Mi rifiuto

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Sono stato condannato a 20 giorni nel carcere militare israeliano——————————–

Mi chiamo Eran, ho 19 anni e vivo a Tel Aviv. Mi rifiuto di essere coscritto all’esercito israeliano perché non sono disposto a partecipare all’occupazione israeliana dei territori palestinesi. Ho già scontato 14 giorni di carcere militare e domenica scorsa sono stato condannato ad altri 20 giorni di galera.Fin dalla tenera età, mi impegno a capire la situazione politica in Israele e i rapporti di potere tra Israele e Palestinesi. Dopo aver approfondito l’argomento sono venuto a capire la realtà quotidiana dei palestinesi che vivono sotto l’occupazione israeliana. Più ho saputo del blocco di Gaza e della mancanza di diritti umani fondamentali per i palestinesi in Cisgiordania, più mi è stato chiaro che non posso accettare di diventare un soldato e partecipare all’oppressione del popolo palestinese.Nella mia dichiarazione al comitato dell’esercito per la concessione di esenzioni per motivi di coscienza, ho dichiarato le mie ragioni per il mio rifiuto di servizio militare:Mi rifiuto perché ritengo immorale e irragionevole tenere sotto controllo militare il popolo palestinese e bloccare senza concedergli diritti civili e politici e violando i loro diritti umani su base continua.Mi rifiuto perché credo che tutti gli esseri umani debbano essere governati da istituzioni che li rappresentano.Mi rifiuto perché credo che arruolarsi nell’esercito legittimi l’occupazione e lo serva.Mi rifiuto perché ritengo che Israele possa e debba porre fine all’occupazione immediatamente, sia d’accordo, ritiro, sia concedendo la cittadinanza al popolo palestinese e l’instaurazione di uno stato binazionale sia per i palestinesi che per gli israeliani.Mi rifiuto perché rispetto le regole e le norme del diritto internazionale e della comunità internazionale, che rifiutano l’occupazione israeliana.—————————————–Scrivi a Eran una lettera di sostegno: https://docs.google.com/…/1FAIpQLSc7kN1jp71SAo…/viewform

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Il giorno della mia coscrizione mi sono rifiutato di essere redatto e sono stato processato in tribunale militare. Uno degli agenti lì mi ha detto che voleva impedirmi di andare in galera e che aveva una soluzione che mi avrebbe permesso di servire entrando nelle forze di polizia israeliane, per il mio servizio. Mi sono accordato, credendo che in quel modo avrei potuto servire il paese senza partecipare all’occupazione.Sono stato invitato ad un colloquio per le forze di polizia nella sede nazionale di Sheikh Jarrah, nella Gerusalemme Orientale occupata. Mi sono rifiutato perché non sono disposto ad invadere i territori palestinesi. Di conseguenza, sono stato respinto dalla polizia per essere un obiettore di coscienza ed è stato rispedito al tribunale militare. L ‘ agente che mi ha suggerito di entrare nella polizia era arrabbiato per la mia ′′ testardaggine ′′ ma ha detto che avrebbe cercato di cambiare la decisione della polizia. Sono stato chiamato per un altro colloquio a Gerusalemme Ovest. Lì, sono stato respinto per aver dichiarato che non avrei segnalato o usato informazioni sui Territori occupati che avrei ricevuto durante il mio servizio di polizia. Sono stato processato ancora una volta in tribunale militare, e sono stato condannato in carcere per 14 giorni.Dopo i falliti tentativi militari di trovare una posizione di servizio per me che non sia contro la mia coscienza, la mia conclusione è che non è possibile servire militari o poliziotti senza partecipare all’occupazione. Dopo 54 anni l’occupazione si è immersa in tutte le posizioni di sicurezza in Israele. È inevitabile e si fermerà solo quando l’occupazione stessa volge al termine.In solidarietà,Erano

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Una testimonianza di un giovane volato via

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Nell’ambito della riunione annuale britannica, le testimonianze sono presentate e lette alla grazia di Dio nella vita di amici morti.Il documento di quest’anno include Sam Challis (20 aprile 1981-24 marzo 2020) della London West Area Meeting.Il documento completo è qui. https://www.quaker.org.uk/documents/testimoniesAlcuni estratti qui sotto:′′ Fin dall’età adulta si impegnava appassionatamente a fare politica a sinistra, e a varie cause. Motivato dall’intelligenza, dalla gentilezza, dal suo amore per il mondo (in particolare per gli animali), l’impegno di Sam era quello di agire sul parlare: si è lasciato coinvolgere. Uno di questi impegni era per i diritti degli animali e il veganesimo; in altri tempi era anche attivo nel movimento della pace e come sabotatore della caccia.”′′ Chi è attivo con lui nelle cause politiche ha ricordato innanzitutto un compagno paziente e impegnato che è stato gentile con tutti indipendentemente dal taglio e dalla spinta del dibattito eattivismo.”′′ Sam ha prestato servizio per alcuni anni nel comitato di campagna di pace di QPSW, spesso sostenendo l’incontro in maniera interna e aspettando che gran parte della discussione fosse passata prima di contribuire. Ha compreso l’opera dello Spirito per portare al cambiamento trasformativo, e il suo tempestivo ministero parlato ha aiutato la Società a mantenere piani radicali, mentre scoraggiava i compromessi che potrebbero vanificare o diluire.”′′ Lo staff di BYM ricorda una particolare gratitudine per il fatto che Sam chiede sempre se avessero le risorse e il sostegno necessari per realizzare progetti ambiziosi e innovativi.”′′ La morte inaspettata di Sam poco prima di quello che sarebbe stato il suo 39° compleanno lascia un forte rimpianto nei cuori di tutti coloro che lo hanno conosciuto, e di altri che hanno contemplato ciò che avevano perso dopo la sua morte. Il suo spirito è sempre nelle menti e nei cuori di coloro che sono benedetti dalla sua presenza nella loro vita.”

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Meeting Minutes

Meeting Minutes

Happy birthday, Tom Fox (July 7, 1951 – March 9, 2006). Quaker. Pacifist. Member of Langley Hills Friends Meeting in McLean, Virginia. Youth Programs Director for Baltimore Yearly Meeting. Activist with Christian Peacemaker Teams (CPT) in Iraq. On Nov. 26, 2005, Tom and three other CPT members were abducted by a group known as the “Swords of Righteousness Brigade.” On March 10, 2006, Tom’s body was found in a garbage dump in Baghdad. Born in Chattanooga, Tennessee. Died in Baghdad, Iraq.

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On this date in 1946 (July 7th), Moses M. Beachy died. (Born Dec. 3, 1874.) Amish minister and bishop. When it came to the application of the “Meidung” (avoidance of church members under discipline), Moses was a moderate. His lenient attitude gave rise to dissension within his congregation. In June 1927, the conservative faction withdrew. With the conservatives gone, the “Moses Beachy group” soon approved the use of automobiles, electricity, and telephones. This was the beginning of the Beachy Amish church. Born near Salisbury

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On this date in 1981 (July 7th), Peace Pilgrim died. (Born Mildred Lisette Norman on July 18, 1908.) Mystic. Pacifist. Peace activist. Practitioner of voluntary poverty as a spiritual discipline. In 1953, she took on her new name, left behind her old life, and spent the next 28 years walking across the country. Her vow: “To remain a wanderer until mankind has learned the way of peace, walking until given shelter and fasting until given food.” Author of “Steps Toward Inner Peace” (1964). Born in Egg Harbor City, New Jersey. Died in a car accident near Knox, Indiana. Cremated.

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Happy birthday, William Worthy (July 7, 1921 – May 4, 2014). Journalist. Civil rights activist. Anti-imperialist. Conscientious objector during World War II. Graduate of Bates College (1942). Advocate for the free flow of information around the world. As a newspaper reporter with the “Baltimore Afro-American”, William was in the habit of traveling to countries that were disapproved by the State Department (like China and Cuba). He had his passport seized several times, and was represented on more than one occasion by William Kunstler. Born in Boston, Massachusetts. Died in Brewster, Massachusetts.
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Nativi americani: siamo di fronte a un nuovo genocidio?

Tony Kireopoulos, segretario generale associato del Consiglio nazionale delle chiese cristiane negli Stati Uniti si interroga su come uomini di fede possano aver compiuto simili atrocità a danno del loro prossimo

Tony Kireopoulos, segretario generale associato del National Council of Churches Usa, il Consiglio nazionale delle chiese cristiane negli Stati Uniti, è autore di una accorata lettera di denuncia a seguito dei drammatici ritrovamenti di centinaia di corpi di nativi americani in cimiteri connessi a scuole cattoliche in Canada, per lo più giovani studenti. Kireopoulos, alla luce anche delle prossime ricerche che rischiano di svelare un quadro ancor più drammatico, si interroga con drammaticità sul perché uomini di fede possano arrivare a perpetrare quello che appare un nuovo genocidio.

Qui di seguito il testo della lettera:

«Le recenti notizie sulle fosse comuni e non contrassegnate nelle scuole residenziali canadesi sono sconvolgenti. In effetti, senza voler ignorare il Sentiero delle Lacrime (il percorso attraverso cui i nativi americani venivano deportati nelle terre loro attribuite dal governo, ndr) e altri abusi a danno dei popoli indigeni nel nostro Paese, gli Stait Uniti, il destino dei bambini indigeni nelle scuole residenziali canadesi, gestite dalle chiese per conto del governo, è di particolare tristezza e orrore.

Le scoperte, diverse settimane fa a Kamloops, nella Columbia Britannica, e pochi giorni fa a Marieval, nel Saskatchewan, hanno focalizzato le autorità canadesi sulla storia secolare delle scuole residenziali e sull’eredità in corso; scuole che avevano lo scopo di assimilare le popolazioni autoctone. I leader del governo e degli indigeni hanno definito tale pratica una forma differente di genocidio ed è in corso un’indagine a livello di sistema su altre scuole e cimiteri. Di conseguenza, un’indagine simile si svolgerà nei siti delle scuole dei nativi americani negli Stati Uniti, dove l’esperienza dei popoli indigeni è parallela a quella di quelli in Canada. Questa tragedia in corso pone la domanda: siamo, infatti, di fronte a un altro genocidio?

Sollevo questa domanda da un particolare punto di vista. Nel 2004 ho avuto l’onore di recarmi in Ruanda e di partecipare a una consultazione del Consiglio ecumenico delle chiese sulla dignità umana per commemorare il decimo anniversario del genocidio ruandese. Nello stesso anno, ho ospitato una presentazione di Samantha Power, che aveva recentemente pubblicato il suo libro vincitore del Premio Pulitzer, A Problem from Hell: America and the Age of Genocide (New York: Basic Books, 2002), e la cui carriera come avvocata per i diritti avrebbe continuato a portarla ai più alti livelli del governo degli Stati Uniti. Ho continuato a servire nella direzione del consiglio di amministrazione della Save Darfur Coalition e della sua organizzazione seguente, United to End Genocide (come presidente), e ho anche partecipato a riunioni della comunità delle Nazioni Unite sulla responsabilità di proteggere, spingendo una risoluzione del Consiglio nazionale delle chiese che approva tale principio. Inoltre, ho convocato una consultazione del Ncc sulla complicità delle chiese nel genocidio e in seguito ho contribuito al lavoro di un gruppo di studio “Violenza in un’era di genocidio”, che è stato pubblicato collettivamente come “Violenza razziale e responsabilità delle chiese”  in una sezione dedicata di un numero speciale del Journal of Ecumenical Studies (2020: 55, 1). È con questa esperienza che rivolgo il mio sguardo verso le terribili scoperte delle fosse comuni e senza nome nelle scuole residenziali in Canada.

Naturalmente, le scoperte hanno sconvolto molti in Canada, negli Stati Uniti e in tutto il mondo. Infatti, anche se la notizia della scoperta di Kamloops stava già circolando, è stato solo attraverso una conferenza del Consiglio ecumenico delle Chiese a giugno che ho appreso l’entità della tragedia e del trauma tra i popoli indigeni in Canada. È stato anche in questa conferenza che ho appreso della resa dei conti iniziata in tutto il Canada, e in particolare nelle chiese. Il fatto che le nozioni quasi teologiche, o peggio ancora eretiche, della dottrina della scoperta e del destino manifesto fornissero una giustificazione per questo trattamento delle comunità indigene nel Nord America è una ragione per cui le persone di fede devono considerare questa esperienza con allarme. È lo stesso allarme con cui guardiamo oggi alla nozione altrettanto eretica del nazionalismo cristiano.

Suppongo che il genocidio sia stato con noi dall’inizio dei tempi. E di sicuro non è stato perpetrato solo dai cristiani. Ma quando è stato eseguito in nome di Cristo, o da coloro che rivendicano Cristo come loro salvatore – come è stato in Germania, Bosnia, Ruanda e apparentemente in Nord America – è motivo per i cristiani e le loro chiese di riflettere su se stessi, confessare il peccato e fare ammenda.

Mentre contempliamo questa tragica storia, dobbiamo chiederci: come si fa a disprezzare un altro fino al punto di sterminare un’intera popolazione? E come fanno le persone apparentemente radicate nella fede a commettere un tale male? I protestanti tedeschi lo hanno fatto agli ebrei. I serbi ortodossi lo hanno fatto ai musulmani bosniaci. Gli hutu cattolici lo hanno fatto ai tutsi cattolici. E i cristiani di molti credi lo hanno fatto alle popolazioni indigene del Nord America. Una cosa sembrano avere tutti in comune: un totale disprezzo per gli altri che pensano non siano completamente umani. Non hanno bisogno di considerare le loro vittime parassiti o scarafaggi, come è avvenuto rispettivamente in Germania e in Ruanda. Hanno semplicemente bisogno di vederli come umani per metà o tre quarti, come è stato fatto negli Stati Uniti durante e subito dopo la schiavitù. In quale altro modo spiegare, tra migliaia di morti per malattie, abusi e abbandono, l’omicidio di bambini nati da ragazze indigene che apparentemente erano state violentate da preti e monaci, nelle scuole residenziali canadesi?

Quindi quello che è successo in Canada, e forse negli Stati Uniti, è da considerarsi un genocidio? Un mio stimato collega, Kenneth Q. James della African Methodist Episcopal Zion Church, ha redatto un documento non molto tempo prima della sua morte (nel 2020) in cui ha sostenuto in modo convincente che il trattamento degli afroamericani nella storia degli Stati Uniti è stato pari a un «lento genocidio». Dalle prove dissotterrate nei cimiteri delle scuole residenziali canadesi, sembra che il trattamento riservato ai popoli indigeni del Nord America fosse lo stesso. Se commesso in un periodo relativamente breve, o oltre un secolo, è pur sempre un genocidio, se l’intento è quello di sradicare il futuro di un intero popolo.

Mentre contempliamo l’orrore che senza dubbio continuerà a manifestarsi man mano che verranno esplorati più cimiteri alla ricerca di fosse comuni e non contrassegnate, chiamiamoci a rendere conto di ciò che è accaduto. Sì, questi abusi sono avvenuti nei decenni e nei secoli passati, ma poiché continuiamo a partecipare a qualsiasi tipo di pratica discriminatoria o a beneficiare di persecuzioni sistematiche che possono essere radicate in un tempo e in un luogo diversi, rimaniamo moralmente complici del peccato oggi. E quindi ciò richiede una risposta morale, politica, legale e spirituale. Pertanto, mentre ora andiamo avanti ripetendo ciò che è stato detto dopo l’Olocausto, «Mai più!», si devono trovare modi efficaci di riconciliazione sociale, come nei tribunali Gacaca in Ruanda con l’affidamento parziale del giudizio riservato alle vittime; e, come in Bosnia, pregare perché il ricordo delle vittime sia eterno: cosa faremo ancora adesso, come individui e comunità di fede, in risposta alle scuole residenziali nordamericane? Dio ci aiuti».

Foto: un totem indiano guarda la città canadese di Vancouver

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La Romania si riconcilia con il proprio passato nel riconoscere le responsabilità nella Shoah

80 anni dopo il pogrom e le persecuzioni che costarono la vita a migliaia di ebrei, Bucarest si confronta con una storia a lungo rimossa

Si parla spesso di “Olocausto dimenticato” riguardante la Romania. Il Paese, che per lungo tempo ha negato la propria partecipazione al genocidio ebraico, ha reso omaggio il 30 giugno alle vittime del pogrom del 1941, durante una commemorazione in Parlamento senza precedenti, simbolo dell’opera di memoria compiuta negli ultimi anni.

«Dobbiamo riconoscerlo: il nostro passato non è sempre stato glorioso», ha dichiarato il presidente del Consiglio Florin Citu, riferendosi a «l’inimmaginabile sofferenza, la crudeltà, la ferocia». Il massacro, compiuto per ordine del maresciallo filonazista Ion Antonescu a Iaşi (nord-est), ha lasciato quasi 15.000 morti, ovvero un terzo della popolazione ebraica dell’epoca di questa grande città universitaria. Il politico ha sottolineato «il dovere della verità e della giustizia affinché una simile tragedia non si ripeta», in occasione della cerimonia cui hanno partecipato gli ultimi sopravvissuti oltre a ministri e diplomatici. Un difficile dovere di verità e giustizia.

«Commemorando questo massacro, il peggiore nella storia moderna della Romania, il Parlamento sta gettando le basi per la riconciliazione», ha affermato Alexandru Muraru, il rappresentante del governo per la memoria dell’Olocausto.

All’epoca la città di Iaşi era popolata per metà dalla comunità ebraica, ovvero circa 40.000 persone. La maggior parte di loro erano semplici artigiani o piccoli commercianti. È qui che negli anni ’20 nacque la “Guardia di ferro”, un partito fascista. Mentre questa ostilità contro gli ebrei fioriva, la fragile democrazia della Romania stava cedendo alla tentazione dell’estrema destra. Nel 1940, il maresciallo Antonescu prese il potere e si alleò con il Terzo Reich.

Pochi mesi dopo, nel giugno 1941, in accordo con Hitler che aveva appena lanciato l’Operazione Barbarossa, il dittatore rumeno inviò l’esercito del suo paese per liberare la Moldova occupata dai sovietici. In risposta, la città subì attacchi aerei dall’Armata Rossa. Una psicosi antiebraica si impadronì della popolazione. Ogni individuo ebreo era visto come un nemico dall’interno. Voci di un complotto ebraico al servizio del nemico sovietico si diffusero a macchia d’olio e incontrarono una grande credulità. La situazione è favorevole ai disegni del maresciallo Antonescu che non nasconde il suo desiderio di eliminare «il problema ebraico».

Il 25 giugno 1941 la polizia consigliò alla popolazione cristiana di contrassegnare la propria casa con una croce. Le facciate della città sono ricoperte di manifesti che invocano la morte degli ebrei. Si dice che i paracadutisti sovietici siano entrati in città. Iniziano i rastrellamenti. Le autorità decidono di arrestare tutti i “sospetti”.

Un primo convoglio di 2.500 ebrei partì il 30 giugno per Călărași, nel sud della Romania. Solo nel tragitto morirono 1.194 persone. Stessa cosa avverrà con i convogli successivi.

Oltre al suo carattere particolarmente barbaro, il pogrom di Iaşi è anche uno dei più documentati. Numerose foto sono state scattate durante questi giorni orribili. Alcuni da soldati tedeschi, presenti in città, desiderosi di inviare “ricordi” alle loro famiglie, altri da membri dell’intelligence rumena. Queste immagini ci mostrano, tra le altre cose, che individui comuni sono diventati carnefici insieme a membri delle forze di sicurezza e degli eserciti rumeni e tedeschi. «A Iaşi, sono stati i vicini, uomini e donne, che hanno partecipato agli omicidi e alla spoliazione dei loro vicini ebrei. A volte si trattava di azioni spontanee, a volte di azioni organizzate dai servizi segreti rumeni, che usavano le loro reti di informatori per maltrattare e assassinare ebrei», spiega lo storico rumeno Radu Ioanid, autore del libro “il pogrom di Iaşi ” (Ed. Calmann-Lévy).

Almeno 280.000 ebrei rumeni e ucraini morirono sotto l’amministrazione di Ion Antonescu.

Per molto tempo questa pagina è stata taciuta. I criminali di guerra di Iaşi furono processati nel 1948 in un procedimento lampo. Solo 25 di loro sono stati condannati all’ergastolo. La Romania del periodo comunista ha voluto scaricare sulla Germania e anche sull’Ungheria, alleata della Germania, la responsabilità di tutti i crimini commessi sul suo territorio. I paesi che hanno conosciuto regimi comunisti tendono a percepire e presentarsi come vittime del totalitarismo. È difficile, nel caso rumeno, ammettere che lo stesso regime precedente fosse totalitario e commettesse grandi crimini. Di conseguenza, solo nel 2004 il governo rumeno ha riconosciuto la sua diretta responsabilità per il pogrom di Iaşi e si è ufficialmente scusato con la comunità ebraica.

Otto decenni dopo, il Paese vuole mostrare un altro volto. Il primo ministro rumeno Florin Cîțu ha nominato lo scorso gennaio un rappresentante speciale del governo per la Memoria e la lotta all’antisemitismo. Questo nuovo incarico è occupato dallo storico Alexandru Muraru, specialista della Shoah. Quest’ultimo ammette che la Romania ha troppo a lungo ignorato il suo passato. «Nel nostro paese, come in altri paesi dell’Europa centrale e orientale, c’è una tendenza al nazionalismo e alla glorificazione degli eventi storici nazionali. Questa visione minimizza gli episodi più oscuri».

Per bloccare finalmente la strada a queste idee, il governo ha adottato lo scorso maggio per la prima volta un piano strategico nazionale per combattere l’antisemitismo, la xenofobia, la radicalizzazione e l’incitamento all’odio. In occasione dell’80° anniversario del pogrom di Iaşi, la Romania vuole sottolineare questa buona volontà. Le delegazioni di molti Paesi sono invitate alla cerimonia che ha avuto martedì 29 giugno nel cimitero dove i resti delle vittime sono raccolti in un’enorme fossa comune. Lo stesso giorno è stato inaugurato anche un nuovo museo nel sito dell’ex Questura. Un altro dedicato più ampiamente alla storia della comunità ebraica nel Paese è in programma a Bucarest.

Foto: Ebrei arrestati dalle milizie rumene nella cittadina di Iasi

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UNICEF/Yemen: il numero di bambini che affrontano interruzioni nell’istruzione potrebbe arrivare a 6 milioni. Lanciato nuovo Rapporto “Istruzione interrotta”

05.07.2021 – UNICEF

UNICEF/Yemen: il numero di bambini che affrontano interruzioni nell’istruzione potrebbe arrivare a 6 milioni. Lanciato nuovo Rapporto “Istruzione interrotta”
(Foto di UNICEF)

Secondo un nuovo rapporto lanciato dall’UNICEF oggi, a sei anni dall’inizio del devastante conflitto in Yemen, ancora in corso, l’istruzione dei bambini nel paese ne è diventata una delle maggiori vittime.

Poco più di 2 milioni di ragazze e ragazzi in età scolare non stanno andando a scuola, a causa della povertà, del conflitto e della mancanza di opportunità che compromettono la loro istruzione. Questo numero è raddoppiato rispetto ai bambini che non frequentavano la scuola nel 2015, quando il conflitto è cominciato.

Il rapporto, “Education Disrupted: Impact of the conflict on children’s education in Yemen”/Istruzione interrotta: l’impatto del conflitto sull’istruzione dei bambini in Yemen, analizza i rischi e le sfide che i bambini affrontano quando non vanno a scuola, e le azioni urgenti necessarie a proteggerli.

“L’accesso a un’istruzione di qualità è un diritto basilare per ogni bambino, anche per le ragazze, i bambini sfollati e quelli con disabilità”, ha dichiarato Philippe Duamelle, Rappresentante dell’UNICEF in Yemen. “Il conflitto ha un impatto sconcertante su ogni aspetto delle vite dei bambini, eppure l’accesso all’istruzione offre un senso di normalità per i bambini anche nei contesti più disperati e li protegge dalle diverse forme di sfruttamento. Tenere i bambini a scuola è fondamentale per il loro futuro e per quello dello Yemen”.

Il rapporto evidenzia che, quando i bambini non vanno a scuola, le conseguenze sono disastrose, sia per il loro presente che per il loro futuro.

Le ragazze vengono costrette a matrimoni precoci, in cui rimangono intrappolate in un ciclo di povertà e potenziale inespresso. I ragazzi e le ragazze sono maggiormente vulnerabili al lavoro minorile o al reclutamento nei combattimenti. Oltre 3.600 bambini sono stati reclutati in Yemen negli ultimi sei anni.

A rendere le cose peggiori, due insegnanti su tre in Yemen – oltre 170.000 in totale – non ricevono uno stipendio regolare da oltre 4 anni a causa del conflitto e delle dispute geopolitiche. Ciò espone circa 4 milioni ulteriori bambini a rischio di istruzione interrotta o di abbandono, poiché gli insegnanti non retribuiti lasciano l’insegnamento per trovare altri modi di provvedere alle loro famiglie.

I bambini che non portano a termine la loro istruzione sono intrappolati in un ciclo di povertà che si perpetua da solo. Se i bambini che non vanno a scuola o quelli che hanno abbandonato recentemente non saranno supportati in modo adeguato, potrebbero non rientrarci mai.

Gli effetti combinati del conflitto prolungato e degli ultimi attacchi all’istruzione, a causa della pandemia da COVID-19, avranno effetti devastanti e duraturi sull’istruzione e sul benessere mentale e fisico dei bambini e degli adolescenti in Yemen.

Nel rapporto, l’UNICEF chiede alle parti interessate in Yemen di sostenere il diritto dei bambini all’istruzione e di lavorare insieme per raggiungere una pace duratura e completa. Questo comprende: fermare gli attacchi sulle scuole – sono stati 231 da marzo 2015 – e assicurare che gli insegnanti ricevano uno stipendio regolare in modo che i bambini possano continuare ad apprendere e crescere. Chiede inoltre ai donatori internazionali di supportare i programmi per l’istruzione con donazioni a lungo termine.

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Gli Stati Uniti aggiungono la Turchia all’elenco dei paesi implicati nell’uso di bambini soldato

05.07.2021 – Murat Cinar

Gli Stati Uniti aggiungono la Turchia all’elenco dei paesi implicati nell’uso di bambini soldato

Gli Stati Uniti d’America, il primo luglio, hanno aggiunto la Turchia nell’elenco di quei paesi implicati nell’uso di bambini soldato nel 2020. L’amministrazione statunitense così ha inserito per la prima volta un alleato della NATO in tale elenco, questa decisione ovviamente rischia di complicare ulteriormente i già tesi legami tra Ankara e Washington.

Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha stabilito nel suo Trafficking in Persons (TIP) del 2021 che la Turchia stava fornendo un “sostegno tangibile” alla brigata armata di Sultan Murad in Siria, una fazione dell’opposizione siriana che Ankara ha a lungo, sostenuto e un gruppo che Washington accusa di aver reclutato e utilizzato bambini soldato in questi ultimi anni.

Secondo l’agenzia di notizia Reuters, un alto funzionario del Dipartimento di Stato ha fatto riferimento all’uso di bambini soldato in Libia, affermando che Washington sperava di lavorare con Ankara sulla questione per affrontarla.

La Turchia ha effettuato tre operazioni militari transfrontaliere in Siria, in questi ultimi cinque anni, contro il cosiddetto Stato islamico(ISIS) e le Unità di Difesa Popolari(YPG/J), ha spesso utilizzato fazioni di combattenti siriani armati in aggiunta alle proprie forze, come l’Esercito libero siriano.

Alcuni di questi gruppi sono stati accusati da diverse ong che lottano per i diritti umani e dalle Nazioni Unite di aver attaccato indiscriminatamente civili e di aver compiuto rapimenti e saccheggi sul territorio siriano. Le Nazioni Unite avevano chiesto ad Ankara di mantenere distanze con questi gruppi armati mentre il governo centrale in Turchia ha respinto le accuse, definendole “infondate”.

Le prime reazioni di Ankara

Lo stesso giorno, con un comunicato scritto, il Ministero degli Esteri della Repubblica di Turchia ha espresso la sua prima reazione a proposito della decisione di Washington.

“È l’esempio più eclatante d’ipocrisia degli Stati Uniti, che sostengono apertamente l’organizzazione terroristica PKK-PYD-YPG, che recluta bambini in diversi attentati terroristici in Siria e Iraq. Le cosiddette “Forze Democratiche Siriane” sono sotto il controllo dell’organizzazione terroristica PKK/YPG e hanno commesso molte violazioni e gravi crimini come il reclutamento forzato di bambini in Siria, il rapimento, la privazione della libertà, l’uso delle scuole per scopi militari. Questo fatto è stato confermato anche nel report di Virginia Gamba il 21 giugno del 2021, la rappresentante speciale delle Nazioni Unite per i bambini e il conflitto armato”.

Report della fondazione SETA

Nel mentre, in Turchia, dopo la decisione dell’amministrazione statunitense sono stati spolverati gli archivi. Nel suo ultimo articolo, il giornalista Murat Yetkin, sul suo sito personale, Yetkin Report, ha ricordato una relazione particolare preparata da una fondazione turca. Secondo questo lavoro di approfondimento realizzato nel 2020 dalla Fondazione di Ricerche Sociali, Economiche e Politiche (SETA), il partner armato numero uno di Ankara ossia l’Esercito libero siriano sarebbe accusato di reclutare dei minorenni in Siria. In questo report firmato da uno degli esperti assunti dalla SETA ossia Ömer Özkızılcık, si sottolinea che il 10% dei combattenti dell’Esercito libero siriano ha meno di 20 e più di 18 anni. La SETA specifica che soltanto l’ottantotto millesimi dei combattenti fa parte di questo “esercito” da solo 1 anno. Quindi non è così difficile supporre che in quel 10% dei combattenti appena maggiorenni ci siano dei ragazzi reclutati quando erano minorenni. Inoltre nel report si specifica che i combattenti turcomanni di questa formazione armata hanno un’età media inferiore rispetto quelli arabi, curdi e circassi.

Questo report è stato rimosso dal sito della fondazione SETA nel mese di novembre del 2020. La cosa più particolare forse sta nel fatto che la fondazione SETA sia una realtà nata durante la carriera politica del partito al governo e offra un continuo e importante servizio di consulenza ad Ankara nelle sue scelte di politica estera.

Dunque la decisione calda degli Stati uniti d’America non sembra che sia piovuta dal cielo anzi sembra che abbia una sorta di conferma anche nel report preparato dalla fondazione di “fiducia” di Ankara.

Le eventuali conseguenzeI governi inseriti in questa lista sono soggetti a restrizioni, secondo il rapporto del Dipartimento di Stato, su alcuni servizi di sicurezza e licenze commerciali di attrezzature militari, in assenza di una deroga presidenziale. Non è ancora chiaro se eventuali restrizioni saranno applicate automaticamente alla Turchia. Quindi questa mossa ha sollevato dubbi sul fatto che potesse far deragliare i negoziati in corso di Ankara con Washington sull’offerta della Turchia di gestire l’aeroporto di Kabul in Afghanistan una volta che gli Stati Uniti avranno completato il ritiro delle sue truppe, esattamente com’è stato comunicato nell’ultimo vertice della Nato a Bruxelles all’inizio giugno. Dall’altro lato, secondo l’agenzia Reuters, il portavoce del Dipartimento di Stato, Ned Price, ha sottolineato che le due cose non saranno probabilmente collegate. Va sottolineato il fatto che, con l’obiettivo di svolgere questo compito, Ankara cerca vari supporti finanziari e operativi all’interno della Nato.Il presidente statunitense, Joe Biden, dopo l’incontro a Bruxelles con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, aveva confermato che il sostegno degli Stati Uniti sarebbe arrivato.

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Buon compleanno, Elise Boulding (6 luglio 1920-24 giugno 2010). Quaker. Pacifista. Femminista. Sociologo. Elise ha aiutato a creare il campo accademico conosciuto come ′′ studi di pace.” Ha incontrato suo marito Kenneth Boulding a una riunione di Quaccheri nel 1941.Autore de ′′ The Underside of History: A View of Women through Time ′′ (1976), tra molte altre opere. Presidente internazionale della Lega internazionale femminile per la pace e la libertà (WILPF) dal 1968 al 1971. Nato a Oslo, Norvegia. Morto a Needham, Massachusetts.~ La serie degli eroi di Marginal Mennonite SocietyPer favore mettete mi piace, condividete e commentate i post di MMS. Grazie! Grazie! Aiuta davvero la pagina a farsi vedere da più occhi.

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In questa data nel 1415 (6 luglio), Jan Hus venne bruciato sul rogo a Costanza, Germania. Aveva circa 45 anni.Prete ceco. Filosofo. Riformatore. L ‘ esecuzione di Hus infuriava e radicalizzava i suoi seguaci in Boemia, che divenne noto come Hussiti. Le loro attività hanno scatenato forze sociali e religiose che hanno dato origine a un movimento di riforma in tutta la Boemia e non solo. Questa ′′ riforma ceca ′′ ha preceduto Lutero (e gli anabattisti) di un secolo. I Moravi di oggi sono discendenti diretti degli Hussiti.

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In questa data, nel 1768 (6 luglio), morì Johann Conrad Beissel. (Nato il 1691. marzo) Communitario. Mistico. Pacifista. Stampante. Editore. Avvocato per il semplice stile di vita. Nato a Eberbach, Germania. Immigrato in America nel 1720.
Nel 1732, Beissel fondò la comunità del Chiostro di Efrata a Ephrata, Pennsylvania (Contea di Lancaster). La stampa Ephrata ha prodotto la prima edizione americana di ′′ Mirror dei martiri ′′ (in tedesco).
La comunità era un centro industriale, con la propria segheria, cartiera, conceria, tessitura e fabbrica di ceramica. Alla sua altezza, la comunità comprendeva circa 80 uomini e donne celibi e circa 200 persone sposate.
I palazzi sono ancora in piedi e i terreni sono aperti al pubblico. Beissel è sepolto nel Cimitero del Chiostro di Efrata.
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Buon 86° compleanno, Dalai Lama (nato il 6 luglio 1935)
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Contro il Police crackdon inglese e insieme con gli ebrei

I quaccheri e i leader ebrei sono tra coloro che si sono espressi contro il ′′ Police Crackdown Bill votato di nuovo questo pomeriggio, così come gli zingari rom e i leader viaggiatori, i gruppi per i diritti umani, i portavoce delle Nazioni Unite e anche alcuni personaggi della polizia!Nella sua forma attuale la legislazione proposta, minaccia di criminalizzare l’intero stile di vita delle persone nomadi in Gran Bretagna, ribadiscono la protesta pacifica e rafforzano i poteri di polizia già usati in modi discriminatori.Diversi parlamentari liberali e socialisti propongono oggi emendamenti al progetto di legge, dopodiché continuerà ai Signori, che potrebbero rimandare altri emendamenti per i parlamentari su cui votare di nuovo.Il sito dei Quaccheri in Gran Bretagna ha idee su cosa puoi fare: https://www.quaker.org.uk/…/now-is-the-time-to-act-on…

A noi dispiace l’ottusità dei quaccheri liberals che pe reali ragioni pseudo coloniali macherate da diritti umani si schieri troppo spesso contro Israele e favore della violenza palestinese. IN iTALIA anche gli ebrei coi Valdesi si schierano per le minoranze. E’ una costante in Europa. Occorre comprendere che la loro terra israeliana è sacra e hanno per i loro principi il diritto di difendersi contro le teocrazie islamiche che la circondano. Gli ebrei – sola democrazia del medioriente – dopo la Schoah non devono rendere conto alla nostra minoranza( o altri compresa la sinistra ) che agli inizi ha avuto una sia pur repressione anglicana e statale.

Il Governo conservatore inglese va cacciato anche se espone l’arcobaleno gay in down street. Non siamo allocchi…

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Australia, colosso minerario distrugge antichi manufatti dei popoli aborigeni

04.07.2021 – Lorenzo Poli

Australia, colosso minerario distrugge antichi manufatti dei popoli aborigeni
(Foto di Flickr)

In Australia centinaia di manufatti di inestimabile valore risalenti all’era glaciale sono stati gettati nella spazzatura dal colosso minerario Rio Tinto Group, la terza società mineraria più grande al mondo. A riferirlo  è un gruppo aborigeno tenuto all’oscuro della distruzione delle sue terre.

“Hanno mostrato così poco rispetto per le condizioni dello stato, o per il patrimonio culturale distrutto su vasta scala. Centinaia di manufatti culturali dei Guruma sono finiti nella spazzatura”, ha dichiarato la Wintawari Guruma Aboriginal Corporation (WGAC). “È un segreto che è stato mantenuto dalla Hamersley Iron [una consociata controllata del gruppo Rio Tinto] e dal governo per circa 25 anni”.

Come sottolinea il Guardian, le accuse sono state presentate al Parlamento australiano venerdì 25 giugno. In particolare, materiale di 20 dei 28 siti è stato recuperato e poi distrutto durante i lavori nella miniera di ferro di Marandoo a metà degli anni ’90. Qualcosa che è perdurato per ben 25 anni.

Oltre ad essere manufatti importantissimi per l’eredità culturale degli aborigeni, gran parte di questo materiale ha anche una grande rilevanza di tipo archeologico, in grado di fornirci informazioni sulla vita degli antichi aborigeni durante l’ultima era glaciale. La società Rio Tinto è tristemente conosciuta per aver fatto esplodere l’anno scorso rifugi rocciosi risalenti a 46.000 anni fa, considerati sacri dai popoli aborigeni dell’Australia occidentale, per far spazio alle proprie miniere di ferro. Si trattava dei rifugi di roccia di Juukan Gorge, alcune delle più antiche caverne abitate sull’altopiano.

Per capire la dimensione del danno culturale, basta riferirsi alla dichiarazione dell’Unesco, secondo cui “la distruzione archeologica nella gola di Juukan è paragonabile alle statue dei Buddha Bamiyan buttate giù dai talebani in Afghanistan o all’annientamento della città siriana di Palmira voluto dall’Isis”. Secondo Peter Stone, presidente dell’Unesco per la protezione dei beni culturali, la distruzione archeologica nella gola di Juukan può essere considerata tra le peggiori della storia recente.

Proprio in quelle grotte diversi scavi hanno rinvenuto manufatti significativi risalenti a 28.000 anni fa, tra cui strumenti, oggetti sacri e una ciocca di capelli umani intrecciati di 4.000 anni fa, dimostrando l’esistenza degli antenati diretti degli attuali custodi della zona, il popolo Puutu Kunti Kurrama e Pinikura (PKKP). Già l’anno scorso la distruzione di quelle grotte fu un colpo al cuore per la storia e la cultura aborigena. “È davvero, davvero difficile comprenderlo. Non sono più lì“, affermava Burchell Hayes, direttore della PKKP Aboriginal Corporation e membro del comitato della terra di Kurrama.

È giusto annullare oltre 40mila anni di storia, attuando una vera e propria cancellazione di un popolo, per un guadagno puramente economico?

Tuttavia nel 2013 il Ministero degli affari aborigeni ha agito in modo legale, in conformità con l’Aboriginal Heritage Act del 1972, redatto per favorire le opportunità minerarie. La compagnia mineraria responsabile della distruzione l’anno scorso ha dichiarato: “Nel 2013 è stato concesso il consenso ministeriale perché la   società Rio Tinto potesse condurre un’attività nella miniera di Brockman 4 che avrebbe avuto un impatto sui rifugi di roccia di Juukan 1 e Juukan 2. Rio Tinto ha collaborato costruttivamente con il PKKP in una serie di questioni relative al patrimonio culturale in base all’accordo e, ove possibile, ha modificato le sue operazioni per evitare impatti sul patrimonio e proteggere luoghi di importanza culturale per il gruppo“.

In questi giorni l’amministratore delegato della società mineraria Simon Trott ha risposto alle ultime accuse: “Non siamo orgogliosi di molte parti della nostra storia a Marandoo e ribadiamo le nostre scuse ai tradizionali proprietari della terra, il Popolo Guruma, per le nostre azioni passate. Sappiamo di avere molto lavoro da fare per correggere alcuni di questi errori storici”. Come se una dichiarazione potesse cancellare l’enorme danno arrecato agli aborigeni.

Eppure, sempre a giugno dell’anno scorso, il colosso minerario BHP aveva annunciato che avrebbe smesso di distruggere siti sacri e che tutte le decisioni si sarebbero prese di comune accordo con gli aborigeni. Anche BHP aveva pianificato di distruggere fino a 40 siti sacri per il popolo Banjima per far posto alla sua miniera da 4,5 miliardi di dollari a South Flank, vicino a Newman, in Australia. Il tutto con il consenso del Ministero degli Affari aborigeni, fino a quando non è arrivata la dichiarazione: “Non agiremo più nei siti sacri senza consultarci con il popolo Banjima e faremo uno sforzo per comprendere il significato culturale della regione, esprimendo il profondo rispetto che nutriamo per il popolo Banjima e il suo patrimonio”.

Una vittoria per i popoli aborigeni australiani, ma che ancora oggi rimane un granello di polvere di fronte alla cancellazione storica del loro passato archeologico.

Per approfondire:

Aboriginal Heritage Act del 1972: https://www.legislation.wa.gov.au/legislation/statutes.nsf/main_mrtitle_3_homepage.html

https://www.abc.net.au/news/2020-06-11/bhp-halts-aboriginal-site-destruction-after-rio-tinto-protests/12345566

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