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Il male svizzero da curare anche in Italia

L’intervista è rilasciata a un cd addetto ai lavori su un tema scottante: la costruzione delle moschee in Europa. Ci pare però che l’antitalianismo di maniera di questi “esperti” non paghi sempre. Innanzitutto perché si sottovaluta la capacità organizzativa islamica in Italia che gode di una microrete di moschee che possiamo definire domestiche ma in secondo luogo anche la forte determinazione del popolo monoteista per eccellenza (molto più di noi cristiani e anche per taluni aspetti perfino degli aderenti alla religione ebraica e ai suoi sofismi linguistici del Pentateuco).

Islamici in preghiera si inchinano infatti verso la città santa anche di fronte a un tempio protestante o cattolico, in pieno traffico pedonale, a Roma o a Milano, e non si pongono minimamente alcun problema nel manifestare apertamente la loro Fede nell’atto più intimo di comunione con l’Eterno. Un ottimo esempio donatoci da questi fratelli in un epoca contrassegnata dalla paura di dichiararsi credenti. Per inseguire forse la moda dei valdesi, tormentati dalla malattia del laicismo radicale.

Noi – in ogni caso – non ci stiamo nella sterile contrapposizione cattolici da una parte ed evangelici dall’altra. Il non credere nei simboli esteriori come il crocefisso, statue e similari non ci esonera dal dichiararci sul chi siamo in realtà. E a comportarci secondo gli insegnamenti del rabbi Jesus. Nessun altro. Fosse anche un Papa, un sinodo protestante o un pope di campagna. O su Facebook il gruppo settario “Gesù ti ama”. 

Dio ce ne scampi da questi abominevoli idolatrie religiose. Un caso insomma da Officina della psiche da analizzare con rigore scientifico e senza genuflessioni religiose. Perché di religioso non ha nulla se non l’apparenza.

Di questo ne parliamo il 15 a Milano in Via Carducci 8 alle ore 20. Potete contarci!

MB

01 dicembre 2009

Intervista al sociologo delle religioni Stefano Allievi

Il sociologo italiano Stefano Allievi, docente di sociologia delle religioni a Padova, ha supervisionato un’inchiesta, ancora inedita, sulle costruzioni di moschee in Europa e sull’opposizione che questo provoca (Conflicts over Mosques in Europe: Policy issues and Trends, finanziato dal Network of European Foundations).

La votazione di questa domenica, in Svizzera, mirante a proibire i minareti, è un caso unico in Europa?
No, è un’idea che viene dall’Austria, dove la proibizione è entrata in vigore in due regioni (Carinzia e Vorarlberg). In questo paese, come per i promotori del referendum svizzero, la proibizione di minareti si basa su argomenti di tipo urbanistico. Questo permette, sul piano legislativo, di non attaccare direttamente le libertà pubbliche. Ma in realtà, l’argomento urbanistico nasconde la vera posta in gioco, di natura culturale o religiosa: non ci si scontra con le stesse riserve rispetto ad un grattacielo di un centro commerciale o ad una multisala di cinema! La proibizione dei minareti va effettivamente, a mio avviso, contro il rispetto della libertà religiosa.

Lei ha appena terminato uno studio europeo sulla costruzione di moschee in Europa. Come si comporta il nostro continente?
Il primo risultato interessante, e che a dire il vero non mi aspettavo, è che, da un punto di vista statistico, non ci sono problemi di libertà religiosa in Europa per i musulmani. Infatti, abbiamo censito tutte le sale di preghiera e le moschee. Su una popolazione di 18 milioni di musulmani in tutta l’Europa, il numero di luoghi di preghiera è soddisfacente, con una sala ogni 2000 musulmani. Ma qualitativamente molte sale di preghiera restano non soddisfacenti.

La vicenda svizzera rivela che ci sono ancora molti ostacoli per questi luoghi di culto. Questa ostilità è generale in Europa?
Le costruzioni di moschee continuano a suscitare molti conflitti. Bisogna notare che nessun altro luogo di culto, tempio sikh, luoghi di culto pentecostali, provoca queste opposizioni. Negli ultimi trent’anni, solo l’islam incontra questo problema. Abbiamo esaminato gli argomenti contrari alle costruzioni, raramente si tratta di punti precisi riguardanti le modalità del luogo, il vicinato (problemi di parcheggi, di affluenza), ma piuttosto di argomenti generali, cioè ideologici.

Ci sono delle differenze tra paesi?
No, le cose variano da regione a regione. In Francia, per esempio, coesistono tutte le situazioni: talvolta il progetto di moschea beneficia di un certo grado di coinvolgimento dei poteri pubblici (nazionali o locali) inimmaginabile negli altri paesi, e comunque meno basato sulla laicità. Ma si possono incontrare anche delle situazioni conflittuali dure. Ugualmente, nei Paesi Bassi, è difficile che un progetto di moschea abbia successo a Utrecht, cosa invece possibile a Rotterdam. Tuttavia, più in generale, i conflitti sono meno importanti nei paesi in cui i musulmani sono rappresentati in certe istituzioni, come la Gran Bretagna e la Francia.

Come nascono i conflitti sulle moschee?
Sul piano locale, per un progetto urbanistico, il conflitto permette di esprimere interessi divergenti. Ma se si esaminano le situazioni più da vicino, ci si accorge che tali conflitti hanno delle derive quando si intromettono degli “imprenditori politici dell’islamofobia”, perché non hanno nessun interesse a risolvere il conflitto, che incontra allora un’evoluzione patologica. Tanto più che sono rapidamente recepiti dai media che se ne impossessano – l’islam si vende bene! – e li diffondono a livello nazionale.

Qual è il paese più recalcitrante?
È l’Italia, il paese in cui si trovano meno moschee. Senza dubbio perché, nella penisola, quegli “imprenditori politici dell’islamofobia” controllano il ministero dell’interno: la Lega Nord ha sempre considerato l’islam pericoloso, e nelle regioni dove è in maggioranza – Veneto, Lombardia – le costruzioni di moschee sono praticamente impossibili.

Chi finanza le moschee europee?
Per lo più sono gli immigrati stessi con i loro contributi. I grandi centri islamici sono finanziati dall’Arabia Saudita, attraverso la Lega islamica internazionale. Questo solleva il problema della reciprocità, perché in quel paese è impossibile costruire delle chiese.

(intervista a cura di Isabelle de Gaulmyn, in “La Croix” del 30 novembre 2009; trad. it. www.finesettimana.org)

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La Bibbia e l’Europa

La Bibbia e l’Europa
Storia di un rapporto complesso e difficile. Senza la Bibbia l’Europa sarebbe diversa

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19 aprile 2009 – (Paolo Ricca VE) Direttamente o indirettamente tutta l’Europa è imbevuta di Bibbia, non solo a livello delle elaborazioni culturali, ma anche al livello più spiccio della esistenza quotidiana che ne è determinata, anche senza che ce ne accorgiamo, in molti modi. Per esempio moltissimi europei, anche se atei, portano dei nomi biblici; le norme di comportamento elementari anche di coloro che non si considerano cristiani sono quelle della Bibbia, codificate in alcuni almeno dei dieci comandamenti. Alla storia dell’arte europea la Bibbia ha offerto moltissimo materiale e sovente anche ispirazione e un gran numero di storie bibliche e di personaggi biblici sono entrati nell’immaginario collettivo, sono entrati a far parte di quel mondo non fisico, di quel mondo ideale che accompagna la nostra vita e la nostra esistenza. Personaggi e storie bibliche hanno popolato e popolano tuttora la nostra fantasia. Provengono dalla Bibbia sia grandi visioni e affermazioni di ordine religioso e filosofico (per esempio la nozione del tempo misurato), sia realtà più semplici della vita quotidiana come i proverbi. Il proverbio “chi cerca trova”, che tutti sanno, è una parola di Gesù, ma in generale chi pronuncia questo proverbio non lo sa e così via. Pensate al ruolo della croce nella storia della fede, e anche dell’incredulità, del nostro continente, fino, ad esempio, al ruolo svolto da personaggi come Adamo ed Eva e la loro storia. La visione dell’uomo, la cosiddetta antropologia, è sostanzialmente determinata dal racconto della vicenda dei progenitori dell’umanità. Si potrebbe continuare a lungo in questo elenco.

Studio e diffusione
C’è poi tutto il lavoro che è stato compiuto in Europa sulla Bibbia. La Bibbia ad esempio è sempre stata letta in tutte le messe, quanto meno domenicali, da venti secoli a questa parte. Immaginate la quantità di comunicazione del testo biblico: per venti secoli in tutte le messe, e non soltanto nelle messe, tutto questo materiale biblico è stato comunicato e in qualche maniera trasmesso. Pensiamo al breviario (riservato al clero della confessione cattolica) che è sostanzialmente un insieme di testi biblici (vi sono anche altri testi, ma certamente la gran parte è materiale biblico).
Pensiamo al ruolo dei Salmi nella preghiera della Chiesa e in generale dell’universo religioso europeo, pensiamo all’immenso lavoro compiuto in Europa per la trasmissione del testo biblico, agli innumerevoli manoscritti che hanno inondato l’Europa, che hanno occupato generazioni e generazioni di monaci, in modo particolare, all’immenso lavoro per tradurre, per commentare, per spiegare, per divulgare, per illustrare il testo biblico, pensiamo alla famosa “Biblia pauperum” (Bibbia dei poveri) a partire dal sec. XIII, a questo immenso sforzo per rendere la Bibbia accessibile, tramite pitture murali o su pergamena, agli analfabeti o ai preti che erano appunto poveri, in certe circostanze, per comprare la Bibbia in forma di manoscritto, che utilizzavano questa specie di Bibbia per commentare e raccontare qualche cosa della storia della salvezza. Alcuni studiosi vedono in questa espressione una allusione polemica ai movimenti ereticali, che proprio in quel periodo facevano della predicazione itinerante, il cui contenuto era essenzialmente la Bibbia (in particolare il Sermone sul Monte), uno dei punti prioritari del loro programma di rinnovamento cristiano.
Oppure si pensi a tutta la storia, davvero infinita, della predicazione della Bibbia, non soltanto del suo commento e della sua illustrazione, ma proprio della predicazione, dell’annuncio della Bibbia. Tutta l’evangelizzazione dell’Europa è stata ovviamente fatta anche e in particolare attraverso la trasmissione di contenuti biblici, nei culti, nell’istruzione, nella predicazione itinerante e poi via via nei secoli fino ad oggi con una quantità veramente gigantesca di lavoro. Sotto questo profilo acquista un valore emblematico il fatto che il primo libro stampato in Europa è la Bibbia. Ora tutto questo lavoro sulla Bibbia in larga parte precede la Riforma protestante, è un lavoro che è avvenuto anche nel tardo medioevo, è avvenuto nel primo millennio. Nella sola Germania, dal 1466 al 1522, quindi nell’arco di sessanta anni, vedono la luce diciotto Bibbie complete in tedesco. Insomma Bibbia ed Europa hanno delle storie inestricabilmente intrecciate.

Censure e divieti
Ma c’è anche il rovescio della medaglia e cioè una serie di fatti che mostrano come in Europa la Bibbia sia stata incatenata, vietata, bruciata oppure semplicemente ignorata. C’è anche un’Europa che ha avuto paura della Bibbia come se l’avesse temuta e perciò volesse a tutti i costi tenerla a bada. Incatenata è stata la Bibbia soprattutto alla lingua latina e dalla lingua latina nel senso che la Bibbia “Vulgata”, traduzione in latino della Bibbia, fatta per liberare la Bibbia dalla prigione di lingue che erano divenute largamente sconosciute, è diventata a sua volta una prigione quando il latino non era più lingua conosciuta, se non dalle classi colte e dal clero superiore. Quindi il latino è stata la prigione: prima è stata la liberazione e poi è stata la prigione della Bibbia in Europa. È stato necessario liberare la Bibbia dal latino; c’è qui tutta la storia complicatissima, intricatissima delle versioni della Bibbia in lingua volgare proprio per liberare la Bibbia dalla prigione della lingua latina e restituirla al popolo. Proprio a questo punto, nel momento in cui dalla Bibbia in latino si passa alle Bibbie in lingua volgare, si colloca il divieto, appare sull’orizzonte della storia tutta una serie di divieti.

Il Concilio di Trento
Il Concilio di Trento si occupa della Bibbia in due decreti, dell’8 aprile 1546. Uno è quello in cui si fissano i libri canonici, includendo anche i deuterocanonici, e si afferma che il Concilio riceve con pari atteggiamento di devozione e di pietà, insomma di fede, sia gli scritti biblici fissati secondo il canone del Concilio, sia le tradizioni non scritte, che però lo Spirito Santo o Cristo stesso avrebbero oralmente comunicato agli apostoli e sarebbero state trasmesse attraverso i secoli “come da mano a mano” fino ai nostri giorni, sia per quanto concerne questioni di fede che di morale. La Scrittura a Trento viene canonizzata, ma non da sola, e nasce lì questa specie di doppia parola, che poi avrà tutta una storia fino al Vaticano II.
Il secondo decreto che ci interessa è quello in cui si danno diverse norme riguardo alla stampa della Bibbia: si vieta una Bibbia stampata senza l’indicazione della città, oppure con una indicazione inesatta, falsa della città, si vieta di pubblicare una traduzione della Bibbia senza l’indicazione del traduttore, si vieta di smerciare una Bibbia stampata da un’altra città, si vieta il possesso della Bibbia, si vieta insomma un po’ tutto quello che non è sotto il controllo dell’autorità ecclesiastica. Si vietava già da prima ai laici la lettura della Bibbia, senza autorizzazione ecclesiastica e senza la presenza di un competente. La Bibbia viene per così dire messa in libertà vigilata. La Bibbia deve essere controllata, non può essere lasciata in mano ai laici, ai credenti, ci deve essere sempre l’occhio della Chiesa che vigila sull’uso della Bibbia nella chiesa. Potremmo parlare di una Bibbia messa sotto chiave, e la chiave è in tasca al clero. Anche tu la puoi avere a casa tua, ma sono io che apro tutte le volte che vuoi leggere. Così mi è parso di poter leggere vedendo quel decreto del Concilio di Trento.
E così la Bibbia ha cominciata una nuova storia. Dobbiamo parlare di una Bibbia clandestina – siamo in Europa non in Iraq! – di Bibbia contrabbandata, bisogna parlare di Bibbia arrestata, di Bibbia requisita, di Bibbia sequestrata, di Bibbia bruciata. C’è anche la libertà di Bibbia. Dunque c’è stata anche una caccia alla Bibbia, non è esagerato dirlo, e c’è stato indubbiamente nel nostro passato questo rapporto ambivalente, conflittuale, contraddittorio. La Bibbia viene avvertita come pericolo potenziale, certo come una grande benedizione e come una grande verità purché però non mi sfugga di mano. Va in qualche maniera tenuta al guinzaglio, l’imprimatur ecclesiastico va posto su ogni traduzione e su ogni spiegazione. Questo per quanto riguarda in particolare l’Europa cattolica.

Bibbia e protestantesimo
Se diamo uno sguardo all’Europa protestante, la situazione è ovviamente abbastanza diversa anche se è abbastanza tipico, io credo, il fatto che le Società Bibliche nascano accanto alle chiese e non come opere delle chiese stesse. Certo i credenti che le compongono sono membri delle chiese, ma è tipico che la Società Biblica in quanto tale sia un’opera collaterale, un’iniziativa sovente laica che sorge in particolare in rapporto alla iniziativa missionaria.
Il quadro del rapporto Bibbia-Europa in area protestante sarebbe incompleto se non evocassimo almeno tre fenomeni importantissimi, tipici, che già entrano nell’oggi del nostro discorso e che riguardano naturalmente anche l’area cattolica dell’Europa, ma in modo particolare hanno riguardato in origine e riguardano in parte ancora in maniera specifica il mondo protestante.
Il primo è l’eclisse della Bibbia. Viviamo una grande contraddizione: l’eclisse della Bibbia dalla vita personale e familiare. È un fenomeno all’ordine del giorno nei paesi protestanti (nei paesi cattolici non mi sento di pronunciarmi), è un fatto straordinario, eccezionale, relativamente nuovo. A fronte di una moltiplicazione di iniziative per rendere conosciuta la Bibbia, di traduzioni in tutte le forme e in tutte le lingue, di fatto, registriamo che è scomparsa quella che, nel protestantesimo, è stata una figura tipica e cioè la Bibbia di famiglia, che diventava poi la Bibbia delle famiglie, la Bibbia che accompagnava una famiglia attraverso molte generazioni (ma sappiamo in quale situazione si trova la famiglia nel mondo moderno). Anche lo studio personale della Bibbia, l’incontro quotidiano con la Bibbia, è molto rarefatto.
Secondo, c’è stata nell’area protestante, oggi anche in quella cattolica, ma è il protestantesimo che è stato il luogo genetico di questo immenso fenomeno, tutta la critica biblica: un’immensa operazione culturale, ma anche spirituale, che tendeva e tende alla valorizzazione della Bibbia (non alla sua relativizzazione). È un fenomeno ancora in corso e continuerà ad esserlo, un fenomeno che caratterizza l’oggi del rapporto Bibbia-Europa.
Il terzo fenomeno che desidero evocare è quasi una risposta polemica o critica nei confronti della critica biblica: il biblicismo, il fodamentalismo biblico. Abbiamo oggi una vastissima area di cristianesimo, soprattutto protestante o di origine protestante, che è biblicista o fondamentalista. Il fenomeno non è tipico del nostro secolo, perché è cominciato prima, ma certamente oggi ha assunto proporzioni ragguardevoli e non è semplicemente un fenomeno marginale.

Bibbia e cultura laica
C’è un terzo punto al quale accennare: l’Europa laica, l’Europa agnostica, quella che in qualche maniera si è sottratta al potere e alla tutela ecclesiastica e in questo modo ha anche praticamente messo da parte la Bibbia. L’Europa laica ha rimosso, oppure snobbato, ignorato, la Bibbia considerandola comunque parte di un universo superato o settoriale. Abbiamo così il grande paradosso di un’Europa laica che direttamente o indirettamente attraverso rivoluzioni, riforme o evoluzioni, ha affermato una serie di valori e di ideali che sono facilmente riconducibili a matrici bibliche – la libertà, la dignità umana, la giustizia sociale. È una situazione paradossale: l’Europa laica ha proclamato dei valori, degli ideali e li ha incarnati in strutture, leggi, istituzioni che sono diventati – anche senza volerlo – parte della coscienza europea, che non si possono non ricondurre al messaggio biblico, Ma tutte queste realtà sono state anche affermate senza, o contro, coloro che della Bibbia parlavano in quel tempo. Ecco perché la storia Bibbia-Europa è una storia complessa, contraddittoria, conflittuale, non pacifica: abbiamo la Bibbia diffusa e abbiamo la Bibbia vietata, abbiamo la Bibbia applicata e abbiamo la Bibbia ignorata.
Oggi la Bibbia circola liberamente in tutta Europa anche là dove fino a ieri era vietata come in Albania. La sua diffusione era praticamente paralizzata nei paesi dell’est (la famosa scusa della mancanza di carta) e anche là oggi la Bibbia può circolare e circola. Essa circola dappertutto.

La libertà della Bibbia
La Bibbia è libera, questo è un fatto nuovo. Anche gli imprimatur che continuano ad esistere sono più formali che sostanziali, non indicano più un controllo, credo, ma semplicemente un quadro. L’imprimatur che pure continua ad esistere, credo abbia un valore molto relativo: non è più censura. Questa libertà di Bibbia – come la chiamo volentieri – è un fatto nuovo in Europa, non era così ieri. Questa libertà di Bibbia oggi non è soltanto formale, una libertà che tu hai ma non usi; oggi viene usata questa libertà, è una libertà materiale, utilizzata in particolare proprio nel cattolicesimo romano, dove c’è non soltanto una fioritura di studi, perché questo potrebbe anche restare circoscritto all’accademia, per quanto rilevante essa sia. Anche a livello popolare, a livello di comunità c’è indubbiamente un interesse, e una passione in qualche caso, di lavoro biblico e questo è, secondo me, il fatto più importante da quando c’è stato il Concilio Vaticano II. Non soltanto la libertà di Bibbia è presente, ma è utilizzata, praticata, materializzata. Questo fatto non potrà non portare a frutto, perché la Parola di Dio non torna a Dio a vuoto, come ben sappiamo.

Ecumenicità del lavoro biblico
Il secondo fatto che caratterizza la situazione è l’ecumenicità del lavoro biblico sia a livello di traduzione, sia di spiegazione sia infine, pur con qualche difficoltà maggiore e gradazioni diverse, a livello di diffusione. Questo carattere ecumenico del lavoro biblico è certo tipico del nostro secolo, dell’oggi del rapporto tra Bibbia e Europa. È un fatto di enorme portata per due ragioni. La prima è ovvia e cioè che la Bibbia è il principale bene ecumenico della cristianità, oggi. È cioè la realtà condivisa più cospicua che ci sia. Una Bibbia, la stessa Bibbia per tutti. Ma c’è un secondo punto: la Bibbia stessa è una sorta di scuola vivente di ecumenismo, di ecumenicità. È un modello di ecumenicità, per riprendere lo slogan dei luterani di “unità nella diversità”: una Bibbia, due Testamenti; un Vangelo quattro redazioni; un apostolato tredici-dodici apostoli; un messaggio, molte voci, compreso, appunto il conflitto e la tensione tra Paolo e Giacomo, ecc. Ognuno potrebbe parlare a lungo del carattere della Bibbia come luogo in cui si integrano, in cui coesistono, si cercano, si trovano, si riconoscono forme di pietà, di fede, di comunità tra loro molto diverse appunto senza che questa diversità diventi divisione.
Mentre è emblematico il fatto che il lavoro biblico sia ecumenico è anche promettente che la Bibbia a sua volta diventi scuola di ecumenismo per le chiese. Credo che la Bibbia è più ecumenica delle chiese e che il grande sforzo che noi dobbiamo fare è proprio quello di diventare ecumenici almeno come la Bibbia.

La Bibbia e gli altri
Terzo fatto saliente, e questa è una grande sfida, la Bibbia non è più sola in Europa, nel senso di libro della fede, libro religioso per eccellenza, testo sacro. Non è sola. Come l’Europa è diventata e sta sempre più diventando anche religiosamente pluralista così anche la Bibbia ha perso quella posizione di monopolio più o meno totale che in questi venti secoli essa ha avuto.
La Bibbia oggi ha dei concorrenti, ha dei compagni di strada. Oggi c’è il Corano che sempre più diventa, nella misura in cui cresce la comunità islamica, europea, ma non c’è soltanto il Corano. Ci sono, come sappiamo, molte altre correnti religiose, buddiste, ecc, molti libri dall’oriente e ci sono poi delle specie di bibbie viventi: i vari guru che popolano anche il nostro paese che credono di essere una sorta di rivelazione permanente e personale. Questo è un fatto che caratterizza la situazione odierna e la rende appunto in qualche modo più problematica.

Il futuro
Quali compiti? Ne indico due in rapida successione. Il primo compito: dobbiamo evitare di confondere la libertà della Bibbia come libro, con la libertà della Bibbia come Parola. Ho parlato volentieri della libertà di Bibbia, ma non vorrei che questo ci inducesse a pensare che la Bibbia come messaggio è libera. Noi possiamo diventare dei carcerieri cioè potremmo svolgere il doppio ruolo. Da un lato di essere i diffusori del libro, dall’altro, nello stesso tempo, i carcerieri del messaggio. Ci sono molti modi in cui la Bibbia pur essere incatenata, imprigionata e addomesticata. Il pulpito è una specie di simbolo della Bibbia predicata, su ogni pulpito c’è la Bibbia aperta. Ma il pulpito può anche essere il luogo in cui la Bibbia viene addomesticata. Rientra nella nostra responsabilità di comunità cristiana, far sì che non si identifichi la libertà del libro come libertà della Parola che questo libro attesta. Ecco un compito. Molta Bibbia è tuttora lettera morta nel nostro cristianesimo. Un solo esempio: il famoso Sermone sul Monte, che pure non è certo la parte minore della predicazione di Gesù, finora nella storia della chiesa ha avuto uno strano destino. In parte è stato “risucchiato” in quella sorta di cristianesimo elitario che è il monachesimo, cioè il Sermone sul Monte sì, ma per qualcuno soltanto, ma certo per noi poveri cristiani qualunque no, è troppo, non possiamo permetterci il lusso di cercare di viverlo. È soltanto un esempio per indicare come si può incatenare la Bibbia anche semplicemente lasciandola lettera morta. Anche se il libro circola, la lettera muore, la Parola giace: la Bibbia come tomba della Parola di Dio e noi becchini di questa Parola.
Il secondo compito, più arduo, e ci avventuriamo su un terreno molto delicato, minato, è questo: la Bibbia è fatta di Antico e Nuovo Testamento. Credo che dopo duemila anni in cui abbiamo interpretato l’Antico Testamento alla luce del Nuovo, forse è venuto il tempo in cui dobbiamo interpretare il Nuovo alla luce dell’Antico. Il rapporto tra Antico e Nuovo Testamento, cioè il nostro rapporto con la Bibbia è stato, a mio giudizio, condizionato dal divorzio tra Chiesa e Israele. Questo rapporto tra l’Antico e il Nuovo Testamento non lo abbiamo elaborato in una situazione di rapporto positivo con Israele (non dico di identificazione perché siamo cristiani e non ebrei). Un compito per la cristianità, un compito ecumenico, è appunto quello di ripensare questo rapporto tra i due Testamenti alla luce di un rapporto ricuperato, restituito ad una positività che nel Nuovo Testamento esiste (Romani, capitoli 9 – 11), tra Chiesa e Israele, alla luce del superamento del divorzio tra Chiesa e Israele. Sarà un bel compito, molto utile per la fede e per la predicazione della chiesa nel mondo (Paolo Ricca, teologo e pastore valdese, già docente della Facoltà valdese di teologia di Roma)

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Il libro nero tedesco della Lidl discount

Le solidarietà – come quella di www.ecumenici.eu – possono essere espresse a roland.caramelle@cgil.tn.it

 

Lidl denuncia la Cgil «Danni da sciopero»

Antonio Sciotto

 

(Rete28Aprile)  Non c’è solo il «metodo Sacconi» per contrastare gli scioperi: in attesa della nuova legge preannunciata dal ministro del Lavoro – che restringerà molto le possibilità di protesta – la multinazionale tedesca Lidl applica metodi fatti in casa. La soluzione è quella di denunciare il sindacato che ha organizzato lo stop, insieme ai delegati più in vista: a Trento il colosso dei supermercati low cost ha presentato un esposto contro un sindacalista della Filcams Cgil, Roland Caramelle, e due delegate della stessa sigla. Il motivo dell’azione è legato a uno sciopero svolto nella filiale trentina il 20 settembre scorso, e pare che l’azienda chieda un risarcimento di 74 mila euro. Il condizionale è d’obbligo perché la denuncia non è ancora stata notificata agli interessati, ma la notizia è arrivata dritta dritta dall’azienda qualche giorno fa: il capo area Lidl del Trentino si è infatti recato nella sede del negozio «ribelle», dove ha incontrato le due delegate, il funzionario sindacale e il segretario provinciale della Filcams, comunicando l’avvenuta denuncia.
La somma richiesta, anch’essa riferita dal dirigente Lidl, dovrebbe venire dall’addizione del mancato incasso più una sorta di «danno di immagine» che gli scioperanti avrebbero arrecato al marchio, a causa della diffusione dei volantini ai clienti e della copertura che i media locali hanno dato alla protesta: «L’obiettivo di fatturato giornaliero per la filiale di Trento è di 47 mila euro – spiega Caramelle – Ma il giorno dello sciopero l’incasso è stato di soli 1800 euro. I clienti hanno offerto una solidarietà che in tanti anni che faccio sindacato non avevo mai visto: hanno detto che avevamo ragione a protestare, e che anzi avremmo dovuto farlo prima. E parecchi di loro hanno deciso di recarsi a fare le compere altrove, almeno per quella giornata». In negozio sono rimasti solo alcuni capi e una commessa in periodo di prova.
Anche alla Lidl di Trento, come nel resto d’Europa, la gran parte dei dipendenti è formata da donne: part time, spesso mamme, con stipendi intorno ai 700 euro mensili. Fasce di lavoratori molto deboli dunque, e ogni sciopero riuscito, perciò, è da salutare come un successo. «Ci siamo fermati per la dignità – spiega il sindacalista Cgil – Può sembrare un concetto astratto, se non si conoscono le condizioni quotidiane di lavoro. Ci sono controlli continui nelle borse delle lavoratrici all’uscita del supermercato: temono furti. Poi fanno i cosiddetti ‘test carrello’: ispettori con carrelli stracolmi, per verificare che venga battuto ogni prodotto. O mettono soldi in più nelle casse, per testare l’affidabilità e le tentazioni al furto». Ma non basta: «Nella filiale – continua la Cgil – c’è un solo bagno per clienti e dipendenti, e le commesse sono costrette a pulirlo. E c’è il grande problema dei turni cambiati all’ultimo momento: per le mamme è impossibile».
La multinazionale del discount, fondata negli anni ’30 dalla famiglia Schwarz, si è diffusa dalla Germania in tutta Europa. Il sindacato Ver.di ha dedicato due libri alle vicende dei lavoratori, denunciando una pervicace attività antisindacale: si tratta del «Libro nero» tedesco, focalizzato sulla homeland, e della versione europea, che raccoglie testimonianze da tutti i paesi dove la Lidl si è insediata.

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Ecoteologia: è tempo di agire

Clima e teologia/1. Conclusa la VII Assemblea della Rete cristiana europea per l’ambiente

Le chiese europee chiamate ad una “conversione ambientale”

Roma (NEV), 1 ottobre 2008 – La VII Assemblea della Rete cristiana europea per l’ambiente (ECEN) – tenutasi dal 24 al 28 settembre a Triuggio, vicino Milano sul tema “La vera sfida del cambiamento climatico” – lancia un appello a tutti i cristiani: “È ora di agire!”, esortano i delegati dell’ECEN, sottolineando come la crisi ambientale non va contrastata con i soli buoni propositi, bensì attraverso comportamenti reali che mutano alla radice “il nostro modo di pensare, di sentire e di agire. Il nostro rapporto con il mondo – si legge nel documento finale – non può essere puramente utilitaristico e consumistico”.

L’invito rivolto ai leader di chiese, alle comunità e ai singoli cristiani di tutta Europa è quello di fare pressione sui rispettivi governi e rappresentanti politici del Parlamento Europeo, i quali nei prossimi mesi dovranno prendere importanti provvedimenti in merito alle emissioni di gas serra. Gli stessi leader religiosi sono incoraggiati anche a sviluppare delle vere e proprie road-map, con scadenze e obiettivi da raggiungere, con lo scopo di combattere il riscaldamento globale.

La VII Assemblea della ECEN si è conclusa con una cerimonia ecumenica nella Chiesa evangelica metodista di Milano gremita per l’occasione. Un centinaio di delegati di chiese e associazioni ecclesiali di 27 paesi d’Europa hanno partecipato insieme alla comunità e ai rappresentanti del Consiglio delle chiese cristiane di Milano ad una liturgia dedicata alla “Salvaguardia del Creato”.

Non a caso, infatti, l’Assemblea dell’organismo ecumenico, nato nel 1998 nell’ambito della Conferenza delle chiese europee (KEK), si è svolta in questo periodo dell’anno: “Esso coincide con il ‘Tempo per il Creato’, periodo liturgico che va dal 1 settembre al 4 ottobre, che è dedicato dalle chiese europee alla preghiera per la protezione della creazione ed alla promozione di stili di vita sostenibili” – ha spiegato il pastore luterano Ulrich Eckert della Commissione globalizzazione e ambiente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), che ha organizzato l’evento.

“Sono sempre più numerose le chiese in Europa che si occupano di tematiche legate alla cura della creazione di Dio. Pertanto diventa sempre più importante offrire anche uno spazio di scambio di esperienze e di decisione per un’azione comune, qual è appunto la nostra Rete”, ha dichiarato il segretario generale dell’ECEN, il pastore Peter Pavlovic.

“La nuova società che dobbiamo costruire deve essere basata su una conversione spirituale: una metànoia. Confessiamo a Dio e alla Creazione: Abbiamo peccato contro di Te, perdonaci, e dacci la forza di ricominciare”, con queste parole si conclude il documento finale della VII Assemblea ECEN, che ha eletto nel suo direttivo Antonella Visintin, coordinatrice della Commissione globalizzazione e ambiente della FCEI (vedi in documentazione il documento integrale).

 

Clima e teologia/2. “Le nostre chiese devono agire ora!”

Letizia Tomassone ha aperto la VII Assemblea della Rete cristiana europea per l’ambiente

Roma (NEV), 1 ottobre 2008 – “Il riscaldamento globale del pianeta provoca l’estinzione di specie animali e vegetali, sconvolge equilibri umani e sociali, provoca guerre, carestie, epidemie e catastrofi naturali soprattutto nelle regioni più povere del mondo. Per le nostre chiese questo significa agire ora”. Lo ha detto la pastora valdese Letizia Tomassone, vicepresidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), nel quadro della VII Assemblea della Rete cristiana europea per l’ambiente (ECEN) che si è tenuta a Triuggio (MI) dal 24 al 28 settembre.

Tomassone, che mercoledì 24 settembre ha aperto i lavori dell’Assemblea organizzata quest’anno dalla FCEI, ha sottolineato l’importanza di prendere sul serio i dati scientifici: “È necessario studiare e analizzare la situazione facendosi aiutare dagli scienziati. Insomma, non credere, per una volta, di conoscere già tutto, e di avere già la risposta pronta”.

Il 25 settembre i partecipanti – provenienti da tutta Europa e appartenenti a diverse denominazioni cristiane – hanno ascoltato una serie di interventi di scienziati sul tema del cambiamento climatico. “Ci sono modi per ridurre le emissioni di gas serra e le chiese possono contribuire nel proporre cambiamenti negli stili di vita e nei modelli di comportamento”, ha affermato il climatologo Jean-Pascal van Ypersele, vice presidente del Comitato intergovernativo delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico (organismo insignito del premio Nobel per la Pace 2007), che ha tracciato un quadro globale della situazione “peggiorata drasticamente dal 2001”. Per l’urbanista Roberto Ferrero serve una “visione sacra” del mondo che si traduca in una “riformulazione etica e professionale che coinvolga tutti gli aspetti della produzione”. Il biologo svedese Stefan Edman ha invitato le chiese a disfarsi del suo “tetro moralismo”, per legare invece la questione ambientale alle tematiche dei diritti umani e della solidarietà. La serata del 25 ha inoltre visto una tavola rotonda dibattere sul cambiamento climatico in chiave ecumenica: sono intervenuti l’ortodosso Dimitri Oikonomou, il riformato Otto Schäfer, il cattolico romano Karl Golser, l’evangelico Alfredo Abreu e il laico Michael Slaby del programma ONU per l’ambiente.

“Le chiese in Italia cominciano a percepire che il cambiamento climatico tocca con urgenza il nostro agire come credenti. Allora diventa necessario ascoltare e predicare l’evangelo che ci parla di ‘conversione’, del cuore e degli stili di vita, e di un ‘regno’ nel quale l’armonia fra natura e umani è operata da Dio. La terra è l’unico ambiente che abbiamo in cui vivere, è espressione dell’amore di Dio per noi. Davvero non sapremo prendercene cura?” si è chiesta Tommassone, che ha apprezzato la presenza ai lavori assembleari di diversi delegati cattolici italiani che lavorano nella “pastorale del creato”. “Spero che possa nascere proprio sui temi dell’ambiente un nuovo e positivo dialogo ecumenico” ha concluso.

Il 26 settembre in piazza Duomo a Milano i delegati si sono riuniti insieme ai rappresentanti del Consiglio delle chiese cristiane del capoluogo lombardo per una “manifestazione del silenzio”: un’ora di preghiera a favore della salvaguardia del Creato.

L’ECEN, nata nell’ambito della Conferenza delle chiese europee, si occupa da 10 anni di questioni ambientali (www.ecen.org ).

 

Scheda di approfondimento

 

LA VERA SFIDA DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO – UN APPELLO ALLE CHIESE

Documento finale dell’Assemblea ECEN – Triuggio (Milano), 24-28 settembre 2008

La VII Assemblea generale della rete cristiana europea per l’ambiente (ECEN) si è riunita a Triuggio, presso Milano, su invito della Federazione delle chiese evangeliche in Italia, dal 24 al 28 settembre 2008. Tema dell’Assemblea era “La vera sfida del cambiamento climatico”, basato sul ruolo che l’ECEN ha avuto durante la III Assemblea ecumenica europea di Sibiu (Romania) nel settembre 2007, e le raccomandazioni adottate in quell’incontro, in particolare per quel che riguarda l’osservanza del “Tempo per il Creato” nelle chiese.

LA SCIENZA

Il riscaldamento globale è una realtà. E’ impossibile spiegare il cambiamento climatico soltanto considerando fattori naturali. Dal 20% al 30% delle piante e delle specie animali corrono un aumentato rischio di estinzione. Il cambiamento climatico sta già provocando conseguenze non più evitabili. Coloro che ne soffrono maggiormente sono le popolazioni povere del sud del mondo e non quelle che traggono profitto dalle emissioni dei gas serra, essenzialmente nelle nazioni ricche del nord del mondo.

Il Comitato intergovernativo delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico (IPCC) ha calcolato che i paesi industriali del nord del mondo dovranno ridurre le loro emissioni di anidride carbonica tra l’80 e il 95% entro la metà di questo secolo, in modo da mantenere l’aumento medio della temperatura globale sotto i 2° centigradi. Ma anche questo obbiettivo può essere mancato se non iniziamo immediatamente. Oggi è il tempo di agire!

BASI TEOLOGICHE

I temi e le preoccupazioni del movimento ambientalista offrono molte opportunità per confessare la nostra fede cristiana e proclamare il messaggio di vita e di speranza secondo cui il Salvatore ha così tanto amato il mondo che, per salvarlo, è divenuto parte di esso.

Secondo la prospettiva cristiana, agire contro il cambiamento climatico è segno significativo – segno che Cristo, la Parola di Dio, viene nel mondo per portare vita e non morte. Il nostro compito è predicare questa buona notizia a tutta la creazione.

La distruzione dell’ambiente provocata dagli esseri umani non si riscontra solo in azioni concrete, ma trova radici nei nostri atteggiamenti più profondi. Non basta più vivere attingendo dal mondo circostante; gli esseri umani hanno bisogno di una relazione con il mondo che non sia puramente utilitaristica e basata sul mercato.

Il termine “crisi ambientale” non è propriamente accurato. La crisi attuale non viene realmente dal di fuori (una crisi che riguarda l’ambiente fisico che ci circonda), ma è una crisi che parte dall’interno di noi stessi, dal nostro modo di pensare, di percepire e di agire.

RETI E DIALOGHI

Costruiamo nuove reti ed intraprendiamo nuovi dialoghi. Costruiamo ponti tra “religioso” e “secolare”, come nella nostra rete ecumenica abbiamo abbattuto le barriere tra denominazioni. Troviamo un terreno comune con gli scienziati, arricchendoci reciprocamente delle nostre visuali diverse sulla meraviglia della creazione, e proteggendoci gli uni gli altri dai pericoli dell’antropocentrismo e dell’arroganza. Lavoriamo con i politici e i governi, i responsabili nel compito di ridare forma alla società, offrendo loro con coraggio parole profetiche di critica e di incoraggiamento.

IL CONTRIBUTO DELLE CHIESE

E’ imperativo che le chiese accettino la sfida di ritrovarsi insieme per superare la minaccia della carenza d’acqua, il diminuire dei raccolti, i disastri naturali, le malattie, le migrazioni e molti altri effetti provocati dai cambiamenti del clima. Incoraggiamo i responsabili delle chiese a sviluppare una propria strategia complessiva, con tempi e obbiettivi chiari, per contribuire a migliorare la situazione del surriscaldamento globale.

– E’ vitale che l’educazione ispiri il cambiamento, che sentiamo urgente nelle società consumistiche dominanti, verso uno stile di vita più semplice e verso macro cambiamenti in politica e nell’economia. L’ecologia e il cambiamento climatico devono essere inclusi nella formazione di ogni tipo di ministero.

– Molti progetti significativi sono già stati attivati nelle chiese. Raccomandiamo alle chiese di collegarsi le une con le altre e con altre comunità di fede. Raccomandiamo inoltre che esse continuino a risparmiare e a usare l’energia in modo efficiente, e di orientarsi verso energie rinnovabili. Esortiamo ogni chiesa locale a promuovere, prima del 2010, nuovi programmi di “eco-management” nell’ambito delle proprie chiese locali. Le incoraggiamo a investire nelle necessità legate alla crescita spirituale, all’educazione e alla cultura piuttosto che in cose materiali.

– Ogni chiesa nella sua vita comunitaria deve essere un modello di comportamento per un nuovo tipo di mobilità nel quale si passi dal paradigma della velocità delle automobili, degli aerei e delle navi a modelli di trasporto più puliti e meno rischiosi.

– E’ essenziale che le nostre chiese affrontino i problemi legati all’acqua come un’espressione della chiamata evangelica a prendersi cura del presente e del futuro del pianeta. In particolare, le chiese dovrebbero proporre cambiamenti nel modo di vivere per proteggere le risorse d’acqua, riducendone la nostra necessità personale e il nostro uso di acqua potabile, agendo attivamente per la giustizia di coloro le cui risorse idriche sono in pericolo a causa del cambiamento climatico, e facendo passi concreti per il riciclo e il riuso dell’acqua degli edifici e della campagna.

– Invitiamo le chiese a godere della diversità e della bellezza della creazione e a sentire responsabilità verso di essa. Raccomandiamo a ogni chiesa locale e comunità di iniziare progetti pratici o di sensibilizzazione sulla biodiversità prima del 2010. Le organizzazioni per la tutela della natura hanno in questo ambito molta esperienza e sono disponibili a fornire assistenza. La preoccupazione per la preservazione della biodiversità è anche un contributo al dibattito condotto all’interno del “Decennio per sconfiggere la violenza”.

– Invitiamo le chiese a monitorare i governi nazionali, e le discussioni e le decisioni dell’Unione europea (UE) e delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico e su questioni ad esso collegate. Le chiese delle nazioni dell’UE dovrebbero rivolgersi ai propri governi e ai rappresentanti politici nel Parlamento europeo, in vista di importanti decisioni che verranno prese nei prossimi mesi. Gli impegni dell’UE non devono essere ottenuti tramite concessioni: significativi tagli di gas serra devono essere ottenuti attraverso degli impegni immediati.

IMPEGNO

La nuova società che dobbiamo costruire deve essere basata sulla metanoia, cioè sulla conversione spirituale. Confessiamo quindi a Dio e alla Creazione: Abbiamo peccato contro di te; perdonaci, e donaci la forza per ricominciare.

Diventiamo dunque testimoni di speranza in un tempo in cui molte persone disperano, predicando la buona notizia che Dio ha così tanto amato il mondo da diventare parte di esso per salvarlo.

(traduzione a cura dell’Agenzia stampa NEV – notizie evangeliche)

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Un tempo per il creato

Clima. Verso la VII Assemblea della Rete cristiana europea per l’ambiente

A Milano cristiani europei parleranno della “vera sfida” del cambiamento climatico

Roma (NEV), 10 settembre 2008 – “La vera sfida del cambiamento climatico”: questo il tema della VII Assemblea della Rete cristiana europea per l’ambiente (ECEN), che si svolgerà dal 24 al 28 settembre a Triuggio (Milano). Stili di vita eco-compatibili, emergenza idrica, chiese ed eco-management, biodiversità, mobilità, elaborazione di liturgie apposite, sono solo alcuni tra i temi che saranno al centro dell’attenzione dei 100 delegati provenienti da tutta Europa ed appartenenti a chiese e associazioni ecclesiastiche di ogni denominazione.

Quest’anno, e per la prima volta, l’Assemblea ECEN è organizzata dalla Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), partner italiano della rete. Il momento scelto coincide opportunamente con il “Tempo per il Creato” (1 settembre – 4 ottobre) dedicato dalle chiese europee alla preghiera per la protezione della creazione ed alla promozione di stili di vita sostenibili. In Italia già da alcuni anni la FCEI, la Conferenza episcopale italiana (CEI) e la Sacra arcidiocesi ortodossa d’Italia hanno inserito il Tempo per il Creato nel proprio anno liturgico.

Interverranno all’Assemblea esperti internazionali, tra cui il climatologo Jean Pascal van Ypersele, membro del Comitato intergovernativo delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico; il biologo Stefan Edman, autore di numerosi saggi sul cambiamento climatico; l’architetto del paesaggio Roberto Ferrero. Previsto il coinvolgimento delle comunità locali dell’area milanese.

“La partecipazione della FCEI e delle chiese milanesi contribuirà a illustrare l’impegno delle chiese evangeliche italiane e del movimento ecumenico sui temi della salvaguardia del Creato – ha spiegato all’Agenzia NEV Laura Casorio, segretario esecutivo della FCEI -. Partendo dalla decima raccomandazione del messaggio finale della Terza Assemblea ecumenica europea di Sibiu (Romania) molte chiese locali, insieme a fratelli e sorelle del movimento ecumenico, hanno dato vita ad alcune iniziative. Ci auguriamo che anche in Italia, quello che è stato denominato ‘Tempo per il Creato’ possa diventare uno stimolo in un percorso comune tra le confessioni cristiane, ma anche che questa VII Assemblea dell’ECEN abbia una ricaduta nella vita e nel lavoro delle nostre chiese”.

L’Assemblea sarà preceduta da una Giornata di riflessione su “Ecoteologia. Una fede nel tempo che cambia”, promossa dal Centro culturale protestante di Milano in collaborazione con la Commissione globalizzazione e ambiente (GLAM) della FCEI. Quali sono le implicazioni del passaggio dalla teologia della creazione all’ecoteologia? È possibile parlare di una teologia della liberazione per l’ambiente? A queste, ed altre domande cercheranno di rispondere Sigurd Bergmann, docente di studi religiosi all’Università di scienze e tecnologia di Trondheim (Norvegia) e componente del Forum europeo di studi religiosi e ambientali; Jutta Steigerwald della GLAM, nonché componente del Gruppo di lavoro sul cambiamento climatico del Consiglio ecumenico delle chiese (CEC); Letizia Tomassone, pastora valdese e vicepresidente FCEI; e Paolo Colombo del Centro ecumenico europeo per la pace. Il 20 settembre dalle 16.30, in via Francesco Sforza 12a, Milano.

L’ECEN è una rete ecumenica fondata nel 1998 in seguito al grande risalto dato dalle prime due Assemblee ecumeniche europee (Basilea 1989 e Graz 1997) alla questione della salvaguardia del Creato, www.ecen.org .

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