Oltre 5mila firme contro il petrolio in Basilicata. Continua la raccolta

11.08.2017 Redazione Italia

Oltre 5mila firme contro il petrolio in Basilicata. Continua la raccolta
(Foto di John Soqquadro via Foter.com / CC BY-NC-ND)

Oltre 5mila firme raccolte dall’Associazione ScanZiamo le Scorie attraverso la piattaforma online Change.org (goo.gl/V7Z2mU) per chiedere al Presidente della Regione Basilicata Marcello Pittella, ai consiglieri regionali e al Governo di fermare le attività estrattive in Basilicata ed investire nel territorio e nei settori dell’agroalimentare e del turismo – dichiara il portavoce dell’Associazione ScanZiamo le Scorie Pasquale Stigliani.

Il petrolio è una risorsa limitata. Tra qualche anno terminerà anche lo sfruttamento del giacimento in Basilicata che non è più considerato strategico dal Governo nazionale. L’innovazione tecnologica ha rivoluzionato le forme di utilizzo dell’energia spostando i consumi anche dei trasporti sul vettore elettrico, soddisfatto dalle fonti rinnovabili.

Lo scenario terminale dell’impiego degli idrocarburi e i danni che comporta il suo sfruttamento impongono al più presto l’apertura di un confronto al fine di decidere quale sarà la strada da intraprendere per andare oltre al petrolio. È necessario – continua Stigliani – attivare al più presto un programma d’uscita che diventi un’opportunità per creare nuovi posti di lavoro. È necessario investire sul territorio e sull’unicità dei luoghi presenti con il protagonismo di settori fondamentali per la creazione di sviluppo locale come l’agroalimentare e il turismo e cogliendo questo grande momento visibilità che offre Matera Capitale della Cultura europea.

La raccolta firme – conclude Stigliani – proseguirà fino al XIV anniversario della protesta contro il deposito di scorie nucleari che si svolgerà anche questo anno a Scanzano tra il 13 e 27 novembre. Nell’occasione, rivolgeremo ai rappresentanti politici la volontà delle migliaia di firme raccolte con una proposta sia di chiusura delle attività estrattive degli idrocarburi in Basilicata che hanno generato uno “sviluppo distorto del territorio” che per favorire lo sviluppo sostenibile del territorio.

 

Scanzano Jonico (Matera), 8 agosto 2017

Associazione ScanZiamo le Scorie

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“L’Italia è al 52° posto nella libertà di stampa”. Ma libertà per chi?

10.08.2017 PresidioEuropa No TAV

“L’Italia è al 52° posto nella libertà di stampa”. Ma libertà per chi?
(Foto di Contropiano)

Libertà per la gente di comprare un giornale in edicola?

Libertà per le imprese di fare pubblicità sui giornali?

Libertà per … di comprare il silenzio, la disinformazione, la manipolazione?

Chi sono i beneficiari di questa libertà illegale? Normalmente dovrebbero essere i giornalisti a scovarli!

Per dare una mano alle future inchieste giornalistiche, in Valle Susa cittadine e cittadini vigilanti scavano negli archivi dell’ANAC – Autorità Nazionale Anti Corruzione e invece di estrarre smarrino dalla montagna, come fa TELT, estraggono dal sito ANAC bandi di gara e aggiudicazioni che analizzano con attenzione.

Ecco l’ultima sorprendente scoperta, per la quale sono attese precisazioni dagli enti appaltante e appaltatore

Siamo di fronte ad una non gara. Gara n. 37258815 lanciata da LTF, oggi si chiama TELT  (P.I. IT08332340010) per Servizi fotografici nel periodo 2017-2019, procedura negoziata senza previa indizione di gara, importo in economia € 100.000,00, data scadenza offerta 4 luglio 2017. Gara aggiudicata il 4 luglio 2017, ribasso di aggiudicazione 0%, a: Agenzia ANSA (P.I. IT00876481003)

Poniamo alcune domande che ci paiono lecite

Perché TELT, la società che dovrà scavare la galleria di 57 km della Torino-Lione, incarica l’ANSA, un’agenzia di giornalisti, di fare dei servizi fotografici nei suoi cantieri?

TELT non avrebbe fatto meglio a incaricare un’agenzia di bravi fotografi?

Perché da tempo TELT (e prima LTF), una società “pubblica franco-italiana” che ha un solo scopo (fare un tunnel) e un solo articolo nel suo catalogo (fare un tunnel) sente la necessità di farsi pubblicità a spese dei cittadini per conquistare una buona reputazione e creare consenso popolare intorno al suo operato, utilizzando i servizi di agenzie di comunicazione (ad esempio Mailander) e di agenzie di stampa (ad esempio ANSA)?

TELT vuole farsi aiutare da queste aziende, con argomenti immaginari e fuorvianti, a contrastare la Pausa della Francia verso la Torino-Lione

Oppure TELT ha maturato l’esigenza di disporre di un fotografo alle dipendenze dell’agenzia giornalistica ANSA, in modo tale da poter diffondere foto-notizie autenticate dal marchio ANSA ?

TELT teme forse le foto-verità dei tanti fotografi indipendenti attivi nel movimento No TAV?

E l’ANSA, allo scopo di non essere sospettata di conflitto di interessi, non avrebbe fatto meglio a non partecipare a questa non gara anche alla luce della sua missione storica: dare all’Italia un’agenzia giornalistica non controllata dal governo e neppure da gruppi privati?

Aspettiamo le risposte di TELT e dell’ANSA.

 

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Siria: i civili assediati a Raqqa sono privi di assistenza medica salva-vita

09.08.2017 Medecins sans Frontieres

Siria: i civili assediati a Raqqa sono privi di assistenza medica salva-vita
(Foto di MSF Mexico)

Siria: Civili assediati a Raqqa privi di assistenza medica urgente

In Siria, i civili malati e feriti che si trovano nella città di Raqqa hanno gravi difficoltà di accesso all’assistenza medica salva-vita e nonostante i combattimenti estremamente violenti, non è stato preso alcun provvedimento per far evacuare i civili. Lo denuncia Medici Senza Frontiere, che fornisce supporto alle strutture sanitarie di Kobane e Tal Abyad, a due ore e mezza dal fronte, dove però solo pochi feriti sono riusciti ad arrivare.

I pazienti ci segnalano che un gran numero di malati e feriti è intrappolato nella città di Raqqa, con limitato se non inesistente accesso alle cure mediche e con scarse possibilità di fuga dalla città“, afferma Vanessa Cramond, coordinatore medico di MSF per la Turchia e la Siria settentrionale. “Il 29 luglio, nel giro di poche ore, la nostra équipe ha curato quattro persone, tra cui un bambino di cinque anni, che presentavano ferite da arma da fuoco subite mentre fuggivano dalla città. Siamo estremamente preoccupati per la vita di chi non può scappare“.

I pochi pazienti riusciti a fuggire da Raqqa, che MSF ha curato, confermano che l’unico modo per lasciare la città è clandestinamente, il che comporta pericolosi ritardi nell’accesso all’assistenza medica urgente.

Alcuni dei nostri pazienti sono rimasti intrappolati dietro le prime linee per giorni o anche settimane“, dice Cramond di MSF. “Quando sono fortunati, avevano già ricevuto assistenza medica di base all’interno della città, ma quando finalmente arrivano nei nostri ospedali, le loro ferite sono spesso gravemente infette e raramente è possibile salvare gli arti. Al contrario, i pazienti con emergenze mediche acute o lesioni traumatiche in arrivo dai villaggi intorno alla città di Raqqa attraversano le prime linee in maniera relativamente rapida“.

Nella città di Raqqa, se non si muore per gli attacchi aerei, si muore per un colpo di mortaio; se non si muore per un colpo di mortaio, si muore colpiti dai cecchini; se non sono i cecchini, allora è un esplosivo. Anche qualora si riuscisse a sopravvivere, sopraggiunge la fame e la sete per mancanza di cibo, acqua, elettricità“, racconta un paziente di 41 anni con ferite da schegge al torace, fuggito da Raqqa dopo aver perso sette familiari.

Dal mese di giugno, le équipe mediche di MSF in Siria nordorientale hanno trattato oltre 415 pazienti provenienti dalla città di Raqqa e dai villaggi circostanti. La maggior parte dei pazienti sono civili che presentano lesioni provocate da dispositivi esplosivi improvvisati (IED), mine terrestri, ordigni inesplosi, schegge e ferite da arma da fuoco. Nel governatorato di Raqqa, molte persone stanno ritornando nelle loro case, ma città e villaggi sono disseminati di residui bellici esplosivi.

In questi villaggi ci sono molti dispositivi esplosivi residui che impediscono alle persone di tornare alla vita normale“, afferma Cramond. “Ad esempio, a Hazima, a nord di Raqqa, le nostre équipe hanno riavviato alcuni servizi medici in una scuola locale questa settimana, ma sono stati costretti a fermarsi dopo aver rilevato che l’edificio era contaminato da mine e trappole esplosive”.

MSF è una delle poche organizzazioni mediche che rispondono alle necessità urgenti della popolazione del governatorato di Raqqa e in Siria nordorientale. MSF, in collaborazione con le autorità sanitarie locali, gestisce otto ambulanze vicino alle prime linee con punti di raccolta a nord, est e ovest della città di Raqqa. Inoltre, fornisce supporto a una postazione medica avanzata fuori dalla città di Raqqa, dove i pazienti sono stabilizzati prima di essere trasportati negli ospedali di Tal Abyad o Kobane, ad oltre 100 km di distanza. Le équipe di MSF gestiscono anche una clinica nel campo di Ain Issa e lavorano in diverse aree della Siria nordorientale, che fino a poco tempo fa erano controllate dello Stato Islamico.

MSF invita tutte le parti in guerra e i loro alleati a garantire la protezione dei civili e a consentire l’accesso all’assistenza medica e l’evacuazione dei feriti. Ribadiamo l’importanza di facilitare l’accesso delle organizzazioni internazionali in Siria nordorientale per lo sminamento, in modo che possano svolgere le proprie attività e far sì che i residenti possano tornare in sicurezza alle loro case e che le organizzazioni di aiuto possano fornire l’assistenza umanitaria necessaria.

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Junior Nzita, ex bambino soldato: sconfiggere il male con il bene

07.08.2017 – Pressenza Berlino Johanna Heuveling

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese, Spagnolo, Tedesco, Greco

Junior Nzita, ex bambino soldato: sconfiggere il male con il bene

La fondazione “Die Schwelle” di Brema, in Germania, ha insignito Junior Nzita con il Premio della Pace di Brema. Nzita è un ex bambino soldato della Repubblica Democratica del Congo (DRC) e oggi è un ambasciatore onorario dell’ONU che si occupa di bambini soldato. È stato proposto per il Premio della Pace dalla branca tedesca del Movimento Internazionale della Riconciliazione (MIR). Il Premio esiste dal 2003 e ammonta a 5000 Euro.

Junior Nzita fu rapito all’età di dodici anni, insieme ad altri compagni di classe della sua scuola, e fu costretto dai gruppi ribelli a partecipare alle guerre civili del suo paese come bambino soldato. Da allora, è ancora tremendamente traumatizzato e soffre di gravi disturbi del sonno. “Nonostante le infinite esperienze dolorose, Junior riesce a trovare la forza per dare speranza agli altri e a lottare per affrontare la questione con impegno e coraggio”, dice Samya Korff della direzione del MIR. Sotto mandato di un programma delle Nazioni Unite, Junior è stato smobilitato nel 2006. Nel 2010 ha fondato l’organizzazione “Paix pour l’enfance” (Pace per l’Infanzia) a Kinshasa, capitale della DRC, allo scopo di far integrare i bambini, diventati orfani a causa della lotta armata, in nuove famiglie e a offrire loro un’istruzione scolastica e una prospettiva futura. Oggi si impegna come ambasciatore onorario delle Nazioni Unite per abolire in tutto il mondo il reclutamento dei bambini soldato. A causa di queste attività, ha dovuto lasciare il suo paese nel 2015 e fare richiesta d’asilo.

In una serie di conferenze attraverso la Germania, Junior Nzita è stato invitato in molte scuole e comunità ecclesiali. “È stato affascinante vedere come Junior abbia intrapreso un dialogo con i giovani e li abbia sensibilizzati sulle conseguenze dell’esportazione di armi e delle guerre”, afferma Samya Korff. “Ecco perché siamo molto contenti di questo premio.”

Ecco un’intervista che abbiamo fatto con Junior Nzita.

Pressenza: Cosa significa questo premio per lei?

Junior Nzita: Per me, questo premio significa che il messaggio che cerco di trasmettere sulle atrocità contro i diritti dei minori in generale e, soprattutto, sul loro reclutamento nell’esercito e nei gruppi armati, viene ascoltato. È un grande onore per me e per i partner che mi sostengono. Per il tipo di lavoro che sto facendo, questo premio vale anche come un grande apprezzamento e mi incoraggia ad andare oltre e a fare ancora meglio. La mia infanzia è stata rubata e ho trascorso tutta la mia gioventù a impedire che ciò che era accaduto a me potesse accadere ad altri e a fare in modo che la pace avesse il sopravvento.

P.: È stato costretto a fare il soldato dall’età di dodici anni fino ai ventidue. Che cosa rimane nella sua anima di quel periodo e come è riuscito a riconciliarsi con ciò che le è successo?

J.: Sono stato rapito e costretto all’età di dodici anni a entrare nell’esercito. Ho vissuto dieci anni di martirio e ciò che rimane nella mia mente è il trauma del pessimo trattamento che ho subito. Molto presto, mi hanno sottratto ai miei insegnanti e alla mia famiglia per insegnarmi a distruggere la società. All’età di dodici anni, imparai a sparare, a rubare, a uccidere, a distruggere pozzi, ospedali, scuole e persino la natura… Per riconciliarmi con tutte queste atrocità, avevo due possibilità. La prima: continuare a vivere da vittima, il che avrebbe voluto dire cercare la vendetta con le armi, fare uso di droghe o commettere il suicidio, come hanno fatto molti dei miei ex compagni dell’esercito. La seconda possibilità era, nonostante tutte le atrocità che avevo commesso con le armi che ci fornivano, quella di perdonarmi e rendermi conto che eravamo solo bambini, costretti da assassini adulti e spietati. E per continuare a sperare in un futuro migliore per il mondo, dove non esistano i bambini soldato.

Ciò che arde nel mio cuore è la lezione che la vita mi ha insegnato: l’essere umano non è altro che un animale quando non raggiunge i suoi ambiziosi obiettivi. A causa di quest’incapacità, arriva a un punto in cui non considera gli altri uguali a sé stesso. Una delle conseguenze di tutto questo è che utilizzerà i bambini come carne da cannone per realizzare le sue ambizioni fallite.

P.: Lei si impegna molto per evitare che altri bambini abbiano lo stesso destino. Cosa pensa che le Nazioni Unite, la Germania o altri attori esterni possano fare per impedire l’utilizzo dei bambini come soldati? O quali misure efficaci sono già state applicate?

J.: La nostra smobilitazione non è stata facile. L’intervento delle Nazioni Unite, dell’Unione Europea, della società civile e della comunità internazionale era necessario perché il nostro governo accettasse di smobilitarci e di farci uscire dall’esercito. La Germania è stato uno dei paesi che ha finanziato il processo di smobilitazione e risocializzazione. Attualmente, le Nazioni Unite hanno lanciato un piano d’azione per porre fine all’abuso dei bambini soldato. Molti paesi hanno sottoscritto questo piano, ma resta ancora molto da fare, perché i paesi non dovrebbero solo ratificare gli accordi, ma anche rispettarli. Ciò significa creare una buona atmosfera diplomatica, economica e sociale e rispettare la democrazia, al fine di prevenire un colpo di stato o una rivolta. Le Nazioni Unite e la Germania devono sostenere ulteriormente la formazione e il potenziamento della democrazia. Devono sviluppare dei meccanismi per impedire la vendita di armi ai paesi del Terzo Mondo, dove i bambini vengono utilizzati come carne da cannone.

Possono contribuire anche a evitare che i bambini diventino vittime del reclutamento, esercitando pressioni sui decisori politici, sui paesi industrializzati e sui capi di alcune multinazionali, che sono in qualche modo coinvolti nel finanziamento delle guerre – guerre che, in modi diversi, facilitano la deprivazione organizzata di risorse dei paesi sottosviluppati. In particolare, voglio menzionare le seguenti opzioni: il divieto dell’acquisto di metalli provenienti da paesi in guerra; la pressione sui decisori politici e sulla società civile per creare un sistema governativo in cui la popolazione partecipi a decisioni importanti, come le modalità di distribuzione delle risorse, per migliorare il loro benessere; tutte le autorità e le persone coinvolte nel reclutamento di bambini in gruppi armati devono essere giudicate dalla Corte Penale Internazionale.

P.: Come è la situazione oggi nella DRC?

J.: C’è una crisi politica e le tensioni crescono giorno dopo giorno a causa dell’inosservanza delle procedure elettorali. In questa situazione, si formano numerosi gruppi armati. Purtroppo, sono i bambini e le donne a pagarne il prezzo. I bambini perché vengono rapiti e le donne perché vengono violentate.

La situazione oggi nella DRC è paragonabile a un uomo che si avventura nel Nulla…come un treno che va in una direzione e, improvvisamente, i responsabili del mantenimento delle rotaie decidono di rimuovere resto del binario, proprio mentre il treno sta accelerando. Immaginate le conseguenze!

P.: Da dove prende la sua forza?

J.: Ancora oggi, vedo davanti a me il Junior di dodici anni che è stato rapito, perché ci sono ancora bambini soldato. Quando sono stato rapito, c’era un compagno che, prima di morire, mi chiese di prendersi cura di suo figlio. Tutto ciò mi ha dato forza e coraggio per costruire l’ONG “Paix pour l’enfance”, che si occupa dell’istruzione e della tutela di 140 bambini. Il mio lavoro e il sostegno dei bambini mi consentono di voler bene al dodicenne Junior e di proteggerlo dai disastri della guerra che ha vissuto.

È la “dittatura” dell’amore che mi comanda di sconfiggere il male col bene e di non stancarmi mai di piantare i semi dell’amore nel cuore dei miei simili, che il destino porta sul mio cammino, perché possano trovare i frutti dell’amore dentro loro stessi e distribuirli agli altri.

Traduzione dall’inglese di Simona Trapani

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Emergency: un atto di guerra contro i migranti

07.08.2017 Emergency

Emergency: un atto di guerra contro i migranti
(Foto di Emergency)

La decisione del Governo italiano di inviare navi militari in Libia è un atto di guerra contro i migranti

Il codice di condotta per le ONG che operano nel Mediterraneo mette a rischio la vita di migliaia di persone e costituisce un attacco senza precedenti ai principi che ispirano il lavoro delle organizzazioni umanitarie.

Emergency è impegnata da anni nell’assistenza a migranti, profughi e sfollati in paesi in guerra come in Italia; pur non essendo attualmente coinvolta in operazioni di ricerca e salvataggio in mare, Emergency ritiene inaccettabile il codice di condotta imposto dal Governo Italiano alle organizzazioni umanitarie impegnate nelle azioni di ricerca e salvataggio (SAR).

In particolare, la richiesta di consentire l’accesso a bordo di personale militare, presumibilmente armato, è di fatto un’aperta violazione dei principi umanitari che sono il pilastro delle azioni delle ONG in tutto il mondo.

Tale concessione rischia di creare un pericoloso precedente che potrebbe essere mutuato in altre realtà dove da anni siamo riusciti a far accettare il principio per cui le nostre strutture di ricovero e cura sono aperte a tutti coloro che hanno bisogno di assistenza, e dove nessuna persona armata può avere accesso. Ciò non ha mai impedito a governi e istituzioni di vigilare sulla correttezza e sulla trasparenza del nostro operato.

Questo codice di condotta è la foglia di fico di un’Europa che continua a dimostrarsi indisponibile, ancora prima che incapace, a gestire questa crisi con responsabilità e umanità. Lo stesso coinvolgimento delle ONG nelle attività di ricerca e salvataggio in mare si è reso necessario principalmente per colmare una lacuna dei Governi europei, che hanno la responsabilità primaria di queste operazioni.

L’unica risposta sembra essere, ancora una volta, quella militare, sia nel Mediterraneo che nei Paesi di origine e transito. Sempre più spesso i fondi italiani ed europei destinati a progetti di sviluppo vengono deviati verso il potenziamento dei sistemi di sicurezza e degli apparati militari di paesi africani per arginare i flussi migratori. Inoltre, per blindare le proprie frontiere, l’Europa non esita a chiudere gli occhi davanti a gravissime violazioni dei diritti umani, in Libia e non solo.
L’invio di navi militari in Libia, approvato oggi dal nostro Parlamento, è l’evidente negazione dei diritti umani fondamentali di chi scappa dalle guerre e dalla povertà. Migliaia di persone verranno respinte in un paese instabile e saranno esposte a nuovi crimini e violenze, senza alcuna tutela.

Solo con un massiccio impegno in politiche di promozione della pace, di cooperazione e di sviluppo si affronteranno le vere cause delle migrazioni. Solo aprendo canali di accesso legali e sicuri per chi cerca rifugio nel nostro continente si garantirà il rispetto dei diritti contrastando la piaga del traffico di esseri umani. Solo proseguendo con le politiche di accoglienza e integrazione che il Governo italiano ha avviato in questi anni, seppur senza un reale sostegno dell’Unione Europea, si potrà assicurare la gestione dei flussi migratori in maniera lungimirante e sostenibile.

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Suicidi d’estate

 

06.08.2017 Carmelo Musumeci

Suicidi d’estate
(Foto di Toni Blay via Flickr.com)

La notizia dell’’ennesimo suicidio in carcere mi ha fatto pensare che l’’Assassino dei Sogni (il carcere, come lo chiamo io) convince a togliersi la vita più d’’estate che d’’inverno. Che amarezza però che quasi nessuno ne parli e dica che la sofferenza che c’’è in un carcere non si trova in nessun altro luogo, neppure nelle corsie di un ospedale. I suicidi dall’’inizio di quest’’anno sono arrivati a 32, per un totale di 68 morti.

Per sensibilizzare l’’opinione pubblica ho pensato di dare voce a qualche detenuto che s’è tolto la vita (che altro posso fare?) raccontando la storia di Melo, un prigioniero che ho conosciuto molto bene.

Melo attaccò lentamente la cintola dell’’accappatoio alle sbarre della finestra.

La osservò con attenzione.

E pensò che in fondo la sua non era stata una brutta vita.

Aveva sempre vissuto come aveva potuto. E non certo come avrebbe voluto, ma non aveva mai smesso di amare l’’umanità, anche quando questa l’’aveva maledetto e condannato a essere cattivo e colpevole per sempre.

Ricordò che i filosofi non consideravano la scelta di suicidarsi un crimine o un peccato, ma solo un modo di abbandonare la scena quando la vita diventava inutile.

E la sua vita, oltre che inutile, ora era diventata anche insopportabile.

Si augurò di non svegliarsi mai più.

Né in paradiso né all’inferno.

Ne aveva già abbastanza di questo mondo.

E anche dell’’altro, dove presto sarebbe andato.

Melo non temeva la morte.

Era già da tanto tempo che l’’aspettava.

E lei, per fargli dispetto e per continuare a lasciarlo in prigione, ritardava a venire.

Ora però sarebbe stato lui ad andare da lei.

Ogni prigioniero resiste a stare in carcere fino a un certo punto, che varia secondo la storia di ognuno.

Poi per alcuni, ad un certo momento, non rimane altro che impiccarsi alle sbarre della finestra della propria cella.

Melo aveva già superato questo limite da molti anni, ma non aveva ancora avuto il coraggio di togliersi la vita in quel modo. Troppi ne aveva visti di prigionieri appesi alle sbarre.

Era terrorizzato di fare quella fine.

Una volta aveva tentato di salvarne uno, senza riuscirci, tenendolo per i piedi.

Avrebbe preferito scappare dall’’Assassino dei Sogni con una morte dolce, ma non poteva certo andare in Svizzera per chiedere l’eutanasia.

Melo camminò un po’ per la cella, avanti e indietro.

Poi si sdraiò sulla branda.

Fissò il soffitto macchiato di umidità, per una diecina di minuti.

Si scrollò gli ultimi dubbi di dosso e non ci volle pensare più.

Si guardò intorno, quasi per paura che qualcuno lo potesse vedere e impedirgli di fuggire per sempre dall’’Assassino dei Sogni.

Tentò un debole sorriso a se stesso.

Si tolse la malinconia con una scrollata di spalle.

In tutti questi anni ci aveva pensato anche troppo.

Montò sullo sgabello.

E lo fece cadere.

Subito dopo ebbe la sensazione di annegare.

Sentì il cuore addormentarsi.

Fissò le sbarre della finestra.

E si consolò pensando che era l’’ultima volta che le vedeva.

Provò la sensazione che le pareti della cella si stessero stringendo verso di lui.

Poi venne il buio.

Ed era così denso che sembrava gli sorridesse.

La morte e la libertà erano così vicine che sarebbe bastato allungare la mano per toccarle.

E lo fece.

Prima toccò la morte.

Poi abbracciò la libertà.

Pensò che finalmente ce l’’aveva fatta.

Era finalmente libero.

Cadde nel torpore.

Smise di respirare.

E dopo trentatré anni di carcere Melo fu finalmente libero.

Uscì per sempre dalla sua vita.

E si addormentò, come sanno fare solo i morti.

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Usa, il Ministero della Giustizia taglia i fondi a quattro città per le politiche sull’immigrazione

05.08.2017 Democracy Now!

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese

Usa, il Ministero della Giustizia taglia i fondi a quattro città per le politiche sull’immigrazione
(Foto di Democracy Now!)

Giovedì il Ministro della Giustizia Jeff Sessions ha annunciato il taglio dei fondi federali a quattro città accusate di non aver consegnato alle autorità federali degli immigrati incarcerati.

La decisione taglia i finanziamenti per un programma di lotta al traffico di droga e alla violenza delle gang alle città di Baltimora (Maryland), Albuquerque, (New Mexico), San Bernardino e Stockton (California). La mossa di Sessions segue una serie di iniziative prese dall’amministrazione Trump contro le “città rifugio”, che limitano la collaborazione con l’ufficio immigrazione.

Categorie: Nord America, Politica
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