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Uno dei diversi punti di contatto FGEI sulla rete

La Federazione giovanile evangelica italiana (FGEI) è nata nel 1969, sull’onda delle lotte studentesche, dall’unione della Federazione delle unioni valdesi, della Gioventù evangelica metodista e del Movimento giovani battisti. È una rete di gruppi locali e singoli giovani legati alle chiese evangeliche, che si propone come luogo di riflessione e di impegno per esprimere una comune testimonianza cristiana nella società.

Le decisioni sull’attività della FGEI, sul piano organizzativo e tematico, vengono assunte dal congresso nazionale, costituito dalle delegazioni di gruppi locali, che si riunisce ogni due anni e mezzo e ha il compito di eleggere un consiglio nazionale e definirne il mandato per i successivi 30 mesi.

La FGEI mantiene relazioni stabili con i centri giovanili evangelici italiani e in particolare è rappresentata nei comitati dei centri di Adelfia (Scoglitti, Ragusa), Agape (Prali, Torino), Ecumene (Velletri, Roma).

La FGEI è attiva nel movimento ecumenico giovanile. A livello internazionale è membro della World Student Christian Federation (WSCF) e dell’Ecumenical Youth Council of Europe (EYCE). A livello nazionale la FGEI è tra i promotori del primo convegno giovanile ecumenico italiano “Osare la pace per fede”, svoltosi a Firenze il 29 e 30 gennaio sui temi di pace, giustizia e salvaguardia del creato.

La FGEI pubblica inoltre un bollettino e una rivista. Il Notiziario FGEI è uno strumento di collegamento e di informazione per i gruppi giovanili, pubblicato circa ogni due mesi come inserto del settimanale evangelico Riforma. Gioventù evangelica (GE) è una rivista trimestrale che da più di 30 anni offre alla FGEI e al protestantesimo italiano nel suo complesso uno strumento di riflessione e dibattito, con approfondimenti e studi su temi di carattere politico e teologico.

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Potete trovare sul web diversi spunti interessanti di analisi. Uno in particolare ci sembra di estrema attualità. Insomma, cercate e troverete…

 

In preparazione al rito buonista della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani che si terrà il prossimo mese ripropongo uno splendido scritto del grande pastore e teologo valdese Gino Conte. Nel numero del settembre 1999 del mensile “Diaspora evangelica”, Conte scrisse questo testo in polemica con autorevoli voci valdesi che, in prospettiva ecumenica, insistevano sul concetto di “diversità riconciliata” come modello di unità tra le chiese cristiane. Con straordinaria attualità, Conte tratteggia alcuni concetti che trovo molto interessanti e sempre vivi, come il fatto che nel dialogo ecumenico “sembra non si vedano più o non si vogliano più vedere le alternative, ma solo delle diversità”, oppure che il dialogo ha senso “a condizione di essere chiari, espliciti, di non rimestare sempre “quello che già ci unisce” rimandando alle calende greche quello che ci divide”.
Ma adesso vi lascio allo scritto di Conte.
DIVERSITA’ RICONCILIATA?
Come si fa a sostenere che la varietà e diversità effettivamente presente all’interno di ogni chiesa, anche nella nostra, è analoga alla diversità che ci distingue e divide, ad esempio, dal cattolicesimo, romano e non? L’intossicamento “buono”, tenerissimo, causato dall’andazzo che l’ecumenismo ha preso, sta proprio nel fatto che sembra non si vedano più o non si vogliano più vedere le alternative, ma solo delle diversità e il panorama ecumenico diventa una splendida serra, un giardino policromo in cui eucaristia e cena del Signore, sacerdote e laico ministro della Parola, indulgenza penitenziaria e confessione di peccato, struttura gerarchica e struttura presbiteriano-sinodale, chiesa “madre e maestra” e chiesa testimone e così via si riducono semplicemente a “cultivar”, varietà compatibili. (…) Di Valdesi “riconciliati” ce ne sono già stati, anche se minoranza, all’inizio del XIII secolo; se fosse dipeso da loro non saremmo qui. Per parte mia, e spero e credo di non essere solo fra noi, rifiuto recisamente di vedere in questa pretesa “diversità riconciliata” un valido “modello d’unità”. Detto senza iattanza arrogante, anzi con sincero dispiacere che così stanno le cose. Non stanno forse così? Io, comunque, questa lezione non la “imparo”, non mi “abituo”. Con molti altri, spero.

(Altri spunti su questo tema indussero Conte ad integrare il suo intervento):

Ho fieri dubbi che la chiesa primitiva e le testimonianze neotestamentarie nelle quali essa si riflette siano un modello di diversità riconciliata. Ad Antiochia Paolo dice di essere stato costretto a “resistere in faccia” a Pietro che deviava e sviava gravemente (Galati 2,11), “aveva torto”. Nel libro degli atti, Luca tace e sorvola, in base alla sua teologia irenica e conciliatoria che gli fa stendere un resoconto del cosiddetto “concilio apostolico” di Gerusalemme, nel quale resoconto mi domando se Paolo si sarebbe ritrovato. Di certo, il fatto di Antiochia non è stato un incidente irrilevante, dovuto a intransigenza biliosa e settaria di Paolo. Così, pure, la chiesa antica ha insegnato au pair, nel canone, l’epistolario di Paolo e la lettera di Giacomo; ma anche qui non penso che Paolo avrebbe sottoscritto quello scritto, anzi, se avesse ancora potuto leggerlo, lo avrebbe discusso apertamente e del resto anche ‘Giacomo’, anche se con formale gentilezza… ecumenica, non lesina attestati di stima al “caro fratello Paolo”, di fatto afferma il contrario di quanto sostiene Paolo, sul tema non marginale della giustificazione. Non mi si faccia dire quel che non dico, non voglio fare la “Selezione del Nuovo Testamento”. Ma è certo che nella chiesa primitiva, e fino in certi aspetti nel canone neotestamentario non troviamo un’unità in diversità riconciliata, ma tensioni e scontri belli e buoni (mi correggo, duri e penosi). C’è diversità, ma per nulla riconciliata; e una certa unità si mantiene perché non c’è ancora alcuna struttura generale, ‘ecumenica’ e si procede ancora molto in ordine sparso. La tesi della chiesa neotestamentaria come modello unitario di diversità riconciliata mi pare una forzatura storica e teologica e ricordo il giudizio di Ernst Käsemann (teologo luterano e professore univrsitario, ndr), secondo cui il nuovo testamento non fonda l’unità della Chiesa, ma la diversità delle Confessioni.
In ogni caso, mi pare, ancora, storicamente e teologicamente contestabile, inaccettabile applicare alla situazione dell’ecumene cristiana odierna, dopo secoli e talvolta millenni di divaricazione, un preteso “modello unitario” tutt’al più valido, anche se zoppicante, per l’ecumene del I secolo. Pur nella diversificazione forte e nelle tensioni considerevoli, all’epoca della stesura dei testi del Nuovo Testamento non si delineava certamente la ricostituzione del sacerdozio, un rinnovamento (sia pure incruento) del ‘sacrificio’, una visione ‘sacramentale’, un episcopato (e men che meno un papato) di tipo cattolico (romano e non romano), una mariologia, una venerazione di ‘santi’… e si potrebbe continuare a lungo. Ecco perché, quand’anche ci fosse, chiaro, un ‘modello neotestamentario’ (e, ripeto, con molti ritengo che non ci sia), non sarebbe assolutamente applicabile all’oggi (e alo ieri): le diversità, ma si deve dire le divergenze confessionali, non sono manifestazioni attuali della diversità dei ‘carismi’ dello Spirito, anche se a sostenerlo (e non sono mai riuscito a capirlo) è stato un esegeta della Chiesa antica della taglia di Oscar Cullmann, al quale del resto sono stato molto affezionato e al quale sono anche largamente debitore, in tante altre direzioni.
Ecco perché per me, come per molti altri, penso, mentre è possibile e anche doverosa una diversità riconciliata come programma e modello di unità con le altre chiese evangeliche, sia pure a volte con qualche limite (segnato ora da noi, ora da altri) non penso si possa, allo stato dei fatti, parlare di “diversità riconciliata” con il cattolicesimo, romano e non. Una cosa è il confronto, l’ascolto reciproco, il dialogo, certi aspetti di ricerca (anche e anzitutto biblica) comune, a condizione di essere chiari, espliciti, di non rimestare sempre “quello che già ci unisce” rimandando alle calende greche quello che ci divide (…); altra cosa è l’unità. Come protestanti (il cattolicesimo è altrimenti onnivoro nella sua tendenza alla sintesi degli opposti) restare convinti che lo Spirito, attraverso l’Evangelo, non può dire e animare cose opposte, non può volere e una chiesa testimone e una chiesa mediatrice, e una chiesa fraterna di discepoli e una chiesa madre e maestra, e una chiesa laica (non laicista) e una chiesa clericale, e una chiesa paritaria di fratelli e una chiesa gerarchica, con padri e figli, e una chiesa della Parola e una chiesa dei sacramenti; preti e pastori non sono semplici e ugualmente legittime (biblicamente) varianti; nelle varie confessioni si può parlare ugualmente di sinodi, ma sono realtà del tutto diverse e contrastanti. Questo, e molto altro, perché il modo di vivere il rapporto con Dio è diverso e contrastante: i solus, sola della Riforma continuano a evidenziarlo, a porre degli aut-aut, delle alternative (…)
Gino Conte

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