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Psicoterapia e fede

Nel saggio curato da Tonino Cantelmi viene sottolineato il valore e l’aiuto della fede nell’approccio terapeutico, lontano da derive ideologiche

Psicoterapia e valori

dal libro di Tonino Cantelmi, “Cattolici e psiche”, San Paolo 2008, Pag. 149, Euro 11,50

Secondo Renik (1996), il concetto di neutralità è pieno di buone intenzioni ma non riesce comunque a svolgere il compito per il quale è stato formulato: non fornisce un obiettivo utile sul quale basarsi, mentre viene svolto il lavoro di analisi clinica. Questa visione è sostenuta dall’epistemologia contemporanea, che ha mutato la nozione di realtà e di osservatore e ha finito col rendere sempre più insostenibile qualsiasi ricerca della validità della conoscenza indipendentemente dal soggetto conoscente. La realtà non è più considerata unica ed oggettivamente data una volta per tutte, ma viene vista alla stregua di una rete di processi multidirezionali interconnessi tra loro ed articolati in livelli multipli di interazione simultaneamente presenti ma irriducibili l’uno all’altro. I terapeuti non rimangono liberi dai loro valori anche quando intendono farlo. Negli anni, parte sempre più ampia della letteratura secondaria dedicata al ruolo dei valori in psicoterapia ha confermato che la terapia non è un’esperienza priva del coinvolgimento valoriale. Il vero problema non è, quindi, come essere neutri, quanto piuttosto come utilizzare i valori a vantaggio della terapia senza abusare del potere terapeutico e della vulnerabilità del paziente. Purtroppo, in merito a questo tema la ricerca è molto scarsa. Inoltre, come afferma Bergin (1991), i terapeuti non sono addestrati a concettualizzare la terapia in termini valoriali e ad utilizzare i valori nel percorso terapeutico. Strupp (1980) ha affermato che è inevitabile che il cliente divenga consapevole dei valori del terapeuta, non importa quanto questi cerchi di essere neutrale durante gli incontri. Inoltre sostiene che avere un terapeuta completamente neutrale può danneggiare alcuni clienti, che hanno bisogno di una relazione con un essere umano “reale”, piuttosto che con un tecnico impersonale. Secondo Rappoport (s.a.), nello sforzo di agire professionalmente, i terapeuti diventano enigmatici, frustranti, difensivi e, a volte, traumatizzanti. Un ampio numero di studi empirici fornisce prove che i clienti vengono sicuramente influenzati dai valori del terapeuta. Uno studio di Houts e Graham (1986) sembra confermare che i valori giocano un ruolo importante nel processo, nell’esito e anche nell’assessment della terapia. In altri studi la convergenza tra i valori del terapeuta e quelli del cliente è stata associata al miglioramento della condizione del cliente. Da una rassegna Kelly (1990) concluse, inoltre, che è possibile affermare che la convergenza dei valori del terapeuta e del cliente avviene nel corso della terapia, ed è collegata ad un’iniziale differenza nei valori tra di loro; ed inoltre che la convergenza dei valori è collegata alla valutazione del terapeuta dei miglioramenti del cliente o al modo in cui il cliente misura i propri miglioramenti. Al contrario, i valori del terapeuta non sembrano cambiare; questo suggerisce che il termine «convergenza valoriale» sia inappropriato, quando sono solo i valori del paziente a modificarsi (Tjeltveit, 1986). I terapeuti non sembrano avere un controllo cosciente di questo processo di conversione. In più, anche quando sono consapevoli della natura valoriale della terapia, tipicamente non sembrano concettualizzare il loro lavoro in termini di valori (Williams, 2004). Come affermano Williams e Levitt (2007), queste scoperte farebbero sì che il timore di Meehl (1959) e cioè che la ricerca potesse dimostrare che tutti i terapeuti sono cripto-missionari, sia divenuto la realtà. Nonostante questo, nella ricerca è stata dedicata poca attenzione al modo in cui i terapeuti negoziano i conflitti di valori ed il ruolo dei valori in terapia. In accordo con Cantelmi (2008) crediamo che si possa affermare che la posizione migliore per il terapeuta, consapevole che la terapia non possa essere un’impresa priva del coinvolgimento valoriale, sia quella di: a) divenire consapevole dei propri valori e del modo in cui questi possono influenzare il processo terapeutico e i soggetti coinvolti; b) essere aperto riguardo la condivisione esplicita dei propri valori; c) saper concettualizzare la psicoterapia in termini valoriali o essere consapevole dei valori che soggiacciono al processo terapuetico. Purtroppo non esiste una formazione specifica che aiuti gli psicoterapeuti in questa impresa. In molti hanno sostenuto che i terapeuti debbano essere in grado di esaminare i propri valori. Tenendo conto dell’influenza dei valori nel processo terapuetico, Vachgn e Agresti (1992), a prescindere dall’approccio utilizzato nel dialogare con i valori in psicoterapia, ritengono che un’abilità di base sia quella di tradurre ogni aspetto della terapia nei valori impliciti che gli soggiacciono. A tal proposito, Houts e Graham (1986) sostengono che i training di formazione psicologica debbano considerare di includere una sensibilizzazione alla componente valoriale che renda gli studenti in grado di riconoscere i propri valori e di divenire più sensibili a quelli dei loro pazienti. Un ampio numero di scrittori ha sostenuto la posizione che i terapeuti dovrebbero essere espliciti con il paziente circa i propri valori, prima e durante la terapia. Bergin (1991) afferma che più il terapeuta è onesto circa i propri valori, più probabilmente il paziente sarà in grado di mettere in atto risposte nei confronti delle scelte valoriali che sottostanno agli obiettivi e alle procedure del trattamento. Secondo tale Autore, la strategia di essere vago o obiettivo non funziona perché (a) spesso prendere una posizione valoriale in quel silenzio può essere visto come un consenso a certe azioni; (b) le proprie inclinazioni vengono comunque comunicate in momenti critici in modo essenzialmente involontario; (c) il paziente può sentirsi biasimato, messo in pericolo o autorizzato; (d) le resistenze del paziente possono non essere dovute a motivi interni al paziente, bensì rappresentare una risposta alla personalità dell’analista (Bader, 1995). Si conclude riportando il pensiero di Doherty (1997), secondo il quale: «influenziamo inevitabilmente il comportamento e il pensiero morale dei nostri pazienti. (…) Il punto cruciale è come essere rispettosi dell’altro e responsabili della nostra influenza sui pazienti. (…) I terapeuti hanno il privilegio di stare con le persone in momenti di particolare intensità personale e morale delle loro vite. In precedenza potevamo credere ingenuamente di (…) poter mantenere le mani pulite dalle scorie morali delle decisioni dei pazienti e ancora di poter sfuggire all’infinito la responsabilità di definirci moralmente nei nostri ruoli professionali verso i nostri pazienti, i nostri colleghi e la collettività. Ormai non possiamo più nasconderci dietro il velo da incantatore dell’obiettività e della neutralità morale”.

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