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Aviatar: una recensione di Repubblica

Appunti di oggi: Dispiace constatare che il sig. Eduardo Varcasia di “Libri che passione” abbia estromesso gruppo ecumenici, col pretesto di non diffondere messaggi sulla distribuzione gratuita della Bibbia (il libro più venduto in assoluto!).

 E’ stato impedito anche la diffusione di un testo sui bambini del ghetto di Terezin. Ci domandiamo se pensa di  essere nei Soviet o nello Stato fascista?

Forse è semplicemente infastidito che solo stasera ben 18 persone dei suoi contatti ci hanno chiesto l’adesione spontanea?

La stampa britannica riporta un’ondata di accuse di razzismo rivolte ad “Avatar”, il film di James Cameron che sta battendo tutti i record di incasso e rilanciando il cinema come nuova forma di spettacolo in 3D. I critici della pellicola, scrive il Daily Telegraph, sostengono che la storia di un Marine bianco che salva una razza aliena perpetua la “favola del messia bianco” e suggerisce che i non-bianchi sono genti primitive incapaci di salvarsi da sole. Centinaia di blog, video su YouTube, commenti su Twitter sono apparsi sull’argomento. Com’è noto, l’eroe del film è un Marine che viene inviato su un pianeta popolato da alieni dalla pelle blu per infiltrarsi tra di loro, ma finisce invece per guidarli nella resistenza contro l’invasore bianco e per innamorarsi di una di loro. A parte i blog e Twitter, un commentatore liberal come David Brooks, riporta sempre il Telegraph, ha scritto sul New York Times che “Avatar” è basato “sullo stereotipo che i bianchi sono razionali e tecnologici mentre le vittime del colonialismo sono spirituali e atletiche. E’ centrato sull’idea che i non-bianchi hanno bisogno di un Messia che guidi le loro crociate”. Brooks afferma che Avatar segue una tradizione di film di questo genere iniziata negli anni ‘70 con il western “Un uomo chiamato cavallo” e proseguita con film come “Balla coi lupi” e “L’ultimo samurai”. Robin Lee, l’attrice nera protagonista dell’ultimo film hollywodiano di Muccino, paragona “Avatar” a “Pocahontas” e dice: “Dà veramente fastidio. Sarebbe bello se ogni tanto potessimo salvarci da soli”. Cameron, il regista, nega ogni intenzione razzista, affermando: “Il film ci chiede soltanto di aprire gli occhi e vedere gli altri, rispettarli anche se sono diversi da noi, nella speranza che potremo trovare un modo di prevenire conflitti e vivere armoniosamente su questa terra. Non mi pare proprio che questo sia un messaggio razzista”. Ma c’è anche chi difende ed elogia “Avatar” per il messaggio che contiene. Il columnist George Monbiot scrive sul quotidiano Guardian di oggi: “Certo, il film è una metafora dei contatti tra diverse culture. Ma è una metafora ben precisa: si riferisce alla storia del rapporto tra gli europei e le popolazioni native dell’America”. Citando un libro uscito qualche anno fa, “American Holocaust”, dello storico americano David Stannard, il commentatore britannico definisce la conquista delle Americhe “il più grande genocidio della storia”. Questi i dati che fornisce: “Nel 1492, circa 100 milioni di nativi vivevano nelle Americhe. Alla fine del 19esimo secolo erano stati quasi tutti sterminati. Molti morirono di malattie, ma l’estinzione di massa fu organizzata” dagli europei. Monbiot ricorda che i massacri cominciarono con Cristoforo Colombo sull’isola di Hispaniola (l’Haiti proprio oggi colpita dalla nuova tragedia del terremoto): “I suoi soldati strappavano i bambini dalle madri e spaccavano loro la testa contro le rocce. In un’occasione, impiccarono e bruciarono vivi 13 indiani, in onore di Cristo e dei suoi 12 discepoli. Colombo ordinò a tutti i nativi di consegnare un certo ammontare di oro ogni tre mesi; a chi non lo faceva venivano mozzate le mani. Nel 1535 la popolazione nativa di Hispaniola era scesa da 8 milioni a zero: in parte come risultato di malattie infettive, in parte per omicidio, fame e sfruttamento”. I conquistadores spagnoli seguiti a Colombo, continua il columnist del Guardian, sfruttavano i nativi fino alla morte: la durata media della vita nelle miniere e nelle piantagioni era di 3-4 mesi. Entro un secolo dall’arrivo degli spagnoli, ”il 95 % della popolazione dell’America centrale e meridionale era morto”. Le cose non andarono meglio per i nativi in America del Nord. In California nel 18esimo secolo, scrive Monbiot, il missionario francescano Junipero Serra creò una serie di missioni che erano in realtà “campi di concentramento” in cui i nativi erano usati come schiavi per il lavoro: essi ricevevano “un quinto delle calorie con cui erano sfamati gli schiavi afroamericani nel secolo seguente”. Morivano come mosche. E frate Serra, nota il columnist, è stato beatificato dal Vaticano nel 1988: “ancora un miracolo – ironizza – e diventerà santo”. Se gli spagnoli erano attirati principalmente dall’oro, i colonizzatori britannici e i loro successori americani volevano invece la terra, prosegue l’articolo. In New England, circondavano i villaggi dei nativi e li bruciavano mentre dormivano. “George Washington ordinò la distruzione totale delle case degli irochesi. Thomas Jefferson dichiarò che le guerre con gli indiani dovevano proseguire sino a quando ogni tribù fosse stata sterminata. Durante il massacro di Sand Creek nel 1864, in Colorado, i soldati sterminarono nativi inermi, uccidendo bambini, mutilando i corpi e usando i genitali delle loro vittime per farci scatoline per il tabacco da appendersi al cappello. Theodore Roosvelt definì questo evento come lo sviluppo più positivo mai avvenuto lungo la frontiera”. Ma il fatto più impressionante, conclude l’articolo del Guardian, è che ancora oggi i popoli e i governi dei paesi responsabili di un tale mostruoso genocidio, la Spagna, la Gran Bretagna, gli Stati Uniti, “non tollerano alcun paragone” con l’Olocausto commesso dai nazisti ai danni degli ebrei, sebbene “la soluzione finale da loro imposta ai nativi americani abbia avuto ancora più successo”. Diversamente da Hitler, infatti, coloro che l’hanno orchestrata e portata a termine “rimangono degli eroi nazionali o religiosi”, mentre coloro che cercano di ricordare quello che è veramente successo vengono “ignorati o condannati”. Questo, dice Monbiot, “è il motivo per cui la destra odia Avatar” (anche se, come osservato più sopra, a quanto pare lo odia anche parte della sinistra – fortunatamente tutto questo odio non è condiviso dal pubblico, che ne sta decretando il trionfo universale). Sulla rivista neocon Weekly Standard, il superfalco John Podhoretz si lamenta che il film di Cameron somiglia a ‘un western revisionista’ in cui ‘gli indiani diventano i buoni e gli americani i cattivi’. Podhoretz dice che il film chiede al pubblico di ‘fare il tifo per la sconfitta dei soldati americani ad opera dei ribelli’. Ma ribelli è una parola interessante per descrivere chi resiste a un’invasione straniera”. E anche quando i commentatori liberal americani, come Adam Cohen sul New York Times, apprezzano “Avatar”, lo fanno sostenendo che “illumina le atrocità del nazismo e del comunismo sovietico”, scrive ancora il columnist del Guardian. Ossia vedono nel film di Cameron una metafora dell’Olocausto nazista, del Gulag comunista, ma non del genocidio commesso dai loro stessi progenitori.

Per gentile concessione di American Indians che riporta una recensione di Repubblica

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