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Linea di confine

Un grande grazie a tutte le persone che mi hanno inviato oggi messaggi di buon compleanno via e-mail, via internet,  via telefono,  sms… Sono amici e amiche che mi conoscono da anni o da soli pochi mesi: sanno che non chiedo loro nessun otto per mille da firmare o tempio da frequentare ma semmai la condivisione dell’avventura di un povero cristiano nell’epoca delle arroganze ecclesiastiche ma anche dell’incontro con mille culture e religioni. Non incenso ma libertà dunque. E il passaparola funziona…

Maurizio Benazzi

 

Sulla linea di confine…

 

Richiedenti l’asilo in attesa a Chiasso

(Raffaella Brignoni) “E io dico provate voi a vivere in duecento quando va bene o in trecento quando va peggio, stipati come le sardine per un mese o anche due in totale promiscuità, soli fra sconosciuti, in camerate da venti, trenta persone con i letti a castello allineati l’uno accanto all’altro, in spazi angusti, senza la possibilità di fare nulla, se non coltivare un’attesa che si fa pesante per quel sì o per quel no che potrebbero cambiare il vostro destino riconoscendovi lo statuto di richiedenti l’asilo. Provate voi a convivere con certi vissuti di povertà, violenza, emarginazione, in un presente di stenti e fatiche ai bordi della dignità umana. Provate voi a camminare per strada e sentirvi addosso gli occhi giudicanti e diffidenti dei passanti. Provate voi, e poi ditemi, se hanno davvero tutto come molti sostengono solo per quel cellulare, simbolo di chissà quale presunto lusso, che si girano fra le mani o per quei 3 franchi al giorno che ricevono come argent de poche”.
A parlare è Paolo De Caro, il pastore evangelico che da oltre dieci anni varca la porta del Centro di registrazione e procedura per richiedenti l’asilo di Chiasso (una delle quattro strutture operative in Svizzera) con lo scopo di “instillare un po’ di speranza, dare consigli pratici, altro non posso fare”.

Umanità e disumanità
Dentro al casermone a ridosso della stazione di Chiasso – aperto nel 1996 per registrare uomini in fuga dalla loro vita e in cerca di un riscatto – De Caro ha visto sfilare storie di ordinaria umanità, ma anche disumanità. Per questo ci esorta ad andare oltre ai facili giudizi, detti anche pregiudizi, perché chi sceglie di abbandonare casa e affetti non vive in Ticino una sorta di vacanza pagata, ma è quasi sempre disperato. Per questo una figura come quella dell’assistente spirituale, al di là delle fedi e del credo di ognuno, è fondamentale: “Non voglio convertire, certo lavoro su incarico della Chiesa evangelica riformata nel Ticino e della Diocesi cattolica di Lugano ma il mio è un servizio ecumenico, non confessionale: non sono qui per fare il missionario, sono qui per aiutare la gente. Oriento dal punto di vista religioso chi me lo chiede, spiegando dove si trovano le chiese (protestante o cattolica), la moschea o dove i cristiani ortodossi possono recarsi a pregare. Il mio lavoro principale è però quello di ascoltare, di infondere coraggio con una parola, un sorriso, un atteggiamento positivo e di far sentire i richiedenti l’asilo compresi. In che modo? Partecipando al loro dolore che è già una grande forma di conforto. Senza mai illudere le persone”.

Razzismo e ostilità
Ne ha sentite tante di storie, ne ha viste di lacrime scivolare su volti che nonostante tutto non si vogliono rassegnare alle ingiustizie della vita, per questo motivo quando sente i commenti negativi e avversi di una parte della popolazione indigena qualcosa dentro di lui stride: “Molte persone vedono solo l’interesse che in certi casi, non lo nego, c’è pure, ma non riescono a scorgere la sofferenza e la persecuzione di cui sono vittime tanti richiedenti l’asilo. Richiedenti che spesso non sono accolti né accettati dalla comunità locale. Quando escono dal centro capita che vengano guardati con sospetto e diffidenza, in particolare se sono africani. I sentimenti di fastidio nei loro confronti sono senza dubbio aumentati ultimamente e molti hanno cominciato a fare caso al colore della pelle. E più volte mi sono sentito dire: ‘Ma quanti neri ci sono in giro qui a Chiasso’, oppure ‘perché dovremmo occuparci di loro quando ai nostri vecchi nessuno pensa?’. Perché no? Dico io. Tutti coloro che hanno un problema hanno diritto a un’assistenza. L’emergenza non fa distinzioni per etnia, religione, nazionalità, ma forse è solo paura dell’altro”.

Leggi restrittive
Strano in un città di frontiera da sempre confrontata con lo straniero. “Invece è forse proprio in queste zone che è ancora più radicato il pregiudizio verso l’altro; e così si forma l’idea sbagliata che chi varca il confine lo faccia con l’unico scopo di sfruttare. Una sensazione amplificatasi negli ultimi tempi a causa di alcuni fattori che hanno contribuito a un peggioramento della situazione. Non bisogna infatti dimenticare che la politica d’asilo è stata confrontata in questi ultimi anni con un forte giro di vite e con drastiche modifiche procedurali” (la revisione della Legge sull’asilo entrata in vigore nel 2007, approvata dal 68% dei votanti, è considerata una delle più restrittive in Europa, ndr).
Al Centro di Chiasso – pensato inizialmente per una permanenza media di una settimana (il tempo di fare l’audizione ed essere assegnati ai cantoni in attesa di una risposta) – i richiedenti ora possono rimanere anche fino a due mesi visto che la struttura non si occupa più solo della registrazione ma anche della procedura sulla richiesta d’asilo. E non è facile convivere per 60 giorni, fianco a fianco, in una babele di culture e mentalità, con addosso i propri problemi e poche certezze.

Difficile convivenza
“A causa dell’affollamento del centro le condizioni di permanenza si sono deteriorate, si generano tensioni che possono sfociare in tafferugli e risse, ma sono episodi tutto sommato rari. L’immagine che passa all’esterno è però quella di richiedenti violenti. In realtà la maggior parte si comporta civilmente nel rispetto delle regole”.
Basterebbe superare se non le porte del centro, almeno quelle del pregiudizio, per scoprire le condizioni di vita e la realtà dei richiedenti. Infatti, solo passata quella porta – sorta di confine simbolico fra il mondo che sta all’esterno e quello particolare, intrecciato di disperazione e speranza che sta all’interno di quelle quattro mura – si può, forse, comprendere la situazione al di là dei luoghi comuni. Comprendere che la sofferenza non sempre è provocata dalle nostre azioni, nella maggior parte dei casi non la si sceglie e non è mai la punizione per chissà quali peccati. Al contrario è una realtà che si scontra con regimi politici antidemocratici, situazioni sociali precarie, violenza, persecuzioni, ingiustizie e poi certo anche povertà, ignoranza.

Una storia tante storie
“Ci sono persone che devono fare i conti con situazioni drammatiche e anche qualche furbo: e questa è una regola che vale per tutti e non solo per i richiedenti. Ma si capisce subito, con un po’ di esperienza, quando uno mente e ti racconta storie che non stanno né in cielo né in terra per potere ottenere lo statuto, così come allo stesso tempo si avverte la sofferenza vera”. E il pastore Paolo De Caro di esperienza ne ha, non solo per tutti gli anni di lavoro svolti all’interno del Centro di Chiasso, ma perché lui stesso è stato un esule in terra africana.

Profugo tra i profughi
“Sono nato da madre francese e padre italiano nel 1940 a Tunisi, che era la Svizzera di quei tempi, dove si emigrava in cerca di giorni migliori. Con lo scoppio della seconda guerra mondiale, bloccati nell’Africa del nord, siamo stati trasferiti in un campo profughi. Ero un bambino, avevo 4 anni ma il ricordo è indelebile, rivedo tutto come se accadesse oggi e per questo forse riesco a identificarmi con le vicende altrui. Ai richiedenti l’asilo che incontro non racconto la mia storia, ma c’è un’energia sottile che, seppur inconsapevole, fa percepire loro di essere capiti nel profondo. Io dunque so che cosa vuol dire essere un profugo perché lo sono stato e so che cosa si prova”.
Cambiare il mondo forse è impossibile, ma dobbiamo “fare il massimo per alleviare le sofferenze degli altri. Quello che mi conforta davanti a tanta sofferenza è l’istinto di sopravvivenza delle persone che è quasi sempre fortissimo, non si rassegnano e qualcuno di loro, magari solo pochi, riuscirà a vincere la sua battaglia”. Così come a suo tempo ce la fece Paolo De Caro.

 

 

Michele Serveto: come estimatori di Michele Serveto ci troviamo su facebook a questo link http://www.facebook.com/home.php?#/profile.php?id=100000359716216 mentre la pagina di approfondimento in rete si puo’ trovarla su http://it.wikipedia.org/wiki/Michele_Serveto

 

“Vi è un tremendo mistero nel fatto che Dio possa unirsi con l’uomo e l’uomo con Dio. Una sorprendente meraviglia, nel fatto che Dio abbia preso per sé il corpo di Cristo al fine di fare di lui la sua dimora speciale. E poiché il suo Spirito era totalmente Dio, è chiamato uomo. Non meravigliatevi del fatto che quel che voi chiamate umanità io lo adoro come Dio, poiché voi parlate dell’umanità come se essa fosse vuota di spirito e pensate alla carne secondo la carne.”

 

 

IL BUDDHISMO ZEN

L’illuminazione da cuore a cuore e l’apertura agli altri di Mario Arnoldi

mario.arnoldi@tempidifraternita.it 

Monaco Zen in preghiera di fronte al giardino di sabbia e rocce simboleggiante l’infinito

 

Origini e sviluppi del Buddhismo Zen

 

Il Buddhismo, come abbiamo visto in TDF n. 6/2009, è nato per opposizione e separazione dall’Indhuismo nel VI-V secolo a.C., e nel corso del tempo ha assunto diverse forme a seconda del paese in cui si diffondeva e degli aspetti filosofico religiosi che andava sviluppando.

Dopo la prima divaricazione tra Buddhismo dei padri, il Therevada, e Buddhismo aperto a tutti, il Mahayana, sono apparse altre forme.

Una di queste, il Buddhismo Zen, secondo la considerazione popolare, risale al Buddha stesso (VI secolo a.C.), infatti Brahma (divinità principe presso la religione indù, ritenuto il creatore, manifestazione del Brahaman, l’Assoluto, affiancato abitualmente a Vishnu e Shiva) offrì al Buddha un fiore, nel parco degli Avvoltoi, chiedendogli di predicare la Legge, ma il Buddha si limitò a toccare leggermente il fiore, in silenzio.

Nessuno dei presenti comprese questo atteggiamento, salvo il discepolo Mahakashyapa (“colui che è il primo nell’ascesi”), che sorrise inducendo il Buddha a esclamare che “l’occhio della vera Legge” era nelle sue mani e che egli avrebbe dovuto trasmetterlo alla posterità. L’episodio anticipa uno dei valori del magistero Zen, secondo il quale l’illuminazione totale dell’essere non si può insegnare con argomentazioni, ma si trasmette da maestro a discepolo in modo intimo e diretto.

Secondo la tradizione storicamente più vero-simile e più vicina a noi, il ventottesimo patriarca buddhista, di nome Bodhidarma, alla fine del V o all’inizio del VI secolo d.C., si sarebbe recato dall’India alla Cina, dando inizio alla serie dei patriarchi cinesi. Il sesto di questi patriar-chi cinesi, Hui-neng (638-713), fonda la Scuola dell’“Illuminazione immediata”, trasmessa dal cuore del maestro al cuore del discepolo. Questo aspetto caratterizzerà a lungo il Buddhismo Zen, in contrasto con altre scuole, secondo le quali l’il-luminazione doveva essere raggiunta attraverso un’esperienza graduale e un estenuante studio delle sacre scritture. Afferma Hui-neng nel Sutra della piattaforma,

“Il risveglio non comporta il supporto materiale di albero alcuno né di limpido specchio la natura-di-Buddha è eternamente pura e dunque dove mai potrebbe esservi polvere?”.

Hui-neng segna l’inizio storico del Buddhismo Zen, che avviene quindi in Cina.

In Giappone le dottrine Zen furono introdotte già durante il VII secolo, ma solo nel XIII i due monaci Eisai Zenji e Dogen Zenji fondarono le due scuole principali dello Zen, rispettivamente la Rinzai e la Soto. Dopo il Giappone e l’estremo Oriente, lo Zen prese anche la via dell’Occidente.

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Auguri per ramadan

Chiasso, 31 agosto 2008

Cari Fratelli, care Sorelle, cari tutti,
domani inizia il mese di Ramadan il mese più onorato di Allah, il generoso
mese di Ramadan, colmo di grazia, amore e spiritualità. Col suo arrivo,
eleva la nostra spiritualità in un mondo sempre più incline al materialismo
e accresce l’amore nei nostri cuori in un momento dove l’amore è incompreso.
Meglio accogliamo questo gradito mese, meglio cresce la nostra spiritualità
e i nostri cuori saranno colmi della profonda dolcezza dell’amore. Il vero
Amore, l’amore verso il Creatore, verso tutto il Suo creato, che ci
allontana dallo squallore del falso amore che ci ha reso individualisti,
egoisti e soli.
Il mese di Ramadan arriva puntuale per la nostra salvezza e per aprire
un’immensa via per il ritorno. Un ritorno verso il caldo soffio di amore che
riempie il nostro cuore di grazia e il nostro spirito di dolcezza.
Accogliamo allora Ramadan a braccia tese, rivolgendoci verso Allah, il
Creatore! Supplichiamo il Suo perdono, preghiamo per il Suo Amore,
digiuniamo per la nostra Salvezza! Prostriamoci per compiacerlo con la
nostra umiltà, che sia luce su luce, in verità Allah guida chi vuole verso
la Sua luce. Con la speranza che alla fine del mese avremo accumulato tanto
di quell’amore da diventare noi stessi un faro di amore per tutti coloro
intorno a noi.
Auguro a tutti di vivere in questa luce.
Hassan El Araby

 
Il mese di Ramadan
Ramadan è il nono mese dell’anno, mese lunare secondo il calendario musulmano. Il Ramadan, costituisce un periodo eccezionale dell’anno: la sua sacralità è fondata sulla tradizione già fissata nel Corano, secondo cui in questo mese l’inviato Mohamad* ha ricevuto l’ultima rivelazione inviata all’umanità. Durante il mese di Ramadan c’è La notte del destino. E’ una notte che va cercata nelle notti dispari dell’ultima decade di Ramadan e che, secondo il Corano, vale più nella ricompensa di mille mesi d’adorazione e servitù. Infatti, è la notte quando Dio salva molti dei suoi servi dall’inferno. In origine, il mese di Ramadan era un mese qualunque del calendario lunare di dodici mesi che, pertanto, cambia posizione anno per anno rispetto all’anno solare. Dato che il calendario islamico è composto da 354 o 355 giorni (10 o 11 giorni in meno dell’anno solare), il mese di Ramadan di anno in anno cambia di stagione.
Il digiuno (sawm) durante il mese costituisce uno dei cinque pilastri dell’Islam. Nel corso del mese di Ramadan infatti, i musulmani praticanti devono astenersi – dall’alba al tramonto – dal bere, mangiare, fumare e dall’attività sessuale. Chi è impossibilitato a digiunare, perché malato o in viaggio, può anche essere sollevato dal precetto però, appena possibile, dovrà successivamente recuperare il mese di digiuno.
In occasione del Ramadan è anche richiesto di evitare di abbandonarsi all’ira. Le donne incinte o che allattano, i bambini e i malati cronici sono esentati dal digiuno e dovrebbero al suo posto, secondo le loro possibilità, fare la carità come ad esempio nutrire le persone bisognose indipendentemente dalla loro religione, gruppo etnico o dalle loro convinzioni. Le donne durante il loro ciclo o le persone in viaggio non devono digiunare ma lo possono rimandare.
Il digiuno poi sveglia la coscienza integra, istruisce alla pazienza, è lezione di moderazione e di volontà, radica l’uomo nella disciplina e nell’igiene, fa sorgere il senso della comunità e il senso di solidarietà con tutti e il senso di appartenenza. Esso è una scuola di amore sincero di Dio. Compiacere Dio e cercare la Sua grazia dà un senso di speranza e una considerazione serena della vita. Esso instilla nell’uomo una genuina virtù di devozione, efficace e onesta. Digiunando proviamo per una volta a sentire quello che sentono ogni giorno e forse durante tutta la loro vita, i poveri, gli oppressi e gli affamati. Il digiuno è rinuncia, denuncia, testimonianza e solidarietà.
Quando tramonta il sole il digiuno viene rotto. La tradizione vuole che si mangi prima un dattero perché così faceva il Profeta. In alternativa si può bere un bicchiere d’acqua. Il significato spirituale del digiuno è stato analizzato da molti studiosi. Si attribuisce ad esempio al digiuno la dote di insegnare all’uomo l’autodisciplina, l’appartenenza ad una comunità, la pazienza e l’amore per Dio e l’amore verso il prossimo. Al termine del Ramadan viene celebrato lo Id al-fitr (festa dell’interruzione del digiuno), detta anche la “festa piccola” (Id al-saghir).
Il Ramadan nel Corano- Ai musulmani credenti e sottomessi in pace, Dio si rivolge con questi versetti  (traduzione tratta dalla edizione di Newton&Compton Editori a cura di Hamza R. Piccardo, Sura 2 versetti dal 183 al 184: “O voi che credete, vi è prescritto il digiuno come era stato prescritto a coloro che vi hanno preceduto. Forse diverrete timorati; – [digiunerete] per un determinato numero di giorni. Chi però è malato o è in viaggio, digiuni in seguito altrettanti giorni. Ma per coloro che [a stento] potrebbero sopportarlo , c’è un’espiazione: il nutrimento di un povero. E se qualcuno dà di più, è un bene per lui. Ma è meglio per voi digiunare, se lo sapeste! – E’ nel mese di Ramadan che abbiamo fatto scendere il Corano, guida per gli uomini e prova di retta direzione e distinzione. Chi di voi ne testimoni [l’inizio] digiuni . E chiunque è malato o in viaggio assolva [in seguito] altrettanti giorni. Allah vi vuole facilitare e non procurarvi disagio, affinché completiate il numero dei giorni e proclamiate la grandezza di Allah Che vi ha guidato. Forse sarete riconoscenti! – Quando i Miei servi ti chiedono di Me, ebbene Io sono vicino! Rispondo all’appello di chi Mi chiama quando Mi invoca. Procurino quindi di rispondere al Mio richiamo e credano in Me, sì che possano essere ben guidati.- Nelle notti del digiuno vi è stato permesso di accostarvi alle vostre donne; esse sono una veste per voi e voi siete una veste per loro. Allah sa come ingannavate voi stessi. Ha accettato il vostro pentimento e vi ha perdonati. Frequentatele dunque e cercate quello che Allah vi ha concesso. Mangiate e bevete finché, all’alba, possiate distinguere il filo bianco dal filo nero; quindi digiunate fino a sera. Ma non frequentatele se siete in ritiro nelle moschee. Ecco i limiti di Allah, non li sfiorate! Così Allah spiega agli uomini i Suoi segni, affinché siano timorati”.
Il Ramadan dai detti del Messaggero*  –  nella tradizione profetica si indica che quando arriva Ramadan vengono aperte le porte del Paradiso, e chiuse quelle dell’inferno, e i demoni vengono incatenati. Secondo un altro detto : Ogni azione del figlio di Adamo gli appartiene, eccetto il digiuno, che appartiene a Dio, e Lui ne dà ricompensa. Che il digiuno è un’armatura, e quando è giorno di digiuno è auspicabile che il digiunante non nutra propositi osceni né vociferi, e se qualcuno lo ingiuria o lo combatte, basta che dica: ‘Sto digiunando’, si spiega poi che perfino, l’alito che promana dalla bocca di colui che sta digiunando è migliore davanti a Dio del profumo del muschio. Chi digiuna ha due motivi di cui rallegrarsi: si rallegra quando rompe il digiuno, e si rallegrerà del digiuno fatto quando incontrerà il suo Signore il giorno del giudizio. Il digiuno poi è considerato vera protezione dall’inferno e chi digiuna un giorno sulla via di Dio, Iddio gli terrà lontano il volto dal Fuoco per settanta annate.
Quando inizia – L’inizio del Ramadan dipende dall’avvistamento della luna e la tradizione vuole che esso avvenga scrutando il cielo come si faceva ai tempi del Profeta Mohamad*. E’ l’Arabia Saudita, in quanto custode dei luoghi santi della Mecca e di Medina, a stabilire il periodo del Ramadan. La questione suscita un vivace dibattito all’interno dell’Islam, tra chi auspica l’impiego delle tecnologie per l’avvistamento lunare e chi invece vorrebbe rimanere fedele alle tradizioni. Nel caso della nostra comunità, essa viene stabilita dalla Commissione del Consiglio Europeo dei Verdetti e della Ricerca, perciò tutti possono chiedere informazioni ai centri della comunità.
Raccomandazioni per i digiunanti – È consigliato fare uno spuntino leggero prima del sorgere dell’alba, noto come suhur. Mangiare tre datteri e bere un pò d’acqua subito al tramonto, dicendo questa preghiera: “Allahumma, laka sumna wa’ala rizqika aftarna” (O Dio, per Tua volontà abbiamo digiunato e adesso interrompiamo il digiuno col cibo che tu ci hai dato); fare pasti leggeri il più possibile, poiché, come dice il Profeta*, la peggior cosa che un uomo possa fare è riempirsi lo stomaco;  osservare l’orazione spontanea nota come tarawih; far visita ai fratelli e intensificare le pratiche di solidarietà; incrementare lo studio e la recitazione del Corano; esercitare al massimo la pazienza e l’umiltà; essere straordinariamente cauto nell’usare i sensi, la mente e soprattutto, la lingua; astenersi dalle chiacchiere inutili e dai pettegolezzi ed evitare ogni movimento sospetto. E soprattutto non trascurare il lavoro, perché fare bene il proprio lavoro è volere del Eccelso. A tutti i musulmani auguro un buon e generoso Ramadan e che la pace e la giustizia regnino su tutta l’umanità.
*che la Pace e la benedizione di Dio siano su di lui
Hassan El Araby
Natel    0041 79 2301355
Tel Lugano  0041 91 9717329
Fax    0041 91 9717440
Chiasso   0041 91 6820112
hassan.elaraby@bluewin.ch

 
Segnalazione libraria di Ecumenici

Dalle edizioni UTET è disponibile nelle librerie l’ edizione economica de
“Il Corano” tradotto e commentato da Gabriele Mandel Khan con testo arabo.
L’autore non è solo uno stimatissimo docente universitario ma uno scheikh
sufi (khalifa per l’Italia dell’ordine Jerrahi) a garanzia di quella
competenza ed affidabilità necessaria per un’opera di questo genere sia per
i musulmani, i cristiani, gli studiosi seri. Solo in francese esiste una
traduzione ed un commento del Corano di pari alto valore del prof.
dell’università di Francia Si Hamza Boubakeur a cui è dedicata l’opera. ,
collaborazione dei filologi prof. Mohsen Mouelhi (gran mufti della Tariqa
Jerrahi in Italia) e della prof.sa Nur-Carla Cerati Mandel. Prezzo sul
mercato euro 14,90. Lo trovi anche in internet su IBS.

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