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La bella sicilia di Danilo Dolci

Oltre le cronache odierne di Lampedusa ricostruiamo la storia siciliana nonviolenta: profeti del tempo che verrà. Dopo questo regime e se avranno voglia di riaprire gli occhi.

Cerchiamo di presentare infatti Danilo Dolci nel migliore dei modi, certi di poter ringraziare così il Fondo Danilo Dolci che ha risposto alla nostra richiesta di adesione alla piattaforma per i diritti dell’infanzia alla nonviolenza e alla Pace. Tante belle cose ancora insieme!

Il 30 dicembre 1997 moriva Danilo Dolci. Triestino di nascita, negli anni 50 scelse la Sicilia per la sua lotta nonviolenta per il pane, il lavoro, la democrazia e contro ogni mafia.

A diversi anni dalla sua morte le sue idee sono ancora un punto di riferimento per molti: la volontà di realizzare una democrazia autentica e non solo formale, la valorizzazione degli individui alternativa alla massificazione, la proposta di un nuovo modo di educare basato sulla valorizzazione della creatività individuale e di gruppo, la pratica dell’azione nonviolenta come superamento di una storia fondata prevalentemente sull’aggressione e la distruzione, fanno di lui uno dei massimi esponenti, riconosciuti a livello mondiale, del pacifismo.

Il libro, ‘Danilo Dolci. Una rivoluzione nonviolenta’,  presenta una selezione degli scritti di Danilo Dolci e una biografia appassionata a firma di Giuseppe Barone, collaboratore di Danilo Dolci e vice-presidente dell’omonimo Centro

E’ stato definito in vari modi: albero a foglie caduche, con rami diversi; sognatore, seguace di Gandhi, rivoluzionario, sociologo,  intellettuale disorganico, poeta, mistico. Tutti con una parte di verità, ma inadeguati per un uomo che ha legato il suo nome a una terra lontana che amava.

Un amore non sempre ricambiato. Quando a sinistra le ‘scuole’ di partito insegnavano ad essere gramscianamente organici ai lavoratori, era disorganico e guastafeste. Trasgressivo alla maniera di Aldo Capitini, suo grande amico.  Odiava la parola “massa”. Gli ricordava l’impasto, la confusione, e nelle riunioni attorno a quel tavolo di palazzo Scalia a Partinico, dove non pochi venivamo chiamati a sederci negli anni ’60, una delle tante officine del suo pensiero, insegnava che “persona” significa l’opposto di massa. Per questo fu anomalo. Tuttavia diceva che Lenin e Gesù Cristo erano i suoi maestri. Era fissato con l’etimologia e riteneva che “persona”, oltre al significato greco di “maschera”, ha anche quello latino di attraversare qualcuno in modo armonico, “per-sonare”, “suonare attraverso”. Sciascia disse che aveva scambiato la Sicilia con l’India.

Il cardinale Ruffini, mantovano di cultura e di nascita (era nato nel 1888 a San Benedetto Po), raffinato intellettuale pure lui, oltre che prelato d’altri tempi, volle additarlo, come uno dei mali della terra del Gattopardo, assieme alla mafia. Si spinse a tappezzare l’isola di strani manifesti recanti i simboli del suo potere ecclesiastico e un testo pieno di vituperii e personali attacchi. La violenza degli insulti fu tale che ricordo che tutti rimanemmo esterrefatti. Almeno quelli che cominciavamo ad usare il cervello, anche se ragazzini e un po’ chierichetti.

Ma Dolci non fu niente di tutto quello che, nel bene e più spesso nel male, dissero e scrissero di lui i siciliani e gli italiani del suo tempo. Non teorizzò nulla e rifiutò sempre di essere maestro di qualcuno. I conservatori lo videro come il fumo negli occhi e i progressisti lo ritennero un anarchico individualista. Fu aperto a tutte le religioni. Ebbe amici valdesi ed evangelici, buddisti e confuciani, islamici e semplicemente innamorati di un Dio inafferrabile. Fu discepolo di don Zeno e compagno di lotta di preti che apparivano non meno trasgressivi di lui. Utilizzò le idee di Don Milani per il suo progetto di Mirto, una specie di Barbiana di lusso impiantata nel cuore della Sicilia mafiosa, nel paese di Frank Coppola, capocordata del traffico di stupefacenti e partinicese diventato poi “re di Pomezia”.  Una scuola che concepì alla maniera di Pestalozzi e dei principi illuministici di Rousseau. Fu antiautoritario, espressione della cultura mitteleuropea. Caposcuola dell’antimafia quando nessuno osava neanche pensare di pronunciare in pubblico la parola mafia. Soleva ripetere spesso un proverbio cinese: “Chi guarda avanti dieci anni pianta alberi, chi guarda avanti cento anni pianta uomini”. Rifiutò di fare l’architetto per essere – come diceva- “architetto di uomini”.

Quando giunse in Sicilia con le tasche vuote e la testa piena di progetti, forse non pensava che vi si sarebbe fermato per quasi cinquant’anni. Certamente non si sentiva un turista alla ricerca di emozioni. Si lasciò alle spalle le città industriali del Nord per operare su un terreno aspro e pieno di rischi. Passò dai paesaggi limpidi e verdi della Slovenia  dov’era nato, a Sesana (allora italiana, 1924) per una terra dove le fogne scorrevano a cielo aperto e la mafia faceva perdere l’acqua dei fiumi a mare, per lucrare sui pozzi privati. Ma il suo animo conservò sempre il carattere limpido e sereno dei paesaggi verdi della sua prima infanzia. Diceva che se ami qualcuno o qualcosa prima te li devi sognare. Odiava quelli che, quando c’è da fare una fatica, fingono di portare i pesi scaricandoli in modo subdolo sugli altri.

Sesana non era Trappeto e il paesaggio di quel borgo del confine italo-jugoslavo non era quello della miseria dei pescatori abbandonati da Dio e dallo Stato. Qui, come in tutta la Sicilia, c’era da rimboccarsi le maniche e lavorare di ‘pala e pico’, senza contropartita. Le sue più grandi doti furono il coraggio, la coerenza e la difesa della dignità dell’uomo. A ogni costo. Fu un uomo con la spina dorsale sempre dritta.

Suoi amici furono Giorgio Amendola e Giorgio La Pira, Carlo Levi ed Elio Vittorini, Lucio Lombardo Radice e Gastone Canziani, Ferruccio Parri e Piero Calamandrei, Ernesto Treccani ed Ettore De Conciliis, Bruno Zevi e Mario Luzi, Johan Galtung ed Erich Fromm o Paulo Freire, al quale ultimo fu legato da un comune modo di sentire i problemi dell’educazione e da uno stesso anno che li accomunò: il 1997, quando entrambi morirono. Alcuni di loro, come molti altri ancora viventi, potrebbero testimoniare del suo insegnamento.

A Trappeto fondò un’ università popolare internazionale con ampie sale per seminari, grandissimi tavoli circolari per le discussioni, laboratori artistici. Odiava i banchi e le cattedre ed Ettore Gelpi che lo seguiva da vicino negli anni attorno al ’68 forse pensava a lui quando scrisse “Scuola senza cattedra”. Ricordo riunioni con gruppi di svedesi, norvegesi, finlandesi, americani, di diverse parti del mondo. Si recò anche in Senegal e in Ghana alla ricerca di un mondo possibile, dell’utopia concreta. In ultimo anche in Cina, con la febbre addosso e la polmonite.

Fu l’intellettuale del ‘900 più processato, ma anche la persona che seppe combinare assieme mani e cervello, azione e studio. Memorabili “lo sciopero alla rovescia” e le sue battaglie per la costruzione della diga sul fiume Jato, quando la mafia gestiva l’acqua dei pozzi vendendola a caro prezzo. I mafiosi lo tennero sempre sotto mira, ma lo Stato non fece da meno: lo processò “per spiccata tendenza a delinquere”.  Fu il primo in Italia a dimostrare l’esistenza del “sistema clientelare-mafioso”. La prima Commissione nazionale antimafia che lo ascoltò negli anni ’60, su sua stessa richiesta, per poco non lo mise sotto processo per le sue accuse contro mafiosi e deputati. Ma fu grazie a lui che un uomo come Giancarlo Caselli, col quale negli ultimi anni ebbe rapporti di stima e di affetto, decise – come ebbe a dichiarare in seguito lo stesso procuratore della Repubblica – di lasciare Torino e di lavorare a Palermo.

Fu agitatore sociale ed educatore, sognatore e uomo d’azione. Sfidò uomini di Stato e potenti, ma fu tenero con gli ultimi. Fu soprattutto laico, costruttore di futuro. Pensava che per avere un mondo diverso bisogna prima di tutto sognarlo e guardarlo con occhi diversi. Ma era il suo modo di esistere ad essere inconsueto, nuovo. Il che dava fastidio ai benpensanti e non solo a loro.

Sua caratteristica fu la rigidità nel rispetto degli orari. Scrisse che mancare a un appuntamento o ritardare era come fare un buco in una barca. Una volta rimproverò un suo amico arrivato con soli cinque minuti di ritardo. Gli disse: “La prossima volta non entri”. Per queste sue ‘manie’ poteva risultare inopportuno e fastidioso. Qualche volta veniva a svegliarmi la mattina, di buonora. Per non disturbare gli inquilini non suonava il campanello, si metteva in mezzo alla strada e mi chiamava con quel suo timbro, rimasto sempre continentale, finché non lo sentivo. Alle quattro del mattino, e in inverno. Concepiva il tempo come se fosse sempre in tempi di guerra. Aveva preso l’abitudine ad alzarsi presto dai contadini, o dai piccoli borghesi che tenevano in casa l’asino e qualche botte di vino e che dovevano essere all’ “antu” (sul posto di lavoro) prima dell’alba se volevano “guadagnarsi” la giornata. E dai grandi dirigenti contadini, come Accursio Miraglia, Placido Rizzotto e Calogero Cangelosi, tutti ammazzati dalla mafia, aveva capito molte più cose della Sicilia di quelle che forse gli stessi dirigenti sindacali del suo tempo non avevano capito. Sapeva interrogarsi e come far nascere negli altri gli interrogativi necessari perché anche in loro si mettessero in movimento certe abitudini, certi processi. Dai giornalieri, dai mezzadri, dai lavoratori agricoli aveva capito quello che c’è di più profondo nella loro cultura: il  rispetto per la natura e per gli uomini: le piante, gli alberi, le specie vegetali, le storie dei singoli e delle persone. Aveva l’ottimismo della ragione e della volontà, e per quanto conoscesse molti politici o dirigenti sindacali, pur essendone spesso amico, fu convinto che solo la fede nel cambiamento può muovere la storia. Grazie a lui fu costruita la diga sullo Jato e si organizzò il primo consorzio democratico per la gestione delle acque in Sicilia: un patrimonio delle lotte sindacali del territorio partinicese oggi finito – di Dio solo lo sa – nelle mani di quali gestori di sviluppo.

Nel marzo 1970 denunciò da una radio trasmittente (la prima radio libera d’Italia) le condizioni di abbandono delle popolazioni dei paesi della valle del Belice distrutti dal terremoto del gennaio ’68. Dopo due anni nessuna casa si era ancora costruita e quelle popolazioni morivano letteralmente di freddo e di fame. Così la “Radio libera dei poveri cristi” fu la radio che scopriva il diritto alla comunicazione, anche come diritto alla parola di chi non aveva voce per farsi ascoltare. Anticipò Peppino Impastato che lo seguì nella sua esperienza di “Radio Aut”, alcuni anni dopo. Negò l’esistenza della “comunicazione di massa” e ritenne i modelli “trasmissivi” di Berlusconi, sui quali aveva cominciato a riflettere negli ultimi tempi con viva preoccupazione, alla base di molti dei mali della nostra società e della politica.

Il suo motto fu: “Vivi in modo che in qualunque momento muori o t’ammazzano, muori contento”. Quando andai a vederlo, già morto, nella sua piccola casa di Tappeto, in una giornata di dicembre che sembrava estiva, aveva ancora il sorriso sul volto.

(Giuseppe Casarrubea)

(Fonte: “Nessi” – mailing list su Danilo Dolci)

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Il cristianesimo inquietante: il Cristo della mafia

Ormai ci sono numerosi  gruppi quaccheri che in Europa ma anche in America (dove prevale il vecchio ordine e comunque le spinte evangelicali) si rifiutano categoricamente di essere incasellati nei compartimenti stagni dell’omologazione cristiana: “cattolici”, “protestanti” e “ortodossi”. C’è chi propende ormai apertamente per una visione cristiana-buddista, cristiano-islamica…-  Le vecchie categorie della comprensione del dialogo non funzionano infatti più. Anche i patti o le Concordie fra le diverse confessioni cristiane (es. nel protestantesimo) sono di fatto inapplicati: pensate che per una persona che ha svolto un ruolo di pastore riformato ad interim in Svizzera ha dovuto seguire un corso di catechesi coi pastori locali di Milano, prima di entrare a far parte di quella comunità.  Come dire i teologi sono non sempre persone veritiere, oneste e realiste: mentono sapendo di mentire, conoscendo la realtà e gli usi e consuetudini della prassi. Ma sicuramente fa molto più scandalo il Cristo dei mafiosi. Non si tratta di novità beninteso ma ci mette in imbarazzo proprio come cristiani oltre le categorie, per le dimensioni ormai raggiunte.

Ci conviene parlarne apertamente e senza reticenze. Anche per aprirci al dibattito internazionale: il cristianesimo moderno segue gli insegnamenti del Rabbi? In altri termini è rispondente alla volontà del Maestro?

Buona lettura e buona discussione

(VE) Intervista ad Augusto Cavadi, filosofo, saggista e autore di numerose opere sulla cultura mafiosa

L’analisi del fenomeno mafioso svela un inquietante paradosso: gli uomini di “Cosa Nostra” sono, nella quasi generalità, cattolici e, non di rado, credenti pieni di fervore. Come è possibile ciò? Come si spiega l’ostentata religiosità degli “uomini d’onore”? A questi interrogativi risponde Augusto Cavadi (nella foto), sociologo e teologo palermitano, nel suo recente “Il Dio dei mafiosi”, edito da San Paolo.

Il suo ultimo libro si intitola “Il Dio dei mafiosi”. Perché questo titolo?
La cultura mafiosa è un insieme di principi, di simboli, di linguaggi, di codici etici. Io ho cercato di mettere in evidenza che cosa pensano i mafiosi su Dio, su Cristo, sulla chiesa, sui santi e quindi ho cercato di fare una ricerca sulla “teologia mafiosa”. In questo senso il titolo mi è venuto abbastanza spontaneo.

Quello di cui parla è il Dio della Bibbia, un Dio che è, ad esempio, non violento. La mafia, al contrario, è un’organizzazione estremamente violenta. Allora, com’è possibile che si impadronisca di quel Dio?
Innanzitutto, il Dio della Bibbia non è un Dio non violento, bensì – come ci hanno insegnato ad esempio gli studi di Giuseppe Barbaglio – un Giano bifronte: nei sette-otto secoli in cui la Bibbia è stata scritta, noi abbiamo sia il volto di un Dio di misericordia e tenerezza, sia l’immagine di un Dio geloso e vendicatore.
In secondo luogo, il mafioso non ha un rapporto diretto con la Bibbia, bensì un rapporto mediato dalla teologia cattolica. E in questi venti secoli la teologia cattolica non ha contribuito a sciogliere l’equivocità del discorso biblico, anzi, semmai, lo ha accentuato. Dunque, l’ambiguità già presente nella Bibbia e la mediazione della teologia cattolica, spiegano come il mafioso possa non avvertire l’incompatibilità fra la sua mentalità e la Bibbia.

Quali sono le caratteristiche della “teologia” dei mafiosi?
Una delle cose che mi impressiona di più sono le dichiarazioni di alcuni mafiosi che dicono, quando decidono di uccidere qualcuno: “Deve capire che io sono come Dio: posso dare e togliere la vita a piacimento”. L’immagine è quella di un Dio arbitrario, che non ha nessuna cura, nessuna preoccupazione per l’uomo: un Dio che dà e toglie la vita a piacimento. È un Dio più padrino che padre, che incarna un’immagine di potere umano simile al potere che il boss esercita e che vuole esercitare sempre di più. Non a caso alcuni grandi capi mafia sono definiti “padreterni”…

Come mai la chiesa accetta che la mafia si impossessi di elementi importanti della teologia cristiana per giustificare la sua violenza e intolleranza?
La mafia è una realtà militare, sanguinaria, ma è anche un sistema di potere politico, culturale, sociale. La chiesa cattolica, almeno in Sicilia, è stata abbastanza propensa a condannare le bombe, a condannare gli omicidi, a condannare la mafia in quanto realtà sanguinaria che spara e che uccide. Tuttavia stenta a individuare l’altro volto della mafia, che è il sistema di potere. La chiesa riceve molti favori e molto denaro da politici cattolici che hanno costruito la loro fortuna elettorale sui rapporti con la mafia e per finire rimane abbagliata da questo fiume di favoritismi e perciò tace. Da questo punto di vista ha probabilmente ragione il vescovo di Trapani che in documento privato – che però poi è stato, contro la sua volontà, reso pubblico – diceva: “Noi vescovi siciliani stiamo vendendo la primogenitura per un piatto di lenticchie”, cioè per questo profluvio di denaro pubblico che viene da politici che sono amici dei mafiosi e amici dei preti e che quindi costituiscono oggettivamente un ponte fra la chiesa e la mafia.

Ci sono però anche preti che si oppongono alla mafia e che hanno pagato a caro prezzo la loro scelta. Che peso ha la loro testimonianza in Sicilia?
Sono delle minoranze profetiche, il volto pulito della chiesa. La chiesa cattolica non li condanna e non li esalta. E non permette loro di intraprendere una carriera all’interno del mondo ecclesiastico.

Quello che lei ha scritto non è un libro di sociologia, o di politica, ma è un libro nel quale si delinea ad esempio una teologia non mafiosa o antimafiosa. Quali sono i criteri che contraddistinguono una teologia “antimafiosa”?
Una teologia antimafia o, come preferisco dire io, oggettivamente incompatibile con la mafia, sarebbe una teologia – detto con uno slogan che, mi rendo conto, è un po’ brusco – meno cattolica e più evangelica. Io ritengo infatti che una chiesa che fosse organizzata in maniera più fraterna, più democratica, più attenta ai deboli, meno preoccupata di avere un’influenza politica nella società e più preoccupata invece di annunziare nella libertà il Cristo, diventerebbe gradatamente una chiesa poco interessante per i mafiosi. Il mafioso ha un fiuto speciale per il potere, lo cerca costantemente. E come non si affeziona a nessun partito se non quando il partito diventa di maggioranza, e di governo, non ha nessun motivo di affezionarsi a una chiesa piuttosto che a un’altra se non nella misura in cui quella chiesa è una struttura di potere e quindi può essere un’alleata nella ricerca del consenso sociale.

Lei sostiene che in Sicilia sta crescendo un certo disinteresse, un certo disamoramento nei confronti della lotta per i valori della società civile. È così?
Diciamo che in questo campo i segnali sono contrastanti. Da una parte la Sicilia sta subendo quell’ondata europea o forse occidentale di disaffezione nei confronti delle grandi questioni collettive, delle grandi questioni sociali e politiche: e allora è chiaro che questa disaffezione in generale nei confronti della politica fa il gioco della mafia che appunto non è soltanto una banda di criminali che interessa l’ordine pubblico, ma è un sistema di potere all’interno del tessuto democratico. Va però aggiunto che per fortuna anche in Sicilia ci sono delle minoranze critiche, delle minoranze morali – penso ai ragazzi di “addio pizzo” che sono riusciti a coinvolgere anche gli adulti imprenditori, la confindustria siciliana che per la prima volta da quando esiste dice “se uno dei nostri soci paga il pizzo noi lo espelliamo dalla confindustria”. Non so quanto questo sia efficace dal punto di vista strategico, sicuramente lo è tantissimo dal punto di vista simbolico.

Si può dire che una parola chiave nella lotta contro la mafia potrebbe essere quella della disobbedienza?
Sì, indubbiamente, purché non si riduca la disobbedienza a un fatto puramente pedagogico, o disciplinare. Certo, è importante raggiungere l’autonomia che permette di dire di no, la capacità di trasgredire gli ordini ingiusti, ma occorre andare più a fondo. Nel mio libro, mi chiedo se i fondamenti teologici dell’obbedienza – penso ad esempio all’episodio in cui Dio chiede ad Abramo di sacrificare Isacco, o al papa che dice che attraverso di lui parla lo Spirito Santo – non debbano essere messi in discussione. Non credo che l’unico atteggiamento lecito per un credente debba essere quello di assentire e non capisco perché l’assenso debba essere sempre considerato più meritorio del dissenso. Se non si sradica il fondamento teologico di questa mentalità, poi sul piano operativo, sul piano pedagogico, non riusciamo più a incidere e possiamo soltanto operare dei ritocchi secondari.

Augusto Cavadi, quella contro la mafia è una battaglia che si può vincere?
Se per mafia intendiamo l’organizzazione “cosa nostra” costituita da cinquemila uomini d’onore che hanno il loro regolamento, il loro patrimonio linguistico, la loro organizzazione militare, è indubbio che, come diceva Falcone, si tratta di una realtà umana che ha avuto una data di nascita e avrà una data di morte. Se però il contesto istituzionale, economico e culturale non cambia, potremmo assistere alla morte di “cosa nostra” e nel contempo alla nascita di organizzazioni analoghe. Non dimentichiamo che “cosa nostra” è diventata un modello per le mafie colombiane, cinesi, giapponesi, albanesi, africane che hanno riprodotto con alcuni ritocchi l’essenza della struttura mafiosa (intervista a cura di Paolo Tognina).

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