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Dalla rivista A- anarchica: il germe pericoloso della diserzione

Il germe pericoloso
della diserzione

Nella sovracoperta del nuovo libro di Mimmo Franzinelli (Disertori. Una storia mai raccontata della Seconda guerra mondiale, Mondadori, Milano, 2016, pp. 390, € 22,00) c’è un cupo disegno di Gino Boccasile (1944) che illustra la fucilazione alla schiena di un “traditore sabotatore”. È un modo scioccante, ma efficace, per introdurre i vecchi temi delle ribellioni anti-belliciste. E allora: “Bentornati fantasmi della diserzione!” direbbe Wu Ming 1.
Se riguardo alla giustizia militare nella grande guerra gli studi e la saggistica si sono fatti ultimamente più densi e circostanziati, dopo un secolo o quasi di mordacchia, ancora in massima parte insondato rimane invece il medesimo tema riferito al secondo conflitto mondiale. Del resto, trattandosi di contesti e modalità belliche assai differenti, tutto cambia anche nel sistema repressivo militare. Alla codardia, indisciplina e sbandamento, derivati spesso da comportamenti refrattari contingenti e improvvisati della truppa o dei singoli militari, tipici reati da prima linea di fuoco, si sostituiscono piuttosto “mancanze” connaturate più alla modernità della nuova guerra come la diserzione in presenza del nemico, l’insubordinazione accompagnata a vie di fatto, il supposto tradimento della patria, il vilipendio sovversivo, il disfattismo e la guerriglia. È questa la resistenza alle imposizioni della nuova guerra totale, guerra senza trincee, rapida e di manovra, condotta con spirito cinico dai vertici delle forze belligeranti perfino contro le inermi e innocenti popolazioni civili (vittime predestinate di stupri, rapine, saccheggio, devastazioni e internamenti).
Il conflitto del 1939-1945, presentatosi sul proscenio mondiale come epica partita risolutiva tra fascismi e democrazie – vulgata e semplificazione propagandistica che accomunò, ricordiamolo, Churchill e Stalin – ha lasciato ai sopravvissuti ed ai posteri tracce di memoria “ufficiale” e pubbliche narrazioni spesso sovrastate dal discorso ideologico. La guerra, puro esercizio della tirannia degli Stati (almeno nella visuale libertaria) e grande evento tragico nella memoria collettiva delle nazioni, si è così convertita o in intimo e recondito vissuto esperienziale soggettivo o in avulso tema canonico per la storiografia politica e militare. Relegati nell’indifferenza, ricondotti nel limbo dell’irrilevante, i comportamenti ribelli, anomali e controcorrente, sono rimasti talvolta sottotraccia: paure e vergogne dell’indicibile. E, anche fuori dall’ufficialità, la rimozione ha riguardato tutta la sfera emozionale e dei sentimenti, comprese le ferite mai risarcite e i dolori incommensurabili per i lutti, le distruzioni e le ingiustizie patite da milioni di esseri umani, ma soprattutto da ciascuno di essi. Paura, odio, violenza, Shoah, campi di concentramento e di sterminio, eccidi di popolazioni civili, bombardamenti indiscriminati, bomba atomica: la barbarie degli anni Quaranta ha marcato indelebilmente un secolo (il cosiddetto “secolo delle masse”) e, a seguire, le generazioni del secondo Novecento.
Nella gamma vasta delle possibili contro-storie “mai raccontate”, anomale e controcorrente, ci sono senza ombra di dubbio le diserzioni. Franzinelli, storico di successo, ci squaderna un repertorio di facile lettura e di grande impatto, ricerca rigorosa e coinvolgente condotta sulla base dei documenti reperiti presso l’Archivio storico dello Stato maggiore dell’Esercito, compulsando le carte dei Tribunali di guerra, i diari inediti e ascoltando preziose testimonianze di parenti.
Il libro si apre con due fotografie belle di giovani innamorati, Cosimo e Violetta; la didascalia ci riporta alla cruda realtà di un sogno interrotto: “L’artigliere Cosimo Ricchiuti, disertore in Croazia per antifascismo e per amore di Violetta, figlia di un comandante partigiano iugoslavo. Viene fucilato dalle Camicie nere il 4 agosto 1943”.
Nel collage, triste e avvincente, delle tante storie di vita che si incrociano nel volume si possono riconoscere vicende “qualunque” di persone “qualsiasi”: c’è il vissuto familiare di ciascuno di noi, ci sono, come tipologia, quei racconti di guerra che abbiamo ascoltato direttamente dalla viva voce dei testimoni e dei protagonisti quando eravamo ancora bambini. È davvero questa l’altra memoria della nazione. E ci siamo tutti.
Accorgersi di combattere dalla parte sbagliata e buttare l’odiata divisa, opporsi alle prepotenze del militarismo sempre e comunque. Una sorta di genealogia della ribellione attraversa gli ultimi due secoli, prima e dopo la seconda guerra mondiale e tutti ci coinvolge: dalla renitenza alla leva dei nostri avi contadini e dalle disobbedienze sanzionate dagli inflessibili tribunali militari del 1915-1918 fino all’età contemporanea e ai giorni nostri. Si pensi ad esempio al fenomeno degli obiettori di coscienza di qualche decennio fa (obiettore è stato, ad esempio, l’autore di questo libro!) o magari alla semplice militanza nei “Proletari in divisa” durante il servizio di leva (è il caso del recensore). Chi scrive queste brevi note ricorda anche, con grande commozione, un proprio familiare – Giovanni Sacchetti, classe 1911 – partito come caporale di fanteria della divisione “Firenze” operante sul fronte greco-albanese e finito, dopo l’8 settembre 1943, come partigiano combattente nella brigata “Gramsci” attiva in Albania. Scelta di paura e di coraggio fatta, seguendo l’istinto, insieme a tantissimi altri commilitoni: per questioni di principio e non di mero opportunismo, per non essere più complici degli oppressori, per un generoso spirito di sacrificio che non si basava certo su possibili speranze di ricompense (che, fra l’altro, non ci saranno mai).
Il libro, coinvolgente e ben strutturato sul piano narrativo, analizza il fenomeno seguendo una scansione temporale e una sequenza di scenari che sembra cinematografica. Le motivazioni dei disertori, insieme alle dinamiche repressive, emergono in maniera nitida. L’autore, seguendo i percorsi esistenziali di persone comuni, li contestualizza con grande efficacia rappresentativa: dai prodromi della “non belligeranza” al “caleidoscopio balcanico”; dalla tragica campagna di Russia all’Africa e all’Albania; sotto la dittatura militare di Badoglio, nel Regno del Sud oppure nella Repubblica Sociale Italiana. In appendice ci sono poi molti documenti da consultare, e c’è anche un “epilogo” dedicato al dopoguerra: perché “La guerra non termina a fine aprile 1945, per i disertori. Quando le armi tacciono, scatta la caccia ai fuggiaschi dal Regio esercito…” (p. 295).
Già alla caduta del fascismo, nell’estate 1943, con il precipitare della situazione militare e le sconfitte sui vari fronti, i tribunali militari avevano continuato ad essere utilizzati per la difesa dell’ordine pubblico e per reprimere i reati di sedizione, abbandono del servizio o del posto di lavoro, violazione di ordinanze.
Colpisce, ad esempio, la lugubre vicenda della “fucilazione arbitraria” in Calabria di cinque disertori mandati a morte dopo l’armistizio, puniti fuori tempo massimo! Sì perché la persecuzione degli ex-disertori non avrà mai fine e non conoscerà confini. Anche nella repubblica democratica la magistratura militare continuerà, per decenni, a inquisire i ribelli della seconda guerra mondiale, persino rinchiudendoli in manicomio! Il libro evoca, oltre ai ricordi familiari di ciascuno di noi, anche la storie parallele misconosciute ancora da raccontare, come ad esempio quelle dei centomila tedeschi antinazisti che disertarono (alcuni unendosi anche ai partigiani), un fenomeno questo non trascurabile e ancora da soppesare nel suo complesso.
Nel film “Gott Mit Uns” di Giuliano Montaldo il generale Snow (interpretato dall’attore Michael Goodliffe), rivolgendosi ad un ufficiale subalterno che si dimostra turbato per l’imminente fucilazione di due soldati che hanno disertato, argomenta: “…quello che noi rappresentiamo, alla divisa, non ci pensi? […] dove credi si nasconda il vero nemico per noi? Nel contagio dell’indisciplina, figliolo, che genera odio per la divisa, l’odio per tutte le divise. È necessario stroncarlo subito, questo germe pericoloso…”.

Giorgio Sacchetti

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Basta con il cattolicesimo che sostiene la guerra !

L’ordinario militare d’Italia Monsignor Pelvi dichiara per rassicurare il Ministro La Russa – confondendo la missione dei militari in Afghanistan con quella di Gesù (sigh) che: “Gesù non ha cercato la morte. Non ha però neppure voluto sfuggirla, perché giudicava che la fedeltà ai suoi impegni fosse più importante della paura di morire. Così ha preferito andare fino all’estremo limite piuttosto che tradire ciò che era…”. E’ il Cristo soldato dei loro riti (oggettivamente inutili) della Cresima o della guerra non dichiarata.
L’idolatria imperversa
 
Non c’è cosa peggiore della Guerra. la Guerra non penso che sia voluta dal Dio di Gesù Cristo. Invece abbiamo visto benedizioni di sommergibili, aerei, corazzate, .. . Benedizioni operate simultaneamente nelle opposte fazioni: nel campo alle…ato e nel campo delle potenze dell’asse ! Abbiamo visto illustri prelati approvare, negli USa, la guerra in Vietnam, ecc. I militari sono “carne da macello”: i generali, i colonnelli, i comandanti pianificano strategie nelle quali i soldati sono come le pedine del gioco della dama e degli scacchi. Un militare quindi può non sapere che il suo reparto é stato comandato a compiere una missione suicida, per il solo scopo di ingannare il nemico ( azione diversiva la si chiama ) e distrarlo da un attacco fatto in un altro settore.
Quello dei generali é un brutto mestiere e i comandanti ( parole testuali di un colonnello ) sono spesso dei bugiardi spudorati.
I cappellani, gli ordinari sono evidentemente funzionali alla macchina militare.
Silvestro Consoli
 
Bisogna che dalla base,tutti i Cistiani che si riconoscono tali,esigano dalle loro chiese,dai loro ministri di culto segni tangibili di amore Cristiano,e giunta l’ora delle scelte coerenti al messaggio di Gesu,e laresponsabilità e di tutti i fedeli,che spesso tacioni,invece di testimoniare la propria fede
Angelo Devi
 
Anche se giustamente, continuate a indignarvi contro il Vaticano e i suoi prezzolati esponenti, purtroppo dico che e’ una battaglia persa.
Gesu’……
Cosa c’entra Gesu’ con lorsignori (monsignori).
I guerrafondai sono proprio loro: benedicono le armi, le guerre, gli eroici soldati che vanno a compiere le “missioni di pace” con i bombardieri atomici.
Ubbidisono e fanno ubbidire.
E se fra loro, uno di loro come per esempio un certo Don Lorenzo Milani, predica la non violenza  e che ai militari (compresi i cappellani cattolici) dice che <l’obbedienza non e’ una virtu’> ne tantomeno cristiana, allora questi viene messo all’indice con l’abituale mutismo di milioni di cattolici frequentatori di chiese ma non di Cristo.
 
Distintamente (grazie per le vostre posizioni)
Bruno Sordini
 
 
posizion

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Teste vuote ed esaltate pro Israele

Ricevo questa corrispondenza da una persona a me sconosciuta collegata nella rete di Facebook: si tratta di un esaltato militarista israeliano o pro Israele. Preciso altresì che come misura cautelativa ho depennato dalla lista dei mie contatti un suo amico che deve avergli riferito di me e che abita proprio nei miei paraggi (un certo signore Maurizio Friggi) e tutti gli Amici in comune che avevo con questo signore. Persone che conosco anche da tempo ma che probabilmente non sanno pesare il valore e il contenuto dell’amicizia. Non ho comunque niente da perdere e non cerco numeri per ingrossare le file. Anzi!Di sale in zucca  questo sig. Boaz Senator (uno pseudo, utilizza da buon vigliacco) ne ha ben poco e men che meno capacità di analisi e autocontrollo. Purtroppo constatiamo che questo genere di utenti proviene generalmente da un’Associazione denominata Amici di Israele,  che gravita intorno anche alle comunità ebraiche ortodosse, alle loro feste e ritrovi ed eventi… Foraggiati e difesi, insomma.Mando la lettera in archivio ma è opportuno evidenziare  anche il tipo di corrispondenza che si riceve come operatore d’informazione. Non si fa teologia col copia incolla come fanno tanti valdesi, cattolici, qui su Facebook presumendo di azzeccarci se postano il Ricca o il Sequeri di turno. Ci si deve sporcare le mani con tanti personaggi squallidi come questo, che strumentalizzano la loro religione  per fini di espansione militare, per giustificare i piu’ efferati crimini contro l’umanità. Come è recentemente accaduto.Direi di piu’ sotto altri aspetti o si ha il coraggio diretto di conosce persone,  del calibro ad es. di Cossiga o si stia zitti se si vuol parlare di argomenti di cui non si ha la piu’ pallida idea se non quella fornita dai media di regime. Lo dico a Lei al sig. Caviglia e ai tanti che fanno ricerche su internet ma che non hanno mai letto libri e men che meno parlato con chi i libri li ha scritti. Che non conoscono i propri interlocutori. Non ci hanno mai parlato! Il lavoro che Ecumenici fa sul campo è stato sempre serio e documentato. Costosissimo. In termini di denaro e tempo. In Sardegna non esiste nessun prelato di lingua italiana di matrice anglicana, come nella maggior parte della penisola. La liturgia funebre cattolica è ammessa. Bisogna entrare nei templi Caviglia, anche quelli anglicani per capire molte cose.MB.

Boaz Senator16 agosto 2010 alle ore 20.56

(nessun oggetto)

salve Maurizio
l’esercito israeliano si sta organizzando per respingere una pioggia di missili, l’arma che negli ultimi anni, con l’aiuto dell’Iran, è diventata parte della strategia più odiosa: i Kassam, i Fajar, i Grad che piovono sui civili. Gli Hezbollah, che usavano sparare sulle cittadine del Nord fino alla guerra del 2006, sembra abbiano ricostruito un arsenale di 50mila missili compresi quelli che, come gli Scud, possono arrivare fino a Tel Aviv; la Siria è piena di postazioni balistiche contro Israele. Iran e Turchia hanno appena stretto un patto per aiutare gli Hezbollah a ottenere nuove armi. Il Libano è l’avamposto della nuova strategia iraniana contro Israele.

Il maggiore Hai Lugasi, 35 anni, sposato e con figli che vivono nelle vicinanze della base, proviene dalle Forze Aereonautiche, il gioiello dell’esercito, e ci accoglie a Biranit, il comando dell’esercito israeliano del Nord, dove siamo stati tante volte durante la guerra del 2006, dopo il rapimento di Regev e Goldwasser: «Guardi, è cambiato» dice. É vero. A prima vista vedi le colline morbide come sempre, a sinistra Aita a-Shaab, paesotto shiita, e a destra Kfar Remesh, villaggio cristiano. Però nel mezzo, oltre il recinto e oltre il confine internazionale segnato dall’Onu, vedi le auto bianche dell’Unifil, più in là c’è l’esercito libanese, il Laf.

Non ci sono più gli Hezbollah armati e in divisa, con le bandiere gialle che scorrazzano lungo il confine, non più il rivoltante manifesto con la testa spaccata di un soldato israeliano. Di giorno gli israeliani lo buttavano giù, di notte lo rimettevano in piedi gli uomini di Nasrallah, il leader sciita più bizzarro, violento e determinato del Medio Oriente, ormai il vero padrone del povero Libano ferito. Unifil doveva impedire l’affermarsi di qualsiasi organizzazione armata fuori dell’esercito, ma non ce l’ha fatta: le regole di ingaggio sono restrittive. «Unifil – dice Hai – non ha evitato che Hezbollah ricevesse le armi iraniane dalla Siria, non ha evitato l’altro giorno che l’esercito libanese, in gran parte sciita e amico di Nasrallah ci tendesse un vero agguato, non ha evitato che quel paese che lei vede, Aita a-Shaab, e tutti i 160 paesi sciiti della zona, siano diventati fortezze pronte alla prossima guerra, piene di scudi umani, scuole, ospedali, seduti sui loro missili. Ma hanno taciuto, per quattro anni anche noi abbiamo fatto buon uso della tranquillità» dice Hai.

Nell occidente del 2000 esiste la libertà di religione. esiste eccome.
Tuttavia ce un gruppo etinco che ha legato il suo modus viventi, la vita quotidiana alla sua religione, essa fa parte della vita , l’ambiente, e il rapporto con i suoi vicini ovunque essi siano. Questo gruppo etnico NON vive in pace ovunque si trova. In nigeria i christiano son massacrati quotidianamente dall islam, idem in Egitto, sud est asiatico, Iraq ecc. Perfino a Parigi in ogni bus che collega centro città con les Banlieux ci sono due poliziotti . A milano La via Padova si è svuotata da “cristiani” e radical chic compresi. il degrado regna sovrano ovunque nsi trovano. La loro intoleranza e sopratutto la loro prepotenza fanno si che non esiste nessuna possibilità d’integrazione
i chic radical possono blaterare all infinito gridando alla “libertà socio religiosa” rimane il fatto che la situazione è di non beligeranza , nothing more.
Tornando a New york, io non ho sentito NESSUN mussulmano a protestare o a malledire Al queda dopo il disastro del 2001. Mentre ero a Copenhagen ho notato migliaia di mussulmani che festeggiavano per le strade alla vista della tragedia in TV.
Una moschea nel ground zero non è indispensabile.
To get you must also give. Loro pretendono ovunque, che cosa danno in compenso?
la religione c’entra nei loro conflitti eccome. Hezbollah sono fanatici mussulmani cosi come Al quaeda, Hamas, Erdogan in Turchia, Ahmadinajad , l’islam francese che da la caccia agli ebrei in francia e l’islam newyorchese. e non son altro che un cavallo di Troya .
grazie.

 

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I protestanti tedeschi non dormono come quelli italiani…

(ve/agenzie) Margot Kässmann, vescova di Hannover e presidente del Consiglio della Chiesa evangelica in Germania (EKD), ha definito la guerra in Afghanistan come ingiusta e ha chiesto il ritiro dei 4.400 militari tedeschi impegnati nella missione Isaf della Nato. Il netto giudizio di Margot Kässmann si aggiunge al crescente coro di polemiche a livello politico contro il possibile aumento di truppe che Berlino sta valutando.
“Non c’è una guerra giusta. Non posso legittimarla da un punto di vista cristiano”, ha affermato Kässmann in un’intervista al quotidiano Berliner Zeitung. In un messaggio su altri giornali e in televisione, Kässmann ha ribadito che il conflitto in Afghanistan non è giustificabile. “Tutto quello che bisognerebbe chiedersi è come condurre un ritiro ordinato e trovare una soluzione civile”, ha detto la presidente della Ekd, che riunisce 25 milioni di cristiani protestanti tedeschi.
La Germania è al terzo posto – in base al contingente di militari inviato – tra i Paesi presenti in Afghanistan dopo Stati Uniti e Gran Bretagna. Finora il Parlamento di Berlino ha autorizzato un massimo di 4.500 militari

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Grazie

La Newsletter Ecumenici festeggia con una poesia e una canzona gli oltre 400 nuovi iscritti in lingua italiana di questi ultimi tre mesi a cui vanno ad aggiungersi gli 86 iscritti della versione in lingua inglese di Ecumenics. Siamo interessati a ricevere materiale da diffondere sui temi della pace, della Giustizia e della salvaguardia del creato. Questo è da sempre un collettivo non burocratizzato che si occupa – laicamente – di teologia politica. Si evidenza infine che la causa in lingua inglese in favore delle minoranze sessuali in Iran ha raccolto 217 adesioni. Considerato la difficoltà di lettura della stessa e il deserto circostante intorno a noi in Italia siamo molto soddisfatti del risultato raggiunto. Questa è il nostro contributo odierno al Pride di Genova, contro i criminali che indossano stracci religiosi del regime iraniano

 A cura dalla professoressa Giovanna Corchia di Como

 

Jacques  Prévert   Paroles

Barbara

 

Ricordati Barbara

Pioveva senza tregua quel giorno su Brest

E tu camminavi sorridente

Raggiante rapita grondante,

sotto la pioggia

Ricordati Barbara

Pioveva senza tregua su Brest

E t’ho incontrata in rue de Siam

E tu sorridevi,

E sorridevo anche io

Ricordati Barbara

Tu che io non conoscevo

Tu che non mi conoscevi

Ricordati

Ricordati comunque di quel giorno

Non dimenticare

Un uomo si riparava sotto un portico

E ha gridato il tuo nome

Barbara

E tu sei corsa incontro a lui sotto la pioggia

Grondante rapita raggiante

Gettandoti tra le sue braccia

Ricordati di questo Barbara

E non volermene se ti do del tu

Io do del tu a tutti quelli che amo

Anche se non li ho visti che una sola volta

Io do del tu a tutti quelli che si amano

Anche se non li conosco

Ricordati Barbara,

Non dimenticare

Questa pioggia buona e felice

Sul tuo viso felice

Su questa città felice

Questa pioggia sul mare,

Sull’arsenale

Sul battello d’ Ouessant

Oh Barbara,

Che cazzata la guerra

E cosa sei diventata adesso

Sotto questa pioggia di ferro

Di fuoco acciaio e sangue

E lui che ti stringeva fra le braccia

Amorosamente

È forse morto disperso o invece vive ancora

Oh Barbara

Piove senza tregua su Brest

Come pioveva prima

Ma non è più cosi e tutto si è guastato

È una pioggia di morte desolata e crudele

Non è nemmeno più bufera

Di ferro acciaio sangue

Ma solamente nuvole

Che schiattano come cani

Come cani che spariscono

Seguendo la corrente su Brest

E scappano lontano a imputridire

Lontano lontano da Brest

Di cui non resta  niente

 

 

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Ivano Fossati
Il disertore
 
In piena facoltà,
Egregio Presidente,
le scrivo la presente,
che spero leggerà.
La cartolina qui
mi dice terra terra
di andare a far la guerra
quest’altro lunedì.
Ma io non sono qui,
Egregio Presidente,
per ammazzar la gente
più o meno come me.
Io non ce l’ho con Lei,
sia detto per inciso,
ma sento che ho deciso
e che diserterò.

Ho avuto solo guai
da quando sono nato
e i figli che ho allevato
han pianto insieme a me.
Mia mamma e mio papà
ormai son sotto terra
e a loro della guerra
non gliene fregherà.
Quand’ero in prigionia
qualcuno m’ha rubato
mia moglie e il mio passato,
la mia migliore età.
Domani mi alzerò
e chiuderò la porta
sulla stagione morta
e mi incamminerò.

Vivrò di carità
sulle strade di Spagna,
di Francia e di Bretagna
e a tutti griderò
di non partire piú
e di non obbedire
per andare a morire
per non importa chi.
Per cui se servirà
del sangue ad ogni costo,
andate a dare il vostro,
se vi divertirà.
E dica pure ai suoi,
se vengono a cercarmi,
che possono spararmi,
io armi non ne ho.

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Gaza: impossibile curare i feriti

(ENI/Ecumenici) Il direttore dell’ospedale di Gaza afferma che molti feriti non possono essere raggiunti dagli aiuti

Gaza City .

La popolazione civile di Gaza rimasta ferita dai recenti bombardamenti sono bloccati all’interno delle loro case senza acqua nè cibo, impossibilitati a ricevere soccorso medico, è quanto afferma il direttore dell’Ospedale  Anglicano di Gaza. Le infermiere che lavorano nell’ospedale non possono raggiungere i loro stessi figli rimasti feriti nelle case colpite. L’Ospedale Arabo Al Ahli ha prestato cure a più di 100 pazienti dall’inizio delle recenti ostilità tra Israele e i miliziani Palestinesi di Hamas. Il direttore dell’Ospedale, il dottor Suhaila Tarazi, ha lavorato per circa 16 ore giornaliere negli ultimi giorni cercando di fare il suo meglio con le scarse risorse disponibili. Il giorno 6 gennaio scorso, l’agenzia medica internazionale ATC ha riferito che ben tre autombulanze, attrezzate come  piccole sale operatorie mobili operanti nel territorio di Gaza, sono state distrutte dai bombardamenti israeliani durante la notte precedente. Le unità operatorie mobili erano gestite dall’ Unione del Comitato per la Salute Pubblica, fondato,  e composto da dottori ed infermieri/infermiere palestinesi sostenuti dall’associazione DanChurchAid (Aiuti da Chiesa luterana danese) membro attivo di ACT. Da quando è scoppiato il conflitto tra Hamas e Israele, nuovi veicoli sono stati riforniti per provvedere alle necessità dei feriti.
 
(Traduzione a cura di Antonio Pinto)

Prese di posizione

Immediato cessate il fuoco a Gaza
Lo chiedono i leader delle chiese cristiane – Le comuntià ebraiche sostengono Israele

 

07 gennaio 2009 – (ve/Ecumenici) All’indomani dell0 scoppio delle ostilità nella Striscia di Gaza, diversi esponenti di chiese ed organizzazioni ecumeniche mondiali hanno alzato la voce contro il conflitto armato chiedendo un immediato cessate il fuoco tra Israele e Hamas.
Il pastore Samuel Kobia, segretario generale del Consiglio ecumenico delle chiese (CEC) con sede a Ginevra, lo scorso 29 dicembre ha esortato il governo israeliano e i responsabili di Hamas a “rispettare i diritti umanitari e umani”, invitando i contendenti a “cessare immediatamente ogni atto di violenza”. Alla comunità internazionale ha poi rivolto un appello, affinché ogni sforzo sia compiuto per proteggere le popolazioni civili, palestinese e israeliana, e portare gli aiuti necessari. Kobia ha inoltre denunciato ogni tentativo di istituire un blocco nei confronti della Striscia di Gaza teso ad impedire l’afflusso di medicinali, cibo e carburante. Le rappresaglie, perpetrate da ambedue le parti, ha proseguito Kobia, non sono tollerabili nel quadro di un serio tentativo di stabilire la pace.
Lo scorso 30 dicembre da Gerusalemme una dozzina di patriarchi, vescovi e capi di chiese mediorientali, hanno fatto appello alle due parti in causa perché possano ritrovare il lume della ragione e cessare ogni atto di violenza. Tra i firmatari, oltre a esponenti delle chiese di tradizione cattolica orientale (siriana, armena, greca), anche i patriarchi ortodossi delle chiese etiope, copta, latina e greca, nonché il vescovo luterano Munib A. Younan di Betlemme. Il 4 gennaio, prima domenica del nuovo anno, tutte le chiese cristiane dell’area hanno osservato un momento di preghiera ecumenica per la fine del conflitto e per una soluzione stabile di pace.
Una ferma condanna per le ostilità è giunta anche dal presidente della Federazione luterana mondiale (FLM), l’americano Mark S. Hanson, ed è stata reiterata ieri, 6 gennaio, in un comunicato stampa dal segretario generale della FLM, il vescovo Ishmael Noko. L’impegno è quello di promuovere una visione di pace tra israeliani e palestinesi, ma nell’immediato la richiesta è ancora una volta quella di un cessate il fuoco: “L’esercito israeliano si ritiri dalla Striscia di Gaza, e Hamas cessi il lancio di razzi sul Sud di Israele”. E aggiunge: “La FLM condanna gli attacchi di Hamas e di altre organizzazioni militanti quali risposte inaccettabili perché minacciano la vita di un’altra popolazione civile”, mentre ritiene del tutto “sproporzionate le operazioni militari israeliane rispetto all’attuale minaccia, operazioni che sono sfociate in un numero intollerabile di morti civili e di feriti”.
Intanto, nonostante la situazione di conflitto, ieri è partita nella regione una numerosa delegazione di vescovi della Chiesa evangelica luterana del Nordamerica. “In questo tempo difficile come vescovi speriamo che la nostra presenza possa essere fonte di conforto per i nostri fratelli nella regione”, ha dichiarato Mark Hanson, capo delegazione insieme alla vescova canadese Susan C. Johnson. Il viaggio si concluderà il 13 gennaio.
In redazione affluiscono anche i comunicati di solidarietà a Israele esclusivamente da parte di comunità religiose ebraiche. Essendo in realtà comunicati di natura politica Ecumenici non ne prevede la diffusione.

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Veglia: continuiamo nonostante gli insulti di Alleanza Nazionale

“Io non vi chiamo più servi; perché il servo non sa quel che fa il suo signore; ma voi vi ho chiamati amici, perché vi ho fatto conoscere tutte le cose che ho udite dal Padre mio” (Gv 15,15)

 

VEGLIA ECUMENICA PER IL CESSATE IL FUOCO IMMEDIATO A GAZA

 

Christian peacemakers teams
È un’iniziativa della Chiesa di fratelli, dei quaccheri e mennoniti, con il supporto di cattolici ed ortodossi. A seguito degli arresti, espulsioni e deportazioni e delle restrizioni imposte dall’esercito israeliano agli osservatori internazionali, incluso il team CPT di Hebron, i Christian Peacemakers Team sottolineano come la presenza di osservatori internazionali dei diritti umani nei territori occupati è qualcosa che ogni governo democratico dovrebbe accogliere come parte di una struttura che protegge i diritti civili.. Il Comitato centrale mennonita e il Team di Hebron hanno riferito per primi di demolizioni di case palestinesi avvenute anche dopo l’approvazione del piano di pace “Road Map”, che nella prima fase tra l’altro chiede al Governo israeliano di porre fine a tutte le azioni che “compromettono la fiducia, incluso l’attacco alle aree civili e la confisca e demolizione di case e proprietà palestinesi”. Sostiene la Campagna per la ricostruzione delle case palestinesi (Rebuilding Homes Campaign) promossa insieme da israeliani e palestinesi (Comitato israeliano contro la demolizione delle case, Rabbi for Human Rights, etc. ). 

Dalle informazioni di Ecumenici fra le ultime notizie avute direttamente dai Christian peacemakers team anche un quacchero italiano ha partecipato in questi ultimi anni alle attività non violente in Palestina e Israele insieme ad altri volontari di altri paesi. Lui ha affermato telefonicamente di non credere nelle attività via web e non si è reso disponibile per un’intervista. Comprendiamo l’isolamento mediatico subito in particolar modo in Italia. L’abbandono a se stessi dei volontari  è gravissimo e le parole da salotto che circolano in Italia sono davvero troppe. Insopportabili. Ancora oggi. Preghiamo per lui e per i volontari. Ricordiamo i loro martiri uccisi e perseguitati soprattutto da una stampa sempre più sprezzante del valore della persona umana. Da quella asservita al potere politico a quella delle logiche di schieramento opposto. Comprendiamo i limiti del web e per questo chiediamo scusa. Pensiamo anche che il sacrificio dell’americano Tom Fox sarebbe sconosciuto agli stessi evangelici in Italia senza l’informazione dal basso e non dai pulpiti. Ne è la riprova la reazione stizzita di qualche ora fa di un italiano in Australia, scrivano anche del giornale fascista via web “il popolo d’Italia” (incredibile!) e ora rappresentante di Alleanza Nazionale che mi ha coperto d’insulti in inglese… sperando forse di intimorire o di rendersi noto a più persone. Il suo sito contiene come sfondo infatti la piazza del Vaticano … forse è solo in cerca di anelli da baciare.

Noi continuiamo con la lettura di Davide Melodia.

 

I Quaccheri e la riconciliazione


Per vocazione e per scelta, i quaccheri sono il popolo della riconciliazione. Sul piano religioso, come elemento fondamentale di un corretto rapporto con Dio, Creatore e Padre, con cui è follia avere un rapporto di conflittualità, di rigetto e di lontananza arrogante; con gli uomini, quali coeredi di una identica figliolanza divina, egualmente fruitori di una scintilla divina, partecipi attivi o passivi di una sola fratellanza universale.

Sul Piano sociale, come impegno a riportarla fra gli uomini in lotta fratricida, la riconciliazione è per i quaccheri un aspetto della testimonianza di pace. Detto questo, di fatto, come si svolge e si articola l’opera di riconciliazione?

In primis, senza prendere le parti di uno dei due (o più) contendenti. Ciò non per evitare rischi e stare comodamente a guardare con atteggiamento neutrale, ma per dare all’intervento di riconciliazione attiva presso tutte le parti in conflitto la garanzia della imparzialità, la trasparenza dell’azione e la credibilità per fungere da ponte.

Secondariamente, lasciando in disparte ogni pregiudizio verso coloro in cui vuole fare sbocciare il fiore del rispetto reciproco, dell’ascolto e della collaborazione, il quacchero deve per primo vivere fiducia, rispetto, ascolto, accettazione del prossimo.

La parola nemico deve scomparire dal suo vocabolario, sì da renderla inattuale nella bocca e nell’atteggiamento di coloro che vivono ancora la tensione, l’angoscia, il rancore e l’odio provocati dal conflitto.

Il problema, per il quacchero che ha ben maturato il concetto della pace spirituale e sociale che emana dalla luce interiore di Cristo, non è quello del suo rapporto con la religione, la cultura o l’etnia con cui viene a contatto per operare in vista della riconciliazione – perché è superato dal suo genuino rispetto per l’altro come lui – quanto indicare la via del rispetto a quelli che sono in lotta fra loro. Ad esempio portare vera pace ecumenica fra cristiani e musulmani, fra cristiani ed ebrei, fra musulmani ed ebrei, là dove quelli si mantengono su fronti opposti e polemici.

Lasciando a chiunque, quacchero o simpatizzante, di affrontare politicamente i problemi che travagliano e dividono gli uomini, purché lo facciano a titolo e responsabilità personale, i quaccheri come comunità intervengono nelle aree di conflitto cercando il contatto con la gente comune, con la base e non con il vertice della piramide sociale, con le persone di buona volontà che vogliono collaborare alla riconciliazione.

Gli stati e i governi passano, la gente resta, con i suoi problemi.

Alla gente e ai problemi va dato il massimo di attenzione. Ai governi, quando si è capaci e qualificati per farlo, si potranno in alcuni casi inviare delegazioni con documenti emessi da un’assemblea responsabile e preparata, miranti a sottolineare un’ingiustizia, una forma di violenza, una trasgressione verso i diritti inalienabili dell’essere umano.

Questo modo di operare non è raro in casa quacchera. Tutte le forze vengono da sempre dirette senza deviazioni politiche alla persona, affinché ritrovi in se stessa e nell’Altro quel « tanto di Dio » che alberga in entrambi, offrendo collaborazione nell’istruzione, nei Kindergarten, nel lavoro, nell’addestramento alla nonviolenza a tutte le parti coinvolte.

Quando e se tale risultato viene raggiunto fra gli uomini prima in conflitto, il resto viene da sé, perché la riconciliazione è benedetta da Dio.

Davide Melodia

 

Avevo una scatola di colori
brillanti, decisi, vivi.
Avevo una scatola di colori:
alcuni caldi altri molto freddi.
Non avevo il rosso
per il sangue dei feriti
,
non avevo il nero
per il pianto degli orfani,
non avevo il bianco
per le mani e il volto dei morti,
non avevo il giallo
per le sabbie ardenti.
Ma avevo l’arancio
per la gioia della vita
e il verde
per i germogli e i nidi
e il celeste
dei chiari cieli splendenti
e il rosa per i sogni e il riposo.
Mi sono seduta e ho dipinto la
pace

(Tali Sorex)

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Veglia: la nonviolenza come scelta difficile

Per noi i guerrieri non sono quelli che voi intendete. Il guerriero non è colui che combatte, perché nessuno ha il diritto di prendersi la vita di un altro. Il guerriero per noi è chi sacrifica sé stesso per il bene degli altri. E’ suo compito occuparsi degli anziani, degli indifesi, di chi non può provvedere a sé stesso e soprattutto dei bambini, il futuro dell’umanità.

TORO SEDUTO ( 1831-1890) capo tribù dei Hunkpapa Sioux (Lakota)

 

Come il dolore non ti è gradevole, ugualmente non lo è per gli altri.

Conoscendo questo principio di eguaglianza,

tratta sempre gli altri con rispetto e compassione.

L’essere vivente che vorresti uccidere è uguale a te stesso;

l’essere vivente che vuoi tenere sottomesso è uguale a te stesso

(meditazione Jahinista)

 

Spunti teologici di riflessione individuale

« Vorrei suggerire che il quaccherismo afferma

che gli esseri umani hanno dentro di loro le risorse per trovare il significato della vita, e per perseguirlo;
che il senso della vita si trova, in qualche modo, nel mettersi in relazione con la fonte della vita, per quanto misteriosa;
che possiamo cominciare a stabilire questo nesso divenendo consapevoli delle nostre più profonde emozioni e intuizioni, al di sotto delle parole: il silenzio è perciò la disciplina deliberata e necessaria nella ricerca spirituale;
che la consapevolezza di questa profondità che è dentro di noi ci rende consapevoli anche di un legame profondo con gli altri esseri umani, per quanto diversi possano essere sotto altri profili, cosicché la nostra ricerca di significato e di verità va condivisa con altri;
che possiamo imparare dagli altri, inclusi i maestri spirituali del passato e di altre tradizioni oggi, soprattutto riconoscendo in loro lo stesso spirito che ci muove: cioè la stessa ricerca spirituale e le stesse risorse di luce e di liberazione;
che possiamo affrontare i conflitti e le ansie della vita corrente soprattutto riconoscendo il potenziale spirituale delle persone che vi sono coinvolte e trovando le modalità pratiche per portarle a incontrarsi tra di loro, ciò che comporta il primato della mediazione e dell’azione nonviolenta ed esclude invece rigide regole morali preconfezionate;
che possiamo vivere nella speranza perché, qualunque cosa gli uomini facciano gli uni gli altri, o facciano alla terra, è ancora possibile che arrivino a riconoscersi e ad amarsi reciprocamente: è la speranza di un « regno pacifico » sulla terra ».
Sono le conclusioni di Rex Ambler, The End of Words. Issues in Contemporary Quaker Theology, Quaker Home Service, London, 1994, 46 s.  trasmesse anche a Ecumenici dal rimpianto Davide Melodia, a cui rivolgiamo il nostro pensiero di perenne ricordo e di amicizia profonda negli anni conclusivi della sua esistenza terrena e drammaticamente… solitaria. Chi conta oggi nel protestantesimo in Italia non sono certo i profeti ma i burocrati ecclesiastici!

 

La Nonviolenza, una scelta difficile
Per me la Nonviolenza è, prima di tutto, la proiezione sociale dell’amore per il prossimo.

Il giorno in cui si sceglie la Nonviolenza quale elemento portante della nostra vita, bisogna prima di tutto rendersi conto dell’abisso che intercorre tra il nostro modo di essere sin qui e ciò che dobbiamo essere da quel momento. Detto questo non bisogna scoraggiarsi. Gandhi, da ragazzo, aveva paura della propria ombra.

Non basta assolutamente averla accettata mentalmente. Occorre una fusione perfetta e coerente fra mente e volontà. L’attivista che per attuarla si attiene esclusivamente alle tecniche della Nonviolenza ed ai suoi risvolti sociali e politici, senza fare un personale percorso interiore di analisi prima, e di elaborazione poi, alla luce dei suoi valori, e degli esempi storici, rischia di restare alla superficie di quel mondo nuovo ed “altro” che la Nonviolenza comporta.

La Nonviolenza va vista come una presenza vivente che ti chiama, ti interroga, ti sfida, ti penetra nel profondo, e mette davanti agli occhi della tua coscienza ciò che veramente sei, ciò che veramente vuoi, e non ti nasconde alcuna delle difficoltà che andrai ad incontrare. E ti dice, a chiare note, che se vuoi raggiungere la meta, puoi farlo, anzi devi farlo, perché hai a disposizione la forza e le ali della verità.

È una signora esigente, una “magistra” invisibile che parla da una cattedra invisibile ma terribilmente attuale, ad una folla di gente smarrita che ha alle spalle il cratere vulcanico della violenza, e di fronte la montagna della pace, da scalare.

Tu sei tra quella folla. E senti che parla per te.

E a poco a poco la signora espone i valori, i principi, i modi, i tempi e gli strumenti che ti accompagneranno nella irenica avventura.

Arriva sempre, nella vita, il momento di fare una scelta fondamentale. A volte c’è il tempo di riflettere con calma e profondamente di fronte al bivio che separa la via della violenza e la via della Nonviolenza. A volte il tempo non c’è, ma la scelta va fatta ugualmente. C’è anche una terza via, quella dell’indifferenza, che percorrono coloro che amano solo se stessi, e non desiderano correre i rischi che le altre due scelte comportano.
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Vediamo, per amore di chiarezza, cosa le due scelte fondamentali comportano.

1) La scelta comune della violenza
Gli ostacoli vanno superati, ad ogni costo. Di fronte all’ambiente che, a motivo delle sue leggi economiche, di mercato, scientifiche, tecniche, il produttore, il magnate, il gruppo finanziario, il governo che non ha sensibilità ecologica né rispetto della vita del prossimo, opera indiscriminatamente. L’importante è produrre, vendere, dominare, egemonizzare la produzione, il mercato locale e internazionale, senza tener conto dei guasti irreparabili al terreno, all’aria, all’acqua, alla salute della gente: “Après moi le déluge”.

Nei conflitti interni e internazionali, di fronte alle proteste, alle rivolte, alle rivendicazioni territoriali, alla richiesta di giustizia verso i più deboli, verso gli immigrati … il forte usa il pugno di ferro, la repressione, il carcere, il confino, la morte civile … la guerra. Il tutto usando mezzi sempre più potenti, di distruzione degli umani, delle strutture, del territorio, coinvolgendo senza pietà popolazioni civili inermi.

Il dopoguerra è una vasta opera decennale di ricostruzione, svolta a fatica dai figli dei caduti, delle vedove, dei morti nelle camere di tortura, nei campi di concentramento… Pronti, questi, a riprendere le armi contro il “nemico” di domani.

È una via che non vale la pena di intraprendere.

Il cammino della civiltà non può permettersi di ricominciare sempre da zero, con la barbarie psicologica del troglodita e la gelida superbia tecnica del generale moderno.

È l’ora di contemplare un percorso diverso.

2) La scelta della Nonviolenza
Mettiamo da parte al momento una serie di concetti e di principi tradizionali, quali gloria, onore, vittoria, potenza, per riprenderli in un altro momento, e solo dopo avere fatto una breve disamina degli obiettivi che vogliamo raggiungere. Lo stesso dicasi per scienza, tecnologia, armamenti sofisticati.

Ripartiamo dalla coscienza, e da alcuni valori che è giusto coltivare e, se è possibile, realizzare. Diciamo: vita, armonia, collaborazione, giustia, rispetto.

Cosa ci impedisce, di fronte alla decisione di una autorità X, di dire no, laddove seguire tale decisione comporti gravi danni all’ambiente e alle persone?

Perché non osiamo dire no alla volontà del nostro governo di muovere guerra contro un altro stato?

Se non si tiene conto delle terribili conseguenze della guerra, anche per noi, se si cede alle magniloquenti parole della propaganda bellica, se non si cerca la verità che è sottesa alla voglia di guerreggiare, se temiamo di esporci pericolosamente rifiutando il coinvolgimento nel progetto bellico, allora c’è da dubitare della nostra ragione, della civiltà raggiunta, del proclamato rispetto della vita.

Se invece abbiamo il coraggio di ponderare su tutti i pro e i contro della pace e della guerra, e sul nostro dovere di persone civili di preservare la vita di ogni essere vivente, con ogni mezzo possibile, e decidiamo consapevolmente di rischiare personalmente pur di impedire danni a questo punto epocali, allora abbiamo finalmente imboccato la via della Nonviolenza. Ma forse siamo ancora al primo miglio di essa. Il resto del cammino lo valuteremo nella prossima sessione.

3) Quanto alla non-scelta dell’indifferente, che si ritira in se stesso, e lascia che il mondo viva o muoia lontano da lui, o lei, vi risparmiamo ogni commento.

 

Ulteriori riflessioni

Per passare dall’Utopia alla Realizzazione – totale o parziale – della Pace, che fare ? Per lottare efficacemente e consapevolmente contro la violenza, o contro un avversario violento e possente, bisogna tener conto delle sue ragioni, dell’educazione, dei principi, valori, non valori, mezzi, metodi ed altro per cui agisce in un dato modo.

E poiché alcune caratteristiche dell’avversario violento sono anche dentro di noi, dobbiamo, se ne abbiamo il tempo e la volontà, porci psicologicamente come sul divano dello psico-analista e analizzare in primis :

le Radici della Violenza:

La Società violenta in cui si vive causa Violenza
La Cultura, la Letteratura maggioritaria causa Violenza
La Televisione, la Radio, tutti i Mass Media maggioritari, gli Spettacoli causano Violenza
L’Educazione tradizionale causa Violenza
La Violenza causa Violenza
La Violenza subita causa Violenza
L’ Ingiustizia causa Violenza
La Fame causa Violenza
La Menzogna causa Violenza
La Paura causa Violenza
La Vendetta causa Violenza
La Vendetta della vendetta causa Violenza
La Schiavitù causa Violenza
L’Odio causa Violenza
L’Odio razziale causa Violenza
L’Odio religioso, il Fanatismo causa Violenza
L’Invidia causa Violenza
La Brama di Potere causa Violenza
L’Imperialismo causa Violenza
L’Egemonismo causa Violenza
Il Militarismo causa Violenza
La Non Conoscenza dello Straniero causa Violenza

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E in coscienza non possiamo affermare che, in una o più delle suddette condizioni noi, personalmente, non abbiamo adottato una forma o l’altra di violenza.

Ma l’idea e il messaggio umanitario e sociale della Nonviolenza, e l’esempio di Gesù, di Gandhi, di Martin Luther King, ci ha ad un certo momento affascinati, e l’abbiamo intellettualmente almeno abbracciata.

Ed a questo punto, se non teniamo conto delle difficoltà da un lato, e delle grandi potenzialità della Nonviolenza dall’altra, per mettere in pratica queste, siamo e restiamo soltanto dei dicitori, non dei facitori.

Per brevità, tracciamo un breve elenco delle Risposte della Nonviolenza:

Non accettare il concetto di Nemico
Cercare i Valori dell’Altro
Cercare l’Umanità nell’Altro
Non accettare che Diversità significhi Avversità
Cercare i punti di Convergenza e non di Divergenza fra i Valori propri e quelli dell’Altro
Sollecitare le Aspirazioni alla Pace in Sé e nell’Altro
Intervenire come Mediatori fra gli Uni e gli Altri in conflitto
Offrirsi quali Ambasciatori di Pace fra i Contendenti
Cercare di fugare le Paure dell’Altro, dopo avere fatto un percorso di auto-liberazione dalle cause della Paura

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Siccome, in generale, chi non conosce direttamente la Nonviolenza, tende a sottovalutare lo Spirito di Pace di chi la sceglie, e pensa che lui o lei abbia rinunciato per paura o debolezza ad usare la forza, e il coraggio, che, sempre in generale, si crede necessario opporre al “nemico”, vediamo di fare chiarezza tra Forza, Violenza e Nemico:

La forza, di per sé, è un elemento neutro, e non avendo ovviamente una personalità, né una volontà propria, dipende da chi la usa e da come la usa.

E, a questo punto, usare la forza per una attività normale, lecita, come il lavoro, o lo sport, non crea problemi.

I guai sorgono quando la forza, che è come un oggetto, viene usata per fare violenza a qualcuno, a un gruppo sociale, ad un popolo.

Allora la forza diviene in un certo senso la mano longa dell’intento violento, quasi una complice involontaria.

La violenza ha la capacità di fare del male, di aggredire anche senza l’uso della forza, e questo è un motivo ulteriore per non confondere forza e violenza.

Ogni valutazione va fatta, insomma, tenendo ben presente il grado di responsabilità di tutto e di tutti.

Il nonviolento non rinuncia alla lotta violenta perché teme di battersi, ma perché vuole liberare la lotta dalla violenza, così da fare della lotta uno strumento di crescita e di ricerca della verità, della giustizia e della libertà senza portare dolore e distruzione, come accade a tutto ciò che passa per la violenza.

Il nonviolento non rinuncia alla lotta quindi, ma si adopera a separare i due elementi-momenti di forza e violenza, tenendoli ciascuno al proprio posto, accuratamente.

Usando la forza in modo serio, consapevole, responsabile, costruttivo, il nonviolento lascia agli esseri umani il piacere di usufruire della forza, laddove e quando essa serva quale strumento positivo, riconoscendo in essa un dono della natura, degno di essere, non di scomparire.

Ma anche qui, come in tutti gli aspetti della Nonviolenza, la forza, essendo uno strumento, per quanto prezioso, deve venire usato senza esaltazione.

Ogni strumento deve servire per raggiungere un fine.

È quindi il fine che va tenuto costantemente in vista, nella considerazione che merita.

E il fine che il nonviolento si prefigge, a sua volta, non va raggiunto con qualsiasi mezzo, bensì con i mezzi che gli sono omogenei. I mezzi a disposizione del nonviolento, nella occasione di una lotta per ottenere giustizia, o altro obiettivo degno di una lotta, sono molteplici.

Devono però avere radici nel profondo della coscienza di chi si accinge alla lotta.

Ad esempio, il rispetto.

Questo elemento, che ovviamente fa parte del bagaglio culturale del nonviolento (usiamo il termine ben sapendo che nessuno lo è perfettamente, ma aspira e tende ad esserlo), non è fondato semplicemente sul vecchio adagio “rispetta per essere rispettato”, ma parte dalla profonda convinzione

che l’Altro è un essere umano come te,
che l’Altro ha dei valori come li hai tu,
che l’Altro è figlio dello stesso Creatore,
che l’Altro ha gli stessi diritti che hai tu . . . .
Se il principio di rispettare non è una formalità, bensì è una esigenza dell’anima, finalizzata a “trarre dall’Altro il meglio di sé”, corrisponde esattamente ad un principio quacchero, quello di “trarre dall’altro l’Eterno che è in lui”.

Come il dantesco “a nullo amato amor perdona”, così questo atteggiamento non può non trovare una risposta positiva nell’Altro.

È difficile resistere ad una mano tesa.

E infine : l’Altro non è il nemico.
È diverso, certo.
È educato alla violenza, forse . . .
Ma è un essere umano.
Sta a te fargli scoprire la sua umanità, se qualcuno gliel’ha tolta.
Il “nemico”, per il nonviolento, non deve esistere.
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Gandhi, ad un Lord inglese che gli disse: “Cristo ci ha insegnato : “ama i tuoi nemici”, rispose: “io non ho nemici”.

Ed io, ho dei “nemici” ?

Davide Melodia – Verbania, Natale 2002

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Benedizioni e non guerra!

Condividiamo il dolore di tutte le vittime della guerra in corso, condanniamo qualsiasi violenza in atto sotto ogni forma e per qualsiasi fine, ci rivolgiamo ad ambo le parti per chiedere la cessazione delle attività belliche e di terrorismo in corso, preghiamo per tutti i bambini del medio oriente e per le loro famiglie, perché l’idolatria non trasformi due popoli in carne da macello. Protestiamo contro i mercanti della morte che alimentano il circuito della diffusione delle armi in Israele e in Palestina: da quelle convenzionali a quelle nucleari.

Chiediamo alla minoranza cristiana di Ecumenici di rinunciare questa sera a qualsiasi festeggiamento per il nuovo anno e/o in alternativa di dedicare un momento di riflessione a tavola coi propri cari per non dimenticare chi sta vivendo nella paura, nel lutto e nella fame. Sotto i razzi.

Perché non ci sono MAI razzi “buoni” e razzi “cattivi”. Esistono solo razzi che uccidono vite umane.

Vogliamo benedizioni su questi popoli, entrambi a noi cari in egual misura! Eterno – almeno tu – accogli la nostra supplica.

 palestina

Da Oriella a tutti noi:

L’eterno sia davanti a te

per dimostrarti la giusta via.

L’Eterno sia accanto a te

per abbracciarti e proteggerti.

L’Eterno sia dietro a te per preservarti

dall’astuzia di gente cattiva.

L’Eterno sia sotto di te per sorreggerti

se cadi e per tirarti via dal laccio.

L’Eterno sia dentro di te

per consolarti quando sei triste.

L’Eterno sia intorno a te per difenderti

se gli altri ti assalgono.

L’Eterno sia su di te per benedirti.

Così ti benedica

l’Iddio pieno di bontà!

 

(benedizione irlandese)

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La guerra assurda e le messe per i defunti

Caro Giorgio Saglietti,

ti ringrazio della corrispondenza odierna; mi preme precisare un dettaglio non trascurabile ossia che i territori italiani (escluso Fiume ma compresa parte della Dalmazia e il protettorato dell’Albania) erano stati già ottenuti a tavolino mediante trattative diplomatiche. Della vicenda non fu nemmeno informato il nostro Parlamento di allora, se non quasi al termine del conflitto…

Come dire la borghesia aveva bisogno di fare affari con la produzione bellica. I politici facevano i loro scaltri giochi di calcolo. Ma quello che interessa qui approfondire anche sotto il profilo teologico è capire  a chi importano poi i morti se servivano alle casse religiose i soldi delle famiglie per celebrare le messe dei defunti. Ti risulta forse che quel denaro veniva dalla  chiesa  redistribuito ai poveri, agli orfani e alle vedove  oppure vi sono persone che credevano e credono ancora oggi che esista il purgatorio, nonostante l’assenza di prove scritturali?

Dante fa parte della letteratura italiana e non della Rivelazione. Lasciamo pure Dante al comico Benigni, per delle letture partecipate,  ma della Bibbia preferiamo occuparcene noi che la leggiamo ogni giorno. Quello è il nostro pane quotidiano, a cui ci ancoriamo nella libertà dello Spirito.

Un caro saluto

Maurizio Benazzi

 

PS:_Ricordiamo agli amici che non è possibile iscriversi alla mailing list con indirizzi elettronici che iniziano con la parola info@… Ci scusiamo con oltre 130 gruppi che non abbiamo potuto far migrare su Yahoo, in base a regole che non abbiamo deciso noi.  Scusaci anche tu Pasquale.

 
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Cosa canteremo il 4 di novembre? – Franco Berardi detto Bifo

Ottobre 28, 2008
Il Ministro della Difesa ha dato disposizione che il 4 novembre in duecento scuole superiori si tengano discorsi di persone inviate dall’esterno per celebrare quel giorno che sui calendari è segnato come il giorno delle Forze Armate, e nella retorica patriottarda viene definito come il giorno della vittoria.
Davvero il 4 novembre è un giorno da festeggiare? C’è qualcosa di cui andare orgogliosi in quella orrenda inutile carneficina che fu la prima guerra mondiale? C’è qualcosa della partecipazione italiana alla prima guerra mondiale di cui andare orgogliosi? In quali condizioni quella guerra si svolse? Perché l’Italia partecipò a quella guerra? Perché l’Italia scelse di partecipare dalla parte dell’Inghilterra e della Francia piuttosto che dalla parte dell’Austria e della Germania, con cui aveva da tempo stretto un’alleanza? Quanti italiani morirono in quella bella guerra? E quali furono gli italiani che si arricchirono con quella guerra? E quanti degli italiani che si arricchirono presero parte attiva in quella guerra?
Queste sono le domande alle quali il ministro della difesa Ignazio La Russa dovrebbe rispondere.
Ma siccome sappiamo che il Ministro non risponderà, siccome sappiamo che gli esperti che il Ministero della Difesa mobiliterà non risponderanno, allora a queste domande dobbiamo rispondere noi.

breve storia di una lunga guerra

Quando, nel giugno del 1914 uno studente nazionalista serbo uccise l’arciduca Ferdinando, fratello dell’Imperatore d’Austria, l’Europa si trovò di fronte alla prospettiva di una guerra.
Il continente era a quel tempo diviso in due schieramenti opposti: in uno di questi si trovavano la Francia la Gran Bretagna e la Russia. Nell’altro si trovavano la Germania l’Austria e l’Italia.
Pochi giorni dopo l’assassinio dell’Arciduca l’Austria pose condizioni durissime alla Serbia, e la Serbia le accettò tutte, tranne una: gli austriaci avrebbero voluto entrare in Serbia per arrestare il colpevole, mentre la Serbia rispose lo arrestiamo noi ed effettivamente Gavrilo Prinzip, responsabile di quell’omicidio venne arrestato. Ma all’Austria non bastava, per cui l’Impero aggredì la Serbia. Dietro quella decisione c’era la fragilità dell’Impero austro-ungarico che cercava con una guerra di rinsaldare il suo potere declinante, e c’era soprattutto la pressione dell’imperialismo tedesco, che voleva modificare l’equilibrio europeo e si proponeva di umiliare la Francia, nemico da lungo tempo del Reich.
La Francia e la Russia erano alleate della Serbia, per cui nel 1914 si delineava una guerra franco-tedesca a occidente e una guerra austro-russa ad oriente. Che c’entrava l’Italia?
L’Italia era alleata dell’Austria, ma appena la guerra si presentò gli italiani si resero conto che non avevano nessuna voglia di combattere a fianco dei loro alleati. Il patto di alleanza li avrebbe costretti ad intervenire se la guerra avesse avuto carattere difensivo, ma siccome l’Austria aveva iniziato la guerra, ed era dunque il paese aggressore (anche se c’era stata una provocazione di cui la Serbia non era responsabile come stato). L’Italia aveva dunque buone ragioni per non intervenire a fianco dell’Austria. Semmai gli italiani avevano rivendicazioni da avanzare contro l’Austria, infatti l’Impero austro-ungarico manteneva il dominio dei territori del trentino e del triestino.
Quando l’Austria dichiarò guerra alla Serbia, sapendo che gli italiani non avevano intenzione di seguirla, pensarono bene di evitare un tradimento completo degli italiani, e offrirono la garanzia che Trento e Trieste sarebbero state restituite alla fine della guerra se l’Italia si fosse astenuta dall’intervenire.
La neutralità era dunque la condizione naturale per l’Italia, e Giolitti, che era allora Primo Ministro italiano, fece del suo meglio per difendere questa posizione, appoggiato dai socialisti e dai cattolici che non volevano che il paese venisse coinvolto in una guerra che si annunciava dura, sanguinosa e che per l’Italia sarebbe soprattutto stata inutile.

Purtroppo esisteva in Italia una componente nazionalista che univa studenti esaltati desiderosi di menare le mani e borghesia industriale che sperava di poter guadagnare maggiori profitti dall’intervento che dalla neutralità. Inoltre un gruppo politico, guidato da un maestro elementare romagnolo di nome Benito Mussolini cominciò ad acquistare potere dall’incitazione quotidiana alla guerra. I nazionalisti accusarono Giolitti di essere un codardo e accusarono i socialisti di essere “panciafichisti”. Solo partecipando alla guerra, secondo le loro menti irragionevoli, si sarebbe potuta realizzare una vera unità nazionale, e solo partecipando alla guerra l’Italia avrebbe conquistato il rispetto delle altre nazioni europee, e avrebbe potuto partecipare alle trattative per la spartizione post-bellica.
Dirigenti politici italiani incontrarono a Londra dirigenti francesi e inglesi che promisero mare e monti se l’Italia avesse attaccato da sud l’Austria che fino al giorno prima era un alleato, e che aveva promesso di cedere su tutte le richieste in cambio della neutralità.

Nel 1915, i nazionalisti riuscirono a imporre al Parlamento il rovesciamento delle alleanze. L’alleanza con Austria e Germania viene tradita a favore di un’alleanza con Francia e Inghilterra, e la guerra viene preparata apertamente.
In parlamento solo i socialisti si oppongono. Filippo Turati dichiara: “Noi restiamo socialisti. Faccia la borghesia italiana la sua guerra, nessuno sarà vincitore, tutti saranno vinti.” Ma ormai gli eventi precipitano, il tradimento è compiuto.
Il 9 maggio Giolitti commenta le decisioni che si stanno prendendo in un parlamento ormai succube dei fanatici con queste parole: “Spezzare il trattato adesso, passare dalla neutralità all’aggressione è un tradimento come ce n’è pochi nella storia.”
In un messaggio al popolo, Francesco Giuseppe, Imperatore austriaco dice:
“Il re d’Italia mi ha dichiarato guerra. Un atto di infedeltà, di cui la storia non conosce l’eguale è stato perpetrato dal regno d’Italia verso i suoi due alleati. Dopo un’alleanza di trenta anni durante la quale ha potuto accrescere il suo territorio e sviluppare un insospettato benessere l’Italia ci ha abbandonati nell’ora del pericolo e a bandiere spiegate è passata nel campo dei nostri nemici. Noi non abbiamo minacciato l’Italia non abbiamo toccato il suo prestigio non abbiamo intaccato il suo onore e interessi, noi abbiamo seguito i doveri dell’alleanza e abbiamo offerto il nostro scudo quando è scesa in campo. Abbiamo fatto di più: quando l’Italia ha spinto il suo sguardo avido oltre i nostri confini ci eravamo decisi a grandi e dolorosi sacrifici per mantenere la pace e salvare l’alleanza. Ma l’avidità dell’Italia non poté essere placata perché pensava di poter sfruttare il momento.”
Come negare che Francesco Giuseppe avesse qualche ragione? I nazionalisti italiani si resero in quel momento odiosi a chiunque non fosse indegno come loro. Odiosi agli austriaci e ai tedeschi traditi, ma anche odiosi per i francesi e gli inglesi, che usarono dei servigi militari (scarsissimi) che gli italiani poterono offrire, ma non li considerarono mai alleati bensì soltanto – quali erano – servi. E dimostrarono di disprezzare gli italiani quando, dopo la fine della guerra, al Congresso di Versailles, le richieste italiane vennero trattate con assoluta indifferenza da francesi inglesi e americani, che si consideravano, ed erano, i veri vincitori e consideravano gli italiani per quello che erano: degli utili traditori.

chi pagò per quella guerra?

Ma chi pagò per quella guerra inutile? Come sempre nella guerra pagarono coloro che non c’entravano niente, coloro che non avevano nulla da guadagnare dalla guerra e che non l’avevano voluta: i contadini meridionali che non sapevano neanche cosa fosse l’Austria e gli operai che avevano manifestato sotto le bandiere pacifiste contro il nazionalismo.
La conduzione della guerra fu un esempio di viltà e di incompetenza da parte di coloro che avevano trascinato il paese nell’abisso. A Caporetto i morti italiani furono 11.000 i feriti 19.000, i prigionieri 300.000, 400.000 furono gli sbandati. Ancor più grave fu la battaglia di Gorizia, che costò 40.000 morti italiani.
Nel frattempo però la Francia e l’Inghilterra combattevano contro i tedeschi sul fronte occidentale, e gli americani si preparavano ad intervenire, dopo che i russi, in seguito alla rivoluzione comunista del 1917, avevano deciso di abbandonare la guerra. L’intervento americano fu decisivo e accelerò i tempi della sconfitta degli austro-tedeschi.
Non ci fu dunque nessuna vittoria italiana. Ci fu una vittoria degli alleati occidentali contro l’alleanza austro-tedesca. E i nazionalisti italiani- traditori che avevano sulla coscienza la morte di decine di migliaia di soldati, si fecero belli di una vittoria che non esisteva. Al Congresso di Versailles la falsità di quella vittoria imbecille risultò chiara. I francesi e gli inglesi si rifiutarono persino di stare ad ascoltare le richieste di Salandra e Sonnino, il nuovo primo ministro e il ministro della difesa del Regno d’Italia. Quei due rappresentanti di un paese straccione e codardo che aspirava ad essere un paese imperialista ed aggressore, volevano la Dalmazia, l’Albania l’Etiopia e chissà cosa d’altro. I paesi imperialisti
e aggressori veri, coloro che nel crimine e nella sopraffazione erano dei professionisti risero dei dilettanti italiani e Salandra Sonnino lasciarono il Congresso senza neppure essere salutati. Nasceva così il mito della vittoria mutilata, da cui trasse energia il partito nazionale fascista fondato da Benito Mussolini sull’onda dell’umiliazione e del rancore.

Canteremo?
Qualcuno può pensare che questo cumulo di idiozia tradimento ed infamia debba essere celebrato nelle scuole di un paese civile, come vorrebbe il Ministro della Difesa, questo signore col pizzetto che si chiama Ignazio la Russa? Qualcuno può cantare “Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio dei primi fanti il 24 maggio?” per celebrare quella vergogna e quel crimine?
Forse il 4 novembre canteremo, se ne avremo voglia. Ma per quel che mi riguarda io canterò

befolk-gorizia

La mattina del cinque d’agosto
si muovevan le truppe italiane
per Gorizia, le terre lontane
e dolente ognun si partì

Sotto l’acqua che cadeva a rovesci
grandinavan le palle nemiche
su quei monti, colline e gran valli
si moriva dicendo così:

O Gorizia tu sei maledetta
per ogni cuore che sente coscienza
dolorosa ci fu la partenza
e il ritorno per molti non fu

O vigliacchi che voi ve ne state
con le mogli sui letti di lana
venditori di noi carne umana
questa guerra ci insegna a lottar

Voi chiamate il campo d’onore
questa terra di là dei confini
Qui si muore gridando assassini
maledetti sarete un dì

Cara moglie che tu non mi senti
raccomando ai compagni vicini
di tenermi da conto i bambini
che io muoio col tuo nome nel cuor

Traditori signori ufficiali
Che la guerra l’avete voluta
Scannatori di carne venduta
E rovina della gioventù

O Gorizia tu sei maledetta
per ogni cuore che sente coscienza
dolorosa ci fu la partenza
e il ritorno per molti non fu.

brevissima storia di quello che accadde dopo

L’infamia del comportamento dei nazionalisti che spinsero il paese a partecipare alla prima guerra mondiale è superata
soltanto dall’infamia dei nazionalisti italiani che portarono l’Italia all’intervento nella seconda guerra mondiale.
In quell’occasione effettivamente ogni record di codardia e di imbecillità fu battuto.
L’entrata in guerra dichiarata da Mussolini il 10 giugno 1940 con un discorso che rimane alla storia per la sua ipocrisia e per la sua falsità.
“L’ora delle decisioni irrevocabili è giunta” disse Mussolini che fino a pochi istanti prima aveva tentennato, e aveva pensato che forse non era il caso di entrare in quella guerra che Hitler aveva iniziato improvvisamente, cogliendo di sorpresa l’alleato italiano, che attendeva sì la guerra, ma l’attendeva per il 1942.
Mussolini sapeva che l’esercito italiano non era preparato, perciò aveva dichiarato in un primo momento che il paese sarebbe rimasto in una posizione di “non belligeranza”.
Ma il 1 settembre 1939 le truppe di Hitler avevano invaso la Polonia, e in poche settimane avevano occupato tutto il territorio. Poi le truppe tedesche avevano attaccato e sottomesso la Norvegia, e infine nella primavera del 1940 avevano iniziato l’assalto contro la Francia, giungendo in poche settimane fino a Parigi, e sottomettendo il paese all’ordine militare nazista.
A quel punto Mussolini – spinto dai suoi seguaci più vigliacchi e più estremisti – pensò che Hitler avrebbe ineluttabilmente vinto la guerra, anzi che la guerra era già vinta. Perché non intervenire, allora? Non sarebbe forse stata una passeggiata? Non si sarebbe forse così aperta la strada a un ruolo egemone dell’Italia?
A un generale che gli faceva notare che avrebbe potuto esserci qualche problema perché l’esercito non era preparato al conflitto, Mussolini disse: “Ho bisogno solo di qualche migliaio di morti da gettare sul tavolo delle trattative.”
Così pensano così ragionano i fascisti: qualche migliaio di morti da gettare sul tavolo delle trattative.
E così il 10 giugno Mussolini dichiarò guerra alla Francia, il cui territorio era già interamente sottomesso alle truppe tedesche. I codardi da cui il Ministro La Russa discende aggredirono un paese già sconfitto, e qualcuno mormorò: “Vil Maramaldo, tu uccidi un uomo morto.”
Come andarono poi le cose lo sappiamo. La partecipazione italiana alla seconda guerra mondiale fu una spaventosa catastrofe. L’invasione della Grecia (cui Mussolini voleva spezzare le reni) si rivelò un rovescio perché la resistenza greca respinse gli aggressori. Poi la vittoria certa di Hitler si rivelò un’illusione e alla fine il conflitto costò centinaia di migliaia di morti, la rovina del paese, la guerra civile, l’umiliazione e la vergogna da cui solo la Resistenza – cui inizialmente parteciparono poche minoranze coscienti che non si erano piegate al consenso – riscattò, parzialmente, il paese.

nota finale su quel che accade adesso

Ma fin qui si tratta di storia, ora parliamo del tempo presente.
Gli stessi codardi imbecilli che trascinarono l’Italia nella prima guerra mondiale, gli stessi che venti anni dopo trascinarono il paese nel secondo conflitto sono oggi al governo di Roma, sono oggi ministri della difesa e dell’istruzione, e mentre ci chiamano a cantare il Piave tutti in piedi e sull’attenti, stanno trascinando il paese in un nuovo conflitto, non meno criminale e non meno perdente dei due precedenti.
Come Mussolini trascinò l’Italia in una guerra che sembrava già vinta e invece si rivelò ben presto un inferno e si risolse in una sconfitta – così Berlusconi nel 1993 ha creduto alle parole del suo amico George W Bush: Mission accomplished.
La guerra è già vinta, pensò il furbissimo Berlusconi, perché non approfittarne? E spedì le truppe italiane in Iraq. E, con l’accordo delle stesse opposizioni, spedì le truppe italiane anche in Afghanistan.
Non erano guerre vinte in partenza, come assicurava l’alleato americano?
Quelle guerre non solo non erano vinte in partenza, ma sei anni dopo tutti vedono bene che quelle guerre sono perse.
E’ persa la guerra in Iraq, che pure è costata diciassette morti all’Arma dei carabinieri (diciassette morti che stanno sulla coscienza di Berlusconi e dei suoi amici, diciassette morti cui il tiranno ridente non ha ancora chiesto scusa).
E’ persa la guerra in Iraq dopo centomila vittime civili innocenti, dopo violenze, torture, massacri che hanno avvelenato il rapporto tra l’Occidente e un miliardo di musulmani nel mondo.
Ma anche la guerra in Afghanistan si è rivelata un fallimento colossale. Quella guerra è nata dal desiderio cieco di vendetta da parte del gruppo dirigente repubblicano, incapace di arrestare il gruppo dirigente di Al Qaida.
Sei anni dopo quella vendetta si sta rivelando un terribile errore: l’Occidente sta perdendo quella guerra e al Qaida ha piegato il gruppo dirigente americano, lo ha sconfitto di fronte a tutto il mondo.
L’aggressione al popolo afghano ha permesso a un gruppo di criminali terroristi islamici di acquistare una statura gigantesca, la statura di un gruppo che riesce a sconfiggere la più grande potenza militare di tutti i tempi.
Bel risultato davvero.
L’idea che fosse possibile sottomettere un popolo con bombardamenti che hanno ucciso migliaia di civili, si è rivelata un’idea imbecille.
Ma quella guerra non è finita. Per quanto la sconfitta dell’occidente sia evidente, i fanatici militaristi  non la vogliono ancora riconoscere. Truppe italiane sono impegnate su quel fronte, e non sappiamo quali sviluppi avrà la situazione nei prossimi mesi e nei prossimi anni.
Il Ministro della Difesa italiano, incurante del ridicolo e della vergogna intende continuare nella sua guerra, intende rafforzare il contingente ed esporlo a pericoli crescenti. La guerra è del resto la sola prospettiva che rimane a questa classe dirigente, ora che hanno distrutto l’economia e si preparano a smantellare quel che resta delle strutture sociali.
Quando si fa la guerra è indispensabile mettere da parte l’intelligenza, è necessario che i cittadini si trasformino in sudditi ubbidienti, è necessario che nessuno abbia strumenti culturali per un pensiero indipendente.
Ecco allora che coloro che vogliono la guerra vogliono anche distruggere la scuola.
Ecco allora che le spese militari aumentano con i governi di destra come con quelli di centro sinistra (durante il governo Prodi la spesa militare italiana è aumentata del 23%, mentre la spesa per la scuola e la ricerca veniva ridotta).
Ecco allora che il Ministro dell’Istruzione vara una riforma che punta a distruggere la scuola pubblica proprio mentre il Ministro della Difesa invita gli studenti a cantare canzoni indecenti.

Al momento di marciare molti non sanno
Che alla loro testa marcia il nemico.
La voce che li comanda
È la voce del loro nemico
E chi parla del nemico
È lui stesso il nemico

Bibliografia per chi volesse saperne di più

Gian Enrico Rusconi: L’azzardo del ‘15
R. Bencivenga: Saggio critico sulla nostra guerra, Roma, 1930
Isnenghi Rochat: La Grande Guerra 1914-1918, Firenze, 2004
George Mosse: Le guerre mondiali. Dalla tragedia al mito dei caduti, Bari, 2005
Renzo de Felice: Intervista sul fascismo, Bari 1999

L’Italia è in guerra anche oggi.
L’Afghanistan, la disfatta che cercano di nascondere.
Distruggono la scuola e preparano la guerra.

Fonte: http://www.rekombinant.org/ 26 ottobre 2008

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