La miniera di carbone Adani è un sacrilegio in terra indigena

10.01.2020 – Associazione per i Popoli Minacciati

La miniera di carbone Adani è un sacrilegio in terra indigena
(Foto di Joegoauk Goa via Flickr (CC BY-SA 2.0))

La controversa miniera di carbone del gruppo indiano Adani, che si dovrebbe realizzare nello stato australiano del Queensland, violerebbe i diritti dei popoli indigeni. L’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) fa notare che parte di quella che sarà la più grande miniera di carbone al mondo si trova su terreni appartenenti alle tribù Wangan e Jagalingou. Le due tribù combattono il progetto dal punto di vista legale da decenni.

Se la miniera dovesse entrare in funzione come previsto, l’impatto sulle tribù Wangan e Jagalingou sarà catastrofico, poiché l’inquinamento diretto causato dal funzionamento della miniera non inquina solo il loro habitat. Il gestore della miniera prevede di prelevare 12,5 miliardi di litri d’acqua all’anno dal vicino fiume Suttor. Inoltre l’estrazione del carbone si svolgerà in parte in terra sacra, le cui piante e animali sono culturalmente estremamente importanti per queste persone. È uno scandalo che lo Stato abbia cancellato ai Wangan e i Jagalingou i titoli che garantivano loro il possesso delle loro terre ancestrali.

L’Australia ha ratificato la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni nel 2009. Questa stabilisce chiaramente che le popolazioni indigene interessate devono dare il loro previo consenso esplicito a qualsiasi intervento nel loro territorio ancestrale. Poiché ovviamente non è stato dato nessun consenso da parte delle due tribù, lo stato del Queensland sta violando la dichiarazione ONU sui popoli indigeni.

La miniera Adani estrarrà carbone dal bacino Galileo. I combustibili fossili come il carbone sono in gran parte responsabili del cambiamento climatico causato dall’uomo. Gli enormi incendi che attualmente infuriano nel continente australiano sono in buona parte riconducibili al cambiamento climatico. In questa situazione, la progettazione della più grande miniera di carbone al mondo, che consumerebbe anche miliardi di litri d’acqua ogni anno, è stata oggetto di aspre critiche internazionali. Gli esperti si aspettano inoltre che anche la vicina Grande Barriera Corallina, già colpita dal cambiamento climatico, venga ulteriormente inquinata dal funzionamento della miniera. A causa di sempre più numerose posizioni internazionali contrarie, anche la Siemens AG, che inizialmente voleva sostenere il progetto, ha sospeso il suo previsto coinvolgimento.

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Milano, protesta per la distruzione del Parco Bassini

09.01.2020 – Thomas Schmid

Milano, protesta per la distruzione del Parco Bassini
(Foto di Fridays for Future Milano)

Un corteo promosso dal Comitato Salviamo il Parco Bassini con centinaia di manifestanti, fiaccole e carri pieni di rami provenienti dagli alberi tagliati, è partito oggi alle 17 dal parco in zona Lambrate, per concludersi in Piazza Scala, dove rami e tronchi sono stati lasciati davanti all’ingresso di Palazzo Marino.

Una settimana fa il Politecnico, con il benestare del Comune, aveva iniziato il taglio di ippocastani e platani secolari nel parco per far posto a un nuovo edificio del Dipartimento di Chimica, impedendo l’accesso ai manifestanti con un massiccio intervento delle forze di polizia e carabinieri.

Tagliati gli alberi, resta comunque il suolo da difendere, che non è semplicemente un luogo per parcheggiare la macchina o costruire edifici. I manifestanti chiedono che il Parco Bassini rimanga un’area verde non edificata e che il Comune di Milano vieti la costruzione di nuovi edifici su tutte le aree verdi della città.

L’ipocrisia del Sindaco Sala è scandalosa: da un lato si proclama paladino del verde dichiarando l’emergenza climatica e ambientale, dall’altro procede a grandi passi con il consumo di suolo in aree su cui mai prima si era costruito.

Foto di Emanuele Regalini, Fridays for Future Milano e Thomas  Schmid

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Da oggi siamo www.quacchericristiani.it per distinguerci dai liberals — quaccheri e hutteriti in Italia

Opportuno distinguersi dai quaccheri universalisti, non teisti, filobuddisti, liberal insomma con riferimento a Londra.

via Da oggi siamo www.quacchericristiani.it per distinguerci dai liberals — quaccheri e hutteriti in Italia

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9 gennaio 2020 · 4:21 pm

Ripristinato il dominio ventennale www.ecumenici.it , tolto alle ideologie delle Chiese per il suo significato originario

Il disturbatore era riuscito nel 2019 a toglierci il dominio, per noi storico. per dispetto non avendolo mai usato. Oggi nel 2020 ne rientriamo in possesso con soddisfazione.

E° importante sottrarlo alle chiese e consegnarlo al MONDO ABITATO. Questo significa per il greco il termine. Senza ideologie di sovrastrutture cristiane.

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Dossier poverta° in Italia, ignorato dai media

Italia insostenibile: più di 17 milioni di poveri ed esclusi

È il dato più allarmante che viene fuori da Rapporto Istat Sdgs (Sustainable Development Goals) sugli indicatori di sviluppo sostenibile. L’Italia peggiora su povertà e disuguaglianze, lavoro, condizioni delle città e alimentazione

( Laurent EMMANUEL / AFP)

Più di 17 milioni di italiani sono a rischio povertà ed esclusione sociale. Inclusi quelli che un lavoro ce l’hanno, visto che gli occupati che non hanno un reddito sufficiente sono il 12,2%. E oltre 5 milioni sono in povertà assoluta, con una forte incidenza (12%) tra i bambini. È il dato più allarmante che viene fuori da Rapporto Istat Sdgs (Sustainable Development Goals) sugli indicatori di sviluppo sostenibile, ovvero i 17 obiettivi dell’Agenda 2030 dell’Onu finalizzati al l’eliminazione della povertà, alla protezione del pianeta e al raggiungimento di una prosperità diffusa. La situazione italiana vede progressi sull’istruzione di qualità, parità di genere, industria e innovazione, energia sostenibile e giustizia. Ma sul fronte delle condizioni sociali la situazione peggiora: restano alte povertà e disuguaglianze, non migliorano lavoro, condizioni delle città e alimentazione. Con differenze notevoli tra le regioni: la situazione peggiore si vede in Sicilia, Calabria e Campania.

La fotografia che emerge dal rapporto è quella di un Paese “insostenibile”, bocciato sul fronte delle disuguaglianze. Con le condizioni della popolazione a più basso reddito che continuano a peggiorare. Tra 2016 e 2017 la povertà o esclusione sociale risulta in calo, ma coinvolge ancora il 28,9% della popolazione, circa 17 milioni e 407mila persone. In questo insieme si trovano gli italiani con povertà di reddito, che riguarda il 20,3% della popolazione. Il 10%, poi, è in condizione di grave deprivazione materiale e l’11,8% vive in famiglie a bassa intensità lavorativa.

Se si considerano gli occupati che vivono in condizione di povertà reddituale, l’Italia è quintultima in Europa con 12,2% di lavoratori a rischio povertà. Una percentuale che negli ultimi 13 anni è aumentata sia al Nord (6,9%) che al Sud (22,8%), raddoppiando fino a raggiungere l’11,2% al Centro. E nonostante la diminuzione della disoccupazione, il tasso di mancata partecipazione al lavoro è quasi doppio rispetto alla media Ue. La quota di Neet resta la più elevata nell’Ue. In contemporanea, però, la quota di spesa pubblica per misure occupazionali e per la protezione sociale dei disoccupati nel 2017 è risultata in calo sia sia rispetto alla spesa pubblica sia rispetto al Pil.

Così 5 milioni e 58mila di italiani restano in povertà assoluta. Con condizioni critiche soprattutto tra i minori, tra i quali i poveri assoluti sono il 12,1%. Mentre, l’altra faccia della medaglia è che un bambino su tre (6-10 anni) è in sovrappeso. Tra i più giovani, poi, l’altro dato allarmante è quello che riguarda l’uscita precoce da scuola, aumentata negli ultimi due anni, fino ad arrivare nel 2018 al 14,5%, soprattutto al Sud.

Gli italiani con povertà di reddito sono il 20,3% della popolazione. Il 10% è in condizione di grave deprivazione materiale e l’11,8% vive in famiglie a bassa intensità lavorativa

Sul fronte della popolazione femminile, si riscontra una diminuzione della violenza sulle donne, ma un aumento della gravità dei casi violenti. Peggiora anche il tasso di occupazione delle donne con figli in età prescolare. Né si riescono a gestire le nuove disuguaglianze create dall’arrivo dei migranti. Anzi, nel 2017 per la prima volta, , dopo un decennio in costante crescita, si è registrato un grande calo (-26,4%) del numero di acquisizioni di cittadinanza.

Oltre al benessere economico, sociale e reddituale, gli indicatori Sdgs tengono conto anche dei fattori di benessere legati all’ambiente e ai servizi. E anche qui, tra qualche dato con il segno più, spiccano notizie tutt’altro che positive. Il livello di inquinamento atmosferico da particolato ha smesso di scendere, con valori superiori alla media Ue che si registrano soprattutto nelle città della Pianura Padana. Oltre un terzo (32,4%) delle famiglie dice di avere difficoltà di collegamento con i servizi pubblici nella zona in cui risiede. E in più si registra un aumento delle costruzioni abusive: ogni 100, 20 non sono in regola. A questo dato si affianca l’intensificazione delle calamità naturali, con eventi disastrosi come frane, alluvioni, incendi boschivi, ondate di calore e deficit idrici. Tutti fenomeni legati anche al cambiamento climatico. E in questo l’Italia ha sì ridotto le emissioni di gas serra di 7,2 tonnellate pro capite, meno della media Ue. Con il cemento che continua ad avanzare, occupando in media 14 ettari di suolo al giorno. Mentre i boschi aumentano, ma solo per l’abbandono dei paesaggi rurali dell’entroterra e non certo per politiche ambientali lungimiranti.

Poveri anziani, quasi la metà non può permettersi di accendere il riscaldamento

Un’indagine di Spi Cgil e Fondazione Di Vittorio rivela che per il 14% degli anziani la pensione non basta per potersi permettere una temperatura adeguata in casa, e il 33% potrebbe essere a breve in questa situazione

(Pixabay)

Quasi la metà degli anziani non si può permettere di accendere i termosifoni in casa. O rischia di non poterlo fare più nel prossimo futuro. Sono i “poveri energetici”, gli italiani con una pensione che non basta a pagare le bollette del gas, dell’acqua calda e dell’elettricità. Di loro si è occupata un’indagine realizzata dallo Spi, il Sindacato dei pensionati della Cgil, e dalla Fondazione Giuseppe Di Vittorio, secondo cui a vivere in questa situazione è il 47% degli anziani intervistati da Nord a Sud. Con conseguenze gravi anche sullo stato di salute e i livelli di mortalità.

Dai risultati emersi dalle interviste (979), viene fuori che il 14% dei pensionati non riesce a mantenere una temperatura adeguata in casa. E non solo perché far partire la caldaia costerebbe troppo a fine mese, ma anche perché nel 18% dei casi negli appartamenti manca del tutto l’impianto di riscaldamento. In altri casi sono gli infissi a essere inadeguati. E per sostituirli, la pensione non basta.

Oltre i “poveri energetici” veri e propri, il 33% degli intervistati è a rischio povertà energetica. Con condizioni economiche né agiate né di indigenza, ma comunque non in grado di poter garantire una temperatura confortevole tra le mura di casa nel prossimo futuro..

segue

Il 14% dei pensionati non riesce a mantenere una temperatura adeguata in casa. E non solo perché far partire la caldaia costerebbe troppo a fine mese, ma anche perché nel 18% dei casi negli appartamenti manca del tutto l’impianto di riscaldamento

I poveri energetici sono per lo più anziani soli, vedovi o vedove, che vivono in piccoli appartamenti tra i 40 e i 60 metri quadri, in condomini cittadini, e senza grandi attività sociali. Le donne sono la maggioranza. E più si va avanti con l’età più le condizioni economiche peggiorano. I più poveri sono gli ex artigiani e le ex casalinghe. Se la passano quelli che hanno lavorato come operai. Ma tra coloro che non hanno una pensione da lavoro, affidandosi a invalidità, reversibilità o pensione sociale, le condizioni di fragilità economica sono ancora più gravi.

Tra chi è in affitto, poi, le ristrettezze energetiche aumentano: una sola pensione non basta a pagare la rata mensile e a riscaldare la casa. Il 73,8% tra i più poveri accende i riscaldamenti “solo se strettamente necessario”. Con una spesa media annua per il gas di soli 258 euro, circa 500 euro in meno dei coetanei che se la passano meglio.

Dal punto di vista territoriale, la quota più sostanziosa di poveri energetici si trova in Calabria (45,4%), cui si contrappone il dato registrato in Toscana (6,8% di poveri). L’incidenza della povertà raddoppia per coloro che sono separati (o divorziati) o vedovi e arriva a superare il 30% per nubili e celibi. E «a uno stato di povertà energetica si accompagnano generalmente condizioni di salute precarie, se non compromesse», spiegano nell’indagine.

Un bonus sociale per l’energia elettrica e il gas, in realtà, ci sarebbe dal 2008. Ma quello che viene fuori dai dati è che solo il 30% di chi aveva diritto ne ha usufruito, tra una platea di destinatari ridotta all’osso, buoni di copertura della spesa troppo bassi e un inter amministrativo e burocratico da azzeccagarbugli. Non proprio agevole per un 70-80enne.

Fonte L°inchiesta

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Il ruolo dell° Italia in caso di guerra

Il ruolo dell’Italia in caso di guerra

07.01.2020 – Luca Cellini

Il ruolo dell’Italia in caso di guerra
“Nato per uccidere” (Foto di da Full Metal Jacket)

Ho sempre creduto che la Costituzione italiana fosse fra le più belle del mondo, riguardo la sua applicazione invece credo si sia davvero lontanissimi.
Ciò viene dimostrato stando almeno agli ultimi avvenimenti legati al Medio Oriente.

Mi spiego meglio: si può essere concordi oppure no che la Costituzione italiana sia fra le più belle del mondo, però, leggendola, tutti potranno concordare fin dalle prime battute che, la Carta costituzionale italiana sia decisamente antibellicista e fermamente contro la guerra. Così come del popolo italiano volendo si possa dir tutto, ma certo non se ne possa mettere in dubbio, il fortissimo e più che motivato rifiuto di fondo sia alla guerra che al nucleare. Gli italiani infatti, vi hanno rinunziato più volte con tanto di referendum sull’energia nucleare, perfino quella a scopi civili.

Eppure, nonostante tutto ciò, l’Italia specie in questi ultimi anni è divenuto il “gabinetto di guerra” operativo degli Stati Uniti e della NATO.
La base militare di Camp Darby a Livorno è divenuta il principale arsenale militare statunitense in Europa, il più grande degli Stati Uniti al di fuori del proprio territorio. A Camp Darby transitano via mare le rotte della guerra. A Camp Darby ci sono armi strategiche e tattiche di ogni tipo, 125 bunker, dove si stima sia stoccato circa un milione di proiettili di artiglieria, ma anche bombe aeree, e missili. Secondo alcuni esperti militari ci sarebbero anche dotazioni nucleari, oltre a carri armati e diversi veicoli militari aerei e terrestri.
Si tratta di una sorta di grandissimo hub delle armi. Il più grande di tutto il patto atlantico. Queste arrivano via mare, a bordo di imponenti navi della USS Navy, fino al porto di Livorno. Da qui sono stoccate a Camp Darby, per poi essere smistate e destinate in Giordania, Arabia Saudita e altri paesi mediorientali per rifornire le forze di Washington impegnate nei vari teatri di guerra principalmente dell’area mediorientale, dalla Siria allo Yemen, ma anche alla Libia, senza dimenticare ovviamente l’Iraq.

Oltre Camp Darby, sul suolo italico in prima linea nella politica della guerra, c’è la base militare di Sigonella in Sicilia, da cui decollano i caccia da guerra impiegati nei vari conflitti, e i droni controllati a distanza, uguali a quello usato ad esempio per il blitz nei giorni scorsi per uccidere il generale iraniano Soleimani.
Ancora In Sicilia, a Niscemi, dal 2014 è sorto uno dei centri di trasmissione del MUOS (Mobile User Objective System): un sistema di comunicazione satellitare militare ad alta frequenza (UHF) e a banda stretta (fino a 64 kbit/s), utilizzato direttamente dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Il MUOS è un sistema composto da quattro satelliti (più uno di riserva) e quattro stazioni di terra, una delle quali è quella di Niscemi. Il MUOS integra le comunicazioni di guerra delle forze navali, aeree e terrestri in movimento in qualsiasi parte del mondo, e per questo, proprio in questi giorni è impegnato direttamente nella trasmissione e nel controllo operativo di varie operazioni di guerra in Medio Oriente.

Sempre in Italia abbiamo già adesso circa 90 testate nucleari, diverse delle quali stanziate presso la base militare di Aviano nel Veneto. Un potenziale nucleare già adesso capace di oltrepassare la potenza distruttiva di 300 Hiroshima. E così, giusto perché eravamo in aria natalizia, proprio nei giorni di Natale si è saputo di un altro bel regalino, che sta per esserci recapitato dai nostri amici alleati a stelle e strisce. 50 Bombe Nucleari USA dalla Turchia dirette in Italia.
Cinquanta testate nucleari strategiche pronte per essere portate dalla base turca di Incirlik, in Anatolia, alla base Usaf di Aviano, in Friuli Venezia Giulia. Gli Usa diffidano sempre di più della fedeltà alla Nato del presidente turco Erdogan, e così ripiegano sulla sempre più fedele Italia. Questa notizia ci è stata riportata da Fanpage e poi ripresa dall’Ansa, il 30 dicembre, 4 giorni prima del blitz americano che ha visto l’uccisione in Iraq del generale iraniano Soleimani. La fonte è il generale a riposo Chuck Wald della US Air Force in una intervista rilasciata in esclusiva all’agenzia Bloomberg.

Tutto questo sarebbe quanto meno “degno” di una interrogazione parlamentare urgente, per chiedere sia al Governo ma anche al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, perché, sebbene la nostra Costituzione parli in modo chiaro e inequivocabile di ripudio della guerra, e il popolo italiano si sia espresso più volte per via referendaria nell’essere fermamente contrario all’uso del nucleare, persino in campo civile, perché Stati Uniti d’America e la NATO, continuino a riempire il “patrio suolo” di ordigni nucleari militari, e di armi di ogni specie e tipo, usate nel conflitto mediorientale. Sì, sono questioni serie queste che dovrebbero spiegarci sia la Presidenza della Repubblica che il Governo, aprire quantomeno una discussione in Parlamento; un organo creato apposta per trattare e parlamentare almeno degli aspetti più importanti che riguardano da vicino il nostro paese, le nostre vite, il nostro futuro. Ciò a maggior ragione in una ipotesi di possibile conflitto armato di tipo diretto tra Stati Uniti e Iran. Non è forse questa una flagrante violazione del dettato costituzionale? E l’ultima azione condotta per ordine diretto di Trump non è forse in totale violazione del Diritto Internazionale, che è stato stracciato con un semplice click remoto via Web. Un raid quest’ultimo, che è stato giudicato un crimine anche dall’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite.

Con l’ultima mossa operata dalle forze armate statunitensi, le istituzioni internazionali, a salvaguardia della pace, della cooperazione mondiale e del rispetto delle Carte universali e del Diritto, sono state sbeffeggiate e calpestate.
La parola stessa, e le rassicurazioni che proprio Trump pochi giorni prima, a fine anno, pubblicamente aveva dato, sono state cancellate, rimangiate una ad una. Persino quei paesi europei che da oltre 75 anni vengono chiamati “alleati” sono stati oltraggiati, di fatto resi ridicoli, rendendo evidente che in termini decisionali è come se nemmeno esistessero. Di questo, a partire da oggi e nei prossimi giorni a seguire si dovrebbe discutere in Parlamento in modo urgente, perché questa è la funzione per cui è stato creato l’organo parlamentare.
Oppure tutto è stato già deciso dal signor Trump, magari con un bel tweet, come va tanto di moda oggi nel “club” esclusivo dei “grandi statisti”, quelli che con un sol click sullo smartphone decidono sulle vite di migliaia, forse milioni di persone. Ivi compreso anche le nostre sorti, quelle di un Paese che nonostante sia fondato sul ripudio assoluto della guerra, ci deve vedere costretti come nazione, a essere proni in prima linea all’interno di un conflitto che va crescendo.

Tutto ciò, a quanto pare sta accadendo finora, senza avere nemmeno la possibilità di esprimersi all’interno dell’istituzione del nostro Parlamento, che, vista l’aria pesantissima che tira, avrebbe quantomeno la funzione di discutere della drammatica condizione in cui come paese Italia ci veniamo a trovare; delle pesantissime implicazioni che comporta in questo momento l’essere più che alleati, di fatto complici di una nazione terza che sta operando al di fuori di ogni criterio del Diritto Internazionale, e anche al di fuori di ogni mandato delle Nazioni Unite. In seno a questo, c’è anche assoluto bisogno di discutere di come in questo momento il nostro suolo si trovi ad essere sede operativa di vere e proprie operazioni di guerra, senza che il nostro Stato riesca più esercitare una qualche forma decisionale su ciò che viene operato sul nostro stesso territorio.  Discutere evidenziando che in questo momento, il nostro ruolo, più che alleati ci vede in parte complici, in parte militarmente occupati da una nazione terza che sembra prepararsi a scendere in guerra, non più per procura, bensì all’interno di un conflitto armato diretto contro altri Stati.
È di tutto questo che c’è assoluta urgenza di discutere all’interno del Parlamento, e quanto meno venire informati sui fatti gravissimi, e su questioni di vitale importanza che mettono a serio rischio il nostro Stato e le nostre vite di 60 milioni di cittadini.

Ciò assume ancor di più carattere di urgenza alla luce degli intensi movimenti bellici e militari che proprio in questi giorni stanno interessando il nostro territorio. E’ per questo che, restiamo in attesa che uno dei nostri massimi organi istituzionali, riferendoci al Presidente della Repubblica, Capo delle Forze Armate, e al Governo, primo e più importante organo decisionale chiamato a deliberare e decidere su questioni di vitale importanza per il Paese, abbiano la bontà di informarci su cosa stia avvenendo, e quali siano le nostre intenzioni come nazione che ripudia la guerra, all’interno invece di uno scenario che ci vede fortemente coinvolti in uno stato di pre-guerra. Nel frattempo, ci perdonino infine gli onorevoli deputati, se fra le lecite richieste avanzate, si possa almeno sperare che, fra una querelle televisiva sugli ospiti del prossimo Festival di Sanremo, e un gossip su quale sia la prossima fiamma di Salvini, ci possa essere in questo nostro Paese almeno una qualche componente parlamentare che prenda la briga  e l’impegno di poter muovere una interrogazione parlamentare della massima urgenza sui pericolosi scenari di guerra che vanno addensandosi all’orizzonte sul nostro Paese, e che, non ce ne vogliano se glie lo ricordiamo, riguardano tutti noi e le nostre vite veramente da molto vicino.

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Libia: 5 scuole distrutte e 210 chiuse a causa dei combattimenti a Tripoli e nei dintorni. Oltre 115.000 bambini senza istruzione

07.01.2020 – UNICEF

Libia: 5 scuole distrutte e 210 chiuse a causa dei combattimenti a Tripoli e nei dintorni. Oltre 115.000 bambini senza istruzione

Il recente aumento delle violenze a Tripoli e nei dintorni, in Libia, ha causato conseguenze devastanti sull’istruzione dei bambini, con 5 scuole distrutte e 210 chiuse, portando oltre 115.000 bambini fuori da scuola nelle aree di Ain-Zara, Abu Salim e Soug al Juma’aa.

Il 3 gennaio 4 scuole sono state attaccate nella località di Soug al Jum’aa, a est di Tripoli, causando danni considerevoli, con impatto su circa 3.000 studenti.

I recenti attacchi alle strutture scolastiche e l’insicurezza a Tripoli e nei dintorni stanno mettendo a rischio le vite dei bambini solo per andare a scuola ogni giorno. Nessun genitore dovrebbe mai scegliere fra l’istruzione dei suoi figli e la loro sicurezza. Più che luoghi sicuri per apprendere e crescere, le scuole a Tripoli sono diventate luoghi di paura.

I bambini che non vanno a scuola sono esposti a maggiore rischio di violenza e reclutamento nei combattimenti.

L’istruzione è un diritto di base per ogni singolo bambino – anche in aree colpite da conflitto. Gli attacchi alle strutture scolastiche sono una gravissima violazione contro i diritti dei bambini, il diritto internazionale umanitario e i diritti umani. Privare i bambini dell’opportunità di apprendere ha un impatto devastante sul loro benessere e futuro.

L’UNICEF chiede alle parti in conflitto in Libia di proteggere i bambini sempre, fermare gli attacchi contro le scuole e astenersi dalle violenze, inclusi gli attacchi indiscriminati sui civili e le infrastrutture civili.

 

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Intervista

Antonio Mazzeo: l’Italia è uno snodo chiave per le operazioni militari USA

06.01.2020 – Olivier Turquet

Antonio Mazzeo: l’Italia è uno snodo chiave per le operazioni militari USA
Antonio Mazzeo durnte una manifestazione No-Muos (Foto di Dario Lo Scalzo per Il Cambiamento)

Antonio Mazzeo è il giornalista investigativo più informato su Muos, Sigonella e droni, tutti temi su cui lavora da tempo. E’ al tempo stesso da sempre impegnato nel pacifismo e nelle lotte del territorio siciliano.

In primo luogo qual è la tua opinione sulla possibilità che i droni siano dell’attentato a Soleimani siano partiti da Sigonella e che siano stati guidati dal MUOS o con la sua collaborazione?

Sin dalle prime frammentarie notizie dell’attacco terroristico USA ho espresso le mie perplessità sulla possibilità che i droni killer siano decollati dalla grande stazione aeronavale di Sigonella. Nonostante ci siano ancora dubbi sulla reale tipologia dei velivoli senza pilota e dei missili aria-terra impiegati, ritengo comunque improbabile l’uso di Sigonella quale piattaforma di lancio del raid. Nel caso in cui siano stati utilizzati i micidiali Reaper MQ-9 (droni presenti a Sigonella e già utilizzati dal Pentagono e dalla CIA per operazioni di bombardamento in Libia e dalla stessa Aeronautica militare italiana per le operazioni d’intelligence nel Mediterraneo e nord Africa), il loro raggio d’azione poco inferiore ai 2.000 km rende incredibile per logica l’ipotesi di un loro decollo dalla Sicilia. Nonostante Washington abbia posto la massima segretezza sull’intera operazione è presumibile invece che i droni siano partiti da una delle innumerevoli basi realizzate in quasi tutti i paesi arabi prossimi all’Iraq (accreditate fonti militari puntano l’indice sul Qatar, ma installazioni di supporto ai Reaper statunitensi esistono negli Emirati Arabi, in Arabia Saudita, Oman, Giordania e in Corno d’Africa a Gibuti). Ciò non toglie che proprio Sigonella abbia avuto un ruolo centrale nella pianificazione dell’attacco e nella trasmissione degli ordini e delle informazioni necessarie al suo espletamento. La base siciliana, infatti, ospita da due anni il cosiddetto UAS SATCOM Relay Pads and Facility, il sito per supportare le telecomunicazioni via satellite e le operazioni di tutti i droni dell’Aeronautica e della Marina militare statunitense, ovunque essi si trovano. Si tratta di una stazione gemella a quelle esistenti a Ramstein (Germania) e nella grande base aerea di Creech (Nevada), centro strategico per le attività dei velivoli senza pilota USA. Per questo ritengo più che plausibile che Sigonella abbia giocato un ruolo chiave all’interno del network di comando e controllo dello strike al’’aeroporto di Baghdad. Lo stesso vale per il terminale terrestre di Niscemi (Caltanissetta) del nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari MUOS delle forze armate USA, indispensabile per le operatività nei teatri di guerra di ogni utente mobile (così come lo sono i droni). Dubito che su questi due elementi ci potrà mai essere una smentita ufficiale da parte del governo italiano, dato che la titolarità esclusiva e l’uso di queste infrastrutture è degli Stati Uniti d’America e certamente nessuno si sognerebbe mai d’informare o chiedere il permesso all’Italia per utilizzare i nodi di trasmissione degli ordini d’attacco ed intelligence, né ovviamente sarebbe possibile per l’Italia impedirne l’uso.

Al di là di questa possibilità quali sono i ruoli della basi italiane e del MUOS nella strategia bellica statunitense?

Quanto sta accadendo in queste ore è la prova evidente del ruolo geo-strategico assunto dalle innumerevoli installazioni militari USA e NATO ospitate nel nostro paese. Abbiamo già detto di Sigonella e Niscemi. Nelle ore antecedenti l’attacco all’aeroporto di Baghdad e subito dopo, è stato registrato un intensissimo traffico aereo sui cieli italiani di velivoli da trasporto pesante e di cacciabombardieri USA. In particolare essi hanno attraversato prima la Sardegna e il Tirreno e poi l’Italia centro-meridionale in direzione Medio oriente e ciò ha comportato il logico supporto delle innumerevoli stazioni radar e di telecomunicazione che operano Italia in ambito NATO. Dalle basi dell’esercito USA di Vicenza (Camp Darby e l’ex scalo aereo Dal Molin) sono stati mobilitati centinaia di militari in forza alla 173 Brigata aviotrasportata, reparto d’eccellenza statunitense in tutti gli scacchieri di guerra internazionali. Grazie al ponte aereo avviato dal vicino aeroporto di Aviano (Pordenone), i soldati della 173 Brigata hanno raggiunto il Medio Oriente, molto probabilmente il Kuwait e forse anche il Libano. L’escalation militare USA di queste ore, con l’invio di oltre 3.000 militari ai confini con l’Iraq, presuppone contestualmente il trasferimento di mezzi da guerra pesanti e munizioni e ciò avverrà sicuramente dall’hub toscano di Camp Darby, il maggiore deposito strategico USA per le operazioni in Africa e Asia, utilizzando i porti di Livorno e Genova e l’aeroporto di Pisa. Presumibile inoltre che una parte dei cacciabombardieri a capacità nucleare F-16 di stanza ad Aviano siano già stati dirottati in Medio oriente (il via vai di velivoli di questi giorni dalla base friulana è evidentissimo), e sono certo che assisteremo ad un aumento delle soste di unità da guerra navali, portaerei e sottomarini nucleari compresi, nei porti italiani, primo fra tutti quello di Augusta (Siracusa), il principale centro di rifornimento di carburanti e armi della Marina militare USA nel Mediterraneo. Ancora una volta, dunque, l’Italia sarà lo snodo chiave per le operazioni di guerra del Pentagono, senza poi dimenticare le differenti missioni delle forze armate italiane in Iraq e paesi confinanti, purtroppo sempre al traino e/o di scorta dei moderni guerrieri di mister Trump.

La situazione delle basi statunitensi e dei sistemi collegati è in palese violazione con la Costituzione Italiana e con gli stessi trattati NATO? E perché?

Questi temi sono stati affrontati innumerevoli volte negli anni scorsi, ma purtroppo inutilmente. L’articolo 11 della Costituzione pone al bando la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali, ma da sempre le installazioni USA e NATO in Italia sono utilizzate per operazioni belliche e di vero e proprio terrorismo internazionale. Il Parlamento è stato bypassato in ogni occasione, anzi è possibile dire che alcune delle operazioni d’attacco maggiormente in contrasto con il dettato costituzionale siano state volutamente tenute segrete alle due Camere, ai parlamentari e all’opinione pubblica. La trasformazione di Sigonella in vera e propria Capitale mondiale dei droni USA e NATO è uno degli atti più incostituzionali e irresponsabili della recente storia d’Italia. I velivoli senza pilota comportano la progressiva disumanizzazione di ogni conflitto e la delega alle macchine del diritto di vita e di morte, di pace e di guerra. Siamo mille miglia al di là della Costituzione, fuori dagli stessi principi etici e del diritto consacrati nella lunga storia dell’Umanità.

Quali sono le conseguenze di questi sistemi militari per l’Italia, per le persone e per la sicurezza del nostro paese?

La guerra moderna, oltre che disumanizzata e disumanizzante, ha assunto la logica spietata dell’asimmetria, cioè fuori dai modelli convenzionali con cui è stata conosciuta e studiata nei secoli passati. L’uso dei droni per gli omicidi extragiudiziali del “nemico” è guerra asimmetrica, così come l’eventuale ritorsione-vendetta rappresentata dall’attentato terroristico contro civili inermi o luoghi simbolici in quei paesi che hanno responsabilità dirette nella conduzione dei conflitti in Medio Oriente e nel continente africano. Chi semina odio e morte raccoglie vendette e morte. Essere piattaforma di lancio di attacchi terroristici e bombardamenti indiscriminati significa trasformarsi immediatamente in obiettivo da colpire come ritorsione e, magari, anche per prevenire nuovi attacchi. Si instaura così una interminabile catena di sangue, dove le vittime “asimmetriche” sono sempre di più le popolazioni inermi, innocenti e inconsapevoli della follia dei dottore Stranamore del XXI secolo.

Secondo te il governo italiano cosa dovrebbe chiedere al governo statunitense e alla NATO?

Sono proprio secco perché ormai non ci possono essere più strumentali timidezze e ipocrisie di sorta. Le forze armate degli Stati Uniti d’America e della NATO (ma anche quella dei paesi extra-NATO che continuano a formarsi e ad addestrarsi in Italia, Israele, Arabia Saudita e Turchia in primis), devono lasciare immediatamente il territorio del nostro paese e le infrastrutture utilizzate devono essere smantellate e/o riconvertite ad uso civile. Deve essere interdetta la sosta “tecnica” negli scali aerei e nei porti ad ogni sistema di guerra “straniero” e sancita unilateralmente l’uscita dell’Italia dalla NATO, alleanza militare che, tra l’altro, proprio in Libia, Siria e oggi a Baghdad ha evidenziato tutta la sua fragilità e inutilità.

Di fronte a questi eventi si ha a volte un senso di impotenza; cosa può fare ognuno di noi per combattere questo sistema di cose?

Quanto accaduto in questi giorni in Iraq è solo l’ultimo atto di una tragedia epocale: la guerra uber alles: la guerra prima di tutto, per tutto e sopra ogni cosa. L’umanità deve prendere coscienza che siamo davvero sull’orlo del baratro. Mai come oggi i pericoli di olocausto nucleare sono reali e l’umanità rischia l’estinzione ben prima degli effetti devastanti delle trasformazioni climatiche in atto. E’ indispensabile ricostruire un movimento internazionale contro ogni guerra, subito. Ad ogni singolo essere vivente spetta il diritto-dovere alla resistenza, alla disobbedienza, all’obiezione, alla diserzione. C’è poi il dovere a cui sono chiamati giornalisti e opinionisti: quello di denunciare le cause, le modalità e le conseguenze di questa follia globale bellicista. Noi proviamo a farlo dal basso, con pochissimi mezzi ma con la ferma convinzione che non possiamo risparmiarci proprio ora. Lo dobbiamo fare per noi e per i nostri figli, per continuare a credere che un altro mondo è ancora possibile.

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Venti di guerra sulla Sicilia, l’attacco contro Soleimani partito da Sigonella e coordinato dal Muos di Niscemi

LA BASE SICILIANA DI SIGONELLA NELLA LISTA DEI POSSIBILI BERSAGLI DELLA CONTROFFENSIVA IRANIANA

di  | 05/01/2020 Sarebbe partito dalla base militare di Sigonella in Sicilia il drone che due giorni fa ha colpito il convoglio di auto che viaggiava su un’autostrada uccidendo il generale Quasem Soleimani, dal 1998 comandante della Niru-ye Qods, l’unità delle Guardie Rivoluzionarie responsabile per la diffusione dell’ideologia khomeinista fuori dalla Repubblica Islamica.

Secondo gli Stati Uniti era responsabile di numerosi attacchi e della morte di migliaia di americani e preparava un nuovo attacco. Per gli Usa era un terrorista, per l’Iran un eroe. In migliaia ieri hanno partecipato al corteo funebre del più potente generale iraniano.

L’attacco Usa autorizzato direttamente dal presidente Trump apre, però scenari imprevedibili anche per la Sicilia da dove il drone sembra essere partito inizialmente per una delle tante missioni esplorative poi trasformatasi in attacco. un attacco che l’Iran considera un atto di guerra in territorio sottoposto alla propria sovranità nazionale

E l’Italia sembra aver ‘subito’ la decisione americana senza essere stata minimamente coinvolta o anche semplicemente informata dell’uso che si sarebbe fatto della base militare sul suo territorio.

Sull’attacco in territorio straniero, sulla violazione della sovranità di un altro Paese, sull’uso della base di Sigonella è polemica rovente

“Il ministro della Difesa Lorenzo Guerini e il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte chiariscano immediatamente il ruolo che la base americana di Sigonella, in Sicilia, ha giocato nell’attacco militare mediante l’utilizzo dei droni che ha portato all’uccisione del generale iraniano Soleimani” chiede in una nota il coordinatore dei Verdi Angelo Bonelli. “Ove fosse confermato un coinvolgimento, nel mezzo di una crisi internazionale di tale portata – prosegue -, come Verdi riteniamo necessario una revisione del Trattato del 1954 tra Usa e Italia sull’utilizzo delle basi americane sul suolo italiano, riconducendole all’interno di strategie comunemente adottate dall’Alleanza Atlantica e non per un uso non concordato da parte degli Stati Uniti”.

Parla di terrorismo, invece, Rifondazione comunista “Mentre Salvini si congratula con Trump per l’attacco terroristico ingiustificabile sul piano del diritto internazionale, chi si riconosce nei principi della Costituzione ha il dovere di mobilitarsi perché prevalgano le ragioni della pace” dice Maurizio Acerbo, segretario del Prc.

“L’appartenenza dell’Italia alla NATO e la presenza nel nostro paese di basi militari statunitensi e dell’alleanza atlantica accresce i timori di un coinvolgimento del nostro Paese nel conflitto prosegue Acerbo -. L’Italia e gli altri governi dell’Unione Europea non sono tenuti a seguire Trump in questa escalation militare che ha suscitato un coro di proteste anche negli Stati Uniti. Chiediamo che il nostro governo e l’Unione Europea si attivino in un ruolo di pace, frenando le spinte belliciste della Casa Bianca ed agendo con gli atti attori internazionali per l’avvio di un dialogo con l’Iran cominciando con la rimessa in discussione delle sanzioni comminate unilateralmente dagli Usa. Occorre evitare qualsiasi coinvolgimento dell’Italia in uno scenario di guerra”.

“Esigiamo per questo che si ritirino le truppe incautamente inviate in Iraq e si assuma un’iniziativa diplomatica forte verso tutti i soggetti coinvolti. E’ doveroso che il governo italiano dichiari l’indisponibilità delle basi militari che si trovano sul territorio italiano – da Aviano a Sigonella – per le operazioni che gli USA stanno conducente in Medio Oriente. Nessun sostegno diretto o indiretto alla guerra di Trump”

“E’ indispensabile che partiti, sindacati, associazioni e movimenti si uniscano su questa elementare richiesta al governo italiano -. Ci rivolgiamo all’ANPI, all’Arci, alla Cgil, all’associazionismo pacifista, a tutta la sinistra, al mondo cattolico e a tutte le persone e le soggettività che si riconoscono nell’articolo 11 della Costituzione nata dalla Resistenza – conclude Acerbo – L’Italia dica no alla guerra“.

“Un’operazione della rilevanza strategica enorme quale quella dell’uccisione del generale Soleimani, condotta con i droni, coinvolge necessariamente la base di Sigonella, che insieme alla stazione di Ramstein in Germania ha un ruolo centrale nella gestione degli aerei senza pilota e nei nuovi sistemi di guerra automatizzati. Questo dovrebbe porre dei pressanti problemi di ordine politico, ma anche Costituzionale al governo e al Parlamento. Invece c’è il silenzio”. Lo dice Luca Cangemi della segreteria nazionale del Partito comunista italiano (Pci).

“Può l’Italia consentire che il suo territorio venga coinvolto in un omicidio extragiudiziale e in azioni di guerra senza che le sue istituzioni vengano consultate e probabilmente neanche informate? – aggiunge Cangemi – Di fronte ad una crisi internazionale straordinariamente pericolosa non sarebbe necessario bloccare le attività dei droni che rappresentano tra l’altro un pericolo quotidiano per il traffico civile dell’aeroporto di Catania, pericolo che in questi giorni sarà moltiplicato da attività militari intensissime? Non è il caso di aprire una riflessione sul ruolo della base di Sigonella – continuamente rafforzata (insieme alla proiezione rappresentata dal Muos di Niscemi) – e sulla sua compatibilità con la Costituzione Italiana e con gli stessi interessi nazionali dell’Italia? Il ricercatore Antonio Mazzeo, che da anni ci informa sul gravissimo sviluppo in dotazione e ruolo della base di Sigonella, ci ha illustrato il forte dibattito che è aperto da anni nel Parlamento tedesco sulla stazione gemella di Ramstein – conclude l’esponente comunista -. In Italia invece l’afasia assoluta di rappresentati istituzionali subalterni e spesso, ignoranti. Uomini di governo e di stato che di fronte ad un gesto criminale ed irresponsabile, come quello compiuto dagli Stati Uniti a Baghdad, balbettano e annaspano”.

Silenzio assoluto dal governo italiano su Sigonella mentre già si valutano le possibili reazioni iraniane. Tutti concordano sul fatto che una reazione ci sarà. Probabilmente si tratterà di atti di guerriglia su obiettivi mediorientali e di azioni terroristiche in occidente ma non è escluso, anche se meno probabile, un attacco simultaneo a più basi Usa in territorio europeo, e in questo caso Sigonella è certamente nella lista dei possibili bersagli come anche il Muos di Niscemi, la stazione radar che sembra abbia coordinato le comunicazioni per l’attacco.

Ma a distanza di 24 ore dalla diffusione di queste notizie arrivano timidi distinguo non ufficiali ma da parte di esperti militari. Il drone che ha portato l’attacco potrebbe essere, invece, partito da una base in Kuwait molto più vicina all’area dell’attacco. Un drone armato di quel tipo, secondo gli esperti, non ha abbastanza autonomia per compiere il viaggio da quasi 2800 chilometri e tornare se a pieno carico missilistico. Conferme, invece, sul coinvolgimento del Muos ma solo in funzione di analisi della situazione e geolocalizzazione. Un’altra versione plausibile anche se non ci sono notizie ufficiali

Fonte: https://www.blogsicilia.it/catania/venti-di-guerra-sulla-sicilia-lattacco-contro-soleimani-partito-da-sigonella-e-coordinato-dal-muos-di-niscemi/512167/?refresh_ce

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Per il Diritto Internazionale l’azione di Trump configurabile come atto criminale e terrorista

04.01.2020 – Luca Cellini

Per il Diritto Internazionale l’azione di Trump configurabile come atto criminale e terrorista
Il cerino in mano (Foto di Archivio Pressenza)

È argomento di cronaca internazionale ormai e oggetto di discussione l’uccisione del generale Qassem Soleimani avvenuta alle prime luci dell’alba del 3 gennaio 2020 quando il maggiore generale Soleimani è stato assassinato sotto il fuoco di un attacco statunitense all’aeroporto internazionale di Baghdad, in Iraq.  Assieme a Soleimani sono rimaste uccise altre 7 persone fra cui il capo delle Forze di Mobilitazione Popolare sciite irachene Abu Mahdi al-Muhandis.  L’operazione è stata ordinata direttamente dal presidente statunitense Donald Trump, dopo conferma della CIA, senza nemmeno avvisare il Congresso statunitense.

Quassem Soleimani era il potentissimo leader delle Guardie rivoluzionarie di Teheran, Soleimani era il viceré dell’Iraq, della Siria, del Libano e di Gaza, l’uomo più temuto del Medio Oriente, operava al diretto servizio della Guida Suprema Ali Khamenei e aveva funzioni operative da generale, da capo delle azioni clandestine, da direttore dei servizi segreti e da ministro della Difesa e degli Esteri.
Non è però obbiettivo di questo articolo entrare nel merito a chi fosse o non fosse il generale Soleimani e tantomeno su cosa abbia rappresentato o meno  nell’area mediorientale, visto che le opinioni generali sono varie e discordanti, come sempre accade d’altronde all’interno di un conflitto e con interessi e posizioni da difendere da una o dall’altra parte, alcuni lo definiscono una grande figura carismatica, un eroe o addirittura una leggenda, altri ancora lo definiscono non certo un santo, un uomo di guerra, sì, ma anche colui che aveva organizzato la strategia e condotto le numerosissime operazioni che di fatto hanno fermato e sconfitto l’avanzata dell”Isis e dello stato del Daesh, altri ancora lo definiscono un brutale e spietato assassino, responsabile di uccisioni di massa con la morte di migliaia di persone e oppressore dei popoli.  Per questo scelgo di non andare oltre al riportare le varie opinioni che circolano su Soleimani, così come mi astengo dal riportare il mio giudizio personale che non aggiungerebbe molto, né qualificherebbe nulla almeno allo stato attuale delle cose.

Vorrei però fare una breve analisi dal punto di vista del Diritto Internazionale. L’assassinio mirato del generale iraniano Soleimani, avvenuto a Baghdad, all’interno dell’aeroporto internazionale di uno stato terzo , (l’Iraq attualmente almeno in teoria Stato sovrano con un suo Parlamento eletto) senza una situazione di straordinaria emergenza in atto né una guerra dichiarata fra gli Stati Uniti e l’Iran, per le modalità e il contesto in cui è avvenuto, per il Diritto Internazionale almeno è da considerarsi un atto criminale e terrorista, oltre che fra i gesti più sconsiderati possibili sul piano geopolitico.

Dello stesso parere, apparso in un lungo intervento su Twitter, è Agnes Callamard, un’esperta francese di diritti umani, relatrice speciale di esecuzioni extragiudiziali, sommarie o arbitrarie presso l’Ufficio dell’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani e direttore del progetto “Global Freedom of Expression” della Columbia University: “Le uccisioni mirate di Qassem Soleimani e Abu Mahdi Al-Muhandis sono con ogni probabilità illegali e violano la legge internazionale sui diritti umani, arrivando persino a configurarsi come atto criminale”, ha dichiarato l’addetta dell’alto commissariato per le Nazioni Unite.  “Le giustificazioni che possono legittimare tali omicidi, – ha spiegato la Callamard – sono definite in modo molto restrittivo e puntuale, ed è difficile immaginare come uno di questi motivi possa essere applicato a questi omicidi operati per ordine di Trump.  Nella dichiarazione del Pentagono rilasciata dopo l’azione omicida, si afferma che l’obbiettivo di colpire Soleimani è arrivato per ordine del presidente come un modo per “dissuadere i futuri piani di attacco iraniani”.  La Callamard ha affermato che “tale ragionamento non regge secondo le regole e i principi del Diritto Internazionale.”

“Il futuro ipotetico non è lo stesso di un pericolo imminente, che è il principio basato sul tempo richiesto proprio dal Diritto Internazionale per poter giustificare di colpire un determinato obiettivo, – ha detto la Callamard, spiegando inoltre che, –  “Un’azione mirata ad uccidere nel diritto internazionale, può essere giustificata solo se è strettamente necessaria a proteggersi da una minaccia imminente di pericolo di vita. Il coinvolgimento in passato di un individuo in attacchi terroristici, come giustificato da Trump, non è sufficiente a rendere legittima la motivazione per l’uccisione”-  Così come –  “la dichiarazione del Pentagono che pone maggiore enfasi su attività pregresse e violazioni attribuite a Soleimani è del tutto insufficiente come motivazione.”

“Da questo punto di vista, l’uccisione pare invece più un’azione di rappresaglia per il passato che un’azione anticipatoria di autodifesa.  Il riferimento al fatto che Soleimani stesse ‘attivamente sviluppando piani d’attacco è curioso dal punto di vista semantico così come da quello militare: è sufficiente forse per corrispondere ai criteri di necessità e proporzionalità?”  – chiede la Callamard nel suo intervento – “Il concetto della cosiddetta azione anticipatoria di autodifesa è molto rigoroso: deve sussistere una necessità ‘istantanea, schiacciante e che non lasci alcuna scelta di mezzi e alcuno spazio per prendere decisioni’. Estremamente difficile che ciò si possa applicare in casi del genere. In altre parole, chi ha compiuto l’attacco dovrebbe dimostrare che le persone prese di mira costituivano un’imminente minaccia verso sé o altri.  Il pregresso coinvolgimento di una persona in azioni di ‘terrorismo’ non è sufficiente a rendere legale la sua uccisione”.
“In tal senso – prosegue la relatrice per i Diritti Umani  – la dichiarazione del Pentagono non menziona le altre persone uccise insieme a Soleimani. Danni collaterali? Probabile. Un atto illegale? Assolutamente sì”  – ha concluso l’esperta di Diritto Internazionale dell’Alto Commissariato ONU nel suo articolato intervento.

Quel che appare certo, perché da lui stesso dichiarato e poi ribadito, è che l’operazione è stata autorizzata direttamente dal presidente Trump, cosa che alza ulteriormente il livello di criminalità della condotta internazionale di Washington e, nel contempo, fa aumentare in maniera vertiginosa il rischio di una conflagrazione senza precedenti nella regione mediorientale.
Stando strettamente sul piano giuridico, aver dato l’ordine dell’assassinio di Qassem Soleimani mette il Presidente Trump nel poco invidiabile ruolo di criminale internazionale. Sì, perché è un crimine internazionale riconosciuto dall’ONU stesso e perseguito dalle varie Corti Internazionali far uccidere il numero 2 di un Paese con il quale non si è in guerra. Per il Diritto Internazionale questo atto equivale senza se e senza ma, ad una azione di terrorismo puro e semplice, da condannare e perseguire penalmente ai termini della legge internazionale del Diritto.

Se analizziamo la questione da un punto di vista geopolitico, Donald Trump, la sua amministrazione, il governo in carica, le Forze Militari USA, i Servizi Segreti, e lo Stato americano, con questa operazione hanno deciso di aprire il nuovo decennio nel peggiore dei modi possibili.  Tutto questo all’interno di un contesto geopolitico, come quello mediorientale che a fatica stava ritrovando una forma di precario equilibrio e una strada di disinnesco dal conflitto. L’assassinio di Soleimani in questo contesto è dunque un atto totalmente irresponsabile che, non solo mette a serio e oggettivo rischio d’incendiare tutta l’area, con conseguenze che aggiungerebbero morti ai morti e ancora nuove catastrofi umanitarie. Ma dimostra anche come fra le potenti forze all’interno del governo e dell’apparato militare degli Stati Uniti, le stesse che consigliano Trump, così come tra i loro alleati mediorientali, ci sia una precisa intenzione di andare verso uno scontro militare diretto e frontale contro l’Iran.

Una volontà di entrare in aperto conflitto che si è manifestata in molti modi, già a partire dal ritiro statunitense dal cosiddetto accordo 5+1, stipulato a più mani sul nucleare iraniano.  In quell’occasione Trump fu “consigliato” dai suoi consiglieri, e caldamente invitato ad abbandonare l’accordo sotto le pressioni dei reali sauditi di Ryad e del governo di Tel Aviv. Intenzione del tutto ostile verso Theran che si è poi manifestata ancora intensificando e imponendo embarghi e sanzioni verso l’Iran.  Embarghi e sanzioni che su fortissima pressione dell’alleato atlantico, sono stati  applicati in seguito da tutti i vari paesi europei.  Tutto questo ha prodotto un’ulteriore isolamento dell’Iran, estremizzandone le posizioni, impedendone anche il rafforzamento dell’economia, e garantendo così  pure la predominanza del petrolio saudita, di  modo da lasciarlo privo di una possibile concorrenza da parte di un paese “ostile”, visto nella Repubblica iraniana.
L’intenzione seria di scatenare una nuova grande guerra mediorientale che potrebbe dilagare anche oltre, pare ancora più evidente alla luce delle varie dichiarazioni rilasciate dai vari attori presenti sullo scenario internazionale. Dove, da una parte si vede Trump gettare ancora altra benzina sul fuoco nelle successive dichiarazioni rilasciate, le quali appaiono più minacce da boss mafioso durante un regolamento di conti, che dichiarazioni di un Capo di Stato.  Proclami i suoi, che risaltano ancora di più come ostili e provocatori, se messi a confronto con l’invito alla calma e al ragionare da parte di Cina e Russia, ma anche quelle che esprimono seria preoccupazione da parte dell’Europa, solitamente prona e totalmente allineata al potente alleato transatlantico.

In queste ultime ore sono apparse anche ipotesi di un possibile e diretto coinvolgimento dell’Italia in questo attacco operato dalle forze statunitensi: Diversi comitati antimilitaristi ventilano la possibilità che il missile usato per colpire Soleimani possa provenire direttamente dall’arsenale di armi situato presso la base di Camp Darby a Livorno, trasportato via nave fino all’aeroporto militare Nato nella base di Sigonella, dal quale sarebbe poi decollato per essere teleguidato attraverso il  centro operativo MUOS di Niscemi. Una simile ipotesi aprirebbe anche un fronte di fortissima preoccupazione per il territorio italiano e per l’uso delle basi Nato presenti  in Italia, in vista di un possibile conflitto armato diretto fra USA e Iran.

Non ci va giù sottile ad esempio il Generale Franco Angioni, ex comandante delle truppe terrestri Nato nel Sud Europa e prima ancora del contingente italiano in Libano, che ha dichiarato: “L’azione che ha portato all’uccisione del generale Soleimani, soprattutto se ordinata direttamente, dal presidente degli Stati Uniti, ha purtroppo il sapore di un atto che nella nostra cultura deteriore definirei ‘mafioso’. Quello commesso dal capo della Casa Bianca è un gravissimo errore strategico le cui conseguenze, in termini di sicurezza, cadranno addosso alla comunità internazionale, e dunque anche all’Europa, e all’Italia. Esprimo una grande preoccupazione. E’ alquanto probabile che l’azione condotta dalle forze statunitensi comporti conseguenze molto dannose per la gestione della già difficile situazione mediorientale”.  Rincara la dose Bernie Sanders che ha affermato: La pericolosa escalation di Trump ci porta più vicini ad una nuova guerra disastrosa in Medio Oriente che potrebbe costare un numero infinito di vite umane ed altri trilioni di dollari”. Anche sul fronte democratico l’azione non ha riscosso l’approvazione, imputando a Trump di non esser nemmeno passato dall’approvazione del Congresso e di “aver gettato un candelotto di dinamite dentro una polveriera

Una strategia quella degli USA che cerca in tutti i modi di alzare il livello del conflitto per colpire la Repubblica Islamica iraniana, ma che rischia seriamente di ritorcersi contro la stessa Casa Bianca. Proprio nel contesto iracheno, infatti, l’uccisione di Soleimani potrebbe fare esplodere definitivamente le frustrazioni diffuse tra la società e una parte significativa della classe dirigente irachena, con conseguenze tutt’altro che favorevoli per Washington. Il rischio più serio è l’innesco di una nuova guerra civile dentro l’Iraq che avrebbe conseguenze disastrose per tutti, addirittura per il contingente americano stesso di stanza in Iraq. Il risultato finale potrebbe essere infine una mobilitazione del paese mediorientale contro la stessa presenza militare americana sempre più percepita come vera e propria forza d’occupazione.  Dopo la morte di Soleimani, infatti, il premier Mahdi ha definito il raid niente meno che una “aggressione” contro l’Iraq e una “seria violazione” delle condizioni che regolano la presenza USA nel suo paese.

La prima conseguenza pratica ottenuta è la convocazione d’urgenza del Parlamento di iracheno per discutere di una possibile delibera parlamentare per l’espulsione del contingente militare USA dal paese. A muovere la richiesta il forte timore dell’eventualità sempre più probabile di un conflitto tra USA-Iran, il timore è che tale conflitto possa venir combattuto anche all’interno dei confini iracheni.
Per tutta risposta gli Stati Uniti per bocca del loro portavoce alla difesa fanno sapere che si pensa a un nuovo invio di altri 3.500 soldati americani all’interno dell’Iraq.
Ad ogni modo già adesso, all’orizzonte si prospetta una nuova complicatissima occupazione da parte degli Stati Uniti per potere utilizzare l’Iraq come base di una possibile guerra contro la Repubblica Islamica.
Nel frattempo, tutte le più alte cariche dirigenziali iraniane hanno annunciato misure durissime e proporzionate al crimine commesso dagli USA. “Il sangue di Soleimani sarà vendicato”. Queste le parole usate questa mattina dal presidente iraniano Hassan Rohani nel corso di un incontro con i familiari del generale ucciso.

Gli iraniani tra le varie controreazioni all’assassinio di Soleimani potrebbero decidere di colpire Israele per rappresaglia, riprendere il programma nucleare, ma anche di mettere nel mirino le petroliere nello stretto di Hormuz dal quale passano 22,5 milioni di barili di petrolio al giorno. Intanto il prezzo del greggio ha raggiunto in poche ore i massimi livelli da mesi.

Non resta che sperare, nonostante la fortissima provocazione e l’accerchiamento a cui gli Stati uniti stanno sottoponendo l’Iran, che prevalga la calma e il ritorno alla ragionevolezza, come chiesti da molti paesi, primi fra tutti Russia e Cina che in queste ore sul fronte diplomatico cercano di gettare acqua sul fuoco appiccato da Trump, che ragionevolezza purtroppo pare proprio non avere.

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