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La parola ad una lettrice

Ecumenici ringrazia Cris. : ci teniamo a precisare – visto che è capitato recentemente un caso di contestazione infondata con un problematico ufficio stampa metodista milanese– che tutti gli interventi sono pubblicati senza alcuna censura o “taglio” come segno di rispetto del nostro interlocutore e non vengono effettuate precisazioni. Chi ha gli strumenti dell’analisi e della critica li impiega in piena autonomia. Ognuno rimane libero di pensarla come meglio ritiene. Per favore non chiedeteci solo di usare appellativi del tenore “santo” (sobh!) padre, reverendissimo pastore, ecc ecc. – Il sacerdozio universale dei credenti credo che sia innanzitutto osteggiato da certi cristiani…

Chi non desidera ricevere questa newsletter può in qualsiasi momento darne comunicazione o utilizzare le funzioni di Yahoo.it.

Tanti auguri di buona vita a tutt*!

        ____Progetto Naussa____

         Laboratorio Lesbico di Spiritualità

 

Mi chiamo P.G. Cris, ho 49 anni, risiedo attualmente a Bari e da venti anni mi occupo di Yoga, Astrologia, Spiritualità,  Alimentazione Naturale ed esperienze di Autoguarigione.

Progetto Naussa nasce un anno fa, nel 2007, come una precisa aspirazione personale di dar vita ad uno spazio fisico e in internet, che sia di condivisione, di confronto e attivazione di esperienze di Vita Spirituale, per donne lesbiche.

Il nome Naussa è un’immaginaria versione femminile del termine greco ‘naos’  = tempio.

Progetto Naussa vuole essere questo: luogo sacro di confluenze di Vita,  Solidarietà e Amore. 

Sin da quando sono nata, due cose sono state chiare nella mia Vita, e per  certo ne hanno caratterizzato l’evoluzione:  1) sentirmi ‘fuori’ da quella ‘normalità’ formale, che la società italiana ‘cattolica’  presentava e  tuttora presenta come logica e naturale;  2) avere una Fede profondamente  radicata nell’Amore: credere nella sua invincibile ed inesauribile Forza. Questo è quello che, oggi,  chiamo Spiritualità.

40, 30 anni fa, anche meno, nella realtà di una città meridionale come Bari, dove sono nata, per una donna amare un’altra donna era una ‘stranezza’ per i più clementi, una vergogna da nascondere per  la gente comune.  Attualmente, grazie al passaggio di informazioni culturali,  possiamo contare su una maggior ‘tolleranza’, pur  restando ferme ampie fasce della popolazione, che ancora affrontano la questione con grave pregiudizio.                                                                                                              

  Le origini storiche dell’omofobia non è compito mio qui analizzare: certo è che la chiesa cattolica imperante ne ha fatto uno strumento di controllo, insieme ad altre strategie di ‘mercato’ spirituale.

Quale risultato: nella nostra cultura italiana la donna lesbica, doppiamente discriminata e complessata, se non ha carattere, preferisce ‘soffocare’ la propria natura, il più delle volte, sublimandola nel desiderio di sacra famiglia e maternità.

Se non ha carattere ed intraprendenza intellettuale, non si chiede nemmeno perché la società o la chiesa condannino l’omosessualità: si sa, la ragione è quella dei più (?), o così dovrebbe essere… 

Se poi usiamo la lente d’ingrandimento e andiamo a guardare i vissuti individuali, nella vita di ognun* di noi potremmo trovare una qualche ‘stranezza’, più o meno pericolosa per la sicurezza sociale, o per quello che finora si sostiene essere tale.

Ad un apparente appiattimento sul sistema eteronormato ha corrisposto nei fatti una sfiducia totale nei confronti delle proprie risorse interiori,  un’accettazione passiva di teorie spirituali sedicenti ‘cristiane’ di autocondanna e, in alcuni casi, di percorsi di pseudo-purificazione dalla propria colpa, quella di essere nata lesbica.

Il bilancio spirituale tra le lesbiche è drammatico:  per me che ho conosciuto ambienti lesbici di vario tipo, da quelli ‘familiari’, amicali, a quelli ‘associativi’, a quelli ludici, pub, disco a tema e quant’altro, il segno è pressocché a senso unico: negativo.

La Spiritualità o è vissuta inconsapevolmente, assumendo una nota interiore di tacita e umiliante sottomissione alla regola ecclesiastica: si accetta ma non se ne parla, non ci si chiede nulla.

Oppure, si vive lontano mille miglia dalla Spiritualità: se la si sente nominare, ci si volta dall’altra parte con indifferenza, o, nel peggior dei casi, si risponde con un sorriso di commiserazione, convinte che chi parli di spiritualità oggi sia  come chi crede agli asini che volano.

E anch’io, scoprendo l’attrazione amorosa per la donna, durante la mia adolescenza, in un primo momento mi sono detta, guardando la chiesa: “no, non c’è posto per me qui” e me ne sono andata.

Ma la Fede, quella vera, è un  Filo sottile che lega ogni Anima – sinceramente alla ricerca del Bene – all’Origine di questo Mondo, che è l’Energia Universale d’Amore.

Non lo dico io, sia ben chiaro!! L’hanno detto in molte e molti prima di me… , per certo vi posso dire che ne ho fatto esperienza, e questo mi ha salvata.

Forse ho avuto fortuna, forse è stata la conseguenza di un antico legame: all’età di circa 5 anni sognai Gesù che, amorevolmente, mi chiedeva di seguirlo. Nonostante lo percepissi come un Fratello Maggiore, ebbi molta paura e gli risposi di no, perché non volevo abbandonare mia madre, il mio primo Amore, sulla Terra.

Lui mi rispose che potevo fare come volevo, e scomparve.

Non L’ho mai dimenticato e so che quell’antico legame mi ha dato la forza di sopportare tutte le umiliazioni dei limiti umani miei e altrui, e tutte le sofferenze, che chi cerca Amore su questa Terra deve affrontare.

Poi, da giovane incontrai un uomo, mai conosciuto prima, in aeroporto a Roma: mi parlò di Dio come Amore, e, mentre i suoi occhi si illuminavano, mi propose un libro da leggere, la Bagavat Ghita, il testo sacro della cultura induista, monoteista. Lo acquistai ma avevo bisogno di una Guida, di qualcun* che mi introducesse: così, ancora sempre per caso (apparente), incontrai dopo solo qualche mese, in una centrale telefonica di Buenos Aires, una donna mai vista prima, seduta sola, tutta vestita di bianco, tra le mani aveva proprio quel libro, la Bagavat Ghita. Mi avvicinai e le chiesi se mi poteva aiutare.  Anche lei era lesbica, aveva 20 anni più di me, con molti percorsi ‘mondani’ alle sue spalle, ma proiettata, a quel punto della sua vita, verso un cammino spirituale senza altri indugi.

Mi comunicò l’insegnamento spirituale e mi introdusse allo Yoga.

Molt* pensano che lo Yoga sia solo meditazione, o solo asanas (posizioni), o una combinazione di entrambi: poch* sanno che lo Yoga è innanzitutto un percorso di Liberazione Spirituale e, più precisamente, nel senso del termine stesso (yug = unione), Unione dell’Anima individuale con l’Anima Universale.

Eticamente, scoprii molte affinità tra la spiritualità Yoga, monoteista di impostazione, e l’insegnamento di Gesù Cristo.

Dopo 15 anni di Yoga, nel silenzio della Meditazione, trovai quella Porta, oltrepassata la quale tutto diventa Luce e Gioia inesauribile: la Sorgente Divina in Te Stess* .

Dopo questa esperienza ho desiderato ardentemente reincontrare Gesù: mi fu concesso dalla Vita di vederLo in sogno di nuovo e questa volta di stare con Lui per un bel po’.

Un’esperienza singolare di cui mi piacerà parlare in qualche altra occasione.

Vicino a Gesù, l’importante era la qualità della propria Anima, e, a giudicare dalla Felicità che ho potuto provare in quell’incontro trascendente, la questione del se ero lesbica o no non era nemmeno considerata: da allora la mia Fede

in una Spiritualità, che usi come primo e unico criterio l’Amore, si consolidò in modo significativo.

Del resto, il Vangelo canonico di Giovanni cosa ci dice di Gesù? “Vi do un unico e solo comandamento: amatevi l’un l’altro”.

Basta coi dubbi laceranti e i sensi di colpa per un orientamento, prima di tutto, di Amore e poi di Corpo, ‘diverso’ da quello finalizzato alla procreazione… L’Amore, quando è Amore vero va rispettato!

A chi bussa sarà aperto: e io ho bussato … e per molti anni!

Bisogna crederci: per crederci, bisogna ascoltarsi.

Ma in questa cultura occidentale intrisa di moralismo pseudo-spirituale, di materialismo tecnologico, e consumismo psicologico non c’è posto, né tempo, per ascoltare il proprio Cuore.  Ecco perché tanta infelicità.

Più accumuliamo, più consumiamo:  meno siamo la nostra Anima.

Un altro aspetto fondamentale da considerare in questa ricerca spirituale è quello riguardante le fonti storiche dell‘insegnamento cristiano’:

L’insegnamento ufficiale è ‘cattolico’ e si basa sui quattro vangeli, detti canonici, e su una vasta teorizzazione dogmatica, elaborata nel corso dei secoli, principalmente – ricordiamolo – da maschi. 

E nemmeno tocca a me approfondire qui, ma sì ricordare le mille contraddizioni storiche della chiesa cattolica apostolica romana tra quel che ha predicato e quello che ha fatto!! nel corso dei secoli, fino ancora ad oggi: e mi riferisco alle lotte per il Potere Temporale, per la conservazione di privilegi materiali di ogni genere, e, non per ultimo, alla pretesa di controllare le anime-coscienze di cittadine e cittadini, ingerendo persino nelle politiche sociali, non di loro pertinenza, se è vero che viviamo in uno stato laico!

Davanti a così evidenti contraddizioni  di ‘stile’ con l’esempio di vita di Gesù, viene proprio di cercare altrove …

Credo che l’Intelligenza Divina, quella ‘amorevole’, ci abbia pensato in vari modi: uno di quelli che ho trovato affascinante è stato averci conservato

Testimonianze storiche preziosissime di voci ed esempi di cristianità alternativi a quelli cattolici. Mi riferisco alla straordinaria scoperta di Nag Hammadi, negli anni ’40,  di papiri risalenti allo stesso periodo dei vangeli canonici, cioè alla prima era cristiana seguita alla scomparsa fisica di Gesù, contenenti Vangeli Apocrifi e altro materiale di studio.

Opere del Cristianesimo Gnostico, purtroppo ancora così poco conosciuto e approfondito, per intenderci: Vangelo di Tommaso, detto anche il Quinto, Vangelo di Verità, Vangelo di Maria, Vangelo apocrifo di Giovanni, ecc. ecc.

Cristianesimo Gnostico, correnti esoteriche europee, Sufi, Tradizioni orientali Yoga, pensiero socratico convergono su un criterio comune di ricerca Spirituale:

“La ricerca della Verità Spirituale è la Conoscenza del Sé-Anima-Coscienza”:

Dalla Verità, la Rivelazione dell’Amore: questo è Spirituale.

Così il nostro Corpo Materiale pesante si trasforma, diventando Corpo Spirituale, sempre più leggero: questa è l’unica Guarigione possibile da ogni genere di sofferenza fisica e psicologica.

La spiritualità, che non renda intimamente felici, è una chimera o un’impostura.

Questi temi amerò divulgare, e su questi temi amerò confrontarmi.

Su questi argomenti si sono avviate delle prime timide esperienze di confronto tra donne lesbiche qui su Bari: come prima risposta, tanta curiosità mista a paura di parlare e considerare esperienze spirituali ‘diverse’ da quelle tradizionali ecclesiastiche.  Poi, in verità, impostando il dialogo su una disposizione amorevole di ascolto, anche le resistenze storiche cominciano a cadere, per lasciar posto al desiderio di entrare in comunicazione e in scambio spirituale con chi vive, come te, analoghi disagi e analoghe esigenze di evoluzione e di conoscenza.

I nostri vissuti sono preziosi e ci arricchiscono, ci fanno sentire meno ‘isolate’, più centrate sul dare valore spirituale proprio a quel tipo di esperienza peculiare lesbica ’naturale’ che altri condannano.

Insomma, vorrei trovare compagne di percorso, sebbene poi mi dica…: non dovrei volere proprio nulla, perché accade quello che è più giusto per noi in ogni momento.

L’Intelligenza Universale d’Amore ci sovrasta e ci sorregge.

Progetto Naussa è allora un invito, una proposta, un’opportunità di confronto. Per ora.

 

Vorrei concludere con un cenno agli studi sulla reincarnazione condotti dal dr.Stevenson e a mie personali esperienze in stato di regressione ipnotica, derivate anche da pratiche Yoga di Liberazione della Coscienza: l’esperienza omosessuale lesbica, come altri tipi di esperienze di orientamento attrattivo, potrebbero essere considerate fasi di transizione da maschile a femminile o viceversa, in combinazione o proporzione variabile di polarità, tenendo conto di un criterio generale, facilmente constatabile nell’esperienza.

L’Universo è in continua Mutazione: perché non lo saremmo Noi?

L’Universo è infinitamente vario nelle sue Manifestazioni: perché non lo saremmo Noi?

Questa è Libertà Spirituale: essere in un continuo movimento evolutivo di Coscienza, verso la Conoscenza e la Verità.

Il sostegno di tutti questi processi: l’Energia Universale di Amore.

Nessun essere umano può ergersi a giudice del suo prossimo, per quel che concerne il suo proprio sviluppo spirituale e scelte di Vita a questo funzionali.

Ecco perché i sistemi dogmatici  interdittivi ed impositivi, comunque si vogliano definire, non potranno mai costituire Risorsa Spirituale o Via di Liberazione dell’Anima…

E’ anche evidente che una Spiritualità così delineata non sia alla portata dei più di questo mondo: quei, quelle più che preferiscono strutture rassicuranti

di potere, seppur coercitive. Tanto l’ipocrisia, l’incoerenza e la falsità sono elementi costitutivi di questa Realtà Materiale…

Per cui Gesù il Cristo ebbe a dire:

“Siate nel Mondo, ma non siate del Mondo”

“Il Regno è già qui”: appena la Coscienza si risveglia nell’Amore Universale, il Corpo Duale trascende la propria condizione, si trasforma e diventa Corpo Spirituale, trascende la sofferenza e i limiti della condizione terrena,

sperimenta già l’Estasi delle sante e dei santi, delle sagge e dei saggi di ogni Tempo e Luogo.

Progetto Naussa prevede tappe di confronto con altr* soggett* , gruppi, associazioni, che condividano l’interesse per la ricerca spirituale,

indipendentemente dal loro orientamento sessuale, per un arricchimento reciproco.

Da un anno a Bari, Progetto Naussa è in periodica sinergia operativa col gruppo ‘Rosa di Gerico’ di cristiani gay.

Vi attendo sul sito naussa.altervista.org  per ulteriori riflessioni e meditazioni, e sulla mail per contatti ed eventuali contributi, che potrei, d’accordo con voi, esporre sul sito stesso.

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Appunti di viaggio di Elena Briante

Cari fratelli e care sorelle

Vorrei raccontarvi della mia esperienza nel Rio de la Plata. Ho visitato luoghi bellissimi, con una natura spettacolare, in cui ho visto animali e piante splendide per me sconosciute. Tuttavia, sono anche luoghi in cui la gente ancora grida al Signore per tutte le ingiustizie e tutte le sofferenze che è costretta a sopportare.

Vi chiederete come mai sono andata proprio lì. Semplicemente per conoscere meglio una realtà che fa parte della nostra chiesa Valdo – metodista. Infatti, 150 anni fa, alcune famiglie valdesi, decisero di andare a cercare fortuna nell’America Latina, in Argentina e Uruguay, nella zona del Rio de la Plata.

Pensavano di aver trovato la terra in cui scorreva latte e miele, la terra promessa da Dio. Erano liberi di lavorare la terra, avevano la possibilità di lodare Dio nel modo in cui ritenevano più opportuno. Potevano costruire chiese, crearsi una famiglia. Insomma, potevano vivere come avevano sempre sognato.

Ma in questo Paese i problemi non mancano, tanto per elencare i più recenti. Fino a poco tempo fa la dittatura (dal 1973 al 1985), durante la quale sono scomparse migliaia di giovani (si parla di 30000) che le madri continuano ancora a reclamare ogni giovedì pomeriggio nella Plaza de Mayo di cui abbiamo visto una foto con il loro simbolo durante la confessione di peccato: un pannolino bianco, quello in cui avvolgevano i loro bambini da piccoli.

Nel 2001 la grande crisi finanziaria che ha portato sul lastrico anche gli abbastanza benestanti Valdesi…

Oggi le grandi multinazionali impongono la monocultura della soia che comporta disboscamento ed uso indiscriminato di fertilizzanti chimici, inquinando falde acquifere, flussi d’acqua e provocando la morte di animali.

Tutte questi cambiamenti, a livello nazionale e mondiale, provocano grandi cambiamenti climatici, con grandi siccità ed alluvioni.

E la nostra piccola chiesa valdese del Rio de la Plata? Una chiesa con circa 12000 membri di chiesa? Sta cercando di rispondere come può al mandato del Signore. Tenta con i mezzi a disposizione di reagire e di tenere testa alle multinazionali, di rendere questa zona del mondo comunque il paese promesso da Dio, quello in cui scorrono il latte e il miele e non i concimi ed i fertilizzanti.

Come?

Aiutando, ad esempio, le donne contadine a riscoprire la propria identità. Queste donne sono rimaste sole a curare i campi perché i mariti o sono andati in città in cerca di lavoro o lavorano, sottopagati, presso i grandi proprietari terrieri.

Le nostre comunità dell’Argentina del Nord, si stanno impegnando per non far sentire queste donne povere e defraudate perché incapaci di competere con il mercato, ma per renderle fiere di riappropriarsi delle proprie tradizioni.

Ma le nostre comunità fanno anche qualcosa di diverso. Accolgono bambini e bambine vittime di violenza o semplicemente appartenenti a famiglie troppo povere per poterli mantenere in condizioni di vita accettabili.

Le nostre comunità hanno creato luoghi in cui far sentire a casa le persone più sfortunate e dare loro tutta la dignità di cui Dio le ha fornite: centri diurni o comunità alloggio, così pure come istituti per portatori di handicap o case di riposo per anziani.

Questa piccola chiesa sa di non poter rimanere chiusa nelle proprie chiese. Sa che Dio è al suo fianco, che Dio la accompagna in questo cammino così difficile e complicato.

E noi? Noi Chiesa Metodista di Milano? Molti di noi, oggi, sanno benissimo di cosa sto parlando. Dell’avere una terra splendida e ricca che viene però sfruttata dalle multinazionali straniere perché i governi dei Paesi sono poveri o corrotti. Sanno bene quant’è difficile stare in piedi di fronte al Faraone e dire: “No, io non ci sto. Ho delle responsabilità di fronte alla creazione e di fronte ai fratelli e sorelle meno fortunati”. Le ingiustizie sono molto potenti anche nella nostra società, anche nella nostra città.

Prendiamo esempio dalle nostre sorelle e dai nostri fratelli del Rio de la Plata. Rimettendo tutto nelle mani di Dio, quindi attraverso la preghiera, la lettura biblica, la lode. Andiamo incontro a coloro che soffrono ed a cui Dio disse: “Và, perché io sarò con te!”

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SOS volontari: l’individualismo esasperato è l’oppio delle società contemporanee

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14 dicembre 2008 – (ve/ust) L’impegno volontario in seno ad associazioni e organizzazioni è regredito dal 27 al 24 per cento, l’aiuto non retribuito in ambito privato dal 23 al 21 per cento. Questa involuzione è più evidente tra gli uomini (-4,2%) che tra le donne (-1,1%). È quanto emerge da una ricerca condotta dall’Ufficio federale di statistica (UST).

Differenze uomo donna
Gli uomini si impegnano in prevalenza per associazioni sportive, le donne nella custodia dei figli altrui. Le persone attive nel settore del volontariato consacrano settimanalmente quasi una mezza giornata alle attività non retribuite (circa 13 ore al mese per il volontariato nelle associazioni od organizzazioni; 15,5 ore al mese per l’aiuto informale).

Notevoli differenze regionali
L’impegno volontario in seno a organizzazioni e associazioni varia notevolmente da regione a regione. Se la partecipazione ad attività di volontariato e a cariche onorifiche è decisamente superiore nella Svizzera tedesca rispetto alla Svizzera francese e italiana (29% contro rispettivamente 20% e 13%), si registrano notevoli differenze cantonali per quanto riguarda la quota di volontari all’interno di una stessa regione linguistica. I Cantoni rurali, infatti, registrano quote superiori rispetto a quelli prevalentemente urbani.
Un discorso analogo vale anche per il volontariato informale: le persone residenti nella Svizzera tedesca sono più frequentemente impegnate in quest’ambito rispetto a quelle residenti nella Svizzera francese o italiana (40% contro rispettivamente 33% e 26%).

La motivazione
Oltre l’80% delle persone impegnate in attività di volontariato in seno ad associazioni e organizzazioni afferma di svolgere questa attività per il piacere di farlo, il 74% la considera una buona opportunità di collaborare con gli altri per cambiare le cose, il 69% è motivato dalla possibilità di fornire aiuto agli altri e il 61% dagli incontri e dai contatti con altre persone. Questo insieme di motivazioni, dettate sia dall’interesse collettivo sia da quello personale, coincide in gran parte per gli uomini e per le donne.

Un popolo di volontari
Le attività di volontariato possono essere suddivise in tre tipi d’impegno: il volontariato formale a favore di associazioni e organizzazioni, il volontariato informale prestato al di fuori di queste strutture e, infine, le donazioni in denaro o in natura. In generale, le quote di partecipazione a un tipo di attività sono tanto più basse quanto più elevato e vincolante è l’impegno richiesto per svolgerla. I tre quarti della popolazione residente in Svizzera, a partire dai 15 anni, devolvono donazioni in denaro o in natura, mentre solo un quarto si impegna nel volontariato formale.
Al 17% della popolazione che non s’impegna in alcun ambito del volontariato, si contrappone un 11% di volontari completi (ovvero persone impegnate sia nel volontariato formale sia in quello informale e che elargiscono allo stesso tempo donazioni in denaro o in natura). È interessante notare che chi svolge attività di volontariato devolve quasi sempre anche donazioni.

Ufficio federale di statistica
www.bfs.admin.ch/bfs/portal/it/index/news/medienmitteilungen.Document.114774.pdf

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Come sopravvivere alla perdita di un amore

Al giornale Rai 3 di stamattina 22 novembre 2008, ore 6,45, si è detto che le femministe e lesbiche cercheranno oggi di ripetere il successo dell’altr’anno. Grazie della menzione?

Chiariamoci, a noi donne non ci paga nessuno, non siamo in tournee, non siamo attrici di nessuna telenovela o animali da circo da contenere in una gabbia:  saranno più quelle che rimarranno a casa per molte giustificate ragioni che quelle che potranno essere  in piazza. Noi ci saremo  e  con molte difficoltà economiche e personali, per dar voce proprio a quelle che non ce l’hanno, tantomeno visibilità, dati i Muri che vengono febbrilmente eretti e le Porte che si chiudono, sbattute in faccia. Non siamo per niente felici di riesibirci, gridando o in silenzio denunciando i numeri delle violenze che le donne subiscono quotidianamente in questa e in altre parti del mondo e non siamo per niente felici di denunciare, con innumerevoli difficoltà di spazio ed espressione nel farlo,  quale politica mortale di controllo, a titolo di Vita e di Bene, reprime e  imperversa sulle nostre esistenze.

Non siamo per niente grate dell’attenzione dei Media che continuano a contarci e immortalare la nostra diversità di esistenza: siamo e saremo dentro e fuori questo sistema che fa della nostra vita uno sbandieramento di “consumo”, grazie alla  “carità ” sempre più precaria del nostro lavoro e impegno. Siamo e saremo in piazza, tra tutte e tutti, a denunciare la violenza maschile, delle Istituzioni, delle Amministrazioni, del Vaticano, delle Chiese tutte che da sempre impongono l’Adorazione Perenne della santità e del martirio. Non siamo bambole insanguinate, non siamo manichini da esporre o bersagli di continue aggressioni fasciste, nè i figli che abbiamo sono bambolotti di pezza,  tantomeno le  nostre compagne  di cammino, come i nostri compagni di vita sono numeri di morti da giocare al Lotto o buttare in un cassonetto dopo aver grattato le Cifre e aver vinto un buon “pezzo” sui Media. Manchiamo volutamente di quella “intelligenza politica e folle coraggio” che  delega al potente di turno, il nostro presente e futuro, sfruttando il passato, scritto nella Costituzione Italiana e nella Carta dei Diritti Umani. Non ci preserva nessuna Cappellina o Cupola misericordiosa, continueremo a lottare e denunciare e resistere, decidendo noi quando stare in silenzio o gridare e come condurre la lotta per la libertà di pensiero e una vita dignitosa, per tutte e tutti, senza chiedere la Grazia e tantomeno dire grazie a chi sfrutta e usa, quotidianamente, la protesta. Non paghiamo e non pagheremo noi la crisi e la guerra: i conti li sappiamo fare e li facciamo ogni giorno, con un’esistenza sempre più precaria e un presente indegno, che preconizza futuri da incubo e allegri banchetti e balletti al Tavolo delle Contrattazioni: non siamo merce,  tantomeno di scambio e bottino, per nessuna e nessuno.

Doriana Goracci

 

Sono tante le storie personali che passano attraverso lo strumento della newsletter ma che non troverete mai scritte: storie di donne separate, di uomini delusi da compagne, di ragazzi in cerca di un altro ragazzo. Se riusciremo cercheremo di dare voce a queste esperienze attraverso il consiglio di libri, fermo restando che le e-mail o le telefonate servono non solo per comunicare informazioni in redazione ma anche stati d’animo e situazioni personali, per condividere insieme la vita, anche nelle pene e non solo nelle gioie.

Un abbraccio a chi scrive e telefona.

Maurizio Benazzi

– Harold H. Bloomfield, Melba Colgrove, & Peter McWilliams,
edizione italiana a cura di Antonio di Passa ed Enrico
Cazzaniga, 

Come Sopravvivere alla Perdita di Un Amore,

Edizioni AMA Milano-Monza Brianza, pp. 150;

Si tratta di un piccolo “manuale” che vuole essere un compagno per affiancarci nelle nostre diverse sofferenze causate da una perdita di relazione per diventare “persone nuove” ossia persone che continuano a vivere l’avventura della vita.
Sono tante le perdite, piccole e grandi, alcune grandissime, ma tutte acute a modo loro, che ci fanno soffrire in maniera diversa, e possono essere dolorosissime: un lutto,
la fine di un amore, la rottura di un’amicizia, un trasloco, la perdita di un animale domestico, il restare senza lavoro, una violenza subita, sono tante le ferite
che ci portiamo addosso, a volte dall’infanzia. citazione da p. 35:
“Domenica:
Dio, non mi posso trascinare in chiesa questa mattina. Ti prego, vieni a trovarmi a domicilio.”
Si può attraversare il deserto del dolore in quanto non siamo soli e possiamo rialzarci e riprendere il cammino.

Il libro non si trova nelle librerie, ma lo si può richiedere a:
Antonio Di Passa, pastore della Comunità Evangelica
Riformata di Poschiavo, Svizzera, recapiti:
Antonio Di Passa, Plazeta 36
CH – 7742 – Poschiavo
e.mail: antonio.dipassa@gr-ref.ch

 

tratto dalla rubrica Librarsi, a cura di Maurizio Abbà, della Rivista: Tempi di Fraternità – donne e uomini in ricerca e confronto comunitario,

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Auguri speciali alle donne del Nepal

Se desideri regalare qualcosa di unico che abbia anche un significato più profondo invia un’offerta minima di € 20.00 e riceverai una bellissima sciarpa color verde mela (30% seta e 70% pashmina).

 

Queste sciarpe sono realizzate da ex ammalati di lebbra in seno ai programmi di riabilitazione socio-economica della Missione Evangelica Contro la Lebbra.

 

Il tuo dono permetterà alle donne del Nepal di continuare a lavorare e restituirà loro la dignità persa a causa della malattia che ha segnato la loro vita.

 

Fino ad esaurimento scorte

 

Centro di riabilitazione New SADLE

 

Il centro di riabilitazione New SADLE di Kathmandu, Nepal, offre assistenza medica e alloggio gratuiti alle persone affette dalla lebbra oltre ad offrire un programma di riabilitazione fisica e socio-economica. Tale riabilitazione avviene tramite la formazione professionale e l’impiego dei pazienti nella produzione di articoli artigianali.

 

Questo centro commercia i seguenti prodotti equosolidali: articoli per la casa in legno, teli batik e stoffe intessute a mano.

 

Se desideri ricevere la sciarpa invia una donazione tramite bollettino postale specificando come causale del versamento “sciarpa”. Saremo felici di inviarti questo piccolo simbolo di solidarietà.

 

Missione Evangelica Contro La Lebbra
Conto bancario INTESA SAN PAOLO Agenzia Luserna (TO)
IBAN: IT55 BO30 6930 6011  0000  0000 959
 
oppure
 
Conto Corrente Postale
IBAN: IT39 P076 0114 4000 0001 2278 057
 
 

 sciarpa

 

 

Nota della redazione: Le sciarpe verdi sono in fase di esaurimento ma sarà disponibile un nuovo stock; vi chiediamo pertanto di prendere un eventuale contatto con Katrina Malcolm a questo indirizzo elettronico, senza pressare sulla spedizione della sciarpa stessa:  katrina@missionelebbra.org

L’invito è quello di visitare fin da subito il sito www.missionelebbra.org

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Agar e altre donne: storie di benedizione nella Bibbia

Agar nel deserto

GEN 21 – (Ro 9:6-9; Ga 4:21-31)(Ge 16; 25:12-18) Sl 146:7-9

9 Sara vide che il figlio partorito ad Abraamo da Agar, l’Egiziana, rideva; 10 allora disse ad Abraamo: «Caccia via questa serva e suo figlio; perché il figlio di questa serva non dev’essere erede con mio figlio, con Isacco». 11 La cosa dispiacque moltissimo ad Abraamo a motivo di suo figlio. 12 Ma Dio disse ad Abraamo: «Non addolorarti per il ragazzo, né per la tua serva; acconsenti a tutto quello che Sara ti dirà, perché da Isacco uscirà la discendenza che porterà il tuo nome. 13 Anche del figlio di questa serva io farò una nazione, perché appartiene alla tua discendenza».

14 Abraamo si alzò la mattina di buon’ora, prese del pane e un otre d’acqua e li diede ad Agar, mettendoglieli sulle spalle con il bambino, e la mandò via. Lei se ne andò e vagava per il deserto di Beer-Sceba. 15 Quando l’acqua dell’otre finì, lei mise il bambino sotto un arboscello. 16 E andò a sedersi di fronte, a distanza di un tiro d’arco, perché diceva: «Che io non veda morire il bambino!» E seduta così di fronte, alzò la voce e pianse. 17 Dio udì la voce del ragazzo e l’angelo di Dio chiamò Agar dal cielo e le disse: «Che hai, Agar? Non temere, perché Dio ha udito la voce del ragazzo là dov’è. 18 Àlzati, prendi il ragazzo e tienilo per mano, perché io farò di lui una grande nazione». 19 Dio le aprì gli occhi ed ella vide un pozzo d’acqua e andò, riempì d’acqua l’otre e diede da bere al ragazzo. 20 Dio fu con il ragazzo; egli crebbe, abitò nel deserto e divenne un tiratore d’arco. 21 Egli si stabilì nel deserto di Paran e sua madre gli prese per moglie una donna del paese d’Egitto.

 

Questo è un testo ascoltato stamani a Milano nella predicazione della pastora Pietra Egidi, intellettuale battista vicino al Movimento femminista. Raccontava come un islamico di Torino sia riuscita lo scorso anno ad illuminarla circa la figura di Agar, principessa egiziana fatta schiava. Notizia questa che non deriva però dalle Scritture ebraiche, ma dalla tradizione islamica.

Dio non si è limitato – anche in questo caso – ad assistere al pianto di una donna ma ha ascoltato la voce del bambino nel deserto. Ha dato lui la sua benedizione, offrendogli dell’acqua per fa far fiorire di nuovo la vita. La gelosia umana rimane sullo sfondo ma non è al centro delle preoccupazioni della volontà divina. Che rimane sempre quella decisiva.

Fra le tante storie ci sono anche quelle non narrate dalla Bibbia: la tua personale, di credente ad esempio. Lo Spirito dell’Eterno non può essere infatti confinato in decine di libri sacri. E allo stesso tempo la tua storia si inserisce nella libertà dello Spirito che continua a far fiorire la vita, anche oggi. Sì, anche la tua. Per questo Ecumenici offre a chi ne fa semplice richiesta in redazione e solo ai suoi lettori – ed esclusivamente a loro – il testo della Bibbia.

E’ un modo per sperimentare la condivisione delle Scritture, per l’apertura alle altre culture e alle altre religioni, anche non monoteiste.

Le richieste verranno raccolte fino a domenica prossima e sono indirizzate a coloro che non posseggono già il testo a casa propria.

Sul tuo comodino può esserci ora un testo di preghiera e di studio che ti accompagna. Per altri uno strumento di analisi e di critica, col quale è necessario sempre confrontarsi.

La consegna dei libri è prevista per il mese di febbraio.

Buona lettura della Bibbia ai cristiani, agli ebrei, agli islamici e ai non credenti.

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Storie al femminile

 a cura di Maria Carla Micono


“Se la società si impegnasse a sentire ogni ferita inferta in qualsiasi luogo come ad un attentato all’intera umanità, allora l’umanità tornerebbe ad assumere un pieno significato anche per sé stessa”.

Rigoberta Menchù

Premio Nobel per la pace 1992.

 

Premessa.

Queste “storie al femminile”   dovrebbero essere scritte a più mani, ma  per motivi di sintesi le racconto io.

Da due anni collaboro con l’Associazione “Il Portone del Canavese” che si occupa di accogliere le persone straniere e di insegnare loro  la lingua italiana, non tanto attraverso la grammatica e la sintassi, ma soprattutto confrontando mentalità, modi di vivere, cercando di far conoscere reciprocamente le varie culture.

 

Con me ci sono Marica, Luigina, Luisa, Letizia, Tiziana, Carolina; alcune sono Insegnanti in pensione, altre sono  giovani, e tutte concordiamo sull’impostazione metodologica della nostra scuola.

E poi c’è anche un uomo, Pino, che è l’ispiratore, e che interviene con i suoi consigli.

 

 

La scuola di amicizia, di italiano, di ascolto.

La scuola  accoglie le persone che arrivano dai punti più svariati del mondo: è una vera scuola globale la nostra, con tanti problemi aperti ma anche con alcuni punti fermi, positivi, che hanno migliorato i rapporti con il territorio.

Infatti, oltre all’apprendimento della lingua, sono stati individuati momenti di partecipazione a feste, a manifestazioni, ad incontri con l’Unitre locale, a collaborazione con altre agenzie .

Così c’è più tempo per conoscerci e per farci conoscere, punto fermo per una vera integrazione sociale delle persone.

Ho pensato di raccontare alcune storie di queste persone, storie di donne, perché mi sembra un segnale della loro fiducia nei nostri confronti, ma anche perché ho scelto tre storie “positive”, nel senso che stanno a testimoniare quanto sia importante sentire qualcuno vicino, pur nelle difficoltà: e questo è l’inizio dell’amicizia.

Cristina è rumena, sposata con un italiano, lavora, e quando può ci aiuta ad accogliere i nuovi arrivi.

Veronica è la Presidente dell’Associazione, e questo fatto rende più   sentito il vincolo di fiducia che si instaura tra insegnanti e allievi.

Naima lavora come badante, ma quando può ritorna al corso di italiano, e soprattutto scrive, si rende testimone di come la vita può essere difficile e dura, ma anche aperta a nuove amicizie.

 

Storia di Cristina.

Sono una donna rumena di 28 anni. In Romania ho vissuto in due posti completamente diversi.

Sono nata in una città situata ad est della Romania, però la mia famiglia è andata a vivere in un’altra città più a ovest., in una zona dove i rumeni coesistevano con dei “maghiari” (persone di nazionalità ungherese con cittadinanza rumena).

Perciò, sin dall’infanzia sono stata abituata a sentire due lingue diverse, il rumeno e l’ungherese, e, poi, da grande ho continuato ad avere due modi di pensare e di essere.

Questo mi ha aiutata da una parte ad avere una visione più aperta sul mondo, ad accettare i ratti distintivi che differenziano le persone appartenenti a nazioni diverse, e da un altro lato ho imparato più facilmente le lingue straniere.

Così oggi conosco l’italiano, l’inglese, il francese, il tedesco ed ho conoscenze di base di olandese e spagnolo.

In  Romania ho seguito i corsi dell’Università di Bacau, con doppia specializzazione: Lingua e letteratura inglese e Lingua e letteratura Rumena.

Dopo aver ottenuto la laurea, ho fatto l’esame di stato per entrare nel mondo dell’insegnamento e sono diventata professoressa di ruolo d’inglese in una città situata a 60 Km ad ovest della città in cui vivevo.

Passato il primo anno da quando insegnavo mi sono iscritta ai corsi di Master della stessa Università che avevo frequentato, per studiare Scienze della comunicazione e del linguaggio.

Per due anni, dall’autunno del 2003 all’estate del 2005 ho continuato ad insegnare e, ogni fine settimana ritornavo  nella mia città natale per i corsi del master.

Nell’inverno del 2004, durante le vacanze in Italia, ho conosciuto il mio attuale marito, cittadino italiano. Poco prima di conoscerlo mi ero resa conto mi ero resa conto che i miei successi professionali non mi bastavano per essere una  persona intera, sentivo il bisogno di una vita personale soddisfacente, volevo trovare una  persona con la quale condividere il mio futuro.

 Perciò, dopo aver conosciuto il mio attuale marito, e dopo aver deciso che volevamo appartenere uno all’altra, ho dovuto scegliere tra la vita professionale  promettente che avevo in Romania e la felicità coniugale che mi aspettava in Italia.

Avendo tanta fede in Dio e nella bellissima unione che mi aspettava ho rinunciato a quello che avevo a casa, sperando che in Italia avrei fatto in fretta a trovare lavoro.

Non mi pento per la mia scelta, anche se in poco tempo da quando ero arrivata qua mi ero resa conto della situazione precaria del mercato del lavoro.  E, come se non bastasse, il fatto che i posti di lavoro scarseggiano, ho scoperto che essere sposata è un problema per i datori di lavoro, perché  ci sarebbe la possibilità di una gravidanza nel futuro prossimo.

Viviamo in un mondo sadico e ironico, perché non tanti anni fa ESSERE SPOSATO/A  era una virtù ed AVERE BAMBINBI  una benedizione. Sfortunatamente i giovani di oggi hanno paura del matrimonio e sono terrorizzati dall’idea di avere dei figli.

Considero che sono ben integrata nel mondo italiano, però questa situazione non l’accetterò mai, perché il mondo sarebbe  vuoto senza bambini, i quali rappresentano il nostro futuro. Rifiutando di averne , diciamo  NO al futuro, e se diciamo NO al futuro non abbiamo più nessuna ragione per vivere.

DOBBIAMO CAMBIARE QUALCOSA!

 

Storia di Naima.

Mi chiamo Naima Elmarrhoub; ho 38 anni e provengo dal Marocco.

Sono laureata in lettere moderne e specializzata in studi islamici nel 1992; ho anche  conseguito il diploma di tecnico di gestione nel 2000.

Sono in Italia da quattro anni.

Nel mio paese, il Marocco, è andato tutto bene fino all’età di vent’anni: era il 1989.

Quello è stato un anno di cambiamento totale della mia vita: ero andata all’Università in una città lontana dalla mia famiglia. I problemi erano quotidiani: vivevo in una camera d’affitto insieme ad una mia amica; all’Università c’era una lotta continua per il rispetto dei diritti come la mensa, l’autobus…   forse per qualcuno sembrano cose banali, ma per noi erano un grande obiettivo ed eravamo pronte a sacrificare molte cose per ottenere tutto quello…

Malgrado questo, l’Università è stata la più bella ed importante esperienza che ho avuto nella vita: quel periodo ha fatto di me una ragazza responsabile della sua responsabilità, che ha imparato a rifiutare la sottomissione, che ha imparato a far rispettare il  diritto  di essere, di essere donna, che ha detto no  al silenzio e all’obbedienza cieca: ora non permetto a nessuno di annullare la mia personalità e di cancellare la mia identità  ed il mio desiderio di esprimermi attraverso la poesia: la poesia era la voce della mia voce.

Nel 1992 mi sono laureata e pensavo che i problemi fossero finiti, invece a causa della burocrazia e della corruzione ad alto livello ho dovuto attendere otto anni per avere un lavoro in una fabbrica tedesca come istruttrice delle auto Wolkswagen, ma con meno di un euro l’ora. Il mio stipendio mensile era di 180 € : circa 70 euro andavano per l’affitto di una camera umida a Tangeri; 100 euro andavano per la spesa e mi rimanevano 10 euro; non avevo il diritto di stare male e di andare dal dottore perché non avevo soldi per pagarlo, non avevo la mutua ed inoltre, dopo due anni di la lavoro avevamo scoperto che la Direzione della fabbrica non ci versava i contributi: quelle maestranze tedesche ci avevano sfruttati in tutti i modi: l’unica cosa positiva di quel lavoro era  stato il visto turistico, come premio per essere una buona lavoratrice.

Così ho potuto venire in Italia : sono arrivata il 2 gennaio 2003 lasciando il mio paese, la mia famiglia come scelta forzata, anche perché stavo perdendo la fiducia in me stessa: mi sentivo come in un tunnel senza una luce per l’uscita e quindi senza speranza di poter continuare: la cosa più triste era che quella situazione era normale per un paese dove che ha una laurea  in fisica nucleare vende polli al mercato per sopravvivere!

Arrivata in Italia ero consapevole che i primi anni avrei dovuto pazientare per arrivare a realizzarmi.

Dio mi ha aiutata tanto: mi sono state accanto delle persone che mi hanno dato la mano, mi hanno insegnato la lingua, mi hanno offerto un lavoro, mi hanno dato affetto e, ciò che è stato importante, abbiamo condiviso insieme i momenti belli e dolorosi della vita. Malgrado le tante  diversità del nostro modo di vivere ci legava il rispetto, la stima reciproca ed il volersi bene: sapevamo che essere non è solo vivere, ma condividere, lasciando da parte il figlio dell’ignoranza: il razzismo.

In Italia ora spero di realizzare il mio sogno: quello di costruirmi una famiglia e riuscire a dare ai miei figli un futuro migliore del mio, poter aver l’opportunità di  dimostrare al mondo qual è il vero ruolo della donna nello sviluppo della società, tanto è vero che non c’è limite al rischio, alle sconfitte, ma basta avere coraggio, fiducia e fede perché senza questa  la mente si chiude in una cella solitaria: vorrei lottare per una vita dove regnano la pace e la giustizia. 

 

Storia di Veronica.

Mi chiamo Veronica, sono di origine peruviana ed ho 40 anni.

Vivo in Italia da 17 anni, dei quali 9 li ho vissuti a Milano e gli altri 8 nel territorio canavesano, vicino a Torino.

Nel mio paese d’origine lavoravo per un giornale e facevo anche l’insegnante di lingua spagnola; là mi sono laureata in Scienze d ella comunicazione.

La mia vita era tranquilla tra lavori, casa, amici. Mi piaceva tanto il mio lavoro di giornalista: lavoravo per un settimanale che si interessava delle problematiche lavorative e sociali dei peruviani; lì il mio compito era di parlare con gli operai ed i lavoratori dei diversi settori, scrivere dei loro problemi e far conoscere le loro realtà sociali  e culturali. Tutte le loro manifestazioni, le loro impressioni , trovavano spazio nel giornale.

Questo settimanale non era però ben visto dal Governo e molte volte hanno tentato di farci chiudere; per questo motivo avevo bisogno di un altro lavoro, e cioè facevo l’insegnante.

Lavoravo in una scuola pubblica; era una scuola con più di 3.000 studenti; io avevo 5 sezioni della scuola secondaria, ed in ogni aula c’erano circa 50 allievi, in alcuni casi si arrivava anche a 60.

Era un bel lavoro, e mi piaceva stare con i ragazzi perché sono pieni di emozioni, di iniziative; la cosa che più li interessava era occuparsi del giornale della scuola, e poi, a poco a poco siamo riusciti anche ad avere una stazione radio della quale andavamo fieri.

I tempi però si sono fatti duri , ed il lavoro cominciò a scarseggiare, e con questo  il potere di acquisto; incominciò ad arrivare molta gente dai paesini interni del Perù; Lima in poco tempo era diventata una grande metropoli con enormi tentacoli che si espandevano su territori di sabbia.

La popolazione aumentava, ma aumentavano anche la disoccupazione, la povertà; iniziò in quel periodo una reazione anche attraverso gruppi armati, come quello di Sendero Luminoso, MRTA e anche da parte dello Stato. La gente non sapeva cosa fare e tutto diventò caos.

Così, i più fortunati cominciarono ad emigrare in massa verso l’estero, prima gli Stati Uniti , poi il Venezuela, il Giappone, il Brasile, la Spagna, l’Italia, il Cile, l’Argentina

Il giornale per il quale lavoravo alla fine dovette chiudere ufficialmente ed entrammo in clandestinità, ma la paga non arrivava quasi mai; meno male che lavoravo come Insegnante e questo mi ha permesso di sopravvivere per un po’.

I giornalisti un poco fastidiosi per il Governo erano controllati sempre; molti miei colleghi furono arrestatati senza motivo; altri sono spariti nel nulla; altri sono stati uccisi come bestie: il Governo diceva che erano traditori  della patria….Che bugia enorme!

Sono venuti anche a casa mia per vedere cosa avevo, se ero parte di qualche gruppo sovversivo; ho subito interrogatori, ma non mi hanno mai fatto del male fisico: sono stata una delle poche fortunate che hanno lasciato andare, e così ho deciso di andare via: non sopportavo più ciò che stava accadendo nel mio Perù.

Mi rivolsi ad Amnesty International per capire in cosa mi potevano aiutare, ma  i tempi si allungavano e decisi di partire da sola verso un paese che non avesse molti problemi, un paese dove si poteva trovare libertà di pensiero e di parola…avevo deciso per la Francia.

Ma il destino è sempre diverso da ciò che a volte uno si propone di fare; per cui, quasi non so come, mi trovai su di un aereo che partiva per l’Italia; ho pensato che potevo restarci un mese , ma poi sarei andata in Francia.

Arrivata a Milano, non conoscevo nessuno; a poco a poco trovai alcuni amici  ed un lavoro: qualche ora in una fabbrica di imballaggi, poi alcune ore di pulizia; cominciava a piacermi l’Italia; andavo a scuola di  italiano e con l’aiuto di alcune amiche trovai un posto dove dormire; poi , con l’inverno un’amica mi trovò un lavoro fisso  presso una famiglia fuori Milano; lì la vita era un po’ più dura; la famiglia non mi trattava male, ma io mi sentivo morire, le ore non passavano mai; la sera leggevo tanto ed il sabato pomeriggio  uscivo di corsa perché era la mia giornata libera ed andavo con il treno fino a Milano, per conoscere l’Italia: ero triste e pensavo di non farcela: fu un brutto  periodo.

Vivere da irregolare non era facile. In quel periodo cominciarono ad arrivare i barconi carichi di albanesi, e Milano cominciò ad essere una città più dura e pericolosa;  non avevo documenti e la famiglia dove lavoravo mi chiese di trovare il modo per regolarizzare la mia posizione; io non ci riuscii e così dovetti  lasciare quel lavoro, ed adeguarmi alle circostanze per sopravvivere.

Dopo un mese trovai un altro lavoro in un albergo a Milano, e lì rimasi per quattro anni; a fianco dell’albergo c’era una cooperativa di servizi ed ogni tanto mi facevano fare le notti per assistere gli anziani, oppure fare pulizie in casa.

Il lavoro in albergo mi piaceva: lavoravo per 8 ore, ed ero riuscita ad imparare la lingua italiana; il mio datore di lavoro mi aiutava come poteva, anche con l’apertura di un conto bancario, cosa molto difficile per una irregolare.

In questo periodo ho conosciuto un po’ di più l’Italia, la sua gente, il mangiare, le abitudini, la burocrazia, il rispetto delle idee altrui, e a volte ho dovuto abbassare la testa per non trovarmi in difficoltà.

Il processo di integrazione non era facile, ma era iniziato.

Mi resi conto piano piano  che stavo facendo la vita di tutti gli immigrati; lavorare, fare soldi, inviarli a casa; in pratica casa, lavoro, casa…ero quasi diventata una macchina, e questo mi faceva sentire un po’ male.

Dovevo cambiare, fare altro, o stavo morendo intellettualmente, non scrivevo più, non leggevo più, arrivavo a casa troppo stanca; lavoravo dalle 6,30 del mattino fino alla mezzanotte: alle 6,30 andavo a fare pulizie in un cinema; alle 9 andavo in albergo e restarci fino alle 18; poi andavo alla cooperativa per pulire gli uffici, mangiare qualcosa al volo e alle 21 andavo a pulire altri uffici; a volte non tornavo a casa  perché restavo ad assistere anziani per la notte…

Io sentivo che dovevo cambiare vita, così ero solo una macchina per fare soldi, ma mi spegnevo…

Un giorno mi dissero che l’albergo doveva chiudere per ristrutturazione ed io sono stata trasferita in un albergo più piccolo: questo albergo era più piccolo e brutto, non mi piaceva. Era un posto dove “lavoravano” signorine nigeriane, slave ed anche italiane, passavano persone stravaganti : matti, drogati, persone difficili.

La mia esperienza mi fa capire dove sono, chi mi sta intorno, perché quelle donne fanno quel lavoro e non possono uscire dal giro; ho visto passare anche  vecchie signore italiane, con i loro clienti di epoche lontane; a volte parlavo con queste persone , mentre aspettavano il loro turno, parlavo di storie di guerra, del fascismo, della vecchia Italia, della polenta, della cassoeula; penso di essere stata testimone di una realtà diversa, e conobbi forse un’Italia emarginata .

Un giorno la responsabile della cooperativa mi chiamò e mi disse che potevo cambiare lavoro: il comune di Milano aveva dato in appalto tutti i servizi domiciliari per gli anziani e le famiglie bisognose; così lasciai l’albergo, anche se alla fine quel posto era ricco di storie…

Intanto era arrivata una sanatoria, e la cooperativa mi assunse come loro collaboratrice.

Con il permesso di soggiorno la mia vita cambiò molto; arrivò anche mio figlio,e lo accolsi con tanta gioia: ero sola, ma questo bimbo era la mia speranza.

Vivere a Milano con un bambino era difficile; grazie a Dio ho avuto la fortuna che questo bambino era anche italiano ed aveva alcuni diritti , e cos’ all’età di sei mesi lo portai all’asilo nido: era il primo ad arrivare e l’ultimo ad uscire, ma ce l’abbiamo fatta…

Fu allora che decisi di approfittate di alcune ore “buche”  per iscrivermi all’Università, e così la mia vita riprese ad avere un senso; in cooperativa mi chiedono di occuparmi dei servizi domiciliari come impiegata.

Ho conosciuto in quel periodo un amico italiano che mi parlò di alcuni progetti; volli saperne di più e in meno di un anno aprimmo il primo giornale multietnico di Milano con il nome di “Alien”: questo piccolo giornale, che ancora esiste, diventa così una creatura mia, ma poi per motivi politici ho dovuto lasciarlo.

Nella vita di un immigrato c’è tutto: allegrie, tristezze, solitudini, realizzazioni, e soprattutto cambiamenti.

E qui, per caso, ho conosciuto un piemontese, che in poco tempo mi ha fatto lasciare Milano e mi ha portata lontano dal chiasso della città, vicino alla campagna, e qui la mia vita cambia ancora, mi trovo con gente nuova, con tante cose da fare.

Adesso i miei pensieri non sono solo per me, ma per i miei figli ( sono nati un maschio ed una femmina), per tutta la mia famiglia, per il loro futuro.

A loro parlo nella mia lingua del Perù: sono tornata in Perù due volte in 17 anni, e sempre dopo 15 giorni volevo già ritornare in Italia perché sento qui la mia casa, non riesco più ad abituarmi a quel modo di vivere: forse perché mi sento ora cittadina italiana.

 

Pensieri al femminile.

Roberto Alonge* , nella presentazione del libro “Rosa e Azzurro” dice :”Il Novecento è stato definito il secolo delle donne e la loro –si è detto- è l’unica rivoluzione pacifica del XX secolo. Le donne infatti sono uscite dalla segregazione secolare in cui erano state tenute e sono oggi presenti in tutti gli ambiti della nostra società-  nelle attività produttive, nello studio, in politica- ponendo nuove sfide e sollecitando la ricerca di un diverso equilibrio (vedi le problematiche della conciliazione tra lavoro e famiglia) “.

Questa affermazione è oggi estremamente attuale e soprattutto va interconnessa con altre considerazioni derivate, ad esempio, da alcuni documenti del ministero della Pubblica Istruzione (CM 205/90) sui “Nodi dell’interculturalità”, che sottolineano:

-nodo della costruzione dell’identità entro la società globale;

-nodo della relazione tra diversità secondo una logica costruttiva: verso una casa comune ancora da costruire, da costruire assieme;

-nodo inter-relazione tra universalismo e relativismo;

-nodo del riconoscimento;

-nodo della decostruzione-costruzione;

nodo della gestione e della conflittualità nonviolenta tra differenze.

 

 

*Roberto Alonge    “Rosa e azzurro”     Edizioni   Rosenberg e Sllier

Le storie delle persone immigrate  sono rivelatrici di uno stato d’animo particolare: la nostalgia della lontananza, ma anche il desiderio di affermazione ed ,in alcuni casi, il desiderio forte di restare qui, perché il momento è forse pronto per riportare dignità e parità alla donna.

Le storie delle donne sono una traccia preziosa per conoscere altre mentalità, altre culture, altre speranze di realizzazione che vanno ben oltre il desiderio di un lavoro, come affermano gli uomini; queste storie di donne  evidenziano una forte motivazione ad affermarsi, come del resto avviene anche per noi donne occidentali, anche in quei settori che sono da sempre prerogativa maschile, vedi il potere politico.

Ritengo molto importante che la cultura, l’alfabetizzazione in genere, possano aumentare questa consapevolezza di emergere, perché  ogni persona sia in grado di far sentire il proprio pensiero e sia soprattutto in grado di comunicare il proprio dissenso di fronte a scelte che non condivide.

Alcune di queste donne già hanno vissuto in modo diretto e violento le loro scelte di vita.

 Cristina, Naima, Veronica, sono alcune delle donne che hanno frequentato il corso di italiano per stranieri  dove insegno.

Veronica , Naima e Cristina si sono inserite nel contesto in cui vivono, acquisendo anche una notevole capacità di linguaggio che permette loro di far sentire ciò che pensano, riuscendo anche ad essere un modello di riferimento per altri.

Esse hanno una capacità culturale ottima già in partenza: hanno frequentato l’Università nei loro paesi  ed il possesso di questi strumenti ha loro permesso di acquisire molto velocemente  le differenze culturali, le informazioni cui accedono, la capacità di andare a cercare altre informazioni, di volere il confronto sui temi sociali, politici, religiosi.

Anche le donne italiane , benché da tempo abituate a discutere e a cercare occasioni per riuscire , abituate a “sgomitare” per arrivare ai posti che loro spettano e che non potevano ottenere in passato solo perché donne, sanno bene quanto lungo sia il percorso  per arrivare alla parità delle opportunità.

Dice Tina Anselmi*:” La nostra storia di italiani ci dovrebbe insegnare che la democrazia è un bene delicato, fragile, deperibile, una pianta che attecchisce solo su certi terreni, precedentemente concimati. E concimati attraverso l’assunzione di responsabilità di tutto un popolo. Ci potrebbe far riflettere  sul fatto che la democrazia non è solo libere elezioni- quanto libere? – , non è soltanto progresso economico – quale progresso e per chi? E’ giustizia. E’ rispetto della dignità umana, dei diritti delle donne. E’ tranquillità per i vecchi e speranza per i figli. E’ pace”.

Io penso  che sia il momento per porci alcune domande:

-Quante donne non sono ancora consapevoli dei loro diritti?

-Solo le donne straniere? O anche in Italia, e comunque anche nei paesi industrializzati c’è ancora una parte  della società che deve essere responsabilizzata su questi temi?

-Che cosa si può fare?

-Quali potrebbero essere indicazioni concrete per aumentare l’autostima delle donne e far sì che siano rispettati i loro diritti?

 

*Tina Anselmi     “Storia di una passione politica”  Sperling e Kupfer Editori

  

Lo scorso anno ho seguito il corso Interfacoltà “ Donne, Politica, Istituzioni” a Palazzo Nuovo; la professoressa Claudia Piccardo ha affermato che  bisogna sempre più prestare attenzione alle parole che si dicono e si  sentono, cioè “leggere” con occhi nuovi ogni cosa che ci capita.

Se, come  citato, “ il senso comune abita al piano superiore”, è dunque ora di utilizzare un pensiero divergente, è ora di sfatare alcuni modi di essere che hanno perpetuato un certo stereotipo del femminile e provare a cambiare l’ottica di osservazione.

L’ho già affermato: l’istruzione, la cultura, la discussione, il confronto sono i primi strumenti che permettono una consapevolezza maggiore dei propri diritti. Le donne, nei paesi industrializzati , stanno superando per scolarizzazione l’universo maschile; devono ancora fare il passo successivo ed acquisire le stesse opportunità lavorative e sociali ; ma il processo va avanti, anche perché, se una madre è più consapevole, i figli avranno un vantaggio a partire  dal linguaggio , dalla trasmissione culturale dei valori basilari .

Mi ricordo, a questo proposito, di una ricerca condotta in campo psicolinguistico negli anni ‘70/’80: i bambini della scuola dell’infanzia e della scuola elementare non presentavano una grande

differenza nei modi di apprendere fin verso i 6 anni; successivamente iniziava una diversificazione legata al grado di istruzione delle madri: là dove una mamma era diplomata o laureata  i bambini avevano più strumenti linguistici e comunicativi che permettevano loro di capire meglio i libri di testo, le spiegazioni degli insegnanti, le relazioni tra pari.

Ecco, le donne devono trovare queste modalità di affermazione, si è visto anche dalle brevi storie che ho raccontato: là dove le donne straniere hanno strumenti culturali il percorso di integrazione diventa più chiaro e più incisivo nella società  in cui si trovano; naturalmente ciò vale anche per le donne occidentali.

Al convegno delle Settimane sociali di Bologna del 2004,  Mario Marazziti, della Comunità di Sant’Egidio, disse che  non è molto intelligente chiamare e trattare da clandestini  più di un milione e mezzo di stranieri che oggi sono naturalmente regolari e che hanno diritto, già in buona parte, ad essere immigrati stabili e nuovi cittadini.

Infatti, altro elemento necessario ed impellente, è sicuramente quello di revisione normativa per consentire diritti a chi lavora, produce, vive nella nostra comunità.

Si parla dunque di possibilità di voto per chi è regolare, e che quindi può esprimersi per il governo delle città, dei quartieri, degli Enti Locali; per poter tenere insieme la complessità del quotidiano è importante che tutte le risorse si attivino.

Diceva ancora Marazziti che “occorre resistere ai luoghi comuni che sembrano verità solo perché non ci sono altri luoghi in cui far risuonare un pensiero diverso con forza simile, costruendo alternative”.

Ogni diversità è una risorsa, ogni pensiero è un tassello  significativo per la costruzione più equilibrata del domani, a partire  dalla presenza femminile alla pari nei posti decisionali, a tutti i livelli, della società.

Ricordo ancora  un concetto di Danilo Dolci, che parlava di comunicazione come strumento per “rendere il mondo comune”, cioè favorire la convivenza ed il dialogo, mentre oggi quasi stiamo assistendo al tradimento della comunicazione e del suo autentico significato.

Ma le donne , credo, andranno avanti.

Mi sembra significativa, e conclusiva di questa  breve trattazione, la poesia che Naima Elmarrhoub ha presentato al concorso  Lingua madre 2006 : Non mi arrendo. 

 

Non mi arrendo.

Quante trappole mi avete teso

Quanti lupi mi hanno seguito

Non mi arrendo

Smettetela di farmi male

La pazienza è sangue nelle mie vene

Il mio cuore è una roccia su cui è scritto

Non mi arrendo

Non obbedisco, non mi inchino

Domani sorgerà il sole

Sapete perché

Perché non mi arrendo.

 

 

Vorrei che questo diventasse l’obiettivo di tutte noi: non ci arrendiamo: soprattutto crediamo nell’amicizia e nella solidarietà e non  è certamente retorica dire che possiamo partire da queste storie, unendo storie di donne italiane, ma avere tutte insieme la convinzione che “si può”.

 

 

Maria Carla Micono 

 

con la collaborazione di:

 

Chiappero Carolina

Feira Luisa

Fornero Luigina

Macario Tiziana

Valdambrini Marica

Vietti Letizia

 

Bibliografia:

 

Tina Anselmi                    Storia di una passione politica                  Sperling & Kupfer Editori

 

Lingua Madre                  Duemilasei                                                   Edizioni SEB

 

IRRE Piemonte                Rosa e Azzurro                                            Rosenberg & Sellier

 

Mario Marazziti             Atti Settimane sociali 2004                          Bologna

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Sinodo valdese: cultura teologica e presenza pastorale femminile

 

 

Non ha lasciato margini di equivoci la predicazione odierna del pastore Paolo Ribet su Deuteronomio 6,4-9:

 

cultura teologica e donne pastore sono il biglietto da visita del popolo protestante. E l’immagine di questo popolo, che non si limita più alle valli piemontesi, si concretizza allorquando sia all’interno del Tempio (stracolmo di persone in ogni ordine di posto) che all’esterno, nel giardino, si levano le mani in alto per accompagnare la discesa dello Spirito santo sulle tre giovani donne pastore consacrate oggi. Giuseppina Bagnato, Joylin Galapon e Caterina Griffante sono emozionate ma non troppo. Hanno già sottoscritto l’antica confessione di fede del 1655.

Nel Sermone perfino una citazione di Benedetto XVI e il valore del confronto non solo con le realtà cristiane ma anche con le altre Fedi viventi. Tutti, o quasi, sperano nelle parole del pastore allorquando si auspica un confronto serrato e perfino duro sul piano teologico in merito alle tematiche all’ordine del giorno, fermo restando il clima di fraternità dell’Assemblea. Sembra quasi di vivere fuori del mondo di plastica a cui siamo ormai abituati dai media di regime. Dove tutto e’ concordato e il copione è già scritto in favore di miracoli e delle icone dell’idolatria c.d. popolare. A partire da Padre Pio, citato dallo stesso Ribet.

Sono posti all’attenzione dei ministri della parola e di tutti i laici convenuti al Tempio la questione del testamento biologico, col caso di Eluana Englaro,  e il grido di dolore degli immigrati in balia delle onde nel canale di Sicilia. Sono in realtà molti altri i nodi da sciogliere. In primis la militarizzazione del territorio nazionale, i diritti civili, le politiche di pace, la povertà nel mondo ma anche in Italia. Hanno partecipato al culto anche diversi ospiti italiani e stranieri, rappresentanti di diverse chiese evangeliche ed organismi ecumenici dell’Europa e degli USA.

Fuori dal Centro culturale valdese – tra l’altro –  una banda di trombettieri della chiesa evangelica del Baden (Germania) suona “Lode all’Altissimo” e molte altre musiche della Riforma. Le persone si fermano ad applaudirli. Domani, in ogni caso, occorre mettersi al lavoro per ascoltare il grido di Dio rivolto non solo a Israele ma a tutti, ciascuno con le proprie responsabilità.

E il compito non è certo semplice. Ma chi ha quasi un millennio di storia può forse farsi intimorire dalle sfide dei tempi? Può permettersi di lasciare il campo a forze evangeliche che vietano la preghiera alle donne nei templi (come capita spesso di constatare nei “Fratelli”), all’isterismo dei fanatici che pensano di disporre, quasi come fosse una proprietà privata, lo Spirito Santo o a lasciare il monopolio del dibattito pubblico agli affaristi conservatori di Comunione e liberazione?

I valdesi partono – a ben vedere – con una mossa di vantaggio: il loro popolo mastica teologia più che le sacrestie del potere. Per un cristiano è tutto quello che gli occorre per poter dire ancora che “la luce brilla nelle tenebre”.  Il compito sta ora ai Sinodali capire dove Dio ha urlato e non è stato capito. Spesso nemmeno dagli stessi cristiani… la Parola non può mai essere incatenata!

 

E lo Spirito ha soffiato. Eccome!

 

Il sito ufficiale che segue l’evento è a questo link http://www.chiesavaldese.org/pages/archivi/evidenza_commenti.php?scelta=comunicati

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Incontriamo i nostri lettori a Torre Pellice, al Sinodo valdese

 

 

Io credo in Dio,

che non ha fatto il mondo già finito

come una cosa che deve rimanere per sempre così

che lo regge non secondo leggi eterne

immutabilmente valide

non secondo ordinamenti naturali

di poveri e ricchi

competenti e non competenti

dominanti e dominati.

Io credo in Dio

che vuole la contraddizione in ciò che è vivo

e il mutamento di tutte le situazioni

per il tramite del nostro lavoro

per il tramite della nostra politica.

Io credo in Gesù Cristo che aveva ragione quando egli

“un singolo che non poteva fare nulla”

come noi

lavorava al cambiamento di tutto le situazioni

e perciò dovette soccombere.

Confrontandomi con Lui io riconosco

come la nostra intelligenza sia atrofizzata

la nostra fantasia spenta

la nostra fatica sprecata

perché noi non viviamo come lui viveva.

Ogni giorno  io ho paura

perché egli sia morto invano

perché Egli è sotterrato nelle nostre chiese

perché noi abbiamo tradito la sua rivoluzione

in obbedienza e paura

davanti alle autorità.

Io credo in Gesù cristo

che risorge nella nostra vita

che noi diventiamo liberi

da pregiudizi e conformismo

da paura e odio

e portiamo avanti la sua rivoluzione

per il suo regno

io credo nello spirito

che con Gesù è venuto nel mondo

alla comunità di tutti i popoli

e alla nostra responsabilità per quello

che sarà della nostra terra

una valle piena di afflizione fame e violenza

o la città di Dio.

Io credo nella pace giusta

che è fattibile nella possibilità di una vita che abbia senso

per tutti gli uomini e le donne

nel futuro di questo mondo di Dio.

Amen

 
 

Tratto da “Teologia politica”, di Dorothee Soelle

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