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Spazio misto di preghiera al Muro del pianto

 

Storica decisione del governo israeliano che istituisce una zona aperta a donne e uomini nel luogo più sacro dell’ebraismo

ll muro occidentale, ultima vestigia del secondo Tempio di Gerusalemme distrutto da Tito nel 70 dopo Cristo, da noi noto come “muro del pianto”, per gli israeliani è semplicemente “קיר, kotel”, il muro, per antonomasia, il luogo più sacro dell’ebraismo.

Da 25 anni era diventato anche luogo di divisioni e tensioni, spesso sfociate in vere e proprie violenze, tutte interne alla comunità ebraica. Questo perché non era possibile per donne e uomini pregare insieme, con le prime relegate in una zona isolata, secondo un dettame stabilito dall’ala più radicale dell’ebraismo, custode della zona in maniera più o meno informale dal 1967.

Il 31 gennaio la svolta, che arriva a sorpresa proprio per mano dell’esecutivo conservatore di Benjamin Netanyahu: con 15 voti a favore e 5 contrari il governo ha stabilito la creazione di una zona di preghiera mista, che andrà ad aggiungersi alle due esistenti, e che però non sarà gestita dagli ultraortodossi, ma da un apposito comitato formato da membri del governo e rappresentanti dell’associazione “Il muro delle donne”. Sono loro le vere vincitrici di questa battaglia: dal 1988 si riuniscono sulla spianata davanti al muro e sfidano apertamente le autorità e le tradizioni recitando ad alta voce la Torah indossando i sacri indumenti, quali il talled. Sono le figlie, e i figli, della diaspora, che tornate alla terra dei padri recano con sé un ebraismo meno ingessato, più aperto ad istanze egualitarie rispetto a quello della rigida tradizione. Che nella stessa Israele è guardato con distacco dalle nuove generazioni, poco sensibili a crociate identitarie legate a riti e schemi. E a loro che deve necessariamente guardare la classe politica se vuole rinnovarsi e tenere il passo di una società moderna, giovane, multiculturale, esasperata da troppi anni di tensioni con il mondo arabo, e quindi non disposta a sopportarne altre , per altro tutte interne.

Da oggi chiunque potrà quindi scegliere se recarsi nelle due sezioni tradizionali per la preghiera separata, o in quella mista, per una preghiera comune.

Una decisione che ha generato come c’era da attendersi reazioni di ogni sorta, fra l’indignazione di alcuni rabbini conservatori che lamentano la rottura con i capisaldi dell’ebraismo e la gioia delle correnti più moderate che vedono finalmente un superamento di tradizioni da aggiornare alla luce dei tempi correnti.

Il tempo ci dirà se la decisione sarà foriera di nuove tensioni o se verrà assorbita senza traumi dalle varie componenti in gioco.

Foto  “Jerusalem Western Wall BW 3” by Berthold WernerOwn work. Licensed under Public Domain via Wikimedia Commons.

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Per coloro che non hanno smesso di camminare teologicamente…

Karl Barth scrisse che “la teologia è una scienza bella, la più bella delle scienze, Perciò si può e si deve fare teologia con gioia. Un teologo non lieto, cattolico o protestante che sia, non è un teologo”. Quanti ne abbiamo incontrati così nel nostro cammino, vero? Sono mesi che non percepisco lo stipendio e devo lasciare un lavoro in cui non mi pagano ma non riesco a non assaporare quella gioia…

Chi ha visitato di recente il nostro sito ha notato nello sfondo il riferimento biblico – per me assolutamente centrale – delle leggi fondamentali del Patto sancito fra Dio e il suo popolo al Monte Sinai.  La loro origine è del tutto incerta ma possiamo farla risalire alla prima parte del 13 secolo a. C. – In ebraico i 10 comandamenti sono riconosciuti come “Le dieci parole” (il decalogo appunto). Sono citati nel libro dell’Esodo ma  ripetuti anche nel Deuteronomio col rinnovo del patto nelle zone di Moab, nell’attuale Giordania.

L’aspetto particolare che rimanda alla tradizione mitologica più antica e che essi erano stati scritti su due tavole. Ogni tavola ne conteneva il testo (che non è quello in uso nella dottrina della chiesa cattolica, tanto per essere chiari). Una tavola apparteneva ad Israele e l’altra a Dio stesso, affinché entrambi ne avessero una copia quali contraenti del Patto indissolubile. Era la legge centrale, diremmo oggi la Costituzione, dello Stato durante un periodo di formazione dello stesso fra i tempi di Mosè e quelli di Giosuè.

Ma al di là degli aspetti fra mito e leggenda è che, quelle leggi morali, erano iscritte nei cuori per il popolo sfuggito dalla schiavitù dell’Egitto. In esse le genti con gioia si ritrovavano su ciò che è bene che tutti osservino, per l’esistenza e il benessere dell’intera collettività. E’ un po’  come trovare il filo rosso alla propria esistenza umana e di tutti, al di là delle questioni cerimoniali o civili. Che non riguardando di certo e comunque la coscienza umana nel suo profondo. Non sono insomma una qualunque legge Bossi-Fini da abrogare senza tentennamenti alla prima occasione.

Quelle Tavole volute per Amore di Dio intendevano sottolineare proprio questo uscire dalle schiavitù; hanno la loro totale validità universale e atemporale anche nel mondo contemporaneo. Se una persona a 47 anni, come me (ma come milioni di altri essere umani), vive in perenne stato di disagio di precarietà lavorativa, gli viene negato perfino il diritto legittimo alla remunerazione, e sono addirittura costretti in qualità di neoassunti, sotto il nuovo contratto del Commercio, a rinunciare a chiedere per i primi due anni di lavoro dei permessi (retribuiti) per poter effettuare degli esami medici credo che gli egiziani sono ancora fra noi. Dentro i nostri uffici: a volte hanno perfino il volto sindacale di sigle che sono interessate alle proprie reti di interessi, privilegi e potere. Non conosco esattamente i firmatari di quell’accordo ma fanno tutti pena: bianchi rossi, socialisti rimbambiti…

Hanno studiato per bene a tavolino che per un periodo temporale, lungo addirittura un biennio, bisogna essere sani, non ci si possa ammalare nemmeno qualche giorno per più di tre volte. Altrimenti scatta la frustrata. Non ti danno né pane né acqua. Ma tu comunque devi portare il loro masso in cima alla loro piramide della vanità e degli interessi di profitto.

Quel Dio che ha ama il suo popolo individua nell’amore del prossimo l’altra faccia della medaglia dell’amore dell’uomo verso Dio, per il gesto d’amore già ricevuto della libertà. Che squallore quelle dottrine che argomentano che il Vangelo sia al di fuori della teologia del Patto eterno. Un sorta di oggetto non ben identificato (di certo venduto al mercato cristiano degli spregiudicati e degli affaristi) che stravolge la storia della presenza eterna nel mondo, nel creato.

Dio nel primo comandamento è molto chiaro nel porre la sua relazione come esclusivista con noi, laddove chiarisce per i suoi amati di non avere altri dei. E’ oggettivamente una menzogna affermare che “qualsiasi oggetto di culto (un crocefisso, con o senza un corpo appeso, tanto per fare un esempio) vada bene basta che sia sincero”., come è scritto nella lettera dei Corinti.

Quel Dio di cui siamo testimoni chiede invece di rinunciare agli dei degli imperi economici, politici, militari, religiosi… La nostra responsabilità umana ed etica sta proprio nel comprendere questi vecchi o moderni dei da cui siamo circondati. A volte sono facilmente riconoscibili perché si fanno sculture, status simbolo, perfino espressione sindacale di interessi per i più deboli … in realtà sono i rapaci che nei monti di Moab cercano ancora di depredare le poche cose dei nomadi della libertà, in cerca di giustizia.

Questa è stata all’inizio la Storia del popolo d’ Israele. Questa è la mia storia e di tutti coloro che non hanno ancora smesso di camminare. Fra tante fatiche ma anche nella gioia che l’Eterno è il mio amato, geloso. Milano è stata orgogliosa di ricordare anche queste pagine meravigliose di Israele come ricordiamo anche la catastrofe dell’occupazione militare dell’esercito della stella di Davide e della fame palestinese.

I carri dei nuovi Faraoni non raggiungeranno mai la speranza. Qualunque siano le loro insegne. E le acque che li rinchiudono negli abissi ricordano a noi solo che non sono loro i padroni del mondo. Anche se dovessero essere il popolo eletto. Dio ha fatto infatti anche altre scelte: ha amato il mondo intero. E ne farà ancora. E’ un Dio vivente ed è molto improbabile che si lasci ammanettare a Pontida dai nuovi crociati. Lui ormai vive fuori Gerusalemme. Rimane un nomade.

Lui è oltre il mito e dentro la vita quotidiana. Dentro la nostra città, dentro il nostro ufficio, nella nostra casa, nel nostro cuore.

Maurizio Benazzi

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Tutti brava gente: ieri in camicia nera e oggi in camicia verde?

Il quiz di ieri è stato vinto da Lia Didero alle ore 22.30. La risposta al quesito “Quale era – in base a “Il secondo libro fascista, Roma, Edizioni del P.N.F. 1939 – il primo dovere dell’Italiano che vive sui territori dell’Impero?”
R. Il primo dovere dell’Italiano che vive sui territori dell’Impero è quello di mantenere il prestigio della razza, mostrandone costantemente la superiorità agli indigeni.


 

Italiani “brava gente”: In quello stesso giorno venivano sterminati 689 ebrei francesi.La cantante italiana e quel concerto ad Auschwitz

Di Marcello Pezzetti*

In occasione della «Giornata della memoria 2010», all’interno di un’importante mostra su Auschwitz-Birkenau allestita nel complesso museale romano del Vittoriano e alla Camera dei Deputati, è stato esposto un documento relativo a un concerto svoltosi ad Auschwitz il 15 febbraio 1943 organizzato dalla Koinmandantur del campo, composta da SS, non da «civili» tedeschi, che ha visto la partecipazione di una cantante lirica italiana, Lia Origoni, indicata come cantante della «Scala» di Milano.

La signora Origoni, informata del fatto dall’organizzazione stessa della mostra, ha sostenuto in un intervento sul «Corriere» (5 febbraio) di non aver cantato ad Auschwitz, ma nella vicina città di Katowice, di non essere stata inviata lì dalla Scala di Milano, ma da quella di Berlino (un locale di varietà, non un teatro lirico), e soprattutto che un documento (in questo caso definito come «falso») ha meno valore di una testimonianza (in questo caso la sua).

Come curatore della mostra, mi limito a osservare che questo documento appartiene alla serie dl ordini emessi dalla Kommandantur del campo di Auschwitz-Birkenau, archiviati nel Museo dl Auschwitz, già pubblicati in Germania e giudicati da tutti gli storici come fonte privilegiata, di prima mano, quindi difficilmente contestabili Se Mulka, aiutante del comandante di Auschwitz Rudolf Hoss, ha ordinato a tutto il corpo delle SS di partecipare al concerto presso il Kameradschaftsheim («casa dei camerati») di Auschwitz, significa the i cantanti e musicisti spagnoli, ungheresi, italiani, quindi anche la «stella internazionale» Origoni, hanno allettato quei criminali proprio nei pressi del campo di sterminio, non altrove. Del resto alcuni sopravvissuti ci hanno confermato di essere stati. obbligati più volte ad assistere a concerti nelle strutture adiacenti al campo e le ultime fotografie ritrovate ad Auschwitz, anch’esse esposte in mostra, dimostrano che le SS si «divertivano» proprio in prossimità del campo stesso. Per confutare li contenuto del documento messo sotto accusa dalla Origoni è quindi necessario far ricorso ad altre prove documentarie -‘che però non esistono ‘- non certo a una testimonianza, soprattutto se di parte.

Abbiamo esposto questo documento non tanto per sottolineare la «collaborazione» di un’italiana al sistema di oppressione nazista – anche se cantare per i nazisti in Germania e in Polonia nel 1943 non è certo un fatto di cui andare fieri-; volevamo semplicemente far comprendere al pubblico come i carnefici nazisti concepissero la «normalità» della vita quotidiana all’ombra dei crematori: anche ascoltando musica italiana. Lo stesso giorno in cui si tenne il concerto, infatti, le SS bruciarono i corpi di 689 ebrei francesi, uomini, donne e tanti bambini, deportati da Drancy.

La Origoni non era certamente l’oggetto del nostro interesse scientifico in una mostra dal contenuto così drammatico e delicato (e come avrebbe potuto esserlo?), invitarla all’inaugurazione dell’evento, con i rappresentanti delle maggiori istituzioni nazionali, sarebbe stato fuori luogo. La sua reazione, del resto, lo ha confermato.

*Direttore
Museo della Shoah Roma

Corriere della Sera 1/3/2010
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Kolòt-Voci – Newsletter di Morasha.it a cura di David Piazza
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http://www.morasha.it – La porta dell’ebraismo italiano in rete
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La Cina, le chiese cristiane e Haiti

“CRISTIANI” UNITI PER LA CONQUISTA DELLA CINA ?

Come ogni anno, la Società Biblica in Italia ha preparato il fascicolo per la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Il fascicolo, che quest’anno si ispira al passo del Vangelo di Luca “Voi sarete testimoni di tutto ciò” (Luca 24,48), è predisposto dal Consiglio Ecumenico delle Chiese (CEC) e dal Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani. La sua elaborazione è stata affidata al gruppo ecumenico della Scozia. Il fascicolo della Società Biblica riporta per intero i passi biblici indicati per gli otto giorni della Settimana. In questa occasione la Società Biblica propone il progetto “Testi biblici per la Cina” con il quale intende raccogliere fondi per stampare, in collaborazione con la Comunità di Taizé e con l’autorizzazione del governo cinese, 1 milione di Bibbie e Nuovi Testamenti da distribuire ai cristiani cinesi. 

Ecumenici ritiene di non partecipare alle manifestazioni che saranno organizzate come segno di protesta e di denuncia contro l’otto per mille percepito dalle diverse confessioni (evangeliche, cattolica ed ebraica), ormai totalmente incapaci di rendersi autosufficienti e autonomi dalla presenza dello Stato – sempre più asfissiante – negli affari religiosi. Il loro stato di crisi spirituale è comunque sotto gli occhi di tutti. Semplicemente assenti per 358 giorni l’anno su 365, sia nei fatti concreti di Vangelo (non certo in TV!) che nella Legge Mosaica, il cui sunto è anch’esso l’amore per Dio e per il prossimo. La nota preghiera del Padre nostro deriva non a caso da preghiere ebraiche!

Surreali ed ipocriti, a nostro avviso, sono gli inviti alla laicità da parte di coloro che si riconosco nello spreco di risorse pubbliche e nel sistema congeniato di prelievo di denaro dalle casse pubbliche.

Diciamo in primis no alla carità pelosa da parte di enti religiosi che attingono denaro dall’otto per mille e facciamo leva proprio sul versetto biblico di quest’anno per chiedervi di divenire promotori di voci di dissenso nelle Assemblee a cui deciderete autonomamente di partecipare: osate chiedere la destinazione di tutto l’otto per mille, e non solo quello, in favore della popolazione Haitiana.

Evangelizzate per favore l’Italia e le sue chiese cristiane; rendete veraci le comunità ebraiche se siete ebrei. Grazie.

Si segnala che sul sito di Medici Senza Frontiere è possibile concorrere alla raccolta fondi per quelle zone terremotate: per info  http://www.medicisenzafrontiere.it/

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Grazie Becky !

Arrivederci signora Becky

Apprendiamo con grande ritardo della morte della signora Becky Behar, ultima sopravvissuta all’eccidio di ebrei italiani a Meina. L’avevamo incontrata nella sinagoga riformata di Milano circa un anno fa, proprio in questo periodo dell’anno. Ci ricordiamo della sua indignazione nei confronti del regista Carlo Lizzati e della sua falsa ricostruzione storica nel film “Hotel Meina” (2007), ispirato all’omonimo libro di Marco Nozza. Non ci sorpresero le sue affermazioni: ci rendevamo perfettamente conto che era già in atto da anni un tentativo generale di manipolazione della storia a più mani e con diversi fini. Non tutti propriamente artistici.

Questa gentile signora cercava di trasmetterci una testimonianza autentica sulla barbarie vissuta in Italia nel 1943, durante il primo eccidio di ebrei da parte di nazisti. Parlava con orgoglio di un incontro con gli studenti del Liceo classico della città di Busto Arsizio, in provincia di Varese. L’abbiamo ascoltata con attenzione e compreso il suo dramma, come figlia del proprietario dell’Hotel Meina. Come donna ebrea scampata alla strage.

Possiamo ancora garantirLe gentilissima signora Becky la nostra alta vigilanza per denunciare in ogni circostanza qualsiasi pericolo che possiamo avvertire nei confronti degli ebrei, in segno d’amicizia rinnovata con tutto il popolo ebraico. Pur dichiarandoci autonomi e critici rispetto alle politiche governative di Israele (a maggior ragione se un Governo si dice laico!), siamo in grado di assumerci le nostre responsabilità umane, civili e religiose in difesa della sua esistenza.

Non temiamo oggi in Italia né l’opportunistica e strumentale posizione servile destrorsa né il silenzio o peggio il non detto della sinistra contro regimi tirannici come quello iraniano e la sua fede cieca nel crimine sistematico. Lei ha conosciuto semplicemente dei cristiani che hanno fatto tesoro per sempre della chiesa confessante fin dal dicembre 2002 quando apparivamo con qualche decina di iscritti su internet sotto il nome di “Orientamenti ecumenici”, scegliendo teologicamente di schierarsi per l’attuazione di questo testo di Bonhoeffer, che qui riproponiamo come momento di riflessione collettiva per migliaia di persone che adesso ci seguono. Ancora fuori dalle sacrestie e senza paura di dire quello che si deve dire.

Grazie Becky! Veramente tante grazie per la tua vita piena di passione per la Storia.

“Fare e osare non qualunque cosa, ma la cosa giusta;
non restare sospesi nel possibile, ma afferrare arditi il reale;
non della fuga dei pensieri, ma nell’azione soltanto è la libertà.
L’obbedienza sa cosa è bene,
e lo compie,
La libertà osa agire, e rimette a Dio il giudizio
su ciò che è bene e male.
L’obbedienza segue ciecamente,
la libertà ha gli occhi ben aperti.
L’obbedienza agisce senza domandare,
la libertà vuole sapere il perché.
L’obbedienza ha le mani legate, la libertà è creativa.
Nell’obbedienza l’uomo osserva i comandamenti di Dio,
nella libertà l’uomo crea comandamenti nuovi.
Nella responsabilità trovano realizzazione entrambe, l’obbedienza è libertà.”
(Dietrich Bonhoeffer)

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Inciviltà

A PROPOSITO DI ANTISEMITISMO CATTOLICO

 

“Tra ‘800 e ‘900, “Civiltà Cattolica” parla di ”infezione” giudaica della Nazione, di “complotti ebraici”, di “pericolo dello spirito giudaico”; afferma che  “gli ebrei non sono una religione”, “sono una razza speciale”, “necessità di odiarli”, “difendersi attraverso leggi speciali”, prendendo esempio dagli Stati Tedeschi, dall’Austria-Ungheria, dalla Russia.

Civiltà Cattolica fa una raccolta di questi scritti: Della questione giudaica, edita a Prato nel 1889 e nel 1891, e ripubblicata più volte dopo le leggi razziali fasciste del 1938. Si auspica la confisca dei beni degli ebrei: Che la confisca sia giusta, chi può dubitarne? La maggior parte de’ tesori che i giudei posseggono, è roba di malo acquisto: colla frode, coll’usura, colle truffe l’hanno messa insieme, e se non si pone un termine allo scandaloso loro accumulamento, fra poche decine d’anni, quasi tutto il capitale mobile e immobile de’ cristiani sarà preda loro (ed.’91,p72). Ma anche l’espulsione degli ebrei era una necessità: Se non si rimettono gli ebrei al posto loro, con leggi umane e cristiane sì, ma di eccezione, che tolgano loro “l’uguaglianza civile”, a cui non hanno diritto, che anzi è perniciosa non meno ad essi che ai cristiani, non si farà nulla o si farà ben poco…( p.81) Gli ebrei moderni sono il flagello della giustizia di Dio, e che tutto il dolce del liberalismo finisce per attirarle fra le strette della vorace piovra del giudaismo(p.89).

Il giudaismo è paragonato da padre F.S. Rondina ad un polipo che continuamente accresce il suo potere economico: E’ un polipo che cò suoi smisurati tentacoli tutto abbraccia…ha lo stomaco nelle banche…i suoi succhiatoi dappertutto: negli appalti e nei monopoli, negli istituti di credito e nelle banche, nelle poste e nei telegrafi, nelle società di navigazione e nelle ferrovie, nelle casse comunali e nelle finanze degli Stati.(Civiltà Cattolica, 1892, serie MXXII, pp.155-56).
(…)

padre Oreglia, in una rubrica dal significativo titolo, Dell’ebraica persecuzione contro il Cristianesimo, dava per certo che i giudei fin dall’antica Roma avevano costituito un pericolo per i cristiani. I cristiani, infatti, sarebbero stati perseguitati dai romani solo a causa delle calunnie giudaiche, e sotto Nerone sarebbero stati gli ebrei a provocare l’incendio del 64 per poi accusare i cristiani. (Civiltà Cattolica, serie XIII, vol.III, p549).

(….)
Agli inizi del 900, il tradizionale antisemitismo cristiano è ormai divenuto per l’Europa il supporto del nazionalismo, della “nazione razza”, che avrebbe dovuto dominare le altre in nome di una presunta superiorità.
Come scrive R. De Felice : L’antisemitismo cattolico degli ultimi cento anni assume ai nostri occhi un significato ben preciso, nell’ambito del quale si articolano ed hanno ragion d’essere le fasi, le riacutizzazioni, le esplosioni, le stasi di esso, altrimenti impossibili a spiegarsi, sino all’ultima drammatica crisi del periodo …
Con il 900 all’antisemitismo cattolico, o meglio clericale, venne progressivamente affiancandosi quello dei nazionalisti e quello dei sindacalisti rivoluzionari e fascisti. Questo nuovo antisemitismo fu però e rimase di gran lunga inferiore a quello clericale, da un lato tributario verso di esso di tutta una serie di argomenti (l’ebreo anticristiano, l’ebreo massone, l’ebreo sanguisuga della ricchezza nazionale e, giù, giù nel tempo, l’ebreo antinazionale, l’ebreo bolscevico, ecc.), da un altro lato privo della sistematicità e del significato di esso… (op.cit., pp. 35-43).
Sul terreno ampiamente seminato dall’antisemetismo cattolico, fu dunque possibile lo sviluppo  dell’antisemitismo nazionalista e di quello fascista poi.  Fu infatti facile fare leva sulla tradizione secolare antiebraica per creare i connettivi della patria nazione razza sangue spirito, attraverso cui l’immaginario collettivo potesse individuare le ragioni di una propria presunta superiorità razziale. ”
 
dal libro di Maria Mantello, Ebreo, un bersaglio senza fine, storia dell’antisemitismo, Scipioni, 2002

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Una riflessione di Don Franzoni

Cara Maria Mantello ti ringrazio di questi spunti interessanti di cui sono certamente a conoscenza l’Associazione 31 ottobre (http://www.associazione31ottobre.it/ ), a cui questa newsletter è vicina. Il problema in Italia è che purtroppo non è previsto alcun insegnamento di Storia delle religioni nelle scuole pubbliche e che – salvo casi sporadici – come Ecumenici, tutto sia affidato all’iniziativa di singoli privati o microassociazioni, con scarsissimi mezzi.

C’è anche da osservare che la battaglia laica in Italia è stata spesso confusa e fraintesa per decenni come “lotta contro le religioni”, dimenticando che solo il pluralismo anche religioso  garantisce la democrazia partecipativa in uno Stato libero e forte. Il resto è ateismo che poco ha a che fare con lo spirito di questa newsletter. Se me lo consenti ti suggerisco di parlare nel titolo di” insegnanti del dio in sottana ecclesiastica”. Fortunatamente il nostro è il Dio di Abramo, di Isacco e Giacobbe che poco aveva a che fare con le stanze del potere. Anzi… E’ il Dio predicato dalla chiesa confessante sotto il regime delle camicie brune. Insomma è un’altra storia… un altro Dio se me lo consenti. Non è imparentato con quello di Papa Benedetto XVI e dei governi di centrodestra e centrosinistra.

Un cordiale saluto

Maurizio Benazzi

 

 

Tagli per tutti, tranne per gli insegnanti di dio.

E questo mentre diminuisce il numero di chi sceglie religione cattolica

 

 

Zona protetta, qui non si taglia. E neanche si riordina. 125.694 insegnanti di religione nella scuola pubblica sono al riparo dallo tsunami di tagli e proteste che l’ha investita. Anzi sono destinati ad assumere un peso crescente, essendo le loro ore intoccabili nella generale riduzione dell’orario delle lezioni in classe: Lo dice anche la Gelmini: macché maestro unico, c’è anche l’insegnante di religione. Che alle elementari e alle materne fa due ore a settimana per classe. Solo che adesso sono due su 30 (o 40 se c’è il tempo pieno), dall’anno prossimo saranno 2 su 24: l’8,3 per cento dell’orario curricolare.

(…) Tra il 2004 e il 2007 sono stati assunti oltre 15 mila tra maestri e professori di religione. Adesso superano i 25 mila, e cifra più cifra meno costano costano 800 milioni all’anno.

(…) mentre da tutte le parti ci si affanna per razionalizzare, accorpare risparmiare, l’insegnante di religione è attribuito rigidamente per classe. Questo vuol dire che c’è sempre, anche se solo uno studente di quella classe opta per l’insegnamento della religione.  (..) se ci sono due classi con dieci studenti ciascuna che scelgono la religione, queste non si possono accorpare per quell’ora. Un meccanismo che moltiplica le ore e le cattedre.

(…) Vale la rassicurazione del ministro Gelmini: “gli insegnanti di religione non si toccano”.

(…) l’insegnante di religione immesso in ruolo non perde il posto, ma può far valere i suoi titoli per insegnare altre materie:scavalcando altri precari con meno santi in paradiso.>>

(da dio non si taglia, di Roberta Carlini, L’espresso, 27 – 11 – 2008, p. 89)

 

 

SU   IMMISSIONE IN RUOLO E STIPENDI INSEGNANTI RELIGIONE CATTOLICA:

http://www.periodicoliberopensiero.it/voci/voci_0805_insegnanti.htm

http://www.periodicoliberopensiero.it/news/news_20080928_insegnanti.htm

http://www.periodicoliberopensiero.it/news/news_20081027_stipendio.htm

 

 

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A proposito della preghiera cattolica per la conversione degli Ebrei, invio la bella riflessione di Giovanni Franzoni apparsa su Micromega 5/2008.

Ciao

Gigi Ranzani

 

 

CONVERSIONE O APOSTASIA?

Alla luce dell’autentico messaggio di Gesù ogni forma di attività missionaria tesa al proselitismo è problematica. Saprebbero i cristiani dividere il loro pane e il loro amore con i poveri, senza promuovere delle conversioni? Come il papa e i pastori delle varie Chiese, e con essi tutti i membri delle comunità cristiane, debbono convertirsi all’insegnamento di Gesù e seguirlo con coerenza e rigore, così gli ebrei debbono convertirsi alla Torah, gli islamici al Corano e così via. Questa è l’autentica conversione.

 

don GIOVANNI FRANZONI

Quando, nei nostri giorni, la Congregazione della Santa Sede che presiede alla formulazione e alla riformulazione delle formule liturgiche è tornata sulla tormentata invocazione della liturgia del Venerdì Santo (il ve­nerdì che precede la celebrazione della Pasqua) in cui, dopo aver prega­to per la Chiesa e per il mondo, si prega anche per gli ebrei, grazie a Dio, non è tornata a galla la terribile espressione preghiamo per i perfidi giudei che per secoli aveva attraversato le Chiese cattoliche, le coscienze dei cristiani e le carni degli ebrei e che, con fermezza e non senza opposizio­ni, papa Giovanni aveva fatta rimuovere dalla liturgia.

È rimasta però in vita un’altra invocazione, che ancora ha suscitato turbamento nelle comunità ebraiche: la preghiera che invoca la conversione degli ebrei e l’accettazione della fede cristiana.

Certamente Gesù di Nazaret desiderò essere accolto come luce in Israele, parola del Padre, salvatore dalla schiavitù del peccato e molto probabilmente Messia annunciatore di una nuova legge, come disse Geremia, scritta nei cuori, e di una salvezza del mondo, ma tutto questo non signi­ficava l’abbandono dell’ebraismo per convertirsi a una altra Chiesa.

La sequela di Gesù sulla via della radicalità evangelica comportava l’abbandono degli interessi mondani e una profonda ìnterpretazione della Legge, come amore, ma non la pretesa di fondare una comunità escludente, quasi una sorta di nuova arca della salvezza rispetto all’incom­bente giudizio di Dio. Perciò sia i giudeo-cristiani della Chiesa primitiva, sia, oggi, gli ebrei-messianici che considerano Gesù il Messia senza con questo aderire alla teologia dogmatica delle Chiese ufficialmente cristiane, possono aver creato e creare dissensi e conflitti – questo alla fin dei conti potrebbe essere proficuo per tutti — ma sono considerati veri ebrei. Perché non dovrebbero essere considerati veri cristiani?

Quando Gesù – secondo le narrazioni evangeliche – disse alla donna cananea che gli aveva strappato un prodigio con la sua fede: «La tua fede è grande. Sia come tu vuoi!» e quando rimandò al suo villaggio l’indemoniato di Gerasa o proclamò che un odiato centurione romano aveva manifestato una fede rara in Israele, pretese che questi cambiassero religione? Che lo seguissero come discepoli? Che ricevessero il battesimo? Questi frequenti atteggiamenti in Gesù di Nazaret pongono degli interro­gativi su cosa potesse significare un invito: «Vieni e seguimi», fatto ad alcuni, mentre ad altri era dato di godere di una comunione universale fatta di apertura e fiducia nel Signore della vita e Creatore dell’Universo.

Molti teologi sono oggi convinti che Gesù distinguesse fra il gruppo ristretto dei suoi seguaci che chiamava «la mia Chiesa» e un ampio Regno di Dio, aperto a tutti indipendentemente dalle forme religiose, dalle ritualità e dalle lingue liturgiche.

Questo rende problematica ogni forma di attività missionaria tesa al proselitismo fra varie Chiese cristiane e fra cristiani e ebrei. Ancora più problematica l’attività di proselitismo in aree culturali e religiose profondamente diverse come quelle islamiche, quelle induiste e oggi, col risveglio delle religioni animiste, anche quelle considerate letteralmente «pagane» e idolatriche.

La recente insurrezione anticristiana nello Stato indiano di Orissa, indubbiamente addebitabile nei suoi eccessi e nelle sue violenze a elementi nazionalisti condannabili senza attenuanti, chiede un ripensamento ben più profondo ed esteso di quanto si sia fatto con la mobilitazione promossa dall’onorevole Adomato in favore dei cristiani perseguitati, senza porsi il problema di quale reazioni susciti, in altre aree culturali, la conversione di persone fragili, spinte forse dal bisogno di un pugno di riso e di una carez­za. Saprebbero i cristiani dividere il loro pane e il loro amore con i poveri, senza promuovere o anche solo accettare delle conversioni?

Che significa dunque oggi, annunciare il messaggio evangelico a persone e popoli di altre culture e di altre religioni?

Se apparteniamo a una area culturale, politica o religiosa, dovremo seriamente impegnarci in un impietoso esame di coscienza per sapere se siamo stati coerenti ai princìpi etici che sono stati alle fondamenta della nostra appartenenza e della nostra identità pubblicamente professata.

Da qui il bisogno di convertirci, rivedendo con rigore i nostri comporta­menti e facendoci aiutare sia da chi ci sta accanto come solidale nel no­stro cammino, sia da chi ci guarda, per così dire, dall’esterno.

Secondo una antica prassi liturgica, il giorno di inizio della Quaresima, stagione per i cristiani dedicata appunto all’esame di coscienza e alla conversione, il celebrante della liturgia, impone ai fedeli le ceneri sulla fronte, esortandoli a ricordarsi che «cenere siamo e cenere ritorneremo» e pertanto dobbiamo porci sulla via del ravvedimento.

Il papa, uomo fra gli uomini e cristiano fra i cristiani, non si sottrae a questa prassi liturgica e quindi, all’inizio della Quaresima, i nostri telegiornali hanno visto il cardinale celebrante imporre le ceneri al papa e indirizzargli questo severo messaggio: «Convertiti e credi nell’evangelo!».

È lecito pensare che, come il papa e i pastori delle varie Chiese, e con essi tutti i membri delle comunità cristiane, debbono convenirsi all’insegnamento di Gesù e seguirlo con coerenza e rigore, così gli ebrei debbo­no convenirsi alla Torah, gli islamici al Corano, gli induisti alle verità profonde del brahamanesimo, i jainisti a Mahavira e a Gandhi, i buddisti al dharma dell’Illuminato. Coloro che non hanno una «norma normante» di origine religiosa, troveranno nella loro coscienza e negli esempi dei loro padri e delle loro madri, da Socrate a Simone Weil, la preziosa traccia alla conversione. Da questa pratica morale e non da rabbiose affermazioni identitarie, nascerebbero speranza e fiducia per le nuove generazioni e un mondo più giusto e solidale.

Più utile che il passaggio da una Chiesa all’altra, da una religione all’altra, sarebbe la creazione di spazi di dialogo interreligioso nei quali, andando al cuore della propria religione, si scopra l’essenziale, su quello ci si confronti e si constati che cambiare abito e collocazione istituzionale è secondario e talvolta strumentale.

 

 

 

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Non partecipare è d’obbligo

Milano, il 19 novembre 2008

21 Cheshvàn 5768

 

B’’H

In relazione alle notizie apparse sulla stampa, il Presidente dell’Assemblea Rabbinica Italiana, Rav Prof. Giuseppe Laras, ritiene di fare le seguenti precisazioni:

–          la questione apertasi nello scorso febbraio a seguito della reintroduzione, seppur con l’apporto di alcune modifiche, dell’Oremus della liturgia del Venerdì Santo secondo il rituale tridentino di Pio V, contente l’invocazione “Dio illumini i loro cuori affinché riconoscano Gesù Cristo salvatore di tutti gli uomini”, permane, a parere dell’Assemblea Rabbinica Italiana, tuttora non risolta;

–          il Dialogo ebraico-cristiano in Italia, da parte ebraica, attraverso i suoi esponenti più autorevoli e rappresentativi, è stato sempre positivamente considerato e lealmente sostenuto e alimentato;

–          la Giornata del Dialogo ebraico-cristiano o dell’Ebraismo, promossa dalla Chiesa Cattolica e da alcuni anni organizzata e gestita in comune dalla Conferenza Episcopale Italiana e dall’Assemblea Rabbinica Italiana, non vedrà quest’anno la partecipazione della parte ebraica;

–          se, in prosieguo, la situazione andrà definendosi in termini di chiarezza e di reciproca soddisfazione, la Giornata vedrà nuovamente la partecipazione della parte ebraica;

–          si ricorda, inoltre, che la presente decisione riguarda esclusivamente il rapporto tra il Rabbinato italiano e la Chiesa Cattolica, e non quello con le altre Chiese Cristiane, con le quali il Dialogo permane inalterato.

Il Presidente dell’Assemblea Rabbinica Italiana

Rav Prof. G. LARAS

 laras

Ecumenici comprende le ragioni profonde qui esposte da Rav. Laras e auspica che analoghe iniziative siano intraprese anche dalle chiese protestanti in Italia nei confronti della Chiesa di Roma: nessuna preghiera, a livello istituzionale, può avvenire con chi ha la pretesa di essere la Verità.

Il nostro invito ai fratelli e alle sorelle  cristiane è di uscire – almeno temporaneamente – dai Consigli ecumenici delle chiese, laddove presenti nel territorio, e a rinunciare a qualsiasi invito alla preghiera se non proviene esclusivamente dai gruppi di base o informali o ancora da singole persone di confessione cattolica. 

Noi chiediamo espressamente  di non partecipare agli incontri per l’unità dei cristiani il prossimo gennaio 2009 e ad assumere autonomamente iniziative di protesta, contro l’arroganza teologica esplicita del pontefice.

Daremo informazione puntuale di tutte le iniziative che si concretizzeranno, se saremo messi al corrente.

 

A proposito della “preghiera per gli ebrei”

Con il motu proprio Summorum Pontificum del 7 luglio 2007, Papa Benedetto XVI reintroduce la possibilità di utilizzare la formula liturgica pre-conciliare, in lingua latina, per la celebrazione eucaristica. A seguito di tale provvedimento, lo scorso 6 febbraio – nella ricorrenza del mercoledì delle ceneri – il Pontefice modifica la preghiera per gli ebrei del Venerdì Santo contenuta nel Missale Romanum anteriore al Concilio Vaticano II, sostituendo il riferimento al «popolo accecato [che deve essere] strappato dalle tenebre» con l’espressione «Preghiamo per gli Ebrei. Il Signore Dio Nostro illumini i loro cuori perché riconoscano Gesù Cristo Salvatore di tutti gli uomini». La disposizione del Papa è contenuta in una nota della Segreteria di Stato della Santa Sede.

Tale modifica giustifica di fatto una preghiera liturgica alternativa e contrapposta a quella vigente, e che a nostro parere è in contrasto con i testi conciliari Dignitatis humanae, sulla libertà religiosa, e Nostra aetate, sul rapporto fra la Chiesa cattolica e le altre religioni, in cui si afferma che «gli ebrei, in grazia dei padri, rimangono ancora carissimi a Dio, i cui doni e la cui vocazione sono senza pentimento. […] gli ebrei non devono essere presentati come rigettati da Dio, né come maledetti, quasi che ciò scaturisse dalla sacra Scrittura» (Nostra aetate, 4).

Continua sulla pagina dell’ anno ebraico 5769…

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Quando un pastore di provincia e sua moglie sono più grandi di un papa

Il Pastore Trocmé e sua moglie Magda, la toscana.

 

 

Pastore del villaggio francese di Le Chambon-sur-Lignon, André Trocmé ha guidato una “cospirazione del bene” allo scopo di salvare dallo sterminio nazista circa cinquemila persone

 

Ecumenici mette a disposizione di scuole, gruppi e associazioni un paio di DVD in lingua francese che raccolgono le interviste e la storia del villaggio durante la guerra

Scrivere a ecumenici@tiscali.it 

 (VE) Tutto cominciò una notte dell’inverno 1940/41 quando qualcuno bussò alla porta di André Trocmé, pastore riformato di Le Chambon-sur-Lignon. Quando aprì, si trovò di fronte una donna, affamata e infreddolita. Era una profuga, ebrea, in fuga dai nazisti, che cercava un riparo.

A quel gesto di accoglienza fece seguito un’intensa attività di aiuto a favore di migliaia di persone perseguitate dal governo francese di Vichy e dall’occupante nazista. Gli abitanti di Chambon diedero ospitalità a circa cinquemila profughi ebrei, li ospitarono, si presero cura di loro, si occuparono dell’educazione dei bambini, organizzarono la fuga di centinaia di ebrei verso la Svizzera e la Spagna.

André Trocmé, aiutato dalla moglie e coadiuvato dal collega pastore Édouard Theis, fu la guida spirituale e morale del villaggio. Era nato nel 1901, in una famiglia dalle radici ugonotte e tedesche. Nella sua formazione era stato profondamente colpito dalla testimonianza, ricevuta da adolescente, negli anni della prima guerra mondiale, di un soldato tedesco obiettore di coscienza. Divenuto pacifista, decise di andare a Le Chambon, in una regione discosta, per poter liberamente vivere la propria scelta non-violenta. Nel 1938 fu tra i fondatori di una scuola pacifista internazionale a Le Chambon. E quando una personalità di spicco del protestantesimo francese chiamò Trocmé, durante la guerra, chiedendogli di smettere la sua attività di aiuto a favore degli ebrei – attività che, riteneva, avrebbe danneggiato i protestanti in Francia – egli rispose con un categorico rifiuto.

André Trocmé mostrò agli abitanti di Le Chambon una via pratica ed efficace di resistenza a Vichy e ai nazisti. Il personale della scuola rifiutò di prestare giuramento di incondizionata fedeltà al capo dello stato e la campana della chiesa non suonò – trasgredendo l’ordine ricevuto – in occasione dell’anniversario della presa di potere del maresciallo Pétain. Trocmé rispose a tutte le richieste che gli furono rivolte di mettere in salvo o trovare un riparo per gli ebrei in fuga, anche se questo comportava dei pericoli per lui, per la sua famiglia e per i membri della sua chiesa.

I profughi erano accolti nelle case degli abitanti del villaggio, nelle fattorie, negli edifici scolastici. E quando c’erano dei rastrellamenti, venivano mandati nei boschi.

Le autorità di Vichy intuirono presto quello che stava succedendo a Le Chambon – del resto non sarebbe stato possibile tenere completamente nascosti i movimenti di tante persone. Ma quando chiesero esplicitamente di cessare ogni aiuto ai profughi, il pastore rispose: “Queste persone sono venute da me in cerca di aiuto e rifugio. Io sono il loro pastore. Un pastore non abbandona il suo gregge. Non so che cosa sia un ebreo. Conosco soltanto esseri umani”.

Nell’estate del 1942, degli autobus della polizia di Vichy arrivarono a Le Chambon. Il capitano di polizia chiese a Trocmé una lista completa dei nomi dei rifugiati presenti nel villaggio e l’immediata consegna dei profughi. La lista non fu consegnata e l’indomani gli autobus della polizia se ne andarono, vuoti.

André Trocmé fu arrestato e minacciato, ma non firmò l’impegno a seguire le direttive del governo relative all’atteggiamento da assumere nei confronti degli ebrei. Suo cugino, Daniel, fu arrestato e internato nel campo di concentramento di Majdanek, dove fu ucciso. Sul finire della guerra, André Trocmé dovette passare nella clandestinità, per evitare l’arresto da parte dei nazisti.

Nel 1990 i cittadini di Le Chambon-sur-Lignon sono entrati nella lista dei Giusti delle nazioni e la loro opera è stata riconosciuta da Yad Vashem e dalla Holocaust Martyrs’ and Heroes’ Remembrance Authority di Gersalemme. E nell’estate del 2004 il presidente francese Jacques Chirac si è recato a Le Chambon, in visita ufficiale, per rendere omaggio al coraggio di chi salvò tante vite umane.

 
 

(Peacelink) Animatori di una strordinaria esperienza di resistenza nonviolenta al nazismo. “Andre’ Trocme’ ha svolto la sua missione evangelizzatrice come pastore riformato a Le Chambon sur Lignon, un villaggio francese nelle Chevennes, la cui popolazione durante l’ultima guerra ha salvato la vita a migliaia di profughi anzitutto ebrei, tra i quali molti bambini. Le Chambon sur Lignon ha avuto una lunga storia di persecuzioni: la sua popolazione riformata, nel passato aveva sofferto molto per la sua fede. In questo villaggio Andre’ Trocme’ e sua moglie Magda, una toscana, avevano fondato il Collegio Cevenol, scuola internazionale di educazione alla pace, alla comprensione di tutte le idee, razze, nazioni. Dopo la sconfitta della Francia, sotto il governo di Vichy, in una notte scura di tempesta un’ebrea austriaca, sfinita, bussa alla porta della casa pastorale di Le Chambon e Magda Trocme’ l’accoglie con amore. La domenica seguente il pastore Trocme’ predica sulle “citta’ rifugio” descritte in Deuteronomio cap. XIX. Il Concistoro si riunisce ed inizia ad organizzare la resistenza nonviolenta contro la persecuzione dei profughi: migliaia di loro vengono ospitati dalle famiglie, nella scuola, vengono nutriti, nascosti e poi condotti alla frontiera. Molti sono i ragazzi, addirittura i bambini, del villaggio che conoscono le stradine per le montagne e conducono i profughi. Al centro di tutta la vicenda e’ la famiglia pastorale: Andre’ e Magda con i loro quattro figli ancora giovanissimi, con la casa sempre piena di ospiti da nascondere. E’ una vera lotta nonviolenta condotta con amore e tenacia che dura degli anni; solo dopo molto tempo vengono arrestati i pastori Trocme’ e Theis, ma grazie a Dio ritornano vivi. Purtroppo non succede cosi’ per il cugino Daniel Trocme’. Per molti anni Andre’ Trocme’ e’ stato uno dei responsabili del Movimento Internazionale della Riconciliazione” (Hedi Vaccaro). Opere di Andre’ e Magda Trocme’: Magda e Andre’ Trocme’, Una scuola, un villaggio contro il nazismo, Edizioni Qualevita, Torre dei Nolfi (Aq) 2000: “Una storia come quella narrata nelle pagine di questo libro dimostra se non altro una cosa, elementare ma fondamentale: l’Evangelo della pace puo’ essere non solo predicato ma praticato, non solo prospettato ma vissuto. Gia’ in questo mondo e in questa vita la pace e’ possibile perche’ e’ possibile viverla non solo nel segreto della propria anima ma anche nell’intreccio delicato (e spesso tormentato) dei rapporti umani, non solo di quelli tra persone ma anche di quelli tra Stati, popoli, razze e culture. Andre’ Trocme’ con sua moglie Magda s’e’ forgiato come testimone della pace e della nonviolenza negli anni bui della seconda guerra mondiale e della guerra civile: in quel contesto di odio e di morte ha maturato la sua vocazione pacifista, vissuta poi fino alla fine della sua vita. Leggere un libro come questo significa apprendere una lezione di pace, e apprendere una lezione di pace significa imparare la cosa piu’ bella che ci sia, e cioe’ imparare a costruire il nuovo in questo vecchio mondo” (Paolo Ricca). Cfr. anche Andre’ Trocme’, Gli asini e gli angeli (Racconti di Natale e di altri tempi dell’anno), Edizioni Qualevita, Torre dei Nolfi (Aq) 2000.

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Gli avanbracci col marchio IBM: il grande affare americano

Un  funzionario trentuenne della IBM Italia protesta contro la newsletter Ecumenici: dobbiamo prendercela anche contro la Fiat o “la BMW (e simili) perché in tempi di guerra costruivano macchine da guerra”,  le ferrovie dello stato italiano e tedesco perché è “con i treni che venivano deportate le vittime”, contro la Bayern perché (sotto altro nome) produceva il gas nervino”…

Gli chiediamo di inviarci gli articoli sui temi che lui propone di rimbalzo ma alla fine si limita a ringraziare per averlo tolto da questa lista di “fanatici politici, religiosi o sociali che sia”…

 

La banalità del male si serve sempre di bravi impiegati che fanno solo il loro dovere.

 

 

 

                                                                        Thomas J. Watson

 

Il grande affare americano

 

L’IBM ed il Nazismo

 

L’apertura a storici e studiosi di alcuni archivi rimasti per anni inaccessibili, mette in luce nuovi aspetti e coinvolgimenti che hanno reso possibile , in un concatenarsi di circostanze, economiche e politiche,lo sterminio premeditato e sistematico di milioni di esseri umani . Qui faremo riferimento ad una tecnologia in costante progresso nell’elaborazione di dati che servì dapprima per regolare alcuni aspetti di ordine pubblico, per la riorganizzazione industriale, compresa quella dell’industria bellica, e per l’organizzazione dei trasporti. e poi tramutatasi in vera sentenza di morte con la catalogazione della popolazione in base al sesso, nazionalità,percentuale di sangue, matrimoni misti, ecc . Herman Hollerith, per molti ancora sconosciuto ,fu l’ideatore delle schede con fori standardizzati idonee per eseguire censimenti su larga scala .Nato in Germania nel 1860 , emigra poi nello stato di New York . Il sistema Hellerith si basa sulla traduzione dei dati in fori su schede di cartoncino di piccolo formato (come un pacchetto di sigarette) mediante punzonatrici. Le schede possono poi venire lette con gli aghi metallici. Quando passano attraverso un buco, gli aghi chiudono un circuito elettrico che aziona dei contattori di scatti in grado di tradurre le informazioni in serie numeriche .

 Il sistema era completato di:

 da una macchina verificatrice che controllava la qualità del lavoro fatto dalla punzonatrice:

 da una macchina selezionatrice per ordinare le schede;

 da una calcolatrice per eseguire calcoli numerici;

 da una tabulatrice, per stampare i risultati in chiaro.

 Inizialmente queste tecnologie furono usate negli anni 20 in America per il “Progerro Giamaica”che sostanzialmente prevedeva lo studio sugli incroci razziali in Giamaica e poi successivamente negli Usa . Chi direbbe che , durante la seconda guerra mondiale , il colosso dell’informatica IBM specializzato allora in elaborazioni e censimenti abbia collaborato in maniera determinante dal punto di vista tecnico ed organizzativo, alla fornitura di macchine ed assistenza facilitando così l’attuazione delle deportazioni mediante l’identificazione e catalogazione di milioni di vittime dei Campi di concentramento e di sterminio ? La storia ci richiama al 1910 , anno in cui Hollerith conferisce i suoi brevetti per la Germania a Willy Heidinger, un commerciante di macchine addizionatrici che fonda la Deutsche Hollerith Maschinen Gesellschaft, in breve Dehomag, collegata strettamente con l’America. Poi Hollerith vende l’intera attività a Charles Flint e questio a Thomas J. Watson, che trasformerà il vecchio nome dell’azienda americana in IBM (International Business Machines). Rimarranno però il «sistema Hollerith» e la tedesca Dehomag, che importerà le continue innovazioni tecnologiche dalla sede americana in Usa.

 Fu proprio , Watson a dare il via a un’espansione storica della Dehomag e nel 1937 venne insignito dal partito nazista della Croce del merito dell’aquila, la più alta onorificenza nazista ad un non tedesco.. Solo qualche settimana dopo la salita al potere di Hitler, l’Ibm New York investì oltre sette milioni di Reichsmark (più di un milione di dollari) per incrementare drasticamente la capacità della filiale tedesca di fabbricare macchine. Per i suoi dirigenti era quasi una vocazione saturare il Reich di informazioni demografiche. La storia è emersa con la ricerca durata tre anni , negli archivi dei paesi coinvolti nella seconda guerra mondiale, in particolare in quella parte dell’Europa caduta sotto l’occupazione nazista, del giornalista investigativo statunitense Edwin Black, figlio di ebrei polacchi sopravvissuti alle persecuzioni naziste. Black con la pubblicazione nel febbraio 2001del libro “L’IBM e l’olocausto. I rapporti fra il Terzo Reich e una grande azienda americana” (IBM and the Holocaust, The Strategic Alliance Between Nazi Germany and America’s Most Powerful Corporation), documenta la fornitura da parte dell’ IBM di macchine da usare nei campi di concentramento per l’identificazione e la catalogazione delle milioni di vittime brutalmente torturate e trucidate. Nel testo, Black specifica chiaramente come l’IBM non si sia limitata a vendere le proprie tecnologie ai nazisti, anche molte altre compagnie americane meno note lo hanno fatto, ma abbia stabilito una vera e propria alleanza strategica tra la propria sede tedesca Dehomag (Deutsche Hollerith Maschinen Gesellschaft) e il Terzo Reich per una fornitura personalizzata alle esigenze dei “programmi” dell’Olocausto , tra questi in alcuni paesi l’IBM anticipa la Wehrmacht istituendo nuove filiali e iniziando censimenti in territori che verranno occupati solo in seguito, in modo che i nazisti al momento della conquista di questi territori avevano già tutti i dati per individuare, colpire e deportare gli ebrei della Polonia, del Belgio, dell’Olanda. Saranno i fori delle schede IBM a decretare chi verrà deportato, chi verrà mandato nei campi di lavoro e chi in quelli di sterminio. Per la verità il progetto non coinvolse solo la sede tedesca di Dehomag, ma praticamente tutte le filiali europee dell’IBM, quella svizzera, quella spagnola, quella polacca, quella svedese, quella romena, anche quella italiana. Ora ci chiederemo cosa sapeva di tutto ciò l’IBM di New York ? Sapeva, sapeva. Quando una legge americana rese illegale i contatti, con la Germania costrinse Watson a restituire l’onorificenza nazista, egli rimase comunque uno strenuo difensore dell’affidabilità economica del partner tedesco e un suo sostenitore politico. Allo scoppio della guerra Watson fa gestire dalla filiale di Ginevra (in diretto contatto con la casa madre americana) gli affari della filiale tedesca. Riesce anche a pilotare la gestione controllata della ditta da parte nazista e grazie agli appoggi politici nell’Amministrazione statunitense (era amico personale di F.D. Roosvelt) riesce anche a sfuggire un’inchiesta del Ministero del Commercio estero. In certi campi, come Dachau e Storkow, erano installate non meno di due dozzine di selezionatrici, tabulatrici e stampanti Ibm. Altri campi effettuavano solo la perforazione e mandavano le schede in centri come Mauthausen o Berlino. Il macchinario Ibm era quasi sempre sistemato all’interno dello stesso campo, affidato a un ufficio speciale con personale addestrato addetto all’assegnazione del lavoro, in tedesco Arbeitseinsatz . Dall’Arbeitseinsatz uscivano quotidianamente le importantissime assegnazioni ai posti di lavoro e l’ufficio era anche incaricato dell’elaborazione delle schede di tutti i prigionieri e dei ruolini dei turni di trasferimento. Necessitava quindi di un continuo traffico di elenchi, schede perforate e documenti codificabili dal momento che ogni gesto dei prigionieri era controllato e seguito con cura maniacale. Senza i macchinari dell’Ibm, la manutenzione continua e il rifornimento di schede perforate, i campi di Hitler non avrebbero mai potuto eseguire i loro terrificanti compiti come invece fecero. Ai campi più grandi era stato assegnato un numero in codice Hollerith per il lavoro d’ufficio: Auschwitz 001, Buchenwald 002, Dachau 003, Flossenbürg 004, Gross-Rosen 005, Herzogenbusch 006, Mauthausen 007, Natzweiler 008, Neuengamme 009, Ravensbrück 010, Sachsenhausen 011, Stutthof 012. Auschwitz, codice 001, non era solo un campo, ma un immenso complesso comprendente posti di transito, fabbriche e fattorie in cui lavoravano schiavi, camere a gas e crematori. Nella maggior parte dei campi l’Arbeitseinsatz non si limitava a classificare i posti di lavoro, ma anche gli elenchi dell’ospedale del campo e le statistiche delle morti e dei reclusi da consegnare alla Sezione politica. È però possibile che ad Auschwitz le attrezzature Hollerith fossero utilizzate, e pertanto collocate, in altri uffici. Tutti i non tedeschi di Auschwitz furono tatuati con i numeri Hollerith. Ma i numeri tatuati si svilupparono rapidamente ad Auschwitz. Ben presto non ebbero più alcuna relazione con la compatibilità Hollerith per un semplice motivo: il numero Hollerith era destinato a individuare un recluso che lavorasse, non un recluso morto. Quando il tasso di mortalità ad Auschwitz aumentò, i numeri basati sulle Hollerith semplicemente non servirono più. Ai cadaveri venivano subito tolti gli abiti, rendendo difficile l’identificazione per gli elenchi dei decessi basati sulle Hollerith. Perciò i numeri furono scritti con l’inchiostro sul torace dei reclusi. Ma siccome era difficile scorgerli tra i mucchi sempre più grandi di cadaveri, si decise che gli avambracci fossero più visibili.

Alla fine della guerra la vittoria dell’IBM sarà duplice: non solo rientrerà in possesso degli enormi profitti maturati nel corso della guerra e dell’oculata amministrazione controllata nazista, ma vedrà recuperate le proprie macchine dall’esercito alleato e sarà considerata alla stregua delle ditte alleate in Germania che hanno subito danni dall’esproprio nazista. Da non credere .

 Per concludere quando si entra all’ Holocaust Memorial Museum di Washington c’è un tabulato di Hollerith (una delle prime macchine elettriche a schede perforate).

 

In seguito alla pubblicazione del libro di Black, una organizzazione di esponenti del popolo rom, riuniti in quella che definiscono una “azione internazionale di riconoscimento e compensazione”, ha denunciato l’IBM per aver venduto macchine punzonatrici ed altre strumentazioni sofisticate (per l’epoca) che avrebbero facilitato le operazioni naziste di pulizia etnica rivolte contro, tra gli altri, proprio il popolo rom. Una corte d’appello di Ginevra ha stabilito, contrariamente a quanto deciso dal tribunale di primo grado, che l’IBM è processabile in Svizzera perché nel 1936 aprì una filiale a Ginevra, con il nome di “Quartieri Generali Europei IBM”. La corte d’appello di Ginevra ha anche dichiarato di non poter escludere “la complicità dell’IBM attraverso assistenza materiale o intellettuale agli atti criminali dei nazisti”. L’IBM ha chiesto un intervento della Corte Suprema svizzera.

 

Per approfondire ulteriormente l’argomento fate riferimento al libro : Ibm e l’Olocausto di Edwin Black edito da Rizzoli .

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