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2 ottobre: la festa della nonviolenza

Tornato in India, Gandhi decise di fondare un ashram sulla falsariga della Fattoria di Phoenix e la Tolstoi Farm. Scelse di stabilirsi ad Ahmedabad, nello stato indiano del Gujarat, a 460 chilometri da Porbandar, la cittadina sulla costa del Mare Arabico che gli aveva dato i natali. Voleva  «servire così il Paese» usando la lingua gujarati, la sua lingua madre. Il primo aspram fu costruito nel 1915. Gandhi lo chiamò Satyagraha Ashram perché, disse: «volevo far conoscere il metodo sperimentato in Sud Africa e verificare se, in India, ci fossero le condizioni per riproporlo». La vita nell’ashram trascorreva alquanto tranquilla quando, un giorno, nel villaggio di Kocharab scoppiò un’epidemia di peste nera. Gandhi decise allora di abbandonare quel luogo e si trasferì a nord di Ahmedabad, sulla riva destra del fiume Sabarmati. Fondò un nuovo ashram che verrà conosciuto come Sabarmati Ashram.
 
Il Sabarmati Ashram venne inaugurato da Gandhi stesso il 17 giugno 1917. Il numero dei suoi seguaci era di circa 40 persone. Nei primi tempi, vivevano tutti accampati in una piccola tendopoli, malgrado il luogo fosse infestato dai serpenti. All’ingresso dell’ ashram, sono ancora elencati, in lingua inglese, gli obblighi che gli ashramiti sono tenuti a rispettare: «Truth, Non-violence or Love, Chastity (Brahmacharia), Control of the Palate, Non-stealing, Non-possession or Poverty, Swadeshi, Fearlessness, Removal of Untouchability, Equality of Religions, Physical Labour». La casa e i dintorni sono ancora oggi abitati dalla sua comunità, che trova momenti di ristoro nel giardino.
 
Appeso a una parete esterna della costruzione c’é un cartello. Vi si legge:«Non voglio che la mia casa sia murata da ogni lato e le mie finestre siano tappate. Voglio che le culture di tutto il mondo entrino liberamente a casa mia. Ma non accetterò mai che qualcuno cerchi di buttarmi fuori casa. Mahatma Gandhi». Sembrano le indicazioni di Gandhi, agli indiani di oggi, su come affrontare un’epoca segnata dalla globalizzazione.
 
Inizia così questa visita all’interno del museo indiano simbolo di lotta e di spiritualità. Le foto sono state scattate poche ore fa da un amico indiano e verranno diffuse anche sul sito con preghiera di indicare sempre la fonte di www.ecumenici.eu  Ci sembra il modo migliore per iniziare i festeggiamenti per il 2 ottobre, data di nascita del Mahatma (“grande anima” in sanscrito ), appellativo che gli fu conferito per la prima volta dal poeta Tagore.  Ogni anno il 2 ottobre si celebra la giornata internazionale della non violenza.
 
Gandhi è riconosciuto universalmente come uno dei pionieri della resistenza all’oppressione tramite la disobbedienza civile di massa, che ha portato l’India all’indipendenza.
 
 
Abbiamo individuato una carrellata di pannelli esposi al museo, quelli piu’ ricchi di contenuti e stili: guardate le foto dell’amico induista Sushmit (giovane studente di design), che ha creato anche il nostro logo per l’impegno al dialogo cristiano-induista
e all’amicizia oltre i confini. 

 
Diritti e Doveri
E affermo che noi non riusciremo ad ottenere nulla di doverosamente nostro con l’uso della violenza. C’è solo un modo di ottenere i nostri diritti, come ho già avuto modo di spiegare, e che piace a tutti voi. Mi è stato chiesto quali siano i diritti di ognuno di noi, e cosa si deve fare per ottenerli. Dico che la gente non ha assolutamente alcun diritto. Chi non ha doveri non ha allo stesso modo alcun diritto. Ciò significa che tutti i diritti derivano dai propri doveri. Perciò, non ci sono diritti acquisiti. Va da sé che se soddisfo certi doveri ottengo dei risultati. Questi risultati sono i miei diritti.
 
 
Perchè Dandi March ( riferimento a Ghandi [il Dandi in Marcia]) è diventato una pietra miliare nella lotta nazionale contro il colonialismo?
” Interi villaggi si sono svuotati. Non mi aspettavo questo straordinario risultato… La questione cruciale è che la disobbedienza cessa di essere una risorsa dai rapidi effetti quando è usata dalle masse. Sto minando le fondamenta stesse dell’imperialismo britannico.
 
Durante una lezione sulla pulizia ai poveri, cosa imparò Gandhi stesso?
Durante il periodo del Champaran Satyagraha, Gandhi chiese a Kasturba di dire alle povere donne del villaggio di Bhitiharva di indossare vestiti puliti. Una delle donne portò Ba sino alla sua capanna e disse: “Guarda da te stesso. Non ci sono nè armadi ne altri posti dove conservare i vestiti. Questo sari che indosso è il solo che ho. Come potrei lavarlo anche volendo? Vai a dire al Mahatma di procurarci vestiti cosicchè ci possiamo fare il bagno ogni giorno e indossare vestiti puliti”.
Quando Ba raccontò ciò a Gandhi, egli comprese la reale portata della povertà in India.
 
 
La non-violenza del coraggioso
Per imparare la non-violenza del coraggioso dovremo apprendere nuove lezioni. Ammetto una sola cosa, che per imparare tale lezione dovrò morire. Ma voi, naturalmente, non pensiate che voglia commettere suicidio, come strangolandomi… e poi non posso farvi alcuna lezione sulla non-violenza. La non-violenza del coraggioso potrà essere appresa quando qualcuno cercherà di ammazzarmi, di uccidermi. Persino allora non ci sarà nulla di coraggioso in tutto ciò, in qualcuno che mi voglia uccidere, cioè nel non morire. Ma poi, persino allora dirò a me stesso: “Dio, per favore, non fargli male, non voglio che gli si arrechi danno”. Quando sarò in grado di dire ciò e morire con il sorriso sulle labbra, allora voi direte: “Questa è la non-violenza del coraggioso”.
16 giugno 1947
Birla House, Nuova Delhi
Incontro per la preghiera serale
Discorso originale in hindi
 
 
Continua tu ora il tour dei pannelli sul sito www.ecumenici.eu

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Periscopio cinematografico

Da qualche settimana è distribuito il film “Milk” nella sale cinematografiche italiane: la newsletter ne consiglia vivamente la visione a tutt*. Si tratta di un’alta testimonianza nel segno della nonviolenza sulle orme di Gandi e M. Luther Kink da parte di Harvey Milk. Preferiamo comunque non antiparvi nulla. Gli amici di Milk da San Francisco hanno accolto oggi con simpatia i segni della nostra stima e condivisione per le lotte di questo politico americano democratico, assassinato per la difesa dei diritti civili .

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(Alain La Goanvic) In piena campagna, un padre, una madre e i loro tre figli trovano la loro dimensione ideale ai bordi di un’autostrada in disuso da anni. Ma all’improvviso la radio annuncia che i lavori riprenderanno e il traffico comincerà a scorrere. E quando arrivano le prime automobili, inizia l’assedio.
Sulle prime la famiglia si illude di poter resistere, di riuscire a continuare a condurre la stessa vita di prima. Ma ben presto il fiume di macchine sconvolge ogni equilibrio.

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Le inquadrature, così come la composizione delle immagini (una veduta da una finestra che disegna un quadro nel quadro, ad esempio) rappresentano l’isolamento dei personaggi. E la fotografia sottolinea la loro discesa agli inferi: i paesaggi luminosi e i colori vivi dell’inizio cederanno il passo a un’insondabile oscurità.
La colonna sonora è molto curata: i rombi dei motori sono l’eco di un mondo esterno nocivo, opposto alla tranquillità che circonda la casa. E la musica ha un ruolo drammatico fondamentale in questo racconto che troverà nella follia una miracolosa (e per certi versi comica) via d’uscita.

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Svizzera/Francia/Belgio 2008
Regia: Ursula Meier
Interpreti: Isabelle Huppert, Olivier Gourmet, Adelaïde Leroux, Madeleine Budd, Kacey Mottet Klein

 

Il cuore di Jenin (The heart of Jenin)

jenin

(D. Olaf Schmalstieg) La storia si svolge nel 2005. La famiglia Khatib vive in Cisgiordania, nel campo profughi di Jenin, distrutto pochi anni prima dall’esercito israeliano. Il dodicenne Ahmed viene ferito gravemente da un soldato israeliano. Ahmed stava correndo con un mitra giocattolo tra le mani. Il ragazzo muore poco dopo il ricovero in una clinica israeliana. Il medico chiede al padre di Ahmed di poter prelevare gli organi del ragazzo. Serviranno per salvare la vita di altri bambini. Dopo breve riflessione, il padre acconsente. Anche il cuore di Ahmed potrà essere prelevato: un’autorità religiosa islamica, interpellata dal padre, ha dichiarato che ciò non contraddice le regole musulmane. Grazie agli organi di Ahmed, cinque altri bambini possono essere salvati. Il film parla di tre di quei bambini, tra cui una ragazzina israeliana.
Il padre di Ahmed, Ismail, e suo fratello, contattano le famiglie dei bambini che sono stati salvati grazie alla donazione di organi. Presto si intuisce che in quei bambini, per la famiglia Khatib, continua a vivere Ahmed. In occasione delle visite, e malgrado le circostanze drammatiche e terribili, nasce un clima di riconciliazione e si fa largo un sentimento di gratitudine. L’incontro con la famiglia israeliana, segnato da qualche difficol-tà iniziale (“Avrei preferito un donatore ebreo. Non lascerò mai che i miei figli abbiano amici arabi: potrebbero subirne la cattiva influenza”, afferma il padre della ragazzina che ha ricevuto un rene di Ahmed), porta infine alla nascita di un legame positivo.
Ciò che colpisce maggiormente, in questo film, è il crescente rifiuto nei confronti di ogni forma di rassegnazione e di uccisione di innocenti e l’ostinata ricerca di rapporti po-sitivi e vitali. Ahmed diventa una figura simbolica della coesistenza pacifica tra palestinesi e israeliani. I difficili passaggi della frontiera, preceduti da lunghe attese e da estenuanti controlli, assurgono a simbolo della ricerca del contatto e dell’incontro.
Analizzando con attenzione il film, ci si può chiedere quale sia in definitiva la figura più significativa della vicenda. L’idea di utilizzare gli organi di Ahmed per salvare delle vite è venuta al medico dell’ospedale israeliano. Senza il suo intervento, la sua insistenza, la sua pazienza e la sua mediazione, il cuore di Ahmed non avrebbe continuato a battere. Ma anche il cuore del padre di Ahmed batte: lo si percepisce dal suo sguardo, nella sua ricerca di stabilire contatti, nel suo impegno a favore del centro giovanile di Jenin (sostenuto da fondi provenienti dall’Italia meridionale).
Alla fine ”Il cuore di Jenin“ è diventato un film della speranza. Ahmed, il padre Ismail e il medico sono le figure principali. E il cuore di Jenin ispira tutti gli altri a battere per la pace. Il film, presentato lo scorso anno al Festival di Locarno (per la regia di Marcus Vetter e Leon Geller, una coproduzione israeliana-tedesca), avrebbe senza dubbio meritato maggiore attenzione da parte della giuria ecumenica. Si tratta di un documentario che offre un’ottima piattaforma di discussione sul tema della pace in Medio Oriente (trad.it.P.Tognina)

Il cuore di Jenin
Germania 2008
Regia: Leon Geller e Marcus Vetter

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