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Lettura per l’Avvento

Salve piacere di conoscerti. Sono Federica, mi definisco cristiana e per scelta volontaria non appartengo a nessuna confessione. Sono, quindi, il classico cane sciolto, anche se le mie posizioni teologiche si rispecchiano nella teologia cattolica nordoccidentale di stampo progressista e, soprattutto, nella teologia della liberazione, in particolari nelle sue formulazioni più attuali (ecofemminismo).

Mi interesso da sempre di teologia ed esegesi neotestamentaria, con un occhio particolari alle istanze riformatrici del mondo cristiano. Attualmente sto lavorando ad una tesi sulla ricezione del pensiero di Helder Camare nelle riviste cattoliche di orientamento progressista in Italia.

Saluti

 

Federica

 

 

Lettura per l’Avvento: se entrate in un tempio luterano di Bamberg (ridente cittadina della Baveria) artisti italiani hanno abbellito le pareti con pregevoli stucchi e finezze artistiche nelle rifiniture che ornano l’edificio. Ma quello che vi sorprenderà veramente – soprattutto se siete evangelici o filomennonita come me (!)- è di trovarsi di fronte ad una statua e a un dipinto che ritrae il bambino – nato dalla giovane donna Maria – che indica con un dito la croce collocata dall’altra parte dell’ala del plesso.

Si osserva poi nel dettaglio delle forme che una parte del volto del piccolo fanciullo rappresenta la vita e la bellezza apparente e l’altra parte, consumata già dalla morte, la natura pienamente umana del  nazzareno. Destinato a morte, esattamente come tutti noi.

Le associazioni di idee teologiche – sia pur in termini simbolici – in questo tempio sono fra loro strettamente connesse e correlate, come mai in nessun posto ho potuto visivamente apprezzare in maniera così pregnante.

Non ci sono candele da accendere davanti alla statua beninteso ma la luce che si illumina dentro nei vostri pensieri e cuori – osservando il movimento di rimando dentro questo luogo di predicazione anche senza parole – può accendervi spazi di didattica molto più efficaci che mille ore trascorse sui banchi di una Facoltà teologica.

A proposito, evitiamo di tediarvi nel riportare o nell’esprimere commenti sui luterani di oggi in rete. Non ne vale semplicemente la pena.

Leggendo i bollettini che circolano di questi tempi ci pare che l’esercizio intellettuale e spirituale non sempre si sposa con la palestra dei muscoli. Qui non si tratta di essere santi o mezzi santi, ma semplicemente di evitare infantilismi di lettura dei fatti del Vangelo. Dio perdona il peccatore pentito e non “giustifica” il peccato, ci ricordava Bonhoeffer. Quello che poi si dice a Trieste o altrove è un’altra storia. Una  storia appunto di confine.

Gli alberi adulti portano frutti. Altrimenti è meglio che venga il contadino a potare. E questa è proprio la stagione giusta.

Speriamo dunque che venga… e siamo certi che verrà. Anche quel volto scavato dalla morte nel Messia bambino ce lo ricorda.

Maurizio Benazzi

 

 

Sacralizzazione e desacralizzazione della croce: scàndalon e agàpe

Luca 18, 10-14: Scàndalon e crocifisso

di Federica Francesconi

In questa parabola è trattato il tema della giustificazione e più in generale, il tema del rapporto con il prossimo.
Nell’immaginario collettivo ebraico il fariseo rappresentava la purezza dell’osservanza della Legge e la trasparenza morale, il pubblicano, all’opposto, la moralità compromessa dall’esercizio di una professione empia e impura. Si tratta della classica contrapposizione incentrata sulla purità/impurità che regolava i rapporti tra i membri della comunità giudea nella Palestina del I secolo. Tuttavia, la dicotomia purità/impurità non era una peculiarità esclusiva dell’ebraismo del secondo Tempio: non facciamo un torto alla verità se affermiamo che tutti i sistemi religiosi per mantenersi in vita creano dualità, le quali possono assumere forme differenziate a seconda dei capisaldi su cui poggia l’impianto dottrinale di quel particolare sistema religioso (bene/male, puro/impuro, circonciso/incirconciso) e Israele, come è risaputo, non sfuggiva a questa regola, anzi, Israele fondava la propria identità sulla dualità e sulla separazione.
Nel saggio, sempre attualissimo, dell’antropologa sociale Mary Douglas, Purezza e Pericolo, viene indagata l’ancestrale paura biblica di dissolvere la specificità di Israele come popolo eletto. L’ossessione degli ebrei per la purezza e la differenziazione rituale si tradusse nella formazione del Levitico, il noto sistema di prescrizioni legali restrittive tanto fanaticamente idolatrato dall’ebreo comune quanto considerato inutile da Gesù ai fini della redenzione dell’uomo.
Ciò che differenzia la figura del fariseo da quella del pubblicano non è la sua posizione verso la Legge e verso Dio, ma la posizione verso il prossimo: l’uno mostra di avere un atteggiamento sprezzante e superiore rispetto ai pubblici peccatori, l’altro, conscio delle proprie mancanze come uomo, come creatura etica, si umilia, chiede perdono a Dio, si considera l’ultimo degli ultimi.
Possiamo osare una semplificazione: ai nostri occhi il fariseo ci appare come la quintessenza dello skàndalon, il pubblicano penitente, invece, come la quintessenza dell’agàpe, nella sua accezione squisitamente evangelica dell’amore incondizionato e disinteressato per il prossimo.

A questo punto è d’obbligo fare una breve digressione sul significato della parola greca skàndalon. Skàndalon è generalmente tradotto con “scandalo”, “trappola”, “insidia” posta lungo il cammino. La parola e il verbo derivato skandalìzo, “causare scandalo”, vengono dalla radice skàzo, che significa “zoppicare”. Nei Vangeli è possibile enucleare un gruppo di testi ruotanti sulla nozione di skàndalon, la cui lettura, a livello ermeneutico, impone un’unica accezione plausibile di scandalo: l’alienazione da se stessi, la tentazione che allontana il discepolo del Cristo dal Regno dei cieli. Skàndalon, quindi, si configura come il contrario dell’agàpe cristianamente vissuto, infatti non a caso Cristo disse: “Chi ama il proprio fratello abita nella luce e non vi è in lui alcuno scandalo. Ma chi odia il proprio fratello abita e cammina nelle tenebre, e non sa dove va perché le tenebre hanno accecato i suoi occhi”. (1Giov. 2, 10-11).
Che lo skàndalon sia poi tutto umano, nel senso di errore umano, lo rivela un altro fondamentale testo evangelico, Matteo 16, 22-23, in cui vediamo Pietro reagisce scandalizzato all’annuncio, da parte di Gesù, della sua imminente passione: “Pietro, trattolo a sé, cominciò a rimproverarlo dicendo: “Dio te ne scampi, Signore! No, questo non ti accadrà mai!” Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: Va’ lontano da me, Satana! Tu mi sei di ostacolo, perché i tuoi pensieri non sono quelli di Dio, ma quelli degli uomini”. Nonostante Gesù istruisca i suoi discepoli sulla natura dello skàndalon (Gv. 16,1 “Vi ho detto queste cose per preservarvi dallo scandalo”), Pietro è scandalizzato dalla rivelazione della passione, poiché per lui, ancora legato alla legalistica farisaica, la passione non può che costituire uno scandalo, così come il fariseo perfezionista è scandalizzato dalla presenza nel Tempio del pubblicano peccatore incallito.

Lo skàndalon, dicevamo, è la negazione dell’agàpe. Nell’episodio del fariseo e del pubblicano è l’esemplificazione del giudice che cerca di sfuggire al giudizio che esprime sugli altri: “Non giudicare, per non essere giudicati, perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati. Perché osservi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio?” (Mt. 7,1-3). Da questo testo polemico si evince benissimo come siano sempre gli ipocriti, gli “zoppi”, coloro che credono di cavarsela denunciando l’ipocrisia del prossimo. Con lo skàndalon si perpetua all’infinito la spirale dei doppi: giusto/ingiusto, osservante della Legge/sacrilego, ed è per questo motivo che Gesù cerca di spezzare la circolarità dei dualismi sanciti dalla Legge, al punto da essere bandito dalla comunità e infine essere messo pubblicamente a morte come bestemmiatore.

Attualmente molte istituzioni religiose, fra le quali la Chiesa Cattolica, fondano la propria esistenza (ma sarebbe più convincente parlare di sopravvivenza) su di una molteplicità di polarità. Basta citare la dualità clero/base, simbolo (materiale o rituale)/Vangelo per cogliere al volo come la CC sia tutta incentrata su coppie di opposti, ciascuno dei quali dotato di valenza negativa o positiva, a seconda della convenienza nel momento storico. Si prenda come esempio la separazione tra il clero e il laicato: la gerarchia ecclesiastica si considera di qualche gradino più in alto dei comuni fedeli, essa rivendica il monopolio del rituale, della stessa interpretazione delle scritture. Ed ecco il simbolismo della piramide: in basso i trasgressori, i profanatori, i peccatori, in alto l’èlite spirituale, il clero irreprensibile, infallibile, intoccabile.
I detentori del potere clericale dovrebbero attingere i seguenti insegnamenti dalla parabola lucana: l’eccessiva sicurezza nella propria incorruttibilità (e nell’infallibilità assegnata arbitrariamente al vicario di Cristo) apoditticamente postulata, non rappresenta una giustificazione al cospetto di Dio. Questa idea, infatti, come afferma l’incipit della parabola (“disse ancora questa parabola per alcuni che presumevano di essere giusti e disprezzavano gli altri”), è niente meno che una presunzione, dal momento che l’unica verità e che l’uomo, al di là della fede e delle azioni personali, è peccatore e che la vera dicotomia non è tra peccatori e non peccatori, ma semmai tra peccatori non giustificati (categoria rappresentata dal fariseo presuntuoso) e peccatori giustificati. La discriminante tra le due categorie tipologiche umane è l’ammissione davanti a Dio della propria condizione di peccatore, secondo il famoso rovesciamento valoriale: “Chi si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato”.
Infallibilità e fede cristiana non possono coesistere, poiché l’una è la negazione dell’altra, il salire in cattedra è opposto al rendere servizio al prossimo. Infatti, nell’Antico Testamento lo skàndalon, la pietra d’inciampo per eccellenza, è l’idolatria, che a dispetto di quanto si crede comunemente, non è solo mero culto degli idoli, ma culto della propria autosufficienza, del proprio ego o, viceversa, adorazione del potere satanico (cfr. Mt. 4, 6-10), del Potere che, opponendosi a Dio, Lo nega e Lo sostituisce. Satana non è soltanto il principe di questo mondo, dominato dall’egoismo e dalla violenza, ma è anche il principe del disordine, dello scandalo stesso che si pone sempre di traverso sulla nostra strada per ostacolare i nostri sforzi verso il Regno dei cieli.
Per questa stessa ragione, credo che attribuire un valore quasi magico a un pezzo di legno cruciforme, che altro non è se non un simbolo dualistico che separa i suoi adoratori (i puri) dai non adoratori (gli impuri, gli iconoclasti, i dissacratori), equivalga a ricadere in una situazione di idolatria, di adorazione della forma sacralizzata. La forma materiale o simbolica, se funzionale alla sacralizzazione, ovvero alla distinzione sacro/profano, induce all’autarchia, alla negazione dell’esistenza dell’altro da sé, alla sua esaltazione in funzione della difesa di una identità confessionale labile che si percepisce prima di tutto come identità chiusa, autoreferenziale, e perciò stesso al di fuori dell’agàpe, della koinonìa che è prima di tutto condivisione e non settarismo prepotente.

Non si può tacere che il maximum dello scandalo per la società giudaica del tempo fu il Discorso della Montagna. Le beatitudini, infatti, rovesciando l’ordine vigente, annunciavano l’avvento del Regno di Dio e contemporaneamente facevano di Gesù un pericoloso sovversivo che si era posto al di fuori del gruppo. (cfr. Lc. 4,28-30). Ma un Messia che non si genufletteva al cospetto dei potenti, che contestava l’operato delle autorità politico-religiose del tempo dava scandalo, pertanto doveva morire sotto il peso della risacralizzazione. Allo stesso modo, oggi, per il Vaticano è motivo di scandalo che alcuni fedeli non si sottomettano alla sua autorità, ad un catechismo che persegue come fine l’ottenebramento della coscienza. La croce è scandalo perché simbolizza una morte ingiusta, non una fra le tante, ma la morte ingiusta per eccellenza, quella che racchiude tutte le vittime del Potere, dell’odio e della violenza umana. Adorare la croce, in questo senso, è adorare lo strumento di tortura che il Potere ha scelto per far tacere le vittime, per colpevolizzare attraverso l’infamia e lo stigma della crocifissione voci che gridano nel deserto. Chi adora la croce è complice del Potere, preferisce il sacrificio alla misericordia, il simbolo al Vangelo, l’obbedienza cieca alla libertà, l’autorità allo spirito vivificante.
Non possiamo non condividere ciò che dice Hans Kung a proposto dell’uso distorto del simbolo della croce e dell’esigenza di una sua desacralizzazione: “Questo simbolo fondamentale del cristianesimo, segno di scandalo e di trionfo, è diventato un gesto privo di significato e solennità, somministrato in serie dai vescovi. La gente non dovrebbe mai accettare che i membri della gerarchia che affermano che le loro parole sono identificabili con quelle di Cristo e di Dio, definiscano la croce come un […] pesante carico perché, in questo modo si attribuisce a Dio e a Gesù Cristo la volontà di far soffrire. […] Per giustificare in questo contesto il fardello di alcune tradizioni ecclesiastiche, come il celibato del clero ed altre, facendole passare quali croci imposte dalla volontà divina; in altri termini, uno svuotamento dei valori della croce” (Con Cristo e con Marx pag. 26).

Letture consigliate:

Mary Douglas, Purezza e Pericolo
Hans Kung, Con Cristo e con Marx
René Girard, Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo
Ida Magli, Gesù di Nazareth

 

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Idoli religiosi e non

Il Gruppo VARCO

invita ad una Conversazione con

DANIELA DI CARLO

Pastora della Chiesa Valdese di Angrogna (TO)

 

L’elogio del margine

L’”indecente” progetto della Teologia Queer

che si terrà

Lunedì 17 Novembre 2008 alle ore 21.00
Chiesa Evangelica Valdese –  via della Signora 10, Milano

(presso la Sala Arcobaleno)

“La teologia queer nasce come risposta alla TT (teologia totalitaria) che attraverso il terrorismo ecclesiastico e’ portatrice non tanto di un progetto evangelico, quanto di un progetto sessuale al cui interno la pratica eterosessuale e’vista come l’unica pratica naturale e benedetta da Dio.

Le ed i credenti queer sono allora coloro che sfidano la TT e tentano di creare una teologia biografica che parte dalla vita reale.” (D. Di Carlo)

La conversazione sarà preceduta da un momento conviviale “bring and share”

a partire dalle ore 20

VARCO – Gruppo evangelico per la Valorizzazione e il Riconoscimento della Comunità Omosessuale, membro della Rete evangelica di fede e omosessualità – Milano – http://gruppovarco.altervista.org/

 

 uccello

 

Ecumenici nel riprendere lo stimolante articolo proposto da Daniela Tuscano ricorda che la newsletter non ha mai utilizzato immagini c.d. sacre circa la rappresentazione del divino. Per noi è pura idolatria umana anche e forse soprattutto quando lambisce l’ ambito religioso. Troppo comodo parlare del Dio denaro nell’individuare l’idolatria quando poi tutti  cerchiamo il nostro tornaconto personale. E – se mi è consentito – preferiamo in questo caso specifico adottare il linguaggio duro dei profeti per affermare che Dio, nella Fede monoteista, è il totalmente altro. Non per questo ci sottraiamo al dibattito e osiamo affermare che Dio non è solo padre ma anche madre, tentando così di scardinare millenni di cultura patriarcale e maschilista. Ma proprio durante il cristianesimo anche tragicamente omofobica.

Nelle nostre casse quest’anno sono entrati solo 10 euro come donazione e immaginiamo – stante il contesto italiano – che se avessimo utilizzato altre strategie di impatto “religioso” potremmo forse offrire testi da leggere ai carcerati, avere un canale professionale per la distribuzione della newsletter, organizzare un evento su psicanalisi e religione come ci è stato chiesto da una lettrice psicologa di Milano. Non lo possiamo fare ma siamo anche  fieri di aver rinunciato a tutti, ma proprio tutti gli idoli.

Le opere non sono la nostra salvezza ma semmai l’amore di Dio madre e Dio padre, non omofobo. Di questo siamo testimoni. Così come voi siete testimoni diretti  che questa newsletter continua la sua attività anche senza un euro di fondi otto per mille.

Ma è meglio così: non potremmo rinunciare alla liberta. Non la si mangia a pranzo e non la si accumula nel tempo. La si vive nel quotidiano.

Maurizio Benazzi

 

PS: in considerazione della presenza nella nostra lista  di Lorenza Giangregorio, della sua spontanea amicizia e stima reciproca ma anche per le sue funzioni a Roma, la newsletter rivede la propria posizione sul silenzio circa le iniziative di Amnesty International, quale segno di protesta nei confronti di un referente leghista nel dipartimento migranti della regione Lombardia. Questo non ci impedirà di ricordare a più riprese che anche nei santuari c.d. laici occorre fare piazza pulita degli idoli politici. Qualunque essi siano che parlino romano o padanense.

 

 

 
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L’immagine della ragazza crocifissa sul letto, che Telefono Donna ha lanciato per la ricorrenza del 25 novembre, toglie il sonno all’assessore milanese Cadeo (Maurizio, non Cesare), di Alleanza nazionale. Secondo quest’ultimo, il ritratto offenderebbe la tradizione cristiana.

“Il seno è nudo – annota Stefano Rossi di “Repubblica” – la bella ragazza bruna è sdraiata sul letto…”; sul medesimo quotidiano don Andrea D’Asta, gesuita e critico d’arte, è più dettagliato: “C’è una donna bella e attraente che assume innegabilmente la posizione della croce ma che contemporaneamente ricorda la posa ammiccante della protagonista torbida del film American Beauty. Fotografata dall’alto, per insistere sul suo corpo. E’ posta nuda su di un letto invitante, soffice, con cuscini collocati in modo da insistere sulla forma della croce. Ha i capelli scomposti, ma non le alterano il volto. Il richiamo alla croce è evidente, ma l’atteggiamento della donna è attraversato da una intensa sensualità, accentuata da un atteggiamento di resa invitante. La frase ‘Chi paga i peccati dell’uomo?’ è sovrapposta al pube”.

Questa lunga citazione non manca di sorprendere, data la sua completa consonanza col giudizio ben più grossolano, ma senza infingimenti, dell’assessore Cadeo.

Non ci si attende, dall’assessore Cadeo, una conoscenza approfondita di Storia dell’arte. D’altro lato, giacché si proclama così ligio alla tradizione cristiana, si sarà pure accorto, anche distrattamente, anche sbadatamente, della presenza di numerose immagini licenziose nelle chiese, soprattutto antiche. Riguardo alla ragazza nuda l’accostamento con Guido Reni, rilevato da alcuni osservatori, pare evidente.

Anche Cristo era nudo; il Crocifisso di Santo Spirito, opera giovanile di Michelangelo, lo è poi totalmente. Privo persino di quel nubente e arioso panneggio che svela più di quanto vorrebbe celare e che si confonde con le tenere e lattee carni del Redentore. La casta virilità del Buonarroti non poteva accettare questi eufemismi pittorici: maschi o femmine, indistintamente, avevano per lui un’essenzialità spartana e sacrale. Via tutto, nel segno del definitivo incontro con Dio, di fronte al quale ognuno compare irrimediabilmente disadorno.

Nelle opere di Michelangelo si ravvisa sempre una perentorietà scultorea. Ben diversa da quello spirito balzano e ridente di Leonardo, dal cui san Giovanni trapelano fantasiose estasi ambigue, estri da soubrette, capricci di santi. E’ il cielo, in fondo, a sfuggirci come un tinnulo monello. Per non parlare di San Sebastiano: presentissimo nelle pale d’altare, oggi dimenticato dai devoti (ma recuperato dalla cultura gay che ne ha fatto una sorta di icona: curiosando sul web ho trovato questa breve carrellata, piuttosto accurata anche se non vi compare un piccolo gioiello della cinematografia contemporanea, il Sebastiane di Derek Jarman).
Di fronte a questi Cristi in deshabillé, martiri discinti, profeti scollacciati la “tradizione cristiana” si è sempre devotamente genuflessa, compresi i principi della Chiesa che solo in uno dei momenti più bui della loro storia hanno pensato di ricorrere al “Braghettone” per cancellare, con la nudità dei corpi michelangioleschi, il proprio morboso tarlo.

Che l’assessore teocon, fra l’altro per nulla turbato dalla quotidiana esibizione di veline e ninfette da parte delle tv del suo potente alleato, lo ignori platealmente, non può meravigliare. Stupirebbe, semmai, che la sua “valutazione” sia sostanzialmente condivisa da uno stimato critico d’arte. In realtà, il paesaggio di formazione dei due è in fondo il medesimo.

Quanto a don D’Asta, solo un temperamento creativo, o, al contrario, molto occhiuto, poteva concepire associazioni di idee tanto ardite: la ragazza martirizzata ma bella (il prete ne preferiva una brutta, evidentemente), sul letto “soffice” (demoniaci languori, forse era meglio un rozzo tavolaccio), e, suprema empietà, quella frase “sovrapposta al pube”: e a questo punto verrebbe da chiedere al padre molto reverendo dove l’avrebbe collocata, dato che si parla di stupro.

Il vero motivo di questa levata di scudi non è stato ravvisato, a mio parere, nemmeno dal pur ottimo Michele Serra, che preferisce soffermarsi sullo scandalo suscitato dalla Croce. Non che tale scandalo smetta di accecare: il guaio è che agli attuali farisei mancano persino gli occhi, e gli è rimasta solo la stoltezza. Quando la croce si reimpossessa del suo significato profondo è inevitabilmente legata al corpo, e al corpo nudo, straziato, certo, ma anche polposo, estenuato e serico come i quadri di Reni, perché anche in essi palpita il murmure dell’innocenza violata. La croce è sangue e terra, disfatta e rinascita della carne umana. Appartiene all’umanità, vi si identifica.

Ebbene. Cristo, san Sebastiano, san Giovanni e pure il re Davide (quello che danzava svestito davanti all’arca del Signore) erano spogliati, dolenti, languidi, ammiccanti, sanguigni o siderei, ma tuttavia maschi.
La donna crocifissa, dunque – peraltro non la prima in assoluto, un’immagine simile comparve sulla copertina dell'”Espresso” negli anni ’70, in occasione del dibattito sull’aborto – traumatizza l’incolto Cadeo e l’erudito D’Asta perché essa stessa bestemmia. Scandalizza non la sua sensualità, ma il suo sesso.

E’ chiaro: l’uomo, nudo o vestito che sia, è immagine di Dio. La donna, no. Malgrado tardive e ipocrite dichiarazioni di principio, Dio, secondo la tradizione cattolica, continua ad avere un sesso ben preciso e quel sesso è maschile: in un maschio Dio si è incarnato, un maschio celebra e benedice, in persona Christi, dall’altare. Il recente Sinodo dei vescovi, ignorando alteramente le richieste d’una maggior partecipazione delle donne alla vita della Chiesa, ha presentato come “novità” la concessione alle femmine d’accedere al lettorato e di distribuire la comunione: compiti che, in verità, esse svolgono da molti anni. In compenso è riaffiorata l’antica contrarietà papale alle chierichette, la cui presenza Ratzinger, da cardinale, combatté vigorosamente. Anche qui, per lo stesso motivo: la donna non è degna di rappresentare Dio.

“Dio è certamente padre, ma è anche e soprattutto Madre”: queste dolcissime parole, pronunciate dal dimenticato Giovanni Paolo I, riecheggiano in realtà numerosi passi biblici, in cui il Signore stesso si paragona a una donna incinta, a una chioccia, a una casalinga accorta. Ma Ratzinger, seguendo, in ciò, la linea del suo predecessore, ha ritenuto opportuno rimettere tutti (e tutte) in riga, decretando: “Madre non è un appellativo con cui rivolgersi a Dio”.

Se la donna non è in nessun modo accostabile a Dio, figurarsi il suo corpo, naturalmente peccaminoso e tentatore. Non per nulla il padre D’Asta puntualizza: “Paula Luttringer, fotografa argentina sequestrata ai tempi della dittatura militare, parla della violenza delle donne desaparecidas fotografando semplicemente dettagli delle carceri in cui avvenivano le sevizie. Queste immagini mostrano il grande pudore e discrezione di un’artista che denuncia, suggerendo ‘frammenti’ di un dolore sconvolgente”.

A. Gentileschi, Susanna e i vecchioni, 1610 (Pommersfelden, Collezione Graf von Schönborn). L’artista, da giovane, subì violenza.

Non dubitiamo della forza degli scatti della Luttringer, ma crediamo che il dolore sia necessariamente spudorato, altrimenti diventa a sua volta menzogna e violenza.

Negare Cristo nella donna comporta inevitabilmente negare il dolore totalizzante dello stupro, la sua universalità, la sua, direi, cittadinanza. Negare Cristo nella donna significa che la sofferenza di quest’ultima non ci riguarda, perché appartenente a una creatura altra o, peggio, a una “non-creatura”. Ma il dolore crocifisso passa anche per un corpo concreto e visibile, grida dal suo pube, langue nelle sue viscere e sul suo petto martoriato. Anche se quel corpo è un parziale, sconsacrato, indecente corpo femminile.

(Domenica 16 novembre, ore 8.09, 1° settimana dell’Avvento ambrosiano).

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