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Populismo, religione senza spiritualità

In Europa, dove il cristianesimo è in crisi, si diffonde il populismo. Che si propone di difendere le radici cristiane del continente

Fonte:  http://www.lemondedesreligions.fr/actualite/le-populisme-une-religion-rituelle-sans-spiritualite-21-04-2011-1460_118.php

In Ungheria una nuova costituzione fa riferimento a Dio e al cristianesimo; in Francia riaffiora il “passato cristiano”. E dappertutto in Europa dei partiti più o meno populisti fanno rivivere il riferimento religioso come veicolo identitario. Intervista a Dominique Reynié (nella foto), politologo, professore di scienze politiche ed esperto di populismo in Europa.

C’è un legame tra l’aumento del populismo in Europa e il ritorno a riferimenti religiosi sempre più numerosi, in particolare di derivazione cristiana?
Il populismo che trionfa oggi in Europa ha due dimensioni. La prima è materiale: alcuni gruppi sociali reputano che i loro interessi siano rimessi in causa dalla mondializzazione, dalla globalizzazione (ad esempio, le classi popolari constatano che il loro potere d’acquisto ristagna o si riduce). La seconda è immateriale: molti europei ritengono di dover preservare tradizioni, usanze e paesaggi architettonici nel quadro di una società che improvvisamente sta cambiando (nessuno sembra essersi reso conto dell’arrivo di questi cambiamenti e i politici non hanno saputo spiegarli ai cittadini).
Molti europei si risvegliano improvvisamente con la paura di ritrovarsi, tra qualche anno, in una società radicalmente diversa. E tra gli elementi costitutivi della società di cui paventano la sparizione c’è la religione cristiana. Ciò che è paradossale è che sono coloro che non vanno più a messa a rammaricarsi del declino della religione cristiana in Europa.
Il disimpegno che si avverte un po’ dappertutto in Europa riguardo alla religione cristiana – con una parallela ricomposizione etnoculturale dovuta all’immigrazione che fa emergere un’altra religione, l’islam – ripropone la questione religiosa. “Che cosa siamo diventati?”, ci si domanda in Europa. E si dice: “La religione non è scomparsa, è la nostra religione che è in declino”. Ciò non favorisce un arricchimento culturale, bensì alimenta l’idea di un conflitto etnoculturale, tipica di tutti i populismi, e un certo ritorno del religioso.

Come qualifica questo ritorno al referente religioso?
Si tratta prima di tutto di un ritorno alla religione intesa come patrimonio e non come dimensione spirituale. Questo ritorno concerne quindi degli oggetti, come le chiese. In tutta l’Europa si pone il problema di cosa fare di tutti questi edifici, che per la maggior parte sono vuoti. Siamo pronti a spendere ingenti somme di denaro per mantenerli? O accettiamo di vederli trasformare in supermercati, cinema o librerie?
Questo sarà un tema scottante, nei prossimi anni: assisteremo, in ogni località, al declino del patrimonio architettonico ecclesiastico. E ciò costituirà in qualche modo la prova materiale del declino della religione in Europa.
D’altra parte, credo che ci si aggrappi a questo aspetto materiale perché l’aspetto spirituale sembra troppo fuori dalla portata. Gli europei si sono troppo profondamente convertiti al materialismo, alla comodità di questa vita consumistica, e non si sentono abbastanza forti o motivati per ritornare alla dimensione spirituale della religione. La religione sembra troppo impegnativa, troppo esigente, troppo in contrasto con la società consumistica che ha trionfato in Europa. È per questa ragione che il patrimonio religioso materiale ha una tale importanza.

Ci sono differenze tra i populismi? Alcuni fanno più riferimento alla religione di altri?
Il populismo che integra la religione è un populismo di destra, molto chiaramente, ed è il populismo che funziona meglio. C’è una sorta di tensione, poiché certi populismi di destra hanno rinunciato al riferimento religioso a vantaggio della laicità, come in Francia o nei Paesi Bassi. Ma i populismi di destra svizzero e austriaco, invece, investono nel riferimento religioso.
In ogni modo si tratta di una religione rituale, quasi priva di spiritualità. Credo che i partiti populisti di destra abbiano compreso che se non parlano del disagio religioso perdono una risorsa politica importante. Nel contempo hanno tuttavia capito che possono trarre vantaggio da questo riferimento soltanto se si tratta di un religioso non spirituale, vale a dire un religioso tradizionale e rituale. Perché se proponessero un religioso spirituale, non otterrebbero alcun successo.
La posizione di quei partiti è cinica, molto prammatica. In sostanza, dicono: “Non avete bisogno di andare a messa perché la religione sia difesa come istituzione patrimoniale”. Fanno leva su di un’angoscia identitaria diffusa – tra il declino di una religione e la crescita di un’altra, l’islam – senza domandare un ritorno alla religione, poiché ciò non avrebbe alcun successo.

Questo ritorno al religioso si spiega interamente come una reazione all’avanzare della religione musulmana in Europa?
L’islam accelera e cristallizza. Ma ci sono delle cause più profonde. In primo luogo la situazione demografica dell’Europa. Siamo un continente la cui popolazione invecchia, che non avrà mai più una popolazione giovane. A partire dal 2015, in Europa si registreranno più decessi che nascite. E questo porta allo sviluppo di un nuovo rapporto con il mondo, se non altro perché le persone anziane vivono in modo diverso i cambiamenti in corso e quelli futuri. In secondo luogo, il mondo sta per cambiare profondamente. L’Europa non è più il cuore dell’Occidente e l’Occidente non è più il centro del mondo. E in terzo luogo ci sono tutte le questioni legate ai limiti naturali della nostra espansione, che siano tecnici o economici, e il problema ecologico.
In altre parole, c’è la sensazione che possa essere rimesso in causa tutto il modello materialista sul quale abbiamo edificato società felici e prospere. E anche questo è un elemento che induce un ritorno al riferimento religioso

(intervista a cura di Matthieu Mégevand; trad. it. Giacomo Mattia Schmitt)

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