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Soldi, soldi, soldi

Apriamo il dibattito sul denaro: la responsabilità non è un segno dei tempi moderni?

 

C’è chi preferisce tuffarsi nella Storia e guardare a esempi come Valdo (per il mondo riformato) o ai sette laici fiorentini che nel 1233 abbandonano famiglia, attività e professione per ritirarsi a vita comune (i servi di Maria, nel mondo cattolico), altri comprendono che il denaro ha un valore(!) fino a quando non aiuta all’esistenza dignitosa di ogni persona umana e altri ancora ne fanno una sorta d’idolatria che prevarica qualsiasi altra considerazione, in primis la responsabilità individuale.

Non è conveniente e “costa” troppo.

Le chiese che si avvalgono oggi dell’otto per mille in Italia non danno una bella immagine di se stesse ed è espressivo che un intervento di un professore di teologia neotestamentaria non colga che il cristianesimo (ma anche lo stesso ebraismo) non si può limitare all’atteggiamento o alle scelte delle chiese o delle sinagoghe. Fortunatamente esistono anche i cristiani e gli ebrei fuori dai templi che reinventano la propria testimonianza.

Ci piacerebbe proprio ascoltare voci diverse su questo tema. In libertà.

Ecumenici non ha alcun finanziamento ecclesiastico eppure esiste. Non è iscritta in nessun registro di chiesa eppure opta sia per il confronto che per la libera predicazione…. Oggi, dopo circa dieci anni di attività, ha un numero d’iscritti superiore alla Chiesa evangelica luterana in Italia. C’è probabilmente qualcosa che non funziona all’interno delle chiese oppure no?

Vi leggiamo in bacheca su Facebook, almeno per chi desidera partecipare al dibattito.

La Bibbia, i soldi e l’etica della responsabilità


I precetti biblici sul denaro sono ormai sorpassati? O sono invece di estrema attualità? E che cosa pensare dell’invettiva di Gesù circa l’impossibilità di servire Dio e Mammona (il denaro)? E ricordate le uscite del Riformatore Martin Lutero sul denaro “sterco del demonio”? Intervista a Daniel Marguerat, professore emerito di Nuovo Testamento alla facoltà di teologia dell’Università di Losanna.

Quali sono le posizioni ebraica e cristiana riguardo al denaro?
Il cristianesimo ha una relazione equivoca con i soldi. Da un lato nel Nuovo Testamento si legge “Guai a voi, ricchi”, “Beati siano i poveri”, ma dall’altro lato la chiesa ha sempre vissuto della generosità dei ricchi e l’ha incoraggiata. L’Antico Testamento, dal canto suo, valorizza moltissimo il denaro, considerato come un segno della benedizione di Dio che permette all’uomo di partecipare alla creazione. Il denaro non ha dunque nulla di vergognoso! Israele è tuttavia anche sempre stato cosciente del fatto che i soldi generano ingiustizie. Ed è per questo che il suo possesso va di pari passo con la responsabilità: chi ha soldi deve ridistribuirli, affinché la vita dei poveri non diventi miserabile. L’arricchimento non è mai uno scopo in sé: più si possiede, più ci si deve preoccupare dei poveri. La Riforma ha ripreso proprio questo principio, insistendo sulla responsabilità dell’uomo nella gestione dei beni e valorizzando l’arricchimento: un fatto certo non senza legami con l’emergere del capitalismo.

Non assistiamo tuttavia oggi a un’enorme deriva del valore imputato al denaro?
Sì, certo. Ecco perché la chiesa ha il dovere di trasmettere questo principio della responsabilità e del dono. Dimenticando questo legame tra ricchezza e responsabilità, il capitalismo è diventato amorale. I soldi sono oggi un segno di successo, senza responsabilità. Senza coscienza. Ma quando l’arricchimento diventa un obiettivo in sé, assistiamo a una distorsione del rapporto con il denaro.

Gesù si è accontentato di riproporre i precetti dell’Antico Testamento o è andato ancora più lontano nella critica del rapporto tra l’uomo e il denaro?
L’originalità introdotta da Gesù è l’idea che il denaro può in ogni momento diventare un idolo, un dio cui si sacrifica la propria esistenza. Il denaro può diventare Mammona. Il rapporto con i soldi non si limita quindi più a una questione morale, diventa una questione spirituale. L’utilizzo che io faccio del denaro indica quali sono i miei valori. Quando Gesù dice “Non potete servire contemporaneamente Dio e Mammona”, sottolinea che non posso dedicare la mia vita al denaro ed essere allo stesso tempo fedele a Dio.

Perché è impossibile?
Perché i soldi non sono degni di fiducia. L’evangelo definisce il potere dei soldi “ingannatore”, letteralmente “Mammona l’ingiustizia”. Questo per due ragioni: da un lato poiché i soldi circolano in un sistema economico che genera ingiustizie. Dall’altro lato il denaro è ingannatore poiché non offre ciò che promette. È un dio le cui promesse sono illusorie, poiché non trasforma le nostre debolezze in potere, né la nostra fragilità in eternità. Il giornale Le Monde recentemente titolava: “Bisogna detronizzare il dio denaro”. Sì, perché i soldi non sono degni di fiducia. Jacques Ellul diceva: “Bisogna profanare il denaro, ovvero abbandonare l’illusione che sia affidabile, abbandonare l’illusione che la mia sicurezza possa fondarsi sul profitto, che i soldi garantiranno il mio futuro. Profanare, detronizzare il denaro, significa riassegnarli il ruolo di semplice strumento, mezzo, e smettere di considerarlo un valore rifugio nel quale investire il proprio bisogno di sicurezza”.
L’attuale crisi contribuisce alla desacralizzazione del denaro: il re è nudo. Il denaro è nudo. La crisi è la dimostrazione della vecchia espressione evangelica di “Mammona ingannatore”.

Eppure sono in molti a correre dietro al denaro. Che cosa si nasconde dietro questa ricerca?
Credo che si tratti della cupidigia. La crisi è il figlio perverso della cupidigia. Ciò che nutre l’avidità, è l’idea che i soldi possano essere un rifugio contro l’angoscia, contro la paura di morire, contro la nostra fragilità. La ricerca frenetica dei soldi però è vana; significa cercare nel denaro una sicurezza che quest’ultimo non può offrire. Per denunciare questa attitudine non serve tuttavia a niente fare discorsi moralisti contro l’avidità. È meglio riconoscere che siamo degli esseri pieni di paure che hanno bisogno di sicurezze. Il Gesù dei Vangeli ricorda che bisogna bussare alla porta giusta, e che non sono i soldi che ci proteggeranno dall’angoscia del futuro.

Bisogna dunque vergognarsi di essere ricchi?
No. Quando Gesù si autoinvita a casa di Zaccheo, non lo colpevolizza per la sua ricchezza. Dopo il loro incontro, però, Zaccheo sceglie di modificare l’uso che fa del proprio denaro: fino ad allora i soldi avevano innalzato un muro di invidia e odio fra lui e gli altri. Riparando ai suoi torti e ridistribuendo parte dei suoi beni ai poveri, Zaccheo inverte la funzione del denaro, che diventa vettore di generosità, di condivisione, che crea delle relazioni trasmettendo una reale compassione. Consacrare una parte delle proprie ricchezze e alleviare la miseria non è pietà: significa riconoscere il diritto dei poveri a beneficiare di un minimo della Creazione. Il messaggio di Gesù è un appello a riconoscere questo diritto. Rinnova le richieste dei profeti d’Israele a riparare l’ingiustizia di cui sono vittima i poveri.
Questa forma di solidarietà è d’altronde indispensabile per evitare che la società esploda, poiché l’ingiustizia sociale è generatrice di violenza. Si tratta di un messaggio di grande attualità!
Per quanto riguarda i cristiani e le chiese, è un appello a lottare contro la disumanizzazione di coloro che vengono distrutti dalla povertà. Ancora una volta, il torto dei ricchi non è quello di guadagnare troppo, ma di arraffare tutto senza ridistribuire nulla. Accettano il dono, ma rifiutano la responsabilità che ne consegue (intervista di Corinne Baumann; Vie Protestante, febbraio 2009; trad. it. Amanda Pfändler).

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Grazie a Paolo e a Franco

(Ecumenici) Franco Barbero non teme più di uscire fuori dal seminato: alla precisa domanda di Ecumenici su come si senta dopo che Benedetto XVI ha revocato la scomunica ai quattro vescovi ultratradizionalisti ordinati illegittimamente da Marcel Lefebvre il 30 giugno 1988, risponde senza esitare “non è una sorpresa!” , “a Roma sono più lefebvriani di Lefevre, intendo il Vaticano”, “loro sono cattolici – romani, anzi direi romani e basta”. “Io rimango cattolico”. Il concetto viene poi ripreso durante la presentazione del libro “vangelo e omosessualità” e ne nasce un interessante dibattito e confronto di idee e esperienze. La sala è gremita, il campanello continua a suonare. Arrivano persone anche da fuori confine. Il Guado ha senza dubbio colto nel segno invitando Barbero nel giorno della pubblicazione sul Corriere della sera della versione di Luca Di Tolve del gruppo Lot sulla “guarigione” dall’omosessualità con tre rosari al giorno.

Barbero riscuote un successo trasversale fra i protestanti e i cattolici convenuti. Gli applausi sembra non terminare alla chiusura dell’incontro. Persone in piedi lo hanno ascoltato per circa tre ore, in un silenzio impressionante. Si è parlato di teologia e di cristologia. Barbero incanta quasi la platea. “Gesù aveva quattro fratelli e delle sorelle, Maria non era affatto vergine. Si tratta insomma di leggende che fanno da cornice al contesto storico. Del resto le leggende sono presenti in ogni religione”. Ricorda il giubileo da lui organizzato delle persone omosessuali come segno di ringraziamento anche del dono dell’omosessualità. E poi puntualizza che dopo il IV Concilio praticamente il cristianesimo ha abbandonato il monoteismo per divenire politeista.

Franco ha ragione da vendere. L’idolatria è visibile a chiunque senza particolari commenti di parte. Basta entrare in un tempio cattolico-romano per rendersene conto. Altro che rosari dagli effetti miracolistici. Gli islamici per ragioni di quieto vivere purtroppo non sollevano mai la questione teologica qui posta e gli ebrei – pur pensandolo fra loro – non hanno quasi mai il coraggio di affermarlo direttamente a certi cristiani. C’è sempre un rabbino romano pronto a fare da croce rossa al moribondo spirituale sul Tevere.

Basta andare in Ticino e “le cose cambiano profondamente”, fa notare una cattolica svizzera convenuta con altri amici per l’occasione a Milano. Una rete di psicologi, psicanalisti e psichiatri si sta intanto organizzando grazie all’impegno anche di Paolo Rigliano, coautore del libro presentato. Si cerca insomma di contrastare una lotta che si preannuncia dura e senza esclusioni di colpi contro i poteri forti lombardi di Comunione e Liberazione e dell’Opus Dei, che organizzano anche nelle più sperdute periferie ecclesiastiche convegni non pubblicizzati sulla stampa per “indottrinare” anche su questioni di carattere etico-biologico e/o di orientamento sessuale.

Le esperienze raccontate dai ragazzi convenuti sono tutte caratterizzate da eventi traumatizzanti o comunque di sofferenza. Qualcuno non ha nemmeno il coraggio di parlare. Lo fa un suo amico ex seminarista che punta il dito sulle sette cattoliche catecumenali e dintorni. La persona interessata è scura in viso e annuisce. Non riesce proprio a trovare le parole. Lo fa in sua vece Barbero che precisa che qualche giorno fa ricevette una e.mail da una catecumenale lesbica che aveva osato dichiarare il proprio orientamento sessuale. E’ stata immediatamente insultata ed espulsa dal gruppo. Per solidarietà le sue amiche hanno abbandonato anch’esse l’associazione e si sono incontrate a Torino con il “Don” Franco, per ricevere forse un po’ di consolazione.

Il gruppo evangelico “Il varco” mette in difficoltà Barbero allorquando fa notare che non si capiscono le ragioni per le quali un omosessuale cattolico debba rimanere ancora all’interno della chiesa di Roma oggi, nonostante tutto; Barbero fa fatica a trovare delle risposte convincenti a questo proposito. Di certo lo psichiatra Paolo Rigliano dimostra, con un’ analisi sempre lucida (nel testo di Quaranta e durante tutta la conferenza), di comprendere bene che il problema si pone anche per gli evangelici fondamentalisti ad esempio negli USA. Il professore ignora solo che l’unione di tutti i fondamentalisti di fatto si verifica anche in Italia (si veda ad es. il sito evangelicale http://www.icn-news.com  che sembra avere agganci con l’Agenzia di stampa NEV e quindi con ambienti del protestantesimo storico). Di certo possiamo confermare che il nostro carissimo pastore Mark Phillips, amico di MLP (www.mlp.org  ), ha delle difficoltà a ricollocarsi dopo 15 anni di servizio in una comunità liberal, vista la massiccia campagna mediatica dei fondamentalisti in America, che anche secondo Rigliano vede impegnati milioni di dollari statunitensi. A partire dalla California…

Barbero riesce a malapena a trattenere le lacrime per ringraziare tutti. A volte Milano è così. Non sempre in tempi di lega, a dir il vero. Ma a volte capita. Milano ha un cuore grande ed orecchie attente. E poco importa se non ci sono le sedie per ascoltare… si sta in piedi!

Franco oggi ha avuto la conferma definitiva del perché Dio gli abbia suggerito alla coscienza di non accettare per ben 2 (due!) volte delle offerte di denaro da parte del Vaticano per ritrattare le tue tesi sull’omosessualità.

La Milano cristiana ha saputo risposto al don Adriano Bianchi della diocesi di Brescia, che ha avuto dalla sua parte solo le sirene del Corriere e del peggiore fronte di centrosinistra che l’Italia poteva mai augurarsi di avere. Vendola compreso e tutta la banda di delinquenti politici (e non) romani associati.

Maurizio Benazzi

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La Cina vista dall’interno

Tutte le religioni di Pechino

Uno sguardo alla realtà religiosa cinese

(VE) Il pastore evangelico svizzero Tobias Brandner vive e lavora a Hongkong da dodici anni. Brandner si trova in Cina su incarico dell’organismo di partenariato tra chiese Mission 21, con sede a Basilea. A Hongkong è cappellano nelle carceri. Il settimanale svizzero Reformierte Presse lo ha intervistato a proposito della situazione religiosa in Cina.

Perché il governo cinese non vede di buon occhio le religioni?
Le religioni sono guidate e governate da un’altra autorità. Il governo cinese è abituato a pretendere di essere l’autorità più alta. Le religioni non rispettano ovviamente questa pretesa.

La Cina non gode di una buona immagine, in Occidente, per quanto concerne la libertà religiosa e il rispetto dei diritti umani. A torto o a ragione?
A mio parere, a ragione. La classe dirigente attualmente al potere si preoccupa del dissenso e cerca in ogni modo di vietarlo. La crescente disparità tra ricchi e poveri provoca molta instabilità. Le autorità cinesi affrontano il problema aumentando e irrigidendo i controlli.

In Occidente abbiamo l’impressione che il governo cinese se la prenda più con i tibetani che con i cristiani. Come giudica la situazione?
La situazione dei cristiani è in effetti diversa da quella dei tibetani. Nei confronti dei tibetani il governo attua una vera e propria repressione, perché teme il pericolo di una secessione. Per quanto concerne i cristiani, questo timore non c’è. La maggior parte dei cristiani appartiene all’etnia Han che rappresenta oltre il 90% dell’intera popolazione cinese. Inoltre la maggior parte dei cristiani non si interessa di politica – almeno fino a quando il governo li lascia in pace. Lo Stato cinese sostiene addirittura la chiesa protestante patriottica, allo scopo di guadagnarla alla propria causa e legarla a sé.

I buddisti possono vivere liberamente la loro fede in Cina?
Per i buddisti vale ciò che ho detto per i cristiani. Se mantengono un atteggiamento patriottico e non esprimono critiche contro il governo, vengono lasciati in pace o addirittura sostenuti. È raro che abbiano delle critiche da muovere al governo.

Qual è la situazione della minoranza musulmana degli Uguri?
La paura, diffusa in Occidente, nei confronti di gruppi islamici radicali, ha dato al governo di Pechino la legittimazione per procedere contro la minoranza degli Uguri. Quella popolazione non si sente cinese e questo accresce nelle autorità il timore di una secessione. Il Tibet, il territorio uguro dello Xijiang e Taiwan sono le minacce più rilevanti all’integrità dello Stato. A Taiwan, diversamente che nel Tibet e nello Xinjiang, l’indipendenza è già una realtà.

Il cristianesimo e la mentalità cinese sono compatibili?
Assolutamente sì. Del resto, non conosco nessuna cultura che sia incompatibile con il cristianesimo. Forse si potrebbe dire che la mentalità cinese è anche più compatibile con il cristianesimo che non l’arida razionalità europea. In Cina i racconti di guarigioni spirituali, della cacciata dei demoni, dello Spirito santo che trasforma la vita delle persone trovano un terreno più favorevole.

La religione dominante in Cina è il buddismo?
No, la religione dominante è il culto degli antenati, una forma di animismo. Il buddismo si è diffuso amalgamando elementi di quella tradizione.

E il cristianesimo? Si parla di 60-100 milioni di credenti. È più presente il protestantesimo o il cattolicesimo?
Il protestantesimo è più presente. È anche più capace di adattarsi in modo flessibile alle diverse circostanze contestuali. Il problema, per il cattolicesimo, consiste nel fatto di essere controllato dall’esterno, da un altro centro di autorità. E ciò non piace ai cinesi, i quali da questo punto di vista sono molto sensibili (trad. it. P. Tognina)

 

Ecumenici segnala che il pastore presbiteriano Mark Phillips dall’Ohio (USA) ha accettato l’invito di accompagnarci nel cammino. Sarà nostra cura garantirgli un adeguato servizio di traduzione che consentirà a tutt* di apprezzare il suo servizio.

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Psicoterapia e fede

Nel saggio curato da Tonino Cantelmi viene sottolineato il valore e l’aiuto della fede nell’approccio terapeutico, lontano da derive ideologiche

Psicoterapia e valori

dal libro di Tonino Cantelmi, “Cattolici e psiche”, San Paolo 2008, Pag. 149, Euro 11,50

Secondo Renik (1996), il concetto di neutralità è pieno di buone intenzioni ma non riesce comunque a svolgere il compito per il quale è stato formulato: non fornisce un obiettivo utile sul quale basarsi, mentre viene svolto il lavoro di analisi clinica. Questa visione è sostenuta dall’epistemologia contemporanea, che ha mutato la nozione di realtà e di osservatore e ha finito col rendere sempre più insostenibile qualsiasi ricerca della validità della conoscenza indipendentemente dal soggetto conoscente. La realtà non è più considerata unica ed oggettivamente data una volta per tutte, ma viene vista alla stregua di una rete di processi multidirezionali interconnessi tra loro ed articolati in livelli multipli di interazione simultaneamente presenti ma irriducibili l’uno all’altro. I terapeuti non rimangono liberi dai loro valori anche quando intendono farlo. Negli anni, parte sempre più ampia della letteratura secondaria dedicata al ruolo dei valori in psicoterapia ha confermato che la terapia non è un’esperienza priva del coinvolgimento valoriale. Il vero problema non è, quindi, come essere neutri, quanto piuttosto come utilizzare i valori a vantaggio della terapia senza abusare del potere terapeutico e della vulnerabilità del paziente. Purtroppo, in merito a questo tema la ricerca è molto scarsa. Inoltre, come afferma Bergin (1991), i terapeuti non sono addestrati a concettualizzare la terapia in termini valoriali e ad utilizzare i valori nel percorso terapeutico. Strupp (1980) ha affermato che è inevitabile che il cliente divenga consapevole dei valori del terapeuta, non importa quanto questi cerchi di essere neutrale durante gli incontri. Inoltre sostiene che avere un terapeuta completamente neutrale può danneggiare alcuni clienti, che hanno bisogno di una relazione con un essere umano “reale”, piuttosto che con un tecnico impersonale. Secondo Rappoport (s.a.), nello sforzo di agire professionalmente, i terapeuti diventano enigmatici, frustranti, difensivi e, a volte, traumatizzanti. Un ampio numero di studi empirici fornisce prove che i clienti vengono sicuramente influenzati dai valori del terapeuta. Uno studio di Houts e Graham (1986) sembra confermare che i valori giocano un ruolo importante nel processo, nell’esito e anche nell’assessment della terapia. In altri studi la convergenza tra i valori del terapeuta e quelli del cliente è stata associata al miglioramento della condizione del cliente. Da una rassegna Kelly (1990) concluse, inoltre, che è possibile affermare che la convergenza dei valori del terapeuta e del cliente avviene nel corso della terapia, ed è collegata ad un’iniziale differenza nei valori tra di loro; ed inoltre che la convergenza dei valori è collegata alla valutazione del terapeuta dei miglioramenti del cliente o al modo in cui il cliente misura i propri miglioramenti. Al contrario, i valori del terapeuta non sembrano cambiare; questo suggerisce che il termine «convergenza valoriale» sia inappropriato, quando sono solo i valori del paziente a modificarsi (Tjeltveit, 1986). I terapeuti non sembrano avere un controllo cosciente di questo processo di conversione. In più, anche quando sono consapevoli della natura valoriale della terapia, tipicamente non sembrano concettualizzare il loro lavoro in termini di valori (Williams, 2004). Come affermano Williams e Levitt (2007), queste scoperte farebbero sì che il timore di Meehl (1959) e cioè che la ricerca potesse dimostrare che tutti i terapeuti sono cripto-missionari, sia divenuto la realtà. Nonostante questo, nella ricerca è stata dedicata poca attenzione al modo in cui i terapeuti negoziano i conflitti di valori ed il ruolo dei valori in terapia. In accordo con Cantelmi (2008) crediamo che si possa affermare che la posizione migliore per il terapeuta, consapevole che la terapia non possa essere un’impresa priva del coinvolgimento valoriale, sia quella di: a) divenire consapevole dei propri valori e del modo in cui questi possono influenzare il processo terapeutico e i soggetti coinvolti; b) essere aperto riguardo la condivisione esplicita dei propri valori; c) saper concettualizzare la psicoterapia in termini valoriali o essere consapevole dei valori che soggiacciono al processo terapuetico. Purtroppo non esiste una formazione specifica che aiuti gli psicoterapeuti in questa impresa. In molti hanno sostenuto che i terapeuti debbano essere in grado di esaminare i propri valori. Tenendo conto dell’influenza dei valori nel processo terapuetico, Vachgn e Agresti (1992), a prescindere dall’approccio utilizzato nel dialogare con i valori in psicoterapia, ritengono che un’abilità di base sia quella di tradurre ogni aspetto della terapia nei valori impliciti che gli soggiacciono. A tal proposito, Houts e Graham (1986) sostengono che i training di formazione psicologica debbano considerare di includere una sensibilizzazione alla componente valoriale che renda gli studenti in grado di riconoscere i propri valori e di divenire più sensibili a quelli dei loro pazienti. Un ampio numero di scrittori ha sostenuto la posizione che i terapeuti dovrebbero essere espliciti con il paziente circa i propri valori, prima e durante la terapia. Bergin (1991) afferma che più il terapeuta è onesto circa i propri valori, più probabilmente il paziente sarà in grado di mettere in atto risposte nei confronti delle scelte valoriali che sottostanno agli obiettivi e alle procedure del trattamento. Secondo tale Autore, la strategia di essere vago o obiettivo non funziona perché (a) spesso prendere una posizione valoriale in quel silenzio può essere visto come un consenso a certe azioni; (b) le proprie inclinazioni vengono comunque comunicate in momenti critici in modo essenzialmente involontario; (c) il paziente può sentirsi biasimato, messo in pericolo o autorizzato; (d) le resistenze del paziente possono non essere dovute a motivi interni al paziente, bensì rappresentare una risposta alla personalità dell’analista (Bader, 1995). Si conclude riportando il pensiero di Doherty (1997), secondo il quale: «influenziamo inevitabilmente il comportamento e il pensiero morale dei nostri pazienti. (…) Il punto cruciale è come essere rispettosi dell’altro e responsabili della nostra influenza sui pazienti. (…) I terapeuti hanno il privilegio di stare con le persone in momenti di particolare intensità personale e morale delle loro vite. In precedenza potevamo credere ingenuamente di (…) poter mantenere le mani pulite dalle scorie morali delle decisioni dei pazienti e ancora di poter sfuggire all’infinito la responsabilità di definirci moralmente nei nostri ruoli professionali verso i nostri pazienti, i nostri colleghi e la collettività. Ormai non possiamo più nasconderci dietro il velo da incantatore dell’obiettività e della neutralità morale”.

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Non partecipare è d’obbligo

Milano, il 19 novembre 2008

21 Cheshvàn 5768

 

B’’H

In relazione alle notizie apparse sulla stampa, il Presidente dell’Assemblea Rabbinica Italiana, Rav Prof. Giuseppe Laras, ritiene di fare le seguenti precisazioni:

–          la questione apertasi nello scorso febbraio a seguito della reintroduzione, seppur con l’apporto di alcune modifiche, dell’Oremus della liturgia del Venerdì Santo secondo il rituale tridentino di Pio V, contente l’invocazione “Dio illumini i loro cuori affinché riconoscano Gesù Cristo salvatore di tutti gli uomini”, permane, a parere dell’Assemblea Rabbinica Italiana, tuttora non risolta;

–          il Dialogo ebraico-cristiano in Italia, da parte ebraica, attraverso i suoi esponenti più autorevoli e rappresentativi, è stato sempre positivamente considerato e lealmente sostenuto e alimentato;

–          la Giornata del Dialogo ebraico-cristiano o dell’Ebraismo, promossa dalla Chiesa Cattolica e da alcuni anni organizzata e gestita in comune dalla Conferenza Episcopale Italiana e dall’Assemblea Rabbinica Italiana, non vedrà quest’anno la partecipazione della parte ebraica;

–          se, in prosieguo, la situazione andrà definendosi in termini di chiarezza e di reciproca soddisfazione, la Giornata vedrà nuovamente la partecipazione della parte ebraica;

–          si ricorda, inoltre, che la presente decisione riguarda esclusivamente il rapporto tra il Rabbinato italiano e la Chiesa Cattolica, e non quello con le altre Chiese Cristiane, con le quali il Dialogo permane inalterato.

Il Presidente dell’Assemblea Rabbinica Italiana

Rav Prof. G. LARAS

 laras

Ecumenici comprende le ragioni profonde qui esposte da Rav. Laras e auspica che analoghe iniziative siano intraprese anche dalle chiese protestanti in Italia nei confronti della Chiesa di Roma: nessuna preghiera, a livello istituzionale, può avvenire con chi ha la pretesa di essere la Verità.

Il nostro invito ai fratelli e alle sorelle  cristiane è di uscire – almeno temporaneamente – dai Consigli ecumenici delle chiese, laddove presenti nel territorio, e a rinunciare a qualsiasi invito alla preghiera se non proviene esclusivamente dai gruppi di base o informali o ancora da singole persone di confessione cattolica. 

Noi chiediamo espressamente  di non partecipare agli incontri per l’unità dei cristiani il prossimo gennaio 2009 e ad assumere autonomamente iniziative di protesta, contro l’arroganza teologica esplicita del pontefice.

Daremo informazione puntuale di tutte le iniziative che si concretizzeranno, se saremo messi al corrente.

 

A proposito della “preghiera per gli ebrei”

Con il motu proprio Summorum Pontificum del 7 luglio 2007, Papa Benedetto XVI reintroduce la possibilità di utilizzare la formula liturgica pre-conciliare, in lingua latina, per la celebrazione eucaristica. A seguito di tale provvedimento, lo scorso 6 febbraio – nella ricorrenza del mercoledì delle ceneri – il Pontefice modifica la preghiera per gli ebrei del Venerdì Santo contenuta nel Missale Romanum anteriore al Concilio Vaticano II, sostituendo il riferimento al «popolo accecato [che deve essere] strappato dalle tenebre» con l’espressione «Preghiamo per gli Ebrei. Il Signore Dio Nostro illumini i loro cuori perché riconoscano Gesù Cristo Salvatore di tutti gli uomini». La disposizione del Papa è contenuta in una nota della Segreteria di Stato della Santa Sede.

Tale modifica giustifica di fatto una preghiera liturgica alternativa e contrapposta a quella vigente, e che a nostro parere è in contrasto con i testi conciliari Dignitatis humanae, sulla libertà religiosa, e Nostra aetate, sul rapporto fra la Chiesa cattolica e le altre religioni, in cui si afferma che «gli ebrei, in grazia dei padri, rimangono ancora carissimi a Dio, i cui doni e la cui vocazione sono senza pentimento. […] gli ebrei non devono essere presentati come rigettati da Dio, né come maledetti, quasi che ciò scaturisse dalla sacra Scrittura» (Nostra aetate, 4).

Continua sulla pagina dell’ anno ebraico 5769…

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Iniziamo la campagna per il boicottaggio di Nestlé

Da www.voceevangelica.ch

Critiche dopo l’assemblea della Federazione protestante
L’elezione di Roland Decorvet, chef di Nestlé, nel direttivo dell’ACES, suscita dissensi

Tutto era filato liscio e senza intoppi durante l’assemblea dei delegati della Federazione delle chiese evangeliche in Svizzera (FCES), svoltasi a Bellinzona lo scorso giugno. Calma piatta, tre giorni di pioggia, nessun tema di rilievo: un’assemblea di routine. Il vero temporale è scoppiato dopo, quando è stata diffusa dai media la notizia della nomina dello chef di Nestlé-Svizzera, Roland Decorvet, nel direttivo dell’ente di Aiuto delle chiese evangeliche svizzere (ACES/HEKS).

Puoi spedire messaggi di protesta a http://www.heks.ch/ a questi indirizzi e.mail: info@heks.ch ed eper@eper.ch

° Nel mondo, ogni 30 secondi un bambino muore perché in alternativa al latte materno ha ricevuto poco latte in polvere diluito con acqua non potabile in un biberon sporco ;
° milioni di bambini dei paesi poveri soffrono ogni anno di malnutrizione, diarrea ed altre infezioni per la stessa ragione. L’allattamento al seno, pulito e sicuro, eviterebbe tutto ciò in virtù delle sue proprietà nutritive ed anti-infettive ;
° le compagnie produttrici di sostituti del latte materno sanno bene tutto ciò, ma per aumentare i loro profitti continuano ad inondare i paesi poveri di latte in polvere, commercializzandolo spesso in maniera immorale, violando il Codice Internazionale per la Commercializzazione dei Sostituti del Latte Materno promulgato dall’Organizzazione della Sanità nel 1981 e sottoscritto dalle compagnie stesse

 

India: dietro quella strage

di Giuseppe Platone
Proponiamo in anteprima l’editoriale che verrà pubblicato sul prossimo numero del settimanale delle chiese battiste, metodiste e valdesi “Riforma”. L’autore è direttore del settimanale e pastore della chiesa valdese di Torino.
Nel momento in cui andiamo in stampa le vittime della furia induista contro i cristiani nella regione indiana di Orissa sono salite a quattordici. La lista è da bollettino di guerra: 42 chiese distrutte, 3 conventi, 5 ostelli, 7 centri pastorali, devastate circa 300 case private. La Farnesina ha convocato l’ambasciatore indiano. Il ministro degli Esteri Frattini presenterà un’interpellanza al Parlamento europeo per fermare questa ondata di violenza in un paese in cui, in molte regioni, religioni diverse convivono pacificamente da anni. Contro la mattanza in Orissa molti cristiani hanno manifestato, in questi giorni, pubblicamente in modo non violento.

Lo scrittore indiano S. Mehta, autore del volume sui contrasti dell’India Maximum City, Bombay città degli eccessi, attribuisce una delle cause dell’ondata di violenza all’eccesso di proselitismo – in particolare di segno protestante – dei cristiani nei confronti dell’induismo. In un’intervista ripresa dal quotidiano La Repubblica (27 agosto) lo scrittore nota che a spezzare il clima di pacifica convivenza tra religioni “sia stato l’arrivo dei protestanti delle chiese evangeliche, che dispongono di ingenti fondi e fanno proselitismo in maniera aggressiva (…); i missionari costruiscono ospedali, orfanotrofi, scuole”. Sulla stessa linea si è espresso padre Anand Mutungal, che ha spiegato a Radio vaticana come “le conversioni forzate siano molto poche in India e soprattutto nelle regioni Indù come l’Andra Pradesh, a praticarle – sostiene il prelato – sono soprattutto predicatori di chiese indipendenti di origine protestante-evangelica con base in Usa e Canada che spesso offrono in cambio aiuti materiali. Il lavoro di queste chiese deve essere fermato”. Ma al momento le vittime cristiane si contano soprattutto tra i cattolici.

La scintilla che ha scatenato l’ondata di violenze è stata l’uccisione del santone indù Swami Lakshamanand Saraswati. All’odio verso i cristiani coltivato da frange fondamentaliste indù fa da pendant una massiccia dose di intolleranza tra cattolici e protestanti. Secondo la monaca induista Hansananda Giri, vicepresidente dell’Unione induista italiana, il conflitto nel subcontinente indiano è soprattutto politico. “Si tratta – dice – di una volgare strumentalizzazione dell’ induismo per fini politici. Non è tanto la questione del proselitismo – anche se ogni forma di proselitismo aggressivo, da qualunque parte arrivi, è da condannare – quanto una questione economica”. In effetti il sottosuolo dell’Orissa è ricchissimo di materie prime ma la popolazione è tra le più povere del continente. Caos sociale e militarizzazione del territorio giovano alla causa degli estremisti. “Il cuore vero dell’induismo è la nonviolenza. L’India non ha mai invaso altri territori, ha saputo accogliere e integrare altre culture e religioni. Non c’è democrazia al mondo – conclude Hansananda Giri – le cui minoranze siano così ben rappresentante in Parlamento come in India”.

In buona sostanza nella regione di Orissa sarebbero in gioco gli interessi economici delle multinazionali, la religione è solo una copertura. Quando la politica usa la religione per raggiungere i propri scopi è sempre un disastro. E non solo in India. (NEV).

 

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Solidarietà a Famiglia cristiana

La newsletter Ecumenici, principale gruppo di discussione laica in Italia per ogni Fede vivente, si rende conto dell’importanza del dibattito intorno alla polemica sollevata dagli organi governativi contro Famiglia cristiana e fa proprio l’appello del suo lettore Pierangelo Monti, assicurando che sono molte le lettere che ci pervengono in redazione per una chiara presa di posizione in favore del periodico.

Come protestante non posso non dire agli amici cattolici di Famiglia cristiana continuate a seguire il Vangelo e non le sirene del potere. L’amore di Cristo non può essere compensato dalle monete di Cesare!

 

Pace e Grazia

 

Maurizio Benazzi

Redazione di Ecumenici

http://it.groups.yahoo.com/group/newsletter_ecumenici

www.ecumenici.it

 

 

 

Cari amici,

vi scrivo in merito alla polemica di questi giorni tra Famiglia Cristiana, governo, Vaticano e organi di stampa. Mi sembra una questione rilevante, da non lasciare cadere.

Gli editoriali di Famiglia Cristiana, in particolare i due dell’ultimo numero – 33 del 17 agosto –critici verso l’operato del Governo Berlusconi, hanno suscitato un acceso dibattito a vari livelli (li trovate allegati insieme al prossimo editoriale firmato da Beppe Del Colle). 

Sulla decisa presa posizione del principale settimanale cattolico c’è stato due giorni fa anche un intervento del direttore della sala stampa della Santa Sede, padre Lombardi, che si presta a differenti interpretazioni: infatti giornali e telegiornali hanno riportato la notizia tirandone la valenza a destra o sinistra, per influenzare il giudizio specialmente dei cattolici.

Già più di un mese fa ho scritto così al direttore di Famiglia Cristiana, per esprimere il mio apprezzamento per gli articoli del suo settimanale, contrari al pacchetto sicurezza del Governo, decisamente xenofobo e militarista: “Sono d’accordo con voi sia come cittadino che come cattolico, cioè in nome della Dichiarazione dei diritti umani e della Costituzione, che ricordiamo nel 60° della loro proclamazione, e in nome del Vangelo. Per troppo tempo si è sottovalutato la strisciante subcultura dell’avversione alla diversità culturale e religiosa, l’avidità materiale, la paura di perdere i privilegi propri di chi vive nella ricca Europa. La maggioranza del popolo italiano, formato dalla televisione, sta dando retta ai politici che antepongono alla solidarietà fraterna e all’uguaglianza dei diritti, la sicurezza della proprietà privata. Così anche il ceto medio-basso della nostra società pensa che a minacciare la giustizia e la pacifica convivenza non sarebbero i ricchi, che si sono presi e prendono gran parte dei beni della Terra, ma i poveri, gli oppressi, coloro che faticano a sopravvivere.  

Infatti i ricchi extracomunitari vengono accolti, mentre gli stranieri, poveri cristi, che arrivano in Italia senza ricchezze, sono respinti: oggi anche la famiglia di Gesù di Nazareth, in fuga dal suo paese, sarebbe respinta alla frontiera. Ho letto che i cattolici praticanti, in quanto a pregiudizi negativi e scelte di interventi verso immigrati e Rom, non si differenziano dagli altri. Questo è veramente grave.

I seguaci di Cristo non dovrebbero forse amare tutti, farsi ultimi e servi di tutti, a imitazione del Figlio di Dio, che, per realizzare il regno di giustizia e di pace, da Dio si è fatto uomo? Vi incoraggio dunque a continuare nell’opera di formazione delle famiglie cristiane, senza tentennamenti, senza farvi bloccare dalle critiche dei benpensanti benestanti. ”

Don Antonio Sciortino mi ha risposto ringraziando per il mio incoraggiamento, aggiungendo che “altri hanno scritto inviando solo insulti e invitando a boicottare Famiglia Cristiana”. Questo scriveva il direttore un mese fa.

C’era da aspettarsi che arrivassero giudizi e pressioni sul più diffuso giornale cattolico, che i sostenitori della destra al governo vorrebbero favorevole alla linea governativa o al di fuori della politica. Perciò, a fronte della decisa critica antigovernativa di Famiglia Cristiana, i tanti organi d’informazione filogovernativi, hanno presentato faziosamente e ipocritamente la dichiarazione di Padre Lombardi addirittura come scomunica, censura, presa di distanza dalla rivista.

Letteralmente  il portavoce del Vaticano ha detto: “Il settimanale ‘Famiglia Cristiana’ è una testata importante della realtà cattolica ma non ha titolo per esprimere né la linea della Santa Sede né quella della Conferenza episcopale italiana. Le sue posizioni sono quindi esclusivamente responsabilità della sua direzione”.

Vedete come i titoli dei giornali hanno dato l’informazione ai lettori: ‘Il Giornale’ di ieri titolava: “Attacchi al governo, il Vaticano scomunica Famiglia Cristiana: ‘Non parli per la Chiesa’”, poi cominciava così l’articolo: “Dopo le tirate contro il «presidente spazzino», il «paese da marciapiede», contro «l’inutile gioco dei soldati» e sui timori di «rinascita sotto altre forme del fascismo» arriva, pesante come un macigno, la reprimenda del Vaticano. Una presa di distanza che, al di là delle interpretazioni, ha il sapore aspro della censura.” Anche ‘Il Tempo’ parla di “scomunica ufficiale della rivista dei Paolini” nell’articolo titolato “Famiglia Cristiana isolata dalla stampa cattolica” (poi però non dice quale). ‘La stampa’ del 14 agosto titola “Famiglia cristiana, stop del Vaticano. La Santa Sede prende le distanze dopo l’affondo del settimanale dei Paolini”. Rainews 24: “Il Vaticano a Famiglia Cristiana: non è la nostra linea, nè quella della CEI. Il Vaticano prende le distanze da Famiglia Cristiana e dai suoi scontri con il governo”. Panorama: “Il Vaticano scarica Famiglia Cristiana: non parla a nome della Santa Sede”. Stesso titolo aveva l’articolo de Il Manifesto di ieri.

Dopo questi interventi e quelli dei politici del Pdl soddisfatti per le parole di P. Lombardi, il direttore di Famiglia Cristiana ha commentato all’AGI: “Mai ci siamo sognati di rappresentare ufficialmente il Vaticano o la Cei, che hanno i loro organi ufficiali di stampa: l’Osservatore Romano e l’Avvenire. La dichiarazione di padre Lombardi e’ formalmente corretta, noi come Famiglia Cristiana ci muoviamo in perfetta sintonia con la Dottrina Sociale della Chiesa. Manifestiamo il nostro libero e autonomo giudizio sui fatti di attualità e di cronaca ma siamo sempre stati perfettamente allineati con il magistero della chiesa. Chi vuole portare questa dichiarazione della Santa Sede come una sconfessione di Famiglia Cristiana in toto credo faccia una operazione scorretta”.

Giustamente Don Sciortino nelle scorse settimane, dicendosi meravigliato delle reazioni del centrodestra, ha rivendicato ha spiegato la sua posizione come un “diritto dei singoli cittadini a valutare il governo sui singoli provvedimenti”  in libero dibattito e libero confronto. Questa del resto è sempre stata la linea di Famiglia Cristiana, e, come ha detto il suo condirettore don Giusto Truglia “quando ce la prendevamo con il centrosinistra, i parlamentari che adesso si stracciano le vesti lodavano Famiglia Cristiana”.

A questo punto credo sia necessario un chiarimento da parte del Vaticano e della CEI, perché le parole del direttore della sala stampa della Santa Sede “Famiglia Cristiana non ha titolo per esprimere né la linea della Santa Sede né quella della CEI”, possono essere un’ovvia precisazione di competenze, ma anche una presa di distanza, quasi a dire che la linea di Famiglia Cristiana non è quella del Vaticano, come hanno scritto nei titoli ‘Il sole 24 ore’, ‘Il corriere della sera’ e ‘L’unità’.

Spero che le gerarchie ecclesiastiche neghino di volere censurare la linea editoriale di Famiglia Cristiana e anzi ribadiscano i principi evangelici della nonviolenza, dell’equa distribuzione dei beni, della difesa degli ultimi e della libertà di espressione. Perché questi sono i valori in gioco in questa querelle.

Nel ribadire il mio appoggio a Famiglia Cristiana, mi unisco ai messaggi di solidarietà inviati da alcuni missionari Comboniani e da Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della pace (che trovate allegati con l’aggiunta di un articolo di Nigrizia di p. Claudio Crimi, missionario comboniano, responsabile dell’Associazione Comboniana Servizio Emigranti e Profughi).

Invito anche voi a fare altrettanto, inviando un messaggio al direttore o alla redazione: direzionefc@stpauls.it , famigliacristiana@stpauls.it .

Cordialmente.

 

Pierangelo Monti

pierangelo.monti@fastwebnet.it

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Fra le molte lettere arrivate a ecumenici@tiscali.it eccone una significativa:

Buongiorno. Sono Asmah M.Teresa Paciotti e mi onoro di far parte della confraternita sufi Jerrahi Halveti.
Seguendo le orme del mio Maestro Gabriele Mandel, sono a favore dell’ecumenismo, del dialogo, dell’amore universale.
Siamo uomini e donne appartenenti ad una stessa razza: quella umana. Fino a che il colore della pelle  diventerà importante non più del colore degli occhi o dei capelli, non potremo affermare di vivere in un mondo civile. Il pacchetto sicurezza del governo non fa altro che sottolineare le differenze di nascita, di cultura e di pensiero e la situazione che si sta creando in Italia mi fa tornare in mente i racconti di mio nonno riguardo ai tempi del fascismo: non c’era liberta di pensiero, se si esprimevano opinioni che andassero contro quelle del governo ti aspettava l’olio di ricino o le randellate. E oggi, con la MILITARIZZAZIONE dello Stato, con lo “schedare” le persone che non si fregiano del titolo di “italiano”,si rischia di tornare a quei tempi oscuri.
Tutta la mia solidarietà a Famiglia Cristiana e l’ammirazione per essere stati capaci di esprimere le proprie opinioni senza farsi chiudere la bocca dall’olio di ricino del governo o di qualsiasi altro organo di potere.
Asmah Maria Teresa Paciotti

Azzurrocielo1@hotmail.it

“Egli è Colui che ha creato l’udito, la vista e i cuori. Eppure ben raramente Gli siete riconoscenti.”

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Una pietra vivente dell’ecumenismo

L’articolo è scritto da un cattolico e la profezia di cui fa cenno l’autore si è realizzata non tanto in senso confessionale ma in quello più propriamente ecumenico. Oscar Romero non è mai stato beatificato da Roma, per motivi politici, ma proprio per questo è divenuto pietra vivente dell’ecumenismo interconfessionale e fra i popoli. Martire riconosciuto non solo ufficialmente da luterani e dai veterocattolici ma da tutti coloro che si identificano nel dialogo fra le religioni, in quello interconfessionale e coi non credenti.

E’ il simbolo di una Fede che non si arrende al potere e alla violenza da esso esercitato. Istituzionalmente o tramite fronde armate. Che non rinuncia mai al vincolo universale degli esseri umani in virtù dell’essere tutti figli di Dio e in senso più strettamente cristiano nel vincolo della Fede nel Figlio di Dio. Anche contro l’Impero e i suoi rappresentati religiosi. L’esercito e i poteri forti. Dai tempi di re Erode fino ad oggi.

 

Oscar Romero è a ben vedere un rappresentante della teologia politica più alta che il cristianesimo abbia saputo esprimere nei tempi moderni. In tal senso è un esempio da seguire. Un cattolico che sa far luce anche nel triste buio delle stanze vaticane e nel clima di nuovo fascismo strisciante in Italia. Con Oscar Romero non temiamo infatti di riaffermare la nostra universalità di Fede vivente. I confini fra cattolici o protestanti non hanno – in questa prospettiva – alcun senso di divisione, ma di reciproca inclusività e continuità nelle diverse manifestazioni libere dello Spirito.

 

Non preghiamo Monsignor Romero come cristiani ma conformi all’invito evangelico preghiamo semmai Colui che gli ha dato la forza per aver scritto pagine di testimonianza esemplare. Siamo certi infatti che anche il cattolicesimo contemporaneo saprà dare nuovi modelli di vita cristiana alle generazioni che verranno e che il ramo continuerà a portare i suoi frutti.

 

Perché la Benedizione del Padre scende su tutti i suoi figli e le sue figlie. E  -a ben vedere – poco importa anche se si chiamano cristiani oppure no. La libertà di Dio è il valore portante su cui costruiremo le nuove pagine di storia di tutta l’Ecumene. E’ anche la nuova vita di cui attendiamo impazienti l’inizio. Possiamo al momento vedere solo dei bagliori di luce…

 

L’amore pieno non tarderà comunque ad abbracciarci. Per chi crede ma anche chi non crede, secondo disegni che non sappiamo ancora leggere in tutta la loro bellezza.

 

Ma stiamo entrando già nel campo di quello che i teologici chiamano “il salto”. E rimaniamo pertanto fermi a questo livello. Quello che tutti possono capire e discutere.

 

Maurizio Benazzi

 

 

 

Oscar Romero: il sacrificio di un uomo giusto

Monsignor Romero, l’arcivescovo di San Salvador, aveva deciso di non chiudere gli occhi davanti alle sofferenze del suo popolo. Aveva deciso di reagire con l’arma della denuncia ai responsabili dei crimini commessi contro i più deboli e gli indifesi. Nel corso della sua ultima omelia pronunciò queste parole: “Non uccidere!… Nessun soldato è obbligato ad obbedire ad un ordine che sia contro la legge di Dio… Nessuno deve adempiere una legge immorale! […] Vogliamo che il governo si renda conto sul serio che non servono a niente le riforme se sono macchiate con tanto sangue… In nome di Dio, dunque, e in nome di questo popolo sofferente i cui lamenti salgono al cielo sempre più tumultuosi, vi supplico, vi prego, vi ordino in nome di Dio: Basta con la repressione!”. Ma furono proprio invettive come questa, rivolte ai potenti e ai signori della guerra, a segnare la sua condanna a morte.

Il Salvador degli anni ’70-’80 è un paese turbolento, tormentato da dissidi interni e da scandalose ingiustizie sociali. Dall’inizio del secolo una ristretta cerchia di latifondisti esercita un potere tirannico con l’aiuto dei corpi militari e paramilitari, ed impone lo sfruttamento di terre e contadini “senza il benché minimo riguardo per le effettive esigenze del paese e della popolazione”.

Alla reazione delle forze sociali che reclamano giustizia e diritti, le istituzioni e l’estrema destra rispondono con i sequestri, le torture e le stragi di coloro – sindacalisti, operai, avversari politici o semplici campesinos – che osano anche solo timidamente opporsi allo status quo. E mentre il terrore viene elevato a sistema di governo, gli Stati Uniti continuano vergognosamente ad inviare nel piccolo stato centroamericano armi e istruttori dell’esercito per sostenere la repressione militare.

In quegli anni di Guerra Fredda la Casa Bianca è ossessionata dal pericolo che la “contaminazione comunista”, dopo l’esempio di Cuba, si possa espandere in tutta l’area centroamericana. Inoltre, nel 1979 le preoccupazioni vengono ulteriormente alimentate dal successo della rivoluzione nel vicino Nicaragua, dove i sandinisti riescono finalmente ad abbattere il regime filoamericano di Somoza. Ed è proprio in questo contesto di miseria e violenza armata che si colloca la coraggiosa esperienza pastorale di Monsignor Romero.

Ordinato sacerdote nel 1942, fin dai tempi della sua formazione in seminario il futuro arcivescovo è considerato da tutti un uomo tranquillo e prudente. Anzi, dal punto di vista teologico e politico, il suo spirito conservatore e tradizionalista lo spinge a guardare con preoccupazione la scelta di una parte della Chiesa latinoamericana di schierarsi a fianco delle popolazioni oppresse. L'”opzione per i poveri” diventa in quegli anni un pilastro della nuova dottrina sociale della Chiesa, la controversa “Teologia della Liberazione” che si ispira alla linea progressista del Concilio Vaticano II.

Ma Romero è innanzitutto un sacerdote devoto. Ben presto, il suo zelo nell’attività pastorale e l’obbedienza alle gerarchie clericali gli valgono una rapida ascesa ai vertici ecclesiastici locali, finché nel 1977 gli viene affidata la diocesi di San Salvador. La nomina ad arcivescovo della capitale non turba minimamente le classi dirigenti del Paese; neppure i militari si sentono più di tanto “minacciati” da un uomo di carattere mite che ha sempre dimostrato rispetto e deferenza verso il potere costituito.

Tuttavia, nel 1979 Padre Rutilio Grande, uno tra i più stimati collaboratori di Romero, viene barbaramente assassinato da membri degli squadroni della morte per aver abbracciato la causa dei contadini sfruttati e massacrati. Il fatto suscita nell’arcivescovo un dolore immenso per la perdita dell’amico, ma anche un profondo senso di indignazione per le sempre più frequenti vittime delle “mattanze” squadriste.

Ancora oggi, sono in molti a ritenere che dopo quel tragico evento il nuovo vescovo subisca una vera e propria conversione, arrivando a considerare l’assassinio un atto contro la Chiesa e modificando il suo giudizio sui detentori del potere in Salvador. Cosicché, da quel punto in avanti il Romero spirituale “cultore di studi teologici”, da tutti conosciuto come un uomo disimpegnato politicamente e socialmente, si trasforma sorprendentemente in accanito difensore dei diritti del suo popolo oppresso.

La Cattedrale diventa il luogo in cui al commento delle letture bibliche segue l’elenco puntuale, dettagliato, anagrafico dei desaparecidos, degli assassinati della settimana e, quando possibile, anche dei loro assassini o mandanti. Romero rivolge le sue accuse contro il clima di violenza e intimidazione creato dal Governo e si schiera apertamente a favore dei meno abbienti.

Mentre vengono istituite diverse commissioni diocesane in difesa dei diritti umani, dal pulpito il vescovo continua ad inchiodare alle loro responsabilità il potere politico e quello giudiziario, spendendosi molto anche all’estero per far conoscere all’opinione pubblica internazionale la reale situazione vigente in Salvador, tanto da diventare in poco tempo “il personaggio radiofonico più ascoltato, ma anche il più odiato dall’oligarchia terriera e dal regime”.

Intanto però la repressione si fa via via più feroce. Le persecuzioni contro gli oppositori e i contadini che domandano giustizia e riforme agrarie aumentano in numero e di intensità, seminando il panico tra la popolazione. All’interno della stessa Chiesa salvadoregna molti sacerdoti, intimiditi dal clima di terrore o per ragioni politiche, cominciano a prendere le distanze da Monsignor Romero e non esitano ad attaccarlo con accuse calunniose che lo dipingono come un “incitatore alla lotta di classe” o un “sostenitore di un governo socialista di contadini e operai”. Nel maggio del 1979, a mezzo di una petizione ufficiale, alcuni alti prelati della chiesa locale arriveranno persino a chiedere con urgenza al Sant’Uffizio l’adozione di provvedimenti disciplinari nei confronti del riottoso vescovo di San Salvador.

Passa un altro anno, ma il destino di monsignor Romero è ormai segnato: i suoi nemici, sempre più numerosi in tutti i livelli delle istituzioni, lo vogliono morto. L’epilogo si consuma il 24 marzo 1980. Nella cappella della Divina Provvidenza durante la messa vespertina, l’arcivescovo ha appena sollevato il calice. In quel preciso istante viene raggiunto mortalmente dai colpi di un sicario giunto in chiesa per ucciderlo.

A parecchi anni dalla sua morte la profezia si è realizzata: “se mi uccideranno – aveva detto – risorgerò nel popolo salvadoregno”. Ancora oggi, dappertutto, la gente lo ricorda e lo prega chiamandolo “San Romero d’America”.

Andrea Necciai.

“La civiltà dell’amore non è un sentimentalismo, è la giustizia, la vita… Una civiltà dell’amore che non esige la giustizia degli uomini non sarebbe una vera civiltà ma una caricatura dell’amore, in cui si vuole dare sotto forma di elemosina ciò che si deve già per giustizia.”

Oscar Arnulfo Romero

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Tempo d’estate e non solo: anche i cattolici usino il preservativo !

Ci sembra interessante riprendere il messaggio del gruppo http://www.catholicsforchoice.org/  firmatario dell’appello di ieri lanciato sul Corriere della Sera: sono addirittura necessarie inserzioni a pagamento per rompere il silenzio della stampa di regime sul tabù dei rapporti sessuali.

Ai rappresenti del cattolicesimo c.d. democratico, forse nostalgici del compromesso storico più che protagonisti di una storia di Civiltà perl’Italia,  vogliamo dire che questi americani non hanno nessuna colpa, neanche quella di essere americani.

Dicono quello che pensano con schiettezza. E si dicono buon cattolici. Come protestante, senza chiesa, non ho alcun dubbio che lo siano. Loro meritano rispetto e stima.

 

Chi rimane nel silenzio no!

 

Maurizio Benazzi

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