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Tutti brava gente: ieri in camicia nera e oggi in camicia verde?

Il quiz di ieri è stato vinto da Lia Didero alle ore 22.30. La risposta al quesito “Quale era – in base a “Il secondo libro fascista, Roma, Edizioni del P.N.F. 1939 – il primo dovere dell’Italiano che vive sui territori dell’Impero?”
R. Il primo dovere dell’Italiano che vive sui territori dell’Impero è quello di mantenere il prestigio della razza, mostrandone costantemente la superiorità agli indigeni.


 

Italiani “brava gente”: In quello stesso giorno venivano sterminati 689 ebrei francesi.La cantante italiana e quel concerto ad Auschwitz

Di Marcello Pezzetti*

In occasione della «Giornata della memoria 2010», all’interno di un’importante mostra su Auschwitz-Birkenau allestita nel complesso museale romano del Vittoriano e alla Camera dei Deputati, è stato esposto un documento relativo a un concerto svoltosi ad Auschwitz il 15 febbraio 1943 organizzato dalla Koinmandantur del campo, composta da SS, non da «civili» tedeschi, che ha visto la partecipazione di una cantante lirica italiana, Lia Origoni, indicata come cantante della «Scala» di Milano.

La signora Origoni, informata del fatto dall’organizzazione stessa della mostra, ha sostenuto in un intervento sul «Corriere» (5 febbraio) di non aver cantato ad Auschwitz, ma nella vicina città di Katowice, di non essere stata inviata lì dalla Scala di Milano, ma da quella di Berlino (un locale di varietà, non un teatro lirico), e soprattutto che un documento (in questo caso definito come «falso») ha meno valore di una testimonianza (in questo caso la sua).

Come curatore della mostra, mi limito a osservare che questo documento appartiene alla serie dl ordini emessi dalla Kommandantur del campo di Auschwitz-Birkenau, archiviati nel Museo dl Auschwitz, già pubblicati in Germania e giudicati da tutti gli storici come fonte privilegiata, di prima mano, quindi difficilmente contestabili Se Mulka, aiutante del comandante di Auschwitz Rudolf Hoss, ha ordinato a tutto il corpo delle SS di partecipare al concerto presso il Kameradschaftsheim («casa dei camerati») di Auschwitz, significa the i cantanti e musicisti spagnoli, ungheresi, italiani, quindi anche la «stella internazionale» Origoni, hanno allettato quei criminali proprio nei pressi del campo di sterminio, non altrove. Del resto alcuni sopravvissuti ci hanno confermato di essere stati. obbligati più volte ad assistere a concerti nelle strutture adiacenti al campo e le ultime fotografie ritrovate ad Auschwitz, anch’esse esposte in mostra, dimostrano che le SS si «divertivano» proprio in prossimità del campo stesso. Per confutare li contenuto del documento messo sotto accusa dalla Origoni è quindi necessario far ricorso ad altre prove documentarie -‘che però non esistono ‘- non certo a una testimonianza, soprattutto se di parte.

Abbiamo esposto questo documento non tanto per sottolineare la «collaborazione» di un’italiana al sistema di oppressione nazista – anche se cantare per i nazisti in Germania e in Polonia nel 1943 non è certo un fatto di cui andare fieri-; volevamo semplicemente far comprendere al pubblico come i carnefici nazisti concepissero la «normalità» della vita quotidiana all’ombra dei crematori: anche ascoltando musica italiana. Lo stesso giorno in cui si tenne il concerto, infatti, le SS bruciarono i corpi di 689 ebrei francesi, uomini, donne e tanti bambini, deportati da Drancy.

La Origoni non era certamente l’oggetto del nostro interesse scientifico in una mostra dal contenuto così drammatico e delicato (e come avrebbe potuto esserlo?), invitarla all’inaugurazione dell’evento, con i rappresentanti delle maggiori istituzioni nazionali, sarebbe stato fuori luogo. La sua reazione, del resto, lo ha confermato.

*Direttore
Museo della Shoah Roma

Corriere della Sera 1/3/2010
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Kolòt-Voci – Newsletter di Morasha.it a cura di David Piazza
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http://www.morasha.it – La porta dell’ebraismo italiano in rete
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Strenna natalizia

www.qualevita.it
 
Questa proposta di lettura è dedicata non solo ai fanciulli ma crediamo in particolare al sig. I. M. un pensionato sfaccendato, il quale non ha ancora compreso che il principe di questa terra durante le due guerre mondiali non era solo l’uomo austriaco “imbianchino” coi baffi ma anche il pontefice Pio XII. I criminali indossano anche divise non militari, anzi non è affatto detto che dietro una divisa non vi sia un discepolo e cittadino allo stesso tempo. Ci preoccupano molto di più – in passato ed oggi – coloro che si vantano invece del titolo di cristiani. Anche fossero solo dei soli professionisti nel baciare anelli ecclesiastici. Non ci basta sentir dire gli slogan  della serie“Gesù ti ama”. A Napoli rispondono “qui nessuno è fesso”.
Come ci si sente dentro napoletani a volte…
 
André Trocmé
Asini e Angeli.
Racconti di Natale e altri tempi dell’anno
Edizioni Qualevita, pp.128, euro 10,00
 

Ognuno dei racconti di questo libro è stato scritto per una festa di Natale ed è stata raccontata dall’autore accanto al tradizionale albero.

Qualcuno di esso è stato riportato su palcoscenico in forma di quadri viventi, che però devono venire spiegati da un commentatore.

Perché gli angeli? Perché il cielo di natale è pieno di messaggi che portano la buona novella dell’arrivo del Principe della Pace.

Perché gli asini? Perché la stupidità delle folle, l’accecamento della brava gente e la viltà dei discepoli, sono ancora più responsabili della cattiveria umana per la morte del Messia e i crimini contro gli uomini.

Il lettore s’imbatterà spesso nella terribile figura del re Erode, e nel racconto del massacro di Betlemme.

Egli deve sapere che molti di questi racconti furono scritti sotto l’occupazione hitleriana e che il Vangelo della nascita, della morte e della resurrezione di Cristo era allora la sola risposta efficace agli errori diabolici commessi dal principe di questo mondo.

Per quanto riguarda gli asinelli del Vangelo, questi sono più vicini agli angeli degli uomini forti, potenti o intelligenti

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Protestanti italiani…perchè avete dimenticato questo martire?

Paul Schneider pastore a Buchenwald
Fu tra i primi martiri della Chiesa evangelica confessante in Germania, assassinato nel luglio 1939 

 

Luglio 2009 – (ve/epd) Il 18 luglio 1939 la voce del “predicatore di Buchenwald” fu messa a tacere per sempre. Paul Schneider, pastore della chiesa evangelica confessante (quella parte della chiesa protestante tedesca decisa a resistere, fin dalla metà degli anni Trenta, alle pressioni del regime nazista), fu ucciso mediante un’iniezione letale. Il quarantunenne pastore fu tra i primi membri della chiesa confessante a cadere sotto la violenza hitleriana. Morì al termine di un calvario durato 15 mesi, trascorso in isolamento nel famigerato “Bunker” del campo di concentramento di Buchenwald nei pressi di Weimar. I compagni di prigionia raccontarono che dalla sua cella Schneider non cessò mai di testimoniare ad alta voce la sua fede e di denunciare le torture e gli omicidi commessi dai nazisti.

Profeta, martire o fanatico?
Settant’anni dopo la sua morte, Paul Schneider è ammirato e celebrato, ma c’è anche chi lo ricorda con una certa perplessità. Quel pastore della cittadina di Dickenschied, nella Renania, è stato un martire, come ha sostenuto ad esempio Dietrich Bonhoeffer, o era invece un fanatico? È stato un combattente antifascista, un eroe della fede o era invece un cristiano fondamentalista? Perché ha deciso di opporsi apertamente ai nazisti, invece di limitarsi a disapprovare in privato le scelte del regime?

Rifiuto di ogni compromesso
Paul Schneider, figlio di un pastore, è nato il 29 agosto 1897 a Pferdsfeld, nei pressi di Bad Kreuznach. La sua fede, forte e non disposta a scendere a compromessi, lo ha inevitabilmente spinto a entrare in conflitto con lo stato nazista, ma anche con la sua chiesa di appartenenza, quella del Land della Renania. Entrato a far parte della “chiesa confessante”, è stato arrestato una prima volta nel 1934. Altri arresti si sono succeduti, ad esempio per non avere rispettato il divieto di annunciare dal pulpito della sua chiesa i proclami della chiesa confessante.
Nel novembre del 1937, Schneider viene trasferito dal carcere della Gestapo di Koblenz nel campo di concentramento di Buchenwald. Dopo alcuni mesi di lavori forzati nelle cave di pietra, è rinchiuso nel “Bunker”. Il motivo della condanna alla cella di rigore: Schneider si è rifiutato di salutare la bandiera uncinata nel giorno del compleanno del Führer.

Predicatore di Buchenwald
Il pastore Paul Schneider si è costantemente opposto, con irremovibile coerenza, alle pressioni e agli ordini delle autorità naziste, fuori e dentro il carcere e il campo di concentramento. I compagni di prigionia sopravvissuti hanno ribadito a più riprese la forte impressione provocata su di loro dalla sua fermezza e dal suo coraggio. Le testimonianze raccolte hanno portato a definire Schneider il “predicatore di Buchenwald”: dalla finestra della sua cella, il pastore gridava dei versetti biblici ai prigionieri radunati per l’appello sul piazzale del campo di concentramento.

Il ricordo
La chiesa evangelica tedesca ha ricordato, sabato 18 luglio, il pastore Paul Schneider. A Buchenwald, dove oggi sorge la “KZ-Gedenkstätte Buchenwald”, la sua memoria è stata onorata nel corso di un culto ecumenico.

Bibliografia:
Margarete Dieterich Schneider, Il predicatore di Buchenwald. Il martirio del pastore Paul Schneider (1897-1939), Claudiana, Torino 1996

Paul Schneider, articolo da Bautz Biographisch-Bibliographisches Lexikon
http://www.bbkl.de/s/s1/schneider_pa.shtml 

Fonte: www.voceevancelica.ch

 

 

La casa editrice Claudiana ha pubblicato:

Schneider Dieterich Margarete

Paul Schneider
Il predicatore di Buchenwald
A cura di T  Franzosi

Nostro tempo, 56

pp. 256, Euro 16.53, 1996

Offerta

11.57 € fino al 31-07-2009

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Quando un pastore di provincia e sua moglie sono più grandi di un papa

Il Pastore Trocmé e sua moglie Magda, la toscana.

 

 

Pastore del villaggio francese di Le Chambon-sur-Lignon, André Trocmé ha guidato una “cospirazione del bene” allo scopo di salvare dallo sterminio nazista circa cinquemila persone

 

Ecumenici mette a disposizione di scuole, gruppi e associazioni un paio di DVD in lingua francese che raccolgono le interviste e la storia del villaggio durante la guerra

Scrivere a ecumenici@tiscali.it 

 (VE) Tutto cominciò una notte dell’inverno 1940/41 quando qualcuno bussò alla porta di André Trocmé, pastore riformato di Le Chambon-sur-Lignon. Quando aprì, si trovò di fronte una donna, affamata e infreddolita. Era una profuga, ebrea, in fuga dai nazisti, che cercava un riparo.

A quel gesto di accoglienza fece seguito un’intensa attività di aiuto a favore di migliaia di persone perseguitate dal governo francese di Vichy e dall’occupante nazista. Gli abitanti di Chambon diedero ospitalità a circa cinquemila profughi ebrei, li ospitarono, si presero cura di loro, si occuparono dell’educazione dei bambini, organizzarono la fuga di centinaia di ebrei verso la Svizzera e la Spagna.

André Trocmé, aiutato dalla moglie e coadiuvato dal collega pastore Édouard Theis, fu la guida spirituale e morale del villaggio. Era nato nel 1901, in una famiglia dalle radici ugonotte e tedesche. Nella sua formazione era stato profondamente colpito dalla testimonianza, ricevuta da adolescente, negli anni della prima guerra mondiale, di un soldato tedesco obiettore di coscienza. Divenuto pacifista, decise di andare a Le Chambon, in una regione discosta, per poter liberamente vivere la propria scelta non-violenta. Nel 1938 fu tra i fondatori di una scuola pacifista internazionale a Le Chambon. E quando una personalità di spicco del protestantesimo francese chiamò Trocmé, durante la guerra, chiedendogli di smettere la sua attività di aiuto a favore degli ebrei – attività che, riteneva, avrebbe danneggiato i protestanti in Francia – egli rispose con un categorico rifiuto.

André Trocmé mostrò agli abitanti di Le Chambon una via pratica ed efficace di resistenza a Vichy e ai nazisti. Il personale della scuola rifiutò di prestare giuramento di incondizionata fedeltà al capo dello stato e la campana della chiesa non suonò – trasgredendo l’ordine ricevuto – in occasione dell’anniversario della presa di potere del maresciallo Pétain. Trocmé rispose a tutte le richieste che gli furono rivolte di mettere in salvo o trovare un riparo per gli ebrei in fuga, anche se questo comportava dei pericoli per lui, per la sua famiglia e per i membri della sua chiesa.

I profughi erano accolti nelle case degli abitanti del villaggio, nelle fattorie, negli edifici scolastici. E quando c’erano dei rastrellamenti, venivano mandati nei boschi.

Le autorità di Vichy intuirono presto quello che stava succedendo a Le Chambon – del resto non sarebbe stato possibile tenere completamente nascosti i movimenti di tante persone. Ma quando chiesero esplicitamente di cessare ogni aiuto ai profughi, il pastore rispose: “Queste persone sono venute da me in cerca di aiuto e rifugio. Io sono il loro pastore. Un pastore non abbandona il suo gregge. Non so che cosa sia un ebreo. Conosco soltanto esseri umani”.

Nell’estate del 1942, degli autobus della polizia di Vichy arrivarono a Le Chambon. Il capitano di polizia chiese a Trocmé una lista completa dei nomi dei rifugiati presenti nel villaggio e l’immediata consegna dei profughi. La lista non fu consegnata e l’indomani gli autobus della polizia se ne andarono, vuoti.

André Trocmé fu arrestato e minacciato, ma non firmò l’impegno a seguire le direttive del governo relative all’atteggiamento da assumere nei confronti degli ebrei. Suo cugino, Daniel, fu arrestato e internato nel campo di concentramento di Majdanek, dove fu ucciso. Sul finire della guerra, André Trocmé dovette passare nella clandestinità, per evitare l’arresto da parte dei nazisti.

Nel 1990 i cittadini di Le Chambon-sur-Lignon sono entrati nella lista dei Giusti delle nazioni e la loro opera è stata riconosciuta da Yad Vashem e dalla Holocaust Martyrs’ and Heroes’ Remembrance Authority di Gersalemme. E nell’estate del 2004 il presidente francese Jacques Chirac si è recato a Le Chambon, in visita ufficiale, per rendere omaggio al coraggio di chi salvò tante vite umane.

 
 

(Peacelink) Animatori di una strordinaria esperienza di resistenza nonviolenta al nazismo. “Andre’ Trocme’ ha svolto la sua missione evangelizzatrice come pastore riformato a Le Chambon sur Lignon, un villaggio francese nelle Chevennes, la cui popolazione durante l’ultima guerra ha salvato la vita a migliaia di profughi anzitutto ebrei, tra i quali molti bambini. Le Chambon sur Lignon ha avuto una lunga storia di persecuzioni: la sua popolazione riformata, nel passato aveva sofferto molto per la sua fede. In questo villaggio Andre’ Trocme’ e sua moglie Magda, una toscana, avevano fondato il Collegio Cevenol, scuola internazionale di educazione alla pace, alla comprensione di tutte le idee, razze, nazioni. Dopo la sconfitta della Francia, sotto il governo di Vichy, in una notte scura di tempesta un’ebrea austriaca, sfinita, bussa alla porta della casa pastorale di Le Chambon e Magda Trocme’ l’accoglie con amore. La domenica seguente il pastore Trocme’ predica sulle “citta’ rifugio” descritte in Deuteronomio cap. XIX. Il Concistoro si riunisce ed inizia ad organizzare la resistenza nonviolenta contro la persecuzione dei profughi: migliaia di loro vengono ospitati dalle famiglie, nella scuola, vengono nutriti, nascosti e poi condotti alla frontiera. Molti sono i ragazzi, addirittura i bambini, del villaggio che conoscono le stradine per le montagne e conducono i profughi. Al centro di tutta la vicenda e’ la famiglia pastorale: Andre’ e Magda con i loro quattro figli ancora giovanissimi, con la casa sempre piena di ospiti da nascondere. E’ una vera lotta nonviolenta condotta con amore e tenacia che dura degli anni; solo dopo molto tempo vengono arrestati i pastori Trocme’ e Theis, ma grazie a Dio ritornano vivi. Purtroppo non succede cosi’ per il cugino Daniel Trocme’. Per molti anni Andre’ Trocme’ e’ stato uno dei responsabili del Movimento Internazionale della Riconciliazione” (Hedi Vaccaro). Opere di Andre’ e Magda Trocme’: Magda e Andre’ Trocme’, Una scuola, un villaggio contro il nazismo, Edizioni Qualevita, Torre dei Nolfi (Aq) 2000: “Una storia come quella narrata nelle pagine di questo libro dimostra se non altro una cosa, elementare ma fondamentale: l’Evangelo della pace puo’ essere non solo predicato ma praticato, non solo prospettato ma vissuto. Gia’ in questo mondo e in questa vita la pace e’ possibile perche’ e’ possibile viverla non solo nel segreto della propria anima ma anche nell’intreccio delicato (e spesso tormentato) dei rapporti umani, non solo di quelli tra persone ma anche di quelli tra Stati, popoli, razze e culture. Andre’ Trocme’ con sua moglie Magda s’e’ forgiato come testimone della pace e della nonviolenza negli anni bui della seconda guerra mondiale e della guerra civile: in quel contesto di odio e di morte ha maturato la sua vocazione pacifista, vissuta poi fino alla fine della sua vita. Leggere un libro come questo significa apprendere una lezione di pace, e apprendere una lezione di pace significa imparare la cosa piu’ bella che ci sia, e cioe’ imparare a costruire il nuovo in questo vecchio mondo” (Paolo Ricca). Cfr. anche Andre’ Trocme’, Gli asini e gli angeli (Racconti di Natale e di altri tempi dell’anno), Edizioni Qualevita, Torre dei Nolfi (Aq) 2000.

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