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Una riflessione di Don Franzoni

Cara Maria Mantello ti ringrazio di questi spunti interessanti di cui sono certamente a conoscenza l’Associazione 31 ottobre (http://www.associazione31ottobre.it/ ), a cui questa newsletter è vicina. Il problema in Italia è che purtroppo non è previsto alcun insegnamento di Storia delle religioni nelle scuole pubbliche e che – salvo casi sporadici – come Ecumenici, tutto sia affidato all’iniziativa di singoli privati o microassociazioni, con scarsissimi mezzi.

C’è anche da osservare che la battaglia laica in Italia è stata spesso confusa e fraintesa per decenni come “lotta contro le religioni”, dimenticando che solo il pluralismo anche religioso  garantisce la democrazia partecipativa in uno Stato libero e forte. Il resto è ateismo che poco ha a che fare con lo spirito di questa newsletter. Se me lo consenti ti suggerisco di parlare nel titolo di” insegnanti del dio in sottana ecclesiastica”. Fortunatamente il nostro è il Dio di Abramo, di Isacco e Giacobbe che poco aveva a che fare con le stanze del potere. Anzi… E’ il Dio predicato dalla chiesa confessante sotto il regime delle camicie brune. Insomma è un’altra storia… un altro Dio se me lo consenti. Non è imparentato con quello di Papa Benedetto XVI e dei governi di centrodestra e centrosinistra.

Un cordiale saluto

Maurizio Benazzi

 

 

Tagli per tutti, tranne per gli insegnanti di dio.

E questo mentre diminuisce il numero di chi sceglie religione cattolica

 

 

Zona protetta, qui non si taglia. E neanche si riordina. 125.694 insegnanti di religione nella scuola pubblica sono al riparo dallo tsunami di tagli e proteste che l’ha investita. Anzi sono destinati ad assumere un peso crescente, essendo le loro ore intoccabili nella generale riduzione dell’orario delle lezioni in classe: Lo dice anche la Gelmini: macché maestro unico, c’è anche l’insegnante di religione. Che alle elementari e alle materne fa due ore a settimana per classe. Solo che adesso sono due su 30 (o 40 se c’è il tempo pieno), dall’anno prossimo saranno 2 su 24: l’8,3 per cento dell’orario curricolare.

(…) Tra il 2004 e il 2007 sono stati assunti oltre 15 mila tra maestri e professori di religione. Adesso superano i 25 mila, e cifra più cifra meno costano costano 800 milioni all’anno.

(…) mentre da tutte le parti ci si affanna per razionalizzare, accorpare risparmiare, l’insegnante di religione è attribuito rigidamente per classe. Questo vuol dire che c’è sempre, anche se solo uno studente di quella classe opta per l’insegnamento della religione.  (..) se ci sono due classi con dieci studenti ciascuna che scelgono la religione, queste non si possono accorpare per quell’ora. Un meccanismo che moltiplica le ore e le cattedre.

(…) Vale la rassicurazione del ministro Gelmini: “gli insegnanti di religione non si toccano”.

(…) l’insegnante di religione immesso in ruolo non perde il posto, ma può far valere i suoi titoli per insegnare altre materie:scavalcando altri precari con meno santi in paradiso.>>

(da dio non si taglia, di Roberta Carlini, L’espresso, 27 – 11 – 2008, p. 89)

 

 

SU   IMMISSIONE IN RUOLO E STIPENDI INSEGNANTI RELIGIONE CATTOLICA:

http://www.periodicoliberopensiero.it/voci/voci_0805_insegnanti.htm

http://www.periodicoliberopensiero.it/news/news_20080928_insegnanti.htm

http://www.periodicoliberopensiero.it/news/news_20081027_stipendio.htm

 

 

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A proposito della preghiera cattolica per la conversione degli Ebrei, invio la bella riflessione di Giovanni Franzoni apparsa su Micromega 5/2008.

Ciao

Gigi Ranzani

 

 

CONVERSIONE O APOSTASIA?

Alla luce dell’autentico messaggio di Gesù ogni forma di attività missionaria tesa al proselitismo è problematica. Saprebbero i cristiani dividere il loro pane e il loro amore con i poveri, senza promuovere delle conversioni? Come il papa e i pastori delle varie Chiese, e con essi tutti i membri delle comunità cristiane, debbono convertirsi all’insegnamento di Gesù e seguirlo con coerenza e rigore, così gli ebrei debbono convertirsi alla Torah, gli islamici al Corano e così via. Questa è l’autentica conversione.

 

don GIOVANNI FRANZONI

Quando, nei nostri giorni, la Congregazione della Santa Sede che presiede alla formulazione e alla riformulazione delle formule liturgiche è tornata sulla tormentata invocazione della liturgia del Venerdì Santo (il ve­nerdì che precede la celebrazione della Pasqua) in cui, dopo aver prega­to per la Chiesa e per il mondo, si prega anche per gli ebrei, grazie a Dio, non è tornata a galla la terribile espressione preghiamo per i perfidi giudei che per secoli aveva attraversato le Chiese cattoliche, le coscienze dei cristiani e le carni degli ebrei e che, con fermezza e non senza opposizio­ni, papa Giovanni aveva fatta rimuovere dalla liturgia.

È rimasta però in vita un’altra invocazione, che ancora ha suscitato turbamento nelle comunità ebraiche: la preghiera che invoca la conversione degli ebrei e l’accettazione della fede cristiana.

Certamente Gesù di Nazaret desiderò essere accolto come luce in Israele, parola del Padre, salvatore dalla schiavitù del peccato e molto probabilmente Messia annunciatore di una nuova legge, come disse Geremia, scritta nei cuori, e di una salvezza del mondo, ma tutto questo non signi­ficava l’abbandono dell’ebraismo per convertirsi a una altra Chiesa.

La sequela di Gesù sulla via della radicalità evangelica comportava l’abbandono degli interessi mondani e una profonda ìnterpretazione della Legge, come amore, ma non la pretesa di fondare una comunità escludente, quasi una sorta di nuova arca della salvezza rispetto all’incom­bente giudizio di Dio. Perciò sia i giudeo-cristiani della Chiesa primitiva, sia, oggi, gli ebrei-messianici che considerano Gesù il Messia senza con questo aderire alla teologia dogmatica delle Chiese ufficialmente cristiane, possono aver creato e creare dissensi e conflitti – questo alla fin dei conti potrebbe essere proficuo per tutti — ma sono considerati veri ebrei. Perché non dovrebbero essere considerati veri cristiani?

Quando Gesù – secondo le narrazioni evangeliche – disse alla donna cananea che gli aveva strappato un prodigio con la sua fede: «La tua fede è grande. Sia come tu vuoi!» e quando rimandò al suo villaggio l’indemoniato di Gerasa o proclamò che un odiato centurione romano aveva manifestato una fede rara in Israele, pretese che questi cambiassero religione? Che lo seguissero come discepoli? Che ricevessero il battesimo? Questi frequenti atteggiamenti in Gesù di Nazaret pongono degli interro­gativi su cosa potesse significare un invito: «Vieni e seguimi», fatto ad alcuni, mentre ad altri era dato di godere di una comunione universale fatta di apertura e fiducia nel Signore della vita e Creatore dell’Universo.

Molti teologi sono oggi convinti che Gesù distinguesse fra il gruppo ristretto dei suoi seguaci che chiamava «la mia Chiesa» e un ampio Regno di Dio, aperto a tutti indipendentemente dalle forme religiose, dalle ritualità e dalle lingue liturgiche.

Questo rende problematica ogni forma di attività missionaria tesa al proselitismo fra varie Chiese cristiane e fra cristiani e ebrei. Ancora più problematica l’attività di proselitismo in aree culturali e religiose profondamente diverse come quelle islamiche, quelle induiste e oggi, col risveglio delle religioni animiste, anche quelle considerate letteralmente «pagane» e idolatriche.

La recente insurrezione anticristiana nello Stato indiano di Orissa, indubbiamente addebitabile nei suoi eccessi e nelle sue violenze a elementi nazionalisti condannabili senza attenuanti, chiede un ripensamento ben più profondo ed esteso di quanto si sia fatto con la mobilitazione promossa dall’onorevole Adomato in favore dei cristiani perseguitati, senza porsi il problema di quale reazioni susciti, in altre aree culturali, la conversione di persone fragili, spinte forse dal bisogno di un pugno di riso e di una carez­za. Saprebbero i cristiani dividere il loro pane e il loro amore con i poveri, senza promuovere o anche solo accettare delle conversioni?

Che significa dunque oggi, annunciare il messaggio evangelico a persone e popoli di altre culture e di altre religioni?

Se apparteniamo a una area culturale, politica o religiosa, dovremo seriamente impegnarci in un impietoso esame di coscienza per sapere se siamo stati coerenti ai princìpi etici che sono stati alle fondamenta della nostra appartenenza e della nostra identità pubblicamente professata.

Da qui il bisogno di convertirci, rivedendo con rigore i nostri comporta­menti e facendoci aiutare sia da chi ci sta accanto come solidale nel no­stro cammino, sia da chi ci guarda, per così dire, dall’esterno.

Secondo una antica prassi liturgica, il giorno di inizio della Quaresima, stagione per i cristiani dedicata appunto all’esame di coscienza e alla conversione, il celebrante della liturgia, impone ai fedeli le ceneri sulla fronte, esortandoli a ricordarsi che «cenere siamo e cenere ritorneremo» e pertanto dobbiamo porci sulla via del ravvedimento.

Il papa, uomo fra gli uomini e cristiano fra i cristiani, non si sottrae a questa prassi liturgica e quindi, all’inizio della Quaresima, i nostri telegiornali hanno visto il cardinale celebrante imporre le ceneri al papa e indirizzargli questo severo messaggio: «Convertiti e credi nell’evangelo!».

È lecito pensare che, come il papa e i pastori delle varie Chiese, e con essi tutti i membri delle comunità cristiane, debbono convenirsi all’insegnamento di Gesù e seguirlo con coerenza e rigore, così gli ebrei debbo­no convenirsi alla Torah, gli islamici al Corano, gli induisti alle verità profonde del brahamanesimo, i jainisti a Mahavira e a Gandhi, i buddisti al dharma dell’Illuminato. Coloro che non hanno una «norma normante» di origine religiosa, troveranno nella loro coscienza e negli esempi dei loro padri e delle loro madri, da Socrate a Simone Weil, la preziosa traccia alla conversione. Da questa pratica morale e non da rabbiose affermazioni identitarie, nascerebbero speranza e fiducia per le nuove generazioni e un mondo più giusto e solidale.

Più utile che il passaggio da una Chiesa all’altra, da una religione all’altra, sarebbe la creazione di spazi di dialogo interreligioso nei quali, andando al cuore della propria religione, si scopra l’essenziale, su quello ci si confronti e si constati che cambiare abito e collocazione istituzionale è secondario e talvolta strumentale.

 

 

 

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