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Un Thanksgiving Day speciale anche per Obama

Il sogno e la promessa di Obama
L’audacia della speranza di un giovane avvocato di colore divenuto presidente degli Stati Uniti

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07 novembre 2008 – (Paolo Naso/VE) A quarant’anni dagli omicidi di Martin Luther King e di Robert Kennedy gli Stati Uniti hanno votato per “l’audacia della speranza” di un giovane avvocato di colore, figlio di un immigrato kenyota, studente modello che si è sudato borse di studio che gli hanno aperto le porte dell’esclusivo college di Harvard e lo hanno avviato a una brillante carriera a Chicago.
Oggi il “sogno americano” appare meno retorico di come l’abbiamo visto raccontato e celebrato negli ultimi anni, quelli di un’America più impaurita e chiusa in se stessa, unilaterale nelle relazioni internazionali e proiettata sulle strategie militari più che nell’esercizio di quel ruolo di equilibrio e moderazione che si imporrebbe ad una superpotenza. L’America che esce dalle urne sembra riconoscersi nelle parole chiave che Barack Obama ha utilizzato in questa lunghissima campagna elettorale: sogno, speranza, promessa. Parole impegnative che hanno una connotazione anche etica e spirituale, del tutto coerente con la tradizione e la retorica politica americana, dai discorsi di Martin Luther King alla Dichiarazione d’indipendenza (“tutti gli uomini sono creati uguali e sono dotati dal loro Creatore di alcuni diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca delle Felicità…”).
In questa prospettiva l’elezione alla Casa Bianca di Barack Obama, un protestante attivo nella Chiesa Unita di Cristo (United Church of Christ), segna anche una svolta negli equilibri politico religiosi degli USA.

La fine dell’era Bush
Con la mesta uscita di scena di George W. Bush, si relativizza il ruolo politico di quella destra religiosa che lo ha sostenuto e ha orientato più di una scelta della Casa Bianca. Negli ultimi anni abbiamo visto l’escalation aggressiva di telepredicatori che hanno attribuito l’11 settembre alla vendetta di Dio contro la secolarizzazione americana, alle leggi che permettono l’aborto o tutelano i diritti di gay e lesbiche; sono stati anche gli anni di fibrillazioni profetiche nei quali più di qualche pastore “fondamentalista” ha predicato un imminente scontro apocalittico che avrebbe contrapposto il mondo ebraico cristano a quello islamico, sino al ritorno del Messia e a una universale conversione a lui. Personaggi così tracotanti e radicali, godendo del favore dell’establishment, hanno alterato la percezione del mondo protestante e persino di quello evangelical, negli USA ma soprattutto nel resto del mondo. “Evangelical” è diventato quasi sinonimo di un orientamento politico necessariamente conservatore e militarista, di una destra religiosa recepita come un nuovo soggetto politico sulla scena americana.
Tra i grandi meriti di John McCain vi è stato il tentativo di sottrarsi a questa pesante ipoteca confessionalistica che alcuni settori del Partito repubblicano volevano imporre sulla sua strategia; il suo errore, del quale deve essersi reso conto molto presto, è stata la nomina di Sarah Palin. Doveva attirare il voto della destra religiosa ma ha finito per alienare al Grand Old Party repubblicano quello degli evangelical moderati, una grande maggioranza di credenti “nati di nuovo” stanchi di essere identificati con una parte politica e con la sua piattaforma più conservatrice.

Il ruolo della religione
È prevedibile che Barack Obama, con la sua spiritualità riformata, le sue frequentazioni ecclesiastiche e la sua cultura giuridica, avvierà un dialogo e un confronto tanto con queste componenti del mondo evangelical che con le denominazioni storiche del protestantesimo americano: metodisti, presbiteriani, luterani, episcopaliani (comunione anglicana). Diversamente da altri democrats, infatti, il nuovo presidente è convinto che le comunità di fede costituiscano una risorsa per la comunità civile ma al tempo stesso è ben consapevole della solidità giuridica e costituzionale di quel separatismo tra lo Stato e le confessioni religiose che costituisce un tratto specifico della democrazia americana. Con Obama alla casa Bianca il protestantesimo storico ritrova un osservatore e un interlocutore attento sui temi della giustizia sociale, della pace, della salvaguardia del creato. È ovvio che sarebbe semplicistico e ingenuo aspettarsi un idillio ma è legittimo aspettarsi che il nuovo presidente sarà più attento del suo predecessore alle idee, agli stimoli ed alle provocazioni di strutture come il Consiglio nazionale delle chiese degli Stati Uniti, la voce più forte ed autorevole del protestantesimo di matrice liberal.

Verso quale svolta?
In questo mutato scenario resta da capire come si comporterà la Chiesa cattolica: negli ultimi mesi i vescovi USA hanno ripetutamente affermato di non poter sostenere un presidente e un vice come il cattolico Joe Biden che difendono la legislazione vigente in materia d’aborto. Qualcuno – il vescovo di Kansas City, Robert Finn – si è spinto fino a minacciare le fiamme dell’inferno per chi avesse votato per il partito democratico.
Ma questi sono i problemi di domani. Il tema, oggi, è quello di una grande svolta politica che fa spazio alla speranza e il sogno americano oggi diventano, nelle parole di Barack Obama, la “promessa americana”: quella di una comunità convinta di essere “responsabile di se stessa, che sorgerà o cadrà come nazione… in cui ciascuno è convinto di essere il guardiano del proprio fratello, il guardiano della propria sorella… È questo spirito americano – così concludeva nel suo discorso di accettazione della nomination il nuovo presidente degli USA – la promessa americana, che ci spinge avanti anche quando il sentiero è incerto, che ci lega insieme nonostante le nostre differenze, che ci fa fissare i nostri occhi non su quello che si vede ma su quello che non si vede…Manteniamo questa promessa, la promessa americana, e con le parole della Scrittura – con fermezza e senza ondeggiare teniamo fede alla speranza che noi confessiamo”. Sembra la conclusione di un sermone, vuole essere l’inizio di un programma politico.

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I festeggiamenti anche per Obama a Il guado di Milano nel Thanksgiving Day.

Alle 20.00, nella sede de Il Guado di Via Soperga 36, a Milano, si riprende una tradizione che si aveva nella Metropoli lombarda fino a qualche anno fa: quella di celebrare insieme il Thanksgiving Day. Approfittando della disponibilità del nostro amico John, che viene dalla Virginia, mangeremo insieme il tradizionale tacchino farcito che, negli Stati Uniti, viene cucinato dalle famiglie che si riuniscono in occasione di questa festa. Per rendere più ricco il pranzo ciascuno è invitato a portare qualche cosa da mangiare o da bere: più siamo più grande sarà la nostra capacità di ringraziare insieme il Signore per le tante cose buone che abbiamo ricevuto durante l’anno che è trascorso. Per saperne di più è possibile chiamare il 347 7345323, oppure andare alla pagina degli appuntamenti del nostro sito al seguente indirizzo:
http://nuke.gaycristiani.it/Appuntamenti/tabid/73/Default.aspx

 

La redazione della newsletter www.ecumenici.eu si unisce spiritualmente ai festeggiamenti di Milano.

 

 

Opinioni a confronto:

 

L’Opinione 13-11-2008

I valori del presidente
Mettere il cappello religioso sugli ideali di Barack è un’operazione arbitraria

Obama è sotto le ali della democrazia, non del “culto”

Bush aveva creduto di utilizzare la fede a scopi propagandistici, ma l’America gli ha voltato le spalle
di Alessandro Litta Modignani

“Democrazia, libertà, opportunità e una speranza indomita”: questi sono gli ideali intramontabili dell’America, riassunti da Barack Obama nel discorso di Chicago, la notte della vittoria. Ernesto Galli della Loggia, nell’editoriale del Corriere della Sera di domenica scorsa, tenta di “mettere il cappello” religioso su questi stessi ideali, un’operazione culturalmente arbitraria e assai discutibile anche sul piano logico e concettuale. Il tentativo di “appropriazione indebita” è evidente fin dal titolo dell’articolo: “Gli ideali americani – Una nazione sotto l’ala di Dio”. Il richiamo alla storia sarebbe vuoto, retorico, politicamente controproducente, sostiene Galli, se non fosse riferito a una “fortissima ispirazione originaria, costituita dalla religione”. Solo in chiave religiosa, infatti, è possibile nutrire una “speranza indomita”, è la tesi del commentatore. E dove sta scritto ? La pretesa di legare, anzi di subordinare, i valori civili americani a una (presunta) matrice cristiana, nella sua declinazione biblico-giudaica, è tutta da dimostrare. I valori citati da Obama sono i principi fondanti della democrazia americana, ma non sono affatto necessariamente connessi a una visione religiosa della vita, meno che mai delle istituzioni politiche. Anzi. Tutta la storia degli Stati Uniti è una lotta per la libertà degli individui – di tutti gli individui, credenti o meno. E’ anche una storia di libertà religiosa: i “padri pellegrini” del Mayflower cercarono scampo oltre oceano per non dover sottostare alla intolleranza religiosa di papi e sovrani europei. Proprio per questo il primo emendamento della Costituzione americana vieta tassativamente qualsiasi legge che conferisca uno status privilegiato a una confessione religiosa. In America – Galli lo sa bene – nessun Concordato sul modello italiano fra Stato e Chiesa sarebbe possibile.

L’idea stessa che la storia o è religiosa, o è inevitabilmente destinata “a consumarsi e a corrompersi”, come scrive Galli, è del tutto infondata. Si tratta di un’interpretazione capziosa, sostanzialmente mistificatoria. Chi aveva creduto di utilizzare la religione a fini propagandistici è stato Bush, al quale però l’America ha voltato le spalle. Ora Galli della Loggia tenta di ripetere, a vantaggio della Chiesa cattolica, la stessa operazione che Veltroni cerca goffamente di proporre a beneficio del Pd: “girare” la vittoria di Obama secondo il proprio tornaconto. Non è vero neanche che l’elezione di Obama è di “conservazione”, neppure nel senso particolare di una “restaurazione dell’antica promessa giudaico-cristiana”, come afferma ancora l’editorialista del Corriere. Le parole del neo-presidente sono semmai un richiamo alla “ricerca della felicità” così solennemente citata nella costituzione. E’ questa la “speranza indomita”: un valore universale insito in ogni individuo, che prescinde completamente da qualsiasi matrice fideistica o religiosa. L’operazione è dunque scopertamente strumentale. Dove vuole andare a parare Galli della Loggia? Evidentemente cerca di portare acqua al mulino di quanti sostengono la necessità, in Europa, di un richiamo costituzionale alle cosiddette “radici giudaico-cristiane”, strumento di una possibile egemonia della religione sulla politica. Egli però si illude, perché questo tentativo ha le gambe corte. Il giorno stesso della pubblicazione dell’editoriale, Barack Obama ha annunciato che aborto e cellule staminali sono solo due delle riforme che vuole introdurre per “cancellare Bush”, o meglio il suo utilizzo della religione come ideologia del potere politico. Sotto questo aspetto, il successo di Obama costituisce una sconfitta storica per i nemici della laicità dello Stato e delle libertà individuali, in primo luogo per la Chiesa cattolica. Nessun editorialista compiacente riuscirà ad alterarne il significato.

 
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 Sabato 15 novembre, ore 19:

 

Hotel Lago di Lugano, Bissone (Canton Ticino, Svizzera)

NILE VOICE, fondazione svizzera di
aiuti umanitari per l’Egitto:

Concerto di beneficenza “Le vie dei Suoni”

dell’Ensemble Sharg Uldusù (Stella d’Oriente)

diretto dal Maestro Fakhraddin Gafarov

con Zakaria ed Ermanno.

Ospite d’onore il khalifa sufi Gabriele Mandel khân

Concluderà la serata la cantante Aysen.

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