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Il nostro manifesto della preghiera laica

La preghiera viene indicata generalmente come il nocciolo e il simbolo della relazione con Dio. Essa sicuramente degenera quando al posto di Dio subentra la religione.

Vi sono infatti due specie di preghiera: la preghiera della religione  e la preghiera del Regno. La prima possiamo considerarla sotto il profilo teologico un’opera e più esattamente la identifichiamo umanamente come un dovere. Se si è religiosi si “deve” pregare. La preghiera è la principale opera di devozione, anzi la più importante di tutte. Si può anche pregare volentieri per se stessi e per le persone care o le proprie cose. Ma spesso la preghiera è soltanto un dovere. E perciò si deve mostrare. Ci deve essere in ogni circostanza. Deve essere la forma che contrassegna una cosa, affinché sia “religiosa”, altrimenti appare “profana”, puramente mondana: “qui non c’è Dio”.

Ecco che la preghiera si perde in una triste esteriorizzazione: diventa una forma, una maschera e quindi una parte capitale di tutto il formalismo religioso, che nel senso di Gesù è “ipocrisia” ossia teatralità.

Ecco dunque che l’invito di Dio a pregare nella propria stanza mostra come le cose fatte in segreto vengono poi ricompensate ossia esaudite e anche di questo non bisogna comunque farne un oggetto da esibizione.

Con le parole di Ragaz possiamo dire che Gesù non è affatto venuto per stabilire un’altra legge, in cui è rilevante o conta in qualche modo la forma pura e semplice. Lascia semmai il tutto a noi. Anzi di più.

Poiché la preghiera è di fatto divenuta qualcosa di esteriore, non solo nei tempi antichi ma anche in questi che viviamo, essa è vittima della legge di ogni esteriorità: la quantità. Bisogna pregare molto. Più si prega e meglio è. E dalla quantità si fa spesso dipendere nell’immaginario religioso anche l’esaudimento. Si tratta in realtà delle “soverchie dicerie” dei pagani, i quali credono di essere esauditi per la moltitudine delle loro parole.

La degenerazione della preghiera presenta il difetto d’origine: non si ha a che fare col vero Dio ma con la religione. Poco importa il suo nome. Se infatti si vive davanti al Dio Santo la moltitudine delle parole si vieta da sé, per il rispetto che gli è dovuto. Non si tratta più in ogni caso di raccontare a lungo a Dio, al vero Dio, all’Onnipresente, all’Onnipotente, le cose di cui si ha bisogno; Lui le sa sempre meglio di noi.

E dopo aver messo in luce gli aspetti negativi della preghiera non possiamo non soffermarci sulla necessità della preghiera. Soprattutto negli aspetti più nobili ossia il ringraziamento e l’adorazione. Se riceviamo le cose mediante la nostra richiesta, prendiamo coscienza di Colui dal quale le riceviamo, cioè riceviamo tutto – poiché dobbiamo includere tutto nella nostra richiesta – e impariamo così come la dobbiamo intendere e usare. E’ un punto fondamentale questo. Perciò molte cose possiamo riceverle solo se le domandiamo. E inversamente Dio non ci può dare molto, perché semplicemente non glielo domandiamo. Dio Padre vuol stabilire questo rapporto coi suoi figli e figlie.

Il che non significa che ad esempio l’adorazione perpetua o ripetuta in termini ossessivi sia la condizione naturale di detto rapporto. E’ al limite (ma proprio limite estremo) un’eccezione di fatto inutile poiché rischia di presentarsi come una forma di superstizione pagana. Pensate ad esempio ai rosari o alle c.d. 48 ore. Si pensa in qualche modo di forzare la volontà di Dio con molte parole o le parole di molti. Una sorta di pratica della magia, addirittura rivolta o con la strumentalizzazione di presunti intermediari/e.

C’è un episodio veramente interessante nella Bibbia ove si riesce a capire la differenza fra la preghiera della religione e quella del Regno. E’ non lo dico perché ho letto sui magazines le preghiere dei gruppi evangelici fondamentalisti per il diluvio sulla Convention democratica americana (pare invece che l’uragano abbia lambito quella repubblicana del candidato delle Assemblee di Dio pentecostali). Si tratta della vicenda del Carmelo, laddove viene deciso fra il vero Dio e il falso Dio, tra JHWH e Baal, tra il Dio vivente e l’idolo. I sacerdoti di Baal gridavano infatti per delle ore “Baal esaudiscici! Baal esaudiscici!” e per sostenere queste grida si facevano dei tagli cruenti. Ma “non si udì né voce né risposta”.

Invece il profeta Elia non gli rivolge che poche parole e il fuoco dell’esaudimento scese subito dal cielo (I Re, 18).

Riprendiamo sabato prossimo la lettura attuale de “Il sermone del monte” a partire dal tema della preghiera. E’ un lungo percorso. Oggi speriamo almeno che sia più chiaro il motivo per cui questa newsletter non apre volentieri le sue pagine all’ostentazione della preghiera. Il moderatore non potrebbe semplicemente dirsi un cristiano.

Sono altre le liste dell’esteriorità. Avrete solo l’imbarazzo della scelta nel trovarle.

Stamani ad esempio – mentre scrivevo queste righe – un paio di Testimoni di Geova desideravano presentarmi la loro rivista che parlava del riscaldamento della Terra (e immagino dell’imminente fine nel mondo tanto cara in America ma anche nelle sale del Regno dei testimoni di Geova)…

Posso dirvi: non abbiate paura; noi aspettiamo ancora il Regno sulla Terra. Aspettalo anche tu con fiducia.

Buon sabato.

 

Maurizio Benazzi

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