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17 febbraio: la festa della Libertà, non solo per i valdesi

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1870 – 1929
di Giorgio Tourn

La storia dell’Italia moderna, per quanto riguarda la sua cultura politica, si colloca fra queste due date: la fine del potere temporale della Chiesa e la firma dei Patti lateranensi.

I bersaglieri a Porta Pia che affermano la presenza dello Stato sul territorio nazionale e la capitolazione dello Stato fascista di fronte al ricatto politico culturale del Vaticano. Le due date ricordate per anni sono oggi dimenticate da tutti, e sarebbe il caso di chiedersi perché.

Riguardo al 20 Settembre sarà il caso di tornare a parlarne in autunno, ma l’11 febbraio è oggi e di questo nessuno parlerà. Per un fatto molto semplice: l’Italia del febbraio 2009 sembra essere la realizzazione compiuta del sogno di allora. La firma del protocollo fra il cavalier Mussolini, capo dello Stato e il cardinal Gasparri a rappresentare il Vaticano lo rendeva concreto e reale: utilizzare la religione al fine di consolidare il potere da un lato e dall’altro uscire dall’autosegregazione e rientrare sulla scena della storia.

Mussolini seguiva la lezione di Machiavelli, o credeva seguirla; il segretario fiorentino aveva insegnato al suo Principe che non bastano le armi, la Fortuna, e l’astuzia per governare (cosa che il Duce aveva fatto sin qui) ma occorre la religione. Per mantenere un popolo soggetto occorre inventare un vincolo ideologico che lo leghi come un fascio, e il migliore è quello religioso. La religione più adatta allo scopo era quella latina: la religio dei romani ha infatti poco a che fare con la fede, la spiritualità, Dio, è un vincolo genericamente ideologico di sottomissione alla potestas, al potere. Il cattolicesimo italiano, scettico e superstizioso (che Mussolini ben conosceva) serviva egregiamente allo scopo, garantire la nuova religio, quel misto di nazionalismo arcaico, di retorica, con un pizzico di orgoglio complessato anti moderno e un crocifisso sul muro che l’EIAR (la Rai di allora) abilmente propagandava.

Il cardinal Gasparri per parte sua sognava altro; un’Italia autentica, ma non quella moderna, che superasse la contrapposizione polemica spesso faziosa e gretta fra clericali e anticlericali, che realizzasse un regime di libertà civile, ma un paese veramente cattolico. Non sognava un’Italia in cui la chiesa ritrovasse un nuovo spazio di testimonianza evangelica, ma la restaurazione del potere, la risurrezione dello Stato della Chiesa. E quale fosse il progetto di chiesa che si sognava oltre Tevere si era visto ad inizio secolo nella brutale repressione del Modernismo, degna di regimi totalitari novecenteschi (sotto il profilo formale naturalmente non materiale).

E il 1929 fu così la sintesi di due calcoli politici, entrambi fuori della storia, di due sogni tragicamente ingannevoli: la restaurazione di principato cinquecentesco, cioè di una politica pre Stato e di una cristianità medievale incentrata sulla figura del papa re. Fu la Caporetto dell’Italia moderna (e senza la linea del Piave!) e per la chiesa una scelta spiritualmente suicida, che non l’ha condotta certo alla morte fisica immediata ma ad uno stato di evidente coma terapeutico. Sempre ragionando in termini spirituali, naturalmente, sul piano contingente le cose stanno diversamente.

In presenza delle vicende di cui i mass media ci abbeverano quotidianamente con una superficialità, una rozzezza, una volgarità mai viste: dai prelati negazionisti, al silenzio del papa Pacelli, al caso di Eluana Englaro non è necessario condurre lunghe riflessioni per individuare i come e perché, tutto sta già in quell’infausto 11 febbraio di 80 anni fa, quando il clerico fascismo che ispira in modi evidenti il nostro vivere civile odierno ha avuto la sua sanzione ufficiale.

9 febbraio 2009

 

17 febbraio: una festa ormai non solo valdese

Per uno stato laico non confessionale e per la libertà di religione

(Fonte: sito della Chiesa Valdese) E’ da sempre presente nella società umana l’abitudine di segnare il tempo con scansioni precise, date significative: l’inizio dell’anno, festività religiose e in tempi moderni ricordo di avvenimenti del passato che hanno segnato l’identità nazionale, da noi il XX settembre, il 25 aprile, il 2 giugno.

Di recente si è introdotto nei nostri passi una nuova categoria di date significative: i giorni della memoria. Momenti che dovrebbero costituire punti fermi nella presa di coscienza della nostra identità collettiva perché fissano avvenimenti che hanno segnato le generazioni passate, di cui è essenziale mantenere il ricordo.

Mentre le feste nazionali del passato rinnovavano ricordi di vittorie o di gloria (sia pur glorie effimere come tutto ciò che è umano) i giorni della memoria rievocano sofferenze, dolore. Forse perché il nostro secolo è stato segnato da tragedie immani e ha assistito ad un salto di qualità nel male di tipo quantitativo e qualitativo? O perché inconsciamente reagisce all’immagine falsa e irreale del benessere che il consumismo diffonde attorno a noi? Tutti belli, giovani, ricchi, sportivi, aitanti e sorridenti figli però dell’Olocausto e delle foibe?

Anche la nostra piccola comunità evangelica ha elaborato nel corso degli ultimi anni il suo giorno della memoria: la giornata della libertà. A metà febbraio, non a caso, perché la data viene da lontano, ha un secolo e mezzo di vita. Il 17 febbraio, giorno a cui si fa riferimento, ricorda le Lettere Patenti con cui Carlo Alberto, nel 1848, poneva fine a secoli di discriminazione riconoscendo ai suoi sudditi valdesi i diritti civili e politici. Un editto di tolleranza che concedeva libertà molto limitata, per quanto concerne infatti quella religiosa “nulla era innovato” e restavano perciò in vigore tutte le restrizioni dell’età controriformista.

Quella che è stata per decenni la festa dei valdesi è diventata, a ragione, la giornata degli evangelici per due motivi.

Anzitutto per ricordare un problema, quello della libertà, in questo caso religiosa, di coscienza, il fatto che la espressione della religione deve essere libera in una società moderna e il potere civile, lo Stato, non ha alcuna competenza in questo campo e tanto meno ha da privilegiarne una. La libertà religiosa non è l’appendice delle libertà civili ma la matrice, prima c’è la coscienza religiosa poi viene la politica, l’economia, il lavoro e il pensiero.

In secondo luogo per ricordare che la tolleranza è una concessione del Potere, la libertà è una conquista della coscienza. Lo Stato può concedere spazi controllati ma il vivere da uomini liberi, non solo di dire e fare liberamente ma di essere liberi è il risultato di una lunga battaglia. Gli uomini infatti, ed anche quelli che hanno responsabilità nella gestione della comunità civile, dello Stato, troppo spesso portati a identificare la libertà con il proprio interesse sono, per natura, restii a riconoscere la libertà altrui. La liberà religiosa nel nostro paese è stata una lunga conquista che dalle Lettere Patenti del 1848 è giunta sino alla Costituzione del dopo guerra e permane impegno attuale.
Un giorno della memoria positivo dunque, quello degli evangelici, che ricorda fatti lontani ma proiettati sul presente, impegni costruttivi, battaglie vinte, pagine ricche di umanità. Memoria non tanto di se sessi quanto di ideali, di conquiste, come il Vangelo.

 

LE LETTERE PATENTI DEL XVII FEBBRAIO 1848

CARLO ALBERTO
per grazia di Dio
re di Sardegna, di Cipro e di Gerusalemme
duca di Savoia, di Genova, ecc. ecc.
principe di Piemonte, ecc. ecc.

Prendendo in considerazione la fedeltà ed i buoni sentimenti delle popolazioni Valdesi, i Reali Nostri Predecessori hanno gradatamente e con successivi provvedimenti abrogate in parte o moderate le leggi che anticamente restringevano le loro capacità civili. E Noi stessi, seguendone le traccie, abbiamo concedute a que’ Nostri sudditi sempre più ampie facilitazioni, accordando frequenti e larghe dispense dalla osservanza delle leggi medesime. Ora poi che, cessati i motivi da cui quelle restrizioni erano state suggerite, può compiersi il sistema a loro favore progressivamente già adottato, Ci siamo di buon grado risoluti a farli partecipi di tutti i vantaggi conciliabili con le massime generali della nostra legislazione.
Epperciò per le seguenti, di Nostra certa scienza, Regia autorità, avuto il parere del Nostro Consiglio, abbiamo ordinato ed ordiniamo quanto segue:
I Valdesi sono ammessi a godere di tutti i diritti civili e politici de’ Nostri sudditi; a frequentare le scuole dentro e fuori delle Università, ed a conseguire i gradi accademici.
Nulla è però innovato quanto all’esercizio del loro culto ed alle scuole da essi dirette.
Date in Torino, addì diciassette del mese di febbraio, l’anno del Signore mille ottocento quarantotto e del Regno Nostro il Decimottavo.

 

SIGNIFICATO DEI FALO’

È consuetudine che la sera del 16 febbraio nei villaggi e nelle borgate delle Valli valdesi si accendano dei fuochi di gioia in ricordo della firma delle “Lettere Patenti” con le quali il Re Carlo Alberto concedeva per la prima volta nella storia del Piemonte i diritti civili alla minoranza valdese e, qualche giorno dopo, anche alla minoranza ebraica.

Con questo atto il Regno del Piemonte non solo poneva fine ad una secolare discriminazione nei confronti di una parte dei suoi sudditi, ma avviava anche un processo di modernizzazione che lo poneva al livello degli altri stati europei e alla testa del movimento del Risorgimento italiano.

Celebrare oggi quell’evento non vuol dire solo ricordare un momento del passato, ma soprattutto essere consapevoli che la libertà di coscienza è una delle libertà fondamentali di uno stato democratico come del resto viene anche affermato nella Carta costituzionale della Repubblica Italiana.

La festa, da sempre, non ha un carattere religioso – sebbene i valdesi siano oggi ancora riconoscenti al Signore per la libertà ottenuta – ma civile. Intorno al falò si raduna tutta la popolazione al di là delle differenziazioni politiche, culturali, religiose, per una grande festa popolare.

Quest’anno e, speriamo ancora di più l’anno prossimo, l’auspicio è che quante più persone, provenienti anche da paesi diversi, si uniscano alla gioia della popolazione locale per la libertà che è dono e conquista ad un tempo.

Impossibile dire quanti siano i falò che si accendono la sera del 16 febbraio sui fianchi delle colline del pinerolese e per le pendici dei monti della Val Pellice, della Val Chisone e della Val Germanasca. Qua e là, spontaneamente si formano delle fiaccolate che precedono l’accensione dei falò.

Alle ore 20, per consuetudine, si accendono i fuochi, intorno ai quali la gente si riunisce per cantare, ascoltare brevi messaggi e riscaldarsi con un bicchiere di “vin brulé” generosamente offerto dalle associazioni locali. Suggestivo è lo spettacolo dei tanti fuochi che illuminano la notte.

Si segnalano alcuni luoghi significativi:

A Bobbio Pellice (Val Pellice) il falò in località Sibaud, dove nel 1689 i valdesi strinsero tra loro un patto (“il giuramento di Sibaud”) per mantenere tra loro l’unità e la concordia.

A Villar Pellice (Val Pellice) in località “Ponte delle Ruine” il falò si accende alle 21, imponente per la partecipazione di un gran numero di persone e delle corali.

A Torre Pellice (Val Pellice) in località Coppieri, dove rimane uno dei più antichi templi valdesi.

A Luserna San Giovanni (Val Pellice) notevoli sono i falò in località Stalliat, Banchina degli Odin, Cio d’mai. La fiaccolata parte alle ore 19 dal tempio dei Bellonatti di Luserna San Giovanni.

A Prarostino (Val Chisone) in località San Bartolomeo, Roc e Collaretto. I falò sono collegati tra loro da una fiaccolata.

A San Germano Chisone (Val Chisone) quello del Risagliardo con la partecipazione della Banda e della Corale valdese.

A Perosa Argentina (Val Chisone) quello in località Forte di Perosa.

A Pomaretto (Val Germanasca) in località Inverso, nei pressi della Proloco cittadina.

A Prali (Val Germanasca) il falò centrale è a Ghigo di Prali.

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