Sono iniziati i licenziamenti. Non di persona ma via email. “Tempi moderni” di Draghi…

La Gianetti Ruote di Ceriano Laghetto chiude all’improvviso: 152 licenziati con una mail

Alla fine del turno, sabato pomeriggio, l’azienda ha comunicato lo stop con una mail: tutti in ferie, poi permesso retribuito fino alla chiusura definitiva. La Fiom: «Presidieremo i cancelli e difenderemo i posti di lavoro»

Di Rosella Redaelli su Corsera

La Gianetti Ruote di Ceriano Laghetto chiude all'improvviso: 152 licenziati con una mail

L’annuncio della chiusura dello stabilimento è arrivato via mail, a fine turno. Una doccia fredda per i 152 addetti della Gianetti Ruote di Ceriano Laghetto (Monza e Brianza), azienda storica fondata nel 1880, leader nella produzione di ruote in acciaio per veicoli, camion, autobus e rimorchi con clienti del calibro di Iveco, Daimler, Volvo. «Crisi aggravata dalla pandemia», scrive nella mail ai lavoratori il Fondo Quantum Capital Partner, che detiene la proprietà. I lavoratori sono stati messi in ferie per poi andare in permesso retribuito fino alla chiusura definitiva dello stabilimento.

Tra gli addetti c’è sgomento, incredulità, rabbia. Con il passaparola si sono ritrovati tutti davanti ai cancelli dell’azienda di via Stabilimenti per una riunione dall’esito scontato. È stata subito decisa la mobilitazione generale e sono state organizzate delle ronde già nella notte tra sabato e domenica «per evitare che la proprietà porti via i macchinari», spiegano i lavoratori.

«Siamo alla barbarie – commenta Pietro Occhiuto, Segretario Generale Fiom Cgil Brianza – niente faceva presagire un epilogo di questo tipo. Da oggi saremo in assemblea permanente, presidieremo i cancelli, difenderemo i posti di lavoro». Quello della Gianetti Ruote è il primo caso eclatante a livello nazionale di chiusura di una azienda al termine del blocco dei licenziamenti: «Sembra che aspettassero solo questo via libera per mandare tutti a casa – prosegue Occhiuto -. Confindustria dice di non esserne stata informata, ma non ne abbiamo certezza. Noi ci rivolgeremo a tutte le istituzioni anche perché non capiamo perché l’azienda non voglia ricorrere agli ammortizzatori sociali».

Lunedì gli operai si presenteranno davanti ai cancelli ad inizio turno per un nuovo presidio. Solidarietà ai lavoratori è arrivata da tanti rappresentati politici del territorio: «Ho già avvisato l’Assessorato al Welfare di Regione Lombardia – spiega Andrea Monti, vicepresidente della Lega in Regione – già domani (lunedì) convocherà le parti interessate e ci metteremo da subito al lavoro per valutare la situazione. Sebbene ci fossero stati dei segnali negativi prima del Covid, l’azienda non aveva mai comunicato nulla ed i dipendenti sono stati tenuti sino all’ultimo all’oscuro della decisione. Cercheremo dunque di capire se ci sono margini di trattativa, quali le ragioni di questa scelta improvvisa e soprattutto quale sarà futuro di queste 152 famiglie, che sono la nostra preoccupazione principale, oltre a quella di comprendere perché si rischi di perdere un’azienda storica per il nostro territorio». «È una situazione inaccettabile – prosegue Occhiuto- lasciano a casa 152 persone e non si parla nemmeno di cassa integrazione, eppure Palazzo Chigi ha assicurato altre 13 settimane gratis di ammortizzatori sociali alle aziende, ma alla Gianetti se ne fregano. Sarà una lunga estate».

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Le armi non sono merci automaticamente pericolose

04.07.2021 – Davide Bertok

Le armi non sono merci automaticamente pericolose
(Foto di http://www.kritischeaktionaere.de)

“Rüstungsgüter sind nicht automatisch Gefahrgüter” Le armi non sono merci automaticamente pericolose

Questa la perla infilata da Angela Titzrath, CEO di Hamburger Hafen und Logistik AG in risposta alle domande dei pacifisti amburghesi e triestini, durante l’Assemblea generale virtuale del 10 giugno 2021.
Di questo, e delle azioni di boicottaggio alle navi delle armi per le guerre, in particolare Yemen e Palestina, che si sono sviluppate in Italia e all’estero, tratterà l’iniziativa “PORTI DI PACE” lunedì 5 luglio alle 17, presso l’associazione Auser di San Giacomo in via Frausin 17 a Trieste con la partecipazione di Carlo Tombola di Weapon Watch, che organizza l’incontro col Comitato Pace e Convivenza “Danilo Dolci” e in collaborazione col Movimento Democrazia in Europa 2025.

A un anno di distanza da analoga iniziativa
https://ilpiccolo.gelocal.it/trieste/cronaca/2020/07/20/news/focus-transfrontaliero-oggi-a-san-giacomo-contro-i-traffici-d-armi-1.3910553
e in prosecuzione dell’evento on line del 3 maggio scorso, che determinò l’adesione di Verdi, Sinistra in Comune e Adesso Trieste all’Appello per una “Trieste laboratorio di Pace, in Europa e nel Mediterraneo” che come il working paper sulla denuclearizzazione del Golfo, presentato a NY alla Conferenza Onu sul Nuclear Ban Treaty del 2017, sarà in distribuzione all’incontro.

Per maggiori info su The Weapon Watch ecco l’articolo più recente
https://www.weaponwatch.net/2021/06/22/i-cannoni-che-state-trasportando-sono-gia-puntati-contro-di-voi/

Il successo internazionale del boicottaggio alle navi di armi per le guerre, sostenuto perfino dal Papa, trovò applicazione anche da noi nel 2016, quando l’Autorità portuale adottò per prima in Italia, un’Ordinanza ispirata alla legge 185/90 che disciplina i traffici di armi, dopo la denuncia degli export verso gli Emirati invasori dello Yemen.

Per gli organizzatori, Alessandro Capuzzo

Per contatti: +39 338 1652364

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Meeting Minutes: una preghiera per Adil Belakhdim, 37 anni, era responsabile Si Cobas del Novarese.

I cristiani non uccidono solo gli islamici ed ebrei come Adil ma anche nella storia altri cristiani. La loro fede non è in Gesù nonvioernno ma nelle chiese da sempre violente, nonostante le scuse postume

“La cosa peggiore, per noi, era l’arrivo dei treni alle tre di notte. Senti quello stridore dei freni e senti come camminano gli esseri umani, come vengono incalzati dai kapò e dai soldati coi cani. I cani guaiscono, il rumore sale fino al cielo. Poi senti come i loro vestiti strusciano sul terreno, come si preparano per entrare nel crematorio. Poi, per un po’, non senti più niente di niente. Poi c’è solo silenzio, capisci? E poi, all’improvviso, soffia un alito di vento e l’odore penetra nella baracca. E mia madre ha sempre detto: <<Tra gli ebrei ci sono sicuramente pure dei rom. Dove saranno le tue nonne?>>”Estratto dal libro “Forse sogno di vivere – una bambina rom a Bergen Belsen” di Ceija Stojka.Ceija Sojka è nata nel 1933 a Kraubath, un paesino della Stiria. Dopo il ritorno dal lager ha vissuto a Vienna e nei dintorni della capitale austriaca lavorando come venditrice ambulante. Ha scritto poesie, canzoni e testi sia in lingua rom che in tedesco.

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In questa data nel 1585 (5 luglio), Leonhard Summerauer è stato eseguito dalla decapitazione a #Burghausen, Baviera, Germania. Era un #Hutterite. (Vedi lo specchio dei martiri, p. 1060.)

Nessuna descrizione della foto disponibile.

” Fiorire e dar frutti in qualunque terreno si sia piantati – non potrebbe essere questa l’idea? E non dobbiamo forse collaborare alla sua realizzazione? “

Etty Hilesum

„Attraverso le asperità [si giunge] alle stelle.“ —

Lucio Anneo Seneca

Buon compleanno, Hannah Johnston Bailey (5 luglio 1839-ottobre 1839 23, 1923). Quacchera. Pacifista. Femminista. Suffragista. Prof. Avversario della pena capitale. Primo membro del Partito di pace femminile (precursore della Lega internazionale femminile per la pace e la libertà). Redattrice del ′′ Pacific Banner ′′ e ′′ Acorn ′′ (pubblicazioni di temperanza). Presidente della Maine Woman Suffrage Association. Nata in Cornovaglia, New York. Morta a Portland, Maine. Seppellita al Cimitero di Lakeview, Winthrop, Maine.

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Un ricordo per le nostre sorelle nonviolente della Pace mennonite: sono dimenticate anche dalle femministe

L ‘ elenco di 50 donne pacifiste di MMS. In ordine per data di nascita.

  1. Anne Knight (novembre. 2, 1786-Novembre 1786 4, 1862)
  2. Sarah Moore Grimke (novembre. 26, 1792-dicembre. 23, 1873)
  3. Lucretia Mott (gennaio. 3, 1793-Novembre 1793 11, 1880)
  4. Amy Kirby Post (dicembre 4.). 20, 1803-gennaio. 29, 1889)
  5. Angelina Grimke (Feb. 20, 1805-ottobre. 26, 1879)
  6. Martha Coffin Wright (dicembre. 25, 1806-gennaio. 4, 1875)
  7. Laura Smith Haviland (dicembre. 20, 1808-20 aprile 1898)
  8. Abby Kelley Foster (gennaio. 15, 1811-gennaio. 14, 1887)
  9. Belva Ann Lockwood (ottobre. 24, 1830-19 maggio 1917)
  10. Olimpia Brown (gennaio. 5, 1835-ottobre. 23, 1926)
  11. Charlotte Despard (15 giugno 1844-novembre 1844 10, 1939)
  12. Elizabeth Glendower Evans (Feb. 28, 1856-dicembre. 12, 1937)
  13. Belle Case La Follette (21 aprile 1859-agosto 1859 18, 1931)
  14. Jane Addams (sett. 6, 1860-21 maggio 1935)
  15. Emily Greene Balch (gennaio. 8, 1867-gennaio. 9, 1961)
  16. Lillian Wald (10 marzo 1867-Sept. 1, 1940)
  17. Lida Gustava Heymann (15 marzo 1868-31 luglio 1943)
  18. Vida Goldstein (13 aprile 1869-Aug. 15, 1949)
  19. Marie Equi (7 aprile 1872-13 luglio 1952)
  20. Jessie Wallace Hughan (dicembre 20.). 25, 1875-10 aprile 1955)
  21. Anna Rochester (30 marzo 1880-11 maggio 1966)
  22. Jeannette Rankin (11 giugno 1880-18 maggio 1973)
  23. Crystal Eastman (25 giugno 1881-1881 luglio 1928)
  24. Sylvia Pankhurst (5 maggio 1882-sett. 27, 1960)
  25. Flora Dodge La Follette (Sept. 10, 1882-Febbraio. 17, 1970)
  26. Louise Olivereau (9 aprile 1884-11 marzo 1963)
  27. Betty Cadbury Boeke (28 aprile 1884 -?, 1976)
  28. Alice Paul (gennaio. 11, 1885-9 luglio 1977)
  29. Grace Hutchins (Aug. 19, 1885-15 luglio 1969)
  30. Mildred Scott Olmsted (dicembre) 5, 1890-2 luglio 1990)
  31. Vera Brittain (dicembre 31.). 29, 1893-29 marzo 1970)
  32. Dorothy Day (novembre. 8, 1897-Novembre. 29, 1980)
  33. Magda Trocme (novembre) 2, 1901-ottobre. 10, 1996)
  34. Ava Helen Pauling (dicembre 34.). 24, 1903-dicembre. 7, 1981)
  35. Helen Knothe Nearing (Feb. 23, 1904-settembre. 17, 1995)
  36. Nancy Meek Pocock (ottobre. 24, 1910-4 marzo 1998)
  37. Marion Bromley (ottobre. 10, 1912-gennaio. 21, 1996)
  38. Dorothy Hennessey (24 marzo 1913-gennaio 1913 24, 2008)
  39. Lillian Willoughby (gennaio. 29, 1915-gennaio. 15, 2009)
  40. Barbara Leonard Reynolds (12 giugno 1915-Feb. 11, 1990)
  41. Frances Crowe (15 marzo 1919-Aug. 27, 2019)
  42. Elise Boulding (6 luglio 1920-24 giugno 2010)
  43. Dorothy Stowe (dicembre. 22, 1920-23 luglio 2010)
  44. Myrtle Solomon (9 giugno 1921-22 aprile 1987)
    Ursula Franklin del 45. (settembre 45.) 16, 1921-22 luglio 2016)
  45. Toshi Seeger (1 luglio 1922-9 luglio)
  46. Grace Paley (dicembre) 11, 1922-Agosto. 22, 2007)
  47. Juanita Nelson (Aug. 17, 1923-9 marzo 2015)
  48. Judith Malina (4 giugno 1926-10 aprile 2015)
  49. Jackie Hudson (novembre 50.) 19, 1934-Agosto. 3, 2011)
    Foto: Dorothy Day
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Biden sostiene il diritto dei lavoratori di Amazon di aderire a un sindacato

Biden sostiene il diritto dei lavoratori di Amazon di aderire a un sindacato
(Foto di Democracy Now)

Dopo la petizione lanciata da Amnesty International a sostegno dei dipendenti di Amazon, impegnati in Alabama in una votazione che potrebbe portare alla formazione della prima rappresentanza sindacale in uno dei suoi stabilimenti negli Stati Uniti, lunedì è arrivata anche la presa di posizione di Joe Biden a favore dei diritti dei lavoratori.

“Durante la campagna elettorale per le presidenziali ho detto con chiarezza che la mia amministrazione avrebbe appoggiato l’organizzazione sindacale e il diritto alle contrattazioni collettive” ha affermato il presidente in un video pubblicato su Twitter. “Ogni lavoratore dovrebbe avere la libertà di scegliere se aderire o meno a un sindacato. Si tratta di una scelta di un’importanza vitale, che andrebbe compiuta senza intimidazioni e minacce da parte del datore di lavoro.”

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Amazon Europa: record di vendite e nemmeno un centesimo di imposte

Amazon Europa: record di vendite e nemmeno un centesimo di imposte
(Foto di CC Wikimedia)

Attac sollecita la rapida ed efficace attuazione dell’imposta minima e dell’imposta complessiva di gruppo.

Recentemente i media hanno riportato la notizia che Amazon EU S.a.R.L. in Lussemburgo non ha pagato nemmeno un centesimo di tasse nel 2020, nonostante un nuovo fatturato record di 44 miliardi di euro. Il gruppo ha ricevuto addirittura un credito d’imposta di 56 milioni di euro.

Amazon trasferisce in capo alla propria filiale lussemburghese gli utili realizzati in Regno Unito, Francia, Germania, Austria, Italia, Paesi Bassi, Polonia, Spagna e Svezia.

“Amazon è probabilmente non solo l’azienda con i maggiori profitti, ma anche il re degli espedienti fiscali durante la pandemia da Coronavirus”, sostiene Alfred Eibl del gruppo di lavoro tedesco sui mercati finanziari e la fiscalità di Attac. “In un momento in cui gli Stati hanno bisogno di miliardi per far fronte ai costi della pandemia, non possiamo più assistere impotenti all’elusione fiscale delle multinazionali”.

Come primo passo, Attac chiede agli Stati di trovare al più presto un accordo su un’imposta minima globale efficace con un’aliquota almeno pari al 25%. A medio termine, una tassazione sui gruppi di imprese è la soluzione più efficace per porre fine alle loro manovre fiscali elusive e per regolamentare la tassazione delle società in modo adeguato a livello internazionale.

Per ripartire in modo più equo i costi del Coronavirus, Attac sollecita anche una tassa extra sugli utili per coloro che ne hanno tratto vantaggio: la Germania, ad esempio, dovrebbe imporre un’imposta una tantum sugli utili derivanti dalla pandemia, cioè quei profitti aggiuntivi realizzati dalle grandi imprese che non hanno sofferto per la crisi, ma ne hanno persino beneficiato.

Per maggiori informazioni:

Traduzione dal tedesco di Barbara Segato. Revisione di Thomas Schmid.

 Qui l’articolo originale sul sito del nostro partner

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Via Amazon dall’Italia per monopolio e evasione fiscale

Il lavoratore (invalido al 100%) licenziato nel primo giorno di sblocco dei licenziamenti

Succede a Segrate. Fiom Cgil sul piede di guerra

Tecnicamente, così c’è scritto nella lettera di “avviso”, è in corso una “riorganizzazione” del lavoro che “non giustifica più” la sua presenza lì. In pratica, in una parola: licenziamento. 

È nero il futuro di un lavoratore della “Flsmidth Maag Gear” di Segrate, sede locale di una multinazionale del settore metalmeccanico. Giovedì 1 luglio, primo giorno di sblocco dei licenziamenti per le aziende non colpite dalla crisi covid, il dipendente ha infatti ricevuto l’amara sorpresa. 

denunciare la sua storia è la Fiom Cgil, che è già sul piede di guerra. Il lavoratore, stando a quanto riferito dalla sigla sindacale, ha una invalidità del 100% a causa di una malattia che progressivamente gli ha fatto perdere la vista e per anni è stato addetto alle macchine a controllo numerico. 

Con quello che dal sindacato definiscono un “cinismo da guinness dei primati”, il gruppo dirigente aziendale nelle scorse ore ha inviato al dipendente – che rientra tra le categorie protette – una comunicazione preventiva dell’intenzione di procedere al licenziamento di tipo economico “in conseguenza della necessaria riorganizzazione del lavoro in atto, che non giustifica più il mantenimento del posto di lavoro”.

“Siamo di fronte a un’ingiustizia clamorosa – l’accusa di di Marco Mandrini, segretario della Fiom milanese –, oltre che ad un’assenza di sensibilità che sconcerta. Per questo – ha annunciato il sindacalista – con il lavoratore e il nostro ufficio legale, abbiamo deciso di impugnare il licenziamento”.

Fonte Milano today

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Boicotta Amazon

Caldo e siccità danno il via all’estate 2021

 di Alessio Lerda

 02 luglio 2021

In varie zone del mondo la situazione è già critica, tra fiumi rimpiccioliti, rischio di incendi e colpi di calore

L’estate è iniziata da pochi giorni, eppure sono bastati a far emergere diversi resoconti di ondate di calore fuori norma e conseguenti siccità in zone del mondo anche molto lontane tra loro.

Sebbene abbia trovato ben poco posto tra le testate nazionali, la prima arriva dall’Italia. Secondo l’Autorità Distrettuale del fiume Po, la portata del fiume più lungo del paese è attualmente inferiore del 30% rispetto alla media, così come i sottobacini che affluiscono nel fiume, per via delle temperature marcatamente più alte della norma del periodo. Non solo: secondo il Canale Emiliano Romagnolo (Cer), dall’inizio dell’anno nel bolognese e in Romagna le piogge sono state eccezionalmente scarse. L’unico anno peggiore, da questo punto di vista, è stato il 2020, a dimostrazione di una tendenza sempre più forte negli ultimi anni.

La seconda storia tocca il Brasile, che nonostante il ciclo opposto delle stagioni vede ora l’inizio dei mesi più secchi. Il clima di questa zona prevede una certa quantità di incendi boschivi in questo periodo, ma da alcuni anni le condizioni sono tali da renderli molto più estesi ed intensi. Il 2021 non sembra andare in una direzione diversa, come avvertono alcuni osservatori: la carenza d’acqua sta già causando notevoli problemi all’agricoltura, così come all’approvvigionamento elettrico, in un paese che peraltro è ancora alle prese con una fase piuttosto acuta della pandemia da Covid 19. Gli incendi non sono ancora cominciati, ma potrebbero essere ancora devastanti come quegli degli anni scorsi, se non di più. Soprattutto se verrà ancora chiuso un occhio, o entrambi, sui roghi illegali per far spazio ad attività agricole.

A trovare invece spazio mediatico è l’ondata di calore in corso nel Nordamerica, specie lungo la costa ovest, tra Stati Uniti settentrionali e Canada. In diverse zone di questa grande area sono state toccate temperature record negli scorsi giorni, con un impressionante aumento delle morti improvvise per colpi di calore nella provincia canadese della British Columbia; le morti improvvise, nei giorni precedenti al 1 luglio, sarebbero state il 165% in più della media del periodo. Si tratta di centinaia di morti legate, con buona probabilità, al calore inedito.

In questo scenario, è ben accetta l’adozione del Consiglio europeo di una legge sul cambiamento climatico che obbliga legalmente le sue 27 nazioni a ridurre collettivamente le emissioni di gas serra del 55% entro il 2030, per diventare un’economia a zero emissioni entro il 2050. Allo stesso tempo, però, i summit internazionali sono spesso mobilitati su altri temi, dimostrando la memoria corta che può avere la politica sulle questioni climatiche.

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Meeting Minutes: Amazon go home

Meeting Minutes: Amazon go home

Da ieri abbiamo iniziato una controinformazione su Israele, e ad oltranza la campagna di boicottaggio della multinazionale evasore fiscale totale e sfruttatrice dei lavoratiri e matrice di un consumusmo che si avvale anche di numerosi facebook per proporre tutte le idiozie possibili e immaginabili – il contrario dello stile semplice quacchero.

Sto leggendo ′′ L ‘ egoismo di Dio ′′ di Hannah Whitall Smith, dove trascorre molto tempo ricordando la sua infanzia quacchera a Philadelphia. Affascinante. Per esempio, ecco cosa ricorda del ministero parlato nel ′′ potere dello Spirito Santo “:′′ Io stesso, anche nei tempi più tranquilli di quando ero bambino, avrei visto spesso i predicatori tremare e tremare da capo a piedi, e confesso di aver sempre sentito che i messaggi recapitati a questa condizione avevano un’ispirazione e un’emozione speciale di il proprio, ben oltre tutti gli altri. Infatti, a meno che un predicatore non ne abbia abbastanza di questo ′′ terremoto ′′ per far palpitare i loro cuori e le loro gambe, non sono stati considerati da molti per avere la vera ′′ chiamata ′′ al ministero ′′ (p. 44).

Shawn Lazar

Signore, Dio degli eserciti, ristoraci, fa’ risplendere il tuo volto e saremo salvi (Salmo 80,19)


STRANGER
Did you
Pause today
To smile at a stranger
Coming your way
David Herr


La felicità di una persona dipende dalla profondità della sua gratitudine.
John Miller

  • 1976 Dichiarazione Universale dei Diritti dei Popoli da parte del Tribunale Russel
  • Negli USA si celebra l’Indipendence Dat
  • 1804 nasce a Salem Nathaniel Hawthorne, scrittore statunitense (La lettera scarlatta)
    L’ubbidienza mostra all’uomo che deve lasciarsi dire che cosa è bene e che cosa Dio pretende da lui; la libertà lascia che l’uomo stesso crei il bene,
    Dietrich Bonhoeffer
Potrebbe essere un'immagine raffigurante 1 persona e il seguente testo "PROPORTION OF WORKERS' SALARIES COVERED BY SICK PAY Germany 100% Belgium 93% Sweden 64% Spain 42% UK 19%"

Trades Union Congress (TUC) · È ora di pagare per tutti gli ammalati decentemente

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Amazon? no grazie

Cultura

Le ragioni della discordia tra Polonia ed Israele

di Claudio Vercelli Shutterstock2 luglio 2021

Il coinvolgimento di alcuni cittadini polacchi nella persecuzione degli ebrei da parte dei nazisti: è questo il tema alla base delle complesse relazioni diplomatiche tra i due paesi

Certe condotte, determinate misure, molte prese di posizione vanno sempre contestualizzate, per non cascare nell’inganno giocato dalle circostanze all’incauto osservatore. Un inganno che agisce, su ognuno di noi, quando non ci adoperiamo per capire il contesto nel quale – invece – accade un evento. Ciò di cui stiamo parlando sono i rapporti, al momento piuttosto tesi, tra Israele e la Polonia. Dove l’oggetto della discordia, più che il presente, è costituito dal modo in cui si  intende ricordare il passato. Non è indifferente a tutto anche il fatto che da circa un mese a Gerusalemme sia in carica un nuovo esecutivo, che ha tra i suoi obiettivi anche quello di marcare alcune differenze con quelli che lo hanno preceduto. In altre parole, è certo che il governo della diarchia Bennett-Lapid, con una fragilissima maggioranza elettorale, intenda comunque distinguersi e differenziarsi dagli esecutivi presieduti da Benjamin Netanyahu. Il quale, per capirci, ha spesso manifestato – invece – una qualche disposizione d’animo favorevole verso quei paesi dell’Europa centrale transitati verso democrazie incompiute. In particolare, la stessa Polonia così come l’Ungheria, trattandosi di società politiche nei confronti delle quali sembrava nutrire una qualche particolare condiscendenza, che gli derivava, in tutta probabilità, da un senso di contiguità con alcuni indirizzi assunti dagli esecutivi nazionali. Non per questo, tuttavia, non era già intercorsa maretta, con lo stesso Netanyahu critico verso le autorità dell’Europa orientale.

Al riguardo, fare qualche passo indietro può risultare utile. Nel marzo del 2018, infatti, in Polonia la maggioranza sovranista ed euroscettica aveva introdotto, attraverso il definitivo voto favorevole del parlamento, ovvero del Sejm, la «camera bassa», una legge controversa relativa alla memoria e alla dignità storica del Paese. Si trattava della modifica di una precedente norma relativa all’ente pubblico incaricato di preservare la storia nazionale recente (la legge del 18 dicembre 1998, sull’«Istituto della memoria nazionale – Commissione per il perseguimento dei crimini contro la nazione polacca – Instytut Pamięci Narodowej – Komisja Ścigania Zbrodni przeciwko Narodowi Polskiemu», che l’articolo 1 della medesima legge definisce come ente la cui missione è «la tutela della reputazione della Repubblica di Polonia e della Nazione polacca»).

Il punto di massimo attrito nel dispositivo giuridico è quello che sanziona penalmente quei discorsi pubblici o quegli scritti che attribuiscono parte delle responsabilità, nell’esecuzione dei crimini contro gli ebrei durante l’occupazione tedesca, tra il 1939 e il 1944, alla Polonia medesima e ai cittadini polacchi. La norma è il prodotto degli indirizzi di quella discussa cultura storica che il partito Diritto e Giustizia, saldamente al governo di Varsavia, da tempo va promuovendo. L’obiettivo dichiarato è duplice: da lato si tratta di emendare il passato nazionale da qualsiasi ombra di compromissione con l’occupante; dall’altro si vuole incentivare la visione di una nazione «martire», composta di sole vittime e di eroi, adoperatasi sempre e comunque contro i «totalitarismi» (sia nazista che comunista).

In una tale intelaiatura ideologica, ad essere obnubilato non è tanto il destino degli ebrei polacchi in quegli anni terribili quanto le eventuali responsabilità di alcuni elementi della popolazione locale, laddove la ricerca storica ha comprovato la loro compromissione con le politiche di persecuzione a danno dell’ebraismo autoctono. Non a caso, la legge del 2018 è stata interpretata da molti osservatori come un tentativo di porre la mordacchia alla libertà di espressione e la sordina alla ricerca accademica, quando l’una e l’altra hanno da tempo evidenziato l’esistenza di forme di collaborazionismo da parte di alcuni polacchi. Legislazioni di tale genere, in parte assunte anche da altri paesi dell’Europa centrale ed orientale, sono espressione di una sorta di onda lunga che da tempo si accompagna all’affermazione di regimi politici fondati sull’aperta rivendicazione delle ragioni di una «democrazia illiberale» (il copyright è di Viktor Orbán). Peraltro, il merito della controversia riguarda anche la diffusa – nonché del tutto erronea – dizione «campi di sterminio polacchi», rivolta a qualificare in tale modo le installazioni genocidarie edificate dall’occupante nazista sul suolo della Polonia occupata.

Questo il quadro dei tempi correnti. Da almeno una ventina d’anni, d’altro canto, una parte delle forze politiche di area nazionalista e conservatrice si stava adoperando per ottenere una legge che vincolasse alcuni aspetti della comunicazione pubblica sul passato nazionale. A scatenare la reazione era stata anche l’ampia diffusione del volume del sociologo Jan. T. Gross «Neighbors: The Destruction of the Jewish Community in Jedwabne, Poland» (pubblicato in polacco nel 2000 con il titolo «Sąsiedzi: Historia zagłady żydowskiego miasteczka» e tradotto poi in inglese nel 2001). Non a caso, già nel 2006, dopo un lungo, dolente e a tratti convulso  dibattito sulle relazioni polacco-ebraiche, con la cosiddetta «Lex Gross» l’allora ministro della Giustizia Zbigniew Ziobro aveva tentato di rafforzare in chiave punitiva l’articolo 132a del codice penale polacco. Nei fatti non ne era derivato nulla ma la questione della censura nei riguardi di chiunque attentasse al «buon nome della Nazione polacca» – inducendo a ritenere che potessero essere sussistiti coni d’ombra tra occupanti ed occupati durante la Seconda guerra mondiale – da quel momento era entrata a pieno titolo nell’agenda politica nazionale.

La legge approvata nel marzo del 2018 è quindi il punto di arrivo di una tale traiettoria, ispirata ad una rilettura marcatamente acritica, apologetica non meno che vittimista del proprio recente passato. Le polemiche non si sono quindi fatte attendere. Il Centro Simon Wiesenthal ha parlato di «campagna del governo per cambiare [manipolare] la verità storica negando la complicità polacca nelle atrocità naziste». In particolare, l’articolo più discusso (oltre ad una controversa lettura dei rapporti conflittuali con i nazionalisti ucraini), recita: «chiunque affermi, pubblicamente e contrariamente ai fatti, che la Nazione polacca o la Repubblica di Polonia è responsabile o corresponsabile dei crimini nazisti commessi dal Terzo Reich, come specificato nell’articolo 6 della Carta del Tribunale Militare Internazionale allegata all’Accordo internazionale per il perseguimento e la punizione dei maggiori criminali di guerra dell’Asse europeo, firmato a Londra l’8 agosto 1945 (Polish Journal of Laws del 1947, art. 367), o per altri reati che costituiscono crimini contro la pace, crimini contro dell’umanità o dei crimini di guerra, o chiunque in altro modo diminuisca grossolanamente la responsabilità dei veri autori di tali crimini, è punito con la multa o con la reclusione fino a 3 anni. La sentenza è resa pubblica».

Le successive pressioni del dipartimento di Stato americano, con la minaccia di declassare le relazioni tra i due paesi, hanno quindi indotto le autorità di Varsavia a rivedere il dispositivo della legge, di fatto cancellandone la parte relativa alle sanzioni penali. A seguito di ciò, i premier polacco ed israeliano hanno emesso una nota congiunta nella quale si condannava l’antisemitismo e si rifiutavano le manifestazioni di «antipolonismo». Anche in quest’ultimo caso, diverse organizzazioni ed istituzioni ebraiche, a partire dallo Yad Vashem, hanno tuttavia espresso scetticismo se non secco rifiuto, considerando storicamente incomparabile l’equiparazione tra secolari pregiudizi contro gli ebrei e preconcetti politici nei confronti dei polacchi. La posizione polacca, manifestata dal presidente Andrzej Duda, rimane tuttavia ferma sul presupposto che la Polonia sia stata vittima integrale della Germania nazista e non abbia quindi preso parte in alcun modo all’Olocausto. Il 31 gennaio 2018, prima che il Senato polacco votasse il disegno di legge, il vice primo ministro Beata Szydło aveva inoltre dichiarato: «noi polacchi siamo stati vittime, così come lo erano gli ebrei.[…] È dovere di ogni polacco difendere il buon nome della Polonia».

A tali affermazioni, si sono contrapposte, nel corso del tempo, le ripetute prese di posizione di altri politici, come l’ex presidente polacco Aleksander Kwaśniewski, di intellettuali come la studiosa e giornalista Anne Applebaum, di ricercatori come Barbara Kirshenblatt-Gimblett del museo Polin («Muzeum Historii Żydów Polskich», l’istituzione che a Varsavia cura la storia degli ebrei polacchi), i quali hanno evidenziato l’illiberalità del dispositivo contenuto nella legge. A ciò, non pochi osservatori hanno aggiunto il rischio che un effetto collaterale potesse essere l’incremento dell’antisemitismo. Sta di fatto che le relazioni israelo-polacche ne sono uscite in parte danneggiate, comunque esacerbate. Per il direttore generale del ministero degli Esteri israeliano, Yuval Rotem: «preservare la memoria dell’Olocausto è una questione che va al di là delle relazioni bilaterali tra Israele e Polonia. È una questione centrale che accompagna l’essenza del popolo ebraico». Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha accusato la Polonia di negare l’Olocausto. Lo Yad Vashem ha condannato il disegno di legge polacco, affermando che, mentre la dizione «campi di sterminio polacchi» costituisce senz’altro un travisamento storico, la legislazione tuttavia «rischia di offuscare le verità storiche riguardanti l’assistenza che i tedeschi hanno ricevuto dalla popolazione polacca durante l’Olocausto». L’allora ministro dell’Istruzione e degli affari della Diaspora Naftali Bennett aveva ribadito che: «è un fatto storico che dei polacchi abbiano concorso nell’omicidio di ebrei, li abbiano consegnati [ai loro carnefici], ne abbiano abusato […] durante e dopo l’Olocausto». Il presidente Reuven Rivlin, a sua volta, si era espresso affermando che: «non c’è dubbio che molti polacchi abbiano combattuto contro il regime nazista, ma non si può negare il fatto che [alcuni] polacchi abbiano dato una mano all’annientamento».

Non di meno, il giornalista e politologo Shlomo Avineri ha rilevato come per una parte della società israeliana, ed in particolare tra i giovani, l’accostamento tra Shoah e Polonia (in quanto luogo materiale dello sterminio) sia tanto diffuso quanto del tutto improprio, da qualsiasi punto di vista lo si intenda affrontare. La resistenza polacca, sia nazionalista che comunista, è invece stata parte di una sistematica opposizione all’occupante, ossia un movimento che pure nelle sue molteplici contraddizioni, anche rispetto alla presenza ebraica, ha tuttavia saputo esprimere il diffuso rifiuto dei nazisti. Su questa scia si era anche posto l’America Jewish Committee, quando ha dichiarato di «essere stato per decenni critico nei confronti di termini dannosi come “campi di concentramento polacchi” e “campi di sterminio polacchi”, riconoscendo che questi siti furono eretti e gestiti dalla Germania nazista durante la sua occupazione di Polonia». A corredo di ciò, tuttavia, l’AJC ha anche affermato che «mentre ricordiamo i coraggiosi polacchi che hanno salvato gli ebrei, il ruolo di alcuni polacchi nell’assassinio degli ebrei non può essere ignorato».

Queste note di cronaca fanno da premessa al nuovo, recente conflitto insorto tra Polonia ed Israele in capo alla questione dei risarcimenti per le vittime ebraico-polacche della Shoah. Una nuova misura legislativa, infatti, prevede che i legittimi eredi dei perseguitati durante l’occupazione nazista della Polonia possano avere non più di una trentina di anni per procedere ad eventuali contestazione nel merito delle decisioni che i tribunali amministrativi dovessero assumere riguardo alla restituzione delle proprietà sottratte dagli occupanti e dai collaborazionisti locali durante gli anni della guerra. In altre parole, con un effetto che è retroattivo, tutti i ricorsi pendenti non risolti negli ultimi tre decenni dovranno essere stralciati e quindi, in plausibilità, definitivamente eliminati, impedendo inoltre di avanzare nuovi ricorsi su decisioni amministrative prese in passato. Di fatto, secondo le valutazioni israeliane, decadrebbero il 90 per cento delle cause ancora aperte.

Anche in questo caso il provvedimento è stato assunto dal Sejm, suscitando da subito la netta risposta del ministro degli Esteri Yair Lapid, che lo ha definito su Twitter «una vergogna che danneggia i rapporti tra i due paesi». Al momento è in corso un vero e proprio conflitto diplomatico. Domenica 27 giugno, l’ambasciatore polacco a Tel Aviv Marek Magierowski è stato convocato al ministero degli Esteri di Gerusalemme, dove gli è stato espresso il «grave disappunto» dello Stato ebraico. Successivamente, l’incaricato d’affari israeliano Tal Ben-Ari Yaalon ha incontrato il viceministro degli Esteri polacco Paweł Jabłoński. L’uno e l’altro round sono serviti solo ad evidenziare il solco generatosi tra i due paesi, con l’impegnativa ed aggressiva dichiarazione di Jabłoński per il quale «dobbiamo accettare che il dibattito politico in Israele è dominato da due atteggiamenti, uno di critica verso la Polonia e un altro, invece, semplicemente “antipolacco”». Il medesimo viceministro si è poi affrettato a dichiarare che il provvedimento del Sejm prende le mosse da un pronunciamento di sei anni fa del Tribunale costituzionale, allora non ancora controllato dall’attuale governo della destra populista. Gli autori del disegno di legge hanno spiegato che la riforma è stata resa necessaria da una decisione della Corte suprema polacca, che ha statuito l’imposizione di un termine definitivo ed ultimativo per l’impugnazione di qualsiasi atto amministrativo. Parimenti, assicurano le autorità, le disposizioni subentranti non comporteranno alcun limite per ulteriori azioni civili volte al legittimo risarcimento, quando per l’appunto ve ne dovessero essere i fondati motivi.

Per le forze di governo polacche la deliberazione parlamentare non ha nulla a che fare con il tema della Shoah. D’altro canto, molteplici osservatori hanno evidenziato come la proposta di legge abbia trovato una sorta di sostegno trasversale alla Camera bassa polacca, nonostante l’astensione in massa dei deputati di centro-destra di Piattaforma civica dell’ex Presidente del Consiglio europeo Donald Tusk. Trecentonove deputati, su un totale quattrocentosessanta, hanno sostenuto la nuova normativa, mentre 120 membri dell’opposizione si sono astenuti. Nessun deputato ha comunque votato contro. Le battagliere parole del primo ministro Mateusz Morawiecki non lasciano comunque spazio a nessun dubbio: «fino a quando sarò io il premier, la Polonia non pagherà non uno złoty, non un euro, non un dollaro per i crimini tedeschi». Rimane il fatto che la questione della restituzione ai legittimi proprietari dei beni espropriati ed incamerati durante la guerra o nazionalizzati ai tempi del regime socialista sia ancora oggi un tema scottante, una sorta di ferita aperta. Dalla caduta del muro di Berlino non pochi esponenti della politica polacca si sono trovati chiamati in causa da accuse di corruzione legate a risarcimenti, compravendite e privatizzazioni sospette di immobili e terreni. Gli israeliani hanno comunque duramente ribattuto che «questo non è un dibattito storico sulla responsabilità dell’Olocausto ma piuttosto un debito morale della Polonia con coloro che erano suoi cittadini, le cui proprietà sono state saccheggiate durante l’Olocausto e sotto il regime comunista».

A suggello di questa controversia si pongono le durissime parole di Efraim Zuroff, direttore del «Simon Wiesenthal Center Israel Office and Eastern European Affairs», quando, in una lettera a Yair Lapid, afferma testualmente: «agli occhi dei leader del partito Diritto e Giustizia al governo, né la Polonia né i polacchi hanno alcuna colpa per i crimini dell’Olocausto, e quindi non c’è alcuna giustificazione per le richieste ebraiche di restituzione da parte della Polonia. Questa narrativa altamente distorta della Shoah, che assolve virtualmente il Paese da ogni colpa nonostante la diffusa complicità dei singoli polacchi nei crimini dell’Olocausto, è tipica delle false narrazioni della storia dell’Olocausto che si sono diffuse in tutta l’Europa orientale post-comunista dal 1990 in seguito la caduta dell’Unione Sovietica.[…] I paesi dell’Europa orientale hanno assunto molte forme diverse per distorcere la storia, la più grave delle quali è la scandalosa riscrittura della narrativa dell’Olocausto per raggiungere una serie di obiettivi. Questi includono il tentativo di nascondere, o almeno minimizzare grossolanamente, il ruolo dei collaboratori locali nei crimini dell’Olocausto, mentre sappiamo che la collaborazione dell’Europa orientale con i nazisti includeva unicamente la partecipazione al sistematico sterminio di massa degli ebrei. Inoltre, i paesi dell’Europa orientale stanno tentando di promuovere […] l’equivalenza tra comunismo e nazismo e di insistere sul fatto che il primo abbia compiuto un genocidio contro i popoli dell’Europa orientale.

Questo problema è particolarmente importante dato il coinvolgimento dei (singoli) ebrei nella leadership comunista. Se gli ebrei hanno contribuito a commettere un genocidio, allora come possono criticare noi, gli ex stati sovietici, per aver aiutato i nazisti a commettere contro gli ebrei d’Europa? Cercano di imbiancare i crimini dell’Olocausto dei loro eroi, quelli che hanno guidato la lotta del secondo dopoguerra contro i sovietici. Sfortunatamente molti di questi “eroi” hanno partecipato attivamente alla persecuzione e/o all’omicidio di massa dei loro concittadini ebrei, il che avrebbe dovuto automaticamente squalificarli dall’essere glorificati. In tutta l’Europa orientale, questi autori dell’Olocausto sono onorati in molti modi, un insulto oltraggioso alle loro vittime. Infine, mirano a promuovere l’istituzione di una giornata commemorativa congiunta per tutte le vittime dei regimi totalitari, ovvero nazismo e comunismo, che renderebbe del tutto superflua la Giornata internazionale della memoria dell’Olocausto. Ci si sarebbe aspettato che lo Stato di Israele guidasse gli sforzi per combattere questo problema fin dal suo inizio. Invece, il nostro governo si è astenuto dal criticare questa oltraggiosa distorsione della storia dell’Olocausto, ad eccezione di uno sforzo per far deragliare la legge polacca approvata nel 2018 che ha reso un reato penale l’attribuzione di qualsiasi crimine dell’Olocausto allo stato polacco. E anche in quel caso, Israele ha firmato un accordo che sostanzialmente riconosceva la falsa narrativa polacca che creava un’inesisrente simmetria tra la complicità polacca nei crimini dell’Olocausto e gli sforzi dei polacchi per salvare gli ebrei. Ovviamente, c’erano motivi politici dietro il rifiuto di Israele di protestare contro queste bugie, ma c’erano modi per coinvolgere questi paesi su questi temi senza sacrificare la narrativa ebraica della Shoah.

I tristi risultati parlano da soli. La massiccia complicità dei collaboratori nazisti locali nell’omicidio di massa degli ebrei dell’Europa orientale è stata in gran parte cancellata. […] È giunto il momento di affrontare questi problemi. Innanzitutto, esprimendo la nostra critica alle narrazioni distorte e proponendoci di avviare un dialogo tra gli storici per ripristinare la versione accurata degli eventi della Seconda guerra mondiale e della Shoah. Dobbiamo chiarire ai nostri nuovi alleati nell’Europa orientale che apprezziamo la loro amicizia e il loro sostegno, ma non possiamo tradire le nostre vittime, e prima questi paesi affronteranno la verità, emergeranno dall’ombra delle loro bugie, e questo spianare la strada a una maggiore sensibilità e considerazione per la loro sofferenza sotto il comunismo, una questione estremamente importante per tutti loro. Ministro Lapid, sono pienamente consapevole delle molte difficili sfide che lei affronta come ministro degli Esteri in questi tempi difficili, ma spero che prenda le misure necessarie per cambiare la politica molto viziata perseguita nell’Europa orientale dai precedenti governi, che li ha solo incoraggiati promuovere una narrativa totalmente falsa dell’annientamento degli ebrei durante l’Olocausto».

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5 motivi per non comprare niente su Amazon oggi

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Un po’ in ritardo ma oggi abbiamo trovato in rete un articolo valido e di solidarietà ai lavoratori, eccolo su Submarine.

Sostenere la lotta dei lavoratori della filiera di Amazon è fondamentale: solo con l’aiuto dei consumatori è possibile scalfire la posizione monopolista dell’azienda, che la pone saldamente al di sopra della legge

Oggi si terrà il primo sciopero della logistica italiana che coinvolgerà tutta la filiera di Amazon — non soltanto gli impiegati diretti della grande multinazionale dell’e commerce, ma anche tutte le aziende collaterali e appaltatrici a lei direttamente legate, che costituiscono una parte fondamentale del sistema-Amazon. I lavoratori potenzialmente coinvolti saranno circa 40 mila. Amazon è ormai qualcosa di così enorme che ottenere migliori condizioni di lavoro per i suoi impiegati è una materia di interesse comune. Dunque, i lavoratori e Federconsumatori hanno invitato a non comprare nulla su Amazon per oggi.

Con una lettera agli utenti, la scorsa settimana anche i sindacati confederali hanno chiesto direttamente il sostegno di tutti i consumatori per lo sciopero. “Lavoratori e lavoratrici indispensabili, così vengono continuamente definiti da tutti, ma come tali non vengono trattati,” secondo i sindacati. “I driver che consegnano la merce arrivano a fare anche 44 ore di lavoro settimanali e molto spesso per l’intero mese, inseguendo le indicazioni di un algoritmo che non conosce né le norme di regolazione dei tempi di vita né tanto meno quelli del traffico. Dentro i magazzini si lavora 8 ore e mezza con una pausa pranzo di mezz’ora, ma nessuna verifica dei turni di lavoro, nemmeno nei magazzini di smistamento. Nessuna contrattazione, nessun confronto sui ritmi di lavoro e per il riconoscimento dei diritti sindacali.”

Nonostante l’impulso agli acquisti online ricevuto dalla pandemia, il settore della logistica continua a registrare storie e dati di sfruttamento, paghe basse e precariato. L’unico metodo valido per costringere le grandi multinazionali statunitensi a concedere ai lavoratori quanto quanto spetta loro si è dimostrato essere finora lo sciopero duro, come quello messo in atto dal Si Cobas alla Tnt-FedEx di Piacenza. Lo sciopero di oggi è stato invece organizzato dai sindacati confederali: il fatto che anche Cgil, Cisl e Uil, in genere meno dure dei sindacati autonomi, abbiano deciso di lanciare un’operazione su così vasta scala, mostra quanto sia inaccettabile la situazione per i lavoratori di Amazon. Allo sciopero si è unita parlando di “giusta ribellione” addirittura Ugl, la sigla sindacale molto vicina alle aziende del food delivery spesso criticata per le sue posizioni spesso assimilabili agli interessi delle società.

— Leggi anche: La repressione politica dei lavoratori della logistica a Piacenza 

Se nel pieno della pandemia, e fuori dalle città, spesso è difficile riuscire a boicottare completamente Amazon, è giusto fare uno sforzo attivo per usufruire il meno possibile dei servizi dell’azienda fondata da Jeff Bezos, e partecipare allo sciopero di oggi senza ordinare niente. Abbiamo provato a elencare alcuni dei motivi per cui è fondamentale boicottare il negozio online:

I rincari per lucrare sulla pandemia

La pandemia ha reso ancora più complesso evitare di servirsi del negozio online. Non può sorprenderci che l’azienda sia il più grande affarista della pandemia al mondo, avendo visto entrate senza precedenti durante il corso dell’ultimo anno. Queste entrate però non hanno portato a migliori condizioni di lavoro per i dipendenti, e nemmeno prezzi più accessibili per i clienti. Quella di Amazon è sembrata una vera e propria speculazione — i guadagni non sono aumentati semplicemente perché sempre più persone usano il sito internet per fare gli acquisti. Negli Stati Uniti un report di Public Citizen ha svelato che Amazon ha praticato una puntuale strategia di rincari su beni di prima necessità, addossando la responsabilità ai rivenditori di terze parti, senza fare nulla per fermarli. Secondo la no profit statunitense, il comportamento di Amazon potrebbe configurarsi in rialzo fraudolento dei prezzi, ma non essendo vigente negli Stati Uniti una legge federale a riguardo, probabilmente non ci saranno conseguenze legali.

Un’azienda al di sopra della legge

Il caso riportato da Public Citizen non è un’eccezione, anzi: Amazon, come le altre grandi multinazionali della Silicon Valley, ha raggiunto dimensioni grazie alle quali è effettivamente al di sopra delle leggi nazionali. Questo gli permette, ad esempio, di mettere in atto schemi ai limiti dell’elusione fiscale, pagando pochissime tasse in proporzione a quanto guadagna. Secondo un report di Fair Tax Mark, che ha misurato 100 miliardi di tasse non pagate negli Stati Uniti da parte delle grandi aziende della Silicon Valley, Amazon è, con un buon margine, quella che in proporzione paga meno tasse.

Amazon contro l’ambiente

La distribuzione rapidissima e al dettaglio di Amazon è estremamente dannosa per l’ambiente: nel 2019, prima ancora che il mondo si fermasse di fronte alla pandemia, il carbon footprint dell’azienda stava già crescendo in modo smisurato, con un aumento delle emissioni del 15%. Nel corso dell’anno, il gigante dello shopping è stato responsabile dell’emissione di 51,17 milioni di tonnellate di diossido di carbonio. Non è possibile tracciare un percorso preciso della crescita delle sue emissioni, perché i primi dati sono solo dell’anno precedente — 44,4 milioni di tonnellate. Amazon ha iniziato a pubblicare questi dati proprio grazie alla pressione esercitata dai propri dipendenti, che la accusavano di non fare abbastanza per combattere il cambiamento climatico. L’azienda ha presentato un piano per convertire la propria filiera ad energia solare entro il 2025, ma poi, silenziosamente, ha licenziato i due dipendenti che avevano guidato la lotta per maggiore trasparenza ambientale.

Il rapporto con la sindacalizzazione

Negli Stati Uniti, dove la lotta sindacale è ancora più complessa che in Europa, proprio in queste ore sta iniziando l’ultima spinta dei lavoratori di Bessemer, in Alabama, per sindacalizzarsi. I voti, per stabilire la possibilità di formare il sindacato, dovranno essere consegnati entro il 29 — Amazon si era opposta al voto postale per la raccolta dei voti, avanzando sostanzialmente le stesse falsità che Trump aveva usato in campagna elettorale. Il risultato non riguarda solo i lavoratori di Amazon in Alabama, ma l’intero movimento progressista negli Stati Uniti. Se il voto sarà approvato, infatti, si tratterà del primo sindacato di dipendenti di Amazon negli Stati Uniti dalla fondazione dell’azienda, 27 anni fa. Le condizioni di lavoro negli stabilimenti, dettagliate anche di fronte al Senato, sono ormai note, ma senza un’organizzazione capillare dei lavoratori – la stessa che stiamo vedendo all’opera in Italia — è impossibile aspettarsi che ci siano cambiamenti.

Cosa vuol dire boicottare un monopolio

È difficile giustificare il boicottaggio continuativo di un’azienda che ha raggiunto strutturalmente il ruolo di un monopolio: i rapporti di forza non funzionano così — il boicottaggio non ha il potere di danneggiare economicamente l’azienda, che non sente l’impatto del nostro impegno individuale, per cui deve essere usato in modo chirurgico, per accrescere il potere contrattuale dei lavoratori che oggi scioperano. Il successo della campagna di boicottaggio che si è svolta a inizio mese in Alabama dimostra che è un modello che funziona, ma che richiede livelli di coordinamento e organizzazione tra lavoratori, consumatori, e filiera adiacente che negli ultimi anni non si sono mai visti — l’organizzazione del boicottaggio, infatti, non può partire dal sindacato, ma deve crescere organicamente attorno alla battaglia dei lavoratori. Entro i limiti noti del nostro sistema economico, insomma, il boicottaggio chirurgico è uno strumento di grande efficacia, perché evidenzia in modo innegabile una contiguità di interessi tra lavoratori e consumatori che l’azienda è ideologicamente portata a ignorare.

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