusto, dal bene, creandosi molti nemici ma anche molti seguaci.

Era una voce molto scomoda, quella di Fox, che parlava per conto di Dio con grande autorevolezza.

 

Sono pochi i credenti capaci di portare avanti il loro ministero con coraggio, costanza, impegno, capacità di soffrire, come George Fox, senza scadere nel fanatismo.

E stupisce grandemente l’ intelligenza delle Scritture che era in lui, intelligenza da cui derivavano e sicurezza e continuo impulso ad illustrare alla gente i profondi valori di quelle.

 

Forse, quando non si può parlare di esperienze spirituali specifiche, per quanto riguarda quel testimone di Dio, l’ espressione adeguata è «ispirazione».

 

George Fox, che aveva come tutti i suoi problemi, si prendeva carico di quelli altrui, specie in questioni di fede. Una delle sue massime preoccupazioni era il fatto che una gamma vastissima di attività umane allontanavano gli uomini dal “timor di Dio”, e per amor loro egli stigmatizzava con parole di fuoco ogni cosa che conduce alla vanità, alla leggerezza, al vizio, alla incoscienza rispetto a ciò che conta veramente.

 

Chiunque ha provato seriamente ad applicare gli insegnamenti di Gesù, come

“sia il tuo si si, il tuo no no”, o “fai agli altri ciò che vuoi sia fatto a te” (citazioni semplificate),

sa quanto sia difficile, ed in alcuni casi pericoloso se non impossibile da sostenere nel lungo periodo, laddove non si abbia una fede costante e profonda.

Ma Fox proclamava pubblicamente i principi in cui credeva, li praticava per primo, dando l’ esempio, e pagava sempre di persona.

Questa coerenza, l’ armonia tra parola ed azione in Fox, portò un vasto numero di persone assetate di Verità, a seguirne le orme, sia nel Vecchio che nel Nuovo Mondo.

1649 – Fox e Cristo

Il rapporto tra Fox e il Cristo si identifica, credo, con quello tra Fox e Dio, e lo Spirito. Lui non faceva dei distinguo, e noi non possiamo disquisire su ciò che non sappiamo.

Di certo, leggendo il Diario ed altri documenti, la sua fede in Cristo, e la sua passione per l’ insegnamento di Cristo – biblico ed extra biblico – appaiono in grande evidenza.

 

A chiunque sostiene la non cristianità del Quaccherismo, almeno in alcuni suoi aspetti, filoni e settori, un invito a leggere onestamente il Diario di Fox può servire a chiarire che:
non si tratta di un “no”, ma di un “come”, di un diverso e più profondo approccio – che in oltre tre secoli e mezzo ha portato i suoi frutti.

Vi è, nella vita e nell’ opera di Fox, una entusiastica adesione al Cristo vivente, universale, eterno, divino, e vi è una seria, rispettosa accettazione di Gesù, il Cristo storico del Nuovo Testamento.

Egli credeva, come la maggior parte dei suoi seguaci di ieri e di oggi, che i messaggi di Cristo, come quelli di Dio e dello Spirito, non possono essere limitati e racchiusi esclusivamente nelle Sacre Scritture, ma che tutti i messaggi, scritti e non scritti, purché genuini, hanno pari dignità.

I Quaccheri, sul suo esempio, non hanno messo da parte le Scritture: hanno dato loro una diversa e più ardita valenza, leggendo ogni parola ivi contenuta cercando di riviverla insieme all’ Autore.

 

In ogni movimento religioso, così come in altri percorsi della vita, non tutti i seguaci osservano fedelmente l’ insegnamento del Maestro. È quindi umano, possibile e vero, che anche nel Quaccherismo vi sia qualche variazione sul tema.

Può essere un arricchimento. Certamente è una sfida.

Per quanto riguarda George Fox personalmente, si può dire senza tema di errare, che

  • egli credeva in un Cristo vivente;
  • il suo non era un “cristianesimo parlato”;
  • il suo era un cristianesimo vissuto, in prima persona;
  • il suo è, se ci dichiariamo cristiani, un esempio da seguire.

 

Fox tra l’ altro scriveva, con linguaggio biblico-paolino:

“E tutti i cristiani dovrebbero essere circoncisi dallo Spirito, che libera il corpo dai peccati della carne, affinché possano giungere a cibarsi del sacrificio divino, Cristo Gesù, il vero cibo spirituale…”

Poco dopo accusò gli astrologi di distrarre le menti della gente:

“dal Cristo, lucente stella mattutina,
e dal sole della giustizia,
da cui il sole e la luna e le stelle,
ed ogni altra cosa sono state fatte,
il quale è la sapienza di Dio,
e da cui la retta conoscenza
di tutte le cose viene ricevuta”.

Queste ed altre espressioni di sapore vetero-testamentario, potenti e poetiche, stanno a indicare il suo amore per il Cristo, da cui discende ogni conoscenza (di natura spirituale Ciò significa che il credente deve ricercare il rapporto con Cristo per avere un corretto intendimento. Più cristiano di così !

1649 – Contro la PREDICAZIONE INTERESSATA

Molto dura è la condanna foxiana della predicazione “prezzolata”, di preti e di pastori pagati per esporre “le Scritture che sono state date gratuitamente” (Rom.6.23)-

“Fui inviato a proclamare la parola della vita e della riconciliazione gratuitamente, affinché tutti possano giungere a Cristo, che dà gratuitamente, e che rinnova ad immagine di Dio, come l’ uomo e la donna erano prima della caduta, e possano sedere nei luoghi celesti in Cristo Gesù”.

Questa visione dell’ uomo e della donna, a immagine di Dio prima della caduta, i quali ritornano tali in Cristo, ha una sua interessante originalità, già espressa in una precedente occasione, e include la donna.

1649 – TEMPIO IDOLATRICO

Mentre si recava a Nottingham, e da lontano guardava con irritazione una “casa col campanile” (così chiamava le chiese), Fox udì il Signore che gli diceva:

” Devi alzare la voce contro quel grande idolo e contro gli adoratori là dentro”.

Questa era da tempo una sua opinione che, dopo tale invito, ne uscì confortata.

Così vi si recò (era la Chiesa di St. Mary), e per un po’ ascoltò in silenzio il sermone basato su queste parole di Pietro ( 2 Pt.1.19 ) :

“Abbiamo inoltre la parola profetica più salda: farete bene a prestarle attenzione, come a una lampada splendente in luogo oscuro, fino a quando spunti il giorno e la stella mattutina sorga nei vostri cuori”.

L’ oratore sosteneva che le Scritture sono la pietra di paragone e il giudice mediante le quali si mettono alla prova tutte le dottrine, le religioni e le opinioni…

A questo punto Fox non poté più trattenersi e gridò a gran voce che non sono le Scritture (da sole) che sottopongono al vaglio ogni dottrina, opinione, ecc., ma che è lo Spirito Santo, mediante il quale santi uomini di Dio hanno espresso le Scritture, che può farlo.

Colse anche l’ occasione per dire che :

“Dio non abita in templi fatti da mani di uomini”.

In tutto questo egli sentiva la volontà di Dio.

Fu, come è facile immaginare, tradotto nelle carceri locali.

Era la prima prigionia di G. Fox.

Molti altri periodi detentivi seguirono per quell’ uomo che, rispetto alla Verità, non ammetteva mediazioni.

(Di fatto subì ben otto pene detentive per complessivi sei anni, senza contare le carcerazioni preventive).

1651 – Il RIFIUTO

Durante la prigionia nella Casa di Correzione di Derby, proprio quando il periodo di pena stava per scadere, Fox fu invitato, su richiesta dei soldati del Parlamento repubblicano, ad essere il loro capitano contro il Re.

Malgrado le parole di stima, l’ apprezzamento del suo coraggio, le lusinghe, Fox declinò l’ invito con questa “storica” affermazione:

“Ma io dissi loro che vivevo nella virtù di quella vita e di quel potere che escludeva ogni occasione di guerra, e che sapevo da dove tutte le guerre avevano origine, dalle passioni (edon, cupidigie) secondo la dottrina di Giacomo” ( Gc.4.1 ).

I Commissari e i soldati continuarono a corteggiarlo perché accettasse, pensando che volesse farsi pregare. Fox, senza cedere alle blandizie, rifiutò ancora una volta, ben sapendo che gli sarebbe costato caro, con queste parole:

“Ma io dissi loro che ero entrato nel patto di pace che esisteva prima che guerre e contese fossero.”

Concetto questo ancora più profondo e ostico se non si entra in sintonia con la sua esperienza.

Il “patto di pace” va oltre il rispetto della vita e l’ amore per l’ armonia fra gli uomini. Chi, come Fox, entra nel “patto di pace” con Dio, non trova più confini alla sua attuazione, e non prende parte ad alcun patto con gli uomini.

Le conseguenze per Fox, che era sul punto di essere liberato, furono che restò in carcere per altri mesi, che fu maltrattato e messo con criminali incalliti, e quando le Autorità cercarono ancora di convincerlo a fare il soldato – semplice questa volta – Fox rifiutò di nuovo e fu messo in cella di isolamento.

Quanto alle conseguenze per tutto il Movimento, esse tardarono a produrre una posizione unanime e generale contro l’ uso delle armi e il ricorso alla guerra.

 

La scelta pacifista divenne pressoché comune fra i Quaccheri verso il 1660/61 (v. Dichiarazione del 1660), ma fra gli uomini che si trovavano già sotto le armi, al momento del loro passaggio al quaccherismo, il problema si pose con forza subito, e la loro scelta pacifista fu un “sine qua non” fin dagli Anni ’50.

 

Fra i soldati “parlamentari” (repubblicani) divenuti quaccheri, furono circa 150 quelli che si dimisero per motivi di coscienza, mentre fra i soldati “realisti” il numero fu assai minore.

Vale la pena sottolineare come alcuni degli Amici più fedeli e impegnati nell’ opera del Signore si trovavano proprio fra coloro che erano stati militari, ed avevano lasciato l’ Esercito per la incompatibilità fra il messaggio irenico del Vangelo, e la pretesa di imporre con la spada una visione o l’ altra del Cristianesimo.

Di questi è utile citare James Naylor, William Dewsbury, William Edmundson e Edward Billing, tutti “convinced” all’ inizio degli Anni ’50.

I primi due sono annoverati fra i Valiant Sixty.

 

È evidente che non erano dei quaccheri che facevano il soldato, prima del 1661, ma che dei soldati, prima del 1661, divenendo quaccheri, non potevano più usare le armi.

Incontro con i SEEKERS ed il SILENZIO

Seekers (cercatori) del Westmoreland invitarono G. Fox a Kendal.

Ivi, durante una grande assemblea pubblica su una collina, nel periodo del silenzio, che era una caratteristica dei Seekers, i loro predicatori, forse imbarazzati dalla presenza di Fox, non presero la parola.

George Fox invece pronunciò un formidabile discorso ispirato, in cui parlò del Cristo, della Luce, della Vita e della Via che conduce a Dio e al Salvatore.

Il fatto di parlare all’ aperto, come Gesù, e non dentro una “casa col campanile”, non dentro una costruzione fatta da mani di uomini, certamente contribuì al suo fervore.

Fu tale la potenza di quel messaggio che centinaia di Seekers e di ascoltatori di diverse confessioni “si convinsero”, sposarono il Movimento Quacchero e ne diventarono la punta di diamante.

Perfino dei loro predicatori divennero quaccheri, e fra questi alcuni onorarono la loro scelta fino a morire im carcere per la fede.

 

È a seguito di questo incontro con i Seekers che, quasi certamente, Fox scoprì, adottò e approfondì il Silent Worship, il Culto in Silenzio.

La cosa non è mai stata appurata, ma, comunque sia, il Culto senza liturgia, né sacramenti, né dogmi, né chiese consacrate, né predicatori ufficiali, né mediazione alcuna fra Dio e la Sua creatura pensante prese più consistenza.

 

Il culto in silenzio è ancora largamente osservato, nell’ ambito quacchero, ed è fonte di grandi benedizioni.

 

Restavano, altrettanto giustamente, rafforzandosi, i principi di base:

  • la fede in una presenza interiore dello Spirito,
  • la necessità di rapportarsi ad esso nel più profondo raccoglimento silenzioso – da soli o nel culto comunitario,
  • il riconoscimento che in ogni creatura vive una scintilla divina, con tutto ciò che ne consegue.

 

La serie di principi quaccheri che, volutamente o meno, avevano effetto sul modo di svolgere il culto, ma anche sul modo di porsi nella società, non erano graditi ad alcuna confessione religiosa né ad alcun regime politico.

Di qui persecuzioni di ogni genere, e tanta sofferenza nel Movimento quacchero che, a dispetto di ogni ostacolo, cresceva costantemente.

 

Fox non parlava molto del silenzio, ma lo applicava molto. Nei culti, in cui chiunque, se è portato a farlo, può esprimere in poche parole quello che sente, Fox dava un contributo molto efficace, e nella preghiera era edificante.

1652 – Margaret FELL (1614-1702)

Moglie del giudice Thomas Fell (1598-1658), di Swarthmoor Hall (Ulverston, Lancashire), dopo avere ospitato varie volte G. Fox, che predicava senza compromessi la Luce, la Verità, la Parola di Dio di fronte a preti, pastori, credenti di altre fedi – convincendone alcuni e scandalizzandone altri – Margaret Fell accettò fino in fondo il messaggio quacchero, diventando presto una colonna del Movimento.

Per questo fu spesso perseguitata e imprigionata, e fu giustamente annoverata fra i Valiant Sixty, cui dette spesso un valido supporto.

Undici anni dopo la morte del marito, nel 1668, sposò George Fox (di dieci anni più giovane di lei), con cui raramente condivise la casa a motivo dei viaggi e delle carcerazioni di lui.

Quarantadue anni dopo il suo “convincimento” (i Quaccheri non usano il termine “conversione”), nel 1694 Margaret Fox ricordava così il messaggio di Fox ai presenti in una riunione in casa del giudice:

“Le Scritture erano le parole dei profeti e le parole di Cristo e degli Apostoli, e ciò di cui fruivano e possedevano e ricevevano dal Signore… Tu dirai: Cristo ha detto questo, e gli Apostoli hanno detto questo; ma cosa sei in grado di dire tu ? Sei tu un figlio della Luce, ed hai camminato nella Luce, e ciò di cui parli viene intimamente da Dio ?”

Il cuore di Margaret si era aperto in quel momento, e per sempre.

 

Ed è nella convinzione che occorre entrare in sintonia con la Parola vivente di Dio, mediante lo Spirito, che risiede il rapporto dei quaccheri con le Scritture: vivendole personalmente, facendole proprie, aperti al soffio dello Spirito e ad ogni eventuale messaggio che Dio può mandare in qualsiasi momento – in armonia con le Scritture.

“Il vento soffia dove vuole…così è dello Spirito” (Gv.3.8).

Anche Oliver Cromwell conveniva, in questo caso, con G. Fox, sul fatto che:

“Dio parla a volte senza la parola scritta,
tuttavia in armonia con essa” (cioè con la Bibbia).

1654 – Il GIURAMENTO

Anche questa prassi quacchera del “non giurare”, fondata sul Nuovo Testamento (v. qui di seguito), fu aspramente osteggiata dal Potere laico e da quello religioso, quanto il rifiuto di fare inchini, di togliersi il cappello e di dare del “voi” a chi si trovava più in alto nella scala sociale (v. 1649).

Ciò accadeva proprio in periodo Repubblicano, puritano, cromwelliano, cioè sotto il Commonwealth (1649-1660) : una contraddizione, nella forma e nel contenuto.

Non era certo la prima volta che dei cristiani rifiutavano di sottoporsi alla norma del giuramento in nome di Dio: fin dai primissimi tempi, singoli credenti e gruppi religiosi lo fecero, sotto i Romani e, nel corso della storia, sotto vari regimi.

Ma ciò che è caratteristico è che tali gruppi, generalmente ai margini, o meglio emarginati, dalle grandi chiese cristiane, rifiutavano sia il giuramento che il militarismo, la guerra e la pena di morte.

 

Quelli che sono sopravvissuti alla persecuzione di chiese sorelle, operanti anch’ esse in nome di Cristo, lo rifiutano ancora.

I quaccheri, dopo molto tempo e in certi Paesi, hanno ottenuto di sostituire al giuramento una dichiarazione solenne.

In un dibattito con i Ranters (stravaganti, scalmanati, che parlano o agiscono a briglia sciolta), nel Derbyshire, i quali sostenevano che Abramo, Giuseppe, Mosè, i sacerdoti, i profeti e gli angeli avevano usato il giuramento, Fox rispose come segue:

“Riconobbi che tutti questi avevano (effettivamente) fatto così, come le Scritture riportano, ma ripetei loro che Cristo aveva detto: «prima che Abramo fosse, io sono» (Gv.8.58), ed Egli dice: «non giurate affatto» (Mat.5.34-36). E Cristo mette fine ai profeti, e al primo sacerdozio e a Mosè, e regna sopra la casa di Giacobbe e di Mosè, e dice: «Non giurate affatto». E Dio dice: «Tu sei mio figlio. Oggi ti ho generato. Che tutti gli angeli lo adorino»” (Ebrei 1.5,6; Sa.2.7; 97.7)

Cita anche la lettera di Giacomo, cap. 5.12, che conferma:

«Soprattutto, fratelli, non giurate né per il cielo, né per la terra…»

Con queste citazioni, dotte ed insieme perfettamente adatte a svuotare di significato gli argomenti dei Ranters, G. Fox, vero conoscitore delle Scritture, li mise a tacere.

1656 – Ancora sul GIURAMENTO

Chiamato a rispondere alle Assise di Launceston per alcuni capi di accusa relativi a supposte minacce di violenza da parte sua – totalmente fabbricate – non essendosi tolto il cappello in Tribunale su ordine del Giudice, Fox dovette difendersi anche da questo nuovo capo d’ imputazione.

Fu ben lieto, Fox, di potere così proclamare pubblicamente i suoi principi intorno alla suddetta questione, così come sui vari capi di imputazione – ottenendo perfino che una lettera ufficiale fosse prodotta e letta in quella seduta affinché tutti conoscessero la verità dei fatti.

In essa è riportato in modo più completo ciò che disse Gesù e ciò che scrisse Giacomo, il tutto affermando che, se uno ha la Luce di Cristo, e Lo riconosce come la Luce del Mondo, ha il dovere di apprendere da Lui.

 

Tutto rigorosamente scritturale.

Su richiesta del Giudice di conoscerne l’ autore, Fox ne assunse immediatamente la piena responsabilità.

1656 – Rispondere a “quel tanto di Dio

Durante un periodo di carcerazione a Launceston, G. Fox sentì il bisogno di scrivere una lettera ai ministri di culto, lettera che fu redatta per lui dalla fedele seguace Ann Downer. In essa è contenuta una frase che diventerà una pietra angolare del Movimento Quacchero..

 

Il suo senso globale e profondo va perduto se non si ha conoscenza di tutto il periodo che la precede e del verbo al gerundio che la regge.

Accade perciò che, quando se ne ha una nozione parziale, essa venga intesa solo per l’ aspetto che riguarda i rapporti del soggetto con il prossimo.

Leggiamola nella sua interezza:

“…E questa è la parola del Signore Iddio a voi tutti, ed un compito per tutti voi alla presenza del Dio vivente: siate modelli (ricordiamo le lettere pastorali di Paolo a Timoteo e a Tito), siate esempi in tutti i paesi, località, isole, nazioni, dovunque venite a trovarvi; che la vostra condotta e la vostra vita possano predicare fra ogni genere di persone, ed a loro. Allora giungerete a camminare lietamente nel Mondo, rispondendo a quel tanto di Dio (che è) in ogni persona…”

In questo messaggio straordinario, ricco di contenuti religiosi e sociali, in una breve sintesi trovo che :

  • se durante la vita riesco ad essere un modello (esempio) che predica da solo alla gente, pur non usando parole;
  • se con ciò rispondo in modo responsabile all’ elemento divino che è in me, che esige che io risponda;
  • se quel tanto di Dio, quel qualcosa di Dio (il seme) è in tutte le creature umane: devo rispettare l’ eterno che è in ciascuna di esse, iniziando da me stesso;
  • ma, poiché le altre creature possono appartenere a etnia, religione, cultura, scelta politica diversa dalla mia, la parte di Dio che è in loro va comunque rispettata.

E, se tutto ciò è vero, come ogni quacchero crede veramente, ne deriva, doverosamente:

  • la mano tesa ad ogni creatura umana;
  • il rifiuto della guerra e di ogni forma di violenza verso qualsiasi creatura vivente;
  • la solidarietà sociale;
  • la fratellanza socio-religiosa universale.

 

Su queste fondamenta si regge e vive con frutti fecondi l’ ormai secolare attività religiosa e irenica degli Amici (quaccheri), con alcuni sviluppi naturali.

 

C’ è una citazione di Fox che fa bene intendere come il “quid divino” che si trova in ogni creatura umana è, e deve mantenersi, “puro” per ricondurre a Dio:

“Fate in modo che ciò che è puro in voi vi guidi a Dio”.

Per uno scettico incurabile, la convinzione che vi sia un seme divino in ogni creatura umana è forse stupefacente;
che sia puro è forse sconvolgente;
che guidi a Dio è incomprensibile.

Anche ad alcuni di noi che vi crediamo, in un primo momento è parso quasi esagerato, perché sia in noi che nel prossimo non abbiamo quasi mai riscontrato qualcosa di puro – salvo in alcuni casi assolutamente eccezionali, come in una grande tragedia, quando qualcuno, inaspettatamente, si sacrifica per salvare altri.

Ma resta, per tutti, una “eccezione”.

 

E invece, ad un certo momento della nostra meditazione silenziosa, entrati in comunione con l’ essenza del nostro spirito, abbiamo accettato la realtà della purezza, in quanto

Chi ci ha creato è puro.

Perché l’ Eterno Fattore dell’ Universo, Dio, che “…è Luce, in cui non sono tenebre” (I Giov.1.5) avrebbe dovuto mettere al mondo degli esseri umani totalmente impuri?

 

Mi sia permesso di sottolineare un altro elemento di conforto per chi crede:

I valori che è necessario coltivare, per essere compiutamente umani, non serve che nascano esternamente alla creatura, perché, in tal caso, non possono essere profondamente condivisi, fatti propri, sentiti e vissuti autenticamente.

 

Perché invece tale condivisione si verifichi, insieme ad una possibile crescita, etica e spirituale, un seme – forse nascosto ed ignoto a chi lo possiede – deve già esistere dentro la creatura.

 

Allora soltanto v’ è rispondenza, cioè risposta consapevole e riconoscimento di una medesima natura e finalità di ciò che viene elargito, c’ è accettazione, partecipazione convinta, continuità, maturazione, resistenza all’ usura.

 

Ebbene, tutto questo è assicurato dalla presenza del divino in ogni creatura, che quindi può e deve rispondere positivamente al richiamo di ogni valore che le si proponga.

È infine capace, questa stessa creatura, finalmente, di intraprendere delle vie sin qui mai percorse – perché essa si crede impotente, e perché le è stato insegnato che l’ essere umano è impotente.

 

Tutto ciò che di ideale, elevato, spirituale ha coltivato in segreto, come in un sogno ad occhi aperti, dal momento in cui entra in sintonia con l’ elemento divino che è in essa, può diventare realtà.

 

È, in fondo, un diritto di nascita.

 

Va notato inoltre che l’ idea di una universalità del divino in ogni creatura umana, consapevole o non di esserne portatrice, amica o nemica che sia, c’ è già in nuce: nel principio di eguaglianza di tutti che procede dalla scelta quacchera di non togliersi il cappello, di non fare inchini né di dare del “voi” a chicchessia (in italiano, del “Lei”).

 

C’ era già nella espressione “seme di Dio in ognuno”, usata prima del 1656, ma non Era stata ancora esplorata in tutta la sua portata.

1661 – La “Dichiarazione del 1660”

Essa è così chiamata perché in Inghilterra vigeva ancora a quel tempo il Calendario Giuliano (Old Style), ma è di fatto del gennaio 1661, secondo il Calendario Gregoriano (New Style). Questo, in vigore in tutto l’ Occidente, diventò ufficiale in Inghilterra a partire dal 1752.

 

Comunque la si chiami, la “Declaration” è una presa di posizione pacifista ufficiale e definitiva che, rispondendo ormai alla visione socio-religiosa della maggioranza del Movimento, ha avuto da allora un enorme peso storico e di principio.

Per questo ancora oggi la Società degli Amici fa parte del ristretto novero delle Chiese Storiche della Pace, insieme ai Mennoniti, agli Anabattisti ed ai Brethren (Confratelli).

 

Essa fu redatta non solo da George Fox, primo firmatario, di cui si riconosce in più punti lo stile, la cultura biblica e il pensiero, ma da altri undici Amici, a nome dell’ intero corpo del “Popolo Eletto di Dio, che sono chiamati Quaccheri”.

 

Questa Dichiarazione fu consegnata al Re ( Charles II ) il 21° giorno dell’ 11° mese del 1660 (come abbiamo visto: genn. 1661).

La sua redazione e diffusione si resero necessarie per prendere apertamente le distanze dal movimento fanatico dei Fifth Monarchy Men, il quale, volendo imporre un apocalittico Regno di Cristo con la forza, aveva provocato una violenta sommossa, che fu, con maggiore violenza, repressa nel sangue.

 

Poiché le Autorità, molto male informate, confondevano quella setta con i quaccheri, e molti di questi furono incarcerati, la Dichiarazione fu tempestiva e veramente opportuna. A seguito di essa, e delle visite al Re di quaccheri coraggiosi e diplomatici a un tempo – fra cui Margaret Fell – la posizione degli Amici fu chiarita, e quelli incarcerati furono liberati, senza pagare alcuna ammenda.

 

La visione del Mondo, espressa dalla Dichiarazione, era quella di una società nonviolenta, in cui non è giustificato sotto alcun pretesto l’ uso della forza.

Fox, alla luce di tale visione, di origine spirituale, aveva fatto già dal 1651 la scelta nonviolenta. L’ insieme del Movimento la fece a poco a poco, come abbiamo visto, tra il ’50 e il ’60, senza imposizioni da parte di Fox.

 

Se il Movimento quacchero, nel suo insieme, non avesse fatto prima dell’evento cruento la scelta pacifista, la Declaration, pur redatta e sottoscritta da ben dodici Amici influenti, sarebbe stata una imposizione e un falso.

E una violenza, da cui potevano nascere delle contestazioni.

 

Ecco un estratto della Declaration, nei suoi punti essenziali:

“Una Dichiarazione da parte dell’ innocuo e innocente popolo di Dio, chiamato (dei) Quaccheri, contro tutti i complottatori (guerrafondai) ed i combattenti del mondo, per eliminare le cause della gelosia e del sospetto sia da (parte della) magistratura che da (parte del) popolo del Regno riguardo alle guerre e alle contese.
Ed anche per dare una risposta a quel comma del Proclama reale che riguarda i Quaccheri, per dichiararli estranei al complotto ed alla sommossa che sono ivi menzionati, nonché per dimostrare la loro innocenza.
Il nostro principio è, e la sua applicazione è sempre stata, di ricercare la pace e di metterla in pratica, (notare come si sostenga che il pacifismo quacchero ha un passato) e di anelare alla giustizia ed alla conoscenza di Dio, perseguendo il bene e il benessere e l’ operare che si rivolge alla pace di tutti.
Noi sappiamo che guerre e combattimenti procedono dalle passioni degli uomini (come dice Giacomo 4.1-3; cfr. Il Rifiuto, 1651), dalle quali passioni Iddio ci ha liberati, e parimenti dalle cause di guerra.
Le cui cause di guerra, e la guerra stessa (durante la quale uomini bramosi degli altrui beni, amanti più di se stessi che di Dio, concupiscono, uccidono, e vogliono togliere ad altri uomini la vita e le proprietà) sorgono dalle passioni…
Noi rigettiamo in modo assoluto ogni principio e pratica cruenta insieme ad ogni guerra, contesa e combattimento materiale con armi materiali, rivolto a qualsivoglia fine e con qualsivoglia pretesto.
E questa è la nostra testimonianza al mondo intero.”

Sin qui la parte più nota della Declaration, relativa alla posizione autenticamente e rigorosamente pacifista della Società degli Amici nel suo complesso.

Prevedendo e anticipando eventuali provocazioni, perfino sul terreno biblico, la Declaration si diffonde in citazioni: di Gesù contro l’uso della spada (Matt.26.51-53), e di Gesù che dice a Pilato: “poiché il mio Regno non è di questo mondo, i miei servitori non combattono…” (Giov.18.36), traducendo in positivo la citazione.

 

E poiché la preoccupazione degli Autori della Declaration era di scagionare la propria comunità dall’ accusa di violenza sovversiva, le citazioni bibliche continuano, perfino vetero-testamentarie ( Zacc.4.6; Isaia 2.4; Michea 4.3 ): il tutto per dimostrare l’ impossibilità di ogni forma di violenza per chi crede fino in fondo alle Scritture.

 

Poi, per completare il quadro della indiscutibile vocazione irenica dei Quaccheri, confermando il concetto di essere contrari anche ad una guerra avente una buona causa – qualcosa come: “il fine non giustifica i mezzi”, la Declaration afferma solennemente:

“Perciò coloro che usano qualsivoglia arma per combattere per Cristo, o per stabilire il suo regno o governo, noi li rigettiamo nello spirito, nel principio e nella prassi”.

È una grossa affermazione, coraggiosa e alquanto originale in Inghilterra, dove era ormai accettato di uccidere e di farsi uccidere in nome di Cristo.

L’ abbiamo citata sia perché conferma un principio molto elevato, sia perché dice a chiare lettere ciò che altrove è sottimteso.

Poco dopo c’ è una ulteriore conferma di tipo religioso al proprio antimilitarismo:

“Perciò noi, che il Signore ha chiamato all’ obbedienza della Verità, abbiamo rigettato guerre e combattimenti, e non potremo mai più imparare a farle…”

Quindi, dopo molti ragionamenti atti alla difesa della propria innocenza, la Dichiarazione dice:

“E quand’ anche degli uomini venissero contro di noi con clave (mazze), lunghi bastoni, spade sguainate, pistole cariche, e ci battessero, accoltellassero, e facessero violenza, noi non opporremmo loro resistenza, ma offriremmo loro i capelli, la schiena, e le guance. Non è onorevole, né virile né nobile attaccare gente innocua che non alza la mano armata contro qualcuno.” (Traduz. molto libera)

Ancora sul tema:

“E le nostre spade sono spirituali, non carnali, eppure possenti in Dio per abbattere i baluardi di Satana, che è autore di guerre, battaglie, omicidi e complotti. E le nostre spade sono trasformate in aratri, e le nostre lance in falci, come è profetizzato in Michea 4.”

Dopo molti altri ragionamenti difensivi, la Dichiarazione si conclude nella speranza che il Re e il suo Consiglio scaccino ogni sospetto e si convincano della innocenza del popolo Quacchero.

Dopo questa terribile prova e la forte risposta del Movimento, George Fox, appresa la sofferenza di molti Amici, diffuse una epistola che intendeva portare loro consolazione e incoraggiamento a sopportare le prove, a coloro che fanno parte della sequela di Gesù, ma che non sono subite invano.

 

Il linguaggio della Declaration è a tratti oscuro, ma il messaggio è chiaro:
non si può fare violenza per nessuna ragione,
neppure nel nome di Cristo,
né di alcun altro ideale,
perché la violenza ne è la negazione.

 

Lo sosteneva George Fox, che a suo modo era un grande guerriero, ma di una guerra contro il male, in tutte le sue forme, con armi spirituali a fini spirituali.

1661 – Il Culto

Dopo un rapido, ma attento e edificante viaggio sulle orme di George Fox, ormai maturo sotto molti aspetti – nel 1661 egli ha già provato 5 periodi di carcerazione, ha incontrato migliaia di persone, e polemizzato con una diecina di confessioni religiose – vogliamo chiudere questa ricerca citando una lettera in cui egli ribadisce due concetti che gli sono cari:

  • il culto in spirito e verità,
  • la nonviolenza, specie nelle cose di Cristo.

Cristo si adora in libertà.. il Dio di verità è uno Spirito, ed è il Dio degli spiriti di ogni carne (persona). Ed Egli ha dato a tutti gli uomini e le donne respiro e vita, per vivere e muoversi in Lui, ed ha posto in loro un’ anima immortale.
Perciò tutti gli uomini e le donne devono essere dei templi in cui Lui possa abitare; e coloro che corrompono il Suo tempio Egli li distruggerà.

“La Chiesa di Cristo non è mai stata fondata dal sangue, né tenuta su mediante le prigioni; né alcun fondamento è mai stato posto da uomini armati…
Ma quando gli uomini si sono allontanati dallo spirito e dalla verità, allora hanno assunto armi materiali per il sostegno delle loro forme esteriori (l’organizzazione ecclesiastica, la liturgia, ecc.), ma ciò malgrado non riescono a preservarle…E questo modo di operare ha avuto luogo fra cristiani di nome, da quando hanno perso lo spirito…” (traduz. molto libera).

Poiché le cose di natura spirituale e divina non sono caduche e non invecchiano col passare del tempo, come accade a quelle materiali ed umane, mi sembra che molta parte di quanto sopra descritto sia ancora attuale, e utile alla nostra crescita.

 

Anche perché l’ Eterno in noi, che non invecchia, bussa alla porta dell’ anima per venire alla luce.

Cosa ci impedisce di sentirLo bussare ?

E se Lo sentiamo, perché non corriamo ad aprirGli ?

E perché, dopo averGli aperto, non Lo riconosciamo ?

E perché, dopo averLo riconosciuto, non Lo ascoltiamo ?

E perché, dopo averLo ascoltato, non seguiamo i Suoi dettami ?

In questa vita non siamo in prova, né possiamo prendere la vita sottogamba.

Quel che pensiamo, diciamo e facciamo, ha un suo peso, e dobbiamo sdoganarlo alla porta del Regno di Dio.

C’ è sopra, nel bene e nel male, il nostro marchio indelebile.

A noi la scelta.

Davide Melodia

(Verbania 1996-99)


Associazione Religiosa degli Amici (Quaccheri)

 

Copie del Testo: Davide Melodia, tel.0323.59815

p. Roma 2 28823 Frino, Ghiffa, Verbania

melody@libero.it


Davide Melodia’s writings

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Eva: iniziamo il percorso donna nella Bibbia

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Iniziamo oggi con Eva, le teologhe femministe sottolineano che la scelta di mangiare il frutto della conoscenza ci ha portato a questo livello di emancipazione, e io direi anche alla città secolarizzata… dove Dio rimane solo nel cuore e non altrove come vorrebbero dietro sottane ecclesiastiche o templi di mattoni semivuoti. Brava Eva …

Eva
Con Eva Adamo scopre il linguaggio dell’Eros e Dio scompare. Entrambi crearono inventando l’eros, amandosi in giocosa passione, come si dice anche nel Cantico. “Questa è carne della mia carne e osso delle mie ossa”… Non ebbe paura Adamo di aver abbandonato la condizione di solitudine precedente
Ma vi fu un ridimensionamento della passione quando si dice “La donna che mi hai messo al fianco mi ha dato dell’albero ed io ne ho mangiato” Il mito biblico spiega le cause esterne più che la colpa. Il serpente su questa storia di passione il sospetto Ingannò Eva . Si evidenziò i limiti e la vulnerabilità reciproca. Il sesso perse la sua gratuità.
Non ci fu separazione in quanto si sopportarono fino alla fine. Secondo un altro mito si separarono invece Adamo, prima di Eva, con la compagna Lilith. Che non voleva essere da lui sottomessa e a cui nulla valsero le minacce o mediazioni, gli angeli per convincerla a tornare indietro.
Se il serpente insinua il sospetto, Dio pone il divieto Una specie di alleanza Bisogna aspettare il giardino escatologico del Cantico per vedere l’eros redento?
La passione umana a volte ci dice di no.

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La comunione dei beni era praticata dagli Esseni prima di Cristo

Segnalo che la comunione dei beni applicata da Gesù era praticata anche nella comunità essena dei 400 aderenti di Qumran, di cui non abbiamo traccia nel N.T. ma sono la comunità che custodiva anche l’Antico Testamento nella sua versione più antica oltre ad altri testi su i due messia, il Maestro di Giustizia ecc. Forse è speculazione filosofica dire che Gesù ne sia stato influenzato ma di certo li conosceva…
Ho trovato in biblioteca questo testo che digitalizzo: La società degli amici : il pensiero dei quaccheri da Fox 1624-1691 a Kelly 1883-1941 / [testi di] George Fox … [et al.] ; a cura di Pier Cesare Bori e Massimo Lollini

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Sulle tracce di Buber … Ripensiamo Gesù come ebreo per sempre

GESÙ VERO UOMO E VERO EBREO

Gli ebrei che indagano sulla fede e la figura di Gesù possono aiutare i cristiani a ridisegnare la loro immagine di Gesù

(Alfredo Berlendis) A Seelisberg, in Svizzera, si svolse, nel 1947, un importante incontro internazionale tra personalità ebraiche e cristiane. Tema dell’incontro di Seelisberg fu il problema dell’antisemitismo. In quella occasione fu elaborato un documento in dieci punti.
Un fondamentale contributo alla stesura del documento lo diede lo studioso ebreo Jules Isaac, autore di Gesù e Israele. Il secondo punto del documento di Seelisberg recitava: “Gesù è nato da una madre ebrea della razza di Davide e del popolo d’Israele ed il suo amore eterno ed il suo perdono abbracciano il suo popolo ed il mondo intero”. Il terzo diceva: “I primi discepoli, gli apostoli ed i primi martiri erano ebrei”.

L’ebraicità di Gesù
L’attenzione all’ebraicità di Gesù era stata già indicata da Martin Lutero nel 1523, nello scritto Gesù Cristo è nato ebreo, che apprezzava l’ebraicità del nazareno esortando alla missione verso gli ebrei. Più tardi, nel 1542, Lutero mutò il proprio atteggiamento e scrisse Degli ebrei e delle loro menzogne, uno scritto decisamente antiebraico.
La pubblicistica ebraica moderna sul personaggio Gesù data dai primi decenni del ‘900. A partire da quella data inizia una rinnovata riflessione sul suo essere ebreo e sulle conseguenze che questo ha per la valutazione ebraica, per la teologia cristiana e per i rapporti tra ebrei e cristiani.

La riflessione moderna
Joseph Klausner inaugurò la riflessione del ‘900 su Gesù con l’opera Gesù di Nazareth, pubblicata in ebraico nel 1922 e poi tradotta in varie lingue. Seguirono le ricerche del filosofo ebreo Martin Buber sulla fede ebraica e cristiana (Zwei Glaubensweisen, Zurigo, 1950, nella quale si indica una differenza di concezione della fede tra Gesù e Paolo, un passaggio dall’ebraicità alla grecità), di Paul Winter (Sul processo di Gesù, 1961), di David Flusser (Jesus, 1968), di Pinchas Lapide (Il rabbi di Nazareth, 1974) e di Riccardo Calimani (Gesù ebreo, 1990, di recente ristampato).

Le tesi di Shalom Ben-Chorin
Shalom Ben Chorin pubblicò, in tedesco, nel 1967, Fratello Gesù. Un punto di vista ebraico sul Nazareno. Le tesi sostenute nel libro sono riconducibili ai contributi del Klausner e di altri autori che abbiamo citato. Ben Chorin esprime tutta la sua simpatia al personaggio Gesù, che può essere ben compreso proprio da chi ha una fede ed una cultura ebraica. Nella postfazione Ben Chorin dichiara di essersi trovato, leggendo il vangelo, nel suo terreno. È la fede ebraica che vive in Gesù, è la vicenda dell’ebreo perseguitato ed ucciso, quella della sua vita, il suo richiamo al Regno di Dio è la costante della predicazione della Parola di Dio rivolta ad Israele. Gesù è un profeta come Elia ed Eliseo, un maestro della legge come i tannaiti (maestri ebrei dei primi secoli dell’era cristiana, che insegnavano con le parabole e con l’interpretazione dei testi canonici). Un maestro particolare, che sceglie di indirizzarsi agli incolti, agli am ha-arez, il popolo della terra o del paese che era disprezzato dai dottori della legge. Gesù è collocabile nella linea della scuola farisaica di Hillel, non rigorista ed esaltante l’amore quale centro della legge.

Ebrei e cristiani
Ciò che unisce ebrei e cristiani è la fede di Gesù non la fede in Gesù. Insomma la fede nel Cristo del dogma, elaborato concettualmente e linguisticamente nel pensiero greco, la fede nel Cristo-Dio e nella sua rappresentazione trinitaria, scavano un fossato tra il Gesù-ebreo della storia e il Signore del mito proposto dall’iconografia cristiana.
Troviamo, nell’analisi ebraica, i dibattiti che hanno attraversato anche l’esegesi cristiana di questi decenni. Si veda, ad esempio, la discussione sulla verginità di Maria, non collegabile alla profezia di Isaia 7, 14, ove si parla di una “giovane donna” (‘alma) e non di una “vergine” (bethulah).

Gesù sposato?
Varie sono le letture del personaggio Gesù che, dogma a parte, divergono dalla immagine che i cristiani hanno tramandato. Così non mancano sorprese circa il rapporto del nazareno con le donne (Fratello Gesù, pp. 162-174).
Possiamo imparare nuovi significati dei brani evangelici, apprezzare meglio la vastità della sensibilità di Gesù e ricevere, forse come una sfida per la nostra visione tradizionale, l’idea di Ben Chorin che Gesù, come ogni maestro, fosse sposato. Sia ciò accertabile o meno, resta vero che l’ascetismo cristiano che portò all’esaltazione della castità e alla misoginia non ha alcun retroterra nella cultura ebraica, né nella persona o insegnamento del rabbi di Galilea.

Gesù e Qumran
Molto interessanti gli accenni di Ben Chorin ai rapporti con Qumrân, ove visse il gruppo degli Esseni, comunità ebraica i cui testi, riscoperti dal 1947, mostrano una interessante “parentela” con quelli del Nuovo Testamento. L’interprete ebreo del vangelo ci guida verso una comprensione della Cena del Signore come cena pasquale ebraica, con elementi propri di Gesù, ma non orientati affatto verso la concezione eucaristica che una filosofica dogmatica cristiana ci ha consegnato.
Gli ebrei che indagano sulla fede e la figura di Gesù, possono ben aiutare i cristiani a ripensare e ridisegnare la loro immagine di Gesù, che sarà tanto più correttamente descritta e comunicata, quanto più sarà radicata nella fede di tutta la Bibbia (Alfredo Berlendis, teologo evangelico valdese).

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I fratelli di Gesù sono una realtà scritturale

Continua il lavoro sul lessico cristiano con la parola adelfos ossia fratello: (…) Degli adelfi (fratelli) di Gesù si parla in Mc 3,31 ss; Gv 2,12; 7,3.5.10; Att 1,14; 1 Cor 9,5; Gal 1,19 e in Mc 6,3, dove vengono riferiti i loro nomi. Adelfai di Gesù si trovano menzionati in Mc 3,32; 6,3 e Gv 19,25. (L’antica chiesa universale, assertrice della verginità perpetua di Maria, fin da epoca antica non ha mai voluto riconoscere (…). SI tratta quindi di un dogma privo di fondamento scritturale. Non attestato se non dalla tradizione orale.
Noi quaccheri non abbiamo nessun credo Niceno Costantinopolitano e la cosa certa dalle scritture è la nascita di Gesù da una giovane donna. Non invenzioni umane.
Noi continuiamo nella lettera delle Testimonianze scritte…

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