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Spazio misto di preghiera al Muro del pianto

 

Storica decisione del governo israeliano che istituisce una zona aperta a donne e uomini nel luogo più sacro dell’ebraismo

ll muro occidentale, ultima vestigia del secondo Tempio di Gerusalemme distrutto da Tito nel 70 dopo Cristo, da noi noto come “muro del pianto”, per gli israeliani è semplicemente “קיר, kotel”, il muro, per antonomasia, il luogo più sacro dell’ebraismo.

Da 25 anni era diventato anche luogo di divisioni e tensioni, spesso sfociate in vere e proprie violenze, tutte interne alla comunità ebraica. Questo perché non era possibile per donne e uomini pregare insieme, con le prime relegate in una zona isolata, secondo un dettame stabilito dall’ala più radicale dell’ebraismo, custode della zona in maniera più o meno informale dal 1967.

Il 31 gennaio la svolta, che arriva a sorpresa proprio per mano dell’esecutivo conservatore di Benjamin Netanyahu: con 15 voti a favore e 5 contrari il governo ha stabilito la creazione di una zona di preghiera mista, che andrà ad aggiungersi alle due esistenti, e che però non sarà gestita dagli ultraortodossi, ma da un apposito comitato formato da membri del governo e rappresentanti dell’associazione “Il muro delle donne”. Sono loro le vere vincitrici di questa battaglia: dal 1988 si riuniscono sulla spianata davanti al muro e sfidano apertamente le autorità e le tradizioni recitando ad alta voce la Torah indossando i sacri indumenti, quali il talled. Sono le figlie, e i figli, della diaspora, che tornate alla terra dei padri recano con sé un ebraismo meno ingessato, più aperto ad istanze egualitarie rispetto a quello della rigida tradizione. Che nella stessa Israele è guardato con distacco dalle nuove generazioni, poco sensibili a crociate identitarie legate a riti e schemi. E a loro che deve necessariamente guardare la classe politica se vuole rinnovarsi e tenere il passo di una società moderna, giovane, multiculturale, esasperata da troppi anni di tensioni con il mondo arabo, e quindi non disposta a sopportarne altre , per altro tutte interne.

Da oggi chiunque potrà quindi scegliere se recarsi nelle due sezioni tradizionali per la preghiera separata, o in quella mista, per una preghiera comune.

Una decisione che ha generato come c’era da attendersi reazioni di ogni sorta, fra l’indignazione di alcuni rabbini conservatori che lamentano la rottura con i capisaldi dell’ebraismo e la gioia delle correnti più moderate che vedono finalmente un superamento di tradizioni da aggiornare alla luce dei tempi correnti.

Il tempo ci dirà se la decisione sarà foriera di nuove tensioni o se verrà assorbita senza traumi dalle varie componenti in gioco.

Foto  “Jerusalem Western Wall BW 3” by Berthold WernerOwn work. Licensed under Public Domain via Wikimedia Commons.
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Donna di lotta

Un modo diverso per esprimere la solidarietà alla Fiom in questa giornata di lotta contro il Governo e la classe dirigente politica e economica che opprime gli operai…

 

 

Lucretia Coffin nacque nel, 1793 in Nantucket, Massachusetts, dove passò la giovinezza. Viveva in una famiglia di quaccheri, l’unica religione americana che in quel momento promuoveva l’uguaglianza e la parità di diritti delle donne. Nel 1811 sposa James Mott e si trasferisce a Philadelphia.

Partecipa attivamente alle riunioni dei quaccheri, sviluppando rapidamente la confidenza e dimostrando una incredibile capacità dialettica e un’eloquenza anomala per quei tempi in cui raramente era concesso alle donne di parlare in pubblico. Nel 1821 diventa ministro quacchero e come molti quaccheri la Mott si impegna attivamente a favore del movimento abolizionista della schiavitù prima dello scoppio della guerra civile. La Mott è tra le fondatrici di due gruppi abolizionisti e diventa famosa per i suoi trascinanti discorsi contro la schiavitù.

Nel 1840 è una dei delegati scelti dagli americani per partecipare alla convention mondiale contro la schiavitù che si tiene a Londra, ma qui per una donna non è permesso ottenere un seggio. La lezione è chiara e dura per la Mott e la giovane collega Elizabeth Cady Stanton. Come possono le donne combattere per i diritti degli altri se non posseggono loro stesse i propri? Visto che gli uomini si rifiutavano di sedersi loro accanto, per tutta risposta Lucretia e Elizabeth organizzarono la prima convention per i diritti della donna che si tenne nel 1848 alle cascate di Seneca, New York.

Mentre la Mott pronunciava con la solita abilità i discorsi di apertura e chiusura della convention, il marito James la aiutava nella giusta causa facendola sua e divulgandone i principi nei suoi sermoni alla Wesleyan Chapel.

Il frutto di questi meeting fu il nascere di una serie di risoluzioni domandanti la crescita dei diritti delle donne, partendo da quello per una migliore educazione, alle migliori opportunità e condizioni di lavoro, per finire con il diritto al voto.

Dal 1848, quindi, la Mott sposò contemporaneamente le cause per l’abolizione della schiavitù e quella per i diritti delle donne. Nel suo libro, “Discourse on Women”, pubblicato nel 1850 vengono discussi e affrontati i problemi educativi, economici e politici che riguardano le donne dell’America e dell’Europa occidentale. Quando nel 1865 viene abolita la schiavitù, la Mott non si rilassa di certo, ed inizia la campagna a supporto del diritto al voto per i neri, e continuerà le sue battaglie per i quindici anni di vita che le sono rimasti per combattere.

Essendo riconosciuta come leader del movimento femminista americano delle origini: ci interessa approfondire meglio la sua opera. Esistono ad esempio delle tesi di laurea (pubblicate anche sul web ma a pagamento) di cui vorremmo entrare in possesso. Grazie a chi si renderà disponibile per lo scopo.

Se le chiese dell’otto per mille non ti informano sulle esperienze cristiane di libertà: ci siamo noi.

La pluralità è vista come pericolo da chi detiene il potere o il denaro. Ma è la ricchezza per chi non ha nulla.

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Donne cristiane e non

Lo sapevi che nel 1947 il Premio Nobel per la Pace è andato ma a due associazioni umanitarie quacchere: l’American Friends Service Committee (AFSC), un’organizzazione Amish impegnata in campo missionario, nella promozione della pace e delle relazioni internazionali, nella mediazione e pacificazione in contesti di crisi, e il British Friends Service Council, movimento degli Amici per la pace impegnato durante la II Guerra mondiale nell’offrire a giovani obiettori di coscienza delle opportunità di servizio di solidarietà, impegno proseguito nel dopoguerra con un’opera di soccorso e riabilitazione per le vittime della guerra?

Non facciamo proselitismo se lo Spirito non ti ha chiamato a cercarlo nella Sua libertà. Ma se senti che lo abbia fatto mettiti allora personalmente in cammino, come meglio credi… Se puoi fare una semplice donazione: l’aspettiamo. Non scegliamo l’otto per mille.

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Ho letto negli ultimi tempi diversi commenti femminili che parlano con disprezzo dei carcerati, pur prendendo le distanze dalla pena di morte…  Desideriamo qui riproporre l’esempio di una donna cristiana rimasta nella Storia. Pensiamo che proprio questo fa la differenza fra chi si dice “battezzata” (cresimata, sposata in chiesa, praticante l’eucarestia domenicale, ecc ecc) e chi  invece si autodefinisce semplicemente un’Amica di Gesù. Questa persona non frequenta generalmente templi ma locali con sbarre. Quello che avrebbe fatto il Maestro, il Rabbi.

Gli stessi commenti li ho anche ascoltati all’Assemblea di Dio di Castellanza (VA,) da un predicatore laico… come dire lo Spirito di riconciliazione non abita nemmeno lì.  Gli evangelici non sono esenti da tradimenti del Cristo.  Anzi!… Basta praticare per un po’ le loro panche.

MB

Elisabeth Fry: una cristiana coraggiosa nelle prigioni di Londra

 

  Posizioni quacchere – Elizabeth Fry (1780 – 1845)

Elizabeth  Fry è stata una quacchera diventata famosa per il suo lavoro di riforma del sistema carcerario britannico ai primi del 19° secolo. Col suo esempio  ispirò altre donne a sostenere un ruolo più attivo nella società: era insolito per una donna avere voce fuori dalla propria casa. Era anche insolito per una quacchera essere così importante, perché a quel tempo il movimento dei Quaccheri stava attraversando una fase “di riserbo”, ed era molto introspettivo.

Era comunque inusuale per un quacchero preoccuparsi del benessere dei carcerati benché la riforma delle carceri è stata sempre importante per i quaccheri. I primi quaccheri furono messi in prigione per il loro credo e così videro da se stessi le terribili condizioni nelle prigioni. Sentivano che c’era qualcosa di Dio in ognuno, anche in gente che aveva commesso dei crimini, così il mettere la gente in prigione doveva provare a cambiare i carcerati e non solo a punirli. Un secolo prima di Elizabeth Fry, il quacchero John Bellers (1654 – 1725) fu uno dei primi a chiedere pubblicamente l’abolizione della pena di morte.

 

Elizabeth Fry è nata il 21 maggio 1780, terza bimba di Joseph Gurney, un ricco fabbricante quacchero, e di Catherine Among la “Quacchera Semplice” del Goat Lane Meeting di Norwich, la famiglia Gurney si fece notare per i suoi vestiti sgargianti e maniere alla moda. A quel tempo la maggior parte dei quaccheri erano “Quaccheri Semplici” che indossavano vestiti semplici senza decorazioni, ed usavano ancora “Thee” (1) e “Thou” (2) quando parlavano alla gente, perché credevano che tutti fossero uguali davanti a Dio.  Elizabeth (Betsy) e le sue sorelle spesso scioccavano gli altri quaccheri perché non partecipavano agli incontri di rito come avrebbero dovuto, ed indossavano colori brillanti e vestiti di seta. Un giorno Betsy e le sue sorelle fermarono la carrozza della posta ponendosi in mezzo alla strada e gesticolando con le mani – decisamente non erano i tipi di credenti che i quaccheri si aspettavano.

Per tutta la vita Betsy tenne un diario. Sappiamo che pensò a sua madre come la cosa di maggiore influenza della sua vita. Catherine Gurney credeva che le ragazze avrebbero dovuto ricevere la stessa educazione dei ragazzi, così Betsy imparò la storia, la geografia, il francese, il latino non come la maggior parte delle ragazze di quel tempo. Catherine inoltre raccontò ai suoi bambini delle storie della Bibbia e lesse loro i Salmi. Quando Catherine fece visita e aiutò i malati ed i poveri del quartiere, Betsy era solita andare con sua madre. Fu devastante per lei quando sua madre morì, aveva dodici anni.

Il suo diario riporta dell’incontro di rito del 4 febbraio 1798 (vestendo stivali color porpora con lacci scarlatti). Ascolto William Savery, un quacchero americano, che teneva la predica. Più tardi quel giorno andò a pranzo a casa di suo zio, e fu profondamente impressionata da William Savery di cui scrisse che era veramente un buon uomo. “Ho sentito che lì c’era Dio”, e comincio a capire veramente la dottrina.

Ma si sentì anche molto confusa in quanto non voleva diventare una quacchera semplice. Durante il corso dell’anno successivo visitò Londra dove ebbe l’opportunità di incontrare di nuovo William Savery. Mentre era a Londra visitò anche il teatro ed andò all’opera. Si meravigliò del fatto che riteneva giusto che quelle cose gli piacessero, ‘Le trovo così artificiali’. Si sentì molto più a suo agio in compagnia di sua cugina Priscilla Hannah Gurney, una quacchera semplice, con cui visitò Coalbrookdale. Lì visitò anche la famosa fonderia  di proprietà della famiglia Derby, ed incontrò Deborah Darby, un’altra quacchera semplice che era molto conosciuta per le sue prediche. Betsy fu molto mossa – e piuttosto allarmata –quando in un incontro di rito Deborah Derby parlò circa quello che sarebbe diventata in futuro, ‘una luce per i ciechi, parola per i muti e piedi per gli zoppi’.

Betsy ora sapeva che per lei era molto meglio diventare una quacchera semplice, ma non le fu facile, perchè la sua famiglia non era molto d’accordo. Non volevano ascoltare il suo punto di vista sulla religione. Gradualmente Betsy cominciò a parlare come una Amica semplice, usando ‘thee’ e ‘thou’. Trovò questo di aiuto perché la faceva pensare prima di parlare e le impediva di essere triviale  nelle sue conversazioni. Cominciò anche a sentire il bisogno di staccarsi dalla sua famiglia. Quando per lei fu il momento di avere dei nuovi vestiti, questi furono di semplice fattura da quacchera semplice. L’indossare abiti semplici fu più facile per lei perché davano alla gente il segno della scelta che aveva fatto. Non dovette scegliere se fosse giusto o sbagliato partecipare ad eventi sociali  perché la gente smise di invitarla. Capirono che per lei ora c’erano cose ben più importanti.

Per tutta la sua vita ha combattuto con fede. Non era molto mistica sebbene la preghiera fosse fonte di forza, ma trovò che era più facile essere pratici. Questo la portò a fare grandi sforzi per aiutare altra gente. Cominciò con l’avviare una scuola domenicale, nella lavanderia di famiglia a Earlham. I bambini, molti già lavoravano nelle aziende di Norwich – a cui raccontava le storie della Bibbia ed insegnava a leggere e scrivere, erano chiamati da sua sorella ‘i diavoletti di Betsy’.

Nell’estate del 1799, Joseph Fry andò in visita presso la sua famiglia. Lui trovò Betsy ammirabile e le chiese di sposarlo, ma la prima volta lei rifiutò. Jopseph era un Amico semplice, timido e le sembrò molto noioso. Comunque, lei cominciò ad amarlo, e l’8 agosto 1800 erano sposati. Joseph Fry poteva essere stato timido, ma lei fu fortunata a trovare un marito in quei giorni in cui voleva lavorare fuori di casa e che poteva sostenerla in quello che voleva fare.

La famiglia Fry era una famiglia di ricchi mercanti che commerciava te, caffè e spezie e che più tardi aprì una banca . Betsy e Joseph impiegarono i primi giorni del loro matrimonio circondati dai parenti – prima stando con i parenti di lui e poi vivendo a Londra nel palazzo in cui era ubicato il magazzino. Betsy non trovò facile continuare a vivere con i suoi nuovi parenti poiché le criticavano le maniere e, forse, sentivano che non era abbastanza ‘semplice’. Joseph una volta le disse che aveva pensato ai suoi modi ‘su cui faceva molto conto’. Comunque, dal giorno che il suocero morì, lei gli stette più vicino.

La prima bimba, Katherine, nacque nell’agosto del 1801. Nei vent’anni successivi Betsy diede alla luce altri undici bambini. Il fare costantemente bambini e la richiesta di avere una famiglia numerosa rovinava la salute di molte donne in quegli anni, così Betsy fu fortunata ad avere l’aiuto di molti domestici e delle sue sorelle. Come molte donne, a volte Besty sentiva che la sua vita era stata votata alla maternità. Amava i suoi bimbi e gli mancavano quando andava via, ma scrisse nel suo diario che temeva di poter diventare ‘una madre incurante ed oppressiva’. Così cominciò a frequentare l’Islington Workhouse (fornendo riparo e lavoro per gli indigenti) per insegnare ai bambini, e divenire più attiva nelle attività della “Società degli Amici”. Si fece apprezzare per le sue omelie e prese a viaggiare per lunghe distanze per tenere gli Incontri di Rito.

Nel 1812 scrisse nel suo diario: ‘ho paura che la mia vita si adagi su piccole cose’. Non molto più tardi, Stephen Grellet venne a trovarla per chiedere il suo aiuto. Questi era un aristocratico francese esiliato a causa della rivoluzione francese. In America era diventato quacchero. Mentre visitava la Bretagna aveva ricevuto il permesso di visitare alcune prigioni, ed era rimasto inorridito dalle condizioni che aveva visto nel carcere femminile di Newgate. Aveva trovato prigioniere distese sul nudo pavimento, ed alcuni bimbi appena nati senza vestiti. Andò da Elizabeth Fry, che immediatamente inviò materiale per scaldarsi e chiese ad altre donne degli Amici di aiutarla a confezionare vestiti per i bambini.

Il giorno seguente andò con sua cognata in visita alla prigione di Newgate. All’inizio i secondini non vollero darle il permesso di entrare in quanto le carcerate erano folli ed agitate, ma il pericolo per l’incolumità fisica non la preoccupava come poteva il parlare in pubblico e gli spettatori.. Elizabeth e la cognata entrarono e rimasero molto scioccate dalle condizioni che vi trovarono – particolarmente quando videro due donne strappare i vestiti da un bimbo per darli ad un altro. Diedero abiti più caldi per i bambini e confortarono le carcerate malate. Il giorno dopo tornarono con più abiti caldi per i bimbi e paglia pulita per farvi giacere i malati. Alla terza visita pregò per le carcerate che furono mosse dalle sue sincere parole per loro.

Sebbene non poteva dimenticare quello che aveva visto a Newgate, non fu in grado di ritornarvi per altri quattro anni per ragioni di famiglia, incluse le difficoltà finanziarie della banca Fry, la nascita di altri due figli e la morte della sorella di quattro anni. Ritornò a Newgate prima di Natale del 1816. Quando arrivò, alcune donne stavano lottando fra di loro ed i secondini pensarono che sarebbe stata in pericolo se fosse entrata. Lei entrò con calma, prese in braccio un bimbo, e chiese a sua madre: ‘posso fare qualcosa per questo bambino innocente?’ Parlò loro come fosse lei stessa una madre, senza paura. Le carcerate riconobbero le sue intenzioni verso di loro e cominciarono ad ascoltarla. Lei osservò che avrebbero potuto avviare una scuola per i bambini per dar loro una possibilità nella vita. Le prigioniere pensarono che una di loro potesse essere l’insegnante e cominciarono a discutere i da farsi dopo che lei andò via. Quando Elizabeth tornò il giorno successivo, trovò una folla che stava aspettando che aveva provato a riordinare e pulire la prigione e loro stesse.

Elizabet provò a chiedere sostegno per la sua scuola della prigione ma il suo ricco cognato a cui si rivolse per primo non aderì alla sua iniziativa. Allora si rivolse alle donne e costituì un comitato di dodici donne – undici quacchere e la moglie del pastore. Con l’aiuto di suo marito invitò il direttore del carcere ed altri funzionari a discutere il suo progetto. All’inizio il direttore non pensò che il suo piano potesse funzionare ma poi partecipò ad un incontro nella prigione e fu così impressionato dalla determinazione delle carcerate che aderì alla realizzazione della scuola.

L’Associazione per lo Sviluppo delle Donne Carcerate di Newgate non solo organizzò una scuola per i bimbi ma nomiò una donna col compito di infermiera per aiutare le carcerate e promise di darle un salario. Fornì anche del materiale così che le prigioniere potessero cucire, lavorare a maglia e fare oggetti da vendere per poter comprare cibo, vestiti e paglia fresca per fare i letti. Le associate preso a turno a visitare la prigione ogni giorno e a leggere la Bibbia credendo che l’ascolto della Bibbia avesse il potere di rinnovare la gente. Quando si rivolsero al consiglio comunale di Londra per avere fondi per la scuola, il sindaco di Londra andò ad ascoltare Elizabeth che leggeva la Bibbia alle prigioniere ed acconsentì a pagare parte del salario dell’infermiera.

Questo fu l’inizio di un periodo della vita di Elizabeth Fry che ebbe una straordinaria influenza sulle donne del suo periodo. Nel 1818 le fu chiesto di dare testimonianza, a un Comitato della Casa dei Comuni, delle prigioni di Londra, la prima donna a farlo. La sua esperienza fatta negli incontri pubblici dei quaccheri dimostrò che era in grado di dare evidenze corrette e chiare. Descrisse in dettaglio la vita delle carcerate, e raccomandò che quelle donne, non gli uomini, fossero viste non come carcerate e stressò la sua convinzione sull’importanza dell’uso del lavoro.

  Un’area in cui apportò grandi cambiamenti fu il trattamento dei prigionieri condannati ad essere trasportati nelle colonie. Un giorno nel 1818 quando andò in visita alla prigione trovò alcune prigioniere in rivolta perché il giorno successivo sarebbero state messe ‘ai ferri’ (mani, polsi e caviglie incatenate), su carri aperti e imbarcate per essere trasportate in Australia. Elizabeth Fry trovò un accordo per loro perché fossero tenute in carri chiusi per proteggerle dalle pietre e dai fischi della folla e promise di andare con loro ai moli d’imbarco. Nelle cinque settimane precedenti alla partenza della navi, le signore dell’Associazione visitarono quotidianamente il carcere e fornirono le prigioniere di una ‘utile borsa’ di cose di cui avrebbero avuto bisogno. Fecero trapunte per il viaggio che potevano essere vendute all’arrivo per avere un’entrata. Nei vent’anni successivi visitò regolarmente le navi dei condannati: si prese cura di 106 di loro.

Mentre si impegnava con le carcerate, Elizabeth Fry avviò le District Visiting Societies per intervenire con i poveri, biblioteche per le guardie costiere e scuole infermieristiche. Quando un bimbo fu trovato vicino casa sua morente assiderato, avviò un altro Ladies Committee per offrire zuppe calde e un letto a donne e bambini senza casa.

Il suo lavoro divenne molto popolare. Dopo un viaggio in Scozia con suo fratello Joseph John Gurney, quest’ultimo pubblicò con Elizabeth Fry “Notes” (“Appunti”) relativo ad alcune visite fatte alle prigioni scozzesi e del nord Inghilterra. Nel 1827 lei stessa pubblicò un libro chiamato “Observations” (“Osservazioni”) sulle visite, la sovrintendenza e la gestione delle carceri femminili che includeva un suo appello a maggiori opportunità per le donne. Chiudeva il suo libro una forte raccomandazione all’abolizione della pena di morte.

Le novità di quanto aveva svolto a Newgate portarono alla fondazione dei Ladies Commettees in altre città della Bretagna e in Europa. Alcune gentildonne della corte russa fondarono un comitato di visita alle prigioniere. La Fry attrasse anche l’interesse della Regina Vittoria  che fece una donazione di 50 sterline concedendole più tardi una ‘udienza’ reale. Verso la fine della sua vita viaggiò per l’Europa e fece visita ad alcune famiglie reali parlando con loro del suo lavoro. Anche il Re di Prussia le fece visita a casa e cenò con lei.

Varie volte ha affrontato delle critiche. Qualche volta le prigioniere si lamentavano avevano perso i loro divertimenti –  non potevano più bere, giocare d’azzardo o leggere racconti. Le autorità locali mormorarono perché la nuova Prison Act (che conteneva molte delle idee di Elizabeth) significava che loro avrebbero dovuto spendere più soldi per le carceri. Alcune autorità rifiutarono di permettere alle signore di visitare le loro prigioni perché non volevano che mettessero il naso dappertutto. Fu sensibile specialmente alle critiche degli Amici che pensavano lei apprezzasse eccessivamente la pubblica stima e che fosse negligente verso la sua famiglia. Alcuni dei suoi figli sposarono non-quaccheri, infatti solo una delle sue figlie rimase quacchera. Nel 1828 la Fry’s Bank fallì e portò suo marito a non esserne il proprietario (fu escluso dalla società) da parte della Società degli Amici per aver messo a rischio i soldi degli altri. Elizabeth fu accusata da una parte della pubblica opinione di aver usato i soldi della banca di suo marito per i suoi interventi caritatevoli. Avverti molto il disappunto degli Amici  e degli altri. L’umore del paese andò cambiando e quando lei diede evidenza nel 1832 di un’altra House of Commons Committee scelsero di ignorare quello che ebbe a dire sugli effetti dannosi della prigionia in isolamento.

Come tutti gli esseri umani, Elizabeth Fry fece i suoi errori ma, non dimeno, raggiunse i suoi grandi obiettivi.

In carcere la prigioniera June Rose disse: “Attraverso il suo personale coraggio e impegno, Elizabeth Fry svegliò le nazioni dell’Europa alle crudeltà ed alle oscenità delle prigioni e svelò le incapacità delle prigioni di fronte all’individuo. Il suo appassionato desiderio di condurre una vita impegnata turbò la placida, vacua esistenza delle donne dell’Inghilterra Vittoriana e cambiò per sempre i confini di una rispettabile femminilità. Il nome di Elizabeth Fry allargò il desiderio della fede quacchera … Dopo duecentotrentanni anni dalla sua nascita sembra una donna moderna e coraggiosa che si batté contro l’ingiustizia del suo tempo”. …. (che è anche il nostro: basta ascoltare la voce diretta dei carcerati di Spoleto)

NOTE

(1) “Thee”: pronome dall’inglese antico – usato come oggetto diretto o indiretto di un verbo (soprattutto usato nella lingua parlata o in contesti informali)

(2) “Thou”: pronome dall’inglese antico – usato per indicare qualcuno indirizzato specialmente in un contesto letterario, liturgico o di devozione (tipico nelle scritture bibliche)

Nell’inglese più moderno ‘thee’ è usato quando si fa riferimento ad una singola persona, ‘you’ per più persone; gradualmente ‘thee’ si cominciò ad usarlo quando si parlava ai bambini, ai servi e a persone di un ceto sociale inferiore, mentre ‘you’ ai familiari, gli impiegati, ed alla gente di alto rango.

Tratto e tradotto dal sito dei Quaccheri inglesi: http://www.quaker.org.uk/

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Le donne di Ecumenici scrivono…

Ci scusiamo coi lettori se per tutta la giornata di sabato questo sito non ha funzionato:  è dipeso dal server. Paghiamo meno ma forse non ha la stessa affidabilità del precedente… Se hai problemi di ricezione delle e.mails su Yahoo informaci.

Numero speciale da archiviare

Grazie Maurizio Benazzi della sua pagina di storia sulla violenza alle donne che conservo come prezioso documento.La chiesa cattolica ha sempre considerato la donna creatura immonda, incarnata dal diavolo e i maldestri riferimenti agli interventi del Cristo a suo favore nel Vangelo, sono usati come lusinga alle donne che nella cura di altari, nella pulizia di chiese, nei servizi ”particolari al prete ” sostituiscono i sagrestani sempre meno sgorbi , sempre meno propensi ad essere considerati talmente derelitti da accettare un tetto e una paga miserevole. L’accusa di stregoneria alle donne nei secoli passati era motivata dal loro coraggio di manifestare la propria diversità, violentata nel ruolo imposto dalla chiesa, dal potere maschile., Oggi si é modificata nella forma, non nella sostanza e si esprime nel diritto di proprietà che il maschio sempre meno sicuro di sé, frutto e bisogna riconoscerlo, di una sbagliata educazione materna e di una nuova consapevolezza femminile del sé,
usa, dispone, esige fino a sopprimere la donna che non lo accetta, si rifiuta. Una violenza che nessuna legge può cancellare, punire fino a che non cambi il bisogno del possesso, il diritto del padrone, la tracotanza del capo, il predominio del leader
che attualmente sono riconosciuti valori positivi. Una riflessione devo rivolgermi come donna: la vittima ha esperienza della violenza che il suo uomo le infligge e non ha il sufficiente coraggio per ribellarsi. Quale il significato ha dell’amore, quel sentimento naturale e intenso che lega vicendevolmente un uomo e una donna? Un senso di appartenenza , un bisogno “dell’amore”, una necessità di vita che nell’uomo si cerca senza trovare risposte. Quanta strada deve ancora percorrere la donna, quanta intima libertà potrà, le consentiranno di conquistare, per avere tanta fiducia in se stessa da considerarsi una persona straordinaria, che taglia legami inutili, che sceglie, che vive il dolore delle inevitabili sconfitte fino in fondo per riprendersi la vita, la sua vita. Grazie, Maurizio Benazzi, Che l’estate sia il suo lieto riposo.

Enrica Ferrari Donadoni.

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In genere c’è molta confusione…

(con un gruppo alla gola)

 
 

COME PROGETTARE CON EFFICACIA

AZIONI DI PARI OPPORTUNITA’

Seminario residenziale organizzato per le compagne della XXXX

che svolgono attività sindacale all’interno di XXXXX

un contributo di Grazia Aloi
 

“IL SILENZIO DELLE DONNE”

“Chi non comprende il tuo silenzio probabilmente non capirà nemmeno le tue parole”
(Elbert Hubbard)

Ci chiediamo perché la donna stia in silenzio; forse, però, dovremmo chiederci perché mai  dovrebbe parlare.

Non è forse cresciuta, la donna, nel monito della custodia, nella sua mente e nel grembo? Se parlasse, probabilmente, “partorirebbe”, perdendo la sua verginità e l’ignoranza della non-conoscenza.

Certo, notevoli sarebbero i vantaggi del suo parlare, primo tra tutti quello di condurla all’adultità; adultità che significa autonomia, innanzitutto.

E poi ancora innumerevoli vantaggi. Sì, ma questo “dopo”; prima c’è un “prima” che, evidentemente, convince la donna a stare in silenzio e la trattiene nella non -parola.

In silenzio, dovunque e con chiunque e forse (purtroppo) a volte anche con se stessa.

Occorre che la donna sia in grado di trapassare da quel “prima” di inibizione storico e culturale, a quel dopo, altrettanto storico e culturale. Di mezzo, la coscienza e, appunto, la conoscenza.

Storico e culturale perché  fisiologicamente, la donna, invece, è fatta per non stare in silenzio.

Predominante è in lei l’emisfero destro, quello per eccellenza della comunicazione  e dell’emotività, della fantasia e dell’arte, dell’avvertimento della paura e dell’attacco e fuga, della comprensione delle espressioni  e dell’accoglimento del simbolico e dell’affettivo.

A titolo esemplificativo, valga la seguente suddivisione: 

EMISFERO SINISTRO                             EMISFERO DESTRO

mente cosciente                                     mente subconscia, memoria

ragionamento consecutivo                           intuito immediato

parola, scrittura                                      musica, disegno, creatività

analisi delle parti                                    visione d’insieme, misticismo

conosce spazio e tempo                             non conosce spazio e tempo

io separato                                                                parte del tutto

non ha emozioni                                     ama, odia, ride e piange

causa le malattie                                     può curare le malattia

particolare                                                                 generale          

usa oggetti                                                                crea relazioni                                                 

bada al particolare                                                      bada al generale

precisione                                                                  approssimazione

ordine                                                                         disordine

metonimia                                                                  metafora

A ben vedere, l’emisfero destro può anche essere considerato come una sorta di polo pulsionale (l’Es della suddivisione freudiana delle istanze di personalità) in contrapposizione all’Io cosciente e razionale rappresentato dall’emisfero sinistro.

Se volessimo fare una metafora ”sociologica”, potremmo vedere la donna-emisfero destro come una signora simile ad un  selvaggio straripante di energia pura che sa perfettamente muoversi in una visione generale delle cose (la foresta), contro un razionale signore di città che sta bene a contatto con singoli particolari, da lui considerati e utilizzati di volta in volta.

Eppure, questa donna ha un motivo in più per essere così irrazionale e così istintiva: tiene molto in considerazione il (o è molto più considerata dal) cervello rettiliano, quello primitivo dei rettili, che è soprattutto preoccupato per la buona riuscita quotidiana di quel che esiste, che si occupa del presente e che è così affine e propenso alla cura istintiva primitiva per la sopravvivenza.

Ecco, dunque, la nostra donna presa  dalle emozioni, dagli istinti, dalla gestualità, dalla fantasia, dai sentimenti, dagli affetti, dagli umori, dal caos, dalla comprensione delle cose, dal desiderio di pace e serenità ma che non ha parole, se non quelle per…..

Se non quelle per dire che il suo silenzio parla, anzi – in alcuni casi, urla. Non sentirla e non ascoltarla fa parte di un altro registro.

“Sono le parole più silenziose,
quelle che portano la tempesta.
pensieri che incedono con passi di colomba
guidano il mondo.”

(Friedrich Nietzsche, da “Frammenti Postumi”, 1869-1874)

Ma allora, se la donna è fatta per parlare con le parole, perché non le utilizza?

Potremmo chiederlo alla Mitologia.

Oppure alla Religione.

Oppure alla Letteratura.

Ancor prima di questo, visto l’utilizzo di questo contributo di lavoro, penso che occorra chiedersi se simili richieste di spiegazioni abbiano senso all’interno di una proposta formativa professionale.

La risposta non può essere che positiva, in quanto la donna che lavora non è nient’altro che una donna che esprime se stessa, le sue origini e le sue destinazioni, le sue necessità e le sue ambizioni, le sue vulnerabilità e le sue capacità, le sue esclusioni e le sue partecipazioni.

E del resto, come possibile pensare ancora oggi che un’attività, qualunque essa sia, possa essere portata avanti senza la “cura parentale” tipica, per natura e per definizione, delle donne? Come mai si pensa che fuori dalla porta di casa, nel mondo, gli occhi per vedere e le mani per raccogliere debbano essere solamente (o maggiormente) quelle degli uomini? Perché non chiedersi quanto valore possa avere una “mentalità” femminile all’interno di ogni progetto o proponimento aziendale? Perché continuare a pensare in termini di superiorità/inferiorità invece che in termini di alleanza? Com’è possibile che il taglio di Zeus sia stato seguito da così poche riunioni, almeno in campo lavorativo?

Ma, a ben vedere, superiorità ed inferiorità – traducibili in invidia e gelosia – sono sempre esistiti e sempre esisteranno, nel bene e nel male. Nel bene, se si saprà cogliere l’aspetto promotore di evoluzione; nel male, se ci si soffermerà esclusivamente sul sentimento di perdita.

Comunque, il discorso è più sottile di quanto sembri: non si tratta di quanto fa o saprebbe / potrebbe fare una donna, non solamente – almeno; si tratta della violenza da sempre perpetrata dagli uomini per il timore di perdere il potere. Potere indiscutibilmente perso, nonostante alla

donna fosse stata “tagliata la lingua” (v. oltre) e a maggior ragione perché  ha colto l’occasione della mela, se l’uomo non avesse in sé l’arma del potere che lo rende padrone di ogni cosa, fino a prova contraria.

Infatti, fino a prova contraria, in quanto Barbablù è morto come conseguenza della parola-conoscenza della sua centunesima moglie.    

Tanto per ritornare sui nostri passi e “chiedere” alla Mitologia spiegazioni o rendiconto del perché del silenzio delle donne, potremo rifarci ad alcuni racconti arrivati a noi dalla cultura greca.

Il Mito (Mythos), in generale, rende il mondo più comprensibile di quanto non faccia una spiegazione scientifica, in quanto esso è una narrazione, considerata sacra, delle origini del mondo e del modo con cui il mondo e suoi abitanti sono arrivati a noi.

Che la narrazione sia vera o falsa poco importa: ciò che è importante è l’investitura di una verità, grazie alla quale il racconto assume un significato mitico (e forse anche mistico) ed una spiegazione agli interrogativi sul mondo.

Mythos infatti significa “parola”, “racconto” ed è, appunto, il più ricco racconto sulla storia dell’umanità,  della sua trama e dei suoi personaggi.

Infine, i miti, come le parabole e le fiabe, hanno il compito di condurre l’uomo al mondo dei “principi”. Sarà poi il ragionamento razionale a dare senso sia alle contraddizioni evidenti nel mito che alla sua stessa essenza.

Ciò che è importante è, ad ogni modo, non rinnegare le spiegazioni mitiche né, viceversa, aggrapparsi ad esse a tutti i costi, senza – appunto – una riflessione critica che costituisca da “morale”.

Ed è con  l’intento della ricerca della “morale” che intraprendo la ricerca del perché del mutismo delle donne, a partire, appunto, dalla mitologia.

Ma vorrei fare ancora  un’aggiunta ad ulteriore premessa: la vendetta delle donne usurpate nelle loro più profonda intimità; e non intendo solamente la violenza per eccellenza conosciuta, cioè quella sessuale, ma anche ogni altro tipo di violenza, prima fra tutte quella morale ed intellettuale.

La vendetta è molto evidente nella mitologia: non c’è fatto che non conduca con sé una nemesi, intesa come “sdegno” e sopratutto come “vendetta, castigo” (Nemesi stessa è una figura mitologica greca).

Ad ogni azione considerata malvagia corrisponde un periodo di “armonia” compensatore in ugual misura del male subito.

Così la donna sa che può  “vendicarsi” (anche se la legislazione che glielo consente da un punto di vista legale è cosa recente (lo stupro è punito soltanto a partire dal 1981 e per i reati di mobbing e stolking occorre arrivare ai giorni nostri).

Ma dentro di sé c’è la consapevolezza che giustizia può essere fatta e questo, traslato al mondo del lavoro, dovrebbe far riflettere. Anche quando la donna non lo sa “di suo”, lo sa per via del mito che in un modo o nell’altro le è arrivato dentro.

E poi, cosa importante, la donna dovrebbe sapere che al suo silenzio deve per forza seguire un’ “armonia” compensatrice. Se  crede fermamente in questo, le sue azioni saranno dirette a tal fine.

Ecco dunque riprendere il discorso delle violenze subite e delle relative vendette riparatrici.

Il mito di Filomela ben racconta sia del silenzio, sia della violenza con cui questo silenzio è imposto e sia  delle strategie femminili per esprimere il proprio pensiero e trovare vendetta riparatrice (a qualunque costo, verrebbe però da dire).

Il racconto:

Filomela è una bella e ingenua fanciulla quasi in età da marito e vive con il padre, re di Atene. Ha una sorella di nome Progne, la quale, sposa a Tereo, vive a corte in Tracia, annoiandosi. Per questo motivo, invita la sorella Filomela ad andare ad abitare con lei e così Tereo intraprende il  viaggio per condurre Filomela dalla sorella. L’ingenuità non insospettisce la ragazza circa le reali intenzioni del cognato, appassionato di lei, e parte tranquilla e serena. Al termine del viaggio, però, il cognato la conduce in una casa nel bosco, dove la stupra e, di fronte alle sue urla e minacce di raccontare tutto, le taglia la lingua, illudendosi così di essersi assicurato il suo silenzio e l’impunità. A Progne racconta, fingendosi addolorato, che Filomela è morta nel viaggio.

Senza perdersi d’animo, fanciulla ammutolita, ma piena di inventiva, improvvisa un telaio e tesse la storia della violenza subita, poi chiede alla sua serva di portare la tela alla sorella.

Progne capisce la situazione e corre a prendere  la sorella per portarla a palazzo.

Poi la vendetta: per colpire lo sposo in ciò che ha di più caro, uccide il loro figlioletto e ne cucina le carni, servendole come pasto al marito. Solo alla fine  gli rivela la verità.

L’insieme dei delitti vendicativi non può essere costituito come fine della storia, ma esige una continuità che sia esempio di aggressione da non imitare e, infatti, subentra una metamorfosi eterna: Filomela  si trasforma in usignolo, dalla dolce e triste melodia notturna; Progne  in rondine che piange, dalle piume macchiate di sangue e Tereo in upupa predatore.

Un commento:

La mutilazione fisica diventa “mutilazione della parola” (femminile) e il fare diventa dire (la  “voce della spoletta” è stata chiamata) di un sovvertimento dell’ordine precostituito rappresentante del codice maschile e patriarcale, che non contempla né la donna né la sua volontà, anche se solamente l’alleanza tra donne può promuovere la difesa, agita tramite la vendetta.

Ad ogni modo, non solamente il mito “racconta”: anche la storia reale delle condizioni di vita delle donne greche (con le dovute differenze tra Grecia antica e  classica e tra  Sparta e Atene) ci tramanda che esse erano sempre sottoposte alla considerazione o svalutazione sociale attraverso il modello normativo che attribuiva loro gli appellativi di mèter, madre, e oikodèspoina, padrona di casa.

Donna funzionale al soddisfacimento sessuale/erotico e alla continuazione della specie e soggetto “utile”  (come la terra,  gli schiavi ecc). In più, permetteva all’uomo la libertà di pensare e di creare nella “polis”.

Il pensiero femminile non trovava espressione di genere e la donna era “senza voce”.

Per quanto riguarda l’amore, nel Simposio esso viene trasferito dal piano del desiderio erotico a quello del desiderio di sapere. Gli uomini si attraggono sulla base di virtù virili e razionali, e si fecondano spiritualmente. Tra uomini si fanno “figli più belli e più immortali” (le opere del pensiero) dei figli nati dalla donna, destinati alla morte (mentre i figli dell’uomo sono pensieri eterni).

Non è che la storia di oggi sia poi tanto differente! Un “coito aziendale” (le famose riunioni di dirigenti o i vari consigli di amministrazione o simili) a volte è considerato molto più soddisfacente

e proficuo di un “coito familiare”, molto spesso trascurato o tralasciato, in quanto gli uomini sono già paghi, soddisfatti. Probabilmente, occorre riportare le cose al loro giusto posto, senza trasposizioni di sorta, neppure in nome di nuove esigenze socio-economiche.

In altre parole, occorre una grossa sensibilizzazione a non erotizzare e sessualizzare ciò che non dovrebbe avere, di per sé, caratteristiche erotiche e sessuali se non in misura sostenibile (Freud diceva che è “normale” l’uomo che sa lavorare ed amare), ed a investire – invece – questi “tòpoi” di energia vitale, creatrice di risultati sociali ed economici non individuali (e non personalizzati).

Sarebbe opportuno distinguere l’utilizzo di una pulsione vitale (Eros) dall’erotizzazione delle cose.

 
Proseguendo con il discorso  delle vendette mitologiche, ben guardiamoci – purtroppo – dall’aiuto di Atena.
Nata dal cervello di Zeus, è dea dell’intelletto, personificazione della sapienza e della ragione, ma è purtroppo assimilata al maschile (nata da solo padre) non solo per il suo desiderio di restare vergine, ma soprattutto in quanto guerriera e portatrice di un pensiero unico (quello maschile, appunto) il quale la fa sottomettere, nonostante la sua apparente riluttanza all’ordine prestabilito, al volere maschile con il quale si allea per distruggere il femminile. Obbligata ad essere maschile, tutto può fare tranne che avere voce in capitolo come donna, anzi: è soggetta alla seduzione di apparire forte e fiera di se stessa, per poi perire afasica, costretta alla finzione di un falso sé.

Si inchina  alla superiorità maschile e si allea con il padre e non protegge  le sue simili delle quali tesse la sconfitta (a differenza, ad esempio, della dea della caccia Artemide/Diana),  come successe alle povere Aracne e Medusa

Aracne, bellissima e bravissima tessitrice, vittoriosa in una sfida con Atena, fu da questi trasformata in ragno, costretta a tessere in eterno con il filo che le esce dalla bocca, in quanto non poté sopportare di essere sconfitta da una donna.  (Aracne significa “ragno”).

Anche Medusa (il cui nome significa “colei che domina”, “sovrana”) era una bellissima ragazza, tanto che Poseidone se ne innamorò e la violò nel tempio di Atena, la quale si infuriò per la violazione, ma non della ragazza, bensì del suo tempio e soprattutto, come nel caso di Aracne, perché perse un confronto: quello dei capelli, splendidi in Medusa, più di quanto non fosse la chioma di Atena. Così trasformò Medusa in una figura orribile con serpenti al posto dei capelli e con occhi pietrificanti chiunque li guardasse. Non contenta, Atena volle la sua testa e, per tal fine, aiutò  Perseo ad ucciderla. Gli fornì uno scudo-specchio in modo da poter portare a termine il delitto senza guardare in faccia la gorgonie.

Atena volle per sé la testa che la mise sul suo scudo.

Nel lavoro: ecco, purtroppo, il silenzio della donna a volte si trasforma in  violenza e rabbia verso le sue stesse simili e invece dell’aiuto e della solidarietà nascono cattiverie per la supremazia. Anche questo elemento va considerato, a mio avviso, all’interno di una nuova modalità di fare Formazione, affinché ci sia una pedagogia in favore dell’abolizione dell’autorità indistinta dal potere.

Così anche il silenzio, molto spesso, è alleato di un segreto; di un qualcosa che non può essere detto, altrimenti la “favola” svanisce, il bello conquistato ritorna ad essere quel precedente che non permette la relazione.

Ce lo insegna, fra i tanti, l’esempio di Melusine.

Melusine è il personaggio della mitologia francese la cui leggenda risale al XII secolo.

In breve la storia:

Elinas, re d’Albania,  per dimenticare il suo dolore dovuto alla perdita della moglie, si consolava facendo battute di caccia.

Un giorno incontra una fata acquatica, particolarmente bella, di nome Pressine e la chiede in sposa. Pressine accetta alla condizione però che il re non abbia mai la curiosità di assistere alla nascita e all’accudimento dei suoi figli.

Nascono tre gemelle, Melusine, Melior e Palatine; il re dimentica la sua promessa ed entra nella camera della fata, mentre questa accudisce le neonate. Il tabù è cosi rotto, e Pressine fugge, portando con se le tre bambine, nonostante i pianti del re Elinas.

Divenute grandi, le tre fanciulle decidono di vendicare la madre.

Melusine organizza tutto e le tre sorelle rapiscono il vecchio padre Elinas.

Credendo di aver compiuto un’opera di giustizia, raccontano tutto alla madre. Ma questa, ancora innamorata del marito, le maledice, condannando in particolare Melusine ad assumere ogni sabato l’aspetto di serpente dalla cintura in basso.

L’unico modo per scampare al castigo materno è  quello di trovare uno sposo che prometta, e mantenga la promessa, di non volerla mai vedere di sabato, giorno in cui il suo aspetto ibrido si manifesta.

Melusine, in Francia,  incontra il cavaliere Raimondino, discendente da una famiglia bretone. La storia di Elinas si ripete, anche nei particolari, ancora una volta. I due si innamorano e si sposano, a condizione che Raimondino non voglia mai vedere Melusine di sabato, né sia curioso di sapere il perché di tale proibizione.

Melusine fonda la città di Lusignan e ne costruisce il castello, che sarà la loro dimora; e, col tempo, dà a Raimondino dieci figli.

Ma un personaggio invidioso della prosperità di cui godeva la nuova casata, insinua a Ramondino dei sospetti sulla  proibizione di sapere cosa faccia Melusine di sabato; preso dal sospetto egli va a spiare la sua sposa e la vede, in una vasca, nel suo aspetto donna-serpente.

Il tabù è così infranto, e Melusine deve fuggire via, condannata ormai per l’eternità alla sua punizione.

Ecco un altro esempio di vendetta che porta altra vendetta (una sorta di coazione a ripetere), in quanto il silenzio obbligato non permette alle donne di dire apertamente la verità sulle circostanze contingenti della loro vita.

Riferito al lavoro, questo silenzio obbligato / segreto potrebbe essere una piccola spiegazione di tutti quei segreti che la donna tiene per sé davanti alle colleghe e soprattutto ai capi, quali le sue aspettative, aspirazioni, motivazioni ma anche frustrazioni, seduzioni subite, invidie, compromessi e infrazioni di speranze. 

Come tutti ben sappiamo, esistono almeno due significati ed interpretazioni possibili per ciascun fatto di vita.

Io, volutamente, non entro nella “seconda faccia” di ogni storia qui descritta  come esempio, in quanto  troppo lungo il farlo e troppo fuorviante rispetto all’argomento. Vero è che, però, non ci si può sottrarre del tutto dall’accogliere almeno un minimo accenno sul “doppio” dei comportamenti delle donne, che qui non si vuole né discolpare né impoverire.

D’altronde, anche in un sintomo esiste un “vantaggio secondario” e questo è valido, a maggior ragione,  anche per ogni altra manifestazione umana. Quindi, solo un accenno.

In Filomela il “vantaggio secondario” potrebbe essere rappresentato dalla non-fatica di diventare grande e di osservare le cose (i pericoli) del mondo grazie alla protezione della sua ingenuità; in

Atena, potrebbe essere il potere comunque posseduto e garantito dalla sua mascolinità, al costo del sacrificio della femminilità e della lealtà; in Aracne, potrebbe essere non certo il coraggio della sfida, ma il non accoglimento del monito che a volte è meglio stare nel proprio territorio per evitare rappresaglie mortifere; in Medusa, nella sfida all’oggettività dell’ordine delle cose, in quanto in ogni cultura e civiltà esiste qualcuno al di sopra di noi che solamente un aspetto narcisistico troppo deforme impedisce di accettare; in Melusine, potrebbe essere la seduzione del segreto parzialmente svelato ma totalmente interdetto, in quanto il tabù di per sé comporta l’istinto alla sua conquista.

Riportato al mondo del lavoro, questo “vantaggio secondario” potrebbe trovare espressione nella non esposizione in prima persona  e nella protezione che, purtroppo, il silenzio stesso offre. Parlare significa anche “compromettersi”, dichiararsi e dichiarare e, una volta detta, la parola non può più tornare indietro.

Ecco perché si ribadisce il concetto dell’utilità di una “pedagogia del dire”.     

L’apostolo Paolo ci porta verso altre importanti riflessioni:  (il riferimento è alla Lettera ai Corinzi).

Nelle assemblee di preghiera e di profezia, le donne dovevano coprirsi la testa  usando il “velo” della loro chioma, (che doveva essere lunga, come segno d’onore, mentre il capo rasato era, al contrario, un disonore e una vergogna), e lo dovevano usare in quanto donne “gloria dell’uomo”;  l’uomo, al contrario, non aveva bisogno di coprire la testa perché “icona e gloria di Dio” e tutto questo perché “non l’uomo fu creato attraverso la donna, ma viceversa”, cioè: l’uomo viene direttamente da Dio e la donna, invece, viene dalla costola dell’uomo.

Si ravvede, però, il buon Paolo e aggiunge che in fondo lo svantaggio della donna (di venire dalla creazione dell’uomo) è ripagato dal vantaggio proveniente dal fatto che l’uomo viene sì da Dio ma “attraverso” la donna (con il parto).

Inoltre: “La donna impari in silenzio, con tutta sottomissione. Non concedo a nessuna donna di insegnare, né di dettare legge all’uomo; piuttosto se ne stia in atteggiamento tranquillo. Perché prima è stato formato Adamo e poi Eva; e non fu Adamo ad essere ingannato, ma fu la donna che, ingannata, si rese colpevole di trasgressione. Essa potrà essere salvata partorendo figli, a condizione di perseverare nella fede, nella carità e nella santificazione, con modestia”.

Ad ogni modo, la dignità della donna è salva, in quanto Paolo si affretta a precisare che non di superiorità ed inferiorità si tratta, bensì di diversità.

Paolo richiama ulteriormente il valore basilare della differenziazione sessuale contrastando un gruppo di donne corinzie che propugnavano l’emancipazione e prende posizione circa ogni processo femminista.

E a proposito del matrimonio: “Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo. Le donne ai loro mariti come al Signore,  perché è l’uomo il capo della donna, come anche Cristo è il capo della Chiesa, egli il salvatore del suo corpo. Dunque, come la Chiesa è soggetta a Cristo, così devono esserlo le mogli ai loro mariti in tutto”.

Vero è che con il matrimonio si diventa “coniugi” e che questo termine significa “lo stesso gioco” (della reciprocità, si può intendere) e che, con le debite proporzioni, Cristo potrebbe diventare il Capo (dell’Azienda, ad esempio), però  è altrettanto vero che nuove riflessioni andrebbero fatte su questi antichi insegnamenti affinché lo stesso gioco dei “coniugi” fosse veramente “lo stesso” gioco, senza speculazioni di sorta. 

Forse, Simone de Beauvoir, ascoltando Paolo l’Apostolo, semmai lo avrà ascoltato,  si sarà rivoltata e magari ancora  si rivolta nella tomba!

“Donna non si nasce, lo si diventa”

(S. de Beauvoir, da “Il secondo sesso”, 1949)

Le cronache raccontano che il 19 aprile del 1986, giorno del funerale di Simone De Beauvoir, durante il corteo funebre,   qualcuno gridò: “Donne, voi le dovete tutto”.

Probabilmente, la donna che gridò la frase si riferiva al contenuto del saggio “Il secondo sesso”. Si tratta di saggio epocale contro la schiavitù e la sottomissione femminile, contro la riluttanza maschile a riconoscere la donna come pari essere umano (si noti che la donna in Francia vota per la prima  nel 1947, ma anche in Italia non si è messi  meglio da lungo tempo: 1946).

Prendo spunto a partire dal saggio, anche se non solo, per aggiungere che, in fondo, occorre che la donna ascolti anche il monito e l’invito a “diventare donna”, togliendosi di dosso la condanna del sesso e delle abitudine ad essere ciò che l’uomo ha voluto che lei fosse.

La donna, un certo tipo di donna, forse è troppo presa dall’immanenza della sua vita quotidiana e dalla tradizione che la vuole chiusa ad aspettare nel suo mondo tranquillo; invece, così come ha fatto e continua a fare l’uomo, deve uscire dall’abitudine delle cose per immettersi di prepotenza nel mondo della produzione, scavalcando di forza quello che, di natura, è già suo: la riproduzione. 

Cercare, per ottenere, un lavoro di produzione significa non stare più in silenzio ma guadagnare il diritto alla libertà; innanzitutto libertà di essere riconosciute e libertà di assumersi la responsabilità di esistere.

Una proficua formazione contro il silenzio delle donne dovrebbe prendere in considerazione la capacità di diventare assertive, ossia in grado di difendere i propri interessi, le proprie idee e le proprie esigenze, nel pieno rispetto della reciprocità.

La donna non è l’Altro rispetto all’uomo, una  sottocategoria dell’umanità (l’Uomo) e non dovrebbe pensarsi in tali termini: forse la voce arriverebbe laddove oggi c’è silenzio.

Un ultimo riferimento ed un’ultima considerazione:

“(…) Ho tre cani: Tienilo, Prendilo e Maipiù. Tienilo e Prendilo sono comuni piccoli Pinscher e nessuno li noterebbe se fossero soli. Ma c’è anche Maipiù. Maipiù è un Dogo bastardo, e un allevamento di secoli non sarebbe riuscito a dargli il suo attuale aspetto.

Maipiù è uno zingaro.

Tutte le mie ore libere – e, in sé, sarebbero moltissime, ma devo passarne troppe a dormire per scacciare la fame – io le passo con Maipiù.

Su un divano Rècamier. Non so come questo mobile sia capitato nella mia mansarda, forse voleva andare in qualche ripostiglio, ma poi, sfinito, si è fermato in camera mia.

Maipiù è del parere che così non si può andare avanti e che perciò bisogna trovare una via d’uscita. Anch’io, in fondo, sono della stessa opinione ma di fronte a lui fingo di pensarla altrimenti.

Lui corre avanti e indietro per la camera, ogni tanto balza sulla sedia, stiracchia coi denti il pezzo di salame che ho messo lì per lui, poi lo spinge verso di me con la zampa e ricomincia a correre in tondo”.

(da: Franz Kafka, “Gli otto quaderni in ottavo” in “Confessioni e  Diari”, 1910)

Bene: la donna, con il suo silenzio e la sua “diversità” può essere considerata come una Maipiù, una outsider, nel senso di “escluso” ma anche e soprattutto di “sorpresa”.

E allora:

“Date alle donne occasioni adeguate ed esse possono fare tutto”

(Oscar Wilde)

E dopo tanto dire, concludo il mio contributo, invitando all’ironia, da un lato, e alla seria e attenta riflessione dall’altro.

E quale miglior conclusione se non la commedia?

E quale miglior commedia se non quella di Aristofane?

“Le donne al Parlamento”:

“La commedia narra di un gruppo di donne, con a capo Prassagora, che decidono di tentare di convincere gli uomini a dar loro il controllo di Atene, perché in grado di governare meglio di loro, che stanno invece portando la città alla rovina. Le donne, camuffate da uomini, si insinuano nell’assemblea e votano il provvedimento, convincendo alcuni uomini a votare a favore, poiché era l’unica cosa che non fosse ancora stata provata.

Una volta al potere, le donne deliberano che tutti i possedimenti e il denaro vengano messi in comune per essere amministrati saggiamente dalle donne. Questo vale anche per i rapporti sessuali: le donne potranno andare a letto e fare figli con chiunque le voglia. Tuttavia, siccome questo potrebbe favorire le persone fisicamente belle, si decide anche che ogni uomo, prima di andare con una donna bella, sia tenuto ad andare con quelle brutte, e viceversa.

Queste delibere però creano una situazione assurda e paradossale: verso la fine della commedia, un giovane confuso e spaventato si ritrova conteso fra tre ripugnanti megere che litigano per assicurarsi i suoi favori. La commedia si chiude infine con un grande banchetto cui partecipa tutta la cittadinanza”.

“Lisistrata”:

“Guidata da Lisistrata, personaggio principale della vicenda, la storia si sviluppa in un luogo pubblico, nella cittadina di Atene, dove le donne chiedono ai propri mariti di far cessare la guerra del Peloponneso, consapevoli di ottenere una pace sicura. Per prima cosa, ingaggia il supporto delle donne di Sparta, Beozia e Corinto, anch’esse stanche della guerra. Le donne delle tre città sono prima contrarie alle decisioni di Lisistrata, ma alla fine accettano il patto di alleanza, giurando di fronte a una botte di vino, e bevendone. In un primo momento, l’azione è ironica e poi comica, perché gli uomini greci credevano che le donne non sarebbero mai riuscite nel loro intento. Gli uomini provano a combattere con le donne, che rifiutano le proposte, e, arrabbiate, dicono agli uomini che per molto tempo loro sono state costrette a rimanere zitte e ad accettare le stupide decisioni degli uomini. Gli uomini spiegano che toglieranno gli affari finanziari della città e spiegano che le stesse ingiustizie della guerra sono causate dalle donne. Inoltre, dicono che l’uomo non avrà problemi a cercare moglie, e che le donne non avranno più mariti perché troppo vecchie. Dopo queste spiegazioni, le donne perdono forza e iniziano a sentire la mancanza del sesso e di conseguenza la mancanza degli uomini, e tornano striscianti ai loro piedi. Lisistrata dà alle donne la forza per andare avanti senza sesso e senza uomini. Dopo giorni duri, gli uomini iniziano ad avere dolori fisici per mancanza di sesso, e di conseguenza fanno pace velocemente, negoziando con i

vari paesi. Lisistrata dopo ciò dichiara che lo sciopero del sesso è finito, e dopo molto tempo le donne tornano finalmente a casa dai loro mariti”.

“Le donne alle Tesmoforie”:  (feste religiose in onore della dea Demetra Tesmofora)

“Euripide, temendo che le donne, riunite in occasione della festa, stiano tramando una vendetta contro di lui, colpevole di averle messe in cattiva luce nelle sue tragedie, pensa di correre ai ripari. Chiederà al poeta Agatone di prendere le sue difese presenziando, travestito da donna, all’assemblea delle Tesmoforie. Insieme a un parente, Mnesiloco, si reca allora presso l’abitazione di Agatone, che li accoglie in vesti femminili declamando propri versi e causando l’ironia salace del parente. I due tentano di convincere l’effeminato poeta ma Agatone, temendo di essere smascherato e condannato, rifiuta l’incarico.

Giunge in soccorso la disponibilità di Mnesiloco che prenderà parte alla vivace assemblea delle donne.

Inizia così una lunga sequenza di situazioni buffe tutte giocate sulla contrapposizione dei ruoli, e sulla identità tra maschi e femmine.

Alla fine, Euripide sarà costretto, suo malgrado, a promettere alle donne di mettere da parte la propria misoginia, risparmiando loro ogni futuro strale e al contempo tacendo ai mariti, di ritorno dalla guerra, sui fatti di sua conoscenza che le riguardano”.

La diffusione deve indicare chiaramente la fonte: www.ecumenici.it e i nomi delle autrici. 

Recentemente è avvenuta una disputa con la fondazione dei Liberali: non gradiamo la loro presenza nella nostra Mailing List. La partecipazione di singoli liberali a questa maliling list e’ a titolo strettamente personale e mai associativo. Andate da altre parti…. Grazie. Non facciamo i missionari e non ci interessano né il liberalismo, né il riformismo.

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Amen contro la violenza alle donne !

Venerdì 9 luglio: sciopero dei mezzi di informazione

 

Inviateci tutte le segnalazioni di violenze contro le donne per stolking di cui siete a conoscenza: verranno diffuse sulla nostra bacheca di Facebook,

per chiedere le dimissioni del Ministro dell’Interno!

 …Noi non abbiamo crediti da tutelare nei confronti del Governo. Siamo liberi

 

Amen
È anche questo un termine ebraico molto conosciuto, come “alleluia”. In origine pare che l’amen fosse la corda che lega i cammelli in una carovana. Ogni cammello è legato, per mezzo di questa corda, all’animale che lo precede nella fila. Tramite l’amen, ogni cammello è certo di essere sulla pista che lo condurrà all’oasi, anche se non vede il carovaniere. Tramite questa immagine, il termine amen evoca le nozioni di fiducia, verità e fedeltà.
Quando Gesù vuole insistere su qualcosa di veramente importante, inizia la frase dicendo “Amen, amen, io vi dico…” (ad esempio in Giovanni 6,47), che nelle Bibbie viene spesso tradotto con “In verità, in verità vi dico…”. Questo amen esprime la fiducia che noi possiamo avere nel fatto che Cristo ci conduce a Dio. Il Cristo è l’amen, vale a dire la corda che ci lega a Dio, anche se noi non lo vediamo. Il termine amen era talmente amato dalle persone che hanno sentito parlare Gesù che è stato conservato, nella sua forma ebraica, in molte lingue, per evocare il solido legame che permette di avere fiducia gli uni negli altri.
Quando diciamo amen al termine di una preghiera, non facciamo altro che riassumere, per mezzo di quella parola, la nostra preghiera rimettendo tutto, con fiducia, nelle mani di Dio.
Il termine fede, in ebraico, deriva direttamente dal termine amen. Questo dimostra l’importanza di questa parola e illumina, almeno in parte, il significato che la Bibbia attribuisce alla fede.

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Troppi ritardi e troppe domande di giustizia senza risposta!!

mancava:

REGGIO EMILIA Associazione NONDASOLA -Casa delle Donne Via Melegari n.2 tel 0522 920882

FORUM ASSOCIAZIONE DONNE GIURISTE http://www.facebook.com/l/8a06atyPmaUhhGkSObKHRnxmLkQ;www.forumdonnegiuriste.it info@forumdonnegiuriste.it

Giovanna Fava

Carissima Giovanna,

scusami ma mi puoi commentare pubblicamente il fatto angoscioso che l’altro ieri l’omocida di due donne abbia avuto in precedenza sette condanne per stolking? Come è possibile un uomo così sia in libertà senza destare scandalo da un lato e misure preventive dall’altro? A Milano un PM che aveva fatto arrestare uno stalker, che aveva sparato contro la casa della sua ex moglie, sempre ieri è stato liberato dal giudice (fonte Corsera, pagine di

Milano)

Siamo stupefatti da queste notizie.

Personalmente sono stato in prima battuta respinto in Commissariato di PS nel presentare di buon mattino una denuncia, se non avevo la prova dell’atto di dolo (!!). La macchina carbonizzata non era un elemento sufficiente e i Vigili del fuoco tardavano nel redigere un verbale. Ammesso poi che si possa individuare alle 4 di notte l’esistenza di una molotov, in bottiglia di plastica, nella carcassa d’auto…

Nel mio caso solo la denuncia della donna direttamente interessata dalle violenze e dalle minacce del marito ha messo in luce che la mia vicenda era purtroppo collegata allo stesso mandante dell’attentato avvenuto anche la notte successiva contro un auto dello stesso tipo e colore ma – questa seconda volta – con la targa “giusta”,…quella del suo nuovo compagno.

Esistono scusa poi delle statistiche che consentono di capire meglio il dato sociologico sottostante? Certe mentalità di possesso della donna forse hanno anche radici geografiche ben precise…Spero che chi sta indagando mi smentisca comunque.

Grazie mille

Maurizio Benazzi

Le domande che poni tu sono le stesse che si stanno ponendo in tanti.

Purtroppo sì è possibile. Sta accadendo, e il numero di donne morte per mano di marito, partner, ex, sono in costante aumento.

Consiglio la lettura dei dati sul femicidio , raccolti da Anna Pramstraler ed altre della Casa delle Donne di Bologna, ricavati dai soli fatti riportati dalla cronaca ( e quindi presumibilmente sottostimati rispetto al dato reale)

Piu’ aumenta l’autonomia femminile e più estrema pare diventare la violenza sulle donne.

La violenza alle donne è un’emergenza che ha radici profonde, nella cultura, nell’educazione, nelle risposte date sino ad ora, la soluzione quindi non puo’ essere riposta solo nella previsione di un aumento di pene.

Prevedere il reato di stalking è stato importante ma non basta, bisogna saper vedere la violenza, avere consapevolezza della sua gravità e delle sue conseguenze, ascoltare le vittime, valutare i fattori di rischio, informarle, metterle in sicurezza, adottare misure cautelari, procedere a incidente probatorio e andare a giudizio immediato.

Tra la denuncia (erano denunce e non condanne nel caso riportato dalla stampa) e il processo spesso trascorre troppo tempo (le denunce risalgono allo scorso anno e il processo si sarebbe tenuto in ottobre) .

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Il mondo scritto delle donne

Una mia amica scrittrice mi ha inviato una foto, io ho ripreso alcuni suoi versi insieme a quella foto, preghiera silenziosa.

Un augurio speciale anche da parte mia, non importa se non sono una grande credente…

Giovanna Corchia

 

Versi che avvicinano come mani che si congiungono

Parole e gesti silenziosi: Preghiere di Maria Rosaria Valentini

 

Talvolta basta un nulla

per sentirsi, non dico amati, ma

almeno considerati.

Allora non ci si sente bene, ma meglio.

Ed è abbastanza.

Fermati

dove io sono

perché nulla si perda

nel guscio asciutto

dell’abitudine.

Portami

come mallo

fra le tue dita.

Sillabe per una madre

 

Grazie per ogni tazza di te,

per ogni goccia di miele affidata a uno smilzo cucchiaino.

Grazie per la zuppa di pane e latte:

la detestavo, ma tu mi imboccavi convinta.

Grazie per l’odore del ragù preparato con cura,

la domenica mattina.

Grazie per le sottili lenzuola di lino:

lì ricamavi il profumo delle fresie, sognando i miei sogni.

Grazie per i tuoi denti e i tuoi capelli.

Grazie per le favole.

Raccontavi di sera:

bisbigliavi la storia del gatto,

la filastrocca di un mandarino,

il dramma lento di una pecora spaurita.

Grazie per il piccolo tavolo pieghevole dove iniziai a seminare vocali.

Grazie per aver avuto il coraggio di un soldato… tu eri solo una bianca margherita.

Grazie per aver accettato la tua vita.

Grazie per il nome che mi hai dato.

Eppure sono molte le parole che non ci siamo mai dette.

Peccato non aver spartito sillabe da cucire insieme,

da mangiare a fette, come una torta di fragole e ricotta.

Sappi che – negli sbuffi del silenzio – ne ho inventate alcune.

Solo per me.

E sempre parleranno di te.

Ora per ora

Il giorno va vissuto ora per ora

minuto per minuto

o è perduto

disperatamente.

Il tempo fugge e fuga

ogni futura attesa

e l’attimo è prezioso.

Delude sì, la vita,

ma va presa.

(Amerigo Iannacone)

Maria Rosaria Valentini nasce in Italia a San Biagio Saracinisco nel 1963. Si laurea in germanistica a Roma, presso l’Università “La Sapienza”. Nel 1989 è ospite dell’Ateneo bernese grazie ad una borsa di studio  in Storia dell’Arte. Nel 1995 esce un’altra favola da raccontare, raccolta di racconti per l’infanzia. Nel 2000 scrive i testi per “Sequenza”, libro interamente dedicato al corpo femminile e realizzato insieme alla pittrice A.Lyn. Successivamente la sua plaquette di poesie “Sassi muschiati”diventa libro dell’anno della Fondazione Schiller per il 2003. I racconti “Nomi Cose Città Fiori” (2003) guadagnano una menzione speciale al premio europeo di narrativa Giustino Ferri – D.H. Lawrence. L’anno seguente la scrittrice viene invitata alle Giornate Letterarie di Soletta.

“Quattro mele annurche” è un libro scritto con cura stilistica e voglia di poesia. Un libro vicino all’universo femminile: fragile, profondo,rilucente. Quattro mele annurche. Quattro come le protagoniste. Nella postfazione di Domenico Bonini si dice che quattro è il numero perfetto: quattro sono i lati del quadrato, quattro i bracci della croce, quattro i punti cardinali, gli elementi, le stagioni e le fasi lunari. Le “annurche” sono state le prime mele ad apparire sulla terra. Rotonde, rosse e dolci. Come il libro. E in certi tempi c’è bisogno di cose rotonde, rosse e per fortuna dolci.

Pavia 23 dicembre 2009

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Donne in movimento

PROGETTO NAUSSA E ARCILESBICA MEDITERRANEA BARI
Insieme nella preparazione dell’ incontro con
 Don Franco Barbero a Bari l’11-12 maggio

 

Si inaugura così nel capoluogo pugliese una nuova stagione di confronto sulla tematica “Omosessualità e Spiritualità”, invitando Don Franco Barbero a presentare il suo libro “Omosessualità e Vangelo”: un’occasione  per chiarire alcuni punti fondamentali del messaggio evangelico rispetto ad una questione così tanto dibattuta…

Per Progetto Naussa – Laboratorio Lesbico di Spiritualità – è un punto forte di arrivo, dopo due anni di impegno nel cercare di prospettare una via ‘spirituale’ più autentica e ’nostra’ ed aprire così spazi di dialogo con alcune donne lesbiche di Bari, quelle mostratesi più interessate all’argomento. Questo purtroppo – urge sottolineare – non è diventato così ‘ostico’, a causa dello Spirito Santo! – permettetemi l’ironia intrinseca nel gioco di parole -, ma a causa delle posizioni storiche e formali delle gerarchie cattoliche, nonché della protratta assuefazione popolare a standard educativi e culturali impartiti. Comunque, accolliamoci tutte e tutti la responsabilità storica di questo divario, e cerchiamo di rimetterci in cammino verso la Verità.
Oltre il punto di arrivo, torna ad essere, questo, un punto di partenza per gli sviluppi che questa iniziativa sta già provocando in noi, ora , mentre ci affaccendiamo a prepararla, e, successivamente, come frutto dell’elaborazione di questa esperienza di confronto tra noi, donne lesbiche credenti e non, gli altri e le altre partecipanti e don Barbero.
Ne risulterà un’ulteriore impegno in questo senso per Progetto Naussa – salute della sottoscritta permettendo!
In fase di preparazione, stiamo registrando tanto entusiasmo e confronto dentro Arcilesbica, per le motivazioni e le modalità con cui procedere. Devo ricordare che in questo lavoro siamo affiancate anche dalla collaborazione del gruppo cristiani omosessuali Rosa di Gerico e Biblioteca Vivente. I contributi che ne vengono, in fase di preparazione dell’evento, sono tanti e, certamente, nell’incontro con esperienze e vissuti diversi, non possiamo che celebrare la gioia di stare insieme, approfondire la conoscenza reciproca e quindi far qualcosa che possa rendere questa vita, già così difficile e aspra, un po’ più gioiosa e solidale!

L’impegno primario di Progetto Naussa è ora risolvere l’apparente e millantata distanza-incompatibilità tra dimensione spirituale e vita lesbica, chiarendo tanto per iniziare, l’infondatezza della condanna ‘spirituale’ proprio a partire dal vangelo stesso, dove non compare alcuna esplicitazione in questo senso…. Al contrario, da un’attenta lettura, che chiunque può fare, emerge sempre e chiaramente solo un fatto da parte di Gesù :
la sua assoluta determinazione a rompere pregiudizi e categorie umane, per affermare un solo principio, quello dell’amore incondizionato.

L’incompatibilità non sussiste tra essere ‘spirituale’ o essere omosessuali/lesbiche o quello che si vuole…, ma tra l’essere amorevoli e solidali da un lato e dall’altro – all’opposto! – l’essere offensive/vi e violente/ti. A questo punto chi è in difetto per primo è proprio chi pretende di essere l’erede formale di quel Gesù, così ricco nel Cuore, quanto povero nell’esteriorità.  Progetto Naussa sostiene la necessità di fare una differenza tra Vita di Gesù e pratica cattolica apostolica e romana… esortare a usare il senso critico per non perdere il tesoro più grande racchiuso nella Spiritualità : l’unica vera inesauribile fonte di Energia e di guarigione dalle nostre più profonde e radicate sofferenze, dai nostri vizi, non di sesso, ma di mente, dai nostri pensieri inutili e violenti, egoisti e prepotenti. A questi veri mali solo l’Amore Giusto può porre rimedio: questa è l’unica ‘fede’ che può avere un senso e un’utilità, questa è la vera spiritualità, una spiritualità che migliori la qualità della nostra vita, ci renda più leggere/ri, la vera ‘rissurrezione dei corpi nei corpi… un inizio!’

“Il Regno è qui e non lo vedete”… diceva Gesù, esortandoci ad andare oltre le mere apparenze… a cogliere l’Invisibile nel visibile, la ‘parte’ spirituale in noi stesse/si, e il ‘significato’ spirituale in tutto il resto.

Dal vangelo gnostico di Maria (vangelo giudicato eretico dai cattolici e da loro.… fatto sparire!, fin quando non ne furono ritrovati alcuni frammenti a fine ottocento – Papiro di Berlino, 1896), vi propongo una riflessione sul seguente passo:

Ciò detto il Beato li salutò tutti e disse: “La pace sia con voi! Abbiate la mia pace!  STATE ALL’ERTA PERCHE’ NESSUNO VI INGANNI CON LE PAROLE…vedete qui o vedete là. Il figlio dell’uomo è infatti dentro di voi. Seguitelo, chi lo cerca lo trova. Andate dunque e predicate il vangelo del regno.  NON HO EMANATO ALCUN PRECETTO ALL’INFUORI DI QUELLO CHE VI HO STABILITO; NE’ VI HO DATO  ALCUNA LEGGE, COME UN LEGISLATORE, AFFINCHE’ NON VI CAPITI DI NON ESSERE CAPITI”
Ciò detto se ne andò.
……….
Essi rimasero tristi e piangevano forte.
S’alzò Maria e disse “non piangete, la sua grazia sarà con voi tutti e vi proteggerà”………… Così dicendo Maria volse al bene la loro mente……

Tratto da ‘Tutti gli Apocrifi del nuovo Testamento’ a cura di L.Moraldi, ed. Piemme

E ora vi attendo sul sito di Progetto Naussa, per aggiornamenti sui lavori o, meglio ancora a Bari, perché no? di persona, in occasione delle nostre iniziative. Per ulteriori dettagli:

INFO:   Progetto Naussa   www.naussa.altervista.org  
        

 

 

 persone1

Complimenti a Gruppo Ecumenici e agli amici di Maurizio Benazzi per le tantissime firme raccolte per l’abolizione della pena di morte in Iran contro il mondo LGBT: rispettivamente 2 e 3 recruiter internazionali

 

 

Marinella Pepe

 

LA PRATICA

DELLA DISTINZIONE

Uno studio sull’associazionismo

delle donne migranti

 
“Generazioni”  – pp. 290 – euro 15,00
 

In un contesto epocale di profondi e irreversibili cambiamenti un ruolo decisivo è svolto dalle migrazioni transnazionali, le quali intervengono ridisegnando gli equilibri globali e gli assetti locali. In particolare, tre processi si intrecciano articolando ancora di più lo scenario: la femminilizzazione dei flussi migratori; l’emergere crescente del ruolo della società civile; il protagonismo esercitato dai nuovi arrivati, che nella pratica associativa danno saggio di creatività e di capacità di autorganizzarsi. Il testo si sofferma su tali questioni, mettendo in luce i risultati relativi alla ricerca sull’associazionismo delle donne migranti. Lo studio empirico – condotto partendo da una cornice teorica sul tema ed eleggendo quale prospettiva d’analisi privilegiata il modello di Pierre Bourdieu, così come proposto ne La distinzione – ha preso in esame, grazie ad un approccio biografico, le modalità attraverso le quali la pratica associativa viene tematizzata dalle migranti stesse. Dallo studio emerge come un diverso capitale biografico dia corpo a esperienze associative profondamente distinte per contenuti e per obiettivi (le Streghe, le Fate, le Nomadi, le Tessitrici). Desiderio di cura e bisogno distintivo, poi, accomunano i diversi vissuti, configurando la pratica associativa come un’esplicita risorsa di senso in un’epoca di legami deboli.

 

Marinella Pepe, assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Scienze dell’educazione dell’Università di Roma Tre, è dottore di ricerca in Servizio sociale. Si occupa di processi culturali e migratori, laicità e dialogo interreligioso; su queste tematiche ha pubblicato saggi in riviste scientifiche. Ha curato, insieme a C.C. Canta, Abitare il dialogo. Società e culture dell’amicizia nel Mediterraneo (F. Angeli 2007).

 

 

Indice

 

Prefazione, di C.C. Canta

 

1. Introduzione

 

I. UNO SGUARDO TEORICO

2. Dalla crisi al kairòs. 3. Dinamiche migratorie

 

II. DENTRO LA RICERCA

4. Il disegno della ricerca. 5. Questioni di metodo. 6. L’oggetto della ricerca.

7. Il modello teorico di Pierre Bourdieu

 

III. LA PRATICA DELLA DISTINZIONE

8. L’associazionismo delle donne migranti: uno sguardo introduttivo.

9. Gli aspetti convergenti . 10. Gli snodi nei percorsi di vita. 11. Le tipologie associative

 

IV. conclusioni

12. Un universo multiforme

 

Riferimenti bibliografici e sitografici

 

Edizioni Unicopli, via Festa del Perdono 12, 20122 Milano

tel. 02/42299666, redazione@edizioniunicopli.it

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Le poesie e le lotte delle donne

Dorothee Soelle

Noi vediamo sempre solo due vie
scappare o la vendetta
farsi umiliare o rendersi grande
essere presi a calci o prendere a calci.

Gesù, hai percorso una via diversa
hai combattuto, ma senza armi
hai sofferto, ma senza confermare l’ingiustizia
sei stato contro la violenza non usando violenza per combatterla.

Noi vediamo sempre solo due vie,
essere senza fiato o strangolare un altro
avere paura o spargere paura
essere preso a botte o prendere a botte.

Tu hai tentato una terza via
e i tuoi amici l’hanno portato avanti
si sono fatti incarcerare
hanno fatto sciopero di fame
hanno allargato lo spazio d’azione.

Noi percorriamo sempre solo le vie già sperimentate
ci adattiamo ai metodi di questo mondo
essere derisi e poi deridere
prima gli altri e poi noi stessi.

Cerchiamo una nuova via
abbiamo bisogno di più fantasia di quella di un esperto dell’industria bellica
abbiamo bisogno di più furbizia di quella di un mercante di armi
sfruttiamo l’effetto sorpresa per una via mai conosciuta prima
e la vergogna che si nasconde in ognuno di noi.

La teologa Solle, tremendamente scomoda per molti

La teologa Solle, tremendamente scomoda per molti

 

Insegnaci, o Dio, a diventare minoranza,

in un paese troppo ricco, troppo xenofobo

e troppo ossequioso verso i militari.

Allineaci alla tua giustizia e non alla maggioranza,

preservaci dal desiderio eccessivo di armonia

e dagli inchini di fronte ai grandi numeri.

Guarda quanto siamo affamati della tua chiarezza.

Dacci degli insegnanti e delle insegnanti,

non soltanto conduttori televisivi

preoccupati dell’audience.

Guarda quanto siamo assetati della tua guida,

quanto vogliamo sapere quel che conta veramente.

Affratellaci/assorellaci con coloro che non hanno alcuna difesa,

alcun lavoro e alcuna speranza;

con coloro che sono troppo anziani o troppo

poco esperti per essere impiegati.

O sapienza divina, mostraci la felicità

di coloro che hanno voglia della tua legge

e che la meditano giorno e notte.

Essi sono come un albero piantato

Vicino all’acqua fresca.

Portano frutto al tempo dovuto.

Nata a Colonia nel 1929, si è laureata a Friburgo e a Gottinga in Filologia classica, in Filosofia, in Teologia e in Letteratura tedesca. Nel 1972 è stata abilitata all’insegnamento nell’Università di Colonia con una tesi di dottorato sui rapporti fra letteratura e Teologia dopo l’Illuminismo. In seguito è stata abilitata all’insegnamento anche alla Facoltà di Teologia evangelica dell’Università di Magonza. Dal 1975 al 1987 ha insegnato allo „Union Theological Seminary“ di New York. Nel semestre invernale 1987/88 è stata professore-ospite alla „Gesamthochschule“ di Kassel. Era sposata con un teologo americano Fulbert Steffensky: ha avuto due figlie e viveva come scrittrice e pubblicista free-lance ad Amburgo. E’ deceduta nel 2003. Nota ovunque per le sue posizioni femministe, è stata sempre una protagonista del movimento pacifista e ecologista a cui offriva le sue analisi taglienti e una speranza forte per un mondo migliore.

La sua bibliografia è vastissima e tradotta in molte lingue. In italiano sono state tradotte: Fantasia e obbedienza (1970), Rappresentanza (Queriniana 1970), I dieci comandamenti (Queriniana 1970), Sofferenza (Queriniana 1976), La pazienza rivoluzionaria. Meditazioni politiche (1977), Il ruolo sociale della religione – Saggi e conversazioni (Queriniana 1977) Teologia politica (Morcelliana 1982), Scegli la vita! (Claudiana 1984), Per lavorare e amare (Claudiana 1990), Teologhe femministe nei diversi contesti, in CONCILIUM, Brescia, (Queriniana, 1998)

Le sue opere fondamentali „Il pianto silenzioso: misticismo e resistenza“, „Contro la guerra“, „La disobbedienza creativa“ non risultano pubblicate da nessuna casa editrice in Italia. „Troppo“ scomoda e ribelle? Anche per la casa editrice Claudiana?

Un albero di fico

Ancora il nostro albero non porta alcun frutto,

ancora rispediamo indietro i senza patria,

non lasciamo lavorare le lavoratrici,

ancora forniamo ai torturatori

tutto ciò di cui necessitano

e strozziamo la gola ai più poveri,

affinché anche il loro grido non ci disturbi.

Ancora Dio aspetta invano,

ancora il nostro tempo sta nelle mani dei potenti,

che gettano veleno nei nostri fiumi,

ci fanno trovare roba divertente sugli schermi della tv,

immettono metalli pesanti nel nostro cibo

e infondono paura nel nostro cuore.

Ancora non gridiamo abbastanza forte.

Per quanto ancora Dio ?

Per quanto ancora tu guarderai tutto questo

senza abbattere il tuo albero di fico ?

Ancora non abbiamo imparato a ravvederci/tornare indietro.

Ancora piangiamo raramente.

Ancora…

————–

Io il tuo albero

Non tu devi risolvere i miei problemi,

bensì io debbo risolvere i tuoi,

o Dio di coloro che cercano rifugio.

Non tu devi saziare gli affamati,

ma io debbo accudire i tuoi figli,

proteggerli dal terrore delle banche e dei militari.

Non tu devi fare posto ai rifugiati,

ma io debbo accoglierli.

O tu, Dio, dei miseri.

Tu mi hai sognato, o Dio,

come vivo la natura ritta,

come imparo ad inginocchiarmi,

più bella di quanto sia adesso,

più felice di quanto osi essere,

più libera di quanto ci sia lecito.

Non smettere di sognarmi, o Dio.

Io non voglio smettere di ricordarmi

Che sono il tuo albero,

piantato lungo i corsi d’acqua della vita.

 

Diritti umani

L’8 marzo 1857 a New York, centinaia di operaie delle aziende tessili manifestarono per ottenere migliori condizioni lavorative, riduzione dell’orario di lavoro e parità di diritti tra uomini e donne. Cinquantuno anni dopo, l’8 marzo 1908, 15 mila operaie tessili marciarono di nuovo a New York chiedendo, questa volta, il diritto di voto, la chiusura definitiva delle cosiddette “fabbriche del sudore” e l’abolizione del lavoro minorile. Oggi la Giornata internazionale delle donne è ricordata in tutto il mondo, è celebrata dalle Nazioni Unite e in molti paesi è considerata festa nazionale.
Nell’ultimo secolo lo scenario relativo ai diritti delle donne è mutato drasticamente. Sono diventate protagoniste attive dei processi decisionali e hanno realizzato passi significativi verso l’eguaglianza economica. A livello globale esistono trattati giuridicamente vincolanti che proteggono e promuovono i loro diritti.

Tuttavia le donne continuano a essere vittime di violenza, in particolare violenza sessuale, diffusa in modo preoccupante.

In tempo di guerra, sono spesso considerate veri e propri obiettivi militari. Si stima che, durante il conflitto armato in Sierra Leone (1991-2002), almeno una donna/ragazza su tre abbia subito uno stupro o altre forme di violenza sessuale, da parte di tutti i principali attori degli scontri: forze governative, combattenti civili e fazioni armate avversarie.

La violenza sessuale è anche strettamente collegata al circolo vizioso che si crea tra povertà e insicurezza. A Haiti, per esempio, molte ragazze non possono permettersi di pagare le tasse scolastiche e sono quindi costrette a sottostare ad abusi sessuali e violenze in cambio di regali o soldi per garantirsi l’istruzione. Altre rimangono vittime di violenza sessuale mentre percorrono strade poco o per nulla illuminate.

LE DONNE ARTEFICI DEL CAMBIAMENTO.

Sebbene nel mondo dilaghino l’insicurezza e la violenza contro le donne, sono proprio loro che, superando enormi ostacoli, hanno ottenuto cambiamenti positivi per l’intera società. In Liberia, le donne che hanno combattuto come bambine-soldato stanno ora lavorando affinché tutte coloro che hanno subito violenza durante i conflitti armati (1989-1997 e 1999-2003) ottengano giustizia. Si stima che le donne rappresentassero oltre il 30 per cento delle forze armate. Durante il conflitto, Florence Ballah e Jackie Redd sono state portate via dalle loro abitazioni e hanno combattuto per fazioni rivali, adesso si sono unite e lottano per fare in modo che le donne della Liberia abbiano una vita migliore.

In Nepal, la violenza sulle donne è un fenomeno molto diffuso sebbene, a seguito della caduta della monarchia nel 2006, alcuni cambiamenti positivi siano avvenuti, soprattutto per quanto riguarda la presenza femminile nella sfera pubblica. Le donne che lottano in difesa dei diritti umani e contro ogni forma di violenza però sono ancora vittime di molestie e intimidazioni da parte di attori statali e non.

In Iran, le attiviste della Campagna per l’uguaglianza lottano perché venga messa fine alla discriminazione legale delle donne. Sono spesso vittime di attacchi da parte del governo: nel 2008, Parvin Ardalan, Nahid Keshavarz, Jelveh Javaheri e Maryam Hosseinkhah sono state condannate a sei mesi di carcere. Dal 2006 oltre 50 attiviste sono state detenute dalle autorità e a molte è stato vietato di lasciare il paese. Nonostante ciò, la loro lotta per il cambiamento continua.

In ogni paese donne coraggiose e determinate lavorano per costruire un mondo migliore. Le loro voci devono essere ascoltate. Il loro contributo deve essere riconosciuto e incoraggiato. Le violazioni dei diritti umani non possono essere fermate senza un’attiva partecipazione di chi ha subito in prima persona la violenza.

L’8 marzo aggiungi la tua voce a quella di Amnesty International. Firma perchè i diritti delle donne in Grecia, Venezuela, Haiti, Messico e Sudafrica siano rispettati!

Firma tutti gli appelli della campagna: http://www.amnesty.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/497/P/100

 

Clara Ragaz Nadig

(Ecumenici) Donna impegnata in favore della Pace e della Libertà nel mondo, nata a Coira (CH) nel 1874 ha continuato intrepida la sua preziosa testimonianza a Zurigo fino al 1957, anche dopo la scomparsa di Leonhard Ragaz, il suo compagno-marito per circa 60 anni. Pace e politica sono state per Lei il senso radicale di una vita contro l’ingiustizia, il militarismo e le guerre. Ha sempre concepito tutto questo come autentica sequela di Gesù. I comitati femminili della Lega internazionale delle donne hanno sostenuto le sue lotte per tantissimi decenni. Studiò Letteratura e Teologia evangelica e a chi le chiedeva chi fosse, rispondeva secca:

„Ich bin was ich bin” (Sono ciò che sono)

“… Gesù non ci insegna a pregare:” Prendi noi nel tuo regno “, ma” venga il tuo regno, per noi. “… e i criteri del regno di Dio sono una piena tensione di polarità: la libertà, l’autonomia, la veridicità, la dignità, l’amore di Dio, la giustizia, la solidarietà e la fratellanza degli esseri umani. Il regno di Dio è pacifico, non violento mentre l’impero mondiale ingiusto, disonesto e violento.“

 

Di quanti 8 marzo avremo ancora bisogno?
Di Normanna Albertini
Carissimi preti, pastori, imam, monaci, uomini tutti di qualsiasi religione, vorrei, se riuscite, voi che vi ergete a difensori della famiglia, voi che avete fatto della madre e della maternita’ un’icona sacra, ma che non riuscite ancora a concepire la donna come semplice compagna di viaggio, vorrei che rifletteste sul perche’ c’e’ ancora bisogno di una festa della donna.
Da “La Repubblica” di oggi [6 marzo 2009], una notizia giusta per festeggiare l’8 marzo: “Imbarazzo, rabbia, dolore, pieta’, ma anche una sola incrollabile certezza: ’Abortire e’ peccato. Sempre’. Queste le prime reazioni ’a caldo’ colte in Vaticano alla notizia che la Chiesa cattolica brasiliana ieri ha scomunicato i medici che qualche giorno fa hanno autorizzato l’aborto ad una bambina di 9 anni rimasta incinta in seguito alle violenze sessuali subite dal patrigno da quando aveva 6 anni.
’E’ una tragedia grandissima, specialmente per quella povera bambina, ma la pena della scomunica andava sanzionata perche’ lo prevede espressamente il Codice di Diritto Canonico di fronte ad un palese caso di aborto procurato’, spiegano riservatamente alla Pontificia Accademia per la Vita”.
Ancora notizie di questi giorni, cioe’: “non notizie”, perche’ quando non si tratta di rumeni, la violenza sulle donne perde di “valore”: “Stupri e violenze da persone conosciute: Carini (Palermo), maltrattamenti ad una donna da parte del figlio; Firenze, sette fiorentini accusati per lo stupro di gruppo avvenuto qualche tempo fa, nessun arresto; Cremona, un uomo – amico di famiglia – accusato di molestie ad una ragazza; Benevento, un uomo e’ stato accusato di aver stuprato per due anni una ragazzina che si e’ suicidata all’eta’ di 16 anni; Milano, violenta la figlia quattordicenne della sua compagna”.
Cultura? Si’, una cultura di violenza e sopraffazione che, a quanto pare, nemmeno l’atteggiamento di Cristo nei confronti delle donne, cosi’ diverso dal suo tempo e anche dai nostri tempi, e’ riuscito a cancellare completamente.
“Dalla donna ha avuto inizio il peccato, per causa sua tutti moriamo” (25, 24). Il libro del Siracide e’ stato scritto da un grande teologo, da un grande filosofo e da un grande letterato. Cultura dell’epoca. Continua, il Siracide: “E’ meglio la cattiveria di un uomo che la bonta’ di una donna, una donna che porta vergogna fino allo scherno” (42, 14). E Qoelet, termine che indica il “predicatore”, anch’egli un teologo, afferma ispirato che: “Un uomo su mille l’ho trovato, ma una donna fra tutte non l’ho trovata” (7, 28). Sempre Siracide insegna: “Una figlia e’ per il padre un’inquietudine segreta, la preoccupazione per lei allontana il sonno, nella sua giovinezza perche’ non sfiorisca, una volta accasata perche’ non sia ripudiata, finche’ ragazza si teme che sia sedotta e che resti incinta nella casa paterna, quando e’ con un marito che cada in colpa, quando e’ accasata che sia sterile” (42, 9-10).
Quando si parla di radici giudaico-cristiane, noi donne dobbiamo ricordare che significano anche questo. Siamo merce dell’uomo, uteri, forza-lavoro; nient’altro. E bugiarde, inaffidabili.
L’unica volta che Dio ha parlato a una donna e’ a Sara, la moglie di Abramo, quando le ha detto che il marito cosi’ vecchio avrebbe avuto un figlio da lei. Sara si scompiscia dalle risate. “Figurati, mio marito e’ vecchio, io ormai sono rinsecchita, come posso avere un figlio?”. Il Padre eterno si rivolge a Sara e dice: “Hai riso!”. “No, non ho riso”. Una bugia. Dio non parlera’ mai piu’ alle donne e da questa bugia di Sara nel trattato giuridico di Israele viene fuori che la donna non e’ credibile come testimone perche’ e’ tendenzialmente bugiarda.
E se il Corano va preso alla lettera, nonostante le nuove legislazioni sul diritto di famiglia di alcuni paesi musulmani, per le donne la completa parita’ con l’altro sesso e’ ben lungi da venire: Sura IV An-Nisa’ (Le Donne), 34: “Gli uomini sono preposti alle donne, a causa della preferenza che Allah concede agli uni rispetto alle altre e perche’ spendono [per esse] i loro beni. Le [donne] virtuose sono le devote, che proteggono nel segreto quello che Allah ha preservato. Ammonite quelle di cui temete l’insubordinazione, lasciatele sole nei loro letti, battetele. Se poi vi obbediscono, non fate piu’ nulla contro di esse. Allah e’ altissimo, grande”.
Come si vede, la prevalenza dell’uomo dipende dalla volonta’ di Dio e dall’ordine sociale. Se la donna non si sottomette all’uomo, questi prima la rimprovera, poi interrompe i rapporti intimi con lei e alla fine passa alle botte. Se la donna pero’ si sottomette non deve essere piu’ maltrattata.
Vi prego, preti, pastori, imam, monaci, uomini tutti di qualsiasi religione: smettetela di preoccuparvi dei nostri peccati di donne, delle nostre povere anime che non volete dannate all’inferno. Preoccupatevi dei crimini, degli orribili reati che coloro che dovrebbero esserci compagni vanno diffondendo per il mondo. Pregate per le vostre e le loro anime. Noi, le donne, siamo state le uniche disposte a morire con Cristo, le uniche sotto la croce.
Davvero pensate che abbiamo bisogno di voi come tramite con Dio? Davvero pensate che una bambina violentata di soli nove anni sia una peccatrice se, per non morire, abortisce? Di quanti otto marzo ci sara’ ancora bisogno?
——————————————–

La newsletter informa che oggi è stato effettuato un primo bonifico bancario on line di Euro 80,00 – in favore della Chiesa Battista di Milano – per il gruppo che si occupa nelle carceri delle persone transgender. Questa newsletter non ha orgogliosamente nessun otto per mille da difendere e/o da gestire (cattolico o protestante) e nessun contributo privato libero che non sia finalizzato a scopi sociali. Questo è IL NOSTRO BIGLIETTO DA VISITA della nostra attività formativa e informativa indipendente.
SOLI DEO GLORIA!

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La violenza vinta solo dall’amore

Ringraziamo Alberto per la testimonianza che ci propone come antitesi radicale alle logiche di violenza imperanti in questi giorni in Medio Oriente.

Ricevo e inoltro. Alberto Milazzo

TESTIMONIANZE. MARINO PARODI INTERVISTA SUOR EMMANUELLE (2008) [Dal sito della Libreria delle donne di Milano (www.libreriadelledonne.it) rirpendiamo la seguente intervista apparsa su “Club3”, anno XX, n. 11, novembre 2008 col titolo “Una vita accanto ai piu’ poveri”]

L’hanno ribattezzata la “Madre Teresa del Cairo”, figura alla quale viene sovente accostata.
In effetti, suor Emmanuelle e’ per tanti Paesi in via di sviluppo, a cominciare dall’Egitto, cio’ che Madre Teresa e’ stata per l’India.
Francese di origine, anche se la madre e’ belga, suor Emmanuelle Cinquin e’ una straordinaria figura di religiosa e di donna. Icona francese della solidarieta’ e del sostegno ai poveri, si e’ spenta, il 20 ottobre, nella casa di riposo in cui viveva. Il 16 novembre avrebbe compiuto cento anni.
Figura di primissimo piano nel campo della spiritualita’ mondiale, e’ stata un’affascinante “grande vecchia” lucida fino all’ultimo respiro. In mezzo alla tragedia delle bidonville africane, suor Emmanuelle ha fondato scuole, ricoveri, ospedali e centri di formazione professionale. Ha mobilitato cattolici, ortodossi, musulmani, nonche’ molti uomini di buona volonta’, formando eserciti di volontari e creando tante associazioni allo scopo.
Come se tutto cio’ non bastasse, l’infaticabile religiosa e’ stata pure un’apprezzata giornalista, nonche’ una gettonata conferenziera pronta a saltare su un aereo per testimoniare il suo impegno e la sua fede in ogni luogo.
Abbiamo incontrato suor Emmanuelle nel Sud della Francia nella casa di riposo in cui viveva dal 1993. Questa e’ la sua ultima intervista rilasciata a “Club3”.
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– Marino Parodi: Dove ha trovato la forza per il suo impegno a favore del prossimo?
– suor Emmanuelle: Le do la stessa risposta che diedi a un giornalista, il quale, intervistandomi, mi chiedeva come potessi sopportare l’inferno delle bidonville, restando sempre cosi’ serena, addirittura felice. Ebbene, l’amore e’ piu’ forte della morte, piu’ forte del denaro, della vendetta e del male: alla base della mia missione vi e’ sempre stata questa consapevolezza. Non a caso, nelle mie bidonville ho sempre incontrato piu’ sorrisi e gioia di quanti ne abbia trovati ovunque in Europa e in America.
Ho viaggiato a lungo in tutti e cinque i continenti: nei Paesi devastati dalla guerra, dalla fame, dalla violenza, dalla prostituzione. Ebbene, dovunque ho incontrato donne e uomini capaci di lavorare per la pace e l’amore, malgrado tutto. Dovunque imperversasse la violenza, ho assistito alla fioritura della vita. Persino negli angoli piu’ bui non mancavano mai oasi di Paradiso e cio’ proprio in virtu’ dell’amore.
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– Marino Parodi: Qualcosa mi dice comunque che lei ha pure un segreto da svelarci al riguardo…
– suor Emmanuelle: Si’, qualunque sia l’inferno nel quale siamo precipitati, e’ sempre possibile uscirne. Non solo: e’ persino possibile creare un paradiso sulla terra, benche’, naturalmente, non sara’ mai perfetto come quello che ci attende in Cielo. Basta smettere di preoccuparsi per se stessi per dedicarsi agli altri, sorridendo e donando loro la gioia. Ecco che la nostra vita diventera’ piu’ interessante e felice. Io corrispondo tuttora con donne e uomini di tutto il mondo. Molti mi fanno sapere quanto soffrono, sentendosi imprigionati in un’esistenza che a loro pare priva di significato. Al che io rispondo con questo messaggio: davvero non avete ancora compreso che la vostra felicita’ dipende da voi? Non da vostra moglie, ne’ da vostro marito, ne’ dalla bellezza o dalle dimensioni della vostra casa, ne’ dalla vostra carriera, ne’ dal vostro stipendio. Dipende soltanto da noi, dal nostro atteggiamento nei confronti della vita, dalla nostra capacita’ di ascoltare il prossimo, in una parola sola: dal nostro cuore. Sa che le dico, sulla base della mia esperienza di tanti anni di condivisione fraterna della vita di tanti poveri? Non ho mai incontrato donne e uomini piu’ felici dei miei amici delle bidonville. Prendiamo, ad esempio, l’emancipazione femminile che abbiamo conosciuto in Occidente.
Sicuramente un grande passo avanti. Tuttavia, se guardiamo alle donne del nostro Occidente moderno o postmoderno, constatiamo che esse godono si’ di margini di liberta’ per lo piu’ sconosciuti a tante donne del globo, sconosciuti del resto pure alle loro madri, nello stesso Occidente, cio’ nonostante nella stragrande maggioranza dei casi non sembrano ne’ felici ne’soddisfatte.
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– Marino Parodi: Mentre nel Terzo mondo la situazione e’ diversa?
– suor Emmanuelle: In linea generale, direi proprio di si’. Non dimentichero’ mai, al riguardo, un’esperienza straordinaria che vissi diversi anni fa in Senegal. Mi trovavo in una capanna coi muri di cartone, in compagnia di un gruppo di donne le quali mi raccontavano in tutta tranquillita’ che, non disponendo di un lavoro, si arrabattavano raccogliendo un po’ di frutta e di verdura da vendere al mercato. Eppure, durante tutta la durata del mio soggiorno, quelle donne non cessarono un solo istante di sorridere e di divertirsi. Davvero mi sono sembrate le donne piu’ felici del mondo. Tutto cio’ e’ dovuto alla fede sincera degli africani in Dio che e’ amore, un Padre a cui la felicita’ dei suoi figli sta veramente a cuore.
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– Marino Parodi: Suor Emmanuelle, non di rado lei e’ stata al centro di iniziative clamorose, vero?
– suor Emmanuelle: Lei si riferisce, immagino, alla lettera aperta da me indirizzata una quindicina di anni orsono al nostro beneamato Giovanni Paolo II…
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– Marino Parodi: Si’, proprio a quella. Vogliamo brevemente spiegare di che cosa si tratto’?
– suor Emmanuelle: Si trattava di una lettera in cui invitavo l’allora Santo Padre ad autorizzare e financo a incoraggiare la distribuzione di strumenti contraccettivi in alcune regioni del globo particolarmente segnate da una certa ben nota malattia.
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– Marino Parodi: Questa non e’ stata certo l’unica sua iniziativa eclatante.
Vogliamo ricordarne un’altra, risalente piu’ o meno allo stesso periodo, particolarmente attuale in tempi come questi, in cui tanto si parla di Islam?
– suor Emmanuelle: Avevo organizzato una colletta per permettere a una piccola comunita’ musulmana di edificare un minareto. Sono contenta di averlo fatto e lo rifarei. Infatti, la preghiera e’ un diritto che va assolutamente riconosciuto a tutti. Conoscendo il mondo musulmano da ormai tantissimi anni, sono in grado di garantire che, al di la’ di ogni apparenza e delle paure di tanti occidentali, i fondamentalisti musulmani non sono in realta’ che una piccola minoranza. Invece i musulmani, nella stragrande maggioranza, sono assolutamente aperti al dialogo e all’amore nei confronti delle altre religioni, ne’ piu’ ne’ meno di quanto d’altra parte siano i cristiani autentici nei loro confronti.
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– Marino Parodi: L’ecumenismo e’ sempre stato, non a caso, un suo cavallo di battaglia…
– suor Emmanuelle: Sicuramente, a livello non solo teorico ma possibilmente anche pratico e questo gia’ in tempi, precedentemente al Concilio, in cui non era certo ancora di moda. Ho sempre ritenuto ogni religione ricca di luce e, per tornare ancora una volta all’Islam, non sono affatto d’accordo con coloro che pretendono di “convertire” i musulmani. Illudersi in tal senso non significa rendere un buon servizio ne’ alla fede cristiana ne’ all’Islam. Sarebbe come pretendere di sradicare un albero dalla sua terra.
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– Marino Parodi: Proprio grazie a questo amore senza frontiere per la famiglia umana lei e’ riuscita a scuotere tante coscienze in Occidente, realizzando imprese che nessuno sino a quel punto era riuscito ad attuare…
– suor Emmanuelle: Sia chiaro che io non mi attribuisco alcun merito, il quale caso mai va a nostro Signore nonche’ agli uomini (e soprattutto alle donne) di buona volonta’. Sono partita da una semplice constatazione di fatto, per scuotere le coscienze dell’opulento Occidente: l’egoismo dei ricchi e’ in fondo affar loro, ma come e’ possibile dirsi cristiani e mettersi a posto la coscienza andando a messa, davanti ai problemi del Terzo mondo? E’ inaccettabile. Leggiamo il Vangelo di Matteo: avevo fame e mi avete sfamato… Si tratta di decidersi ad amare il prossimo: soltanto cosi’ si realizza il cristianesimo. Con queste premesse, siamo allora riusciti a motivare tanti giovani di vari Paesi occidentali a condividere per qualche tempo la vita dei diseredati del Terzo mondo.
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– Marino Parodi: Varie associazioni da lei fondate offrono da decenni a chiunque di vivere la straordinaria esperienza di una “vacanza-volontariato” in diversi Paesi del Terzo mondo. Lei e’ da sempre una grande amica dei giovani…
– suor Emmanuelle: Certo, io amo moltissimo i giovani e le diro’ di piu’: la stragrande maggioranza di loro mi sembra assai piu’ aperta e solidale, nei confronti della sofferenza e in particolare dei poveri, di quanto lo fosse, in linea generale, la mia generazione. Oggi i giovani partono, zaino in spalla. Non hanno paura di nulla. Insomma sono meravigliosi i nostri giovani! Le ragazze, poi, se la sanno sbrigare ancor meglio dei ragazzi!
Dobbiamo veramente essere grati al Signore per il fatto di vivere in un’epoca in cui i giovani hanno compreso un punto essenziale: se vuoi vivere un’esistenza piena e autentica, non puoi far a meno di uscire da casa, varcare le frontiere.
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– Marino Parodi: E siamo giunti pure a un importante consiglio di suor Emmanuelle per mantenersi giovani…
– suor Emmanuelle: La maggior parte della gente vive ancora rinchiusa entro i limiti della propria testa, per cosi’ dire, ossia frequentano soltanto la propria famiglia e un ristretto gruppo di amici, leggendo un solo giornale, pochi libri, non andando al di la’ del proprio lavoro. Col risultato, appunto, di finire inscatolati in un piccolo mondo. Invece, i giovani d’oggi giungono alla nostra missione con una conoscenza dell’essere umano assai piu’ profonda di quella di cui disponevo alla loro eta’. Bene, mi permetto di fare una proposta a tutti i giovani, termine che certo non e’ da intendersi soltanto in senso anagrafico: andate a vivere per qualche mese in un villaggio del Terzo mondo, oppure condividete lo stesso periodo di tempo con una famiglia completamente priva di mezzi! Vi renderete ben presto conto di aver ricevuto assai piu’ di quanto abbiate dato.

3. MEMORIA. SUOR EMMANUELLE
[Dal sito http://www.santiebeati.it riprendiamo la seguente notizia del 21 ottobre 2008]

Suor Emmanuelle del Cairo (Madeleine Cinquin), Bruxelles, Belgio, 16 novembre 1908 – Callian, Francia, 20 ottobre 2008.
Nata a Bruxelles ma francese d’adozione, avrebbe compiuto cent’anni il 16 novembre prossimo. Conformemente alla sua volonta’, le esequie avranno luogo nel piu’ stretto riserbo. Una Messa di suffragio verra’ celebrata nei prossimi giorni a Parigi.
“L’Osservatore Romano” ricorda che nel 1971, quanto aveva 63 anni, suor Emmanuelle scelse di condividere la propria vita con quella degli straccivendoli del Cairo, e per tale motivo venne soprannominata la “petite soeur des chiffonniers”.
“Parlava in modo schietto, senza giri di parole, ed era questa una delle caratteristiche che la faceva amare da tutti”, sottolinea il quotidiano vaticano.
“Nella bidonville di Ezbet el-Nakhl, al Cairo, diede tutta se stessa per far costruire scuole, asili e ricoveri. L’associazione che porta il suo nome (“Asmae – Association Soeur Emmanuelle”), da lei fondata nel 1980, continua ad aiutare migliaia di bambini poveri in tutto il mondoî.
La religiosa lascio’ l’Egitto nel 1993, a 85 anni, e torno’ in Francia, stabilendosi nella comunita’ di Notre-Dame de Sion e dedicando il suo tempo alla preghiera e alla meditazione, senza abbandonare il sostegno a senzatetto e immigrati irregolari.
Laureata alla Sorbona, suor Emmanuelle insegno’ lettere e filosofia a Istanbul, Tunisi, Il Cairo e Alessandria.
Era anche scrittrice: il suo ultimo libro, J’ai cent ans et je voudrais vous dire, e’ stato pubblicato due mesi fa.
Il 31 gennaio scorso il Presidente francese Nicolas Sarkozy l’aveva elevata al rango di Grande ufficiale della Legion d’onore.
Secondo un recente sondaggio, ricorda “L’Osservatore Romano”, era la donna piu’ popolare e amata di Francia.
“Icona della solidarieta’ e del sostegno ai poveri e agli emarginati”: cosi’ il quotidiano vaticano ha ricordato questo lunedi’ suor Emmanuelle del Cairo, scomparsa all’eta’ di 99 anni.
Suor Emmanuelle, al secolo Madeleine Cinquin, si e’ spenta nella notte fra domenica e lunedi’ nella casa di riposo di Callian, nel Var, dove risiedeva.
Fonte: http://www.zenit.org

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