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Dalla rivista A- anarchica: il germe pericoloso della diserzione

Il germe pericoloso
della diserzione

Nella sovracoperta del nuovo libro di Mimmo Franzinelli (Disertori. Una storia mai raccontata della Seconda guerra mondiale, Mondadori, Milano, 2016, pp. 390, € 22,00) c’è un cupo disegno di Gino Boccasile (1944) che illustra la fucilazione alla schiena di un “traditore sabotatore”. È un modo scioccante, ma efficace, per introdurre i vecchi temi delle ribellioni anti-belliciste. E allora: “Bentornati fantasmi della diserzione!” direbbe Wu Ming 1.
Se riguardo alla giustizia militare nella grande guerra gli studi e la saggistica si sono fatti ultimamente più densi e circostanziati, dopo un secolo o quasi di mordacchia, ancora in massima parte insondato rimane invece il medesimo tema riferito al secondo conflitto mondiale. Del resto, trattandosi di contesti e modalità belliche assai differenti, tutto cambia anche nel sistema repressivo militare. Alla codardia, indisciplina e sbandamento, derivati spesso da comportamenti refrattari contingenti e improvvisati della truppa o dei singoli militari, tipici reati da prima linea di fuoco, si sostituiscono piuttosto “mancanze” connaturate più alla modernità della nuova guerra come la diserzione in presenza del nemico, l’insubordinazione accompagnata a vie di fatto, il supposto tradimento della patria, il vilipendio sovversivo, il disfattismo e la guerriglia. È questa la resistenza alle imposizioni della nuova guerra totale, guerra senza trincee, rapida e di manovra, condotta con spirito cinico dai vertici delle forze belligeranti perfino contro le inermi e innocenti popolazioni civili (vittime predestinate di stupri, rapine, saccheggio, devastazioni e internamenti).
Il conflitto del 1939-1945, presentatosi sul proscenio mondiale come epica partita risolutiva tra fascismi e democrazie – vulgata e semplificazione propagandistica che accomunò, ricordiamolo, Churchill e Stalin – ha lasciato ai sopravvissuti ed ai posteri tracce di memoria “ufficiale” e pubbliche narrazioni spesso sovrastate dal discorso ideologico. La guerra, puro esercizio della tirannia degli Stati (almeno nella visuale libertaria) e grande evento tragico nella memoria collettiva delle nazioni, si è così convertita o in intimo e recondito vissuto esperienziale soggettivo o in avulso tema canonico per la storiografia politica e militare. Relegati nell’indifferenza, ricondotti nel limbo dell’irrilevante, i comportamenti ribelli, anomali e controcorrente, sono rimasti talvolta sottotraccia: paure e vergogne dell’indicibile. E, anche fuori dall’ufficialità, la rimozione ha riguardato tutta la sfera emozionale e dei sentimenti, comprese le ferite mai risarcite e i dolori incommensurabili per i lutti, le distruzioni e le ingiustizie patite da milioni di esseri umani, ma soprattutto da ciascuno di essi. Paura, odio, violenza, Shoah, campi di concentramento e di sterminio, eccidi di popolazioni civili, bombardamenti indiscriminati, bomba atomica: la barbarie degli anni Quaranta ha marcato indelebilmente un secolo (il cosiddetto “secolo delle masse”) e, a seguire, le generazioni del secondo Novecento.
Nella gamma vasta delle possibili contro-storie “mai raccontate”, anomale e controcorrente, ci sono senza ombra di dubbio le diserzioni. Franzinelli, storico di successo, ci squaderna un repertorio di facile lettura e di grande impatto, ricerca rigorosa e coinvolgente condotta sulla base dei documenti reperiti presso l’Archivio storico dello Stato maggiore dell’Esercito, compulsando le carte dei Tribunali di guerra, i diari inediti e ascoltando preziose testimonianze di parenti.
Il libro si apre con due fotografie belle di giovani innamorati, Cosimo e Violetta; la didascalia ci riporta alla cruda realtà di un sogno interrotto: “L’artigliere Cosimo Ricchiuti, disertore in Croazia per antifascismo e per amore di Violetta, figlia di un comandante partigiano iugoslavo. Viene fucilato dalle Camicie nere il 4 agosto 1943”.
Nel collage, triste e avvincente, delle tante storie di vita che si incrociano nel volume si possono riconoscere vicende “qualunque” di persone “qualsiasi”: c’è il vissuto familiare di ciascuno di noi, ci sono, come tipologia, quei racconti di guerra che abbiamo ascoltato direttamente dalla viva voce dei testimoni e dei protagonisti quando eravamo ancora bambini. È davvero questa l’altra memoria della nazione. E ci siamo tutti.
Accorgersi di combattere dalla parte sbagliata e buttare l’odiata divisa, opporsi alle prepotenze del militarismo sempre e comunque. Una sorta di genealogia della ribellione attraversa gli ultimi due secoli, prima e dopo la seconda guerra mondiale e tutti ci coinvolge: dalla renitenza alla leva dei nostri avi contadini e dalle disobbedienze sanzionate dagli inflessibili tribunali militari del 1915-1918 fino all’età contemporanea e ai giorni nostri. Si pensi ad esempio al fenomeno degli obiettori di coscienza di qualche decennio fa (obiettore è stato, ad esempio, l’autore di questo libro!) o magari alla semplice militanza nei “Proletari in divisa” durante il servizio di leva (è il caso del recensore). Chi scrive queste brevi note ricorda anche, con grande commozione, un proprio familiare – Giovanni Sacchetti, classe 1911 – partito come caporale di fanteria della divisione “Firenze” operante sul fronte greco-albanese e finito, dopo l’8 settembre 1943, come partigiano combattente nella brigata “Gramsci” attiva in Albania. Scelta di paura e di coraggio fatta, seguendo l’istinto, insieme a tantissimi altri commilitoni: per questioni di principio e non di mero opportunismo, per non essere più complici degli oppressori, per un generoso spirito di sacrificio che non si basava certo su possibili speranze di ricompense (che, fra l’altro, non ci saranno mai).
Il libro, coinvolgente e ben strutturato sul piano narrativo, analizza il fenomeno seguendo una scansione temporale e una sequenza di scenari che sembra cinematografica. Le motivazioni dei disertori, insieme alle dinamiche repressive, emergono in maniera nitida. L’autore, seguendo i percorsi esistenziali di persone comuni, li contestualizza con grande efficacia rappresentativa: dai prodromi della “non belligeranza” al “caleidoscopio balcanico”; dalla tragica campagna di Russia all’Africa e all’Albania; sotto la dittatura militare di Badoglio, nel Regno del Sud oppure nella Repubblica Sociale Italiana. In appendice ci sono poi molti documenti da consultare, e c’è anche un “epilogo” dedicato al dopoguerra: perché “La guerra non termina a fine aprile 1945, per i disertori. Quando le armi tacciono, scatta la caccia ai fuggiaschi dal Regio esercito…” (p. 295).
Già alla caduta del fascismo, nell’estate 1943, con il precipitare della situazione militare e le sconfitte sui vari fronti, i tribunali militari avevano continuato ad essere utilizzati per la difesa dell’ordine pubblico e per reprimere i reati di sedizione, abbandono del servizio o del posto di lavoro, violazione di ordinanze.
Colpisce, ad esempio, la lugubre vicenda della “fucilazione arbitraria” in Calabria di cinque disertori mandati a morte dopo l’armistizio, puniti fuori tempo massimo! Sì perché la persecuzione degli ex-disertori non avrà mai fine e non conoscerà confini. Anche nella repubblica democratica la magistratura militare continuerà, per decenni, a inquisire i ribelli della seconda guerra mondiale, persino rinchiudendoli in manicomio! Il libro evoca, oltre ai ricordi familiari di ciascuno di noi, anche la storie parallele misconosciute ancora da raccontare, come ad esempio quelle dei centomila tedeschi antinazisti che disertarono (alcuni unendosi anche ai partigiani), un fenomeno questo non trascurabile e ancora da soppesare nel suo complesso.
Nel film “Gott Mit Uns” di Giuliano Montaldo il generale Snow (interpretato dall’attore Michael Goodliffe), rivolgendosi ad un ufficiale subalterno che si dimostra turbato per l’imminente fucilazione di due soldati che hanno disertato, argomenta: “…quello che noi rappresentiamo, alla divisa, non ci pensi? […] dove credi si nasconda il vero nemico per noi? Nel contagio dell’indisciplina, figliolo, che genera odio per la divisa, l’odio per tutte le divise. È necessario stroncarlo subito, questo germe pericoloso…”.

Giorgio Sacchetti

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COMITATO ITALIANO PER UNA CULTURA DI PACE E NONVIOLENZA

Si prega di chiedere i 5 files relativi all’iniziativa direttamente in redazione a maurizio_benazzi@libero.it  specificando un indirizzo e.mail.

Ci scusiamo coi milanesi volevamo infatti parlare dei “matti”, tipo Pisapia, e degli “zingari” ma la notizia di oggi non è quella di Bossi che appare sui media ma il nascente Comitato Nazionale: noi l’aspettavamo. C’è sempre tempo per parlare del piatto di minestra riscaldata della Lega… è un cibo che può causare del resto nausea a lungo andare.

E’ giunto il momento tanto atteso per formalizzare la riorganizzazione del gruppo italiano che proseguirà il lavoro svolto negli ultimi anni dal COMITATO ITALIANO DECENNIO.
 
L’Assemblea delle Associazioni
del Comitato Italiano per una Cultura di Pace e Nonviolenza (nome provvisorio)
è convocata per
SABATO 11 GIUGNO 2011
ORE 14.00-17.00
Centro Studi Sereno Regis 
Sala Biblioteca 1° p-
via Garibaldi 13, Torino
Seguendo le indicazioni che sono emerse nella scorsa riunione di gennaio c.a.(in allegato trovate il verbale), abbiamo atteso alcuni mesi per poter osservare meglio gli obiettivi e la struttura che il nuovo coordinamento internazionale si è dato.
In allegato trovate il resoconto degli incontri internazionali che si sono svolti a Parigi ad aprile c.a., a cui ho partecipato personalmente a nome del Comitato Italiano Decennio, compresa una sessione di lavoro riguardante proprio la nuova struttura dell’ente che ha scelto come nuova denominazione: INTERNATIONAL NETWORK FOR A CULTURE OF PEACE AND NON VIOLENCE.
L’obiettivo del nostro incontro di giugno è di approvare ufficialmente il nuovo statuto (che è già stato oggetto di discussione nella scorsa riunione e che trovate in allegato), raccogliere proposte e rendere operativo il nuovo comitato.
I presenti, anche per delega scritta, costituiranno il gruppo dei Soci Fondatori.
 
E’ previsto inoltre, in osservanza ad uno degli obiettivi del nascente comitato, un momento di scambio in cui sarà possibile approfondire meglio la conoscenza delle organizzazioni partecipanti. A questo proposito vi invitiamo a portare materiale e quant’altro desideriate condividere e mostrare.
 
Confidiamo vivamente nella vostra partecipazione e nel caso vi siano delle difficoltà a presenziare di persona, vi invitiamo a delegare per iscritto un’altra organizzazione partecipante e farci pervenire copia della delega.
 
La riunione è aperta a tutti coloro che operano nel settore dell’educazione alla pace e che svolgono attività legate alla promozione di una cultura di pace e nonviolenza.
Ricordiamo che non è possibile per singoli individui aderire al nascente comitato e pertanto sollecitiamo associazioni ed organizzazioni a partecipare mediante un rappresentante ufficiale.
Si ricorda che ogni organizzazione è un voto ed eventuali deleghe rappresentano altrettanti voti.
Durante la riunione si potrà perfezionare l’adesione mediante il versamento della quota annuale di 50 euro, come deciso nell’ultima riunione di gennaio c.a. 
Vi invitiamo a confermare la vostra presenza ed estendere questo invito ad associazioni amiche interessate!
I destinatari della presente sono volutamente resi visibili in modo che ognuno possa verificare se vi è qualche associazione non ancora inclusa che invece potrebbe essere interessata a partecipare.
Vi ringraziamo anticipatamente per la collaborazione nell’inoltrare questa email a potenziali partecipanti e promuovere il progetto di collaborazione che ci accingiamo ad avviare.
 
Le schede di partecipazione ed eventuali suggerimenti e proposte dovranno pervenire entro LUNEDì 30 MAGGIO 2011 all’indirizzo email zaira_zafarana@yahoo.it, in modo da permetterci di organizzare al meglio la riunione.
Al momento l’ordine del giorno è il seguente:
– benvenuto e introduzione ai lavori 
– resoconto attività e struttura International Network for a Culture of Peace and Non  Violence  
– pentalogo
– approvazione del nome
– approvazione statuto
– messa in atto dello statuto
– pianificazione attività/campagna congiunta per l’anno in corso
Come anticipato, un’ora sarà dedicata alla presentazione delle organizzazioni e delle loro attività.
 
 
Restando a disposizione per eventuali informazioni integrative, vi invitiamo a visionare i documenti in allegato in attesa di incontrarvi di persona sabato 11 giugno alle ore 14.00! 
Si informa inoltre che prima dell’apertura ufficiale dei lavori sarà offerto, nella stessa sede, alle ore 13.00 un light lunch.
  
 
 
 
Zaira Zafarana
coordinamento riorganizzazione Comitato Italiano per una Cultura di Pace e Nonviolenza (nome provvisorio)
 
 
 
 
ALLEGATI:
– scheda di partecipazione all’Assemblea delle Associazioni del Comitato Italiano per una Cultura di Pace e Nonviolenza (nome provvisorio);
– proposta di Statuto del Comitato Italiano per una Cultura di Pace e Nonviolenza (nome provvisorio);
– resoconto del Consiglio d’Amministrazione e dell’Assemblea Generale dell’International Network for a Culture of Peace and Non Violence di aprile 2011;
– resoconto delle due giornate di formazione e organizzazione dell’International Network for a Culture of Peace and Nonviolence di aprile 2011;
– verbale della riunione dell’ex Comitato Italiano Decennio di gennaio 2011

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Azione Nonviolenta- 150° Unità (militare) d’Italia

 

http://nonviolenti.org/cms/index.php?mact=News,cntnt01,detail,0&cntnt01articleid=25&cntnt01origid=15&cntnt01returnid=238

1861-2011

Unità (militare) d’Italia

Recensione del numero di Azione nonviolenta, marzo 2011

di Laura Tussi

Il numero di marzo 2011 di Azione nonviolenta è dedicato al centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia.

Potrebbe apparire una riflessione azzardata tentare di ricomporre la storia della nascita dello Stato italiano alla luce del concetto della pratica della Nonviolenza, in un contesto storico in cui l’efferatezza degli eserciti europei assunse dimensioni devastanti. All’interno di questo contesto esteso di violenze e di guerra, con fatti sanguinosi ed efferati, si distinguono, invece, episodi e personaggi che determinarono, proprio in quello specifico contesto, una nuova modalità di pensiero, un innovativo atteggiamento critico, nel concepire la collettività, la popolazione e i rapporti tra cittadini, come fecero i primi disertori, i renitenti e gli obiettori alla leva obbligatoria.

Dal travaglio rivoluzionario risorgimentale, purtroppo, non si sviluppò l’idea cosmopolitica di una società planetaria e internazionale, ma si impose la condizione di un’umanità ordinata in Stati Nazione, sovrani e indipendenti, dalla cui singola volontà di potere si produssero una serie interminabile di conflitti armati, tra cui due guerre mondiali e un mondo sull’orlo del suicidio atomico e della catastrofe ambientale.

Fin dal ‘700, eruditi ed intellettuali della penisola avevano manifestato di condividere il pensiero del sogno cosmopolitico di una Repubblica universale, come Mazzini, che auspicava un’umanità futura, in cui le divisioni nazionali sarebbero state cancellate, ma con l’epopea risorgimentale l’ideale cosmopolitico svanisce e subentra il nazionalismo più aggressivo ed esasperato.

La nazione è il prodotto di una coazione ideologica del potere, perché gli Stati moderni hanno creato il sentimento soggettivo della personalità e del legame nazionale, ma in modalità artificiali e coatte, imposte dal potere politico.

La pace, la tolleranza, la spiritualità sono dunque messaggi di speranza in un progresso sociale, volto alla costruzione di società libere fondate sulla Nonviolenza e sul non interventismo, per far evolvere l’umanità in un futuro caratterizzato dall’alto sentire di unità universale cosmopolita, oltre il culto eroico del potere nazionalistico, per andare oltre la retorica patriottica, che svuota il Risorgimento, come anche la Resistenza, delle effettive valenze storiche e sociali, per cui un intero popolo ha combattuto contro il sopruso, contro la dominazione e l’imposizione: ma tutto questo portato di ideali alti e nobili è stato fermato e limitato. Ancora una volta il potere ha frenato lo slancio libertario delle moltitudini, ma è utile, doveroso e importante ricordare il momento in cui un popolo si emancipa dall’imposizione, dalla personificazione autoritaria del potere e dall’assolutismo di politicanti di mestiere e riesce a conquistare un barlume di vera e autentica libertà.

Il popolo italiano sembra senza memoria, privo di attenzione per la propria storia e per il passato che gli appartiene, manifestando un qualunquismo generalizzato, che ormai ha completamente attecchito nelle nuove e, addirittura, nelle vecchie generazioni, perse nell’idea perversa del successo e della plastificazione esistenziale. Invece, è necessario fare memoria e ricordare la nascita dello Stato italiano e degli Italiani come popolo, per il sacrificio di moltitudini di persone che hanno versato il proprio sangue e dato la propria vita, nel segno dell’eguaglianza sociale ed economica, della libertà di espressione, del rispetto dei diritti di tutti gli esseri umani e della fratellanza, ideali alti che il pensiero culturale e politico egemone attualmente sta scardinando in nome di fittizie libertà e di egoismi velleitari, che consistono nel favoreggiamento della corruzione ad alti livelli del potere politico.

Laura Tussi

Istituto Comprensivo via Prati – Desio

(Monza e Brianza)

http://www.youtube.com/lauratussi

Azione nonviolenta

Rivista mensile del Movimento Nonviolento

Fondata da Aldo Capitini nel 1964

Anno 48 n. 567

Marzo 2011

www.nonviolenti.org

an@nonviolenti.org

Ecumenici senza otto per mille e finanziamenti pubblici o privati sostiene nel 2011 Azione nonviolenta, pur con un apporto critico soprattutto in materia di diritti civili che riteniamo non negoziabili. Qualunque sia l’interlocutore.

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Duemila adesioni, duemila grazie: NO agli F35

In queste ore stiamo raggiungendo un traguardo assolutamente insperato quando abbiamo avviato la raccolta di firme con Gabriele: duemila adesioni sono un obiettivo al di fuori della nostra capacità gestionale.
Avete contribuito attivamente con l’invio degli inviti ai Vostri contatti, realizzando così un grande segno di speranza per l’Italia e gli italiani nonviolenti. Non siamo isolati. Siamo semplicemente dispersi in Italia e non solo.
Questa petizione ci rende tutti visibili: Gabriele De Biase, Shy Supporter, Sergio Di Vita, Marina Fazi, Gianluca Alfieri, Elisa Cesan, Sergio Ruggeri, Sgroi Germana, Nicola Colabella, Giulia Laura Zanetti, Sasa Dangelo, Paolo Candelari, Simone Piazzesi, Alberto Piccioni, Rossella Bosco ed altre cento persone ancora !
Grazie per aver messo questa causa nelle Vostre bacheche, grazie per chi come Andrea La Franca, valdese di Palermo, ha contribuito con una donazione al MLP americano, grazie ad ogni persona per essersi soffermata almeno un attimo a pensare e a riflettere sulla nonviolenza.
E’ la nostra ragione di vita con le battaglie per la Giustizia. Tutto il resto è secondario. Un commento potremmo dire.
E lo diciamo il giorno dopo che Milano è stata scambiata dal Ministro della Difesa come un ring, dove esercitarsi con pugni e pestoni, contro un giornalista non gradito: ci domandiamo quale sarà il suo prossimo sfoggio di maschio ? Stiamo ancora parlando di politica come gestione della città, della cosa pubblica, oppure siamo alle prime esercitazioni pratiche? La loro bandiera issata nel teatro dell’evento è la mutanda (pare lavata…): rappresenta bene del resto i lori valori e principi.

Grazie ancora di tutto. Osservo solo come quacchero che il meeting di oggi pomeriggio è divenuto anche virtuale e ciascuno come cristiano, ateo, buddista, ebreo o islamico ha partecipato.

In Italia non era mai successo prima.

Maurizio Benazzi

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2 ottobre: la festa della nonviolenza

Tornato in India, Gandhi decise di fondare un ashram sulla falsariga della Fattoria di Phoenix e la Tolstoi Farm. Scelse di stabilirsi ad Ahmedabad, nello stato indiano del Gujarat, a 460 chilometri da Porbandar, la cittadina sulla costa del Mare Arabico che gli aveva dato i natali. Voleva  «servire così il Paese» usando la lingua gujarati, la sua lingua madre. Il primo aspram fu costruito nel 1915. Gandhi lo chiamò Satyagraha Ashram perché, disse: «volevo far conoscere il metodo sperimentato in Sud Africa e verificare se, in India, ci fossero le condizioni per riproporlo». La vita nell’ashram trascorreva alquanto tranquilla quando, un giorno, nel villaggio di Kocharab scoppiò un’epidemia di peste nera. Gandhi decise allora di abbandonare quel luogo e si trasferì a nord di Ahmedabad, sulla riva destra del fiume Sabarmati. Fondò un nuovo ashram che verrà conosciuto come Sabarmati Ashram.
 
Il Sabarmati Ashram venne inaugurato da Gandhi stesso il 17 giugno 1917. Il numero dei suoi seguaci era di circa 40 persone. Nei primi tempi, vivevano tutti accampati in una piccola tendopoli, malgrado il luogo fosse infestato dai serpenti. All’ingresso dell’ ashram, sono ancora elencati, in lingua inglese, gli obblighi che gli ashramiti sono tenuti a rispettare: «Truth, Non-violence or Love, Chastity (Brahmacharia), Control of the Palate, Non-stealing, Non-possession or Poverty, Swadeshi, Fearlessness, Removal of Untouchability, Equality of Religions, Physical Labour». La casa e i dintorni sono ancora oggi abitati dalla sua comunità, che trova momenti di ristoro nel giardino.
 
Appeso a una parete esterna della costruzione c’é un cartello. Vi si legge:«Non voglio che la mia casa sia murata da ogni lato e le mie finestre siano tappate. Voglio che le culture di tutto il mondo entrino liberamente a casa mia. Ma non accetterò mai che qualcuno cerchi di buttarmi fuori casa. Mahatma Gandhi». Sembrano le indicazioni di Gandhi, agli indiani di oggi, su come affrontare un’epoca segnata dalla globalizzazione.
 
Inizia così questa visita all’interno del museo indiano simbolo di lotta e di spiritualità. Le foto sono state scattate poche ore fa da un amico indiano e verranno diffuse anche sul sito con preghiera di indicare sempre la fonte di www.ecumenici.eu  Ci sembra il modo migliore per iniziare i festeggiamenti per il 2 ottobre, data di nascita del Mahatma (“grande anima” in sanscrito ), appellativo che gli fu conferito per la prima volta dal poeta Tagore.  Ogni anno il 2 ottobre si celebra la giornata internazionale della non violenza.
 
Gandhi è riconosciuto universalmente come uno dei pionieri della resistenza all’oppressione tramite la disobbedienza civile di massa, che ha portato l’India all’indipendenza.
 
 
Abbiamo individuato una carrellata di pannelli esposi al museo, quelli piu’ ricchi di contenuti e stili: guardate le foto dell’amico induista Sushmit (giovane studente di design), che ha creato anche il nostro logo per l’impegno al dialogo cristiano-induista
e all’amicizia oltre i confini. 

 
Diritti e Doveri
E affermo che noi non riusciremo ad ottenere nulla di doverosamente nostro con l’uso della violenza. C’è solo un modo di ottenere i nostri diritti, come ho già avuto modo di spiegare, e che piace a tutti voi. Mi è stato chiesto quali siano i diritti di ognuno di noi, e cosa si deve fare per ottenerli. Dico che la gente non ha assolutamente alcun diritto. Chi non ha doveri non ha allo stesso modo alcun diritto. Ciò significa che tutti i diritti derivano dai propri doveri. Perciò, non ci sono diritti acquisiti. Va da sé che se soddisfo certi doveri ottengo dei risultati. Questi risultati sono i miei diritti.
 
 
Perchè Dandi March ( riferimento a Ghandi [il Dandi in Marcia]) è diventato una pietra miliare nella lotta nazionale contro il colonialismo?
” Interi villaggi si sono svuotati. Non mi aspettavo questo straordinario risultato… La questione cruciale è che la disobbedienza cessa di essere una risorsa dai rapidi effetti quando è usata dalle masse. Sto minando le fondamenta stesse dell’imperialismo britannico.
 
Durante una lezione sulla pulizia ai poveri, cosa imparò Gandhi stesso?
Durante il periodo del Champaran Satyagraha, Gandhi chiese a Kasturba di dire alle povere donne del villaggio di Bhitiharva di indossare vestiti puliti. Una delle donne portò Ba sino alla sua capanna e disse: “Guarda da te stesso. Non ci sono nè armadi ne altri posti dove conservare i vestiti. Questo sari che indosso è il solo che ho. Come potrei lavarlo anche volendo? Vai a dire al Mahatma di procurarci vestiti cosicchè ci possiamo fare il bagno ogni giorno e indossare vestiti puliti”.
Quando Ba raccontò ciò a Gandhi, egli comprese la reale portata della povertà in India.
 
 
La non-violenza del coraggioso
Per imparare la non-violenza del coraggioso dovremo apprendere nuove lezioni. Ammetto una sola cosa, che per imparare tale lezione dovrò morire. Ma voi, naturalmente, non pensiate che voglia commettere suicidio, come strangolandomi… e poi non posso farvi alcuna lezione sulla non-violenza. La non-violenza del coraggioso potrà essere appresa quando qualcuno cercherà di ammazzarmi, di uccidermi. Persino allora non ci sarà nulla di coraggioso in tutto ciò, in qualcuno che mi voglia uccidere, cioè nel non morire. Ma poi, persino allora dirò a me stesso: “Dio, per favore, non fargli male, non voglio che gli si arrechi danno”. Quando sarò in grado di dire ciò e morire con il sorriso sulle labbra, allora voi direte: “Questa è la non-violenza del coraggioso”.
16 giugno 1947
Birla House, Nuova Delhi
Incontro per la preghiera serale
Discorso originale in hindi
 
 
Continua tu ora il tour dei pannelli sul sito www.ecumenici.eu

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Pensiamoci su e rispondiamo al caro Mao

Riceviamo questa e.mail dal caro Mao Valpiana: dai nostri archivi risulta che la nostra proposta di modifica dello statuto di www.nonviolenti.org  (Movimento non violento) a lui fatta personalmente risale al 2007, subito dopo una nostra intervista a Monsignor Bettazzi, ripresa da molti organi di stampa; lo scopo della nostra iniziativa era e rimane l’inserimento della lotta alle discriminazioni in base agli orientamenti sessuali, che non puo’ essere ovviamente confusa con la discriminazione sessuale. 

E’ evidente che il grande Capitini non avesse ancora recepito – nella sua epoca, ben inteso – la cultura delle differenze di orientamento sessuale. E importante valorizzare questo pacifista italiano per le sue grandi intuizioni (che in Svizzera sorsero con Ragaz, tanti decenni prima), come riteniamo modestamente di averlo fatto anche noi recentemente, senza per questo costruire statue da ossequiare. Le statue non servono a nessuno. Le idee invece fanno maturare nuove consapevolezze e azioni conseguenti. Tanto importanti in questo clima di violenza ad ogni livello.

Il caro Mao poi comprenderà perfettamente che nella nostra storia cristiana non abbiamo statue. Nemmeno quella che certi luterani tendono ad accettare in vista di possibili beatificazioni romane dell’eretico tedesco…fra mille anni, ben inteso. Rimaniamo solo con lo Spirito della Nonviolenza.

Pensiamo di raccogliere le Vostre proposte a questo proposito all’indirizzo:  ragaz@fastwebnet.it  – Non vi pare che possiamo aiutare concretamente il Movimento a muoversi anche su questo campo? Cosa andiamo a raccontare alle vittime LGBT che sono aggredite, uccise, violentate, derubate, picchiate? … Che l’Assemblea straordinaria non è convocata  o che altro.

Un grande Shalom a tutt*

Maurizio Benazzi

La modifica della Carta Programmatica del MN non è all’ordine del giorno del Congresso.

A termini statutari, ART. 9 (Validità Assemblee), punto 4, per fare quanto suggerito occorrerebbe un’Assemblea straordinaria: “L’assemblea straordinaria approva eventuali modifiche all’art. 2 dello Statuto (principi, scopi e attività) con la presenza di 2/3 dei soci e con decisione deliberata a maggioranza dei presenti…”.

Si è voluto rendere particolarmente rigida questa parte dello Statuto, che comprende appunto la dichiarazione capitiniana, a garanzia delle caratteristiche del Movimento.

Il Congresso di Brescia è comunque convocato come Assemblea ordinaria.

Credo che l’esigenza posta, possa e debba trovare un’espressione differente dalla modifica.

Naturalmente i temi delle discriminazioni in base all’orientamento sesuale saranno all’attenzione dell’Assemblea e potranno essere l’oggetto di un interventi specifici.

Agli organi che usciranno dal Congresso starà comunque la valutazione se convocare un’assemblea straordinaria con tale finalità.

Un caro saluto,

mao valpiana

segretario

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La Carta del movimento nonviolento

Amate i Vostri nemici, benedite coloro che vi maledicono, fate del bene a quelli che vi odiano e pregate per coloro che vi maltrattano e vi perseguitano
 
 
LA “CARTA” DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l’esclusione della violenza individuale e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale e internazionale, e per il superamento dell’apparato di potere che trae alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo scopo della creazione di una comunita’ mondiale senza classi che promuova il libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d’azione del movimento nonviolento sono:
1. l’opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali, l’oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell’ambiente naturale, che sono patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un’altra delle forme di violenza dell’uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto dell’uccisione e della lesione fisica, dell’odio e della menzogna, dell’impedimento del dialogo e della liberta’ di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l’esempio, l’educazione, la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione di organi di governo paralleli.
 

www.nonviolenti.org

A questo manifesto Ecumenici ha chiesto (invano) anni fa l’integrazione della lotta alla discriminazioni in base all’orientamento sessuale delle persone; oggi aggiungeremo anche la non difesa personale nei c.d. casi di “legittimità” giuridica. Come dire i nonviolenti sono tanti (queli del MIR, i cattolici, la tavola della pace,  ecc ecc) ma  non ci sono solo in Italia i reduci del 68,  o i cattocomunisti…. Ma qui non facciamo campagne anticomuniste. Mai fatte in ben 11 anni. E’ solo  la loro cultura coi confini ben delineati dal partito o dalle loro chiese.

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Le donne di Ecumenici scrivono…

Ci scusiamo coi lettori se per tutta la giornata di sabato questo sito non ha funzionato:  è dipeso dal server. Paghiamo meno ma forse non ha la stessa affidabilità del precedente… Se hai problemi di ricezione delle e.mails su Yahoo informaci.

Numero speciale da archiviare

Grazie Maurizio Benazzi della sua pagina di storia sulla violenza alle donne che conservo come prezioso documento.La chiesa cattolica ha sempre considerato la donna creatura immonda, incarnata dal diavolo e i maldestri riferimenti agli interventi del Cristo a suo favore nel Vangelo, sono usati come lusinga alle donne che nella cura di altari, nella pulizia di chiese, nei servizi ”particolari al prete ” sostituiscono i sagrestani sempre meno sgorbi , sempre meno propensi ad essere considerati talmente derelitti da accettare un tetto e una paga miserevole. L’accusa di stregoneria alle donne nei secoli passati era motivata dal loro coraggio di manifestare la propria diversità, violentata nel ruolo imposto dalla chiesa, dal potere maschile., Oggi si é modificata nella forma, non nella sostanza e si esprime nel diritto di proprietà che il maschio sempre meno sicuro di sé, frutto e bisogna riconoscerlo, di una sbagliata educazione materna e di una nuova consapevolezza femminile del sé,
usa, dispone, esige fino a sopprimere la donna che non lo accetta, si rifiuta. Una violenza che nessuna legge può cancellare, punire fino a che non cambi il bisogno del possesso, il diritto del padrone, la tracotanza del capo, il predominio del leader
che attualmente sono riconosciuti valori positivi. Una riflessione devo rivolgermi come donna: la vittima ha esperienza della violenza che il suo uomo le infligge e non ha il sufficiente coraggio per ribellarsi. Quale il significato ha dell’amore, quel sentimento naturale e intenso che lega vicendevolmente un uomo e una donna? Un senso di appartenenza , un bisogno “dell’amore”, una necessità di vita che nell’uomo si cerca senza trovare risposte. Quanta strada deve ancora percorrere la donna, quanta intima libertà potrà, le consentiranno di conquistare, per avere tanta fiducia in se stessa da considerarsi una persona straordinaria, che taglia legami inutili, che sceglie, che vive il dolore delle inevitabili sconfitte fino in fondo per riprendersi la vita, la sua vita. Grazie, Maurizio Benazzi, Che l’estate sia il suo lieto riposo.

Enrica Ferrari Donadoni.

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In genere c’è molta confusione…

(con un gruppo alla gola)

 
 

COME PROGETTARE CON EFFICACIA

AZIONI DI PARI OPPORTUNITA’

Seminario residenziale organizzato per le compagne della XXXX

che svolgono attività sindacale all’interno di XXXXX

un contributo di Grazia Aloi
 

“IL SILENZIO DELLE DONNE”

“Chi non comprende il tuo silenzio probabilmente non capirà nemmeno le tue parole”
(Elbert Hubbard)

Ci chiediamo perché la donna stia in silenzio; forse, però, dovremmo chiederci perché mai  dovrebbe parlare.

Non è forse cresciuta, la donna, nel monito della custodia, nella sua mente e nel grembo? Se parlasse, probabilmente, “partorirebbe”, perdendo la sua verginità e l’ignoranza della non-conoscenza.

Certo, notevoli sarebbero i vantaggi del suo parlare, primo tra tutti quello di condurla all’adultità; adultità che significa autonomia, innanzitutto.

E poi ancora innumerevoli vantaggi. Sì, ma questo “dopo”; prima c’è un “prima” che, evidentemente, convince la donna a stare in silenzio e la trattiene nella non -parola.

In silenzio, dovunque e con chiunque e forse (purtroppo) a volte anche con se stessa.

Occorre che la donna sia in grado di trapassare da quel “prima” di inibizione storico e culturale, a quel dopo, altrettanto storico e culturale. Di mezzo, la coscienza e, appunto, la conoscenza.

Storico e culturale perché  fisiologicamente, la donna, invece, è fatta per non stare in silenzio.

Predominante è in lei l’emisfero destro, quello per eccellenza della comunicazione  e dell’emotività, della fantasia e dell’arte, dell’avvertimento della paura e dell’attacco e fuga, della comprensione delle espressioni  e dell’accoglimento del simbolico e dell’affettivo.

A titolo esemplificativo, valga la seguente suddivisione: 

EMISFERO SINISTRO                             EMISFERO DESTRO

mente cosciente                                     mente subconscia, memoria

ragionamento consecutivo                           intuito immediato

parola, scrittura                                      musica, disegno, creatività

analisi delle parti                                    visione d’insieme, misticismo

conosce spazio e tempo                             non conosce spazio e tempo

io separato                                                                parte del tutto

non ha emozioni                                     ama, odia, ride e piange

causa le malattie                                     può curare le malattia

particolare                                                                 generale          

usa oggetti                                                                crea relazioni                                                 

bada al particolare                                                      bada al generale

precisione                                                                  approssimazione

ordine                                                                         disordine

metonimia                                                                  metafora

A ben vedere, l’emisfero destro può anche essere considerato come una sorta di polo pulsionale (l’Es della suddivisione freudiana delle istanze di personalità) in contrapposizione all’Io cosciente e razionale rappresentato dall’emisfero sinistro.

Se volessimo fare una metafora ”sociologica”, potremmo vedere la donna-emisfero destro come una signora simile ad un  selvaggio straripante di energia pura che sa perfettamente muoversi in una visione generale delle cose (la foresta), contro un razionale signore di città che sta bene a contatto con singoli particolari, da lui considerati e utilizzati di volta in volta.

Eppure, questa donna ha un motivo in più per essere così irrazionale e così istintiva: tiene molto in considerazione il (o è molto più considerata dal) cervello rettiliano, quello primitivo dei rettili, che è soprattutto preoccupato per la buona riuscita quotidiana di quel che esiste, che si occupa del presente e che è così affine e propenso alla cura istintiva primitiva per la sopravvivenza.

Ecco, dunque, la nostra donna presa  dalle emozioni, dagli istinti, dalla gestualità, dalla fantasia, dai sentimenti, dagli affetti, dagli umori, dal caos, dalla comprensione delle cose, dal desiderio di pace e serenità ma che non ha parole, se non quelle per…..

Se non quelle per dire che il suo silenzio parla, anzi – in alcuni casi, urla. Non sentirla e non ascoltarla fa parte di un altro registro.

“Sono le parole più silenziose,
quelle che portano la tempesta.
pensieri che incedono con passi di colomba
guidano il mondo.”

(Friedrich Nietzsche, da “Frammenti Postumi”, 1869-1874)

Ma allora, se la donna è fatta per parlare con le parole, perché non le utilizza?

Potremmo chiederlo alla Mitologia.

Oppure alla Religione.

Oppure alla Letteratura.

Ancor prima di questo, visto l’utilizzo di questo contributo di lavoro, penso che occorra chiedersi se simili richieste di spiegazioni abbiano senso all’interno di una proposta formativa professionale.

La risposta non può essere che positiva, in quanto la donna che lavora non è nient’altro che una donna che esprime se stessa, le sue origini e le sue destinazioni, le sue necessità e le sue ambizioni, le sue vulnerabilità e le sue capacità, le sue esclusioni e le sue partecipazioni.

E del resto, come possibile pensare ancora oggi che un’attività, qualunque essa sia, possa essere portata avanti senza la “cura parentale” tipica, per natura e per definizione, delle donne? Come mai si pensa che fuori dalla porta di casa, nel mondo, gli occhi per vedere e le mani per raccogliere debbano essere solamente (o maggiormente) quelle degli uomini? Perché non chiedersi quanto valore possa avere una “mentalità” femminile all’interno di ogni progetto o proponimento aziendale? Perché continuare a pensare in termini di superiorità/inferiorità invece che in termini di alleanza? Com’è possibile che il taglio di Zeus sia stato seguito da così poche riunioni, almeno in campo lavorativo?

Ma, a ben vedere, superiorità ed inferiorità – traducibili in invidia e gelosia – sono sempre esistiti e sempre esisteranno, nel bene e nel male. Nel bene, se si saprà cogliere l’aspetto promotore di evoluzione; nel male, se ci si soffermerà esclusivamente sul sentimento di perdita.

Comunque, il discorso è più sottile di quanto sembri: non si tratta di quanto fa o saprebbe / potrebbe fare una donna, non solamente – almeno; si tratta della violenza da sempre perpetrata dagli uomini per il timore di perdere il potere. Potere indiscutibilmente perso, nonostante alla

donna fosse stata “tagliata la lingua” (v. oltre) e a maggior ragione perché  ha colto l’occasione della mela, se l’uomo non avesse in sé l’arma del potere che lo rende padrone di ogni cosa, fino a prova contraria.

Infatti, fino a prova contraria, in quanto Barbablù è morto come conseguenza della parola-conoscenza della sua centunesima moglie.    

Tanto per ritornare sui nostri passi e “chiedere” alla Mitologia spiegazioni o rendiconto del perché del silenzio delle donne, potremo rifarci ad alcuni racconti arrivati a noi dalla cultura greca.

Il Mito (Mythos), in generale, rende il mondo più comprensibile di quanto non faccia una spiegazione scientifica, in quanto esso è una narrazione, considerata sacra, delle origini del mondo e del modo con cui il mondo e suoi abitanti sono arrivati a noi.

Che la narrazione sia vera o falsa poco importa: ciò che è importante è l’investitura di una verità, grazie alla quale il racconto assume un significato mitico (e forse anche mistico) ed una spiegazione agli interrogativi sul mondo.

Mythos infatti significa “parola”, “racconto” ed è, appunto, il più ricco racconto sulla storia dell’umanità,  della sua trama e dei suoi personaggi.

Infine, i miti, come le parabole e le fiabe, hanno il compito di condurre l’uomo al mondo dei “principi”. Sarà poi il ragionamento razionale a dare senso sia alle contraddizioni evidenti nel mito che alla sua stessa essenza.

Ciò che è importante è, ad ogni modo, non rinnegare le spiegazioni mitiche né, viceversa, aggrapparsi ad esse a tutti i costi, senza – appunto – una riflessione critica che costituisca da “morale”.

Ed è con  l’intento della ricerca della “morale” che intraprendo la ricerca del perché del mutismo delle donne, a partire, appunto, dalla mitologia.

Ma vorrei fare ancora  un’aggiunta ad ulteriore premessa: la vendetta delle donne usurpate nelle loro più profonda intimità; e non intendo solamente la violenza per eccellenza conosciuta, cioè quella sessuale, ma anche ogni altro tipo di violenza, prima fra tutte quella morale ed intellettuale.

La vendetta è molto evidente nella mitologia: non c’è fatto che non conduca con sé una nemesi, intesa come “sdegno” e sopratutto come “vendetta, castigo” (Nemesi stessa è una figura mitologica greca).

Ad ogni azione considerata malvagia corrisponde un periodo di “armonia” compensatore in ugual misura del male subito.

Così la donna sa che può  “vendicarsi” (anche se la legislazione che glielo consente da un punto di vista legale è cosa recente (lo stupro è punito soltanto a partire dal 1981 e per i reati di mobbing e stolking occorre arrivare ai giorni nostri).

Ma dentro di sé c’è la consapevolezza che giustizia può essere fatta e questo, traslato al mondo del lavoro, dovrebbe far riflettere. Anche quando la donna non lo sa “di suo”, lo sa per via del mito che in un modo o nell’altro le è arrivato dentro.

E poi, cosa importante, la donna dovrebbe sapere che al suo silenzio deve per forza seguire un’ “armonia” compensatrice. Se  crede fermamente in questo, le sue azioni saranno dirette a tal fine.

Ecco dunque riprendere il discorso delle violenze subite e delle relative vendette riparatrici.

Il mito di Filomela ben racconta sia del silenzio, sia della violenza con cui questo silenzio è imposto e sia  delle strategie femminili per esprimere il proprio pensiero e trovare vendetta riparatrice (a qualunque costo, verrebbe però da dire).

Il racconto:

Filomela è una bella e ingenua fanciulla quasi in età da marito e vive con il padre, re di Atene. Ha una sorella di nome Progne, la quale, sposa a Tereo, vive a corte in Tracia, annoiandosi. Per questo motivo, invita la sorella Filomela ad andare ad abitare con lei e così Tereo intraprende il  viaggio per condurre Filomela dalla sorella. L’ingenuità non insospettisce la ragazza circa le reali intenzioni del cognato, appassionato di lei, e parte tranquilla e serena. Al termine del viaggio, però, il cognato la conduce in una casa nel bosco, dove la stupra e, di fronte alle sue urla e minacce di raccontare tutto, le taglia la lingua, illudendosi così di essersi assicurato il suo silenzio e l’impunità. A Progne racconta, fingendosi addolorato, che Filomela è morta nel viaggio.

Senza perdersi d’animo, fanciulla ammutolita, ma piena di inventiva, improvvisa un telaio e tesse la storia della violenza subita, poi chiede alla sua serva di portare la tela alla sorella.

Progne capisce la situazione e corre a prendere  la sorella per portarla a palazzo.

Poi la vendetta: per colpire lo sposo in ciò che ha di più caro, uccide il loro figlioletto e ne cucina le carni, servendole come pasto al marito. Solo alla fine  gli rivela la verità.

L’insieme dei delitti vendicativi non può essere costituito come fine della storia, ma esige una continuità che sia esempio di aggressione da non imitare e, infatti, subentra una metamorfosi eterna: Filomela  si trasforma in usignolo, dalla dolce e triste melodia notturna; Progne  in rondine che piange, dalle piume macchiate di sangue e Tereo in upupa predatore.

Un commento:

La mutilazione fisica diventa “mutilazione della parola” (femminile) e il fare diventa dire (la  “voce della spoletta” è stata chiamata) di un sovvertimento dell’ordine precostituito rappresentante del codice maschile e patriarcale, che non contempla né la donna né la sua volontà, anche se solamente l’alleanza tra donne può promuovere la difesa, agita tramite la vendetta.

Ad ogni modo, non solamente il mito “racconta”: anche la storia reale delle condizioni di vita delle donne greche (con le dovute differenze tra Grecia antica e  classica e tra  Sparta e Atene) ci tramanda che esse erano sempre sottoposte alla considerazione o svalutazione sociale attraverso il modello normativo che attribuiva loro gli appellativi di mèter, madre, e oikodèspoina, padrona di casa.

Donna funzionale al soddisfacimento sessuale/erotico e alla continuazione della specie e soggetto “utile”  (come la terra,  gli schiavi ecc). In più, permetteva all’uomo la libertà di pensare e di creare nella “polis”.

Il pensiero femminile non trovava espressione di genere e la donna era “senza voce”.

Per quanto riguarda l’amore, nel Simposio esso viene trasferito dal piano del desiderio erotico a quello del desiderio di sapere. Gli uomini si attraggono sulla base di virtù virili e razionali, e si fecondano spiritualmente. Tra uomini si fanno “figli più belli e più immortali” (le opere del pensiero) dei figli nati dalla donna, destinati alla morte (mentre i figli dell’uomo sono pensieri eterni).

Non è che la storia di oggi sia poi tanto differente! Un “coito aziendale” (le famose riunioni di dirigenti o i vari consigli di amministrazione o simili) a volte è considerato molto più soddisfacente

e proficuo di un “coito familiare”, molto spesso trascurato o tralasciato, in quanto gli uomini sono già paghi, soddisfatti. Probabilmente, occorre riportare le cose al loro giusto posto, senza trasposizioni di sorta, neppure in nome di nuove esigenze socio-economiche.

In altre parole, occorre una grossa sensibilizzazione a non erotizzare e sessualizzare ciò che non dovrebbe avere, di per sé, caratteristiche erotiche e sessuali se non in misura sostenibile (Freud diceva che è “normale” l’uomo che sa lavorare ed amare), ed a investire – invece – questi “tòpoi” di energia vitale, creatrice di risultati sociali ed economici non individuali (e non personalizzati).

Sarebbe opportuno distinguere l’utilizzo di una pulsione vitale (Eros) dall’erotizzazione delle cose.

 
Proseguendo con il discorso  delle vendette mitologiche, ben guardiamoci – purtroppo – dall’aiuto di Atena.
Nata dal cervello di Zeus, è dea dell’intelletto, personificazione della sapienza e della ragione, ma è purtroppo assimilata al maschile (nata da solo padre) non solo per il suo desiderio di restare vergine, ma soprattutto in quanto guerriera e portatrice di un pensiero unico (quello maschile, appunto) il quale la fa sottomettere, nonostante la sua apparente riluttanza all’ordine prestabilito, al volere maschile con il quale si allea per distruggere il femminile. Obbligata ad essere maschile, tutto può fare tranne che avere voce in capitolo come donna, anzi: è soggetta alla seduzione di apparire forte e fiera di se stessa, per poi perire afasica, costretta alla finzione di un falso sé.

Si inchina  alla superiorità maschile e si allea con il padre e non protegge  le sue simili delle quali tesse la sconfitta (a differenza, ad esempio, della dea della caccia Artemide/Diana),  come successe alle povere Aracne e Medusa

Aracne, bellissima e bravissima tessitrice, vittoriosa in una sfida con Atena, fu da questi trasformata in ragno, costretta a tessere in eterno con il filo che le esce dalla bocca, in quanto non poté sopportare di essere sconfitta da una donna.  (Aracne significa “ragno”).

Anche Medusa (il cui nome significa “colei che domina”, “sovrana”) era una bellissima ragazza, tanto che Poseidone se ne innamorò e la violò nel tempio di Atena, la quale si infuriò per la violazione, ma non della ragazza, bensì del suo tempio e soprattutto, come nel caso di Aracne, perché perse un confronto: quello dei capelli, splendidi in Medusa, più di quanto non fosse la chioma di Atena. Così trasformò Medusa in una figura orribile con serpenti al posto dei capelli e con occhi pietrificanti chiunque li guardasse. Non contenta, Atena volle la sua testa e, per tal fine, aiutò  Perseo ad ucciderla. Gli fornì uno scudo-specchio in modo da poter portare a termine il delitto senza guardare in faccia la gorgonie.

Atena volle per sé la testa che la mise sul suo scudo.

Nel lavoro: ecco, purtroppo, il silenzio della donna a volte si trasforma in  violenza e rabbia verso le sue stesse simili e invece dell’aiuto e della solidarietà nascono cattiverie per la supremazia. Anche questo elemento va considerato, a mio avviso, all’interno di una nuova modalità di fare Formazione, affinché ci sia una pedagogia in favore dell’abolizione dell’autorità indistinta dal potere.

Così anche il silenzio, molto spesso, è alleato di un segreto; di un qualcosa che non può essere detto, altrimenti la “favola” svanisce, il bello conquistato ritorna ad essere quel precedente che non permette la relazione.

Ce lo insegna, fra i tanti, l’esempio di Melusine.

Melusine è il personaggio della mitologia francese la cui leggenda risale al XII secolo.

In breve la storia:

Elinas, re d’Albania,  per dimenticare il suo dolore dovuto alla perdita della moglie, si consolava facendo battute di caccia.

Un giorno incontra una fata acquatica, particolarmente bella, di nome Pressine e la chiede in sposa. Pressine accetta alla condizione però che il re non abbia mai la curiosità di assistere alla nascita e all’accudimento dei suoi figli.

Nascono tre gemelle, Melusine, Melior e Palatine; il re dimentica la sua promessa ed entra nella camera della fata, mentre questa accudisce le neonate. Il tabù è cosi rotto, e Pressine fugge, portando con se le tre bambine, nonostante i pianti del re Elinas.

Divenute grandi, le tre fanciulle decidono di vendicare la madre.

Melusine organizza tutto e le tre sorelle rapiscono il vecchio padre Elinas.

Credendo di aver compiuto un’opera di giustizia, raccontano tutto alla madre. Ma questa, ancora innamorata del marito, le maledice, condannando in particolare Melusine ad assumere ogni sabato l’aspetto di serpente dalla cintura in basso.

L’unico modo per scampare al castigo materno è  quello di trovare uno sposo che prometta, e mantenga la promessa, di non volerla mai vedere di sabato, giorno in cui il suo aspetto ibrido si manifesta.

Melusine, in Francia,  incontra il cavaliere Raimondino, discendente da una famiglia bretone. La storia di Elinas si ripete, anche nei particolari, ancora una volta. I due si innamorano e si sposano, a condizione che Raimondino non voglia mai vedere Melusine di sabato, né sia curioso di sapere il perché di tale proibizione.

Melusine fonda la città di Lusignan e ne costruisce il castello, che sarà la loro dimora; e, col tempo, dà a Raimondino dieci figli.

Ma un personaggio invidioso della prosperità di cui godeva la nuova casata, insinua a Ramondino dei sospetti sulla  proibizione di sapere cosa faccia Melusine di sabato; preso dal sospetto egli va a spiare la sua sposa e la vede, in una vasca, nel suo aspetto donna-serpente.

Il tabù è così infranto, e Melusine deve fuggire via, condannata ormai per l’eternità alla sua punizione.

Ecco un altro esempio di vendetta che porta altra vendetta (una sorta di coazione a ripetere), in quanto il silenzio obbligato non permette alle donne di dire apertamente la verità sulle circostanze contingenti della loro vita.

Riferito al lavoro, questo silenzio obbligato / segreto potrebbe essere una piccola spiegazione di tutti quei segreti che la donna tiene per sé davanti alle colleghe e soprattutto ai capi, quali le sue aspettative, aspirazioni, motivazioni ma anche frustrazioni, seduzioni subite, invidie, compromessi e infrazioni di speranze. 

Come tutti ben sappiamo, esistono almeno due significati ed interpretazioni possibili per ciascun fatto di vita.

Io, volutamente, non entro nella “seconda faccia” di ogni storia qui descritta  come esempio, in quanto  troppo lungo il farlo e troppo fuorviante rispetto all’argomento. Vero è che, però, non ci si può sottrarre del tutto dall’accogliere almeno un minimo accenno sul “doppio” dei comportamenti delle donne, che qui non si vuole né discolpare né impoverire.

D’altronde, anche in un sintomo esiste un “vantaggio secondario” e questo è valido, a maggior ragione,  anche per ogni altra manifestazione umana. Quindi, solo un accenno.

In Filomela il “vantaggio secondario” potrebbe essere rappresentato dalla non-fatica di diventare grande e di osservare le cose (i pericoli) del mondo grazie alla protezione della sua ingenuità; in

Atena, potrebbe essere il potere comunque posseduto e garantito dalla sua mascolinità, al costo del sacrificio della femminilità e della lealtà; in Aracne, potrebbe essere non certo il coraggio della sfida, ma il non accoglimento del monito che a volte è meglio stare nel proprio territorio per evitare rappresaglie mortifere; in Medusa, nella sfida all’oggettività dell’ordine delle cose, in quanto in ogni cultura e civiltà esiste qualcuno al di sopra di noi che solamente un aspetto narcisistico troppo deforme impedisce di accettare; in Melusine, potrebbe essere la seduzione del segreto parzialmente svelato ma totalmente interdetto, in quanto il tabù di per sé comporta l’istinto alla sua conquista.

Riportato al mondo del lavoro, questo “vantaggio secondario” potrebbe trovare espressione nella non esposizione in prima persona  e nella protezione che, purtroppo, il silenzio stesso offre. Parlare significa anche “compromettersi”, dichiararsi e dichiarare e, una volta detta, la parola non può più tornare indietro.

Ecco perché si ribadisce il concetto dell’utilità di una “pedagogia del dire”.     

L’apostolo Paolo ci porta verso altre importanti riflessioni:  (il riferimento è alla Lettera ai Corinzi).

Nelle assemblee di preghiera e di profezia, le donne dovevano coprirsi la testa  usando il “velo” della loro chioma, (che doveva essere lunga, come segno d’onore, mentre il capo rasato era, al contrario, un disonore e una vergogna), e lo dovevano usare in quanto donne “gloria dell’uomo”;  l’uomo, al contrario, non aveva bisogno di coprire la testa perché “icona e gloria di Dio” e tutto questo perché “non l’uomo fu creato attraverso la donna, ma viceversa”, cioè: l’uomo viene direttamente da Dio e la donna, invece, viene dalla costola dell’uomo.

Si ravvede, però, il buon Paolo e aggiunge che in fondo lo svantaggio della donna (di venire dalla creazione dell’uomo) è ripagato dal vantaggio proveniente dal fatto che l’uomo viene sì da Dio ma “attraverso” la donna (con il parto).

Inoltre: “La donna impari in silenzio, con tutta sottomissione. Non concedo a nessuna donna di insegnare, né di dettare legge all’uomo; piuttosto se ne stia in atteggiamento tranquillo. Perché prima è stato formato Adamo e poi Eva; e non fu Adamo ad essere ingannato, ma fu la donna che, ingannata, si rese colpevole di trasgressione. Essa potrà essere salvata partorendo figli, a condizione di perseverare nella fede, nella carità e nella santificazione, con modestia”.

Ad ogni modo, la dignità della donna è salva, in quanto Paolo si affretta a precisare che non di superiorità ed inferiorità si tratta, bensì di diversità.

Paolo richiama ulteriormente il valore basilare della differenziazione sessuale contrastando un gruppo di donne corinzie che propugnavano l’emancipazione e prende posizione circa ogni processo femminista.

E a proposito del matrimonio: “Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo. Le donne ai loro mariti come al Signore,  perché è l’uomo il capo della donna, come anche Cristo è il capo della Chiesa, egli il salvatore del suo corpo. Dunque, come la Chiesa è soggetta a Cristo, così devono esserlo le mogli ai loro mariti in tutto”.

Vero è che con il matrimonio si diventa “coniugi” e che questo termine significa “lo stesso gioco” (della reciprocità, si può intendere) e che, con le debite proporzioni, Cristo potrebbe diventare il Capo (dell’Azienda, ad esempio), però  è altrettanto vero che nuove riflessioni andrebbero fatte su questi antichi insegnamenti affinché lo stesso gioco dei “coniugi” fosse veramente “lo stesso” gioco, senza speculazioni di sorta. 

Forse, Simone de Beauvoir, ascoltando Paolo l’Apostolo, semmai lo avrà ascoltato,  si sarà rivoltata e magari ancora  si rivolta nella tomba!

“Donna non si nasce, lo si diventa”

(S. de Beauvoir, da “Il secondo sesso”, 1949)

Le cronache raccontano che il 19 aprile del 1986, giorno del funerale di Simone De Beauvoir, durante il corteo funebre,   qualcuno gridò: “Donne, voi le dovete tutto”.

Probabilmente, la donna che gridò la frase si riferiva al contenuto del saggio “Il secondo sesso”. Si tratta di saggio epocale contro la schiavitù e la sottomissione femminile, contro la riluttanza maschile a riconoscere la donna come pari essere umano (si noti che la donna in Francia vota per la prima  nel 1947, ma anche in Italia non si è messi  meglio da lungo tempo: 1946).

Prendo spunto a partire dal saggio, anche se non solo, per aggiungere che, in fondo, occorre che la donna ascolti anche il monito e l’invito a “diventare donna”, togliendosi di dosso la condanna del sesso e delle abitudine ad essere ciò che l’uomo ha voluto che lei fosse.

La donna, un certo tipo di donna, forse è troppo presa dall’immanenza della sua vita quotidiana e dalla tradizione che la vuole chiusa ad aspettare nel suo mondo tranquillo; invece, così come ha fatto e continua a fare l’uomo, deve uscire dall’abitudine delle cose per immettersi di prepotenza nel mondo della produzione, scavalcando di forza quello che, di natura, è già suo: la riproduzione. 

Cercare, per ottenere, un lavoro di produzione significa non stare più in silenzio ma guadagnare il diritto alla libertà; innanzitutto libertà di essere riconosciute e libertà di assumersi la responsabilità di esistere.

Una proficua formazione contro il silenzio delle donne dovrebbe prendere in considerazione la capacità di diventare assertive, ossia in grado di difendere i propri interessi, le proprie idee e le proprie esigenze, nel pieno rispetto della reciprocità.

La donna non è l’Altro rispetto all’uomo, una  sottocategoria dell’umanità (l’Uomo) e non dovrebbe pensarsi in tali termini: forse la voce arriverebbe laddove oggi c’è silenzio.

Un ultimo riferimento ed un’ultima considerazione:

“(…) Ho tre cani: Tienilo, Prendilo e Maipiù. Tienilo e Prendilo sono comuni piccoli Pinscher e nessuno li noterebbe se fossero soli. Ma c’è anche Maipiù. Maipiù è un Dogo bastardo, e un allevamento di secoli non sarebbe riuscito a dargli il suo attuale aspetto.

Maipiù è uno zingaro.

Tutte le mie ore libere – e, in sé, sarebbero moltissime, ma devo passarne troppe a dormire per scacciare la fame – io le passo con Maipiù.

Su un divano Rècamier. Non so come questo mobile sia capitato nella mia mansarda, forse voleva andare in qualche ripostiglio, ma poi, sfinito, si è fermato in camera mia.

Maipiù è del parere che così non si può andare avanti e che perciò bisogna trovare una via d’uscita. Anch’io, in fondo, sono della stessa opinione ma di fronte a lui fingo di pensarla altrimenti.

Lui corre avanti e indietro per la camera, ogni tanto balza sulla sedia, stiracchia coi denti il pezzo di salame che ho messo lì per lui, poi lo spinge verso di me con la zampa e ricomincia a correre in tondo”.

(da: Franz Kafka, “Gli otto quaderni in ottavo” in “Confessioni e  Diari”, 1910)

Bene: la donna, con il suo silenzio e la sua “diversità” può essere considerata come una Maipiù, una outsider, nel senso di “escluso” ma anche e soprattutto di “sorpresa”.

E allora:

“Date alle donne occasioni adeguate ed esse possono fare tutto”

(Oscar Wilde)

E dopo tanto dire, concludo il mio contributo, invitando all’ironia, da un lato, e alla seria e attenta riflessione dall’altro.

E quale miglior conclusione se non la commedia?

E quale miglior commedia se non quella di Aristofane?

“Le donne al Parlamento”:

“La commedia narra di un gruppo di donne, con a capo Prassagora, che decidono di tentare di convincere gli uomini a dar loro il controllo di Atene, perché in grado di governare meglio di loro, che stanno invece portando la città alla rovina. Le donne, camuffate da uomini, si insinuano nell’assemblea e votano il provvedimento, convincendo alcuni uomini a votare a favore, poiché era l’unica cosa che non fosse ancora stata provata.

Una volta al potere, le donne deliberano che tutti i possedimenti e il denaro vengano messi in comune per essere amministrati saggiamente dalle donne. Questo vale anche per i rapporti sessuali: le donne potranno andare a letto e fare figli con chiunque le voglia. Tuttavia, siccome questo potrebbe favorire le persone fisicamente belle, si decide anche che ogni uomo, prima di andare con una donna bella, sia tenuto ad andare con quelle brutte, e viceversa.

Queste delibere però creano una situazione assurda e paradossale: verso la fine della commedia, un giovane confuso e spaventato si ritrova conteso fra tre ripugnanti megere che litigano per assicurarsi i suoi favori. La commedia si chiude infine con un grande banchetto cui partecipa tutta la cittadinanza”.

“Lisistrata”:

“Guidata da Lisistrata, personaggio principale della vicenda, la storia si sviluppa in un luogo pubblico, nella cittadina di Atene, dove le donne chiedono ai propri mariti di far cessare la guerra del Peloponneso, consapevoli di ottenere una pace sicura. Per prima cosa, ingaggia il supporto delle donne di Sparta, Beozia e Corinto, anch’esse stanche della guerra. Le donne delle tre città sono prima contrarie alle decisioni di Lisistrata, ma alla fine accettano il patto di alleanza, giurando di fronte a una botte di vino, e bevendone. In un primo momento, l’azione è ironica e poi comica, perché gli uomini greci credevano che le donne non sarebbero mai riuscite nel loro intento. Gli uomini provano a combattere con le donne, che rifiutano le proposte, e, arrabbiate, dicono agli uomini che per molto tempo loro sono state costrette a rimanere zitte e ad accettare le stupide decisioni degli uomini. Gli uomini spiegano che toglieranno gli affari finanziari della città e spiegano che le stesse ingiustizie della guerra sono causate dalle donne. Inoltre, dicono che l’uomo non avrà problemi a cercare moglie, e che le donne non avranno più mariti perché troppo vecchie. Dopo queste spiegazioni, le donne perdono forza e iniziano a sentire la mancanza del sesso e di conseguenza la mancanza degli uomini, e tornano striscianti ai loro piedi. Lisistrata dà alle donne la forza per andare avanti senza sesso e senza uomini. Dopo giorni duri, gli uomini iniziano ad avere dolori fisici per mancanza di sesso, e di conseguenza fanno pace velocemente, negoziando con i

vari paesi. Lisistrata dopo ciò dichiara che lo sciopero del sesso è finito, e dopo molto tempo le donne tornano finalmente a casa dai loro mariti”.

“Le donne alle Tesmoforie”:  (feste religiose in onore della dea Demetra Tesmofora)

“Euripide, temendo che le donne, riunite in occasione della festa, stiano tramando una vendetta contro di lui, colpevole di averle messe in cattiva luce nelle sue tragedie, pensa di correre ai ripari. Chiederà al poeta Agatone di prendere le sue difese presenziando, travestito da donna, all’assemblea delle Tesmoforie. Insieme a un parente, Mnesiloco, si reca allora presso l’abitazione di Agatone, che li accoglie in vesti femminili declamando propri versi e causando l’ironia salace del parente. I due tentano di convincere l’effeminato poeta ma Agatone, temendo di essere smascherato e condannato, rifiuta l’incarico.

Giunge in soccorso la disponibilità di Mnesiloco che prenderà parte alla vivace assemblea delle donne.

Inizia così una lunga sequenza di situazioni buffe tutte giocate sulla contrapposizione dei ruoli, e sulla identità tra maschi e femmine.

Alla fine, Euripide sarà costretto, suo malgrado, a promettere alle donne di mettere da parte la propria misoginia, risparmiando loro ogni futuro strale e al contempo tacendo ai mariti, di ritorno dalla guerra, sui fatti di sua conoscenza che le riguardano”.

La diffusione deve indicare chiaramente la fonte: www.ecumenici.it e i nomi delle autrici. 

Recentemente è avvenuta una disputa con la fondazione dei Liberali: non gradiamo la loro presenza nella nostra Mailing List. La partecipazione di singoli liberali a questa maliling list e’ a titolo strettamente personale e mai associativo. Andate da altre parti…. Grazie. Non facciamo i missionari e non ci interessano né il liberalismo, né il riformismo.

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Amen contro la violenza alle donne !

Venerdì 9 luglio: sciopero dei mezzi di informazione

 

Inviateci tutte le segnalazioni di violenze contro le donne per stolking di cui siete a conoscenza: verranno diffuse sulla nostra bacheca di Facebook,

per chiedere le dimissioni del Ministro dell’Interno!

 …Noi non abbiamo crediti da tutelare nei confronti del Governo. Siamo liberi

 

Amen
È anche questo un termine ebraico molto conosciuto, come “alleluia”. In origine pare che l’amen fosse la corda che lega i cammelli in una carovana. Ogni cammello è legato, per mezzo di questa corda, all’animale che lo precede nella fila. Tramite l’amen, ogni cammello è certo di essere sulla pista che lo condurrà all’oasi, anche se non vede il carovaniere. Tramite questa immagine, il termine amen evoca le nozioni di fiducia, verità e fedeltà.
Quando Gesù vuole insistere su qualcosa di veramente importante, inizia la frase dicendo “Amen, amen, io vi dico…” (ad esempio in Giovanni 6,47), che nelle Bibbie viene spesso tradotto con “In verità, in verità vi dico…”. Questo amen esprime la fiducia che noi possiamo avere nel fatto che Cristo ci conduce a Dio. Il Cristo è l’amen, vale a dire la corda che ci lega a Dio, anche se noi non lo vediamo. Il termine amen era talmente amato dalle persone che hanno sentito parlare Gesù che è stato conservato, nella sua forma ebraica, in molte lingue, per evocare il solido legame che permette di avere fiducia gli uni negli altri.
Quando diciamo amen al termine di una preghiera, non facciamo altro che riassumere, per mezzo di quella parola, la nostra preghiera rimettendo tutto, con fiducia, nelle mani di Dio.
Il termine fede, in ebraico, deriva direttamente dal termine amen. Questo dimostra l’importanza di questa parola e illumina, almeno in parte, il significato che la Bibbia attribuisce alla fede.

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Buon Natale di lotte

Diamo un po’ di suggerimenti per la conflittualità nonviolenta con una serie di proposte operative: si tratta di un altro modo di festeggiare il Natale ossia la nascita del Messia, morto grazie alla violenza di potere.
Prendete nota, rifletteteci e …agite. Questo è l’unico modo – pensiamo – veramente gradito a Dio per il suo ritorno atteso. Non in una liturgia ma nella realtà che vivi nel quotidiano.
Lasciamo ai cattolici, agli evangelici e alle altre confessioni cristiane volentieri i loro riti e i sacramenti, di cui non sappiamo esattamente cosa farcene.

Buone lotte quacchere di Natale a tutt*.

Maurizio Benazzi
• Negoziato
• Arbitrato (negoziazione)
• Agitazione, dimostrazione, ultimatum.
• Hartal (sciopero limitato e a scopo simbolico; per es. di 5 minuti di commemorazione)
• Sciopero e sciopero generale
• Picchettaggio (per es. in India nel 1930: donne davanti ai negozi di oppio e alcol e di tessuto estero)
• Boicottaggio economico (per es. in India nel 1930: relativo ai vestiti inglesi esportati in India, ma attuato con aiuto alle vittime stesse del boicottaggio)
• Boicottaggio sociale (per es. non incontrare ufficialmente i rappresentanti istituzionali)
• Dharma (sit-in)
• Hizrat (emigrazione di massa; per es. nel 1920 i musulmani dell’India nel N-O vanno in Afghanistan)
• Digiuno (per es. Gandhi nel 1948: per il pagamento già promesso di 180 milioni di dollari al Pakistan)
• Boicottaggio delle tasse (la cui generalizzazione dà le forme successive)
• Noncollaborazione (rifiuto dei titoli onorifici, boicottaggio di scuole e università, di banche…)
• Disobbedienza civile (per es. la marcia del sale di Gandhi) che può essere difensiva (quando infrange le leggi che costitutiscono un particolare abuso di potere dell’antagonista) ed offensiva (quando infrange le singole leggi, ma per eliminarel’intero potere dell’antagonista)
• Sciopero al contrario (introdotto da D. Dolci) e governo parallelo
Contributo scientifico di Galtung

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