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Grazie Becky !

Arrivederci signora Becky

Apprendiamo con grande ritardo della morte della signora Becky Behar, ultima sopravvissuta all’eccidio di ebrei italiani a Meina. L’avevamo incontrata nella sinagoga riformata di Milano circa un anno fa, proprio in questo periodo dell’anno. Ci ricordiamo della sua indignazione nei confronti del regista Carlo Lizzati e della sua falsa ricostruzione storica nel film “Hotel Meina” (2007), ispirato all’omonimo libro di Marco Nozza. Non ci sorpresero le sue affermazioni: ci rendevamo perfettamente conto che era già in atto da anni un tentativo generale di manipolazione della storia a più mani e con diversi fini. Non tutti propriamente artistici.

Questa gentile signora cercava di trasmetterci una testimonianza autentica sulla barbarie vissuta in Italia nel 1943, durante il primo eccidio di ebrei da parte di nazisti. Parlava con orgoglio di un incontro con gli studenti del Liceo classico della città di Busto Arsizio, in provincia di Varese. L’abbiamo ascoltata con attenzione e compreso il suo dramma, come figlia del proprietario dell’Hotel Meina. Come donna ebrea scampata alla strage.

Possiamo ancora garantirLe gentilissima signora Becky la nostra alta vigilanza per denunciare in ogni circostanza qualsiasi pericolo che possiamo avvertire nei confronti degli ebrei, in segno d’amicizia rinnovata con tutto il popolo ebraico. Pur dichiarandoci autonomi e critici rispetto alle politiche governative di Israele (a maggior ragione se un Governo si dice laico!), siamo in grado di assumerci le nostre responsabilità umane, civili e religiose in difesa della sua esistenza.

Non temiamo oggi in Italia né l’opportunistica e strumentale posizione servile destrorsa né il silenzio o peggio il non detto della sinistra contro regimi tirannici come quello iraniano e la sua fede cieca nel crimine sistematico. Lei ha conosciuto semplicemente dei cristiani che hanno fatto tesoro per sempre della chiesa confessante fin dal dicembre 2002 quando apparivamo con qualche decina di iscritti su internet sotto il nome di “Orientamenti ecumenici”, scegliendo teologicamente di schierarsi per l’attuazione di questo testo di Bonhoeffer, che qui riproponiamo come momento di riflessione collettiva per migliaia di persone che adesso ci seguono. Ancora fuori dalle sacrestie e senza paura di dire quello che si deve dire.

Grazie Becky! Veramente tante grazie per la tua vita piena di passione per la Storia.

“Fare e osare non qualunque cosa, ma la cosa giusta;
non restare sospesi nel possibile, ma afferrare arditi il reale;
non della fuga dei pensieri, ma nell’azione soltanto è la libertà.
L’obbedienza sa cosa è bene,
e lo compie,
La libertà osa agire, e rimette a Dio il giudizio
su ciò che è bene e male.
L’obbedienza segue ciecamente,
la libertà ha gli occhi ben aperti.
L’obbedienza agisce senza domandare,
la libertà vuole sapere il perché.
L’obbedienza ha le mani legate, la libertà è creativa.
Nell’obbedienza l’uomo osserva i comandamenti di Dio,
nella libertà l’uomo crea comandamenti nuovi.
Nella responsabilità trovano realizzazione entrambe, l’obbedienza è libertà.”
(Dietrich Bonhoeffer)

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Bollettino di guerra: obbligo di uccidere

In queste ore sto leggendo un romanzo di Edlef Koeppen pubblicato nel 1930, al termine della repubblica di Weimar, dal titolo “Bollettino di guerra” (Oscar Mondadori). Descrive gli orrori della Prima guerra mondiale. Il giovane studente Adolf Reisiger, partito volontario per il fronte francese come artigliere impara a conoscere la carneficina del fronte. Gettato letteralmente in un bagno di sangue scopre che eroismo, abnegazione, trionfi sono parole vuote, dietro le quali resta solo il cieco, brutale, insensato obbligo di “obbedire all’ordine di uccidere”. Proibito dai nazisti, inascoltato per decenni in Germania, restò a lungo inedito in Italia. Immaginate le ragioni…

Di altissimo livello letterario è una delle espressioni più lucide sull’esperienza della guerra. Per l’Impero Germanico o per Eretz Israel, mi domanderete: provate a spiegare ad una persona non fanatica la differenza dopo aver letto questo brevissimo assaggio contenuto alla pagina 195:

 

“… il nemico arava tra le tombe. Queste si aprivano . I morti tornavano alla vita, sotto l’impeto dei colpi gli scheletri saltavano fuori, costretti a contorcersi e disarticolarsi. Che ora terribile!

Mosel cercò di ottenere la comunicazione con il comando locale dell’artiglieria: restare ancora è una follia!”

 

L’autore – dopo la guerra – lavorò fino all’avvento del nazismo quale responsabile delle trasmissioni letterarie per la prima radio tedesca di Berlino e morì dopo sei anni per i postumi delle ferite riportate in guerra.

 

Noi aspettiamo di sentire a Tel Aviv una voce libera!

 

Maurizio Benazzi

 

 

(AGI) – Gaza, 14 Jan – Not even the white flag in the Gaza Strip was enough to save a Palestinian family from Israeli rockets. The accusation came from ‘B’tselem’, the Israeli pacifist group, who say that yesterday, during an attack on the villane of Khuza in the central section of the enclave, Israeli soldiers deliberately shot at a woman and three men who were trying to abandon their home, waving a white flag. Munir a-Najar, a neighbour and relative, told ‘B’tselem’ activists of the incident, though they managed to get away from the soldiers’ fire. Nobody knows what happened to the four, said Najar. It is known only that the woman, Rawhiya a-Najar was the first to be hit. She had put herself at the head of the group leaving the building. For hours, says the witness, Rawhiya lay on the round with her relatives and ambulances unable to reach her. ‘’We had received information which we found to be unfounded’’ an Israeli military spokesman said. In the meantime the Israeli air force bombed and destroyed the Sheikh Radwan cemetery, the main one in Gaza. From there, according to Israeli military heads, several rockets had been launched in the last two days. The destruction of the cemetery risks becoming another unbearable problem for the people in Gaza, increasing the risk of an epidemic. It is becoming difficult to bury bodies in the city: the other cemeteries have all been either occupied by the Israeli army or destroyed by the bombings.

(

 

 

 

Gaza, 14 gen. – Nella Striscia di Gaza nemmeno la bandiera bianca e’ bastata per mettere al riparo una famiglia palestinese dai proiettili israeliani. La denuncia e’ venuta da ‘B’tselem’, gruppo pacifista dello Stato ebraico, secondo il quale ieri, durante un attacco al villaggio di Khuza, nel settore centrale dell’enclave, soldati dello Stato ebraico hanno deliberatamente sparato contro una donna e tre uomini che, mostrando appunto una bandiera bianca, stavano tentando di abbandonare la loro casa. A informare gli attivisti di ‘B’tselem’ e’ stato Munir a-Najar, un vicino di casa e parente dei fuggiaschi, riuscito invece a sottrarsi al fuoco dei soldati. Nessuno sa che cosa ne sia stato dei quattro, ha raccontato Najar. Di certo c’e’ solo che la donna, Rawhiya a-Najar, e’ stata la prima a essere colpita. Era stata lei a mettersi alla testa del gruppo nell’uscire dall’edificio. Per ore, ha riferito il testimone, Rawhiya e’ rimasta a terra senza che i suoi congiunti o le ambulanze potessero raggiungerla e prestarle soccorso. “Avevamo ricevuto informazioni poi rivelatasi infondate”, ha tagliato corto un portavoce militare israeliano con riguardo alla vicenda. Nel frattempo l’Aviazione dello Stato ebraico ha bombardato e ridotto in rovine il cimitero di Sheikh Radwan, il principale a Gaza. Da li’, stando ai vertici militari d’Israele, negli ultimi due giorni erano stati lanciati diversi razzi. La distruzione del cimitero rischia di diventare un ulteriore, insostenibile problema per la popolazione della Striscia, e accrescere il rischio di epidemie. In citta’ sta diventando difficile anche seppellire i cadaveri: gli altri cimiteri sono infatti stati occupati dall’Esercito israeliano, o distrutti dai bombardamenti.

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