Migliaia di donne israeliane e palestinesi marciano per la pace

09.10.2017 Democracy Now!

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese, Spagnolo, Tedesco

Migliaia di donne israeliane e palestinesi marciano per la pace
(Foto di Democracy Now!)

Nella Cisgiordania occupata, migliaia di donne israeliane e palestinesi hanno marciato domenica fino alle rive del fiume Giordano per chiedere la fine degli insediamenti dei coloni ebrei e un accordo di pace negoziato.

“Stiamo organizzando donne provenienti da tutto il paese e da tutti gli schieramenti politici per dire ‘Basta! Maspik (in ebraico)! Makkafi! (in arabo). Non vogliamo continuare così” ha spiegato la cittadina israeliana Vivian Silver del gruppo Women Wage Peace. “Dobbiamo arrivare a un accordo politico. Dobbiamo cambiare il paradigma che ci è stato insegnato per settant’anni, secondo cui solo la guerra porterà alla pace. Non ci crediamo più. E’ stato ampiamente dimostrato che non è vero.”

 

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50 anni fa veniva assassinato Ernesto Che Guevara

08.10.2017 – Rosella Franconi Angelo Baracca

50 anni fa veniva assassinato Ernesto Che Guevara
Il Che parla con Jean Paul Sartre

Siamo militanti perché siamo rivoluzionari, perché crediamo nella libertà politica, la solidarietà e la giustizia sociale, nella speranza, il bene comune e la dignità di tutti. Siamo militanti perché pensiamo con la nostra testa anche se sbagliamo, perché ci provoca dolore l’ingiustizia commessa contro chiunque, arrivi da dove arrivi, perché non dubitiamo nel difendere il piccolo di fronte al grande, il debole di fronte al forte, perché sentendo paura, non una, ma molte volte, comunque abbiamo scelto di rischiare, rischiare tutto, senza aspettare una ricompensa, perché esponiamo la nostra pelle a causa di ciò che crediamo”.

[Parole di Ernesto Che Guevara riportate dalla figlia Aleida Guevara March, LEFT, 17 giugno 2017]

Il 9 ottobre del 1967 Ernesto Guevara veniva assassinato a La Higuera, in Bolivia, dopo la cattura del gruppo di guerriglieri con il quale era partito da Cuba in una data imprecisata di quell’anno. Il “Che” (soprannome che gli era stato dato per il suo modo tipico di intercalare) era nato il 14 giugno 1928 a Rosario, in Argentina.

Ai tempi del fortunoso sbarco del Granma a Cuba il 2 dicembre 1956 aveva appena 28 anni (Fidel Castro ne aveva 29). Sopravvissero in 12 e sulla Sierra Maestra cominciarono la Rivoluzione. Il 29 dicembre 1958 la colonna comandata dal Che vinse la battaglia decisiva di Santa Clara – nella quale 350 guerriglieri comandati dal Che fronteggiarono 3.500 soldati governativi – facendo genialmente deragliare il treno blindato che doveva essere la carta vincente di Batista (a Santa Clara è conservato il treno deragliato sulle stesse rotaie): ricevuta la notizia, il 1 gennaio il dittatore fuggì precipitosamente dall’isola, e il 2 gennaio le colonne del Che e di Camilo Cienfuegos entrarono all’Avana.

Il Che venne nominato Presidente del Banco Nacional de Cuba (incarico delicatissimo in un momento cruciale per proteggere le finanze cubane), e quando venne creato il Ministero dell’Industria il 23 febbraio 1961 ricoprì la carica di Ministro per 5 anni.

L’essere umano più completo del nostro tempo

Non è possibile ricordare qui tutte le vicende del Che, ci limiteremo a ricordare alcune delle sue qualità intellettuali e umane che sfuggono spesso alle immagini oleografiche del guerrillero heróico, ma hanno impresso un’eredità indelebile alla Cuba odierna. E forse molto al di là di essa: ed è quello su cui cercheremo di insistere.

Il Che ebbe fin dall’inizio idee molto chiare da un lato sui valori che dovevano essere alla base della costruzione di una società solidale capace di rispondere ai bisogni di tutta la popolazione, e dall’altro sulla necessità di sviluppare una cultura e una scienza avanzate per affrancare Cuba in modo definitivo dallo stato di sostanziale subalternità in cui si trovano tutti i paesi del terzo Mondo. Due obiettivi che egli seppe tenere strettamente legati sia nel pensiero che nell’azione. La Rivoluzione cubana per la sua novità e originalità suscitò grandi interessi in tutto il mondo, attraendo frotte di intellettuali e scienziati: tra questi Jean-Paul Sartre, che incontrò il Che e scrisse che “non era solo un intellettuale, era l’essere umano più completo del nostro tempo”.

L’«uomo nuovo» … e la donna

Il 28 luglio 1960 davanti al Primo Congresso della Gioventù Latinoamericana che si svolse all’Avana il Che propose un concetto che avrebbe poi sviluppato ampiamente: l’idea dell’«uomo nuovo socialista», che concepiva come un nuovo tipo umano nel quale i sentimenti di solidarietà ed impegno nella società si sarebbero imposti sull’interesse e l’egoismo personali.

Chi si stupisse per il termine «uomo» deve pensare che nel 1960 erano ancora lontani i fermenti femministi e le preoccupazioni “di genere”: purtuttavia il Che mostrò ben presto la sua sensibilità in questo senso. In un discorso del 24 marzo 1963 (all’Assemblea Generale degli operai della Fabbrica Tessile Ariaguanabo per presentare i lavoratori di questo centro idonei alla candidatura di membri del PURSC) egli dichiarava, tra altre cose – rilevando che l’organismo del Partito Unito della Rivoluzione Socialista di Cuba eletto in un luogo di lavoro comprendente 3.000 operai includeva appena 4 donne su 197 membri – «effettivamente la donna non si è ancora liberata da una serie di legami che la vincolano alla tradizione di un passato che è morto. E per questa ragione essa non riesce a vivere la vita attiva del lavoratore rivoluzionario. L’altra causa può essere il fatto che la massa dei lavoratori, il cosiddetto sesso forte, ritiene che le donne non abbiano ancora sufficiente coscienza, e quindi fa valere la maggioranza di cui dispone». E aggiungeva riferendosi all’esempio di una «compagna, che era sposata – credo con un membro dell’Esercito Ribelle – per imposizione del marito non poteva viaggiare da sola, e doveva subordinare tutti i suoi viaggi al fatto che il marito lasciasse il proprio lavoro e l’accompagnasse ovunque lei dovesse andare. Questa è un’ottusa manifestazione di discriminazione della donna». E «l’emancipazione della donna deve consistere nella conquista della sua libertà totale, della sua libertà interiore, poiché non si tratta tanto di costrizioni fisiche imposte alle donne perché rinuncino a determinate attività: è anche il peso di una tradizione anteriore».

Fidel, il Che e la scienza

Fidel fece nel 1961 una dichiarazione che è rimasta famosa e sembrava decisamente spavalda per le condizioni di Cuba: «Il futuro della nostra Patria dev’essere necessariamente un futuro di uomini [di nuovo, intesi come esseri umani] di scienza, di uomini di pensiero, perché è precisamente quello che più stiamo seminando». Chi avrebbe scommesso che questa proclamazione si sarebbe completamente realizzata1?! Oggi mentre Trump taglia brutalmente i rapporti con Cuba e cerca di soffocarla economicamente, gli scienziati americani stanno riconoscendo il valore della scienza cubana e promuovendo una mole crescente di incontri e collaborazioni bilaterali.

Il Che era medico, condivideva pienamente questo progetto ambizioso, e dalla sua carica di Ministro dell’Industria contribuì a realizzarlo. Egli ebbe grandi intuizioni nel campo dello sviluppo scientifico, tra cui quella della priorità di sviluppare l’elettronica, in particolare i dispositivi a stato solido, e l’automazione. Si pensi che ancora alla fine degli anni ’60 in Italia la fisica dello stato solido era la Cenerentola della ricerca, mentre Cuba le aveva assegnato un ruolo strategico e nei primi anni ’70 raggiunse un livello competitivo con paesi del Sud America con ben maggiori tradizione, dimensioni e risorse, come Brasile, Argentina e Cile.

Questo è un aspetto estremamente rilevante se lo riferiamo alla situazione attuale del nostro paese, che ha brutalmente tagliato i finanziamenti all’istruzione e alla ricerca, e si trova così fanalino di coda dei paesi della UE. Ma in tutti i paesi manca una discussione reale di come la scienza deve essere usata per il benessere dell’umanità.

Il Che, dal Dipartimento di Industrializzazione del Instituto Nacional de la Reforma Agraria, promosse un’iniziativa che avrebbe avuto enormi sviluppi nel futuro. Su richiesta del governo rivoluzionario, l’URSS offrì cento borse di studio per studenti cubani per studiare ingegneria ed economia in istituti sovietici: solo 85 giovani rispondevano alle condizioni richieste e partirono nel febbraio 1961. Sebbene non fosse previsto che alcuno di questi seguisse il corso di laurea in fisica, 6 di essi chiesero e furono espressamente autorizzati dal Che di passare a tale laurea: al loro ritorno a Cuba, nel 1976, diedero un contributo fondamentale ad ammodernare i corsi di fisica nell’università. Negli anni seguenti si contarono a migliaia i cubani che andarono a studiare in URSS ed in altri paesi del blocco comunista: sebbene il Che maturasse ben presto fortissime riserve sul modello sovietico e la sua applicazione a Cuba.

Nel 1962 il Che organizzò corsi di matematica ed economia al Ministero dell’Industria, chiamando docenti della Scuola di Fisica dell’Università dell’Avana: il corso era indirizzato a un gruppo d’ingegneri, ma egli seguiva puntualmente le lezioni.

Che Guevara aveva appreso il gioco degli scacchi da giovane in Argentina: giocò spesso a scacchi con Fidel sulla Sierra Maestra, nell’infuriare della Rivoluzione, ma sembra che il líder máximo non fosse alla sua altezza. Il Che era un discreto giocatore, a Cuba (che aveva la tradizione del grande Capablanca) promosse attivamente quel gioco, invitando protagonisti da tutto il mondo, intavolando partite amichevoli con molti di essi, e giocando anche attivamente in tornei. Ancora oggi passeggiando per l’Avana può capitare di vedere persone che giocano a scacchi sedute sui gradini di casa (anche se il gioco preferito è il Domino).

Dalla sconfitta a Cuba all’assassinio in Bolivia

Nei primi anni Sessanta si sviluppò a Cuba il gran debate sulle scelte economiche e produttive della Rivoluzione, nel quale Guevara sosteneva l’industrializzazione a scapito della monocultura della canna da zucchero: alla fine del 1963 egli venne sconfitto e poco dopo si ritirò da tutte le cariche, e si eclissò per circa un anno (Che Guevara, L’anno in cui non siamo stati da nessuna parte, Ponte alle Grazie, 1994).

Combatté in Congo, rientrò in incognito a Cuba, dove preparò la spedizione in Bolivia, con la speranza forse di ravvivare fuochi rivoluzionari ideologicamente vergini. Anche in questa spedizione, in cui avrebbe trovato la morte, il suo progetto era di creare una retrovia stabile, nella quale installare una piccola biblioteca.

Nella violenza del conflitto e nelle condizioni precarie sulle montagne, Guevara fornì cure mediche a tutti i militari boliviani che i guerriglieri presero prigionieri e, di seguito, li rilasciò. Anche dopo l’ultima battaglia di Quebrada del Yuro, in cui fu ferito e catturato, quando fu condotto in un centro di detenzione provvisoria e vide che lì si trovavano diversi militari boliviani rimasti feriti nel combattimento, si offrì di fornire loro assistenza medica (offerta rifiutata dall’ufficiale boliviano in comando).

Hasta siempre, Comandante Che Guevara!

1 Si veda A. Baracca e R. Franconi, “Cuba fuori dagli schemi: la ‘rivoluzione scientifica’”, Pressenza, 26 aprile 2016, https://www.pressenza.com/it/2016/04/cuba-rivoluzione-scientifica/.

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Giornata mondiale del lavoro: strategie per la dignità del lavoro

07.10.2017 Francesco Gesualdi

Giornata mondiale del lavoro: strategie per la dignità del lavoro
(Foto di trainingjournal.com)

Per decisione del sindacato internazionale, il 7 ottobre è diventato la giornata mondiale per la dignità del lavoro. Una decisione presa dieci anni fa dopo aver constatato che troppe persone lavorano per salari al di sotto della linea di povertà, in ambienti insalubri e insicuri, senza alcun tipo di libertà sindacale. E non pensiamo che riguardi solo i paesi del Sud del mondo o dell’Europa dell’Est. Riguarda anche la nostra Italia considerato che l’economia sommersa vale il 13% del Pil.

Anche Papa Francesco ci esorta ad impegnarci per un lavoro dignitoso. In un messaggio inviato ai vescovi del Sud riuniti a Napoli il 9 febbraio 2017 si legge: «Il Santo Padre auspica che le comunità ecclesiali, al fianco delle istituzioni, si adoperino con dedizione per cercare soluzioni adeguate alla piaga sempre più estesa della disoccupazione giovanile e del lavoro nero e al dramma dei tanti lavoratori sfruttati per avidità, a causa di una mentalità che guarda al denaro, ai benefici e ai profitti economici a scapito dell’uomo».

Per trovare la soluzione ai problemi vanno capite le cause e ormai tutti concordano che la globalizzazione ha contribuito pesantemente a corrodere la dignità del lavoro. Liberate da ogni vincolo di radicamento territoriale, le imprese non si fanno scrupolo a lasciare i paesi dai diritti garantiti per trasferirsi dove il lavoro si può sfruttare a piacimento. Con effetto boomerang anche  per i paesi a maggior tutele: facendo pesare sul piatto della bilancia la spada della competitività, le imprese hanno imposto ai vecchi paesi industrializzati condizioni sempre più gravose per restare. E ovunque la politica ha chinato la testa. Nel tentativo di rendere il proprio paese una piazza appetibile per gli affari, i parlamenti di tutta Europa si sono affrettati a varare le famose riforme, leggi che indeboliscono l’attività sindacale, che ampliano la flessibilità in assunzione, che danno maggior libertà di licenziamento.

Lungo questa china la dignità del lavoro cadrà sempre più giù, e se è vero che dalla globalizzazione non si torna indietro, allora bisogna darle un volto diverso. Bisogna passare dalla globalizzazione degli affari alla globalizzazione dei diritti, come da tempo invoca la parte migliore della società. Attraverso tre iniziative: vincolando il commercio internazionale al rispetto di clausole sociali, imponendo alle multinazionali regole stringenti, creando un legame inscindibile fra salari minimi legali e salari vivibili.

A seconda di come è concepito, il commercio internazionale, al pari del denaro, può trasformarsi in padrone che opprime o in servitore che migliora la vita. Nell’impostazione corrente il commercio è un tiranno che impone a ogni altra esigenza umana, sociale e ambientale di piegarsi ai suoi calcoli di crescita. Lo testimoniano non solo i trattati dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, ma anche gli accordi bilaterali di libero scambio, non ultimo il CETA. Interessati solo a garantire alle imprese mercati sempre più vasti, ogni attenzione per le condizioni di lavoro, per la salute dei consumatori, per la sostenibilità ambientale è vissuta come un nemico di cui sbarazzarsi. Così succede quando l’economia non è per le persone, ma per il profitto. Questa concezione, però, può essere ribaltata cominciando ad affermare che il commercio è legittimo solo se si muove all’insegna del rispetto sociale e ambientale. Come dire che ogni bene e servizio ottenuto al di fuori di queste regole può essere respinto, salvo mettere in atto interventi di cooperazione internazionale per aiutare i paesi più deboli a correggere le proprie inadempienze.

Nella stessa logica si iscrive la necessità di dotarci di regole da fare rispettare alle multinazionali. In una situazione in cui le imprese sono diventate  capaci di operare a livello mondiale, ma la legislazione è rimasta ferma agli ambiti nazionali, si è creato un pericoloso vuoto legislativo che le imprese sfruttano a proprio vantaggio come mostra il caso fiscale. Rispetto ai temi del lavoro, sia le Nazioni Unite che l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) hanno emanato delle linee guide per indicare alle multinazionali come comportarsi al fine di garantire il rispetto dei diritti umani e sindacali. Ma si tratta di tentativi ancora molto timidi considerato che hanno solo valore volontario. La grande sfida è trasformarle in regole obbligatorie e se è di buon auspicio che le Nazioni Unite abbiano dato mandato a un gruppo di lavoro di elaborare una proposta da mettere ai voti, la possibilità che possa essere approvata dipenderà molto dalla pressione popolare.

E per finire la questione salariale che rappresenta la ragione principale per cui si cerca un lavoro. In molti paesi, l’unico elemento di diritto a cui i lavoratori possono aggrapparsi è il salario minimo legale. Molto spesso, però, è fissato a livelli largamente al di sotto del fabbisogno familiare. In Bangladesh, ad esempio, rappresenta appena il 18% del fabbisogno stimato, in Cambogia il 20%, in Romania il 22%, in Polonia il 32%, parola della Clean Clothes Campaign. Una situazione scandalosa che potrebbe essere superata se all’interno dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro venisse raggiunto un accordo che impegna tutti gli stati a fissare il salario minimo legale al livello di vivibilità. Tale, cioè, da coprire il fabbisogno minimo di tipo alimentare, abitativo, sanitario, scolastico, di una famiglia tipo.

Un simile accordo, oltre ridare dignità ad oltre un miliardo di persone, produrrebbe anche una maggior stabilità del lavoro. Effetto miracoloso di una minor distanza salariale che ridurrebbe la convenienza delle imprese a spostarsi da un paese all’altro. In conclusione di strategie per la dignità del lavoro se ne possono individuare tante. Il problema è la volontà collettiva. Ma anche su questo ognuno di noi può fare la propria parte.

(Avvenire 7 ottobre 2017)

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Nobel per la Pace all’ICAN, il premio alla nuova sensibilità della società civile

06.10.2017 Dario Lo Scalzo

Nobel per la Pace all’ICAN, il premio alla nuova sensibilità della società civile

Oggi, 6 ottobre 2017 è stato assegnato il Premio Nobel per la Pace 2017 all’ICAN, la campagna internazionale contro le armi nucleari. Al di là dell’estenuante operato giornaliero che da anni è portato avanti dall’ICAN e dai suoi numerosi partner sparsi per il mondo, nella motivazione si legge che il Nobel è essenzialmente legato agli sforzi fondamentali per il Trattato Onu firmato lo scorso luglio a New York e che prevede la messa al bando definitiva delle armi nucleari.

Oggi tutte le radio, le tv, i tg, i giornali strimpellano a più non posso notizie sull’ICAN, su cosa sia e sul Trattato di proibizione delle armi nucleari di cui pochi tra l’opinione pubblica conosconevano l’esistenza.

Ma dove erano gli stessi media quando si svolgevano a New York gli incontri tra i Paesi per giungere infine a redigere questo storico trattato? Di cosa parlavano? E di cosa scrivevano? E perchè ne hanno praticamente oscurato l’esistenza?

Come mai i media mainstream non hanno raccontato alla gente che oltre 120 Paesi del pianeta si sono seduti attorno a un tavolo per accordarsi sulla messa al bando definitiva delle armi nucleari?

E in Italia, come mai la gran parte dei media mainstream non ha messo in rilievo la scandalosa e illogica posizione filo nucleare sostenuta dal nostro governo e portata avanti ciecamente dal Belpaese sia prima che durante che dopo la firma del trattato stesso? Come mai nessuna parola sul boicottaggio dell’Italia e della massime potenze mondiali ad un accordo così rilevante per le sorti dell’essere umano?

Come mai si sono scritti fiumi di parole del siparietto tra Korea e USA sulle strategiche nucleari mentre in questi mesi si è taciuto sul fatto che il resto del mondo (il famoso 99%) aveva concordemente deciso d’intraprendere la via dell’abolizione delle armi nucleari? Forse lo spirito guerrafondaio scalda gli animi più che quello pacifista? O meglio, forse è più “utile” abbrutire l’opinione pubblica con la violenza piuttosto che sensibilizzarla alla nonviolenza?

Adesso ci toccherà ascoltare le dichiarazioni ipocrite e bugiarde dei politici di turno ai quali verrà chiesto inevitabilmente un’opinione sull’assegnazione del Nobel per la Pace 2017. Con che coraggio chi ci governa si feliciterà di tale premio? Con che spudorata ipocrisia aggirerà le domande che qualche giornalista illuminato porrà sulla posizione anti disarmo nucleare dell’Italia?

E d’altro canto, i media, come potranno sentirsi la coscienza pulita e come potranno reputarsi ancora credibili parlando senza sosta, nelle prossime 48 ore, di qualcosa (il Trattato di proibizione delle armi nucleari) che avevano deciso di nascondere all’opinione pubblica tra l’altro venendo meno alla loro missione di diritto all’informazione?

Oggi è la vittoria di una nuova sensibilità che tutti noi, nessun escluso, ha il dovere di coltivare giornalmente. Oggi è la vittoria della società civile, di quella fetta di mondo che, malgrado la lobotomizzazione delle masse condotta in primis dai mass-media di sistema, riesce ancora a cogitare col cuore e ad agire con umanità.

Attendiamo i media mainstream e i governanti al bivio delle verità e nell’attesa, in questo giorno di celebrazione e di gioia, siamo fieri di scrivere: noi lo avevamo detto!

Noi abbiamo liberamente garantito una informazione vera.Oggi tutte le radio, le tv, i tg, i giornali strimpellano a più non posso notizie sull’ICAN, su cosa sia e sul Trattato di proibizione delle armi nucleari di cui pochi sino ad oggi tra l’opinione pubblica conoscevano l’esistenza.

Ma dove erano gli stessi media quando si svolgevano a New York gli incontri tra i Paesi per giungere infine a redigere questo storico trattato? Di cosa parlavano? E di cosa scrivevano? E perché ne hanno praticamente oscurato l’esistenza?

Come mai i media mainstream non ha raccontato alla gente che oltre 120 Paesi del pianeta si sono seduti attorno a un tavolo per accordarsi sulla messa al bando definitiva delle armi nucleari?
E in Italia, come mai la gran parte dei media mainstream non ha messo in rilievo la scandalosa e illogica posizione filo nucleare sostenuta dal nostro governo e portata avanti ciecamente dal Belpaese sia prima che durante che dopo la firma del trattato stesso? Come mai nessuna parola sul boicottaggio dell’Italia e delle massime potenze mondiali ad un accordo così rilevante per le sorti dell’essere umano?

Come mai si sono scritti fiumi di parole del siparietto tra Korea e USA sulle strategiche nucleari mentre in questi mesi si è taciuto sul fatto che il resto del mondo (il famoso 99%) aveva concordemente deciso d’intraprendere la via dell’abolizione delle armi nucleari? Forse lo spirito guerrafondaio scalda gli animi e fa audience più di quello pacifista? O meglio, forse è più “utile” abbrutire l’opinione pubblica con la violenza piuttosto che sensibilizzarla alla nonviolenza?

Adesso ci toccherà ascoltare le dichiarazioni ipocrite e bugiarde dei politici di turno ai quali verrà chiesto inevitabilmente un’opinione sull’assegnazione del Nobel per la Pace 2017.

Con che coraggio chi ci governa si feliciterà di tale premio? Con che spudorata ipocrisia aggirerà le domande che qualche giornalista illuminato porrà sulla posizione anti disarmo nucleare dell’Italia?

E d’altro canto, i media, come potranno sentirsi la coscienza pulita e come potranno reputarsi ancora credibili parlando senza sosta, nelle prossime 48 ore, di qualcosa (il Trattato di proibizione delle armi nucleari) che avevano deciso di nascondere all’opinione pubblica tra l’altro venendo meno alla loro missione di diritto all’informazione?

Oggi è la vittoria di una nuova sensibilità che tutti noi, nessun escluso, abbiamo il dovere di coltivare giornalmente. Oggi è la vittoria della società civile, di quella fetta di mondo che, malgrado la lobotomizzazione delle masse condotta in primis dai mass-media e dai loro burattinai, riesce ancora a cogitare col cuore e ad agire con umanità.

Attendiamo dunque i media mainstream e i governanti al bivio delle verità e nell’attesa, in questo giorno di celebrazione e di gioia, siamo fieri di scrivere: noi lo avevamo detto!

Noi abbiamo garantito in modo libero una informazione vera.

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Lombardia, come fermare la controriforma della sanità di Maroni

06.10.2017 Vittorio Agnoletto

Lombardia, come fermare la controriforma della sanità di Maroni

7 ottobre 2017 ore 9,30-13,30

Casa della Cultura, Via Borgogna, 3, Milano

INTERVENGONO:
dott. VITTORIO AGNOLETTO (medico e docente universitario) – introduzione generale
dott. FRANCESCO FALSETTI (medico di famiglia, Brescia – sindacato UMI) – perché un ricorso al TAR?
dott. MAURIZIO BARDI (medico di famiglia – MD): il medico di famiglia gestito dal gestore
dott.ssa ALBAROSA RAIMONDI (medico – esperta di sanità pubblica, già vice direttore sanitario del Policlinico): liste di attesa create ad arte per favorire i privati contro i diritti dei cittadini
dott.ssa MARIA ELISA SARTOR (docente universitaria MI): la privatizzazione dissimulata

DISCUSSIONE

CONCLUDE prof. PIERGIORGIO DUCA (docente universitario e presidente di Medicina Democratica)
COORDINA FULVIO AURORA (responsabile delle vertenze giudiziarie di Medicina Democratica)

La Giunta Regionale della Lombardia ha deliberato (DGR 6551/2017) di modificare profondamente l’assetto della medicina generale separando i pazienti in due categorie: i pazienti ”semplici” e i pazienti “cronici”, affidando questi ultimi a un cd gestore pubblico o privato (in pratica sarà privato). Il gestore deve sottoscrivere un patto di cura con il paziente cronico e prescrivere gli esami necessari a partire da un “set” di prestazioni predefinite; per questo riceve un contributo monetario fisso dalla Regione, il cui eventuale residuo resta nelle sue mani.

Il sistema è molto complesso e richiede di essere spiegato. Medicina Democratica e alcuni sindacati medici hanno fatto ricorso al TAR della Lombardia: per la sospensiva il TAR ha risposto negativamente data la complessità del problema. E’ in corso da parte dei ricorrenti la richiesta di fissazione dell’udienza di merito.

Le ragioni essenziali del ricorso riguardano la non costituzionalità della delibera (una delibera che modifica le leggi?), nonché le sue conseguenze in termini di confusione, estrema complicatezza, inappropriatezza, infine privatizzazione del sistema. Il tutto nella più totale assenza di informazione dei cittadini.

Il 30 settembre abbiamo comunque ottenuto un clamoroso risultato: a Milano la percentuale dei Medici di Medicina Generale (MMG) che hanno aderito alla proposta della Regione e si sono trasformati in gestori o cogestori non arriva al 30% e a livello regionale è attorno al 40% (la Regione, per addolcire la sconfitta e alzare un po’ le percentuali, esclude dal conteggio i medici ultra65enni, chiamati invece anche loro a pronunciarsi).

Comunque sia una percentuale veramente bassa, che mette in discussione la riforma voluta da Maroni. Riforma completamente squalificata sul piano scientifico come dimostra l’assoluta incongruenza tra alcune patologie e gli esami previsti: Sei iperteso? In Lombardia puoi fare la mammografia ma non gli esami necessari. Una grande affermazione per tutti coloro che difendono il Servizio Sanitario Nazionale. Ora proseguiamo nel nostro impegno. A novembre arriveranno le lettere a 3.350.000 cittadini con patologie croniche  ai quali la Regione proporrà di aderire ad un gestore; chiederemo ai cittadini di rifiutare tale scelta: è un loro diritto scegliere di rimanere con il proprio medico di famiglia. Di tutto questo parleremo al convegno del 7 ottobre.

http://www.vittorioagnoletto.it/

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Piccole atomiche crescono

04.10.2017 Angelo Baracca

Piccole atomiche crescono

Mentre i programmi e i test nucleari di Kim Jong-un tengono il mondo col fiato sospeso, fervono con minor fragore i progetti a lunga scadenza degli altri Stati nucleari, che denotano la loro volontà di non eliminare le armi nucleari in un futuro prevedibile. Ed anzi di aumentarne l’efficienza e la flessibilità.

L’Amministrazione Trump sta elaborando la nuova Nuclear Posture Review, come fanno di prammatica tutte le nuove amministrazioni Usa: la notizia che è trapelata nel corso della procedura è l’intenzione di proporre lo sviluppo di testate nucleari tattiche di piccola potenza[1]. Ma che buoni: “piccole”, come se facessero meno male, e “tattiche”, cioè non destinate a obiettivi strategici. Se non fosse che … tali ordigni avvicinerebbero il rischio di una guerra nucleare, alimentando la pericolosa illusione che essa possa essere combattuta e vinta, mantenendola limitata: ogni riferimento alla Corea del Nord è puramente… evidente, ma è probabilmente solo un pretesto per fare accettare la proposta al Congresso e all’opinione pubblica.

Anche perché questa intenzione non è affatto nuova. La Nuclear Posture Review di Obama formalmente stabilì che gli Usa non avrebbero sviluppato testate nucleari “nuove”, ma il termine rimase vago: tanto che le testate tattiche, termonucleari, di piccola potenza che gli Usa già possedevano, le B61 a gravità schierate in Europa e in Italia (tra 50 e 70), sono state soggette a un processo di cosiddetta “modernizzazione” che produrrà una testata nuova dal punto di vista tecnico e militare, la B61-12, con diverse opzioni di potenza fra 80 kilotoni e “appena” 300 tonnellate (la bomba che distrusse Nagasaki aveva potenza 50 volte maggiore, la più potente bomba convenzionale GBU Moab porta 7,8 tonnellate di esplosivo). Ma la B61 non è il solo caso: la W80 verrà “modernizzata” nella W80-4 destinata ai missili cruise, con diverse opzioni di potenza fra 5 a 150 kt.

Ognuno può facilmente immaginare i rischi a cui può sottoporci l’illusione dei militari di poter condurre effettivamente un attacco militare limitato. Qualche analista lo ha commentato come “una soluzione in cerca di un problema”, poiché sono assai comuni innovazioni militari che in realtà spostano pericolosamente in avanti la soglia di un conflitto e la sua letalità.

Il pretesto sarebbe che anche la Russia starebbe progettando teste nucleari di piccola potenza, ma è evidente l’escalation che questo concetto implica: un commentatore chiosa “una specie di ‘politica nucleare russa’ che in realtà assomiglia più a una immaginazione della politica nucleare russa”[2]. Gli scenari di Mosca per il ricorso alle armi nucleari rimangono chiaramente difensivi, dal momento che la Nato progetta di sopraffare la Russia in un attacco convenzionale, mentre i programmi di “modernizzazione” di Washington si pongono esplicitamente l’obiettivo di poter sferrare un attacco “decapitante” alle forze nucleari russe[3]. Del resto, per fare un altro esempio, per decenni l’intelligence statunitense ha denunciato grandi programmi nucleari militari della Cina che a posteriori sono risultati insussistenti.

 

 

[1]             B. Bender, “Trump review lean toward proposing mini-nuke”, Politico, 9 settembre 2017, http://www.politico.com/story/2017/09/09/trump-reviews-mini-nuke-242513;  “Use of small tactical nuclear weapons proposed in U.S. policy review”, Kyodo News, 1 ottobre 2017, https://english.kyodonews.net/news/2017/10/b25f2c49c09e-use-of-small-tactical-nuclear-weapons-proposed-in-us-policy-review.html?mkt_tok=eyJpIjoiT0RneFpXUmlNamhsTWpRMyIsInQiOiJkcG9admhLSEF3NTdiWURtWEJ5VTBZWkc4bVJWMm9oNDhpWUpYMk56bTNPclVkcGJaaDQ4RGRsazdIb2prOCtPbjMrOWF5em1oVytkdDh2OTdaM3MzREpFTmRkM1V2T2trM2wxU0dTUmh1WVU4cXZwdmVsZTEwZ1JPOXFHVGhDRCJ9.

[2]             J. Lewis, “Why Donald Trump Wants His Nukes to Be Smaller”, 21 settembre 2017, http://foreignpolicy.com/2017/09/21/why-donald-trump-wants-his-nukes-to-be-smaller/.

[3]             A. Baracca, “L’allarme: un first-strike nucleare alla Russia”, Pressenza, 15 maggio 2017, https://www.pressenza.com/it/2017/05/lallarme-un-first-strike-nucleare-alla-russia/.

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Piccole atomiche crescono

04.10.2017 Angelo Baracca

Piccole atomiche crescono

Mentre i programmi e i test nucleari di Kim Jong-un tengono il mondo col fiato sospeso, fervono con minor fragore i progetti a lunga scadenza degli altri Stati nucleari, che denotano la loro volontà di non eliminare le armi nucleari in un futuro prevedibile. Ed anzi di aumentarne l’efficienza e la flessibilità.

L’Amministrazione Trump sta elaborando la nuova Nuclear Posture Review, come fanno di prammatica tutte le nuove amministrazioni Usa: la notizia che è trapelata nel corso della procedura è l’intenzione di proporre lo sviluppo di testate nucleari tattiche di piccola potenza[1]. Ma che buoni: “piccole”, come se facessero meno male, e “tattiche”, cioè non destinate a obiettivi strategici. Se non fosse che … tali ordigni avvicinerebbero il rischio di una guerra nucleare, alimentando la pericolosa illusione che essa possa essere combattuta e vinta, mantenendola limitata: ogni riferimento alla Corea del Nord è puramente… evidente, ma è probabilmente solo un pretesto per fare accettare la proposta al Congresso e all’opinione pubblica.

Anche perché questa intenzione non è affatto nuova. La Nuclear Posture Review di Obama formalmente stabilì che gli Usa non avrebbero sviluppato testate nucleari “nuove”, ma il termine rimase vago: tanto che le testate tattiche, termonucleari, di piccola potenza che gli Usa già possedevano, le B61 a gravità schierate in Europa e in Italia (tra 50 e 70), sono state soggette a un processo di cosiddetta “modernizzazione” che produrrà una testata nuova dal punto di vista tecnico e militare, la B61-12, con diverse opzioni di potenza fra 80 kilotoni e “appena” 300 tonnellate (la bomba che distrusse Nagasaki aveva potenza 50 volte maggiore, la più potente bomba convenzionale GBU Moab porta 7,8 tonnellate di esplosivo). Ma la B61 non è il solo caso: la W80 verrà “modernizzata” nella W80-4 destinata ai missili cruise, con diverse opzioni di potenza fra 5 a 150 kt.

Ognuno può facilmente immaginare i rischi a cui può sottoporci l’illusione dei militari di poter condurre effettivamente un attacco militare limitato. Qualche analista lo ha commentato come “una soluzione in cerca di un problema”, poiché sono assai comuni innovazioni militari che in realtà spostano pericolosamente in avanti la soglia di un conflitto e la sua letalità.

Il pretesto sarebbe che anche la Russia starebbe progettando teste nucleari di piccola potenza, ma è evidente l’escalation che questo concetto implica: un commentatore chiosa “una specie di ‘politica nucleare russa’ che in realtà assomiglia più a una immaginazione della politica nucleare russa”[2]. Gli scenari di Mosca per il ricorso alle armi nucleari rimangono chiaramente difensivi, dal momento che la Nato progetta di sopraffare la Russia in un attacco convenzionale, mentre i programmi di “modernizzazione” di Washington si pongono esplicitamente l’obiettivo di poter sferrare un attacco “decapitante” alle forze nucleari russe[3]. Del resto, per fare un altro esempio, per decenni l’intelligence statunitense ha denunciato grandi programmi nucleari militari della Cina che a posteriori sono risultati insussistenti.

 

 

[1]             B. Bender, “Trump review lean toward proposing mini-nuke”, Politico, 9 settembre 2017, http://www.politico.com/story/2017/09/09/trump-reviews-mini-nuke-242513;  “Use of small tactical nuclear weapons proposed in U.S. policy review”, Kyodo News, 1 ottobre 2017, https://english.kyodonews.net/news/2017/10/b25f2c49c09e-use-of-small-tactical-nuclear-weapons-proposed-in-us-policy-review.html?mkt_tok=eyJpIjoiT0RneFpXUmlNamhsTWpRMyIsInQiOiJkcG9admhLSEF3NTdiWURtWEJ5VTBZWkc4bVJWMm9oNDhpWUpYMk56bTNPclVkcGJaaDQ4RGRsazdIb2prOCtPbjMrOWF5em1oVytkdDh2OTdaM3MzREpFTmRkM1V2T2trM2wxU0dTUmh1WVU4cXZwdmVsZTEwZ1JPOXFHVGhDRCJ9.

[2]             J. Lewis, “Why Donald Trump Wants His Nukes to Be Smaller”, 21 settembre 2017, http://foreignpolicy.com/2017/09/21/why-donald-trump-wants-his-nukes-to-be-smaller/.

[3]             A. Baracca, “L’allarme: un first-strike nucleare alla Russia”, Pressenza, 15 maggio 2017, https://www.pressenza.com/it/2017/05/lallarme-un-first-strike-nucleare-alla-russia/.

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Manifestazione nazionale contro il razzismo, 21 ottobre a Roma

03.10.2017 Redazione Italia

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Manifestazione nazionale contro il razzismo, 21 ottobre a Roma
(Foto di https://www.facebook.com/events/281944142306771/)

ll 21 ottobre tutte e tutti in Piazza a Roma per dire che:
– migrare #nonèreato
– accogliere #nonèreato
– povertà #nonèreato
– solidarietà #nonèreato
– dissenso  #nonèreato

L’appello per una grande manifestazione nazionale contro il razzismo, il 21 ottobre a Roma, permette alle tante e ai tanti, che non vogliono accettare come ineluttabile il processo di riduzione dei diritti, di convergere sulle strade della capitale.

Per l’uguaglianza, contro ogni forma di razzismo, per lo ius soli e i corridoi umanitari, contro l’esternalizzazione delle frontiere, i lager in Italia e in Libia, le leggi discriminatorie promosse dai Ministri Orlando e Minniti.

***
L’appello per la manifestazione

In un momento difficile della storia del paese e del pianeta intero, dobbiamo decidere fra due modelli di società. Quello includente, con le sue contraddizioni, e quello che si chiude dentro ai privilegi di pochi.

Sembriamo condannati a vivere in una società basata su una solitudine incattivita e rancorosa, in cui prendersela con chi vive nelle nostre stesse condizioni, se non peggiori, prevale sulla necessità di opporsi a chi di tale infelicità è causa. Una società che pretende di spazzare via i soggetti più fragili a partire da chi ha la “colpa” di provenire da un altro paese, rievocando un nazionalismo regressivo ed erigendo muri culturali, normativi e materiali. Una società in cui il prevalere di un patriarcato violento e criminale è l’emblema evidente di un modello tradizionale che sottopone le donne alla tutela maschile e ne nega la libertà. Disagio e senso di insicurezza diffuso sono strumentalizzati dalla politica, dai media e da chi ha responsabilità di governo. Si fomentano odi e divisioni per non affrontare le cause reali di tale dramma: la riduzione di diritti, precarietà delle condizioni di vita, mancanza di lavoro e servizi.

Eppure sperimentiamo quotidianamente, nei nostri luoghi di vita sociale, solidarietà e convivenza, intrecciando relazioni di eguaglianza, parità, reciproca contaminazione, partendo dal fatto che i diritti riguardano tutte e tutti e non solo alcuni. Scegliamo l’incontro e il confronto nella diversità, riconoscendo pari dignità a condizione che non siano compromessi i diritti e il rispetto di ogni uomo o donna.

Vogliamo attraversare insieme le strade di Roma il 21 ottobre e renderci visibili con una marea di uomini, donne e bambini che chiedono eguaglianza, giustizia sociale e che rifiutano ogni forma di discriminazione e razzismo.

Migranti, richiedenti asilo e rifugiati che rivendicano il diritto a vivere con dignità insieme a uomini e donne stanchi di pagare le scelte sbagliate di governi che erodono ogni giorno diritti e conquiste sociali, rendendoci poveri, insicuri e precari.

Associazioni, movimenti, forze politiche e sociali, che costruiscono ogni giorno dal basso percorsi di accoglienza e inclusione e che praticano solidarietà insieme a migranti e richiedenti asilo, convinti che muri e confini di ogni tipo siano la negazione del futuro per tutti.

Ong che praticano il soccorso in mare e la solidarietà internazionale.

Persone nate o cresciute in Italia, che esigono l’approvazione definitiva della riforma sulla cittadinanza.

Giornalisti che tentano di fare con onestà il proprio mestiere, raccontando la complessità delle migrazioni e prestando attenzione anche alle tante esperienze positive di accoglienza.

Costruttori di pace mediante la nonviolenza, il dialogo, la difesa civile, l’affermazione dei diritti umani inderogabili in ogni angolo del pianeta e che credono nella libertà di movimento.

Vogliamo ridurre le diseguaglianze rivendicando, insieme ai migranti e ai rifugiati, politiche fiscali, sociali e abitative diverse che garantiscano per tutte e tutti i bisogni primari.

Il superamento delle disuguaglianze parte dal riconoscimento dei diritti universali, a partire dal lavoro, a cui va restituito valore e dignità, perché sia condizione primaria di emancipazione e libertà.

Chiediamo la cancellazione della Bossi-Fini che ha fatto crescere situazioni di irregolarità, lavoro nero e sommerso, sfruttamento e dumping socio-lavorativo.

Denunciamo l’uso strumentale della cooperazione e le politiche di esternalizzazione delle frontiere e del diritto d’asilo. Gli accordi, quasi sempre illegittimi, con paesi retti da dittature o attraversati da conflitti; le conseguenze nefaste delle leggi approvate dal parlamento su immigrazione e sicurezza urbana che restringono i diritti di migranti e autoctoni (decreti Minniti Orlando) di cui chiediamo l’abrogazione; le violazioni commesse nei centri di detenzione in Italia come nei paesi a sud del Mediterraneo finanziati dall’UE. Veri e propri lager, dove i migranti ammassati sono oggetto di ogni violenza. Esigiamo che delegazioni del parlamento europeo e di quelli nazionali si attivino per visitarli senza alcun vincolo o limitazione.

Chiediamo canali di ingresso sicuri e regolari in Europa per chi fugge da guerre, persecuzioni, povertà, disastri ambientali.

Occorrono politiche di accoglienza diffusa che vedano al centro la dignità di chi è accolto e la cura delle comunità che accolgono. Politiche locali che antepongano l’inclusione alle operazioni di polizia urbana. E occorre un sistema di asilo europeo che non imprigioni chi fugge nel primo paese di arrivo.

Il 21 ottobre uniamo le voci di tutte le donne e gli uomini che guardano dalla parte giusta, cercano pace e giustizia sociale, sono disponibili a lottare contro ogni forma di discriminazione e razzismo.

Per adesioni: 21ottobrecontroilrazzismo@gmail.com

https://www.facebook.com/events/281944142306771/

 

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Manifestazione nazionale contro il razzismo, 21 ottobre a Roma

03.10.2017 Redazione Italia

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Manifestazione nazionale contro il razzismo, 21 ottobre a Roma
(Foto di https://www.facebook.com/events/281944142306771/)

ll 21 ottobre tutte e tutti in Piazza a Roma per dire che:
– migrare #nonèreato
– accogliere #nonèreato
– povertà #nonèreato
– solidarietà #nonèreato
– dissenso  #nonèreato

L’appello per una grande manifestazione nazionale contro il razzismo, il 21 ottobre a Roma, permette alle tante e ai tanti, che non vogliono accettare come ineluttabile il processo di riduzione dei diritti, di convergere sulle strade della capitale.

Per l’uguaglianza, contro ogni forma di razzismo, per lo ius soli e i corridoi umanitari, contro l’esternalizzazione delle frontiere, i lager in Italia e in Libia, le leggi discriminatorie promosse dai Ministri Orlando e Minniti.

***
L’appello per la manifestazione

In un momento difficile della storia del paese e del pianeta intero, dobbiamo decidere fra due modelli di società. Quello includente, con le sue contraddizioni, e quello che si chiude dentro ai privilegi di pochi.

Sembriamo condannati a vivere in una società basata su una solitudine incattivita e rancorosa, in cui prendersela con chi vive nelle nostre stesse condizioni, se non peggiori, prevale sulla necessità di opporsi a chi di tale infelicità è causa. Una società che pretende di spazzare via i soggetti più fragili a partire da chi ha la “colpa” di provenire da un altro paese, rievocando un nazionalismo regressivo ed erigendo muri culturali, normativi e materiali. Una società in cui il prevalere di un patriarcato violento e criminale è l’emblema evidente di un modello tradizionale che sottopone le donne alla tutela maschile e ne nega la libertà. Disagio e senso di insicurezza diffuso sono strumentalizzati dalla politica, dai media e da chi ha responsabilità di governo. Si fomentano odi e divisioni per non affrontare le cause reali di tale dramma: la riduzione di diritti, precarietà delle condizioni di vita, mancanza di lavoro e servizi.

Eppure sperimentiamo quotidianamente, nei nostri luoghi di vita sociale, solidarietà e convivenza, intrecciando relazioni di eguaglianza, parità, reciproca contaminazione, partendo dal fatto che i diritti riguardano tutte e tutti e non solo alcuni. Scegliamo l’incontro e il confronto nella diversità, riconoscendo pari dignità a condizione che non siano compromessi i diritti e il rispetto di ogni uomo o donna.

Vogliamo attraversare insieme le strade di Roma il 21 ottobre e renderci visibili con una marea di uomini, donne e bambini che chiedono eguaglianza, giustizia sociale e che rifiutano ogni forma di discriminazione e razzismo.

Migranti, richiedenti asilo e rifugiati che rivendicano il diritto a vivere con dignità insieme a uomini e donne stanchi di pagare le scelte sbagliate di governi che erodono ogni giorno diritti e conquiste sociali, rendendoci poveri, insicuri e precari.

Associazioni, movimenti, forze politiche e sociali, che costruiscono ogni giorno dal basso percorsi di accoglienza e inclusione e che praticano solidarietà insieme a migranti e richiedenti asilo, convinti che muri e confini di ogni tipo siano la negazione del futuro per tutti.

Ong che praticano il soccorso in mare e la solidarietà internazionale.

Persone nate o cresciute in Italia, che esigono l’approvazione definitiva della riforma sulla cittadinanza.

Giornalisti che tentano di fare con onestà il proprio mestiere, raccontando la complessità delle migrazioni e prestando attenzione anche alle tante esperienze positive di accoglienza.

Costruttori di pace mediante la nonviolenza, il dialogo, la difesa civile, l’affermazione dei diritti umani inderogabili in ogni angolo del pianeta e che credono nella libertà di movimento.

Vogliamo ridurre le diseguaglianze rivendicando, insieme ai migranti e ai rifugiati, politiche fiscali, sociali e abitative diverse che garantiscano per tutte e tutti i bisogni primari.

Il superamento delle disuguaglianze parte dal riconoscimento dei diritti universali, a partire dal lavoro, a cui va restituito valore e dignità, perché sia condizione primaria di emancipazione e libertà.

Chiediamo la cancellazione della Bossi-Fini che ha fatto crescere situazioni di irregolarità, lavoro nero e sommerso, sfruttamento e dumping socio-lavorativo.

Denunciamo l’uso strumentale della cooperazione e le politiche di esternalizzazione delle frontiere e del diritto d’asilo. Gli accordi, quasi sempre illegittimi, con paesi retti da dittature o attraversati da conflitti; le conseguenze nefaste delle leggi approvate dal parlamento su immigrazione e sicurezza urbana che restringono i diritti di migranti e autoctoni (decreti Minniti Orlando) di cui chiediamo l’abrogazione; le violazioni commesse nei centri di detenzione in Italia come nei paesi a sud del Mediterraneo finanziati dall’UE. Veri e propri lager, dove i migranti ammassati sono oggetto di ogni violenza. Esigiamo che delegazioni del parlamento europeo e di quelli nazionali si attivino per visitarli senza alcun vincolo o limitazione.

Chiediamo canali di ingresso sicuri e regolari in Europa per chi fugge da guerre, persecuzioni, povertà, disastri ambientali.

Occorrono politiche di accoglienza diffusa che vedano al centro la dignità di chi è accolto e la cura delle comunità che accolgono. Politiche locali che antepongano l’inclusione alle operazioni di polizia urbana. E occorre un sistema di asilo europeo che non imprigioni chi fugge nel primo paese di arrivo.

Il 21 ottobre uniamo le voci di tutte le donne e gli uomini che guardano dalla parte giusta, cercano pace e giustizia sociale, sono disponibili a lottare contro ogni forma di discriminazione e razzismo.

Per adesioni: 21ottobrecontroilrazzismo@gmail.com

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“Signor Rajoy, grazie a lei siamo fuori dalla Spagna… anche se non lo volevamo”

02.10.2017 Gabriela Amaya

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese, Spagnolo

“Signor Rajoy, grazie a lei siamo fuori dalla Spagna… anche se non lo volevamo”

Le critiche alla gestione del referendum del 1° ottobre da parte di Mariano Rajoy e del governo del Partito Popolare continuano in tutti gli ambiti.

La brutalità della polizia e della Guardia Civil a cui abbiamo assistito ieri in Catalogna, il rifiuto del dialogo con i vari attori prima, durante e dopo il 1° ottobre, la mancanza di un’analisi minimamente seria, la sfacciata manipolazione dell’informazione da parte dei media pubblici… tutto questo ha fatto sì che settori che appoggiavano le posizioni riguardo al referendum del Partito Popolare o restavano neutrali si siano espressi apertamente rifiutando il comportamento di Rajoy e del suo governo.

Non ci sono mai stati tanti indipendentisti in Catalogna, né tanta gente decisa a distanziarsi dall’immagine di un Regno di Spagna più simile a una dittatura che a una democrazia, per quanto formale.

A questo punto potrebbe succedere quello che è accaduto in Gran Bretagna dopo la Brexit, che molti non volevano, per poi trovarsi alle prese con l’uscita del paese dall’Unione Europea, quando in realtà intendevano solo protestare contro Cameron. Nessuno ha fatto tanto per l’indipendentismo catalano quanto Mariano Rajoy. Se alla fine la Catalogna dovesse diventare indipendente, molti catalani potranno dire: “Signor Rajoy, grazie a lei siamo fuori dalla Spagna… anche se non lo volevamo”.

 

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