I costi della guerra

08.02.2018 Unimondo

I costi della guerra
(Foto di Antimafiaduemila.com)

I costi della guerra sono prima di tutto umani. Ogni anno nei 36 scenari di guerra contemporanei documentati dall’Atlante della Guerra e dei Conflitti  si cancellano le vite migliaia di persone e con esse il futuro di centinaia di regioni. Si calcola con una stima ottimistica che circa 167 mila persone hanno perso la vita nei conflitti armati di tutto il mondo nel 2015 e che più di 65 milioni di persone per gli stessi motivi sono state costretta a migrare nel 2016. Un numero di rifugiati senza precedenti, superiore agli abitanti dell’Italia e grande quanto quelli del Regno Unito, in fuga da comunità e spesso interi Paesi devastati nelle infrastrutture e nel tessuto economico. E se ai cinici verrà in mente che vendere armamenti genera indotto e posti di lavoro occorre spiegare loro che la ricaduta positiva del mercato delle guerra sull’economia mondiale, in realtà non esiste. Secondo i dati più recenti in mano all’Institute for Economics and Peace i conflitti e le violenze ci sarebbero costati 13,6 trilioni di dollari nel 2015, mentre per il rapporto “World Humanitarian Data and Trends” dell’Office for the Coordination of Umanitarian Affairs dell’Onu (Ocha), il mondo nel solo 2016 ha pagato alla guerra un tributo ancora più alto: 14,3 trilioni di dollari, pari al 12,6% del Pil globale. Un record negativo assoluto.

In particolare per l’Ocha se nel 2016 le spese militari sono costate 5,6 trilioni di dollari e la sicurezza interna ha richiesto circa 4,9 trilioni di dollari, pesando per oltre due terzi sui costi di guerre e conflitti, tutte le altre perdite economiche sono state causate direttamente dai conflitti per 1 trilione di dollari e dal crimine organizzato che spesso approfitta degli scenari bellici per 2,6 trilioni di dollari. Per Rob Smith, del World Economic Forum, non c’è da sorprendersi se il costo della guerra è aumentato negli anni visto che è in relazione al numero di conflitti: “Globalmente, nel 2006 c’erano 278 conflitti politici attivi. Dieci anni dopo, il numero di conflitti politici era salito bruscamente a 402”. Cifre ancora più chiare nel rapporto dell’Ocha secondo il quale se è vero che “Nel 2016, sono state 38 le crisi ritenute molto violente, cinque in meno rispetto al 2015, nel decennio 2006 – 2016, i conflitti di media intensità e le crisi violente hanno registrato un aumento esponenziale, passando dalle 83 del 2006 alle 188 del 2016”.

Per combattere queste crisi umanitarie e migliorare la vita di milioni di persone, l’ex Segretario generale dell’Onu, Ban Ki-Moon ha presentato una nuova Agenda for Humanity” che delinea cinque punti fondamentali utili, anche per l’Ocha, a ridurre non solo la sofferenza dell’umanità dovuta alla guerra, ma anche gli enormi costi economici dovuti alle violenze. Fondamentale per un’agenda mondiale veramente umana sarà “Prevenire e terminare tutti i conflitti” migliorando la leadership e le azioni preventive di mediazione; in caso di conflitto armato occorre “Rispettare le regole di guerra” e quindi la protezione dei civili e delle loro case al pari dell’assistenza umanitaria e medica; serve “Non lasciare nessuno indietro”, cioè affrontare la questione di profughi e degli sfollati assicurandosi che nessuno si dimentichi dell’educazione dei bambini durante le crisi; non si può dimenticarsi di “Lavorare in modo da porre fine ai bisogni”, senza assistenzialismo, ma attraverso lo sviluppo locale; ed infine è necessario “Investire in umanità”, puntando sulle capacità locali di risolvere i conflitti.

Per il recente rapporto Ocha se i governi del mondo si assumessero queste responsabilità nei confronti delle situazioni conflittuali sarebbe molto più facile aiutare l’Onu a raggiungere i suoi 17 obiettivi di sviluppo sostenibile entro il 2030, che inseguono la promozione di società pacifiche, giuste e inclusive, libere dalla paura e dalla violenza in un contesto di conservazione del pianeta. Sì perché se i costi umani e quelli economici sono i minimi comuni denominatori della guerra, non possiamo dimenticare i suoi costi ecologici e ambientali. Secondo il grande economista Nicholas Georgescu-Roegen, ispiratore della moderna economia ecologica, “per farsi la guerra il genere umano spende ogni anno 6 volte di più di quanto sarebbe necessario investire per realizzare un’economia ecologica, in grado di creare lavoro e lenire le ferite che abbiamo causato all’ambiente che ci dà la vita. È dunque la pace il primo viatico per l’economia ecologica”.

Un’economia pacificata che a quanto pare sarebbe più rispettosa anche dei diritti animali, visto che nel caso specifico dell’Africa, secondo lo studio “Warfare and wildlife declines in Africa’s protected areas”, sostenuto dalla National Science Foundation assieme al Princeton Environmental Institute e appena pubblicato su Nature da Joshua Daskin e Robert  Pringle è evidente che “La guerra è stata un fattore costante nel decennale declino dei grandi mammiferi in Africa. A popolazioni che erano stabili nelle zone pacifiche è bastato solo un leggero aumento della frequenza dei conflitti per iniziare una spirale discendente”.  Nel loro studio, Pringle e Daskin hanno sottolineano come sarebbe utile “vedere le organizzazioni dedite alla conservazione e quelle umanitarie collaborare nei lavori di soccorso post-conflitto. La ripresa a lungo termine di una società dipende dalla salute e dalla speranza delle persone e gli ambienti naturali sani e ricchi di biodiversità sono risorse che catalizzano la salute e la speranza umana”. È quello che si chiama un positive-feedback loop.

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“Nato e nukes non sono temi elettorali”

“Nato e nukes non sono temi elettorali”
(Foto di defense.gov)

Il Governo, che nel periodo elettorale resta in carica per il “disbrigo degli affari correnti”, sta per assumere altri vincolanti impegni nella Nato per conto dell’Italia. Saranno ufficializzati nel Consiglio Nord Atlantico, che si svolge il 14-15 febbraio a Bruxelles a livello di ministri della difesa (per l’Italia Roberta Pinotti).

L’agenda non è stata ancora comunicata. È però già scritta nella “National Defense Strategy 2018”, che il segretario Usa alla Difesa Jim Mattis ha rilasciato il 19 gennaio. A differenza dei precedenti, il rapporto del Pentagono è quest’anno top secret. Ne è stato pubblicato solo un riassunto sufficiente comunque a farci capire che cosa si prepara in Europa.

Accusando la Russia di “violare i confini di nazioni limitrofe ed esercitare potere di veto sulle decisioni dei suoi vicini”, il rapporto dichiara: “Il modo più sicuro di prevenire la guerra è essere preparati a vincerne una”.

Chiede quindi agli alleati europei di “mantenere l’impegno ad aumentare la spesa per potenziare la Nato”. L’Italia si è già impegnata nella Nato a portare la propria spesa militare dagli attuali circa 70 milioni di euro al giorno a circa 100 milioni di euro al giorno. Praticamente nessuno, però, ne parla nel dibattito elettorale.

Come non si parla del contingente italiano schierato in Lettonia a ridosso del territorio russo, né dei caccia italiani Eurofighter Typhoon schierati il 10 gennaio in Estonia, a una decina di minuti di volo da San Pietroburgo, con la motivazione di proteggere i paesi baltici dalla “aggressione russa”.

Silenzio sul fatto che l’Italia ha assunto il 10 gennaio il comando della componente terrestre della Nato Response Force, proiettabile in qualsiasi parte del mondo “alle dipendenze del Comandante supremo delle forze alleate in Europa”, sempre nominato dal presidente degli Stati uniti.

Ignorata la notizia che la Marina italiana ha ricevuto il 26 gennaio il primo caccia F-35B a decollo corto e atterraggio verticale, il cui personale verrà addestrato nella base dei Marines di Beaufort in Carolina del Sud.

Questo e altro viene taciuto nel dibattito elettorale. Esso si concentra sulle implicazioni economiche dell’appartenenza dell’Italia all’Unione europea, ma ignora quelle politiche e militari, e di conseguenza anche economiche, dell’appartenenza dell’Italia alla Nato sotto comando Usa, di cui fanno parte (dopo la Brexit) 21 dei 27 stati della Ue.

In tale quadro non viene sollevata la questione delle nuove bombe nucleari B61-12, che tra circa due anni il Pentagono comincerà a schierare in Italia al posto delle attuali B-61, spingendo il nostro paese in prima fila nel sempre più pericoloso confronto nucleare con la Russia.

Per rompere la cappa di silenzio su tali questioni fondamentali dovremmo porre ai candidati e alle candidate alle elezioni politiche (come propone il
Comitato No Guerra No Nato) due precise domande in incontri pubblici, social e trasmissioni radio-televisive: “Lei è favorevole o no all’uscita dell’Italia dalla Nato? Lei è favorevole o no alla immediata rimozione dall’Italia delle armi nucleari Usa? Risponda Sì o No, motivando eventualmente il perché della sua scelta”.

Ai 243 parlamentari (tra cui spicca il candidato premier Luigi Di Maio), firmatari dell’impegno Ican a far aderire l’Italia al Trattato Onu sulla proibizione delle armi nucleari, dovremmo porre una terza domanda: “In base all’impegno sottoscritto, Lei si impegnerà, nella prossima legislatura, per la immediata rimozione dall’Italia delle bombe nucleari Usa B-61, che già violano il Trattato di non-proliferazione, e per la non-installazione delle B61-12 e di altre armi nucleari?”.

(pubblicato su il manifesto )

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USA: la sinistra liberal-progressista si è auto distrutta

05.02.2018 Redazione Italia

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese

USA: la sinistra liberal-progressista si è auto distrutta

E’ bastato un memorandum di 4 pagine per annientare 18 mesi di insistenti, incalzanti, inesorabili bugie.
Il piano idiota dei Democratici è fallito, rendendo Trump più potente che mai.
Questo Russiagate è stato la cospirazione dello Stato Profondo contro Trump o il piano dello Stato Sommerso per distruggere chi si opponeva alla guerra?

Postato da Paul Craig Roberts il 3 febbraio 2018 alle 8:30
Qui l’articolo originale

 

Ecco l’opinione del democratico Mike Whitney [1] sul Russiagate:

Urrà per la congrega Hillary: i democratici idioti fanno diventare Trump un eroe populista. Oggi è una grande vittoria per gli oppositori che non hanno mai creduto una parola delle stronzate su “è stata la Russia”. Urrà per noi!

 

È bastato un memorandum di 4 pagine per annientare 18 mesi di insistenti, incalzanti, inesorabli bugie e macchinazioni.
Ecco che cosa si può evincere dal memorandum:

A) Che c’era davvero una cospirazione per impedire a Trump di vincere le elezioni e di governare il paese dopo essere stato eletto.

B) Che la leadership dei Democratici e i loro mercenari nello Stato Profondo e negli apparati di sicurezza erano implicati in un piano per sabotare le elezioni e sovvertire la volontà del popolo (hanno usato intercettazioni illegali e “fughe di notizie” per silurare Trump e trarne un ingiusto vantaggio).

C) Che il piano per indebolire Trump si è ritorto in modo catastrofico, trasformando il presidente più conservatore e reazionario della nostra storia in un eroe populista che lotta contro una casta politica malvagia e corrotta. (Ne resta di strada da fare, cari Dems. Ce ne vuole per vincere in futuro).

D) Che i media corrotti vanno a braccetto con elementi dello stato profondo che fanno gli straordinari per ingannare e traviare il popolo americano. (Niente di nuovo, orsi che si rivedono).

Il piano idiota dei Democratici è fallito, rendendo Trump più potente che mai… il che dovrebbe preoccupare ognuno di noi fino alla dannazione.

Whitney [1] sottolinea che, allineandosi con lo Stato Profondo, la sinistra liberal-progressista si è autodistrutta.

Ma ciò solleva la questione se il Russiagate sia stato una cospirazione dello Stato Profondo contro Trump o il piano dello Stato Profondo per distruggere chi si opponeva alla guerra e allo spreco di altri trilioni di dollari in armi nucleari.

Io sono d’accordo con Mike sul fatto che gli americani hanno bisogno di un partito politico che li rappresenti.

[1] http://www.unz.com/mwhitney/the-loser-dems/

 

Traduzione dall’inglese di Leopoldo Salmaso

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Morte nel Mediterraneo, “Far West” a Macerata: i giudizi di Amsi, Co-mai, Umem

04.02.2018 AMSI Associazione di Medici di Origine Straniera in Italia

Morte nel Mediterraneo, “Far West” a Macerata: i giudizi di Amsi, Co-mai, Umem 
(Foto di Medici senza Frontiere)
 Stando a quanto riportato da Olivia Headon, portavoce dell’Oim, l’Organizzazione internazionale sui migranti, il numero delle vittime nel naufragio d’ un barcone lungo le coste libiche  è ancora incerto: 8 dei cadaveri rinvenuti sulle coste della Libia sarebbero pakistani, e 2 libici, mentre in totale  risultano dispersi 90 migranti, in gran parte pakistani.
L’Associazione Medici di Origine Straniera in Italia (AMSI) commenta, attraverso la voce del Presidente, prof. Foad Aodi, che parla anche per le Comunità del Mondo Arabo in Italia (Co-mai) e  per la Confederazione Internazionale Unione Medica Euromediterranea (UMEM, di cui  è fondatore): “Basta con la catena di morte nel Mediterraneo. Quel che ci auguriamo,  come medici d’ origine straniera, ma, ancora prima, come cittadini europei aventi rispetto per la vita, è che i Governi, italiano, libico e sovranazionale, lavorino su piu’ fronti, per incrementare i servizi socio sanitari su ambo le Sponde. Sollecitiamo l’urgenza d’ una legge Europea per regolare l’immigrazione”, prosegue,  “che trascenda i personalismi, i colori e i partiti (specialmente in questa campagna elettorale in Italia). Urge una legge salvavita. Le sole armi che abbiamo “in mano” per contrastare l’immigrazione irregolare sono la prevenzione e l’ unione, senza fare allarmismo e senza divulgare notizie infondate su terrorismo e immigrazione. Siamo al corrente, in realtà,  solo del 30-35% dei decessi nel Mediterraneo; dei molti che muoiono a inizio del viaggio o prima di intraprenderlo, in Libia, e che sono sottoposti a torture e violenze, non abbiamo alcuna notizia. Amsi e Umem invitano a una maggiore cooperazione, per contrastare il dramma comune dell’immigrazione irregolare, contro la violenza sulle donne e la scomparsa dei minori non accompagnati (oltre 20 mila nell’ultimo anno)”.
“No alla giustizia fai da te, no al razzismo e le discriminazioni. Siamo angosciati per questa pericolosa atmosfera che riguarda l’immigrazione e i cittadini di origine straniera in Italia”, sottolinea ancora, con forza, il Presidente delle Co-mai, commentando la sparatoria di Macerata ed esprimendo “solidarietà ai 6 feriti”, tutti stranieri. Aodi auspica che “la giustizia faccia il suo percorso”, e  manifesta la preoccupazione delle Co-mai per “la strumentalizzazione politica eccessiva che crea allarmismi e fobie nei confronti dei cittadini di colore o di diverse religioni, in particolar modo in questa fase pre-elettorale. Alcuni partiti – incalza – attaccano immigrati, musulmani, arabi, donne con il velo, altri invece non parlano più di immigrazione e integrazione per paura di perdere voti”. Invitiamo tutte le forze politiche a una maggiore responsabilità nelle loro dichiarazioni”, conclude Aodi, richiamando alla responsabilità anche i mass-media.
Fabrizio Federici

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Turchia, lunedì Articolo 21 e Fnsi insieme al sit-in contro il bavaglio turco

 

03.02.2018 Articolo 21

Turchia, lunedì Articolo 21 e Fnsi insieme al sit-in contro il bavaglio turco
(Foto di Art. 21)

Articolo 21 e Fnsi aderiscono alla campagna #ErdoganNotWelcome e insieme ai colleghi della rete #NoBavaglio, la comunità dei curdi in Italia e molte altre associazioni per i diritti umani saremo alle 11, lunedì 5 febbraio, a Castel Sant’Angelo a Roma per partecipare alla manifestazione di solidarietà al popolo turco in occasione della visita ufficiale in Vaticano  del presidente della Turchia Recep Tayyip Erdogan.

Doveroso esserci e illuminare le repressioni attuate nel Paese e far sì che quella di Erdogan non si riduca a una passerella diplomatica, esponendo il nostro Paese  a una pagina nera per le istituzioni repubblicane e per la nostra storia democratica alla luce della persecuzione messa in atto dal regime turco nei confronti di giornalisti, avvocati, accademici e attivisti per i diritti umani e degli atti commessi durante le operazioni di coprifuoco nei confronti della popolazione curda in Turchia.
Atti che appaiono costituire crimini contro l’umanità.

Nell’ultimo anno e mezzo abbiamo assistito, e denunciato con la campagna #nobavaglioturco, alla repressione di ogni libertà di stampa e di espressione. Molti colleghi che hanno raccolto testimonianze e raccontato quanto stesse avvenendo in Turchia, o chiunque abbia cercato di documentare questi crimini, è stato fermato, arrestato o cacciato dal Paese con un divieto di reingresso.
Infine, ma non per l’importanza degli eventi, il governo turco si è reso responsabile, in aperta violazione del diritto internazionale, di un attacco contro la popolazione del distretto di Afrin, nel nord della Siria.

Come ha denunciato Asiya Abdullah, eroina di Kobane e co-presidente del Movimento per società democratica, quello in atto nei confronti dei curdi di Afrin non è solo un attacco ingiustificato, è un vero e proprio genocidio. Eppure a fronte di quanto avviene in queste ore in Siria la coscienza collettiva dell’Europa non sembra scossa. Ed è proprio ai leader europei che la Abdullah ha voluto lanciare un messaggio chiaro. L’esponente curda ha voluto ricordare che l’Ue ha compiuto sforzi importanti per risolvere la crisi siriana, ma che oggi debba compiere un atto di coraggio, assumendo una posizione netta nei confronti dell’operazione militare turca contro il suo popolo, massacrato con armi pesanti, granate e bombe a grappolo.

Un attacco quello su Afrin che colpisce soprattutto i civili, oltre 100 vittime in soli tre giorni, che ha danneggiato l’unica diga nella provincia del distretto del Kurdistan siriano e demolisce abitazioni, luoghi di culto e ospedali.

“Ci aspettiamo che i massacri contro i civili siano condannati, che Erdogan non continui a beneficiare del silenzio della comunità internazionale” è l’appello dell’ex combattente di Kobane.

La Turchia ha giustificato l’offensiva “Ramoscello d’ulivo“, affermando che i curdi siriani rappresentano una minaccia per l’integrità territoriale turca. Erdogan non può e non vuole permettere alle forze politiche del Kurdistan siriano di portare avanti la loro agenda, che ha come principale punto il progetto dell’autonomia federalista che, a differenza di quanto ritengano i turchi, migliorerebbe la sicurezza e la stabilità non solo in Siria ma nella regione nel suo complesso.

Sono invece l’azione aggressiva e le operazioni militari turche a favorire l’instabilità siriana, quanto le ambizioni espansionistiche che Erdogan non riesce più a celare.

A fronte di ciò la Abdullah chiede che l’Europa e le Nazioni Unite siano garanti del rispetto degli accordi e delle risoluzioni approvate dall’assemblea generale e che si assumano le proprie responsabilità.

Per i curdi massacrati nel Rojawa, per i difensori dei diritti umani, gli avvocati, i giudici, i medici e i nostri colleghi giornalisti ingiustamente detenuti in Turchia noi di Articolo 21 saremo lunedì alla manifestazione di Castel Sant’Angelo per manifestare solidarietà a tutto il popolo turco.

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IALANA scrive ai candidati alle elezioni sul disarmo nucleare

02.02.2018 Redazione Italia

IALANA scrive ai candidati alle elezioni sul disarmo nucleare

IALANA (International Association of Lawyers aAgainst Nuclear), sez. italiana: Lettera ai candidati

Non siamo un club di suicidi

“Perché diamo al presidente degli Stati uniti d’America il permesso di decidere sulla nostra vita e la nostra morte, addirittura per i nostri familiari e per il nostro intero paese, e di esporci a un pericolo terribile?

L’uso e la minaccia dell’uso delle armi nucleari sono vietati anche in Italia.(1) Specificamente, sono vietati il possesso, il trasporto e la preparazione del loro uso; questo divieto è valido anche per le truppe straniere dislocate in Italia, quindi anche per le armi nucleari del signor Trump. Nessun governo italiano, e nessun pubblico ministero negli ultimi cinquant’anni ha fatto valere questo divieto. È inspiegabile che milioni di persone si espongano al pericolo dell’uso delle armi nucleari, senza chiedere al loro detentore di allontanarle dall’Italia, per liberarsi finalmente da questa minaccia di doppio suicidio, e per porre termine a una situazione illegale e criminale.

Non è questa un’evidente dimostrazione del fatto che mettiamo in ridicolo il nostro ordinamento costituzionale, in quanto la nostra Repubblica riconosce i diritti fondamentali dell’uomo (art. 2) e il dovere costituzionale di tutelarli? Secondo la mia opinione, il nostro ordinamento costituzionale non è lo statuto di un’associazione di suicidi, ma un ordinamento di relazioni umane di natura privata e pubblica che deve garantire la continuità della sussistenza della vita individuale e sociale (H.L.A. Hart, The Concept of Law, 1961, p. 188).

Forse è arrivato il momento di reclamare i nostri diritti costituzionali e di chiedere ai nostri futuri politici e membri del parlamento se vogliono rispettarli e se vogliono finalmente togliere le armi nucleari dal territorio italiano rispettare la costituzione? ”

Roma/Firenze 24.01.2018

Ialana – Italia

1.)

– Legge 185 /90 art 1 comma 7) Sono vietate la fabbricazione, l’importazione, l’esportazione ed il transito di armi biologiche, chimiche e nucleari, nonché la ricerca preordinata alla loro produzione o la cessione della relativa tecnologia. Il divieto si applica anche agli strumenti e alle tecnologie specificamente progettate per la costruzione delle suddette armi nonché a quelle idonee alla manipolazione dell’uomo e della biosfera a fini militari.

– Trattato di Non proliferazione : Art II : Italia si obbliga non di possedere direttamente o indirettamente armi nucleari

– Statuto delle Truppe NATO del 19. Giugno 1951 Londra : Articolo II : Le truppe devono rispettare il diritto interno dello stato ospitante

Art 10 Cost. Ital. E –Corte Internazionale AO del 8.7.1996 : L’uso è la minaccia dell’uso è vietato in base al diritto internazionale generalmente riconosciuto

https://www.ialana.info/

Sezione Italia della IALANA

C/0 studio legale Lau , Via delle Farine 2, 50122 Firenze

Tel. 055.2398546

Mail: ialana.it@libero.it 

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Scuole palestinesi a imminente rischio demolizione

31.01.2018 Redazione Italia

Scuole palestinesi a imminente rischio demolizione
(Foto di https://www.nrc.no/)

Sono almeno 61 le scuole a rischio nella West Bank e a Gerusalemme Est, mentre aumentano gli attacchi all’istruzione

 

Le agenzie umanitarie di soccorso Azione contro la Fame, Norwegian Refugee Council e Save the Children hanno avvertito ieri che una scuola elementare palestinese, costruita con fondi di donatori europei, potrebbe essere demolita nei prossimi giorni da parte delle autorità israeliane, dopo che l’Alta Corte di Giustizia israeliana ha respinto una petizione per salvaguardarla.

La scuola è l’unica al servizio della comunità beduina di Al Muntar, alla periferia di Gerusalemme Est nell’Area C della West Bank, che ha già subito sfollamenti e distruzione di proprietà in passato. La scuola rischia di essere demolita dal 1 ° febbraio in poi, quando scade un’ingiunzione che la protegge dalla demolizione. Al momento 33 alunni di età compresa tra i 5 e gli 11 anni frequentano la scuola elementare, ma era stato pensato un ampliamento per ospitare oltre 70 alunni quest’anno.

Questa ultima minaccia di demolizione arriva mentre le ultime cifre raccolte dalle agenzie umanitarie rivelano che ci sono 61 scuole nella West Bank, compresa Gerusalemme Est, in attesa di demolizione o che hanno ricevuto ordine di fermare i lavori da parte delle autorità israeliane[1].

Se la scuola di Al Muntar viene demolita, molti dei bambini potrebbero essere costretti ad abbandonare del tutto l’istruzione, dal momento che tutte le altre scuole sono a diversi chilometri di distanza e accessibili solo a piedi o con l’asino, oltre un insediamento israeliano. L’Alta Corte di Giustizia Israeliana ha stabilito che la scuola era un tentativo di creare facts on the ground, nonostante il suo fondamentale servizio di base alla comunità.

“Gli attacchi contro le scuole della West Bank sono uno dei tanti elementi che spingono i palestinesi fuori dalle loro terre per far spazio all’espansione degli insediamenti israeliani,” ha affermato la direttrice del Norwegian Refugee Council in Palestina, Kate O’Rourke.

Queste scuole sono necessarie per assicurare ai bambini palestinesi il diritto fondamentale all’istruzione. Il direttore Paese di Azione contro la Fame, Gonzalo Codina, ha aggiunto: “Le attuali scuole palestinesi sono sovraccariche, e le autorità israeliane non rilasciano alle comunità palestinesi come quella di Al Muntar i permessi di costruzione necessari. Ora che una scuola finanziata da donatori rischia di nuovo di essere demolita, dobbiamo chiederci: dov’è che questi bambini possono studiare in sicurezza?”

In tutta la West Bank, sono state documentate innumerevoli minacce a cui i bambini palestinesi sono soggetti nel semplice tentativo di raggiungere la scuola e godere del loro diritto fondamentale all’istruzione. Nel 2016, ci sono state 256 violazioni relative all’istruzione, che hanno interessato 29.230 studenti in tutto il territorio palestinese occupato[2].

Queste minacce includono: minacce di violenza e molestie da parte di coloni o soldati israeliani durante il viaggio a scuola, attività militari all’interno o intorno alla scuola, militari o agenti di polizia che arrestano e trattengono i bambini dalle loro classi, tempo perso a causa della vicinanza ad un’area militare o zona di combattimento, ritardi per attraversare i checkpoint, minacce di distruzione e demolizione delle scuole e ordini di stop ai lavori.

La direttrice Paese di Save the Children, Jennifer Moorehead, ha dichiarato: “Il diritto fondamentale dei bambini all’istruzione è sotto una crescente minaccia. La scuola di Al Muntar, una comunità molto remota e vulnerabile, ha permesso ai bambini e soprattutto alle ragazze di frequentare la scuola per la prima volta. Ora i bambini di cinque anni vedranno il loro futuro disgregarsi davanti ai loro occhi. Questi spazi sicuri per i bambini devono essere protetti e non distrutti. A livello globale vediamo sempre più governi che aderiscono alla Safe Schools Declaration, tuttavia le scuole palestinesi stanno affrontando sempre maggiori minacce. Chiediamo con urgenza alla comunità internazionale di aumentare la pressione diplomatica sul governo israeliano per proteggere il diritto all’istruzione dei bambini palestinesi e per prevenire la demolizione e il sequestro delle infrastrutture scolastiche.”

Le agenzie hanno affermato che tali demolizioni sono in violazione del diritto internazionale umanitario[3]  e del diritto basilare dei bambini all’istruzione, e che minano direttamente la fornitura di aiuti da parte della comunità internazionale alla popolazione palestinese occupata, per garantire che i bambini possano apprendere luoghi sicuri.

Azione contro la Fame è un’organizzazione umanitaria internazionale che combatte le cause e le conseguenze della malnutrizione in 50 Paesi del mondo. Da quasi 40 anni salviamo la vita dei bambini malnutriti, garantiamo alle loro famiglie accesso all’acqua potabile, cibo, istruzione e assistenza sanitaria di base.

Per maggiori informazioni e interviste con i portavoce contattare:

Gemma Ghiglia – gghiglia@azionecontrolafame.it – 0283626111

Note

[1] Queste cifre sono state raccolte dai membri del cluster di istruzione, tra cui il Norwegian Refugee Council e Save the Children

2 Bollettino annuale sui bambini e i conflitti armati: https://www.unicef.org/oPt/Annual_CAAC_Bulletin_2016_FINAL_22Dec2017.pdf
3 La distruzione di proprietà nel territorio occupato è vietata dal diritto umanitario internazionale meno che non sia assolutamente necessario per operazioni militari. Vedihttps://www.ochaopt.org/theme/destruction-of-property

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Approvata mozione di Sì Toscana a Sinistra: “Fermare e condannare bombardamenti Turchia su popolo kurdo

30.01.2018 – Firenze Redazione Italia

Approvata mozione di Sì Toscana a Sinistra: “Fermare e condannare bombardamenti Turchia su popolo kurdo
(Foto di almasdarnews.com)

Dopo il voto in Consiglio comunale a Firenze, anche il Consiglio regionale della Toscana ha approvato all’unanimità una mozione presentata da Sì-Toscana a Sinistra che impegna la Regione ad attivarsi presso il Governo Italiano per promuovere in tutte le sedi istituzionali opportune, dall’Unione Europea al Consiglio d’Europa fino alla Nato, la ferma condanna e la cessazione degli attacchi turchi nei confronti della popolazione kurda del cantone di Afrin e dell’intero Rojava in Siria, e il ripristino delle libertà democratiche.

 

“La Turchia – spiegano i consiglieri Tommaso Fattori e Paolo Sarti- con l’alibi della lotta al terrorismo usa l’esercito per sterminare la popolazione kurda, quando sono stati propri i kurdi, in questi anni, ad essere in prima linea contro l’Isis.”

 

“Lo scorso 20 gennaio la Turchia, con l’offensiva militare paradossalmente denominata ‘Ramoscello d’Ulivo’, ha violato la sovranità territoriale siriana, attaccando senza alcuna motivazione e giustificazione il cantone kurdo di Afrin, nel nord ovest della Siria”.

 

“E’ gravissimo che il presidente turco Erdogan abbia dichiarato di voler estendere l’offensiva militare a tutto il territorio abitato dai kurdi nel nord della Siria. La Comunità internazionale non può stare a guardare. L’aggressione militare della Turchia rappresenta un vero e proprio crimine contro l’umanità. Quest’aggressione militare -ricordano ancora i consiglieri- va ad aggiungersi alle distruzioni delle città kurde in Turchia, al massacro di centinaia di civili, alla destituzione e all’arresto di numerosi sindaci ed eletti locali in atto fin dal 2015”.

 

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La straordinaria attualità di Gandhi: religione e politica contro ogni guerra

29.01.2018 Mao Valpiana

La straordinaria attualità di Gandhi: religione e politica contro ogni guerra
(Foto di Wikimedia)

A 70 anni dall’assassinio dell’apostolo della nonviolenza

 

Non aveva partecipato ai festeggiamenti per l’indipendenza indiana, dopo averla conquistata con il satyagraha (la forza della verità o nonviolenza), perché la separazione tra India e Pakistan era per lui una grande sconfitta. E’ stato assassinato da un giornalista indù, alla testa di un complotto, che non gli aveva perdonato la sua azione per la riconciliazione religiosa e la sua apertura ai musulmani. Gandhi, che era di religione indù, fu considerato dai fondamentalisti di entrambe le parti come un traditore. Sono passati 70 anni, da quel 30 gennaio del 1948, e il fondamentalismo fanatico pseudo religioso è ancora un pesante ostacolo per tanti processi di pacifica convivenza.

Dunque, non si può parlare di Gandhi senza riferirsi alla sua esperienza e alla sua definizione di religione: “Per me Dio è verità e amore; Dio è etica e morale; Dio è coraggio. Dio è la fonte della luce e della vita e tuttavia è di sopra e di là di tutto questo. Dio è coscienza. E’ perfino l’ateismo dell’ateo. Trascende la parola e la ragione. E’ un Dio personale per coloro che hanno bisogno della sua presenza personale. E’ incarnato per coloro che hanno bisogno del suo contatto. E’ la più pura essenza. E’, semplicemente, per coloro che hanno fede. E’ tutte le cose per tutti”.

Siamo in presenza di una religione aperta, libera, accogliente, amorevole, umana. La religione di Gandhi coincide con la ricerca della Verità, perché Dio stesso è Verità, e la Verità è Dio. Tuttavia in Gandhi c’è posto anche per una piena laicità. Ha saputo essere, insieme, un grande religioso e una grande statista: “se fossi un dittatore, religione e Stato sarebbero separati. Credo ciecamente nella mia religione. Voglio morire per essa. Ma è una mia faccenda personale. Lo Stato non c’entra. Lo Stato dovrebbe preoccuparsi del benessere temporale, dell’igiene, delle comunicazioni, delle relazioni con l’estero, della circolazione monetaria e così via, ma non della vostra o mia religione. Questa è affare personale di ciascuno”.

Forse non è un caso che Gandhi avesse una grande ammirazione proprio per due italiani, San Francesco d’Assisi e Giuseppe Mazzini, un religioso e un laico.

Oggi nel mondo intero Gandhi è considerato il profeta della nonviolenza, ma il rischio è quello di farne un santo, un eroe, un simbolo, un mito. Gandhi, invece, nel corso di tutta la sua azione sociale e politica si è sempre sforzato di far capire che ciò che lui ha fatto poteva farlo chiunque altro, che “la verità e la nonviolenza sono antiche come le montagne”. La novità emersa con Gandhi consiste nell’aver saputo trasformare le nonviolenza da fatto personale a fatto collettivo, da scelta di coscienza a strumento politico: con Gandhi la nonviolenza non è più solo un mezzo per salvarsi l’anima, ma diventa un modo per salvare la società. La nonviolenza è sempre esistita, presente in tutte le culture e in tutte le religioni, in oriente e in occidente, nei sacri testi della Bibbia e del Corano, della Bhagavad Gita e del Buddhismo. Ma è con Gandhi che la nonviolenza diventa un’arma di straordinaria potenza per liberare le masse oppresse. Il Mahatma ci ha fatto scoprire che la nonviolenza è insieme un fine ed un mezzo, che per abbracciare e farsi abbracciare dal satyagraha ci vuole fede, pazienza, sacrificio, dedizione, addestramento: “Il satyagrahi si allena giorno per giorno, in ogni istante della propria vita, per diventare capace di soffrire con gioia e apprendere la difficile arte del dono della vita”.

Gandhi è stato un grande innovatore, è stato l’uomo che ha riscattato il ventesimo secolo che altrimenti sarebbe stato consegnato alla storia come un secolo buio, per gli orrori delle guerre mondiali e per l’olocausto nei campi di sterminio. Gandhi è la preziosa eredità per il nuovo secolo.

Oggi il mondo è nuovamente sull’orlo del baratro atomico. Papa Francesco, fortemente impegnato per il disarmo nucleare, ha detto “Sì, ho veramente paura, siamo al limite“, ed il bollettino degli scienziati atomici ha spostato in avanti l’orologio dell’Apocalisse a due minuti dalla mezzanotte!

La mobilitazione contro la guerra (intendo contro tutte le guerre, fatte da chiunque per qualsiasi motivo e con qualunque arma) è coerente e vincente solo se fatta con i mezzi della nonviolenza. “La guerra è il più grande crimine contro l’umanità”. Gandhi condanna il ricorso alla guerra, senza appello, e ci indica anche il metodo giusto alternativo: “Si dice: i mezzi in fin dei conti sono mezzi. Io dico: i mezzi in fin dei conti sono tutto”. Dunque la nonviolenza di Gandhi è soprattutto prassi, azione, sperimentazione. Tutta la sua vita è spesa in questa ricerca, tanto da intitolare la sua autobiografia “Storia dei miei esperimenti con la verità”. Il mondo è solo all’inizio dell’esplorazione delle potenzialità della nonviolenza, la sola via che può salvare l’umanità.

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Senzatomica: Educare alla Pace e al Disarmo

27.01.2018 Redazione Italia

Senzatomica: Educare alla Pace e al Disarmo
(Foto di Serena Bascone)

Incontro con ICAN, Premio Nobel per la Pace 2017

Siamo particolarmente lieti di annunciare che, giovedì 1° febbraio, la mostra Senzatomica Torino ospiterà Daniel Högsta, coordinatore di ICAN (International Campaign to Abolish Nuclear Weapons), premio Nobel per la Pace 2017.

Ad accoglierlo un comitato d’eccellenza formato dal Vice Presidente della Commissione Difesa della Camera dei Deputati On. Massimo Artini, dalla dott.ssa Hayley Ramsay-Jones, Direttrice dell’Ufficio di Coordinamento di Ginevra dell’Ufficio Internazionale Soka Gakkai per i rapporti con le Nazioni Unite, dal coordinatore di Rete Italiana Disarmo Francesco Vignarca e da Daniele Santi, Segretario Generale di Senzatomica.

Successivamente alla visita della mostra, seguirà un incontro dal titolo ‘Educare alla Pace e al Disarmo’, moderato dal direttore de La Stampa Maurizio Molinari, al quale sono stati invitati ad assistere anche la Sindaca Chiara Appendino, il Presidente della Regione Sergio Chiamparino, l’Assessora alla Cultura della Regione Piemonte Antonella Parigi, l’Assessora alla Cultura della Città di Torino Francesca Leon e il Vice Presidente del Comitato dei Diritti Umani del Consiglio Regionale del Piemonte Giampiero Leo.

La partecipazione alla conferenza, esclusivamente su invito, è stata inoltrata a tutti i Dirigenti Scolastici di ogni ordine e grado di Torino Città Metropolitana.

La mostra Senzatomica è dedicata infatti, in modo particolare, alle giovani generazioni e, per i contenuti altamente educativi in essa promossi, ci auguriamo che essa diventi fonte di dibattito e di approfondimento all’interno delle scuole piemontesi.

La serata inizierà alle ore 18:15 con la visita alla mostra, proseguirà dalle ore 19:00 alle ore 20:00 con la conferenza.

Per tutti i giornalisti che lo desiderano, è previsto un incontro per la stampa con Daniel Högsta dalle ore 20:00 alle ore 20:30.

E’ gradita comunicazione della propria adesione.

Il Comitato di Senzatomica Torino

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