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Progetto 2009: Facebook

Cerchiamo una persona che gestisca i rapporti amicali di Ecumenici (sostenitori anche nel 2009 di www.MLP.org  e di www.associazione31ottobre.it  ) su Facebook attraverso un gruppo internazionale, che basa la propria comunicazione sulla lingua inglese.

Trattasi di un impegno settimanale molto stimolante che lo vedrà coinvolto con gli aderenti ad associazioni amiche in Olanda, in Germania e negli States. Persone che offriranno un punto di vista molto differente dal contesto conservatore italiano.

Si tratta di costituire una ragnatela di relazioni dall’Olanda agli USA per scardinare gli stereotipi e creare una comunità fuori dal provincialismo e dai condizionamenti interni. Non siamo un gruppo politico ma cerchiamo di elaborare una teologia politica per la pace, la giustizia e la salvaguardia del creato. Siamo rigorosamente contro la violenza, da qualsiasi parte essa provenga. Non siamo sionisti o antisionisti. Se dovessimo guardare alle radici socialiste del sionismo non esiteremo a schierarci in suo favore. Ma le cose oggi non stanno esattamente come lo erano in origine del movimento.

Siamo semplicemente cristiani in dialogo.

 

Ospitalità:

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INTERDEPENDENCE newsletter

Se gli altri esseri sono separati da me, sarà legittima la mia indifferenza per la loro sorte; ma se essi sono inseparabili da me come io da loro, se la mia stessa identità è formata dal tessuto delle relazioni in cui sono coinvolto, allora ogni autentica cura verso me stesso coincide con l’agire responsabile nel contesto che mi comprende.

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Da alcuni anni negli Stati Uniti il terzo lunedì del mese di gennaio, in prossimità dell’anniversario della nascita di Martin Luther King, si celebra il Martin Luther King Day. Quest’anno, a Torino, per la prima volta sarà celebrato in Italia e la ricorrenza ha un significato eccezionale, essendo il 19 gennaio la vigilia dell’insediamento di Obama alla presidenza degli Stati Uniti.Il sogno del pastore King prende forma nel modo più straordinario, e gli uomini e le donne di ogni continente hanno in quel sogno il fondamento di un futuro comune. Le immagini di morte che ossessivamente in questi giorni si sono riversate da Gaza sono invece un incubo da cui vogliamo uscire. Occorre saper voltare pagina, cercare vie nuove, uscire dalla spirale dell’odio e della paura. Possa un più lungimirante senso di responsabilità e di giustizia guidare coloro che reggono le sorti del mondo.

www.interdependence.it

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Veglia: continuiamo nonostante gli insulti di Alleanza Nazionale

“Io non vi chiamo più servi; perché il servo non sa quel che fa il suo signore; ma voi vi ho chiamati amici, perché vi ho fatto conoscere tutte le cose che ho udite dal Padre mio” (Gv 15,15)

 

VEGLIA ECUMENICA PER IL CESSATE IL FUOCO IMMEDIATO A GAZA

 

Christian peacemakers teams
È un’iniziativa della Chiesa di fratelli, dei quaccheri e mennoniti, con il supporto di cattolici ed ortodossi. A seguito degli arresti, espulsioni e deportazioni e delle restrizioni imposte dall’esercito israeliano agli osservatori internazionali, incluso il team CPT di Hebron, i Christian Peacemakers Team sottolineano come la presenza di osservatori internazionali dei diritti umani nei territori occupati è qualcosa che ogni governo democratico dovrebbe accogliere come parte di una struttura che protegge i diritti civili.. Il Comitato centrale mennonita e il Team di Hebron hanno riferito per primi di demolizioni di case palestinesi avvenute anche dopo l’approvazione del piano di pace “Road Map”, che nella prima fase tra l’altro chiede al Governo israeliano di porre fine a tutte le azioni che “compromettono la fiducia, incluso l’attacco alle aree civili e la confisca e demolizione di case e proprietà palestinesi”. Sostiene la Campagna per la ricostruzione delle case palestinesi (Rebuilding Homes Campaign) promossa insieme da israeliani e palestinesi (Comitato israeliano contro la demolizione delle case, Rabbi for Human Rights, etc. ). 

Dalle informazioni di Ecumenici fra le ultime notizie avute direttamente dai Christian peacemakers team anche un quacchero italiano ha partecipato in questi ultimi anni alle attività non violente in Palestina e Israele insieme ad altri volontari di altri paesi. Lui ha affermato telefonicamente di non credere nelle attività via web e non si è reso disponibile per un’intervista. Comprendiamo l’isolamento mediatico subito in particolar modo in Italia. L’abbandono a se stessi dei volontari  è gravissimo e le parole da salotto che circolano in Italia sono davvero troppe. Insopportabili. Ancora oggi. Preghiamo per lui e per i volontari. Ricordiamo i loro martiri uccisi e perseguitati soprattutto da una stampa sempre più sprezzante del valore della persona umana. Da quella asservita al potere politico a quella delle logiche di schieramento opposto. Comprendiamo i limiti del web e per questo chiediamo scusa. Pensiamo anche che il sacrificio dell’americano Tom Fox sarebbe sconosciuto agli stessi evangelici in Italia senza l’informazione dal basso e non dai pulpiti. Ne è la riprova la reazione stizzita di qualche ora fa di un italiano in Australia, scrivano anche del giornale fascista via web “il popolo d’Italia” (incredibile!) e ora rappresentante di Alleanza Nazionale che mi ha coperto d’insulti in inglese… sperando forse di intimorire o di rendersi noto a più persone. Il suo sito contiene come sfondo infatti la piazza del Vaticano … forse è solo in cerca di anelli da baciare.

Noi continuiamo con la lettura di Davide Melodia.

 

I Quaccheri e la riconciliazione


Per vocazione e per scelta, i quaccheri sono il popolo della riconciliazione. Sul piano religioso, come elemento fondamentale di un corretto rapporto con Dio, Creatore e Padre, con cui è follia avere un rapporto di conflittualità, di rigetto e di lontananza arrogante; con gli uomini, quali coeredi di una identica figliolanza divina, egualmente fruitori di una scintilla divina, partecipi attivi o passivi di una sola fratellanza universale.

Sul Piano sociale, come impegno a riportarla fra gli uomini in lotta fratricida, la riconciliazione è per i quaccheri un aspetto della testimonianza di pace. Detto questo, di fatto, come si svolge e si articola l’opera di riconciliazione?

In primis, senza prendere le parti di uno dei due (o più) contendenti. Ciò non per evitare rischi e stare comodamente a guardare con atteggiamento neutrale, ma per dare all’intervento di riconciliazione attiva presso tutte le parti in conflitto la garanzia della imparzialità, la trasparenza dell’azione e la credibilità per fungere da ponte.

Secondariamente, lasciando in disparte ogni pregiudizio verso coloro in cui vuole fare sbocciare il fiore del rispetto reciproco, dell’ascolto e della collaborazione, il quacchero deve per primo vivere fiducia, rispetto, ascolto, accettazione del prossimo.

La parola nemico deve scomparire dal suo vocabolario, sì da renderla inattuale nella bocca e nell’atteggiamento di coloro che vivono ancora la tensione, l’angoscia, il rancore e l’odio provocati dal conflitto.

Il problema, per il quacchero che ha ben maturato il concetto della pace spirituale e sociale che emana dalla luce interiore di Cristo, non è quello del suo rapporto con la religione, la cultura o l’etnia con cui viene a contatto per operare in vista della riconciliazione – perché è superato dal suo genuino rispetto per l’altro come lui – quanto indicare la via del rispetto a quelli che sono in lotta fra loro. Ad esempio portare vera pace ecumenica fra cristiani e musulmani, fra cristiani ed ebrei, fra musulmani ed ebrei, là dove quelli si mantengono su fronti opposti e polemici.

Lasciando a chiunque, quacchero o simpatizzante, di affrontare politicamente i problemi che travagliano e dividono gli uomini, purché lo facciano a titolo e responsabilità personale, i quaccheri come comunità intervengono nelle aree di conflitto cercando il contatto con la gente comune, con la base e non con il vertice della piramide sociale, con le persone di buona volontà che vogliono collaborare alla riconciliazione.

Gli stati e i governi passano, la gente resta, con i suoi problemi.

Alla gente e ai problemi va dato il massimo di attenzione. Ai governi, quando si è capaci e qualificati per farlo, si potranno in alcuni casi inviare delegazioni con documenti emessi da un’assemblea responsabile e preparata, miranti a sottolineare un’ingiustizia, una forma di violenza, una trasgressione verso i diritti inalienabili dell’essere umano.

Questo modo di operare non è raro in casa quacchera. Tutte le forze vengono da sempre dirette senza deviazioni politiche alla persona, affinché ritrovi in se stessa e nell’Altro quel « tanto di Dio » che alberga in entrambi, offrendo collaborazione nell’istruzione, nei Kindergarten, nel lavoro, nell’addestramento alla nonviolenza a tutte le parti coinvolte.

Quando e se tale risultato viene raggiunto fra gli uomini prima in conflitto, il resto viene da sé, perché la riconciliazione è benedetta da Dio.

Davide Melodia

 

Avevo una scatola di colori
brillanti, decisi, vivi.
Avevo una scatola di colori:
alcuni caldi altri molto freddi.
Non avevo il rosso
per il sangue dei feriti
,
non avevo il nero
per il pianto degli orfani,
non avevo il bianco
per le mani e il volto dei morti,
non avevo il giallo
per le sabbie ardenti.
Ma avevo l’arancio
per la gioia della vita
e il verde
per i germogli e i nidi
e il celeste
dei chiari cieli splendenti
e il rosa per i sogni e il riposo.
Mi sono seduta e ho dipinto la
pace

(Tali Sorex)

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Veglia: la nonviolenza come scelta difficile

Per noi i guerrieri non sono quelli che voi intendete. Il guerriero non è colui che combatte, perché nessuno ha il diritto di prendersi la vita di un altro. Il guerriero per noi è chi sacrifica sé stesso per il bene degli altri. E’ suo compito occuparsi degli anziani, degli indifesi, di chi non può provvedere a sé stesso e soprattutto dei bambini, il futuro dell’umanità.

TORO SEDUTO ( 1831-1890) capo tribù dei Hunkpapa Sioux (Lakota)

 

Come il dolore non ti è gradevole, ugualmente non lo è per gli altri.

Conoscendo questo principio di eguaglianza,

tratta sempre gli altri con rispetto e compassione.

L’essere vivente che vorresti uccidere è uguale a te stesso;

l’essere vivente che vuoi tenere sottomesso è uguale a te stesso

(meditazione Jahinista)

 

Spunti teologici di riflessione individuale

« Vorrei suggerire che il quaccherismo afferma

che gli esseri umani hanno dentro di loro le risorse per trovare il significato della vita, e per perseguirlo;
che il senso della vita si trova, in qualche modo, nel mettersi in relazione con la fonte della vita, per quanto misteriosa;
che possiamo cominciare a stabilire questo nesso divenendo consapevoli delle nostre più profonde emozioni e intuizioni, al di sotto delle parole: il silenzio è perciò la disciplina deliberata e necessaria nella ricerca spirituale;
che la consapevolezza di questa profondità che è dentro di noi ci rende consapevoli anche di un legame profondo con gli altri esseri umani, per quanto diversi possano essere sotto altri profili, cosicché la nostra ricerca di significato e di verità va condivisa con altri;
che possiamo imparare dagli altri, inclusi i maestri spirituali del passato e di altre tradizioni oggi, soprattutto riconoscendo in loro lo stesso spirito che ci muove: cioè la stessa ricerca spirituale e le stesse risorse di luce e di liberazione;
che possiamo affrontare i conflitti e le ansie della vita corrente soprattutto riconoscendo il potenziale spirituale delle persone che vi sono coinvolte e trovando le modalità pratiche per portarle a incontrarsi tra di loro, ciò che comporta il primato della mediazione e dell’azione nonviolenta ed esclude invece rigide regole morali preconfezionate;
che possiamo vivere nella speranza perché, qualunque cosa gli uomini facciano gli uni gli altri, o facciano alla terra, è ancora possibile che arrivino a riconoscersi e ad amarsi reciprocamente: è la speranza di un « regno pacifico » sulla terra ».
Sono le conclusioni di Rex Ambler, The End of Words. Issues in Contemporary Quaker Theology, Quaker Home Service, London, 1994, 46 s.  trasmesse anche a Ecumenici dal rimpianto Davide Melodia, a cui rivolgiamo il nostro pensiero di perenne ricordo e di amicizia profonda negli anni conclusivi della sua esistenza terrena e drammaticamente… solitaria. Chi conta oggi nel protestantesimo in Italia non sono certo i profeti ma i burocrati ecclesiastici!

 

La Nonviolenza, una scelta difficile
Per me la Nonviolenza è, prima di tutto, la proiezione sociale dell’amore per il prossimo.

Il giorno in cui si sceglie la Nonviolenza quale elemento portante della nostra vita, bisogna prima di tutto rendersi conto dell’abisso che intercorre tra il nostro modo di essere sin qui e ciò che dobbiamo essere da quel momento. Detto questo non bisogna scoraggiarsi. Gandhi, da ragazzo, aveva paura della propria ombra.

Non basta assolutamente averla accettata mentalmente. Occorre una fusione perfetta e coerente fra mente e volontà. L’attivista che per attuarla si attiene esclusivamente alle tecniche della Nonviolenza ed ai suoi risvolti sociali e politici, senza fare un personale percorso interiore di analisi prima, e di elaborazione poi, alla luce dei suoi valori, e degli esempi storici, rischia di restare alla superficie di quel mondo nuovo ed “altro” che la Nonviolenza comporta.

La Nonviolenza va vista come una presenza vivente che ti chiama, ti interroga, ti sfida, ti penetra nel profondo, e mette davanti agli occhi della tua coscienza ciò che veramente sei, ciò che veramente vuoi, e non ti nasconde alcuna delle difficoltà che andrai ad incontrare. E ti dice, a chiare note, che se vuoi raggiungere la meta, puoi farlo, anzi devi farlo, perché hai a disposizione la forza e le ali della verità.

È una signora esigente, una “magistra” invisibile che parla da una cattedra invisibile ma terribilmente attuale, ad una folla di gente smarrita che ha alle spalle il cratere vulcanico della violenza, e di fronte la montagna della pace, da scalare.

Tu sei tra quella folla. E senti che parla per te.

E a poco a poco la signora espone i valori, i principi, i modi, i tempi e gli strumenti che ti accompagneranno nella irenica avventura.

Arriva sempre, nella vita, il momento di fare una scelta fondamentale. A volte c’è il tempo di riflettere con calma e profondamente di fronte al bivio che separa la via della violenza e la via della Nonviolenza. A volte il tempo non c’è, ma la scelta va fatta ugualmente. C’è anche una terza via, quella dell’indifferenza, che percorrono coloro che amano solo se stessi, e non desiderano correre i rischi che le altre due scelte comportano.
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Vediamo, per amore di chiarezza, cosa le due scelte fondamentali comportano.

1) La scelta comune della violenza
Gli ostacoli vanno superati, ad ogni costo. Di fronte all’ambiente che, a motivo delle sue leggi economiche, di mercato, scientifiche, tecniche, il produttore, il magnate, il gruppo finanziario, il governo che non ha sensibilità ecologica né rispetto della vita del prossimo, opera indiscriminatamente. L’importante è produrre, vendere, dominare, egemonizzare la produzione, il mercato locale e internazionale, senza tener conto dei guasti irreparabili al terreno, all’aria, all’acqua, alla salute della gente: “Après moi le déluge”.

Nei conflitti interni e internazionali, di fronte alle proteste, alle rivolte, alle rivendicazioni territoriali, alla richiesta di giustizia verso i più deboli, verso gli immigrati … il forte usa il pugno di ferro, la repressione, il carcere, il confino, la morte civile … la guerra. Il tutto usando mezzi sempre più potenti, di distruzione degli umani, delle strutture, del territorio, coinvolgendo senza pietà popolazioni civili inermi.

Il dopoguerra è una vasta opera decennale di ricostruzione, svolta a fatica dai figli dei caduti, delle vedove, dei morti nelle camere di tortura, nei campi di concentramento… Pronti, questi, a riprendere le armi contro il “nemico” di domani.

È una via che non vale la pena di intraprendere.

Il cammino della civiltà non può permettersi di ricominciare sempre da zero, con la barbarie psicologica del troglodita e la gelida superbia tecnica del generale moderno.

È l’ora di contemplare un percorso diverso.

2) La scelta della Nonviolenza
Mettiamo da parte al momento una serie di concetti e di principi tradizionali, quali gloria, onore, vittoria, potenza, per riprenderli in un altro momento, e solo dopo avere fatto una breve disamina degli obiettivi che vogliamo raggiungere. Lo stesso dicasi per scienza, tecnologia, armamenti sofisticati.

Ripartiamo dalla coscienza, e da alcuni valori che è giusto coltivare e, se è possibile, realizzare. Diciamo: vita, armonia, collaborazione, giustia, rispetto.

Cosa ci impedisce, di fronte alla decisione di una autorità X, di dire no, laddove seguire tale decisione comporti gravi danni all’ambiente e alle persone?

Perché non osiamo dire no alla volontà del nostro governo di muovere guerra contro un altro stato?

Se non si tiene conto delle terribili conseguenze della guerra, anche per noi, se si cede alle magniloquenti parole della propaganda bellica, se non si cerca la verità che è sottesa alla voglia di guerreggiare, se temiamo di esporci pericolosamente rifiutando il coinvolgimento nel progetto bellico, allora c’è da dubitare della nostra ragione, della civiltà raggiunta, del proclamato rispetto della vita.

Se invece abbiamo il coraggio di ponderare su tutti i pro e i contro della pace e della guerra, e sul nostro dovere di persone civili di preservare la vita di ogni essere vivente, con ogni mezzo possibile, e decidiamo consapevolmente di rischiare personalmente pur di impedire danni a questo punto epocali, allora abbiamo finalmente imboccato la via della Nonviolenza. Ma forse siamo ancora al primo miglio di essa. Il resto del cammino lo valuteremo nella prossima sessione.

3) Quanto alla non-scelta dell’indifferente, che si ritira in se stesso, e lascia che il mondo viva o muoia lontano da lui, o lei, vi risparmiamo ogni commento.

 

Ulteriori riflessioni

Per passare dall’Utopia alla Realizzazione – totale o parziale – della Pace, che fare ? Per lottare efficacemente e consapevolmente contro la violenza, o contro un avversario violento e possente, bisogna tener conto delle sue ragioni, dell’educazione, dei principi, valori, non valori, mezzi, metodi ed altro per cui agisce in un dato modo.

E poiché alcune caratteristiche dell’avversario violento sono anche dentro di noi, dobbiamo, se ne abbiamo il tempo e la volontà, porci psicologicamente come sul divano dello psico-analista e analizzare in primis :

le Radici della Violenza:

La Società violenta in cui si vive causa Violenza
La Cultura, la Letteratura maggioritaria causa Violenza
La Televisione, la Radio, tutti i Mass Media maggioritari, gli Spettacoli causano Violenza
L’Educazione tradizionale causa Violenza
La Violenza causa Violenza
La Violenza subita causa Violenza
L’ Ingiustizia causa Violenza
La Fame causa Violenza
La Menzogna causa Violenza
La Paura causa Violenza
La Vendetta causa Violenza
La Vendetta della vendetta causa Violenza
La Schiavitù causa Violenza
L’Odio causa Violenza
L’Odio razziale causa Violenza
L’Odio religioso, il Fanatismo causa Violenza
L’Invidia causa Violenza
La Brama di Potere causa Violenza
L’Imperialismo causa Violenza
L’Egemonismo causa Violenza
Il Militarismo causa Violenza
La Non Conoscenza dello Straniero causa Violenza

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E in coscienza non possiamo affermare che, in una o più delle suddette condizioni noi, personalmente, non abbiamo adottato una forma o l’altra di violenza.

Ma l’idea e il messaggio umanitario e sociale della Nonviolenza, e l’esempio di Gesù, di Gandhi, di Martin Luther King, ci ha ad un certo momento affascinati, e l’abbiamo intellettualmente almeno abbracciata.

Ed a questo punto, se non teniamo conto delle difficoltà da un lato, e delle grandi potenzialità della Nonviolenza dall’altra, per mettere in pratica queste, siamo e restiamo soltanto dei dicitori, non dei facitori.

Per brevità, tracciamo un breve elenco delle Risposte della Nonviolenza:

Non accettare il concetto di Nemico
Cercare i Valori dell’Altro
Cercare l’Umanità nell’Altro
Non accettare che Diversità significhi Avversità
Cercare i punti di Convergenza e non di Divergenza fra i Valori propri e quelli dell’Altro
Sollecitare le Aspirazioni alla Pace in Sé e nell’Altro
Intervenire come Mediatori fra gli Uni e gli Altri in conflitto
Offrirsi quali Ambasciatori di Pace fra i Contendenti
Cercare di fugare le Paure dell’Altro, dopo avere fatto un percorso di auto-liberazione dalle cause della Paura

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Siccome, in generale, chi non conosce direttamente la Nonviolenza, tende a sottovalutare lo Spirito di Pace di chi la sceglie, e pensa che lui o lei abbia rinunciato per paura o debolezza ad usare la forza, e il coraggio, che, sempre in generale, si crede necessario opporre al “nemico”, vediamo di fare chiarezza tra Forza, Violenza e Nemico:

La forza, di per sé, è un elemento neutro, e non avendo ovviamente una personalità, né una volontà propria, dipende da chi la usa e da come la usa.

E, a questo punto, usare la forza per una attività normale, lecita, come il lavoro, o lo sport, non crea problemi.

I guai sorgono quando la forza, che è come un oggetto, viene usata per fare violenza a qualcuno, a un gruppo sociale, ad un popolo.

Allora la forza diviene in un certo senso la mano longa dell’intento violento, quasi una complice involontaria.

La violenza ha la capacità di fare del male, di aggredire anche senza l’uso della forza, e questo è un motivo ulteriore per non confondere forza e violenza.

Ogni valutazione va fatta, insomma, tenendo ben presente il grado di responsabilità di tutto e di tutti.

Il nonviolento non rinuncia alla lotta violenta perché teme di battersi, ma perché vuole liberare la lotta dalla violenza, così da fare della lotta uno strumento di crescita e di ricerca della verità, della giustizia e della libertà senza portare dolore e distruzione, come accade a tutto ciò che passa per la violenza.

Il nonviolento non rinuncia alla lotta quindi, ma si adopera a separare i due elementi-momenti di forza e violenza, tenendoli ciascuno al proprio posto, accuratamente.

Usando la forza in modo serio, consapevole, responsabile, costruttivo, il nonviolento lascia agli esseri umani il piacere di usufruire della forza, laddove e quando essa serva quale strumento positivo, riconoscendo in essa un dono della natura, degno di essere, non di scomparire.

Ma anche qui, come in tutti gli aspetti della Nonviolenza, la forza, essendo uno strumento, per quanto prezioso, deve venire usato senza esaltazione.

Ogni strumento deve servire per raggiungere un fine.

È quindi il fine che va tenuto costantemente in vista, nella considerazione che merita.

E il fine che il nonviolento si prefigge, a sua volta, non va raggiunto con qualsiasi mezzo, bensì con i mezzi che gli sono omogenei. I mezzi a disposizione del nonviolento, nella occasione di una lotta per ottenere giustizia, o altro obiettivo degno di una lotta, sono molteplici.

Devono però avere radici nel profondo della coscienza di chi si accinge alla lotta.

Ad esempio, il rispetto.

Questo elemento, che ovviamente fa parte del bagaglio culturale del nonviolento (usiamo il termine ben sapendo che nessuno lo è perfettamente, ma aspira e tende ad esserlo), non è fondato semplicemente sul vecchio adagio “rispetta per essere rispettato”, ma parte dalla profonda convinzione

che l’Altro è un essere umano come te,
che l’Altro ha dei valori come li hai tu,
che l’Altro è figlio dello stesso Creatore,
che l’Altro ha gli stessi diritti che hai tu . . . .
Se il principio di rispettare non è una formalità, bensì è una esigenza dell’anima, finalizzata a “trarre dall’Altro il meglio di sé”, corrisponde esattamente ad un principio quacchero, quello di “trarre dall’altro l’Eterno che è in lui”.

Come il dantesco “a nullo amato amor perdona”, così questo atteggiamento non può non trovare una risposta positiva nell’Altro.

È difficile resistere ad una mano tesa.

E infine : l’Altro non è il nemico.
È diverso, certo.
È educato alla violenza, forse . . .
Ma è un essere umano.
Sta a te fargli scoprire la sua umanità, se qualcuno gliel’ha tolta.
Il “nemico”, per il nonviolento, non deve esistere.
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Gandhi, ad un Lord inglese che gli disse: “Cristo ci ha insegnato : “ama i tuoi nemici”, rispose: “io non ho nemici”.

Ed io, ho dei “nemici” ?

Davide Melodia – Verbania, Natale 2002

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Storie al femminile

 a cura di Maria Carla Micono


“Se la società si impegnasse a sentire ogni ferita inferta in qualsiasi luogo come ad un attentato all’intera umanità, allora l’umanità tornerebbe ad assumere un pieno significato anche per sé stessa”.

Rigoberta Menchù

Premio Nobel per la pace 1992.

 

Premessa.

Queste “storie al femminile”   dovrebbero essere scritte a più mani, ma  per motivi di sintesi le racconto io.

Da due anni collaboro con l’Associazione “Il Portone del Canavese” che si occupa di accogliere le persone straniere e di insegnare loro  la lingua italiana, non tanto attraverso la grammatica e la sintassi, ma soprattutto confrontando mentalità, modi di vivere, cercando di far conoscere reciprocamente le varie culture.

 

Con me ci sono Marica, Luigina, Luisa, Letizia, Tiziana, Carolina; alcune sono Insegnanti in pensione, altre sono  giovani, e tutte concordiamo sull’impostazione metodologica della nostra scuola.

E poi c’è anche un uomo, Pino, che è l’ispiratore, e che interviene con i suoi consigli.

 

 

La scuola di amicizia, di italiano, di ascolto.

La scuola  accoglie le persone che arrivano dai punti più svariati del mondo: è una vera scuola globale la nostra, con tanti problemi aperti ma anche con alcuni punti fermi, positivi, che hanno migliorato i rapporti con il territorio.

Infatti, oltre all’apprendimento della lingua, sono stati individuati momenti di partecipazione a feste, a manifestazioni, ad incontri con l’Unitre locale, a collaborazione con altre agenzie .

Così c’è più tempo per conoscerci e per farci conoscere, punto fermo per una vera integrazione sociale delle persone.

Ho pensato di raccontare alcune storie di queste persone, storie di donne, perché mi sembra un segnale della loro fiducia nei nostri confronti, ma anche perché ho scelto tre storie “positive”, nel senso che stanno a testimoniare quanto sia importante sentire qualcuno vicino, pur nelle difficoltà: e questo è l’inizio dell’amicizia.

Cristina è rumena, sposata con un italiano, lavora, e quando può ci aiuta ad accogliere i nuovi arrivi.

Veronica è la Presidente dell’Associazione, e questo fatto rende più   sentito il vincolo di fiducia che si instaura tra insegnanti e allievi.

Naima lavora come badante, ma quando può ritorna al corso di italiano, e soprattutto scrive, si rende testimone di come la vita può essere difficile e dura, ma anche aperta a nuove amicizie.

 

Storia di Cristina.

Sono una donna rumena di 28 anni. In Romania ho vissuto in due posti completamente diversi.

Sono nata in una città situata ad est della Romania, però la mia famiglia è andata a vivere in un’altra città più a ovest., in una zona dove i rumeni coesistevano con dei “maghiari” (persone di nazionalità ungherese con cittadinanza rumena).

Perciò, sin dall’infanzia sono stata abituata a sentire due lingue diverse, il rumeno e l’ungherese, e, poi, da grande ho continuato ad avere due modi di pensare e di essere.

Questo mi ha aiutata da una parte ad avere una visione più aperta sul mondo, ad accettare i ratti distintivi che differenziano le persone appartenenti a nazioni diverse, e da un altro lato ho imparato più facilmente le lingue straniere.

Così oggi conosco l’italiano, l’inglese, il francese, il tedesco ed ho conoscenze di base di olandese e spagnolo.

In  Romania ho seguito i corsi dell’Università di Bacau, con doppia specializzazione: Lingua e letteratura inglese e Lingua e letteratura Rumena.

Dopo aver ottenuto la laurea, ho fatto l’esame di stato per entrare nel mondo dell’insegnamento e sono diventata professoressa di ruolo d’inglese in una città situata a 60 Km ad ovest della città in cui vivevo.

Passato il primo anno da quando insegnavo mi sono iscritta ai corsi di Master della stessa Università che avevo frequentato, per studiare Scienze della comunicazione e del linguaggio.

Per due anni, dall’autunno del 2003 all’estate del 2005 ho continuato ad insegnare e, ogni fine settimana ritornavo  nella mia città natale per i corsi del master.

Nell’inverno del 2004, durante le vacanze in Italia, ho conosciuto il mio attuale marito, cittadino italiano. Poco prima di conoscerlo mi ero resa conto mi ero resa conto che i miei successi professionali non mi bastavano per essere una  persona intera, sentivo il bisogno di una vita personale soddisfacente, volevo trovare una  persona con la quale condividere il mio futuro.

 Perciò, dopo aver conosciuto il mio attuale marito, e dopo aver deciso che volevamo appartenere uno all’altra, ho dovuto scegliere tra la vita professionale  promettente che avevo in Romania e la felicità coniugale che mi aspettava in Italia.

Avendo tanta fede in Dio e nella bellissima unione che mi aspettava ho rinunciato a quello che avevo a casa, sperando che in Italia avrei fatto in fretta a trovare lavoro.

Non mi pento per la mia scelta, anche se in poco tempo da quando ero arrivata qua mi ero resa conto della situazione precaria del mercato del lavoro.  E, come se non bastasse, il fatto che i posti di lavoro scarseggiano, ho scoperto che essere sposata è un problema per i datori di lavoro, perché  ci sarebbe la possibilità di una gravidanza nel futuro prossimo.

Viviamo in un mondo sadico e ironico, perché non tanti anni fa ESSERE SPOSATO/A  era una virtù ed AVERE BAMBINBI  una benedizione. Sfortunatamente i giovani di oggi hanno paura del matrimonio e sono terrorizzati dall’idea di avere dei figli.

Considero che sono ben integrata nel mondo italiano, però questa situazione non l’accetterò mai, perché il mondo sarebbe  vuoto senza bambini, i quali rappresentano il nostro futuro. Rifiutando di averne , diciamo  NO al futuro, e se diciamo NO al futuro non abbiamo più nessuna ragione per vivere.

DOBBIAMO CAMBIARE QUALCOSA!

 

Storia di Naima.

Mi chiamo Naima Elmarrhoub; ho 38 anni e provengo dal Marocco.

Sono laureata in lettere moderne e specializzata in studi islamici nel 1992; ho anche  conseguito il diploma di tecnico di gestione nel 2000.

Sono in Italia da quattro anni.

Nel mio paese, il Marocco, è andato tutto bene fino all’età di vent’anni: era il 1989.

Quello è stato un anno di cambiamento totale della mia vita: ero andata all’Università in una città lontana dalla mia famiglia. I problemi erano quotidiani: vivevo in una camera d’affitto insieme ad una mia amica; all’Università c’era una lotta continua per il rispetto dei diritti come la mensa, l’autobus…   forse per qualcuno sembrano cose banali, ma per noi erano un grande obiettivo ed eravamo pronte a sacrificare molte cose per ottenere tutto quello…

Malgrado questo, l’Università è stata la più bella ed importante esperienza che ho avuto nella vita: quel periodo ha fatto di me una ragazza responsabile della sua responsabilità, che ha imparato a rifiutare la sottomissione, che ha imparato a far rispettare il  diritto  di essere, di essere donna, che ha detto no  al silenzio e all’obbedienza cieca: ora non permetto a nessuno di annullare la mia personalità e di cancellare la mia identità  ed il mio desiderio di esprimermi attraverso la poesia: la poesia era la voce della mia voce.

Nel 1992 mi sono laureata e pensavo che i problemi fossero finiti, invece a causa della burocrazia e della corruzione ad alto livello ho dovuto attendere otto anni per avere un lavoro in una fabbrica tedesca come istruttrice delle auto Wolkswagen, ma con meno di un euro l’ora. Il mio stipendio mensile era di 180 € : circa 70 euro andavano per l’affitto di una camera umida a Tangeri; 100 euro andavano per la spesa e mi rimanevano 10 euro; non avevo il diritto di stare male e di andare dal dottore perché non avevo soldi per pagarlo, non avevo la mutua ed inoltre, dopo due anni di la lavoro avevamo scoperto che la Direzione della fabbrica non ci versava i contributi: quelle maestranze tedesche ci avevano sfruttati in tutti i modi: l’unica cosa positiva di quel lavoro era  stato il visto turistico, come premio per essere una buona lavoratrice.

Così ho potuto venire in Italia : sono arrivata il 2 gennaio 2003 lasciando il mio paese, la mia famiglia come scelta forzata, anche perché stavo perdendo la fiducia in me stessa: mi sentivo come in un tunnel senza una luce per l’uscita e quindi senza speranza di poter continuare: la cosa più triste era che quella situazione era normale per un paese dove che ha una laurea  in fisica nucleare vende polli al mercato per sopravvivere!

Arrivata in Italia ero consapevole che i primi anni avrei dovuto pazientare per arrivare a realizzarmi.

Dio mi ha aiutata tanto: mi sono state accanto delle persone che mi hanno dato la mano, mi hanno insegnato la lingua, mi hanno offerto un lavoro, mi hanno dato affetto e, ciò che è stato importante, abbiamo condiviso insieme i momenti belli e dolorosi della vita. Malgrado le tante  diversità del nostro modo di vivere ci legava il rispetto, la stima reciproca ed il volersi bene: sapevamo che essere non è solo vivere, ma condividere, lasciando da parte il figlio dell’ignoranza: il razzismo.

In Italia ora spero di realizzare il mio sogno: quello di costruirmi una famiglia e riuscire a dare ai miei figli un futuro migliore del mio, poter aver l’opportunità di  dimostrare al mondo qual è il vero ruolo della donna nello sviluppo della società, tanto è vero che non c’è limite al rischio, alle sconfitte, ma basta avere coraggio, fiducia e fede perché senza questa  la mente si chiude in una cella solitaria: vorrei lottare per una vita dove regnano la pace e la giustizia. 

 

Storia di Veronica.

Mi chiamo Veronica, sono di origine peruviana ed ho 40 anni.

Vivo in Italia da 17 anni, dei quali 9 li ho vissuti a Milano e gli altri 8 nel territorio canavesano, vicino a Torino.

Nel mio paese d’origine lavoravo per un giornale e facevo anche l’insegnante di lingua spagnola; là mi sono laureata in Scienze d ella comunicazione.

La mia vita era tranquilla tra lavori, casa, amici. Mi piaceva tanto il mio lavoro di giornalista: lavoravo per un settimanale che si interessava delle problematiche lavorative e sociali dei peruviani; lì il mio compito era di parlare con gli operai ed i lavoratori dei diversi settori, scrivere dei loro problemi e far conoscere le loro realtà sociali  e culturali. Tutte le loro manifestazioni, le loro impressioni , trovavano spazio nel giornale.

Questo settimanale non era però ben visto dal Governo e molte volte hanno tentato di farci chiudere; per questo motivo avevo bisogno di un altro lavoro, e cioè facevo l’insegnante.

Lavoravo in una scuola pubblica; era una scuola con più di 3.000 studenti; io avevo 5 sezioni della scuola secondaria, ed in ogni aula c’erano circa 50 allievi, in alcuni casi si arrivava anche a 60.

Era un bel lavoro, e mi piaceva stare con i ragazzi perché sono pieni di emozioni, di iniziative; la cosa che più li interessava era occuparsi del giornale della scuola, e poi, a poco a poco siamo riusciti anche ad avere una stazione radio della quale andavamo fieri.

I tempi però si sono fatti duri , ed il lavoro cominciò a scarseggiare, e con questo  il potere di acquisto; incominciò ad arrivare molta gente dai paesini interni del Perù; Lima in poco tempo era diventata una grande metropoli con enormi tentacoli che si espandevano su territori di sabbia.

La popolazione aumentava, ma aumentavano anche la disoccupazione, la povertà; iniziò in quel periodo una reazione anche attraverso gruppi armati, come quello di Sendero Luminoso, MRTA e anche da parte dello Stato. La gente non sapeva cosa fare e tutto diventò caos.

Così, i più fortunati cominciarono ad emigrare in massa verso l’estero, prima gli Stati Uniti , poi il Venezuela, il Giappone, il Brasile, la Spagna, l’Italia, il Cile, l’Argentina

Il giornale per il quale lavoravo alla fine dovette chiudere ufficialmente ed entrammo in clandestinità, ma la paga non arrivava quasi mai; meno male che lavoravo come Insegnante e questo mi ha permesso di sopravvivere per un po’.

I giornalisti un poco fastidiosi per il Governo erano controllati sempre; molti miei colleghi furono arrestatati senza motivo; altri sono spariti nel nulla; altri sono stati uccisi come bestie: il Governo diceva che erano traditori  della patria….Che bugia enorme!

Sono venuti anche a casa mia per vedere cosa avevo, se ero parte di qualche gruppo sovversivo; ho subito interrogatori, ma non mi hanno mai fatto del male fisico: sono stata una delle poche fortunate che hanno lasciato andare, e così ho deciso di andare via: non sopportavo più ciò che stava accadendo nel mio Perù.

Mi rivolsi ad Amnesty International per capire in cosa mi potevano aiutare, ma  i tempi si allungavano e decisi di partire da sola verso un paese che non avesse molti problemi, un paese dove si poteva trovare libertà di pensiero e di parola…avevo deciso per la Francia.

Ma il destino è sempre diverso da ciò che a volte uno si propone di fare; per cui, quasi non so come, mi trovai su di un aereo che partiva per l’Italia; ho pensato che potevo restarci un mese , ma poi sarei andata in Francia.

Arrivata a Milano, non conoscevo nessuno; a poco a poco trovai alcuni amici  ed un lavoro: qualche ora in una fabbrica di imballaggi, poi alcune ore di pulizia; cominciava a piacermi l’Italia; andavo a scuola di  italiano e con l’aiuto di alcune amiche trovai un posto dove dormire; poi , con l’inverno un’amica mi trovò un lavoro fisso  presso una famiglia fuori Milano; lì la vita era un po’ più dura; la famiglia non mi trattava male, ma io mi sentivo morire, le ore non passavano mai; la sera leggevo tanto ed il sabato pomeriggio  uscivo di corsa perché era la mia giornata libera ed andavo con il treno fino a Milano, per conoscere l’Italia: ero triste e pensavo di non farcela: fu un brutto  periodo.

Vivere da irregolare non era facile. In quel periodo cominciarono ad arrivare i barconi carichi di albanesi, e Milano cominciò ad essere una città più dura e pericolosa;  non avevo documenti e la famiglia dove lavoravo mi chiese di trovare il modo per regolarizzare la mia posizione; io non ci riuscii e così dovetti  lasciare quel lavoro, ed adeguarmi alle circostanze per sopravvivere.

Dopo un mese trovai un altro lavoro in un albergo a Milano, e lì rimasi per quattro anni; a fianco dell’albergo c’era una cooperativa di servizi ed ogni tanto mi facevano fare le notti per assistere gli anziani, oppure fare pulizie in casa.

Il lavoro in albergo mi piaceva: lavoravo per 8 ore, ed ero riuscita ad imparare la lingua italiana; il mio datore di lavoro mi aiutava come poteva, anche con l’apertura di un conto bancario, cosa molto difficile per una irregolare.

In questo periodo ho conosciuto un po’ di più l’Italia, la sua gente, il mangiare, le abitudini, la burocrazia, il rispetto delle idee altrui, e a volte ho dovuto abbassare la testa per non trovarmi in difficoltà.

Il processo di integrazione non era facile, ma era iniziato.

Mi resi conto piano piano  che stavo facendo la vita di tutti gli immigrati; lavorare, fare soldi, inviarli a casa; in pratica casa, lavoro, casa…ero quasi diventata una macchina, e questo mi faceva sentire un po’ male.

Dovevo cambiare, fare altro, o stavo morendo intellettualmente, non scrivevo più, non leggevo più, arrivavo a casa troppo stanca; lavoravo dalle 6,30 del mattino fino alla mezzanotte: alle 6,30 andavo a fare pulizie in un cinema; alle 9 andavo in albergo e restarci fino alle 18; poi andavo alla cooperativa per pulire gli uffici, mangiare qualcosa al volo e alle 21 andavo a pulire altri uffici; a volte non tornavo a casa  perché restavo ad assistere anziani per la notte…

Io sentivo che dovevo cambiare vita, così ero solo una macchina per fare soldi, ma mi spegnevo…

Un giorno mi dissero che l’albergo doveva chiudere per ristrutturazione ed io sono stata trasferita in un albergo più piccolo: questo albergo era più piccolo e brutto, non mi piaceva. Era un posto dove “lavoravano” signorine nigeriane, slave ed anche italiane, passavano persone stravaganti : matti, drogati, persone difficili.

La mia esperienza mi fa capire dove sono, chi mi sta intorno, perché quelle donne fanno quel lavoro e non possono uscire dal giro; ho visto passare anche  vecchie signore italiane, con i loro clienti di epoche lontane; a volte parlavo con queste persone , mentre aspettavano il loro turno, parlavo di storie di guerra, del fascismo, della vecchia Italia, della polenta, della cassoeula; penso di essere stata testimone di una realtà diversa, e conobbi forse un’Italia emarginata .

Un giorno la responsabile della cooperativa mi chiamò e mi disse che potevo cambiare lavoro: il comune di Milano aveva dato in appalto tutti i servizi domiciliari per gli anziani e le famiglie bisognose; così lasciai l’albergo, anche se alla fine quel posto era ricco di storie…

Intanto era arrivata una sanatoria, e la cooperativa mi assunse come loro collaboratrice.

Con il permesso di soggiorno la mia vita cambiò molto; arrivò anche mio figlio,e lo accolsi con tanta gioia: ero sola, ma questo bimbo era la mia speranza.

Vivere a Milano con un bambino era difficile; grazie a Dio ho avuto la fortuna che questo bambino era anche italiano ed aveva alcuni diritti , e cos’ all’età di sei mesi lo portai all’asilo nido: era il primo ad arrivare e l’ultimo ad uscire, ma ce l’abbiamo fatta…

Fu allora che decisi di approfittate di alcune ore “buche”  per iscrivermi all’Università, e così la mia vita riprese ad avere un senso; in cooperativa mi chiedono di occuparmi dei servizi domiciliari come impiegata.

Ho conosciuto in quel periodo un amico italiano che mi parlò di alcuni progetti; volli saperne di più e in meno di un anno aprimmo il primo giornale multietnico di Milano con il nome di “Alien”: questo piccolo giornale, che ancora esiste, diventa così una creatura mia, ma poi per motivi politici ho dovuto lasciarlo.

Nella vita di un immigrato c’è tutto: allegrie, tristezze, solitudini, realizzazioni, e soprattutto cambiamenti.

E qui, per caso, ho conosciuto un piemontese, che in poco tempo mi ha fatto lasciare Milano e mi ha portata lontano dal chiasso della città, vicino alla campagna, e qui la mia vita cambia ancora, mi trovo con gente nuova, con tante cose da fare.

Adesso i miei pensieri non sono solo per me, ma per i miei figli ( sono nati un maschio ed una femmina), per tutta la mia famiglia, per il loro futuro.

A loro parlo nella mia lingua del Perù: sono tornata in Perù due volte in 17 anni, e sempre dopo 15 giorni volevo già ritornare in Italia perché sento qui la mia casa, non riesco più ad abituarmi a quel modo di vivere: forse perché mi sento ora cittadina italiana.

 

Pensieri al femminile.

Roberto Alonge* , nella presentazione del libro “Rosa e Azzurro” dice :”Il Novecento è stato definito il secolo delle donne e la loro –si è detto- è l’unica rivoluzione pacifica del XX secolo. Le donne infatti sono uscite dalla segregazione secolare in cui erano state tenute e sono oggi presenti in tutti gli ambiti della nostra società-  nelle attività produttive, nello studio, in politica- ponendo nuove sfide e sollecitando la ricerca di un diverso equilibrio (vedi le problematiche della conciliazione tra lavoro e famiglia) “.

Questa affermazione è oggi estremamente attuale e soprattutto va interconnessa con altre considerazioni derivate, ad esempio, da alcuni documenti del ministero della Pubblica Istruzione (CM 205/90) sui “Nodi dell’interculturalità”, che sottolineano:

-nodo della costruzione dell’identità entro la società globale;

-nodo della relazione tra diversità secondo una logica costruttiva: verso una casa comune ancora da costruire, da costruire assieme;

-nodo inter-relazione tra universalismo e relativismo;

-nodo del riconoscimento;

-nodo della decostruzione-costruzione;

nodo della gestione e della conflittualità nonviolenta tra differenze.

 

 

*Roberto Alonge    “Rosa e azzurro”     Edizioni   Rosenberg e Sllier

Le storie delle persone immigrate  sono rivelatrici di uno stato d’animo particolare: la nostalgia della lontananza, ma anche il desiderio di affermazione ed ,in alcuni casi, il desiderio forte di restare qui, perché il momento è forse pronto per riportare dignità e parità alla donna.

Le storie delle donne sono una traccia preziosa per conoscere altre mentalità, altre culture, altre speranze di realizzazione che vanno ben oltre il desiderio di un lavoro, come affermano gli uomini; queste storie di donne  evidenziano una forte motivazione ad affermarsi, come del resto avviene anche per noi donne occidentali, anche in quei settori che sono da sempre prerogativa maschile, vedi il potere politico.

Ritengo molto importante che la cultura, l’alfabetizzazione in genere, possano aumentare questa consapevolezza di emergere, perché  ogni persona sia in grado di far sentire il proprio pensiero e sia soprattutto in grado di comunicare il proprio dissenso di fronte a scelte che non condivide.

Alcune di queste donne già hanno vissuto in modo diretto e violento le loro scelte di vita.

 Cristina, Naima, Veronica, sono alcune delle donne che hanno frequentato il corso di italiano per stranieri  dove insegno.

Veronica , Naima e Cristina si sono inserite nel contesto in cui vivono, acquisendo anche una notevole capacità di linguaggio che permette loro di far sentire ciò che pensano, riuscendo anche ad essere un modello di riferimento per altri.

Esse hanno una capacità culturale ottima già in partenza: hanno frequentato l’Università nei loro paesi  ed il possesso di questi strumenti ha loro permesso di acquisire molto velocemente  le differenze culturali, le informazioni cui accedono, la capacità di andare a cercare altre informazioni, di volere il confronto sui temi sociali, politici, religiosi.

Anche le donne italiane , benché da tempo abituate a discutere e a cercare occasioni per riuscire , abituate a “sgomitare” per arrivare ai posti che loro spettano e che non potevano ottenere in passato solo perché donne, sanno bene quanto lungo sia il percorso  per arrivare alla parità delle opportunità.

Dice Tina Anselmi*:” La nostra storia di italiani ci dovrebbe insegnare che la democrazia è un bene delicato, fragile, deperibile, una pianta che attecchisce solo su certi terreni, precedentemente concimati. E concimati attraverso l’assunzione di responsabilità di tutto un popolo. Ci potrebbe far riflettere  sul fatto che la democrazia non è solo libere elezioni- quanto libere? – , non è soltanto progresso economico – quale progresso e per chi? E’ giustizia. E’ rispetto della dignità umana, dei diritti delle donne. E’ tranquillità per i vecchi e speranza per i figli. E’ pace”.

Io penso  che sia il momento per porci alcune domande:

-Quante donne non sono ancora consapevoli dei loro diritti?

-Solo le donne straniere? O anche in Italia, e comunque anche nei paesi industrializzati c’è ancora una parte  della società che deve essere responsabilizzata su questi temi?

-Che cosa si può fare?

-Quali potrebbero essere indicazioni concrete per aumentare l’autostima delle donne e far sì che siano rispettati i loro diritti?

 

*Tina Anselmi     “Storia di una passione politica”  Sperling e Kupfer Editori

  

Lo scorso anno ho seguito il corso Interfacoltà “ Donne, Politica, Istituzioni” a Palazzo Nuovo; la professoressa Claudia Piccardo ha affermato che  bisogna sempre più prestare attenzione alle parole che si dicono e si  sentono, cioè “leggere” con occhi nuovi ogni cosa che ci capita.

Se, come  citato, “ il senso comune abita al piano superiore”, è dunque ora di utilizzare un pensiero divergente, è ora di sfatare alcuni modi di essere che hanno perpetuato un certo stereotipo del femminile e provare a cambiare l’ottica di osservazione.

L’ho già affermato: l’istruzione, la cultura, la discussione, il confronto sono i primi strumenti che permettono una consapevolezza maggiore dei propri diritti. Le donne, nei paesi industrializzati , stanno superando per scolarizzazione l’universo maschile; devono ancora fare il passo successivo ed acquisire le stesse opportunità lavorative e sociali ; ma il processo va avanti, anche perché, se una madre è più consapevole, i figli avranno un vantaggio a partire  dal linguaggio , dalla trasmissione culturale dei valori basilari .

Mi ricordo, a questo proposito, di una ricerca condotta in campo psicolinguistico negli anni ‘70/’80: i bambini della scuola dell’infanzia e della scuola elementare non presentavano una grande

differenza nei modi di apprendere fin verso i 6 anni; successivamente iniziava una diversificazione legata al grado di istruzione delle madri: là dove una mamma era diplomata o laureata  i bambini avevano più strumenti linguistici e comunicativi che permettevano loro di capire meglio i libri di testo, le spiegazioni degli insegnanti, le relazioni tra pari.

Ecco, le donne devono trovare queste modalità di affermazione, si è visto anche dalle brevi storie che ho raccontato: là dove le donne straniere hanno strumenti culturali il percorso di integrazione diventa più chiaro e più incisivo nella società  in cui si trovano; naturalmente ciò vale anche per le donne occidentali.

Al convegno delle Settimane sociali di Bologna del 2004,  Mario Marazziti, della Comunità di Sant’Egidio, disse che  non è molto intelligente chiamare e trattare da clandestini  più di un milione e mezzo di stranieri che oggi sono naturalmente regolari e che hanno diritto, già in buona parte, ad essere immigrati stabili e nuovi cittadini.

Infatti, altro elemento necessario ed impellente, è sicuramente quello di revisione normativa per consentire diritti a chi lavora, produce, vive nella nostra comunità.

Si parla dunque di possibilità di voto per chi è regolare, e che quindi può esprimersi per il governo delle città, dei quartieri, degli Enti Locali; per poter tenere insieme la complessità del quotidiano è importante che tutte le risorse si attivino.

Diceva ancora Marazziti che “occorre resistere ai luoghi comuni che sembrano verità solo perché non ci sono altri luoghi in cui far risuonare un pensiero diverso con forza simile, costruendo alternative”.

Ogni diversità è una risorsa, ogni pensiero è un tassello  significativo per la costruzione più equilibrata del domani, a partire  dalla presenza femminile alla pari nei posti decisionali, a tutti i livelli, della società.

Ricordo ancora  un concetto di Danilo Dolci, che parlava di comunicazione come strumento per “rendere il mondo comune”, cioè favorire la convivenza ed il dialogo, mentre oggi quasi stiamo assistendo al tradimento della comunicazione e del suo autentico significato.

Ma le donne , credo, andranno avanti.

Mi sembra significativa, e conclusiva di questa  breve trattazione, la poesia che Naima Elmarrhoub ha presentato al concorso  Lingua madre 2006 : Non mi arrendo. 

 

Non mi arrendo.

Quante trappole mi avete teso

Quanti lupi mi hanno seguito

Non mi arrendo

Smettetela di farmi male

La pazienza è sangue nelle mie vene

Il mio cuore è una roccia su cui è scritto

Non mi arrendo

Non obbedisco, non mi inchino

Domani sorgerà il sole

Sapete perché

Perché non mi arrendo.

 

 

Vorrei che questo diventasse l’obiettivo di tutte noi: non ci arrendiamo: soprattutto crediamo nell’amicizia e nella solidarietà e non  è certamente retorica dire che possiamo partire da queste storie, unendo storie di donne italiane, ma avere tutte insieme la convinzione che “si può”.

 

 

Maria Carla Micono 

 

con la collaborazione di:

 

Chiappero Carolina

Feira Luisa

Fornero Luigina

Macario Tiziana

Valdambrini Marica

Vietti Letizia

 

Bibliografia:

 

Tina Anselmi                    Storia di una passione politica                  Sperling & Kupfer Editori

 

Lingua Madre                  Duemilasei                                                   Edizioni SEB

 

IRRE Piemonte                Rosa e Azzurro                                            Rosenberg & Sellier

 

Mario Marazziti             Atti Settimane sociali 2004                          Bologna

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Dal numero chiuso al numero sprangato

Articolo diffuso sulla mailing list dei sufi

 

E’ questa l’Italia terra di poeti, di navigatori, eccetera? “In una mela marcia vivono bene solamente i vermi” (un verso di Gabriele Mandel).

 

 

NUMERO SPRANGATO

Ormai non è più nemmeno numero chiuso. E’ sprangato, sempre di più. E se già il numero chiuso è illegalità, violenza privata, colpo di stato, ebbene il numero sprangato svilisce quel poco che ancora restava di un’Università italiana ormai allo sfascio. Nel mese di agosto decine di professionisti hanno tentato d’iscriversi come seconda laurea in diverse Facoltà torinesi a numero chiuso: quasi nessuno ci è riuscito. Motivo? L’Università non vuole iscritti. Ne vuole pochi, pochissimi. Il numero chiuso è difeso dalle caste e nelle caste devono essere in pochi, altrimenti che caste sarebbero? La casta dei Medici esige pochi Medici.

Così per iscriversi ai test di ammissione sono concessi soltanto 26 giorni, quelli in cui normalmente la gente è in ferie: dal 30 luglio al 25 agosto. Chissà come mai. Verrebbe già da pensar male. A questi vanno sottratti i sabati e domenica e ferragosto durante i quali tutto è chiuso (sono 9 giorni in meno) e un giorno nel quale i computer universitari erano bloccati per problemi tecnici: restano 16 giorni. Ma niente paura, tanto ci s’iscrive on-line, si fa in un attimo. Altro che: i pochi che ce l’hanno fatta hanno dedicato le loro ferie a questa operazione. Tanto per cominciare, la procedura telematica si blocca se non hai il tuo numero di matricola. Santo cielo, chi mai potrebbe ricordarselo? Magari dopo tanti anni. Nessun problema: basta telefonare in Segreteria della tua Facoltà e ti danno il numero (che poi non capisci per qual motivo tu debba scrivere quel benedetto numero che tu non sai ma che loro sanno sul modulo di domanda che poi invii a loro: se lo scrivano loro il numero di matricola). La Segreteria è rimasta chiusa per 9 giorni per ferie. I giorni utili si sono così ulteriormente ridotti a sette. Data la concentrazione di telefonate, la linea della Segreteria era perennemente occupata. Dopo infiniti tentativi (i giorni inesorabilmente scorrevano e con essi le sofferte vacanze), qualcuno ha avuto la grazia di ricevere il sospirato numero. Altri no. A uno psicologo che voleva iscriversi a medicina è stato risposto di presentarsi di persona: era al mare in Sicilia e ha rinunciato a iscriversi. A un chirurgo che voleva iscriversi a odontoiatria è stato detto che essendosi laureato negli anni Settanta non possedeva più matricola e non c’era niente da fare. Costui non potrà mai conseguire altre lauree, secondo tale logica delirante.

Altri non hanno potuto iscriversi per problemi di registrazione: il computer non riconosceva i loro codici fiscali e si bloccava. Motivo? Nessuno ha saputo dirlo. Se avevi la fortuna di completare la domanda e aver confermata l’iscrizione, non ti lasciavano stampare il modulo con il quale poi si doveva correre in banca a pagare il bollettino (sempre entro il 25 agosto). Allora ritelefoni in Segreteria, ti dicono che sei un incapace o che il tuo pc non funziona. Uno studente ha provato a stampare da sei pc diversi, ma niente. Tutti rotti? Quattro di questi erano dell’Università, sede di Palazzo Nuovo, computer dedicati alle iscrizioni! Gli altri sei di Palazzo Nuovo erano “non accessibili”. I due tecnici a disposizione nella stessa sede non erano in grado di risolvere il problema. All’otto agosto i computer del Centro Immatricolazioni di C.so Regio Parco dovevano ancora essere istallati. Così, altri professionisti non sono riusciti a iscriversi. Ce l’ha fatta quella minoranza che aveva qualche figlio esperto di computer e comunque dopo giorni di calvario e di arrabbiature.

E’ questa la cultura in Italia? Pensare che il nostro Assessore Regionale all’Università e Ricerca, il Dottor Andrea Bairati, mente illuminata, ancora auspica – e noi con lui – Università come città aperte che incentivino i Cittadini a iscriversi a qualunque età… Caro Dottor Bairati, lo vogliamo tutti, ma forse prima dovremo spazzar via certe caste e far piazza pulita all’Università. I ragazzi non li vogliono, sono troppi, danno fastidio, pretendono addirittura di studiare. Quindi, numero chiuso. Che dire dei già laureati che vorrebbero conseguire una seconda o una terza laurea? Come si permettono di voler allargare l’orizzonte del loro sapere? Le caste devono restare di pochi, gli eletti. Allora, numero sprangato…

Beati i “nostri tempi”: non c’erano computer né numeri chiusi, si era là prima dell’alba, si facevano ore di coda alla Segreteria di Medicina, ma quel giorno te ne tornavi a casa con l’iscrizione in tasca. Erano tempi in cui studiare era ancora consentito.

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La storia fascista dell’Italia

L’Italia continua ad onorare l’aggressione e l’occupazione dell’Abissinia.

 

Le sue strade ricordano i fascisti come eroi di guerra

 

 

 

Monumenti e nomi di vie nel sud del Tirolo, nelle Alpi e in generale in Italia settentrionale, continuano a idealizzare gli “alpini”, l’elite dei soldati italiani di montagna, gli stessi che guidarono il brutale attacco italiano e l’occupazione dell’Abissinia – più tardi divenuta Etiopia – nel 1935.

 

In particolare un monumento presso Buneck (Brunico) eretto dal regime fascista di Benito Mussolini, sta provocando controversie ed ha messo in imbarazzo l’ambasciatore d’Etiopia in una recente visita in Italia.

 

Il monumento in questione commemora le truppe della divisione alpina “Pusteria”, rea di aver condotto attacchi con gas velenosi e numerosi assassini durante la guerra tra Italia e Abissinia. Sotto il comando dei dirigenti fascisti furono eliminati migliaia d’etiopi indifesi. Il generale alpino Pirzio Biroli disse ai suoi soldati: “Qui serve un ladro, un bruto assassino”, ed è così che gli etiopi ricordano l’azione degli alpini.

 

Il polemico monumento fu eretto nel 1936, in onore di quella guerra e degli alpini. Ma proprio nell’Italia settentrionale sono stati tanti quelli che hanno lottato, per decenni, contro quella celebrazione del governo fascista. Il primo attentato contro il monumento avvenne poco prima della fine della seconda guerra mondiale. Da allora il monumento è stato parzialmente distrutto nel 1956, 1959, 1966 e 1979. Le autorità italiane lo hanno ricostruito ogni volta.

 

Ora, Südtiroler Schützenbund – un’associazione culturale della minoranza italiana di lingua tedesca – sta guidando la lotta contro l’odiato monumento agli alpini. L’associazione è riuscita ad invitare l’ambasciatore d’Etiopia, Grum Abay, nel sud Tirolo, dove Abay ha potuto constatare di persona come ancora oggi vengano resi gli onori italiani ai criminali di guerra.

 

Non c’è solo il monumento agli alpini di Brunico che commemora l’attacco italiano contro l’Etiopia, anche il capoluogo regionale, Bolzano, ha una colonna commemorativa di quella guerra; a Bolzano vi sono strade che portano il nome di località etiopi in cui avvennero crimini di guerra e di chi li commise (Via Amba Alagi e Via Pater Giuliani).

 

Südtiroler Schützenbund ha dichiarato che nel corso di una visita cordiale di due ore, “l’ambasciatore etiope ha mostrato sorpresa per la presenza nel sud Tirolo di monumenti che glorificano i crimini condotti contro il suo popolo e nonostante il fatto che gli etiopi abbiano perdonato l’occupazione italiana, Abay ha dichiarato che lui non lo dimenticherà mai”.

La documentazione raccolta dall’ambasciatore etiope circa la presenza di tali oggetti commemorativi saranno consegnati al presidente d’Etiopia Girma Woldegiorgis, e al suo primo ministro Meles Zenawi. Il presidente etiope Woldegiorgis, per casualità, aveva combattuto con le truppe britanniche contro i fascisti durante la seconda guerra mondiale.

 

Paul Bacher, del Südtiroler Schützenbund ha spiegato che “ci aspetteremmo che lo Stato italiano prendesse le distanze dalle ideologie del passato. Un primo passo in questa direzione sarebbe l’eliminazione di tutti i resti del fascismo nel paese”.

 

Le ferite della guerra italo-abissina non si sono rimarginate completamente né in Etiopia né in Italia. Tant’è che solo recentemente, l’Etiopia è riuscita a ricuperare l’obelisco di Axum, simbolo nazionale che fu rubato dalle truppe di Mussolini durante la guerra. “L’Italia non ha ancora presentato le sue scuse all’Etiopia per i cuoi crimini”, ha dichiarato l’ambasciatore Abay.

 

Il 3 ottobre 1035 Mussolini cominciò l’occupazione dell’Etiopia, che faceva parte dell’Impero abissino ed era membro della Società delle Nazioni. Quella campagna militare servì ad Italia e Germania come prova generale per alcune tattiche militari assassine, come l’uso di gas e le fucilazioni di massa. Il medico britannico John Melly, capo della Croce Rossa Britannica presente nella zona di conflitto, si dichiarò indignato per l’orrore che regnava sul campo: “Questa non è una guerra, e neppure un bagno di sangue, è la tortura di decine di migliaia di uomini, donne e bambini indifesi con gas velenosi”. I vergognosi attacchi contro i civili furono compiuti dalle truppe alpine, così come la tortura, il saccheggio, la violenza sessuale sistematica e l’eliminazione delle truppe d’elite etiopi con i gas.

 

Le accuse di crimini di guerra contro l’Italia in una Corte Internazionale vennero evitate, ciò solo perché l’Italia cambiò in tempo bandiera nel corso della guerra mondiale. L’Italia ha concesso all’Etiopia 25 milioni di dollari a titolo di compensazioni per l’occupazione, e non ha mai emesso un atto di scuse ufficiali.

 

(tratto da Resistenze)

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