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Festeggiamo

Roland Decorvet lascerà il Consiglio di fondazione dell’Aiuto delle chiese evangeliche in Svizzera (Aces). All’inizio del 2011 Decorvet trasferirà a Pechino il proprio domicilio. Nella capitale cinese assumerà la direzione di Nestlé Cina.
La presenza di Roland Decorvet nel Consiglio di fondazione dell’ente umanitario evangelico ha dato in passato adito a numerose critiche. All’interno delle chiese riformate svizzere molte persone hanno ritenuto che la dipendenza di Decorvet dalla multinazionale Nestlé non si conciliasse con gli obiettivi perseguiti dall’ente umanitario protestante svizzero. Il successore di Decorvet verrà probabilmente eletto nel corso dell’Assemblea dei delegati della Federazione delle chiese evangeliche svizzere (FCES), prevista a Losanna nell’estate del 2011. Proprio nel 2011 ci sarà un cambio ai vertici di Nestlé Svizzera: Decorvet assumerà la direzione della Regione Cina. Il suo successore sarà, a partire dall’11 gennaio 2011, Eugenio Simioni, come comunicato da Nestlé il 19 novembre. Il predecessore di Simioni, Decorvet, è stato capo di Nestlé Svizzera per tre anni.

Ecumenici esprime soddisfazione per la venuta meno di questa nefasta presenza all’interno di un Organismo umanitario protestante. Diabolica per tutti gli aspetti correlati (pensate alla vicenda del latte in polvere nel sud del mondo). Siamo usciti nel frattempo e definitivamente e senza alcun rimpianto dall’area delle chiese riformate. Se i dirigenti di queste chiese di Calvino hanno pensato di risolvere i loro gravissimi disastri finanziari (che toccano perfino il vicino Ticino) si troveranno non solo con un pugno di mosche in mano ma soprattutto coi templi che chiudono o vengono accorpati per deflusso costante di cristiani verso altre destinazioni. Il sig. Decorvet ha ricevuto dall’Italia una marea di lettere di contestazione tanto che ha rifiutato una nostra richiesta di intervista in un primo momento confermata e addirittura accompagnata da un messaggio distensivo e di disponibilità apparente al dialogo.

Fuori i demoni dalla chiese .

Maurizio Benazzi

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Soldi, soldi, soldi

Apriamo il dibattito sul denaro: la responsabilità non è un segno dei tempi moderni?

 

C’è chi preferisce tuffarsi nella Storia e guardare a esempi come Valdo (per il mondo riformato) o ai sette laici fiorentini che nel 1233 abbandonano famiglia, attività e professione per ritirarsi a vita comune (i servi di Maria, nel mondo cattolico), altri comprendono che il denaro ha un valore(!) fino a quando non aiuta all’esistenza dignitosa di ogni persona umana e altri ancora ne fanno una sorta d’idolatria che prevarica qualsiasi altra considerazione, in primis la responsabilità individuale.

Non è conveniente e “costa” troppo.

Le chiese che si avvalgono oggi dell’otto per mille in Italia non danno una bella immagine di se stesse ed è espressivo che un intervento di un professore di teologia neotestamentaria non colga che il cristianesimo (ma anche lo stesso ebraismo) non si può limitare all’atteggiamento o alle scelte delle chiese o delle sinagoghe. Fortunatamente esistono anche i cristiani e gli ebrei fuori dai templi che reinventano la propria testimonianza.

Ci piacerebbe proprio ascoltare voci diverse su questo tema. In libertà.

Ecumenici non ha alcun finanziamento ecclesiastico eppure esiste. Non è iscritta in nessun registro di chiesa eppure opta sia per il confronto che per la libera predicazione…. Oggi, dopo circa dieci anni di attività, ha un numero d’iscritti superiore alla Chiesa evangelica luterana in Italia. C’è probabilmente qualcosa che non funziona all’interno delle chiese oppure no?

Vi leggiamo in bacheca su Facebook, almeno per chi desidera partecipare al dibattito.

La Bibbia, i soldi e l’etica della responsabilità


I precetti biblici sul denaro sono ormai sorpassati? O sono invece di estrema attualità? E che cosa pensare dell’invettiva di Gesù circa l’impossibilità di servire Dio e Mammona (il denaro)? E ricordate le uscite del Riformatore Martin Lutero sul denaro “sterco del demonio”? Intervista a Daniel Marguerat, professore emerito di Nuovo Testamento alla facoltà di teologia dell’Università di Losanna.

Quali sono le posizioni ebraica e cristiana riguardo al denaro?
Il cristianesimo ha una relazione equivoca con i soldi. Da un lato nel Nuovo Testamento si legge “Guai a voi, ricchi”, “Beati siano i poveri”, ma dall’altro lato la chiesa ha sempre vissuto della generosità dei ricchi e l’ha incoraggiata. L’Antico Testamento, dal canto suo, valorizza moltissimo il denaro, considerato come un segno della benedizione di Dio che permette all’uomo di partecipare alla creazione. Il denaro non ha dunque nulla di vergognoso! Israele è tuttavia anche sempre stato cosciente del fatto che i soldi generano ingiustizie. Ed è per questo che il suo possesso va di pari passo con la responsabilità: chi ha soldi deve ridistribuirli, affinché la vita dei poveri non diventi miserabile. L’arricchimento non è mai uno scopo in sé: più si possiede, più ci si deve preoccupare dei poveri. La Riforma ha ripreso proprio questo principio, insistendo sulla responsabilità dell’uomo nella gestione dei beni e valorizzando l’arricchimento: un fatto certo non senza legami con l’emergere del capitalismo.

Non assistiamo tuttavia oggi a un’enorme deriva del valore imputato al denaro?
Sì, certo. Ecco perché la chiesa ha il dovere di trasmettere questo principio della responsabilità e del dono. Dimenticando questo legame tra ricchezza e responsabilità, il capitalismo è diventato amorale. I soldi sono oggi un segno di successo, senza responsabilità. Senza coscienza. Ma quando l’arricchimento diventa un obiettivo in sé, assistiamo a una distorsione del rapporto con il denaro.

Gesù si è accontentato di riproporre i precetti dell’Antico Testamento o è andato ancora più lontano nella critica del rapporto tra l’uomo e il denaro?
L’originalità introdotta da Gesù è l’idea che il denaro può in ogni momento diventare un idolo, un dio cui si sacrifica la propria esistenza. Il denaro può diventare Mammona. Il rapporto con i soldi non si limita quindi più a una questione morale, diventa una questione spirituale. L’utilizzo che io faccio del denaro indica quali sono i miei valori. Quando Gesù dice “Non potete servire contemporaneamente Dio e Mammona”, sottolinea che non posso dedicare la mia vita al denaro ed essere allo stesso tempo fedele a Dio.

Perché è impossibile?
Perché i soldi non sono degni di fiducia. L’evangelo definisce il potere dei soldi “ingannatore”, letteralmente “Mammona l’ingiustizia”. Questo per due ragioni: da un lato poiché i soldi circolano in un sistema economico che genera ingiustizie. Dall’altro lato il denaro è ingannatore poiché non offre ciò che promette. È un dio le cui promesse sono illusorie, poiché non trasforma le nostre debolezze in potere, né la nostra fragilità in eternità. Il giornale Le Monde recentemente titolava: “Bisogna detronizzare il dio denaro”. Sì, perché i soldi non sono degni di fiducia. Jacques Ellul diceva: “Bisogna profanare il denaro, ovvero abbandonare l’illusione che sia affidabile, abbandonare l’illusione che la mia sicurezza possa fondarsi sul profitto, che i soldi garantiranno il mio futuro. Profanare, detronizzare il denaro, significa riassegnarli il ruolo di semplice strumento, mezzo, e smettere di considerarlo un valore rifugio nel quale investire il proprio bisogno di sicurezza”.
L’attuale crisi contribuisce alla desacralizzazione del denaro: il re è nudo. Il denaro è nudo. La crisi è la dimostrazione della vecchia espressione evangelica di “Mammona ingannatore”.

Eppure sono in molti a correre dietro al denaro. Che cosa si nasconde dietro questa ricerca?
Credo che si tratti della cupidigia. La crisi è il figlio perverso della cupidigia. Ciò che nutre l’avidità, è l’idea che i soldi possano essere un rifugio contro l’angoscia, contro la paura di morire, contro la nostra fragilità. La ricerca frenetica dei soldi però è vana; significa cercare nel denaro una sicurezza che quest’ultimo non può offrire. Per denunciare questa attitudine non serve tuttavia a niente fare discorsi moralisti contro l’avidità. È meglio riconoscere che siamo degli esseri pieni di paure che hanno bisogno di sicurezze. Il Gesù dei Vangeli ricorda che bisogna bussare alla porta giusta, e che non sono i soldi che ci proteggeranno dall’angoscia del futuro.

Bisogna dunque vergognarsi di essere ricchi?
No. Quando Gesù si autoinvita a casa di Zaccheo, non lo colpevolizza per la sua ricchezza. Dopo il loro incontro, però, Zaccheo sceglie di modificare l’uso che fa del proprio denaro: fino ad allora i soldi avevano innalzato un muro di invidia e odio fra lui e gli altri. Riparando ai suoi torti e ridistribuendo parte dei suoi beni ai poveri, Zaccheo inverte la funzione del denaro, che diventa vettore di generosità, di condivisione, che crea delle relazioni trasmettendo una reale compassione. Consacrare una parte delle proprie ricchezze e alleviare la miseria non è pietà: significa riconoscere il diritto dei poveri a beneficiare di un minimo della Creazione. Il messaggio di Gesù è un appello a riconoscere questo diritto. Rinnova le richieste dei profeti d’Israele a riparare l’ingiustizia di cui sono vittima i poveri.
Questa forma di solidarietà è d’altronde indispensabile per evitare che la società esploda, poiché l’ingiustizia sociale è generatrice di violenza. Si tratta di un messaggio di grande attualità!
Per quanto riguarda i cristiani e le chiese, è un appello a lottare contro la disumanizzazione di coloro che vengono distrutti dalla povertà. Ancora una volta, il torto dei ricchi non è quello di guadagnare troppo, ma di arraffare tutto senza ridistribuire nulla. Accettano il dono, ma rifiutano la responsabilità che ne consegue (intervista di Corinne Baumann; Vie Protestante, febbraio 2009; trad. it. Amanda Pfändler).

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