Annunciata la seconda Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza del 2019

 

01.12.2017 Rafael de la Rubia

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo, Catalano

Annunciata la seconda Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza del 2019

Segue dalla prima parte

La tavola rotonda Democrazia partecipativa, tecnologia e intelligenza collettiva è stata moderata dall’ingegnere di sistemi Carlos Rossiquel (i), che ha discusso i livelli possibili e desiderabili di democrazia per il XXI secolo dal punto di vista della teoria dell’informazione e ha affermato, tra le altre cose, che “Se approfondiamo questo tema è perché, se la violenza è l’imposizione di un essere umano nei confronti di un altro, la pace e la nonviolenza dipenderanno da quello che creeremo verso la democrazia reale e l’intelligenza collettiva.” Sergio Pascual (ii) (deputato di Podemos) è intervenuto sul controverso tema della plurinazionalità e ha prospettato il problema di chi è il soggetto della decisione o demos.

Carlos Salgado (Demokratian) (iii) ha sviluppato questioni metodologiche circa le liste aperte e circa il voto on-line e ha commentato la sua esperienza di sviluppo del software utilizzato per il voto elettronico. Ana Gonzales Ledesma (iv), Dottoressa in linguistica computazionale, ha introdotto il concetto di meta-organizzazione dalla tecno-utopia. Luis Bodoque (MSGeSV-Canarie) (v) ha invece incentrato la sua presentazione sul consenso, considerandolo come unica via verso l’intelligenza collettiva.

La Conferenza Cultura della Pace e della Nonviolenza a partire dal femminismo pacifista è stata presentata da Carmen Magallon (vi), presidente di WILPF-Spagna (vii), che ha commentato: “Per costruire una cultura di pace è urgente considerare i conflitti da un altro punto di vista. Il femminismo pacifista lavora da più di cento anni per il disarmo, per i diritti umani e per la partecipazione delle donne nei processi di pace perché, sebbene non tutte le donne siano pacifiste, le donne sono  maggioranza all’interno dei gruppi che si oppongono alla violenza. La WILPF (Women International League for Peace and Freedom) Spagna sostiene la realizzazione della Serconda Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza ed è consapevole della necessità di sensibilizzare la popolazione sul pericolo di una guerra nucleare. Solo così i governi si vedranno spinti a firmare il Trattato per la proibizione delle armi nucleari approvato recentemente.

Nella tavola rotonda Cultura al servizio della Nonviolenza, moderata da Martine Sicard, sono intervenute cinque persone provenienti da differenti luoghi e professioni. Il clown professionista Pasquale Marino, attore e pedagogo di CIA Bergamotto (viii), ha illustrato, con l’ausilio di immagini, la sua esperienza a Zaatari (Giordania), il secondo campo di rifugiati più grande del mondo, che ospita 100.000 persone e in Bolivia. Ha sottolineato il valore di un sorriso in contesti di estrema violenza.

Uno dei creatori e promotori del Festival di Cinema della Nonviolenza attiva (FICNOVA) (ix), Pablo Martinez, ha presentato al pubblico questo festival policentrico, fondato sull’autogestione e il volontariato, completamente gratuito e che viene realizzato ogni due anni, dato che la prossima edizione si terrà il 2 ottobre del 2018.

Moises Mato (x), attore e direttore del Teatro de la Escucha(xi), studia il teatro sociale da 24 anni e ha condiviso il suo progetto attuale, che ha lo scopo di far crescere la nonviolenza tra i giovani. “Quello che inizia in una sala prove terminerà in tentativi di trasformazione reale.” Jana Traboulsi (xii), professoressa e artista grafica libanese la cui vita è stata segnata dalla brutalità della guerra, ha esposto i suoi dubbi e le sue esperienze circa la funzione dell’arte in questi contesti. Si chiedeva “L’arte deve limitarsi ad abbellire la guerra, o può diventare uno strumento di resistenza frontale?” Jean-Pierre Borou (xiii), coeditore di Indigene Editions (xiv), che ha pubblicato il famoso saggio di Stephane Hessel “Indignez-vous” (Indignatevi, edito in italiano da ADD, N.d.T), ha raccontato come la sua storia personale lo abbia portato da una militanza radicata a convertirsi in editore impegnato per la nonviolenza, rivendicando inoltre come autore il ruolo della stessa nel suo libro Il valore della Nonviolenza.

Altre immagini nell’ Album  di René Gómez

Montserrat Prieto ha parlato della campagna “Nonviolencia versus No-violencia” (xv), che sta portando avanti Mondo senza Guerre e senza Violenza. Questa azione, iniziata in spagnolo, ora si sta diffondendo anche in altre lingue con lo scopo di dare identità e significato al concetto di nonviolenza che ancora non esiste in spagnolo, né in molte altre lingue. Esiste però in inglese, russo, ceco o hindi. L’obiettivo di questa campagna è promuovere il concetto di nonviolenza, scrivendo la parola tutta intera senza spaziature o trattini, invitando a usarla specialmente nei mezzi di comunicazione e in internet e proponendola anche agli autori più famosi. In questo modo, una volta che l’uso si sarà generalizzato, potrà esserne richiesto il riconoscimento dalle diverse Accademie linguistiche.

Nella relazione “La necessaria rifondazione delle Nazioni Unite”, Federico Mayor Zaragoza (xvi), ex direttore dell’Unesco e Presidente della Fondazione Cultura e Pace (xvii), ha affermato che “uno dei grandi obiettivi di questa Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza deve essere la Rifondazione delle Nazioni Unite. Questa proposta non è improvvisata, ma sostenuta da un ampio studio. Vogliamo un’Assemblea Generale che risponda e rispetti la prima frase della Carta delle Nazioni Unite: “Noi popoli delle Nazioni Unite decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra…”  e che abbia il 50% di rappresentanze degli stati e il 50% di rappresentanti della società civile. Propongo inoltre che al Consiglio di Sicurezza si aggiunga un Consiglio di Sicurezza Ambientale  e un Consiglio di Sicurezza Socio-economica.”

Nella relazione “Disarmo e sicurezza” Julio Rodriguez (xviii), ex capo di Stato Maggiore dell’Esercito spagnolo, ha affermato: “Quello che vorrei è trasmettere il messaggio, che è sempre associato al mondo militare, che questa è una professione in cui ti alleni e devi essere pronto a usare la massima espressione di violenza, ma l’obiettivo finale da raggiungere è quello di non usarla mai. Sono stato accusato molte volte di un certo antimilitarismo perché sono contrario alla supremazia militare sulle questioni civili, che è incostituzionale. Ecco perché mi definisco un antimilitarista, per combattere contro quel militarismo usato da civili e militari per fare politica. E quella sarebbe l’ultima risorsa, l’ultima risorsa da usare quando tutto il resto ha fallito. Quando la politica ha fallito … “

La tavola rotonda “La terra, casa di tutti. Sfruttamento delle risorse e riscaldamento globale” ha visto la partecipazione del deputato di Podemos (xix) Pedro Arrojo (xx), di Berta Iglesias di Ecologisti in Azione (xxi) e di Tiziana Volta di  Mondo senza Guerre e senza Violenza Italia (xxii). Pedro Arrojo ha commentato: “In preparazione della Seconda Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza consiglio di inserire nel dibattito il tema della giustizia ambientale… oggi non si può pensare a un mondo in pace senza pensare alla sostenibilità ambientale, senza la sostenibilità presente e futura della vita sul pianeta…” Berta Iglesias ha sottolineato “l’urgenza del tema. Si inizia a riconoscere che il problema della crisi ambientale esiste, ma non si prendono sufficienti misure rispetto alle richieste dell’ecologismo sociale. Tiziana Volta ha voluto condividere la sua testimonianza: “Ciò che è successo dopo la Prima Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza in Italia in provincia di Brescia è molto particolare: qui c’è la base militare di Ghedi della NATO, con 20 bombe nucleari. Il progetto che è stato creato si chiama Biodiversità Nonviolenta e sensibilizza la popolazione e in particolare le nuove generazioni appoggiandosi agli alberi sopravvissuti di Hiroshima e Nagasaki (ginko e kaki).

Nel documento “Presentazione della Second Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza” Rafael de la Rubia di Mondo senza Guerre e senza Violenza(xiii) ha ripercorso gli anni successivi alla Prima Marcia Mondiale (xxiv), nei quali si cercò di capire se organizzare o meno la seconda. Ha commentato: “Si è concluso che era necessario, importante e persino urgente data la deriva degli eventi internazionali. Ciò che non era del tutto chiaro era se la seconda MM avrebbe avuto le condizioni per essere all’altezza di quanto ottenuto con la prima. Pertanto, in questi ultimi due anni, abbiamo realizzato alcune esperienze che dimostrano che è possibile e anche che possiamo avere un supporto ancora maggiore di quello ottenuto nella prima MM. Ciò ha fatto pendere la bilancia a favore della realizzazione della Seconda MM introducendo i seguenti aggiustamenti: a) Sarà una marcia che inizierà e finirà nella stessa città. Si farà il giro completo del pianeta. b) Si suggerisce che sia ripetuta ogni 5 anni, quindi ora si stanno organizzando le marce del 2019 e 2024. c) Nelle edizioni successive, si proporranno le città che saranno l’inizio e la fine della Marcia e due anni prima verrà deciso dove inizierà. d) I messaggi saranno ampliati al di là dei temi delle armi nucleari e delle guerre. Questi messaggi, pur toccando i problemi centrali dell’umanità, saranno sempre propositivi; e) La Marcia sarà anche un percorso in cui cercare il rinnovamento sociale e personale. Ognuno prenderà gli aspetti che più sente vicini.

Seminari

Sabato 18 (ottobre) sono stati realizzati quattro seminari presso il Centro Culturale El Pozo, nel quartiere di Vallecas. “Sensibilità nella cultura della nonviolenza” è stata tenuto da Consuelo Fernández e Angélica Soler. Diretto principalmente ai professionisti dell’educazione, ha avuto una dinamica eminentemente giocosa, lavorando sull’affettività ed esplorando diversi aspetti delle emozioni. Nell’interscambio è risultato evidente l’interesse e per alcuni la novità di usare i “giochi” come strumento per sviluppare emozioni.

Luis Bodoque, mediatore sociale, ha coordinato i due seminari “Introduzione al consenso. Facilitazione delle assemblee“e “Metodo empatico di risoluzione dei conflitti“, approfondendo la comprensione del concetto di consenso e di come gestire le relazioni in modo che non portino a conflitti, il tutto con un linguaggio chiaro e una messa in scena molto dinamica e divertente. Si è vista la necessità di continuare a sviluppare una cultura basata sul dialogo, sull’ascolto reciproco e sulla complementarità delle idee.

Le giornate si sono concluse con il seminario “Come creare le condizioni per la Seconda Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza“, coordinato da Rafael de la Rubia e rivolto a qualsiasi persona o gruppo interessato a farsi coinvolgere in azioni e/o funzioni concrete durante la Seconda MM, che girerà il mondo tra il 2 ottobre 2019 e l’8 marzo 2020. Si è trattato di un seminario teorico/pratico volto a promuovere l’attuazione di azioni esemplari. Sono state esaminate azioni già svolte caratterizzate dagli effetti che hanno prodotto: dimostrazioni, azioni che possono essere ripetute su più scale, azioni su un’altra scala e azioni virali. Sono stati anche esaminati i diversi tipi possibili di marce, il percorso principale e le marce convergenti e regionali e l’importanza di tenere seminari, forum, consultazioni cittadine, simboli umani della pace e della nonviolenza, formazione all’attivismo sociale e creazione di reti. L’accento è stato posto sulla partecipazione delle università, dei comuni e della rete di parlamentari. L’interesse è creare le migliori condizioni per il lancio della Seconda MM nel 2018.

Sono stati organizzati gruppi di lavoro su quali azioni potevano essere immaginate  e realizzate da ciascuno dei partecipanti della Seconda Marcia Mondiale, proiettando su un’altra scala ciò che stavano già facendo in campo sociale.

Davanti alle domande sul programma della Seconda MM,  è stato proposto il seguente calendario:

Nel 2018 i Comitati Promotori (CP) della Seconda MM saranno organizzati per città sulla base di precise iniziative. Nel caso ci siano diverse città, queste si organizzeranno a livello nazionale. Questi CP nasceranno da azioni e progetti che verranno proposti dalla società. Ognuno si occuperà delle proprie proposte. Si spera che, come nella Prima MM, collaborino migliaia di organizzazioni e gruppi che facciano propria la MM. Nel luglio del 2018, con le informazioni che saranno arrivate, tutte le iniziative verranno riunite. Nell’ottobre dello stesso anno, a Madrid, verrà lanciata a livello globale la Seconda MM, avendo già definito il percorso principale e quelli convergenti, il calendario e i suoi elementi centrali.

Dal suo lancio nel 2018 e fino al suo inizio nel 2019, la Marcia verrà lanciata nei vari paesi, possibilmente nei sei mesi precedenti al suo passaggio in quel luogo. All’inizio del 2019 verranno definiti anche i membri dell’ Equipe  Base (EB), che seguiranno il percorso principale. La nostra aspirazione è che i membri dell’EB svolgano attività sul “percorso” e sviluppino anche funzioni “sul campo”.

La Seconda Marcia Mondiale inizierà a Madrid il 2 ottobre 2019, Giornata internazionale della nonviolenza, dieci anni dopo l’inizio della prima. Partirà in direzione dell’Africa, quindi dell’America, dell’Oceania, dell’Asia e dell’Europa, arrivando dopo 159 giorni a Madrid, l’8 marzo 2020, giornata internazionale della donna.

Rafael de la Rubia, membro dell’Equipe di coordinamento mondiale di Mondo senza Guerre e senza Violenza e coordinatore dell’Equipe Base che ha realizzato la prima Marcia Mondiale, ha chiuso il seminario ringraziando “tutti coloro che stanno già collaborando e facendo sì che questa azione guadagni sempre più forza, senso e ispirazione.”

 

[i] Blog http://crossique.net/

[ii] https://es.wikipedia.org/wiki/Sergio_Pascual

[iii] Blog http://carlos-salgado.es/

[iv] Blog http://www.analedesma.es/

[v] canal videos http://www.downyoutubemp4.net/channel/UCsog32lIysM-iprtmEpSa4w

[vi] Carmen Magallon https://wilpf.es/team/carmen-magallon/

[vii] WILPF-España https://wilpf.es/

[viii] Bergamotto http://bergamottocompany.com/espa%C3%B1ol/clown%20bergamotto%20show.html

[ix] FICNOVA http://www.festivalcinenoviolencia.org/

[x] Moisés Mato http://salametaforas.com/tag/moises-mato/

[xi] Teatro de la Escucha http://salametaforas.com/centro-de-formacion-del-teatro-de-la-escucha/

[xii] Jana Tramboulsi http://leportajauni.free.fr/pages/auteurs/janatraboulsi.html

[xiii] Jean-Pierre Barou http://www.indigene-editions.fr/fondateurs/jean-pierre-barou-biographie.html

[xiv] http://www.indigene-editions.fr/

[xv] La necesidad de la palabra “noviolencia”

[xvi] Federico Mayor Zaragoza apoya la 2ª Marcha Mundial

[xvii] Fundación Cultura de Paz http://www.fund-culturadepaz.org/

[xviii] Julio Rodriguez https://es.wikipedia.org/wiki/Jos%C3%A9_Julio_Rodr%C3%ADguez

[xix] Podemos https://podemos.info/

[xx] Pedro Arrojo https://es.wikipedia.org/wiki/Pedro_Arrojo

[xxi] Ecologistas en Acción https://www.ecologistasenaccion.org/

[xxii] Mondo senza Guerre e senza violencza https://www.mondosenzaguerre.org/chi-siamo.html

[xxiii] Mundo sin Guerras y sin Violencia http://www.mundosinguerras.org/es

[xxiv] 1ª Marcha Mundial  http://www.theworldmarch.org/

Traduzione dallo spagnolo di Mariapaola Boselli

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Il grande inganno del Reddito di Inclusione

30.11.2017 Partito Umanista

Il grande inganno del Reddito di Inclusione

La soluzione alla povertà è la redistribuzione del reddito con la piena e buona occupazione.

In questi giorni, sta entrando in vigore il tanto pubblicizzato REI (Reddito di Inclusione);  secondo la propaganda pubblicitaria governativa il provvedimento dovrebbe servire a contrastare la povertà, aiutando le famiglie povere a uscire dall’indigenza.
Lo Stato ha stanziato 2 miliardi di euro per il REI che erogherà: da 149 euro, fino a un massimo di  ben 584 euro per famiglie dai 5 componenti in su, al mese; per un massimo di 18 mesi. Non tutte le famiglie povere avranno diritto al REI, ma sarà calcolato con il discutibile  sistema dell’ISEE. In sintesi, si può già vedere senza essere degli esperti, che la cifra stanziata dal governo è irrisoria; ancora più se consideriamo che il REI sostituirà i vecchi metodi denominati SIA (Sostegno per l’inclusione attiva) e ASDI (Assegno di disoccupazione).Il REI, in realtà, è semplicemente un emulazione, in versione brutta copia, per avvicinarsi al famigerato sistema tedesco degli HARTZ, (vedi video https://vimeo.com/121232901). Chi avrà “diritto” al REI sarà costretto, dalla morale neoliberista, a seguire un piano di “inserimento” nel mondo del lavoro a cura degli uffici del Comune di residenza, alla cui organizzazione andrà parte dei 2 miliardi.Il REI non è però un intervento “a pioggia”: per poter ottenere il bonus i soggetti interessati dovranno, infatti, sottoscrivere un progetto personalizzato di attivazione sociale e lavorativa. In pratica, chi otterrà il bonus dovrà impegnarsi in un percorso personale di riqualificazione professionale e reinserimento nel mondo del lavoro. Bisognerà, inoltre, tutelare i minori per il loro diritto allo studio e alla salute.Il REI sarà soggetto a revisioni periodiche; in modo da verificare se il richiedente abbia ancora diritto al beneficio, oppure non stia rispettando il progetto di attivazione sociale. In quest’ultimo caso, perderà il bonus mensile.

E qui sta il grande inganno! Chi entrerà nel programma del REI non potrà rifiutare, per nessun motivo, ciò che i burocrati comunali indicheranno per loro e la loro famiglia: nessun lavoro e nessuna paga, neanche la più misera potrà essere rifiutata, pena il blocco del “contributo mensile”. Conclusione: all’interno di un sistema del lavoro sempre più deregolato, con stipendi livellati verso il basso (deflazione salariale), il REI è un nuovo strumento di controllo e di schiavitù.
La soluzione della povertà non potrà venire da chi ha prodotto negli ultimi 10 anni un aumento esponenziale della quantità degli indigenti, che sono passati dai 1.600.000 del 2006 ai 4.740.000 del 2016 (dati Istat).

Le politiche di austerity hanno impoverito il Paese, prodotto disoccupazione e bassi redditi; a fronte della diminuzione dei servizi pubblici, dell’accesso alla salute, alla scuola alle pensioni, all’assistenza sociale ed alle continue privatizzazioni dei servizi pubblici.

L’unica soluzione percorribile dovrà essere la redistribuzione del reddito, da realizzare tramite la piena e buona occupazione. Inoltre, nel caso, di un sistema di reddito di base universale non vincolato da nessun impegno, da sottrarre tramite tassazione alla rendita finanziaria speculativa.
Se i 2 miliardi annui, cifra comunque ridicola, venissero stanziati per assunzioni stabili da parte dello Stato nel campo della sanità e dell’istruzione, già aumenteremmo la buona occupazione in un circolo virtuoso di sviluppo economico. Per uscire dalla povertà, lo Stato deve riappropriarsi del ruolo che è stato scippato da politici ruffiani e compiacenti al sistema neoliberista. Lo stato deve riappropriarsi del proprio ruolo di coordinatore delle esigenze del Popolo. In conclusione, per eliminare la povertà, non si può prescindere dall’uscita dell’Italia dalla gabbia dei trattati Europei, che impongono regole rigide le quali sono responsabili dell’aumento della povertà, sia in Italia che nel resto dei Paesi Europei.

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Test missilistico della Corea del Nord: provocazione, o piuttosto invito alla ragionevolezza?

29.11.2017 Angelo Baracca

Test missilistico della Corea del Nord: provocazione, o piuttosto invito alla ragionevolezza?
(Foto di KCNA)

Questa mattina la Corea del Nord ha effettuato con successo il 20o test missilistico in quest’anno, dopo due mesi di “inattività”.

 

I fatti

L’agenzia ufficiale KCNA ha affermato che il missile era il più sofisticato rispetto a tutti i test precedenti ed è in grado di trasportare una testata nucleare pesante “super-large”.

Queste affermazioni non sono ancora state verificate dagli esperti, ma gli stessi si aspettavano che Pyongyang dimostrasse che ora ha l’intero territorio degli Usa nel suo raggio d’azione: uno sviluppo che rafforza in modo significativo la sua posizione negoziale nei confronti di Washington.

Da quanto  viene riportato, il missile ha volato per 50 minuti su una traiettoria molto alta, raggiungendo l’altezza di 2.796 miglia (10 volte maggiore dell’orbita della Stazione Spaziale Internazionale della Nasa), cadendo a una distanza di 621 miglia dal lancio ad ovest della costa del Giappone. David Wright, fisico ed esperto missilistico della Union of Concerned Scientists, calcola che su una traiettoria normale anziché così alta, il missile avrebbe una portata di 8.078 miglia (13.000 km), sufficiente a raggiungere Washington, l’Europa e l’Australia.

 

Le implicazioni

I commenti parleranno ovviamente di ennesima provocazione, di escalation inaccettabile. Ci sarà un ulteriore polverone. Vogliamo, per lo meno noi, ragionare con freddezza e raziocinio?

Innanzi tutto ho discusso più volte che la responsabilità dell’escalation nucleare della Corea del Nord ricade in primo luogo sugli Stati Uniti[1]. Questo non certo per “giustificare” che Pyongyang si sia dotata di armamenti nucleari, che sono comunque un delitto contro l’umanità, come verrà sancito non appena il nuovo Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari entrerà in vigore: è l’esistenza stessa delle armi nucleari, il loro uso come minaccia, a moltiplicare gli Stati che ambiscono dotarsene. Da un lato è ormai il segreto di Pulcinella che gli armamenti nucleari implicano enormi interessi economici oltre che militari, gli Stati che se ne sono dotati hanno ricevuto informazioni, tecnologie e supporti da cani e porci, e la Corea del Nord non ha certo fatto eccezione.

Si smetta di dipingere Kim come un pazzo fuori di testa, a mio parere è molto lucido, e fa un freddo, ancorché cinico, calcolo: “Saddam ha abbandonato i suoi armamenti e è stato fatto fuori, Gheddafi pure e è stato ucciso”. Più realistico di così! Sono gli Stati Uniti, e Trump in modo esasperato, che conoscono solo il linguaggio della minaccia della coercizione.

Pyongyang ha offerto la disponibilità a negoziare, non da ora ma da anni[2], ponendo come condizione il riconoscimento del suo status di Stato nucleare. Ormai gli Usa, e tutto il modo, devono prendere atto che – per loro precisa responsabilità – la Corea del Nord non pone più un problema di proliferazione, ma è uno Stato nucleare a tutti gli effetti. Kim e il suo regime possono essere legittimamente antipatici, ma di fronte alla minaccia che incombe è necessario mettere in secondo piano l’obiettivo di regime change, e lasciare il posto alla politica, ai popoli e alla storia.

La situazione diventa sempre più drammatica, e il rischio che venga premuto – accidentalmente, per errore o per calcolo – il bottone della fine del mondo è sempre più concreto. Sta al più forte, non al più debole, avere la saggezza di negoziare. La strada è chiara, anche se tutt’altro che priva di ostacoli e problemi: intavolare finalmente – dopo 63 anni dalla Guerra di Corea – un negoziato di pace complessivo che possa pacificare l’intera penisola coreana, e porre le basi per la sua completa denuclearizzazione.

[1]             A. Baracca, “La resistibile ascesa nucleare della Corea del Nord”, Pressenza, 3 maggio 2017, https://www.pressenza.com/it/2017/05/la-resistibile-ascesa-nucleare-della-corea-del-nord/.

[2]               Si veda ad esempio D. Bandow, “North Korea Wants to Talk Peace Treaty: U.S. Should Propose a Time and Place”, The National Interest, 3 dicembre 2015, http://nationalinterest.org/blog/the-skeptics/north-korea-wants-talk-about-peace-treaty-us-should-propose-14504; A. Denmark, “Time for President Trump to negotiate with North Korea”, The Hill, 10 novembre 2017, http://thehill.com/opinion/white-house/354891-time-for-president-trump-to-negotiate-with-north-korea.

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Contro il crimine dei respingimenti in Libia: «La verità va gridata dai tetti»

28.11.2017 Redazione Italia

Contro il crimine dei respingimenti in Libia: «La verità va gridata dai tetti»
(Foto di Medici senza Frontiere)

Siamo associazioni, Ong, cittadini, attivisti della società civile italiana ed europea che si rivolgono al Parlamento italiano e al Parlamento europeo perché Gennaro Giudetti, l’attivista italiano testimone del comportamento criminale tenuto lo scorso 6 novembre dalla guardia costiera libica – finanziata con fondi UE gestiti dall’Italia e addestrata da personale dell’UE – sia audito con urgenza dal Parlamento italiano e dal Parlamento europeo riunito in sessione plenaria, o dalla sua competente Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni.

Cinque profughi sono annegati, tra questi un bambino di quattro anni, e almeno altri trentacinque risultano dispersi. Il materiale video pubblicato dalla Ong tedesca Sea-Watch mostra con chiarezza che la Guardia costiera libica, lungi dall’aver condotto un’operazione di soccorso, ha agito in modo aggressivo e scoordinato per riportare i profughi in Libia, impedendo alla Ong e alle unità italiane e francesi presenti sulla scena del naufragio di procedere nelle operazioni di soccorso, già coordinate dal centro operativo (MRCC) di Roma.

I quarantasette migranti recuperati in mare dall’equipaggio libico sono stati ammassati sul ponte e frustati per impedir loro di tuffarsi in mare e raggiungere i familiari a bordo dei gommoni della Sea-Watch3, che aveva intanto salvato cinquantanove persone. La motovedetta si è poi allontanata a tutta velocità, incurante del fatto che un naufrago fosse aggrappato a una cima sporgente da una paratia. La guardia costiera libica non si è fermata al disperato e ripetuto avvertimento dell’elicottero della Marina militare italiana, distintamente udibile sulle frequenze radio registrate dalla Sea-Watch 3. […]

Siamo preoccupati dal fatto che non vi sia alcun controllo sul reale utilizzo dei fondi UE in Libia. Questa preoccupazione sembra confermata dalla risposta data dalla Commissione europea all’interrogazione scritta presentata lo scorso 5 settembre da ventuno parlamentari europei con riferimento alla denuncia dell’Associated Press, secondo cui i fondi versati dall’Italia al governo di Tripoli finirebbero alle milizie coinvolte nel traffico di esseri umani.

Il governo italiano e quello dell’Unione non possono non conoscere il rapporto del gruppo di esperti sulla Libia del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (UNSMIL), che già un anno fa elencava «esecuzioni, torture, deprivazione di cibo, acqua e servizi igienici», e dichiarava che «i trafficanti di esseri umani, il Dipartimento di contrasto all’immigrazione illegale libico e le guardia costiera libica sono direttamente coinvolti nelle violazioni dei diritti umani». Secondo l’UNSMIL, «le intercettazioni di imbarcazioni di migranti da parte della guardia costiera libica hanno implicato azioni che possono costituire omicidi arbitrari».

Chiediamo ai nostri rappresentanti nelle istituzioni italiane ed europee di agire per ottenere verità e giustizia sul filo rosso che lega le morti in mare dell’11 ottobre 2013 a quelle del 6 novembre 2017. Uno stesso accordo di respingimento continua a uccidere, oltre ai profughi nel Mar Mediterraneo, la democrazia nei nostri Parlamenti. Questo accordo – interrotto solo dall’operazione Mare nostrum e, alla sua dismissione, dall’entrata in azione delle Ong nelle operazioni di ricerca e soccorso – mostra ora in piena luce il suo volto criminale.

Per questo riteniamo un atto politico e umano non rinviabile l’ascolto della testimonianza del “naufragio dei bambini” dell’11 ottobre 2013 – portata da chi ha ricostruito l’infamante vicenda, il giornalista Fabrizio Gatti, e, se opportuno, i legali dei medici siriani che hanno perso i figli nel naufragio – e l’ascolto della testimonianza dell’eccidio del 6 novembre 2017, portata dall’attivista per i diritti umani Gennaro Giudetti. Come lui, siamo convinti che la verità vada «gridata dai tetti», perché non ci sommerga.

PRIMI FIRMATARI:

Osservatorio Carta di Milano “La solidarietà non è reato”, Associazione Diritti e Frontiere (ADIF), Associazione per i Diritti Umani, Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI), ARCI, Antigone, Associazione Costituzione Beni Comuni, Campagna LasciateCIEntrare, COSPE Onlus, Ex Opg Je so’ pazzo, Fondazione Casa della carità di Milano, Lunaria, Terre des Hommes Italia, ActionAid, Scuola di pace di Napoli, Hayat Onlus, Maurizio Acerbo (segretario nazionale PRC), Alessandra Ballerini (avvocato), Diego Bianchi (conduttore televisivo, attore e regista), Daniele Biella (giornalista e scrittore), Stefano Bleggi (Progetto Melting Pot Europa), Tony Bunyan (Statewatch), Annalisa Camilli (giornalista), Eleonora Camilli (giornalista), Angela Caponnetto (giornalista) Valerio Cataldi (giornalista), Francesca Chiavacci (presidente nazionale ARCI), Don Luigi Ciotti (fondatore Associazione Gruppo Abele, presidente Associazione Libera), Stefano Corradino (giornalista, direttore Articolo21), Raffaele Crocco (direttore Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo), Paolo Cuttitta (Professor of Migration Law, Vrije Universiteit Amsterdam), Erri De Luca (scrittore), Don Vitaliano Della Sala (parroco a Mercogliano, Avellino), Giuseppe De Marzo (responsabile nazionale Libera per le Politiche sociali), Anna Falcone (avvocato), Ciro Ferrara (calciatore), Francesco Floris (giornalista), Francesca Fornario (giornalista e scrittrice), Stefano Galieni (responsabile migrazione PRC), Riccardo Gatti (capomissione Proactiva Open Arms), Beppe Giulietti (giornalista), Patrizio Gonnella (presidente Antigone e Cild), Maurizio Gressi (portavoce del Comitato per la promozione e protezione dei diritti umani), Ben Hayes (Transnational institute), Charles Heller (Research Fellow al Centre for Research Architecture, Goldsmiths, University of London, Forensic Oceanography e WatchTheMed), Yasha Maccanico (ricercatore e giornalista, Statewatch, University of Bristol), Anna Maffei (pastora della Chiesa Battista di Milano), Francesca Mannocchi (giornalista), Lorenzo Marsili (direttore European Alternatives, coordinatore DiEM25), Maruego (rapper), Susi Meret (Associate Professor, Institute of Culture and Global Studies, Aalborg University, Denmark), Filippo Miraglia (presidente ARCS e vice presidente ARCI), Emilio Molinari (Comitato italiano per un Contratto mondiale sull’acqua), Tomaso Montanari (presidente Libertà e Giustizia), Grazia Naletto (presidente Lunaria), Moni Ovadia (attore, regista e scrittore), Salvatore Palidda (professore Università di Genova), Simon Parker (docente di Scienze Politiche, Università di York), Stefano Pasta (giornalista, Sant’Egidio), Steve Peers (Professor in the School of Law at the University of Essex), Riccardo Petrella (economista politico), Lorenzo Pezzani (ricercatore Centre for Research Architecture, Goldsmiths, University of London, Francesco Piccinini (direttore Fanpage.it), Paola Pietrandrea (coordinatrice DiEM25), Nancy Porsia (giornalista), Sara Prestianni (responsabile migrazione Sinistra Italiana), Annamaria Rivera (antropologa, attivista e studiosa antirazzista), Fabio Sanfilippo (giornalista), Roberto Saviano (scrittore), Nello Scavo (giornalista), Ilaria Sesana (giornalista), Barbara Spinelli (avvocato, Giuristi Democratici), Silvia Stilli (portavoce AOI – Associazione delle Organizzazioni Italiane di cooperazione e solidarietà internazionale), Fulvio Vassallo Paleologo (avvocato, presidente ADIF), Guido Viale (sociologo), Giacomo Zandonini (giornalista), Padre Alex Zanotelli (missionario comboniano), Padre Mussie Zerai (presidente Agenzia Habeshia).

 

Per firmare la petizione: https://www.change.org/p/naufragio-del-6-novembre-il-parlamento-italiano-e-il-parlamento-europeo-ascoltino-il-testimone-gennaro-giudetti-sui-crimini-della-guardia-costiera-libica

 

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OPAL: cala l’export italiano di armi, ma non ai regimi del Medio Oriente

27.11.2017 Unimondo

OPAL: cala l’export italiano di armi, ma non ai regimi del Medio Oriente
(Foto di La Porzione)

Diminuisce, seppur di poco, l’export italiano di armi e munizioni, ma toccano record storici le forniture al Medio Oriente di munizionamento militare e di armi leggere, soprattutto di pistole. E’ questo, in estrema sintesi, ciò che emerge dal “Rapporto sulle esportazioni nel 2016 di armi e munizioni dall’Italia e dalla provincia di Brescia” che gli analisti dell’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e Politiche di Sicurezza e di Difesa (OPAL) hanno presentato in anteprima nazionale durante una conferenza stampa venerdì scorso a Brescia.

I dati rivelano diverse cose interessanti e sollevano più di un interrogativo sul rispetto delle normative vigenti da parte dell’ormai decaduto governo Renzi (in carica fino al 12 dicembre 2016), ma anche sull’attuale governo Gentiloni, responsabile della continuazione di diverse esportazioni di materiali bellici. Meritano pertanto di essere considerati con attenzione.

Diminuisce l’export, un’incoerenza?

Il primo dato del Rapporto di OPAL è all’apparenza anomalo rispetto a quanto si era appreso dalla Relazione sulle esportazioni di materiali militari inviata dal governo alle Camere lo scorso aprile. Quella Relazione, che riguarda le esportazioni del 2016, cioè lo stesso anno preso in considerazione da OPAL sulla base dei dati forniti da Istat e Eurostat, rivelava infatti una vera e propria esplosione delle autorizzazioni all’export di sistemi militari: “l’esecutivo Renzi ha portato le licenze per esportazioni di sistemi militari da poco più di 2,1 miliardi ad oltre 14,6 miliardi di euro”, scrivevo in un ampio e dettagliato articolo lo scorso giugno.

Un errore quindi rispetto a quanto evidenzia il rapporto di OPAL? Nient’affatto. Perché il record raggiunto dall’esecutivo Renzi riguarda le licenze all’esportazione, cioè come scrivevo, le autorizzazioni rilasciate e non le consegne effettive che invece, come documentavo fornendo anche un preciso grafico, erano in calo rispetto al 2015. La differenza tra autorizzazioni e consegne è nota agli esperti, ma è bene spiegarla. Innanzitutto va considerato che, trattandosi in gran parte di sistemi complessi, vi è necessariamente uno sfasamento temporale tra il rilascio delle autorizzazioni e il momento delle consegne: cioè, in parole semplici, ci vuole del tempo per fabbricarli e consegnarli e quindi ciò che è stato autorizzato lo scorso anno solo in gran parte verrà esportato a partire dal quest’anno. Ma occorre anche ricordare che le autorizzazioni comprendono una fetta, a volte consistente, di licenze di fabbricazione all’estero che l’Agenzia delle Dogane, che è quella che certifica appunto i passaggi doganali, non può riportare nella relazione di sua competenza perché non si tratta di beni tangibili ma, appunto, di licenze di fabbricazione.

I dati esaminati da OPAL, si riferiscono propriamente alle esportazioni, cioè ai materiali esportati (e non quindi alle autorizzazioni o licenze) e soprattutto non considerano tutti i materiali militari complessi (aeromobili, navi, mezzi terrestri, sistemi elettronici e di radaristica, ecc.) ma solo le “armi e munizioni”, cioè tutto (e solo) quanto riguarda le armi propriamente dette (mitragliatrici, fucili, carabine, pistole, revolver, ecc.) sia di tipo militare che cosiddetto “comune” e il munizionamento sia pesante (come bombe e altri ordigni) che “leggero” (munizioni, pallottole, cartucce ecc.).

Cala l’export, ma fa il botto in Medio Oriente

Le esportazioni effettive dall’Italia di armi e munizioni, di tipo militare e comune, mostrano anche nel 2016 un leggero calo (-2,4%): dai 1.252.573.023 euro del 2015 – che avevo esaminato in questo articolo – si passa ai 1.222.438.632 euro dello scorso anno in contrazione anche rispetto ai 1.302.319.271 euro del 2014. Fanno il botto invece le forniture, soprattutto di munizionamento militare, ai paesi del Medio Oriente: si tratta di oltre 161 milioni di euro con un incremento del 63,0% rispetto al 2015. In particolare aumentano le esportazioni all’Arabia Saudita (40 milioni di euro), ma soprattutto verso la Giordania (52 milioni di euro).

E qui troviamo una conferma e una vera e propria anomalia. Innanzitutto i dati Istat esaminati da OPAL confermano il protrarsi nel 2016 di spedizioni di munizionamento dalla Sardegna alle Forze armate dell’Arabia Saudita. Si tratta, di fatto, delle bombe aeree prodotte nella fabbrica della RWM Italia di Domusnovas in Sardegna che – come ha documentato un rapporto delle Nazioni Unite – sono utilizzate dall’aeronautica militare saudita per effettuare bombardamenti in Yemen, anche sulle zone civili, in un intervento militare mai legittimato dall’Onu che in tre anni ha causato più della metà degli oltre diecimila morti tra la popolazione inerme. Le esportazioni di queste micidiali bombe sono proseguite anche durante quest’anno con il beneplacito del governo Gentiloni: nei primi sei mesi ne sono state spedite dalla Sardegna per oltre 28,4 milioni di euro che significa che le forniture sono sestuplicate rispetto ai 4,7 milioni del primo semestre del 2015. Si tratta di esportazioni che il Parlamento europeo ha chiesto, per ben tre volte, di fermare perché, in considerazione del coinvolgimento dell’Arabia Saudita “nelle gravi violazioni del diritto umanitario accertato dalle autorità competenti delle Nazioni Unite” nel conflitto in Yemen sono in violazione dei criteri stabiliti dalla Posizione Comune dell’UE. Violazioni sulle quali la maggioranza del nostro parlamento ha deciso di sorvolare, non sospendendo le forniture di bombe ai militari sauditi.

Armi e munizioni alla Giordania: chi le ha autorizzate?

Ma c’è un altro dato, particolarmente strano, sul quale gli analisti di OPAL hanno posto l’attenzione. Nel 2016 sono state esportate alla Giordania armi e munizioni per oltre 52 milioni di euro, per l’esattezza 52.213.637 euro. Se una piccola parte riguarda armi leggere esportate dalle aziende della provincia di Brescia (1.832.709 euro) e di munizioni dalla provincia di Lecco (986.134 euro), la parte più consistente riguarda esportazioni dalla provincia di Roma (49.331.855 euro). L’anomalia sta nel fatto che, dato l’ammontare, è impensabile che si tratti di “armi comuni”, cioè di armi destinate alla popolazione civile e quindi non soggette alle prescrizioni della legge n. 185 del 1990. E’ logico quindi pensare che si tratti di materiali militari, ma – ed è qui il punto – nelle Relazioni governative inviate negli anni recenti al Parlamento le autorizzazioni all’esportazione di armamenti alla Giordania non raggiungono i 28 milioni di euro. E quindi, all’appello, ne mancano due dozzine di milioni di euro. Per capirci: chi e quando ha autorizzato l’esportazione alla Giordania di oltre 49 milioni di euro di “armi e munizioni”? E di che tipo di materiali si tratta? Due domande semplici che i parlamentari – e anche qualche organo di informazione nazionale – farebbero bene a porre al governo. Vedremo nei prossimi giorni se vi saranno riscontri.

Tante pistole per gli Usa, ma anche all’Iraq

Un altro forte incremento illustrato da OPAL consiste nell’export di rivoltelle e pistole: nel 2016 ammonta a 76.442.770 euro raggiungendo così la cifra record dal 1990. Un record ottenuto soprattutto all’aumento di esportazioni verso gli Stati Uniti (40.496.862 euro), ma anche verso diversi paesi del Medio Oriente (17.732.923 euro, cifra record dal 1990), tra cui principalmente l’Iraq (38.100 pistole per un ammontare di 14.820.131 euro), ma pure alla già citata Giordania (8.332 pistole per un valore di 1.732.839 euro), all’Oman (3.500 pistole per 977.364 euro) e finanche all’Egitto (1.233 pistole per 433.607 euro). A cui vanno aggiunte le esportazioni soprattutto al Messico (5.293 pistole per 1.645.377 euro) e al turbolento Venezuela (1.550 pistole per 762.061 euro) di cui ho già parlato in due precedenti miei articoli. In lieve calo (-1,6%) invece le esportazioni di carabine e fucili (258.465.526 euro) che però vedono una ripresa soprattutto nei paesi dell’UE (82.650.507 euro).

Gli affari delle aziende di Brescia

La provincia di Brescia si conferma anche nel 2016 come la principale zona di esportazione di armi e munizioni sia di tipo militare che per armi comuni: con quasi 326 milioni di euro ricopre più di un quarto di tutte le esportazioni nazionali in questo settore e rispetto al 2015 il giro di affari nel 2016 è aumentato del 9,6%. In forte crescita sono soprattutto, anche in questo caso, le esportazioni di armi e munizioni verso il Medio Oriente che nel 2016, con oltre 31 milioni di euro, hanno raggiunto la cifra record degli ultimi venticinque anni. Gli Stati Uniti (131 milioni di euro) si confermano il principale acquirente di armi prodotte a Brescia, ma nel 2016 figurano consistenti spedizioni anche verso l’Iraq (16 milioni), la Turchia (12 milioni), gli Emirati Arabi Uniti (6 milioni), Singapore (5,6 milioni) e Messico (4,2 milioni).

E proprio a questo riguardo l’Osservatorio OPAL non ha mancato di notare che anche quest’anno le esportazioni di armi italiane e bresciane rivelano il “permanere di consistenti forniture di tipo militare a paesi in zone di conflitto” ed “il persistere di spedizioni di armi semiautomatiche alle forze dell’ordine e a corpi di sicurezza di regimi autoritari internazionalmente riconosciuti per le reiterate violazioni dei diritti umani”.

Un festival controcorrente

«Riteniamo importante – ha commentato Piergiulio Biatta, presidente di OPAL – portare all’attenzione nazionale queste informazioni per riaprire il confronto pubblico, anche nella città e nella provincia di Brescia, sulla produzione e soprattutto sulle esportazioni di materiali militari e di armi comuni. Il forte incremento di esportazioni verso le zone in cui sono in corso conflitti armati, verso paesi governati da regimi autoritari, a monarchie assolute islamiche e a paesi belligeranti pone gravi interrogativi a tutte le parti sociali ed in particolare alle rappresentanze politiche» – ha aggiunto Biatta.

Si tratta di questioni a cui sono particolarmente sensibili le associazioni che fanno parte dell’Osservatorio OPAL che, insieme a numerose altre associazioni locali e all’Amministrazione comunale hanno promosso e celebrato nei giorni scorsi proprio a Brescia il primo “Festival della pace”. Un evento sul quale le realtà vicine al settore armiero hanno manifestato, nei modi che conoscono bene, più di qualche rimostranza. Ma che ha saputo sollevare, in alcuni dibattiti particolarmente partecipati dalla cittadinanza, questioni importanti che riguardano quei “beni comuni” che molti, in direzione ostinata e contraria ai venti di guerra, continuano a considerare preziosi: il disarmo e la pace.

Giorgio Beretta

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Libia: non tacere per non farsi complici

16.11.2017 Francesco Gesualdi

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese

Libia: non tacere per non farsi complici
(Foto di Medici senza Frontiere)

Il martello battuto all’asta di Tripoli per annunciare che il migrante era stato venduto per 400 dollari ci ha portato indietro di 300 anni quando sul mercato di Montgomery o di New Orleans si separavano gli uomini dalle donne, i figli dalle madri e si vendevano gli esseri umani come fossero buoi, anatre o cavalli. Poi arrivò Abraham Lincoln e nel 1863 la Costituzione americana si arricchì del tredicesimo emendamento, che proibisce  la schiavitù negli Stati Uniti d’America.  Cinquanta anni più tardi il divieto venne esteso a livello mondiale da una convenzione stipulata nel 1926 dalla Lega delle Nazioni Unite.

L’umanità sembrava liberata per sempre dalla barbarie della schiavitù e invece il filmato della CNN documenta che no: la schiavitù esiste ancora nel secondo millennio e ci riguarda molto da vicino perché ad essere venduti come zappatori sono i migranti che noi respingiamo. Non direttamente, perché non abbiamo neanche il coraggio delle nostre azioni, ma tramite la guardia costiera libica che però sosteniamo con mezzi e consiglieri.

Situazione certificata da Zeid Ra’ad Al Hussein, direttore dell’Alto Commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, che in una nota del 14 novembre scrive:” L’Unione Europea e l’Italia stanno dando assistenza alla guardia costiera libica per intercettare barche di migranti nel Mediterraneo, comprese le acque internazionali, per riportarli in Libia, benché le associazioni di difesa dei diritti umani abbiano denunciato che ciò li espone a una prigionia arbitraria e illimitata, tortura, stupri, lavoro forzato, estorsione.”  E aggiunge: “Nonostante i crescenti interventi nell’area da parte dell’Unione Europea e dei suoi stati membri, fino ad ora niente è stato fatto per ridurre il livello degli abusi sofferti dai migranti.”

Situazione puntualmente confermata dal filmato della CNN: quel battito di martello certifica che in Libia non vige altra legge se non quella del denaro, privata non solo di qualsiasi regola morale, ma  addirittura di qualsiasi sentimento umano, come quando si arriva ad approfittare della totale mancanza di difese in cui si trovano i migranti per trasformarli in merce venduta all’asta.

Ormai l’Italia è in campagna elettorale, tutti i partiti stanno col fonendoscopio sulla pancia degli elettori per individuare cosa desiderano sentirsi dire per compiacere la loro emotività. Purtroppo una campagna mediatica orchestrata ad arte ha dipinto i migranti come criminali che rubano e uccidono, teppisti che violentano donne e bambini, accattoni profittatori che ci impoveriscono perché si impossessano del nostro welfare. Inevitabilmente in un largo strato della nostra popolazione si è fatto strada un odio strisciante verso i migranti ritenuti la causa di tutti i nostri mali. E tutti i partiti fanno a gara a chi dimostra di saper essere più bravo a liberarci da questo male. I capipopolo più grossolani fino a paventare di ricacciare i migranti a mare con i mitragliatori. I dirigenti più educati stringendo accordi con i militari africani affinché il lavoro sporco lo facciano loro.

I nostri costituenti mai avrebbero potuto credere che la democrazia, per cui tanto si erano battuti, potesse trasformarsi in una macchina talmente competitiva da calpestare qualsiasi principio in nome della vittoria. Ma ad essere decaduta non è la democrazia: è la nostra società che non ha saputo accompagnare il progresso tecnologico con un uguale progresso umano, che non ha saputo accompagnare la crescita della complessità con un’uguale crescita della scuola, capace di metterci in grado di capirla e governarla, che non ha saputo accompagnare la crescita del mercato con un’uguale crescita di valori atti a impedire che le sue regole invadessero l’intera società, che non ha saputo accompagnare la crescita del potere economico con un’uguale crescita dell’informazione plurale, affinché non fosse controllata solo da pochi interessati a far interiorizzare una visione distorta della realtà.

Come si possa rompere questa spirale perversa è difficile dirlo, ma se una possibilità c’è, è che chi ha conservato la capacità di pensare e di giudicare levi la propria voce di disaccordo, a costo di essere emarginato e vilipeso. Nel 1963, mentre si trovava in prigione, Martin Luther King scrisse: “Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti”  Alzare la nostra voce di condanna è l’unico modo per porre un argine alla banalità del male, la malattia più contagiosa di cui possa soffrire l’umanità.

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Presentata a Madrid la 2ª Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza 2019

25.11.2017 – Madrid Rafael de la Rubia

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese, Spagnolo, Catalano

Presentata a Madrid la 2ª Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza 2019

Durante le Giornate della Nonviolenza, svoltesi a Madrid dal 15 al 18 novembre, è stata presentata la 2ª Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza, che avrà inizio il 2 ottobre 2019 a Madrid e terminerà l’8 marzo 2020.

Le Giornate della Nonviolenza, promosse e organizzate da Mondo senza Guerre e senza Violenza insieme a molte altre associazioni, tra cui PNND[i], Fundación Cultura de Paz, WILPF-Spagna, Noviolencia 2018, Ecologistas en Acción, Pressenza, AiPaz, si sono svolte in diversi punti della capitale spagnola: dalla simbolica Camera dei Deputati al quartiere popolare di Vallecas, passando per il Comune di Madrid in Piazza Cibeles. L’interesse degli organizzatori è stato quello di introdurre la nonviolenza nelle sue diverse espressioni in tutti gli ambiti sociali, a livello statale, comunale e di quartiere. Tale dinamica sarà potenziata dalla 2ª Marcia Mondiale, che punta a diffonderà i temi della pace e della nonviolenza in tutti i settori sociali.

Il 15 novembre, nella Sala Clara Campoamor della Camera dei Deputati, si è parlato della sicurezza globale, dell’aumento del rischio dell’utilizzo di armi nucleari e del recente Trattato per la proibizione delle armi nucleari[ii] , che è stato ratificato da molti Stati, ma non dal governo spagnolo. Durante l’incontro il parlamentare Pedro Arrojo[iii] ha annunciato l’adesione al PNND di 50 deputati di Podemos.

Si è svolto un incontro anche tra Pablo Bustinduy[iv] e Alyn Ware[v], che hanno discusso della via seguita dalla Nuova Zelanda per riuscire, mantenendo in vigore il patto di difesa comune tra Australia, Nuova Zelanda e Stati Uniti, a rispettare la decisione del popolo neozelandese di non consentire l’installazione di armi nucleari sul proprio territorio. Pedro Arrojo ha annunciato l’attivazione a livello internazionale di una rete di parlamentari a sostegno della 2ª Marcia Mondiale.

Foto di René Gomez

Nella giornata del 17 novembre, nell’auditorium del Palazzo di Cibeles, sede del Comune di Madrid, si è svolta un’attività intensa e serrata con 30 relatori distribuiti tra 10 tavole rotonde e conferenze.

Alla tavola rotonda “Mezzi di Comunicazione, al servizio di chi?” hanno partecipato Stéphane Grueso[vi] di Radio Carne Cruda, Magda Bandera[vii] della rivista La Marea e Javier Belda dell’agenzia internazionale Pressenza. Tutti i relatori hanno evidenziato la necessità di contrastare le informazioni promosse dai grandi gruppi economici, spesso assai lontani dalle reali necessità d’informazione dei cittadini.

Nella tavola rotonda dedicata alla Nonviolenza e alla Spiritualità nel mondo d’oggi si sono sviluppati diversi punti di vista. Moisés Mato ha messo in rilievo la campagna Nonviolenza 2018, Philippe Moal del Centro Studi Umanisti Noesis ha esposto le basi filosofiche e psicologiche della nonviolenza, Houssein el Ouarachi del Collettivo ONDA ha parlato della nonviolenza dal punto di vista dell’Islam e l’antropologa Aurora Marquina lo ha fatto dal punto di vista della nuova spiritualità del Messaggio di Silo.

Foto: René Gómez  (Album)

Antonio Zurita, direttore della UCCI [viii] ha dichiarato che il Comune di Madrid e la UCCI avrebbero collaborato alla preparazione della 2ª Marcia Mondiale e ha espresso l’interesse a sostenere i valori della nonviolenza e a sviluppare la proposta delle Città della pace. Ha evidenziato la necessità di un’alleanza tra il potere politico locale e quello sociale per la piena realizzazione di questo tipo di azioni. Ha riportato una frase del professor Tierno Galván, ex sindaco di Madrid, che sosteneva: “Gli imperi crollano, ma le città rimangono”. Ha annunciato che nel 2018 si celebrerà una nuova edizione del Forum Mondiale sulle Violenze Urbane con l’obiettivo di costruire Città della Pace e Città della Convivenza. Zurita ha invitato Mondo senza Guerre a partecipare al comitato organizzatore del Forum.

Sarà in questo Forum Internazionale, a cui sono invitati i sindaci delle 300 città più popolose del pianeta, che si realizzerà nel 2018 il lancio mondiale ufficiale della 2ª Marcia per la Pace e la Nonviolenza.

Ecco il calendario provvisorio della 2ªMM:
EUROPA: Madrid – 2/10/2019, Cadice – 6/10
AFRICA: Casablanca 8/10, Dakar 27/10
AMERICA: New York 28/10, San José di Costa Rica 20/11, Bogotà 21/11, Santiago – Cile 3/1/2020
OCEANIA-ASIA: Wellington – 4/1, New Delhi 30/1/2020
EUROPA: Mosca 6/2, Madrid 8/3/2020

Tali date saranno confermate, così come i percorsi dettagliati in ogni paese, nel mese di ottobre 2018 durante il lancio mondiale della 2MM.

Rafael de la Rubia
Membro dell’Equipe di coordinamento mondiale di Mondo senza Guerre e senza Violenza e coordinatore dell’Equipe Base che ha realizzato la 1ª Marcia Mondiale

[i] PNND- Rete dei parlamentari per la non proliferazione e il disarmo nucleare
[ii] Lo scorso 7 luglio 2017, su iniziativa dell’ONU, 122 paesi hanno ultimato i negoziati e l’elaborazione di un Trattato per la proibizione delle armi nucleari. Dal 20 settembre 2017 il Trattato è stato aperto alla firma degli Stati, con l’aspettativa fondata di essere ratificato da più di 50 paesi quale condizione per entrare in vigore.
[iii] Pedro Arrojo Agudo, deputato di Podemos. Ha conseguito il dottorato in Fisica e insegna nell’Università di Saragozza; le sue ricerche sono concentrate sull’economia dell’acqua.
[iv] Pablo Bustinduy Amador è il Portavoce del Gruppo Parlamentare di Unidos Podemos nella Commissione Affari Esteri del Congresso e deputato di Podemos per Madrid. E’ anche coordinatore della Segreteria Internazionale del partito.
[v] Alyn Ware, fondatore e coordinatore della Rete dei Parlamentari per la non proliferazione e il disarmo nucleare.
[vi] Stéphane Grueso, giornalista, cineasta e attivista sociale.
[vii] Magda Bandera è giornalista e scrittrice.
[viii] UCCI-Unione delle Città Capitali Ibero-Americane. Rete di cittadini che raggruppa tutte le capitali ibero-americane e altre città emblematiche della regione.

Traduzione dallo spagnolo di Giovanna Vasciminno

video de Alvaro Orus

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Egitto: Grande moschea Roma, terroristi vigliacchi attacco Sinai prova loro fallimento

24.11.2017 – Roma Redazione Italia

Egitto: Grande moschea Roma, terroristi vigliacchi attacco Sinai prova loro fallimento

L’attacco terroristico condotto oggi contro una moschea del nord del Sinai, che ha provocato centinaia di vittime tra morti e feriti “è opera di terroristi vigliacchi che con questa azione non hanno fatto altro che dimostrare il loro fallimento”.

E’ duro il commento del Segretario generale del Centro islamico culturale d’Italia, meglio noto come la Grande moschea di Roma, Abdellah Redouane, della strage perpetrata ai danni dei fedeli che uscivano della preghiera del venerdì nella zona di al Rwda.

“Ancora una volta il terrorismo colpisce l’Egitto prendendo per bersaglio un luogo di culto e scegliendo un momento di grande affluenza che coincide con la preghiera del venerdì – ha affermato Redouane – per fare centinaia di vittime innocenti. Questo atto orrendo e vigliacco dimostra ancora una volta la ferocia dei terroristi ma prova anche il loro fallimento considerato che hanno colpito dei civili inermi. In questa occasione come Centro islamico culturale d’Italia non possiamo che presentare le nostre condoglianze sincere ai familiari delle vittime e pregare per i morti affinché Dio li abbia nella sua misericordia”.

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I diritti LGBT in Turchia: un’intervista con Buse Kılıçkaya

23.11.2017 Unimondo

I diritti LGBT in Turchia: un’intervista con Buse Kılıçkaya
(Foto di https://www.facebook.com/www.pembehayat.org/?fref=ts)

Al Divine Queer Film Festival di Torino abbiamo incontrato Buse Kılıçkaya, attivista per i diritti LGBT in Turchia. Il movimento LGBT turco è particolarmente coraggioso, considerando ad esempio che la Turchia è un paese nel quale i crimini d’odio, cioè le violenze basate su discriminazioni in base all’etnia, la religione, l’identità di genere, l’orientamento sessuale e così via, sono molto frequenti. Tra le notizie più recenti in arrivo dal paese, giovedì 16 novembre ha avuto inizio il processo contro 24 attivisti arrestati durante la 15esima Pride Parade, lo scorso 15 giugno. Sono accusati di aver violato la Legge sulle Manifestazioni. Lo stesso giorno, le autorità di Ankara hanno impedito la realizzazione di un evento cinematografico a tematica LGBT organizzato in collaborazione con l’ambasciata tedesca. Due giorni dopo, è stata annunciata dalle autorità della capitale turca la sospensione a tempo indeterminato di tutti gli eventi LGBT, per proteggere la sensibilità e la morale dei cittadini e per ragioni di sicurezza ed ordine pubblico.

L’attivismo di Buse Kılıçkaya ha avuto inizio nel 1994 con la testata KAOS GL e poi con il partito DEHAP (Partito Democratico del Popolo), un partito filo curdo a cui ha deciso di aderire perché per la prima volta qualcuno nominava la questione di genere nel contesto della politica turca. Nel 2005, Kılıçkaya fonda Pembe Hayat, la prima organizzazione formata da e rivolta a transgender. “L’associazione è nata per reagire a una vera e propria attività di distruzione nei nostri confronti”, spiega. “Noi, prime fondatrici, eravamo tutte lavoratrici del sesso ad Ankara: sempre più spesso subivamo violenze fisiche, rapine, le nostre auto venivano bruciate, le bande criminali ci chiedevano di pagare il pizzo”. Con l’aiuto di Esra Özban, altro membro dell’associazione, ci districhiamo tra turco, inglese e un po’ di lubunca, lo slang queer turco che ha dato anche il nome alla rivista di Pembe Hayat (Lubunya).

Quali sono le attività di Pembe Hayat?

Le attività dell’associazione sono varie: realizziamo film e telefilm (come #direnayol, proiettato a Torino)  e organizziamo un film festival, il Kuir Fest, con lo scopo di creare consapevolezza nella società su certe tematiche; prendiamo parte a manifestazioni, anche se oggigiorno è sempre più difficile in Turchia e nonostante la nostra associazione si occupi soprattutto di diritti LGBT cerchiamo sempre di aderire a una rete di solidarietà più ampia e di porre attenzione ai diritti di tutti: abbiamo capito di non essere le uniche a subire delle discriminazioni in Turchia. Nel tempo, prima alcune associazioni di donne e poi alcune associazioni per i diritti umani hanno iniziato a supportarci. Altre organizzazioni per i diritti civili hanno invece rifiutato di collaborare con noi. Ad ogni modo, lo ripetiamo da molto tempo: lo Stato ce l’ha con noi, ma al momento giusto se la prenderà con chiunque altro. Ed è proprio ciò che sta accadendo! Per questo dobbiamo unire le lotte.

Quali conquiste sentite di aver raggiunto?

Prima che l’associazione esistesse, sapevamo chi ci aggrediva, ma le denunce non servivano: ingrandendoci, invece, le bande criminali che ci perseguitavano hanno perso potere e c’è stato qualche arresto dopo le nostre denunce. Per fortuna non ci siamo arrese: finalmente, un giudice ha definito per la prima volta queste azioni come crimini d’odio. Si è trattato di un precedente giuridico importante. A proposito di approccio giuridico, tra le nostre attività ci sono anche la consulenza legale e l’assistenza in carcere per le persone trans, perché crediamo che nella maggior parte dei casi si trovino lì per motivi politici. Forse è proprio questo il settore in cui siamo particolarmente rodate.

Come è cambiata la situazione per la comunità LGBT turca nei 15 anni di governo AKP (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, il partito al governo)? Come in altri ambiti, il partito ha dimostrato un’iniziale apertura nei vostri confronti?

Devo dire di si, c’è stato un miglioramento iniziale nella prima fase di governo AKP, dovuto al processo di allargamento dell’Unione Europea. Con il tempo, si è poi assistito a violazioni dei diritti umani sempre più ampie e comuni, in particolare dopo le proteste di Gezi Park nel 2013 e il tentato colpo di stato del 15 luglio 2016.

Parallelamente, ci sono stati problemi anche all’interno del movimento LGBT: ha avuto luogo un processo di non- identificazione. Come avviene in altri luoghi nel mondo, gay e lesbiche rivendicano una posizione predominante all’interno del movimento, a scapito di trans e lavoratrici del sesso. Queste ultime, però, sono anche gli individui più vulnerabili.

Quali problemi e quali minacce preoccupano le persone trans in Turchia?

Per quanto riguarda le donne, siamo spesso lavoratrici del sesso, poiché non riusciamo a trovare lavoro e spesso nessuno vuole nemmeno affittarci una casa. Per questo siamo più esposte a subire violenze, oltre che rapine e minacce. Inoltre abbiamo quasi automaticamente problemi con il sistema legale. Gli uomini, invece, affrontano disagi soprattutto all’interno del sistema sanitario ed educativo.

Come funziona per gli uomini trans il servizio militare, obbligatorio in Turchia?

Ovviamente i transessuali non sono tenuti a farlo, anzi, vengono rifiutati. Alcuni di loro, però, lottano per poterlo fare: è il caso dei membri di AKLGBT, sostenitori del partito al governo AKP.

Qual è stato invece il ruolo del filo-curdo HDP (Partito Democratico dei Popoli) per la comunità LGBT?

L’HDP ha svolto e svolge un ruolo importantissimo. Ad esempio, Selahattin Demirtaş, leader del partito che si trova in carcere da più di un anno, ha parlato dei diritti LGBT nei suoi discorsi prima delle elezioni parlamentari del 2015: i candidati HDP furono gli unici a non fare una campagna per i voti, ma per i diritti. In generale, i membri di questo partito hanno una certa esperienza in materia di protezione dei diritti umani e civili: per questo, anche a livello di comuni e municipalità si sono fatti molti progressi, sebbene i cambiamenti avvengano lentamente per via degli ostacoli burocratici. Inoltre, i politici dell’HDP hanno supportato in vari modi il lavoro di Pembe Hayat e della comunità LGBT.

Oggi, per via delle purghe effettuate fuori e dentro al partito, quale ruolo è ancora in grado di svolgere l’HDP?

Per questo sono preoccupata… così come lo sono per la situazione in Turchia e nel mondo in generale. Fino a tre anni fa, non avrei mai immaginato che saremmo arrivati a questo punto. Comunque, credo che il problema sia globale e legato al capitalismo: credo che la coscienza politica delle persone sia aumentata, ma che il potere si riorganizzi sulla base di questo. Oggi i potenti hanno creato un “nuovo software” di controllo.

Cosa pensi dell’esperienza di resistenza in corso nel Rojava curdo, in cui la donna assume un ruolo fondamentale e più in generale cosa pensi della jineologia* come linea di pensiero? La lotta per i diritti delle donne e quella per i diritti LGBT si intrecciano e supportano a vicenda o viaggiano parallele? 

Certamente si intrecciano e si supportano a vicenda. La differenza rispetto al mio personale modo di pensare con riferimento alla jineologia e a certe forme di femminismo è sistèmica: io non vedo il mondo in maniera binaria, diviso tra maschi e femmine. Per me ogni essere umano vale come un’impronta digitale: è unico, diverso da chiunque altro. Nessuno è portatore di una sola istanza e deve cercare di essere solidale con le istanze degli altri.

La lotta in Rojava non è un simbolo solo relativamente al ruolo della donna: qualche tempo fa, ad esempio, alcuni gruppi di combattenti LGBT sono arrivati in Rojava. In quell’occasione, mi sono personalmente preoccupata, ma più in quanto pacifista, contraria alla lotta militare.

L’omicidio, un anno fa, dell’attivista Hande Kader ha avuto una risonanza tale per cui una fetta più ampia della società turca è venuta a conoscenza delle difficili condizioni di vita per le persone trans?

Innanzitutto è necessario specificare che quello di Hande Kader non è l’unico omicidio recente di una persona transgender, per non contare il grande numero di suicidi. In seguito all’assassinio di Hande Kader, così come dopo le proteste di Gezi Park, l’attivismo turco sta acquisendo visibilità. Ma non nasce ora: la resistenza in Turchia è parte di un processo che ha coinvolto per decenni le ONG, le municipalità, le associazioni. La nostra lotta fa parte di una struttura lunga e articolata.

*La jineologia è una linea di pensiero elaborata da Abdullah Öcalan, leader del Partito Curdo dei Lavoratori (PKK), che auspica la liberazione della donna nella società in modo trasversale.

 

Sofia Verza

 

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Lazio: inaccettabile ignavia della Giunta Zingaretti sull’attuazione della legge per l’acqua pubblica

Lazio: inaccettabile ignavia della Giunta Zingaretti sull’attuazione della legge per l’acqua pubblica

Oggi in un Consiglio regionale praticamente deserto sono state discusse le due interrogazioni presentate da M5S e Insieme per il Lazio con cui si chiedeva al Presidente Zingaretti e all’Ass.re Refrigeri cosa intendessero fare per attuare la legge regionale sull’acqua pubblica (L. R. 5/2014) a quasi 4 anni dalla sua approvazione, ovvero quando sarebbe stato approvato il provvedimento di definizione degli ambiti di bacino idrografico (ABI).

Zingaretti e Refrigeri non hanno avuto neanche il coraggio di presentarsi in aula per rispondere del loro ritardo nell’applicazione della legge. Hanno delegato un ignaro Ass.re Fabiani il quale, in risposta alle interrogazioni, si è limitato a leggere una laconica nota degli uffici tecnici con cui si ribadiva il ritornello tanto caro a Refrigeri: stiamo approfondendo, stiamo lavorando.

E’ evidente che una risposta del genere è inaccettabile dopo tutto questo tempo, quando siamo sull’orlo della fine legislatura, dopo che come comitati abbiamo avanzato e fatto depositare già da 3 anni, da consiglieri di maggioranza e opposizione, una proposta di legge dettagliata sulla definizione degli ambiti, dopo che la Giunta ha formalmente incaricato il Prof. A. Lucarelli per la redazione di una proposta a riguardo e che quest’ultimo a metà giugno ha consegnato all’Ass.re Refrigeri il suo lavoro.

A questo punto, a seguito dell’ennesimo rinvio, è esplosa la rabbia delle decine di attivisti dei comitati per l’acqua pubblica presenti in Consiglio che, di fatto, con le loro proteste hanno bloccato la seduta e hanno chiesto, minacciando l’occupazione della sala, di fissare nel più breve tempo possibile un incontro con l’Ass.re Refrigeri. La situazione si è sbloccata quando è stato comunicato che l’Ass.re Refrigeri ha dato la sua disponibilità a svolgere l’incontro per mercoledì 29 novembre alle 17.00 presso la sede della Giunta.

L’ignavia dimostrata dalla Regione fino a questo momento è un chiaro segnale di come questa Amministrazione abbia deciso di mantenere lo status quo e quindi di rendersi complice delle peggiori gestioni ed essere collusa con gli interessi privatistici di Acea che da sempre aspira a diventare il gestore unico regionale. Le decine di attivisti presenti oggi lo hanno ribadito chiaramente: l’unica strada per tutelare la risorsa di fronte all’emergenza idrica e difendere gli interessi della collettività è l’attuazione della legge 5/2014.

Parteciperemo numerosi all’incontro con l’Assessore Refrigeri del 29 novembre, determinati a non fare un passo indietro sul raggiungimento di una gestione pubblica dell’acqua nel Lazio e decisi a non accettare più risposte evasive.

Lo ribadiremo anche in quell’occasione, l’attuazione della legge sull’acqua è solo ed esclusivamente una questione di volontà politica. I cittadini si sono espressi chiaramente con il referendum del 2011 e ogni volta che sono stati chiamati ad esprimersi a riguardo.

Ora sta alla Giunta Zingaretti e alla maggioranza che la sostiene dimostrare di essere rappresentanti del popolo e non delle lobbies che vogliono lucrare sull’acqua. Ora sta alla Giunta Zingaretti e alla maggioranza che la sostiene dimostrare di essere parte della soluzione e non parte del problema. Come comitati per l’acqua ci impegneremo e lavoreremo fino all’ultimo per far prevalere una scelta di civiltà e di rispetto della democrazia.

Coordinamento Regionale Acqua Pubblica Lazio

 

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