Da riflettere

  • «Tutti sanno che non c’è conversazione davvero intima se non fra due o tre persone. Quando si è già in cinque o in sei il linguaggio collettivo prende il sopravvento. Ecco perché si cade in un completo controsenso applicando alla Chiesa le parole: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sarò in mezzo a loro». Il Cristo non ha detto duecento, o cinquanta, o dieci. Ha detto due o tre. Ha detto esattamente di essere il terzo nell’intimità di un’amicizia cristiana, l’intimità faccia a faccia. Il Cristo ha fatto delle promesse alla Chiesa, ma nessuna di queste ha la forza dell’espressione: «Il Padre Vostro, che è nel segreto». La parola di Dio è la parola segreta. Se anche aderisce a tutti i dogmi insegnati dalla Chiesa, chi non ha mai udito questa parola è lontano dalla verità». #SimoneWeil

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Addio

THICH NATH HANH:

Dopo il Dalai Lama era il monaco buddhista più famoso al mondo. Maestro zen, attivista sul fronte dei diritti umani durante la guerra del Vietnam e la successiva tragedia dei boat people, perseguitato ed esiliato dal regime comunista vietnamita per oltre trent’anni, poeta, romanziere, autore di centinaia di libri tradotti in moltissime lingue, curatore di classici buddhisti dal cinese, sanscrito e pali, esperto giardiniere… “un sorprendente insieme di doti e di interessi”, ebbe a scrivere di lui Martin Luther King. Un maestro tibetano aggiunse: “Scrive con la voce del Buddha”, e io credo sia una sensazione condivisa da milioni di lettori nel mondo, perché è impossibile leggere una sua pagina senza avvertire quella peculiare morbidezza del sentimento, analoga alla dolcezza interiore di cui parla Agostino nelle Confessioni e che l’inno liturgico Veni Sanctus Spiritus invoca dicendo Flecte quod est rigidum, “intenerisci ciò che è rigido”. Già i titoli di alcuni suoi libri ne danno un’idea: “Essere pace”, “Fare pace con se stessi ovvero guarire le ferite dell’infanzia”, “Spegni il fuoco della rabbia”, “L’energia della preghiera”, “Il miracolo della presenza mentale”, “Discorsi ai bambini e al bambino interiore”.
Thich Nhat Hanh era nato l’11 ottobre 1926 in una città nel centro del Vietnam appartenente alla Repubblica del Sud ma vicina al confine con la Repubblica Popolare del Nord e quindi teatro di violentissimi scontri durante la guerra del ‘55-‘75. Anche per questo, oltre che per la sua fede religiosa, egli prese da subito a impegnarsi attivamente a favore della pace e della non-violenza, fondando una versione innovativa di buddhismo, l’Ordine dell’Inter-Essere, che, senza trascurare in nulla la meditazione interiore (anzi approfondita nel dialogo con la scienza, la psicanalisi e le altre religioni) apre al contempo all’impegno sociale e politico nel mondo, un buddhismo non rinchiuso nei centri di meditazione ma operante nella società contemporanea.
Vivendo negli Usa durante gli anni ’60 per studiare all’Università di Princeton, divenne amico di Martin Luther King cui fece cambiare opinione riguardo alla legittimità dell’intervento militare americano in Vietnam. E il leader cristiano scrisse così al comitato del Nobel: “Quale vincitore nel 1964, ora ho il piacere di proporvi il nome di Thich Nhat Hanh per il premio del 1967. Personalmente non conosco nessuno più degno del Nobel per la pace di questo gentile monaco buddhista”. E ancora: “Egli è un santo, umile e devoto; è uno studioso di immensa capacità intellettuale, e anche un poeta di superbo splendore”.
Alla fine degli anni ’60 Thich Nhat Hanh si trasferì in Francia dove nell’82 diede vita alla sua più celebre fondazione, il Plum Village o Villaggio dei pruni, situato in Aquitania tra la valle della Loira e i Pirenei, che oggi è sede di una numerosa comunità monastica permanente e ospita regolarmente migliaia di praticanti da tutto il mondo, e che ha generato centri gemelli negli Usa, in Germania, Australia, Thailandia e Hong Kong. Si tratta di un vero e proprio laboratorio della vita spirituale, dove si insegna a ritrovare la pace interiore dimorando nel presente, in perfetta unione di corpo, parola e mente.
Il cuore dell’insegnamento spirituale di Thich Nhat Hanh è nei due verbi che indicano l’azione primordiale dell’esistenza: inspirare ed espirare. Per lui tutto si basa sul respiro e tutto deve tornare al respiro. Respirare infatti non è solo la prima essenziale azione a livello fisico della vita, è anche la realtà fondamentale in base a cui si può parlare di spirito, così che un esercizio spirituale è anzitutto un esercizio di respirazione consapevole e profonda. Nella tradizionale meditazione seduta in totale silenzio, oppure nella meditazione camminata fatta di passi lenti e misurati, la respirazione come esercizio spirituale è la base degli insegnamenti di Thich Nhat Hanh, fedele attualizzazione del nobile sentiero del Buddha. Ma questo legame tra spirito e respiro è testimoniato anche dalle tre lingue classiche dell’occidente, il greco, il latino e l’ebraico, che unanimi derivano il termine spirito dal medesimo con cui designano l’aria o il vento. Non solo: di tale legame spirito-respiro testimonia anche la lingua tedesca, dove “respirare” si dice atmen, in chiara assonanza con il termine sanscrito atman che significa “anima”. Ne viene che il centro dell’insegnamento spirituale di Thich Nhat Hanh, cioè la respirazione consapevole in quanto via per la mente consapevole o presenza mentale (che si può chiamare anche piena consapevolezza o mindfulness), tocca la medesima radice dell’esperienza che ha dato vita alla ricerca spirituale in occidente.
Non è un caso quindi che il rapporto con il cristianesimo sia stato sempre curato con grande amore e attenzione da Thich Nhat Hanh, di cui il monaco trappista Thomas Merton, importante letterato e pacifista americano, un giorno scrisse: “È mio fratello più di tanti altri a me più vicini per razza e nazionalità, perché lui ed io guardiamo le cose esattamente allo stesso modo”. Si legge in un libro di Thich Nhat Hanh sul rapporto tra Buddha e Gesù: “Il Nirvana è la nostra più vera sostanza, come l’acqua è la vera sostanza dell’onda. Noi pratichiamo per comprendere che il nirvana è la nostra sostanza. Una volta compreso, trascendiamo la paura di nascita e di morte, di essere e non-essere. Dio è un’espressione equivalente. Dio è il fondamento dell’essere, o, come dicono molti teologi tra cui Paul Tillich, Dio è la base dell’essere”.
Ma quello che maggiormente affascina della spiritualità di Thich Nhat Hanh è la leggerezza e la gioiosa libertà che dona a chiunque la viva. Alla base della sua comunità vi sono 14 precetti da recitare ogni 14 giorni, di cui il primo dice: “Non adorerò ciecamente e non mi vincolerò a nessuna dottrina, teoria o ideologia, compreso il buddhismo. Considero ogni sistema di pensiero una guida lungo la via, e non ritengo nessuno di essi la verità assoluta”. Questa capacità di distinguere tra religione e verità, tra la zattera e la riva, è la peculiarità decisiva della migliore spiritualità contemporanea, la medesima di Martin Luther King, Thomas Merton, Paul Tillich, Albert Schweitzer e altri grandi figure. Quando Carlo Maria Martini disse “Dio non è cattolico” affermava la medesima prospettiva. Qui la fede è un metodo con cui camminare nel mondo, non una dottrina cui legare la mente.
“Per meditare dobbiamo essere capaci di sorridere molto”, amava ripetere il mite monaco vietnamita di cui oggi molti nel mondo piangono la scomparsa. La luce del suo sorriso scalderà i nostri cuori ancora per tanto tempo.

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Il quacchero Melodia

Non pregare Iddio
prima della battaglia,
signor generale,
ne’ lei, signor presidente,
prima della guerra che vuol scatenare
contro un popolo di fatto innocente:
non preghi per niente.

Il Dio che vuoi pregare non sta
con coloro che armati procedono
allo sterminio di un nemico,
reale o fabbricato,
perche’ sempre Lo troverai
fra le macerie di un villaggio distrutto
dalle tue bombe,
e Lo troverai che tiene fra le braccia
il bambino che hai privato
dei suoi genitori…

Il Dio dell’amore universale
non e’ tecum,
ne’ contro di te:
quel Dio e’ contro ogni violenza.

Note: CEDAME – Centro Documentazione Davide Melodia
http://ospiti.peacelink.it/marino

La notizia data dai figli Marco e Paolo
http://lists.peacelink.it/pace/2006/03/msg00062.html

Parole chiave: melodia davide

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Veil Simone

«Mi sono sempre proibita di pensare a una vita futura, ma ho sempre creduto che l’istante della morte sia la norma e lo scopo della vita. Pensavo che per quanti vivono come si conviene, sia l’istante in cui per una frazione infinitesimale di tempo penetra nell’anima la verità pura, nuda, certa, eterna. Posso dire di non avere mai desiderato per me altro bene». #SimoneWeil

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Papua Nuova Guinea

Papua Nuova Guinea ha abrogato la pena di morte 30 anni dopo averla reintrodotta poiché, secondo il primo ministro James Marape, «non era un deterrente efficace contro i crimini gravi». Secondo quanto riporta il “Guardian”, i reati come il tradimento, la pirateria, gli omicidi – inclusa la violenza legata alla stregoneria – saranno ora punibili con l’ergastolo senza la condizionale o con la condizionale dopo 30 anni di carcere. Prima di essere abolita nel 1970 e poi reintrodotta nel 1991, la pena capitale nel Paese fu applicata per l’ultima volta nel novembre del 1954 a Port Moresby.

Nel presentare il disegno di legge in Parlamento per l’abrogazione della pena di morte, il ministro della Giustizia Bryan Kramer ha detto che 40 detenuti si trovano nel braccio della morte, spigando però che lo Stato «non ha i meccanismi e le infrastrutture amministrative necessarie» per applicare la pena capitale in modo umano.
Da parte sua, Marape ha sottolineato che la pena di morte «ha fatto parte della nostra legislazione per molti anni, ma in linea con altri trend e studi globali, non è un deterrente efficace contro i reati gravi». Tra i Paesi che ancora oggi applicano la pena capitale ci sono gli Stati Uniti, l’India, la Cina e alcune nazioni dell’Africa orientale e del Golfo Persico. In Europa, l’unico Stato dove è ancora in vigore è la Bielorussia.

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Dietrich Bonhoeffer

 Vogliate scusarci se a volte non riusciamo ad uscire per problemi tecnologici

Le pagine che seguono non possono e non vogliono costituire una trattazione esauriente del pensiero di Bonhoeffer, ma vogliono essere soltanto un modesto contributo alla semplice conoscenza di questo importante testimone del nostro tempo e oppositore al nazismo. IL LIBRO “Resistenza e Resa” raccoglie le lettere ed altri testi scritti d a Bonhoeffer nel carcere berlinese dil, dove fu detenuto dall’aprile ’43 all’ottobre ’44, per poi essere trasferito nel carcere sotterraneo della Gestapo in Prinz-Albrecht-Strasse.Di lì i contatti furono molto difficili e rari, il 7 febbraio ’45 fu trasferito al campo di concentramento di Buchenwald, il 3 aprile fu a Regensburg, l’8 aprile passò da Schönberg a Flossenbürg, dove verrà giustiziato.La presente edizione alterna le lettere di Bonhoeffer a quelle inviatigli da parenti ed amici, suoi interlocutori sono i genitori, il nipote quattordicenne Christoph von Dohnanyi, il fratello Karl-Friedrich, l’amico fraterno e pastore egli stesso Eberhard Bethge (che diverrà il suo biografo) con sua moglie Renate, nipote di Bonhoeffer e qualche altro parente. Non vi sono le lettere alla fidanzata Maria von Wedermeyer con la quale Bonhoeffer progettava di sposarsi, rimaste a lungo inedite (esiste ora il volume Lettere alla fidanzata-Cella 92. Dietrich Bonhoeffer-Maria von Wedermeyer 1943-45, Bologna, Queriniana) .In carcere Bonhoeffer riesce a leggere, scrivere, riflettere, pregare, riceve pacchi dai familiari e lettere, sia ufficialmente, sia clandestinamente.La corrispondenza con Bethge, che contiene le più importanti riflessioni teologiche di Bonhoeffer, inizia il 18 novembre ’43 durante la prima licenza di Bethge, militare in Italia, a Berlino, ed è clandestina. Sulle vicissitudini dei testi vi è comunque il saggio finale del biografo. Il libro inizia con un prologo: si tratta di pagine offerte agli amici nel Natale ’42, nelle quali Bonhoeffer traccia un bilancio degli ultimi dieci anni.Alcune riflessioni appaiono già straordinariamente profonde ed interessanti, fin da subito l’Autore si delinea come persona che sa compromettersi, agire nella storia con coerenza, accettare anche il pericolo: “Attendere inattivi e restare ottusamente alla finestra non sono atteggiamenti cristiani” (p. 71).Vi è l’accettazione della sofferenza, solo se inevitabile, in piena libertà sulle orme di Cristo. Le lettere sono poi suddivise in quattro parti: periodo degli interrogatori. Aprile-luglio 1943; In attesa del processo. Agosto 1943-aprile 1944; Sopravvivere fino al colpo di stato. Aprile-luglio 1944; Dopo il fallimento. Luglio 1944-febbraio 1945. Inframmezzati vi sono altri testi: il sermone scritto dal carcere per il matrimonio di E. Bethge con Renate, nozze celebrate lo stesso giorno del ventesimo anniversario di matrimonio di Ursel e Rüdiger Schleicher (sorella e cognato di Bonhoeffer, lui verrà giustiziato dai nazisti insieme a Klaus Bonhoeffer, fratello di Dietrich, il 23 aprile ’45), il sermone per il battesimo del primo figlio di Renate e Eberhard, pagine di appunti, poesie, minute di lettere di Bonhoeffer del giugno-agosto ’43 al consigliere capo del tribunale di guerra nell’intervallo tra gli interrogatori, un paio di brevi testamenti di Bonhoeffer scritti in occasione dell’intensificarsi dei bombardamenti su Berlino, un rapporto sul carcere dopo un anno di permanenza, un racconto, il progetto di uno studio in tre capitoli in cui avrebbe voluto esporre le proprie idee innovative che viene sviluppando nel carteggio con Bethge. IL TITOLO Nella lettera del 21 febbraio ’44 Bonhoeffer si chiede dove sia il confine tra la “necessaria resistenza” e la altrettanto necessaria resa al «destino», assumendo ad emblema dell’una Don Chisciotte e dell’altra Sancho Panza.Ne deduce che il destino va affrontato e, in caso, ci si debba sottomettere ad esso. “Possiamo parlare di «guida» solo al di là di questo duplice processo; Dio non ci incontra solo nel «tu», ma si «maschera» anche nell’«esso», ed il mio problema in sostanza è come in questo «esso» («destino») possiamo trovare il «tu» o, in altre parole,come dal «destino» nasca effettivamente la «guida».I limiti tra resistenza e resa non si possono determinare dunque sul piano dei principi; l’una e l’altra devono essere presenti e assunte con decisione. La fede esige questo agire mobile e vivo. Solo così possiamo affrontare e rendere feconda la situazione che di volta in volta ci si presenta” (p. 289). ETSI DEUS NON DARETUR Nel fitto carteggio con Bethge, a partire dalla lettera fondamentale del 30 aprile ’44, Bonhoeffer inizia a sviluppare alcune idee innovative, che riappaiono da una missiva all’altra, a volte in modo frammentario; avrebbero dovuto confluire in uno studio in tre capitoli, del quale ci è rimasto solo il progetto. Dapprima Bonhoeffer si pone una lunga serie d’interrogativi aventi al centro: chi è Cristo per noi oggi e cos’è il cristianesimo?Egli considera che ormai il mondo è diventato adulto e può proseguire benissimo senza la presenza di Dio. Le varie scienze, filosofie, il diritto, la politica si sono sganciati, nel corso del loro sviluppo, dall’idea di Dio e sono divenute autonome, di conseguenza sono valide «etsi Deus non daretur», come se Dio non ci fosse. L’uomo basta a sé stesso e sembra cavarsela benissimo.Dio “viene sempre più respinto fuori dalla vita e perde terreno” (p. 399).Bonhoeffer osserva che l’apologetica cristiana si è sempre schierata contro questa sicurezza del mondo, mettendo in campo le «questioni ultime» (la morte, la colpa) cui solo Dio può dare una risposta.Bonhoeffer ritiene che il progredire delle scienze umane relega sempre più tali questioni in sottofondo, un giorno anch’esse verranno risolte senza la presenza di Dio.A questo punto sopraggiungono quelli che Bonhoeffer chiama “gli epigoni secolarizzati della teologia cristiana, cioè i filosofi esistenzialisti e gli psicoterapeuti, e dimostrano all’uomo sicuro, soddisfatto, felice, che in realtà è infelice e disperato, solo che non vuole riconoscere di trovarsi in una situazione sventurata, di cui non sapeva nulla e da cui solo loro possono salvarlo”(p. 399).Questi attacchi al mondo adulto vengono fortemente criticati da Bonhoeffer.Il risultato è una visione di Dio come «tappabuchi», che interviene nelle condizioni di debolezza dell’uomo e sembra approfittarne per insinuarsi nel mondo, accontentandosi così di una posizione marginale, defilata e legata non alla pienezza dell’essere umano, ma ai suoi aspetti più precari.“Le persone religiose parlano di Dio quando la conoscenza umana (qualche volta per pigrizia mentale) è arrivata alla fine o quando le forze umane vengono a mancare – e in effetti quello che chiamano in campo è sempre il deus ex machina, come soluzione fittizia a problemi insolubili, oppure come forza davanti al fallimento umano; sempre dunque sfruttando la debolezza umana o di fronte ai limiti umani; questo inevitabilmente riesce sempre e soltanto finché gli uomini con le loro proprie forze non spingono i limiti un po’ più avanti, e il Dio inteso come deus ex machina non diventa superfluo […] …io vorrei parlare di Dio non ai limiti, ma al centro, non nelle debolezze, ma nella forza, non dunque in relazione alla morte e alla colpa, ma nella vita e nel bene dell’uomo. Raggiunti i limiti, mi pare meglio tacere e lasciare irrisolto l’irrisolvibile. La fede nella resurrezione non è la «soluzione» del problema della morte. L’«aldilà» di Dio non è l’aldilà delle capacità della nostra conoscenza! La trascendenza gnoseologica non ha nulla a che fare con la trascendenza di Dio.È al centro della nostra vita che Dio è aldilà. La Chiesa non sta lì dove vengono meno le capacità umane, ai limiti, ma sta al centro del villaggio” (pp. 350-51). A questo punto rimane la questione: Cristo e il mondo adulto, e cioè: ha ancora senso un cristianesimo in questa situazione? Quale messaggio rimane? Esiste un cristianesimo «non religioso» proponibile all’uomo moderno?La religione lavora molto sulla sola interiorità umana, sui limiti, invece per Bonhoeffer conta molto la liberazione della storia, la religione è legata all’apologetica, ai limiti umani, a un Dio depotenziatore dell’uomo, onnipotente, un Dio che il mondo, ormai indipendente, rifiuta sempre più. Che cosa proporre allora, se non si vuole eliminare totalmente Dio dall’orizzonte umano?Il discorso passa attraverso Gesù Cristo. “La speranza cristiana della resurrezione si distingue da quelle mitologiche per il fatto che essa rinvia gli uomini alla loro vita sulla terra in modo del tutto nuovo e ancora più forte che nell’Antico Testamento. Il cristiano non ha sempre un’ultima via di fuga dai compiti e dalle difficoltà terrene nell’eterno, come chi crede nei miti della redenzione, ma deve assaporare fino in fondo la vita terrena come ha fatto Cristo («mio Dio, perché mi hai abbandonato?») e solo così facendo il crocifisso e risorto è con lui ed egli è crocifisso e risorto con Cristo. L’aldiquà non deve essere soppresso prematuramente. Nuovo e Antico Testamento restano concordi. I miti della redenzione nascono dalle esperienze umane del limite. Cristo invece afferra l’uomo al centro della sua vita” (p. 412). La proposta è quella di un cristianesimo molto umano, calato nella terra e nell’uomo, totalizzante. Alle volte sembra che la «pars destruens » del discorso bonhoefferiano sia più forte di quella «costruens», in realtà Bonhoeffer non ha mai smesso di essere un credente, a costo di risultare scomodo e ne ha dato profonda testimonianza con la sua vita. Lasciando a studiosi più preparati i possibili confronti che Bonhoeffer stesso sviluppa tra sé stesso e altri pensatori coevi, appurato che “con Dio e davanti a Dio dobbiamo vivere senza Dio”, la risposta, come accennato, passa attraverso la croce.“Dio si lascia cacciare fuori del mondo sulla croce, Dio è impotente e debole nel mondo e appunto solo così egli ci sta al fianco e ci aiuta. […] Qui sta la differenza decisiva rispetto a qualsiasi religione. La religiosità umana rinvia l’uomo nella sua tribolazione alla potenza di Dio nel mondo, Dio è il deus ex machina. La Bibbia rinvia l’uomo all’impotenza e alla sofferenza di Dio, solo il Dio sofferente può aiutare” (p. 440).Bonhoeffer constata che Gesù ha “chiamato fuori” gli uomini dai loro peccati, non “ve li ha fatti entrare”, si è preso cura di emarginati, di poveri, di prostitute e pubblicani, ma non solo di loro, non ha mai messo in questione salute e felicità, né le ha condannate,ma anzi ha sempre guarito. Ha voluto per sé la vita umana tutt’intera, completa. Il discorso sull’ “antropos teleios”, l’uomo intero, era stato accennato da Bonhoeffer ancora nel gennaio ’44, basandosi sul versetto di Matteo 5, 48 “Dovete essere completi, come è «completo» il Padre vostro nei cieli”, sottolineando come, per un cristiano, tutti i vari eventi dovessero essere riportati a un comune denominatore, non ci dev’essere una frammentazione, un fermarsi al dato contingente, ma un rivolgersi sempre a una dimensione unitaria, a un grande progetto del quale si vedrà lo scopo.Nel maggio ’44, sotto i bombardamenti che si facevano sempre più frequenti, egli osserva come la maggioranza dei suoi compagni si soffermi di solito agli affanni immediati (fame, paura, disperazione), ma non è quella la direzione giusta per affrontare la situazione.“Nella misura in cui ad esempio nel corso di un allarme veniamo spinti in una direzione diversa da quella della preoccupazione per la nostra sicurezza personale, cioè ad esempio nell’impegno di diffondere tranquillità intorno a noi, la situazione diventa completamente diversa; la vita non viene ridotta ad una sola dimensione, ma resta pluridimensionale-polifonica. Quale liberazione è poter pensare e conservare nel pensiero la pluridimensionalità!” (pp. 381-82). Caduta la religione, viene da chiedersi a questo punto che cosa possa distinguere i cristiani nel mondo, essi devono vivere «mondanamente», non tralasciare alcun aspetto della vita, godere e soffrire considerando ogni evento un dono di Dio: “Essere cristiano non significa essere religioso in un determinato modo, fare qualcosa di se stessi (un peccatore, un penitente o un santo) in base ad una certa metodica, ma significa essere uomini; Cristo crea in noi non un tipo d’uomo, ma un uomo” (p. 441).Il cristiano si fa trascinare da Cristo “nella sofferenza messianica di Dio in Gesù Cristo nel Nuovo Testamento”: essere cristiani è condividere con Dio la sua “sofferenza” nel mondo. Dio vuol essere trovato in ciò che conosciamo, nell’uomo intero, nella sua pienezza di gioia o nella sua sofferenza, attraverso Cristo che fu l’uomo per gli altri.È evidente che queste riflessioni furono e sono assai attuali, innovative per il cristianesimo e che fecero guardare talvolta al loro autore come a un mistico visionario o a un rivoluzionario. In realtà egli, per questo suo calarsi pienamente nell’umano e nel valorizzarlo dall’interno, offre spunti e motivi d’innovazione a tutti i cristiani: la stessa chiesa cattolica lo studia e ne ha tratto suggerimenti. In conclusione, nel suo “Progetto” per uno studio, Bonhoeffer guarda al futuro della Chiesa:“La chiesa è chiesa solo se e in quanto esiste per gli altri. Per cominciare, deve donare ogni suo avere agli indigenti. I pastori devono vivere esclusivamente dei contributi volontari della comunità, eventualmente devono esercitare una professione laica.La chiesa deve collaborare ai doveri profani della vita sociale, non dominando, ma aiutando e servendo. Deve dire agli uomini di tutte le professioni che cosa è una vita con Cristo, che cosa significa «esserci-per-gli-altri». In modo particolare la nostra chiesa dovrà opporsi ai vizi della hybris, dell’adorazione della forza, dell’invidia e dell’illusionismo in quanto radici di tutti i mali. Dovrà parlare di misura, autenticità, fiducia, fedeltà, costanza, pazienza, disciplina, umiltà, sobrietà, modestia. Non dovrà sottovalutare l’importanza e il significato del «modello» umano (che ha origine nell’umanità di Gesù ed è così importante in Paolo!): non per il tramite dei concetti, ma nel «modello» la sua parola troverà risonanza e forza” (pp. 463-64).O ancora, in tono profetico, a conclusione del sermone per il battesimo del figlio di Renate ed Eberhard Bethge: “La nostra chiesa, che in questi anni ha lottato solo per la sua sopravvivenza, quasi essa fosse il suo proprio fine, è incapace di farsi portatrice della parola riconciliatrice e redentrice per gli uomini. Ed è per questo che le antiche parole devono svigorirsi e ammutolire e il nostro essere cristiano si riduce oggi a due cose: pregare e operare tra gli uomini secondo giustizia…sarà un linguaggio nuovo, probabilmente un linguaggio non del tutto religioso, ma liberatore e redentore, come quello di Cristo, tale che gli uomini ne avranno spavento e saranno, tuttavia, sopraffatti dalla sua violenza, il linguaggio di una nuova giustizia e verità, il linguaggio che annuncia la pace di Dio con gli uomini e l’avvicinarsi del suo regno… Fino a quel momento il dovere del cristiano sarà di restare silenzioso e appartato; ma ci saranno uomini che pregheranno e opereranno secondo giustizia e attenderanno il tempo di Dio” (p. 370). ALCUNE CONSIDERAZIONI SPARSE La ponderosa testimonianza rappresentata dal carteggio di Bonhoeffer può venir letta su piani diversi: teologicamente rivela idee innovative, profonde, che purtroppo non hanno potuto venir riunite in una trattazione organica come l’Autore aveva progettato, umanamente costituiscono un documento molto toccante sul modo in cui Bonhoeffer ha vissuto l’esperienza tragica del nazismo e della prigionia, alla luce sempre della sua fede, con un impegno convinto, costante, coraggioso che l’ha portato ad affrontare anche il patibolo con serenità, secondo quanto riferito dal medico del campo: “Nella mia attività medica di quasi cinquant’anni non ho mai visto un uomo morire con tanta fiducia in Dio” (p. 502). Quella che si delinea nell’epistolario è la figura di un uomo giusto e retto, fedele fino alla fine al proprio ideale, capace di coltivare rapporti umani bellissimi e di livello molto alto, basti vedere la fraterna amicizia con Bethge, un uomo colto e raffinato, dotato di straordinaria profondità di pensiero e di enorme forza morale, che ha saputo resistere alla barbarie e al male.Una resistenza, quella di Bonhoeffer, immersa nella storia (prese parte al complotto contro Hitler e si offrì personalmente per uccidere il tiranno, disposto poi a renderne conto a Dio), ma costituita anche dalla precisa volontà di non lasciarsi travolgere dallo sconforto e dall’abbattimento della prigionia, cercando sempre un significato più alto nei fatti contingenti e conservando, pur nella sofferenza, la speranza nonostante la nostalgia e l’isolamento.Nella grande «polifonia» della vita esiste un «cantus firmus» costituito da Dio, che non toglie nulla all’esperienza terrena o all’amore umano, ma lo valorizza e ne fa il suo contrappunto, “anche il dolore e la gioia appartengono alla polifonia della vita nel suo complesso, e possono sussistere autonomamente l’uno a fianco all’altra” (p. 375). Il percorso epistolare ci rivela svariate sfumature della vita di Bonhoeffer. I forti legami familiari, la catena di solidarietà e affetto che unisce i vari membri della famiglia, le premure e sollecitudini reciproche, il rapporto fraterno con Bethge, la nostalgia lacerante che però non si muta mai in disperazione e avvilimento, la fiducia in Dio e nella sua azione, la rivisitazione continua che il prigioniero fa del passato, soprattutto dei momenti lieti trascorsi in compagnia, per attingervi forza per il presente.Il passato non va perduto e quando ci coglie la nostalgia dobbiamo sapere che essa costituisce uno dei «momenti» che Dio ci riserva, “dobbiamo rivisitare il passato non da soli, ma in compagnia di Dio” (p. 238).Non si tratta qui di sterile rievocazione fine a se stessa, ma di accettazione di ogni fatto, di ogni evento in una luce differente, senza ripiegamenti o autocommiserazione. Da tali presupposti e dall’insieme del suo pensiero scaturisce che anche la sofferenza può diventare una via verso la libertà: “La liberazione nella sofferenza consiste in questo, che all’uomo è possibile rinunciare totalmente a tenere la propria causa nelle proprie mani, e riporla in quelle di Dio. In questo senso la morte è il coronamento della libertà umana. Comprendere o meno la propria sofferenza come prosecuzione della propria azione, come compimento della libertà, questo determina se l’azione umana sia o non sia un affare di fede. Trovo tutto questo molto importante e molto consolante” (p. 453). In sintesi, la lettura di Bonhoeffer è decisamente impegnativa sia per gli argomenti trattati, sia per gli innumerevoli spunti di riflessione e gli interrogativi che essa pone, sia per la mole dell’epistolario (circa 500 pagine), è una lettura da farsi gradualmente interiorizzandone i contenuti poco per volta.Bonhoeffer è stato sicuramente un uomo che ha saputo pensare in grande, senza fermarsi ad un orizzonte ristretto, nella convinzione che, pur nell’infinita frammentarietà dell’esistenza, vi sia alla fine uno scopo e un compimento più alto capace di dare un senso a tutti gli eventi ,anche ai più negativi.Di fronte alle sue parole rimane il rimpianto che un’umanità così autentica e un’intelligenza così brillante siano state spente anzitempo dal male e dalla barbarie. 

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Diari di Etty Hillesum

Trovo bella la vita, e mi sento libera. I cieli si stendono dentro di me come sopra di me. Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore. La vita è difficile, ma non è grave. Dobbiamo prendere sul serio il nostro lato serio, il resto verrà allora da sé: e lavorare sé stessi non è proprio una forma di individualismo malaticcio. Una pace futura potrà esser veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in sé stesso – se ogni uomo si sarà liberato dall’odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo, se avrà superato quest’odio e l’avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore se non è chiedere troppo

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Preghiera di Lutero

Perciò io chiederò a Dio misericordioso di proteggerci. Poi disinfetterò, aiuterò a purificare l’aria, darò e prenderò le medicine. Eviterò luoghi e persone dove la mia presenza non è necessaria per non contaminarmi e quindi forse infettare e contaminare gli altri, e così causare la loro morte come risultato della mia negligenza”.

Sembra scritta oggi .

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Preghiera protestante

«Nella Riforma protestante la preghiera è essenzialmente ricerca di ciò che Dio ha promesso e che il credente spera. È libera e grata reazione, in forma di richiesta, al dono di Dio. Dio dona concretamente e i suoi figli, concretamente, chiedono. Chiedono nella conoscenza di Dio stesso, che si rivela nella parola scritta e incarnata. Chiedono nel riconoscimento della propria natura corrotta, che ha assoluta necessità di grazia e perdono. 
Chiedono nella riconoscenza per ogni bene conosciuto e ricevuto, nella responsabilità e condivisione fraterna dell’intercessione, nella liberante consapevolezza dell’esigenza di essere guidati, illuminati, consolati, aiutati, sostenuti, benedetti e resi vittoriosi nel corso della propria vita terrena per godere della gioia in Dio in quella futura».

Emanuele Fiume

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Novità importanti

Covid. Cobervax, il vaccino senza brevetto (che è anche un po’ italiano)


Paola Del Vecchio lunedì 17 gennaio 2022L’ha inventato la microbiologa di origini italiane Maria Elena Bottazzi: è efficace all’80% con Delta (studi su Omicron sono in corso) e sarà accessibile a tutti, visto che una dose costerà 1,5 euro.

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