Archivi tag: Paolo

Le nostre radici nonviolente profonde

Ora vi mostrerò una via, che è la via per eccellenza.

1Co 13:1 Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi amore, sarei un rame risonante o uno squillante cembalo. 2 Se avessi il dono di profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza e avessi tutta la fede in modo da spostare i monti, ma non avessi amore, non sarei nulla. 3 Se distribuissi tutti i miei beni per nutrire i poveri, se dessi il mio corpo a essere arso, e non avessi amore, non mi gioverebbe a niente.

4 L’amore è paziente, è benevolo; l’amore non invidia; l’amore non si vanta, non si gonfia, 5 non si comporta in modo sconveniente, non cerca il proprio interesse, non s’inasprisce, non addebita il male, 6 non gode dell’ingiustizia, ma gioisce con la verità; 7 soffre ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa, sopporta ogni cosa.

8 L’amore non verrà mai meno. Le profezie verranno abolite; le lingue cesseranno; e la conoscenza verrà abolita; 9 poiché noi conosciamo in parte, e in parte profetizziamo; 10 ma quando la perfezione sarà venuta, quello che è solo in parte, sarà abolito. 11 Quando ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino; ma quando sono diventato uomo, ho smesso le cose da bambino. 12 Poiché ora vediamo come in uno specchio, in modo oscuro; ma allora vedremo faccia a faccia; ora conosco in parte; ma allora conoscerò pienamente, come anche sono stato perfettamente conosciuto.

13 Ora dunque queste tre cose durano: fede, speranza, amore; ma la più grande di esse è l’amore.

 

VEGLIA ECUMENICA PER IL CESSATE IL FUOCO IMMEDIATO A GAZA

 

Non pregare Iddio
prima della battaglia,
signor generale,
ne’ lei, signor presidente,
prima della guerra che vuol scatenare
contro un popolo di fatto innocente:
non preghi per niente.

Il Dio che vuoi pregare non sta
con coloro che armati procedono
allo sterminio di un nemico,
reale o fabbricato,
perche’ sempre Lo troverai
fra le macerie di un villaggio distrutto
dalle tue bombe,
e Lo troverai che tiene fra le braccia
il bambino che hai privato
dei suoi genitori…

Il Dio dell’amore universale
non e’ tecum,
ne’ contro di te:
quel Dio e’ contro ogni violenza

(DAVIDE MELODIA)*

 

 

*Nato a Messina nel 1920, nella sua vita è stato pastore battista (dal 1948 al 1954), pittore e poeta, maestro carcerario, giornalista, consigliere comunale e provinciale per il partito dei Verdi. L’impegno che lo ha accompagnato per tutta la sua esistenza è stato però quello per la nonviolenza, un percorso di riflessione e azione iniziato durante la sua prigionia di guerra 1940-1946) e sempre legato alla sua profonda fede evangelica. È stato segretario della Lega per il disarmo unilaterale (1979) e successivamente del Movimento nonviolento (1981-83), nonché membro attivo del Movimento internazionale per la riconciliazione (MIR). Dal 1984 aveva aderito al movimento dei Quaccheri, la “Società degli amici” nata in Gran Bretagna nel XVII secolo che da sempre pone la nonviolenza come espressione essenziale della fede cristiana. Ha conosciuto Ecumenici pochi anni prima dalla morte (2006) in occasione di un servizio informativo contro gli sgomberi degli immigrati da Milano. Non ci ha più lasciati… riteniamo neanche dopo la morte.  Ce ne siamo resi conto strada facendo nella battaglia contro l’ergastolo in Italia, per la scelta esistenziale della nonviolenza, della non demonizzazione dei nostri avversari senza per questo  rinunciare alla lotta serrata ma sempre nel rispetto della vita. 
 

Segnaliamo che il vincitore del biglietto d’auguri 2008 più bello è assegnato a Massimo Aprile per l’inventiva dimostrata.

 

Le nostre radici nonviolente profonde

Leonhard Ragaz, per un’etica della politica e un giornalismo profetico

 ragaz

(VE) Quasi dimenticato in Svizzera, pressoché sconosciuto all’estero, solo il movimento del ‘68 e la teologia della liberazione

 hanno riscoperto il significato dell’opera del teologo svizzero Leonhard Ragaz, nato a Tamins, nei Grigioni, il 28 luglio 1868

 
(Markus Mattmüller) Il villaggio di Tamins, nel quale Ragaz è nato, figlio di una famiglia modesta di contadini, gli fornisce una buona illustrazione delle strutture politiche e sociali: il sistema delle cooperative nel villaggio montano, in cui gran parte del suolo è di proprietà pubblica, dove molti compiti vengono svolti in comune, in cui annualmente ad ogni famiglia – anche a quella più povera – viene assegnata una parcella di terreno. Tutto ciò rafforza in Ragaz la convinzione delle possibilità inerenti a un socialismo istituzionalizzato, a una democrazia comunitaria viva e al federalismo.
Spinto a studiare teologia solo per la facilità d’accesso a una borsa di studio, dopo alcuni semestri a Basilea, Jena e Berlino, a 22 anni diventa pastore di tre villaggi di montagna. Successivamente è primo pastore a Coira e nel 1903 viene chiamato alla cattedrale di Basilea. Fino a quel momento non si distingue in nulla dagli altri teologi liberali del suo tempo, coronati da successo e popolarità.
Nella città industriale di Basilea però, la lotta sociale, che sta raggiungendo il suo culmine, lo costringe a una presa di posizione. Nella quaresima del 1903, nasce un conflitto operaio tra i mastri costruttori edili da una parte e muratori e manovali dall’altra. Questi ultimi rivendicano una riduzione dell’orario lavorativo e un aumento dello stipendio. Uno sciopero di grandi dimensioni viene sciolto dall’intervento delle truppe cantonali e gli operai devono arrendersi. La domenica dopo Pasqua, Ragaz sale sul pulpito della cattedrale di Basilea e predica su Matteo 22, 34-35, il doppio comandamento (“Ama il Signore, tuo Dio, con tutto il tuo cuore… Ama il tuo prossimo…”). In quella occasione dichiara la questione operaia come problema più urgente del suo tempo: “Il cristiano deve sempre schierarsi dalla parte del debole, dalla parte di coloro che nella lotta sociale tendono verso l’alto. Il cristiano deve sapere che siamo fratelli, … non deve solo guardare a se stesso e pretendere che Dio guardi a tutti ‘gli altri’, ma riconoscere che come figli di Dio siamo responsabili gli uni degli altri.“
Per la prima volta Ragaz esprime la sua convinzione che nel movimento operaio si manifesti una forma di cristianesimo inconsapevole, istintiva. Nello stesso anno, Ragaz definisce il contrasto tra “,…la religione statica, immobile, quieta e quella che invece si muove dinamicamente in avanti. Il primo tipo vede nella religione un luogo di riposo, dove coltivare una pietà individualistica, …facendo del cristianesimo un potere conservatore fino ai nostri giorni. “I rappresentanti della seconda forma invece “sottolineano non la fede in Cristo, bensì la sequela di Cristo… Invece della chiesa come istituzione salvifica essi rivendicano il regno di Dio.“ Chiamato a Zurigo, nel 1908, come professore di teologia sistematica e pratica, Ragaz tiene una serie di corsi sulla filosofia della religione, sull’etica, sul cristianesimo e la questione sociale.
L’inizio del primo conflitto mondiale nel 1914 è considerato da Ragaz come il giudizio sulla società capitalista e militaristica, ma anche sulla chiesa imborghesita e troppo leale verso lo stato. Da quel momento in poi, l’ex comandante dei cadetti e cappellano militare diventa uno dei capi principali del movimento pacifista svizzero.
Gli anni 1914-1918 rappresentano un momento importante nell’opera politica e teologica di Ragaz. Nella discussione sulle origini della guerra, condotta anche da molti profughi socialisti, il movimento dei socialisti religiosi ha richiesto un ancoramento intellettuale più profondo del socialismo.
Gli anni della guerra hanno impresso al pensiero teologico di Leonhard Ragaz l’impronta definitiva (la stessa impressa anche al pensiero di Karl Barth): il regno di Dio non è interiore o trascendente, ma vuole trasformare la nostra società e liberare i poveri.
La sua critica alla chiesa, alla teologia e a un cristianesimo borghese, spingono ben presto Ragaz a percepire la contraddizione tra le sue convinzioni e il suo stato privilegiato di teologo accademico. Nel 1921, all’età di 53 anni, senza il diritto ad una pensione, dichiara le sue dimissioni dalla cattedra zurighese e si trasferisce alla Gartenhofstrasse, nel quartiere operaio di Zurigo-Aussersihl, dove fonda l’accademia popolare Educazione e formazione. Da allora in poi, si guadagna da vivere con le modeste entrate provenienti dal lavoro giornalistico.
Dopo questa grande svolta, Ragaz concentra le sue attività su tre argomenti principali, tutti di carattere “profano”: la formazione operaia, il socialismo e la pace mondiale.
Nel suo centro di formazione, Ragaz dibatte questioni sociali, giuridiche e politiche. In discussioni di gruppo vengono trattati libri e personaggi biblici, attualizzati nel contesto storico e contemporaneo. Dopo il 1921 non predica mai più in una chiesa.
Le sue considerazioni e disquisizioni nella saletta della Gartenhofstrasse e i suoi contributi pubblicati sulla rivista Neue Wege costituiscono, per molti anni, le sue uniche testimonianze teologiche.
L’approccio caratteristico ai testi biblici è quello di combinare la loro interpretazione biblica con quella contemporanea: soprattutto durante gli anni della seconda guerra mondiale questo modo di leggere la Bibbia conferisce a molti speranza e consolazione, ma mette anche in guardia di fronte ai pericoli politici negli anni bui della guerra.
In molti suoi articoli Ragaz prende posizione sul delicato argomento della “questione giudaica”. Ribadendo che la radice sia del giudaismo che dell’ebraismo è unica, rifiuta qualsiasi attività missionaria verso gli ebrei. Con lungimiranza condanna la notte dei cristalli, nel 1938, come atto barbarico di saccheggio del patrimonio degli ebrei. Riconoscendo già presto e condannando inequivocabilmente la “soluzione finale” nazista, Ragaz accoglie nel suo centro numerosi profughi ebrei e instaura con loro un rapporto di dialogo e amicizia.
Aderente all’ala sinistra del partito socialista, quella contraria alla guerra, Ragaz osserva accuratamente gli sviluppi in Russia e riconosce i pericoli totalitari: socialismo e violenza, nell’analisi ragaziana, si escludono. Nel 1919 con un gruppo di amici pubblica il programma socialista, nel quale prende posizione contro un socialismo totalitario, in favore del cooperativismo e della formazione. Nel 1935 il partito socialista, la cui esistenza, nella Germania nazista, è in pericolo, adotta una posizione favorevole al riarmo; Ragaz lascia allora il partito con le parole: “Resto socialista.“
Nel periodo tra le due guerre, Leonhard Ragaz è il principale esponente del movimento pacifista svizzero. Dopo avere giurato a se stesso, nell’agosto del 1914, un’impegno continuo per la pace, mantiene questa promessa fino alla fine. Il suo pacifismo è però tutt’altro che apolitico: lotta per istituzioni ancorate nel diritto internazionale e per garantire la pace a livello mondiale. Nel caso estremo, avrebbe anche acconsentito ad una polizia per la pace della Società delle Nazioni.
Sin dall’inizio del secondo conflitto mondiale, in Svizzera vige la censura di stampa, sottoposta al ministero della difesa. I commenti aperti di Ragaz alla situazione attuale nella sua rivista Neue Wege (Vie nuove, n.d.t.) non passano inosservati: le minaccie da parte ufficiale culminano presto nella precensura. Ragaz, irritato, interrompe la pubblicazione della rivista e spedisce d’ora in poi le sue riflessioni, meditazioni bibliche e commenti politici in busta chiusa al suo cerchio di lettori. Negli anni seguenti Ragaz scrive il suo commento a tutti i libri della Bibbia. Contemporaneamente (1944 e 1945) redige i due volumi sulle parabole e il sermone sul monte. Non esiste, tra le opere del nostro secolo, un’altra presentazione del messaggio di tutta la Bibbia condotta seguendo un unico filo rosso: “…il messaggio del regno di Dio e della sua giustizia per la terra.“
È assolutamente da rileggere, quest’opera monumentale (Die Bibel. Eine Deutung, Edition Exodus, Brig/Fribourg, 1990, ristampa in 4 volumi, n.d.r.), per conoscere e capire le posizioni teologiche di questa dottrina politica e sociale fondata sulla Bibbia. I rappresentanti della teologia della liberazione, nell’America Latina, hanno riconosciuto già presto in Ragaz un loro precursore.
Ragaz vede ancora la fine della guerra, la vittoria delle democrazie e la fondazione delle Nazioni Unite. Le commenta nella sua rivista ormai liberata dalla censura. Il 6 dicembre 1945 conclude la 39. annata della rivista Neue Wege. La sera del giorno dopo, all’età di 77 anni, soccombe a un arresto cardiaco.

Commenti disabilitati su Le nostre radici nonviolente profonde

Archiviato in Pace, Quaccheri del mondo

Un grazie vivissimo ai nostri lettori: Axteismo è molto arrabbiato…

Giuseppe Barbaglio, Gesù ebreo di Galilea. Indagine storica

Per Giuseppe Barbaglio, biblista tra i più noti e letti in Italia, l’uomo dei vangeli è un ebreo figlio del suo tempo e della sua terra, presenza scomoda, ieri come oggi.

Professor Barbaglio, perché sottolineare l’ebraicità di Gesù?
Direi per tre motivi distinti. Primo: Gesù era un ebreo, non un cristiano, e un ebreo di Galilea, un uomo cioè di villaggio e di cultura contadina. Secondo: per rendere giustizia alla sua collocazione reale: Gesù di Nazaret non è stato un’isola; la sua crescita e socializzazione è avvenuta nel mondo ebraico del primo secolo. Terzo: per amore ecumenico, in quanto egli è veramente colui che uno studioso ebreo, Ben Chorin, ha messo come titolo di un suo libro: “Gesù nostro fratello”.

Che cosa ci può dire oggi la ricerca storica, onestamente condotta, di Gesù?
Essa non pretende di dirci in modo esaustivo chi è stato realmente Gesù; ci permette invece di rispondere a questa domanda: che cosa possiamo dire noi oggi di lui, sulla base delle testimonianze antiche in nostro possesso, criticamente vagliate, cioè valutate sulla loro attendibilità storica.

Quali sono gli aspetti storicamente più certi della figura di Gesù?
Potrei parlare delle certezze della sua esistenza, della sua morte in croce per iniziativa del prefetto romano di Giudea, Ponzio Pilato, nel decennio 26-36, del fatto che egli apparve allora come un esorcista e un guaritore, e questo a detta di amici e nemici, ma anche che fu un parabolista eccezionale, cioè un creatore abile di brevissime fiction narrative, e un saggio che si è espresso sovente con proverbi, aforismi, sentenze, detti icastici. Ma vorrei insistere su ciò che, a mio avviso, più caratterizza la sua immagine storica: è stato l’evangelista, cioè il portatore della lieta notizia al popolo; con lui e attraverso la sua azione è sorta l’alba della regalità divina, capace di dare una sterzata alla storia.

Le ragioni della storia e quelle della fede certo non devono sovrapporsi, ma nella sua ricerca è emerso qualche conflitto?
Sì, in due casi abbastanza chiari. Anzitutto il dato storico altamente probabile, se non certo, che Gesù è nato a Nazaret; non per nulla è stato chiamato il nazareno e il profeta di Galilea. Ma la fede cristiana, a partire dai Vangeli dell’infanzia di Matteo e di Luca, lo ritiene nato a Betlemme, la città di Davide. In secondo luogo, la famiglia di Gesù era numerosa: quattro fratelli, Giacomo, Giuda, Simone, Giuseppe, e delle sorelle. Ora la tradizione cristiana, che parte da Girolamo, ha trovato l’escamotage di ritenerli dei cugini e, strano a dirsi, non si parla delle sue sorelle come cugine, per salvare la verginità perpetua di Maria. Ma si tratta di una spiegazione che ha poche possibilità di essere buona.

Come si può stabilire se le testimonianze antiche meritano credibilità nei dati che ci trasmettono?
Le testimonianze antiche su di lui sono molte: di lui ci parlano autori romani, come Tacito, Svetonio e Plinio il Giovane, scrittori greci, come il filosofo Celso, lo storico ebreo Giuseppe Flavio, la tradizione rabbinica del Talmud babilonese, soprattutto scritti cristiani, cioè Paolo, gli evangelisti canonici, ma anche i vangeli apocrifi. La difficoltà sta nella valutazione dell’attendibilità storica degli scritti cristiani che sono libri di fede, non storia propriamente detta. Ma non mancano criteri rigorosi in proposito; accenno a uno solo, quello dell’imbarazzo della comunità cristiana davanti ad alcuni dati, che tuttavia non può fare a meno di tramandare. Così è del battesimo di Gesù per mano del Battista: un battesimo di penitenza per un Gesù che la fede cristiana già nei primi anni riteneva senza peccato; altrettanto del tradimento di Giuda Iscariota: uno dei dodici scelti da Gesù come rappresentanti del popolo di Dio delle dodici tribù d’Israele, che egli è venuto a riunire.

Ma per un credente la ricerca storica riveste un particolare interesse?
Sì, perché mette in chiaro lo spessore umano e terreno di colui che il credente ritiene il figlio di Dio. Se i cristiani avessero specificato meglio la loro credenza nel figlio di Dio fattosi uomo, confessandolo appunto figlio di Dio fattosi ebreo, diventato un galileo, forse, o senza forse, le responsabilità cristiane circa l’antigiudaismo secolare sarebbero state minori.

Giuseppe Barbaglio
Gesù ebreo di Galilea. Indagine storica
Edizioni Dehoniane, Bologna 2002, pp. 670

 

Speciale Axteismo

Axteismo ha diffuso le sue rimostranze a Tiscali per la chiusura del nostro account di posta elettronica in seguito alla protesta contro quella che loro hanno definito una “canzoncina satirica e sarcastica da Zecchino d’Oro”.

Ringraziamo veramente tutt* per le tantissime e-mail spedite che hanno creato “forti disagi e notevoli fastidi” a questi signori che pretendono di fare critica storica; riportiamo integralmente il testo della corrispondenza intercorsa con Ecumenici in data 7 gennaio 2008 con una delle menti dell’organizzazione: il sig. Ennio Montesi.

Poche settimane dopo quella data quel sito chiedeva al sig. Minoli della Rai un pubblico confronto con Ravasi e Messori sul cristianesimo delle origini.  Nessun ulteriore commento se non la constatazione della miseria intellettuale nell’abbandono del criterio scientifico nella ricerca anche da parte di chi si dice  “a difesa della ragione”…

 

Buonasera sig. Montesi,

circolano in internet diversi suoi articoli e – se non vado errato – sono stato destinatario anche di alcune e.mail di Mailing List che dirige o di cui è ospite: conosco le sue tesi e opinioni e Le sarei grato se volesse indicarmi anche le fonti da cui attinge le info relative ai diversi messia di cui fa riferimento… Dionisio, Attis, Mitra, Krishna,

Dalle informazioni raccolte ad es. su Horus ho pensato di sistematizzare così le info –prive di fonti – fin qui da me raccolte su axteismo.

Il “sole di Dio”, Horus, era visto prima del 3000 a.C. dagli egiziani come un salvatore dell’umanità, un messia: ne abbiamo ampie testimonianze dai geroglifici. Il suo antropomorfismo veniva ricavato dai suoi movimenti nel cielo. Più precisamente nel movimento nella c.d. croce nei 12 segni dello Zodiaco, quella croce dei 12 segni zodiacali rappresentava la sua vita e non era solo un’espressione artistica. Horus era la luce del mondo, che dava calore e sicurezza contro il freddo, ma soprattutto pane (attraverso il grano). Il termine orizzonte viene dalla frase “il sole è risorto”, Lo stesso temine ore deriva anch’esso da Horus e indica il percorso del giorno nel corso della giornata. Anche il termine “sunset” (oscurità) ha origine in questa mitologia in quanto Horus aveva un fratello malvagio di nome Set che riusciva a sconfiggere ogni giorno. Solo la sera Sunset riusciva a sconfiggere Horus cacciandolo negli inferi. La dicotomia mitologica “l’oscurità contro la luce” e quella de “il bene contro il male” sono onnipresenti. Horus nacque il 25 dicembre dalla vergine Isis – Meri. La sua nascita era accompagnata da una stella dall’est, che i tre re  seguivano per portare doni al neonato salvatore. All’età di 12 anni era un prodigo insegnante bambino. All’età di 30 anni venne battezzato da una figura nota come Anup e dal quel momento iniziò il suo ministero. Horus aveva 12 discepoli che lo accompagnavano (il riferimento all’astrologia è evidente e rappresentava il viaggio stesso); compiva miracoli (come a guarigione dei malati) e camminava sulle acque. Gli venivano attribuiti i nomi di “la verità”, “la luce”, “il figlio eletto di Dio”, “il buon pastore”, “l’agnello di Dio” ed altri ancora. Dopo essere stato tradito da Typhon venne crocefisso, sepolto per tre giorni dopodiché è risorto. La stessa struttura mitologica – non reale dunque – è comune o meglio permea quella di altre divinità in altre culture.

Nel tempio di Luxor vi sono le immagini dell’annunciazione, dell’immacolata concezione, della nascita e dell’adorazione di Horus. Le immagini iniziano con Thaw che annuncia alla vergine Isis, che concepirà Horus. Dopodichè il fantasma sacro Nef’ ingravida la vergine e abbiamo il parto della vergine e l’adorazione.

 

Ma perché proprio il 25 dicembre?

Il 24 dicembre una stella dell’est, Sirio, si allinea con le tre stelle più brillanti della cintura di Orione. Queste tre stelle in antichità venivano chiamati “i tre re”. Esse si allineano il 25 dicembre col punto in cui sorge il sole. Al mattino dunque “i tre re” si trovavano con la nascita del sole.

Le costellazioni fin dall’antichità era suddivise in 12 sezioni o segni dello Zodiaco. E il geroglifico più antico per Virgo (la costellazione rappresentata dal segno della Vergine) era la M modificata. La madre di Adone (Mirra) e la madre di Budda (Maya) iniziavano con la lettera M ed erano definite vergini.  La costellazione della vergine era definita altresì come “la casa del pane” ed era raffigurata da una donna (che si diceva vergine) che teneva un covone di pane. Rappresentava i mesi di agosto e settembre. Quelli della mietitura del grano. Betlemme è tradotto letteralmente come la casa del pane. I commentari cattolici sono pieni di questi riferimenti. Betlemme è in realtà un riferimento alla costellazione della vergine e non un paese della terra d’Israele.

 

Sempre in antichità verso il solstizio d’inverno si osservava la morte del sole. Le giornate diventavano più brevi e il 22 dicembre la morte del sole si realizzava col raggiungimento del punto più basso del cielo. Quello che osservavano gli antichi per i tre giorni successivi al 22 dicembre era che il sole smetteva di muovervi verso sud. E per quei tre giorni il sole rimaneva in prossimità della croce del sud, la costellazione Crux. Il sole solo il 25 dicembre sembrava muoversi di un grado verso nord, dopo sei mesi di movimento verso sud, alimentando le attese di giorni via via più lunghi, maggiore calore e il ritorno della primavera (la salvezza). E’ per questo che venne detto che il sole è morto sulla croce, una morte che durò tre giorni dopo la quale è risorto o nato di nuovo. Ci troviamo di fronte al brevissimo periodo in cui termina il periodo di transizione e gli umani assistevano al cambiamento visibile di direzione del sole verso l’emisfero nord. La resurrezione del sole non veniva comunque festeggiata fino all’equinozio di primavera ossia a Pasqua. E’ solo in quel momento che il sole supera la forza dell’oscurità: il giorno supera la notte e le condizioni rivitalizzanti della primavera emergono con potenza nella natura.

Le sembrerà strano ma Le scrivo non in veste di ateo ma di credente sostenitore delle tesi di Bultmann sulla demitizzazione del Nuovo Testamento. I racconti della nascita a mio modesto parere si prestarono a influenze religiose dell’epoca ossia alla cultura mitologica fondata sull’astrologia, che in quell’era rappresentavano la cultura di un popolo e di uno stato.

Gradirei – se non la disturbo troppo – un cortese cenno di riscontro.

Cordialmente

Maurizio Benazzi

 

Gentile Sig. Benazzi,

la mole di documentazione e di fonti che lei richiede è enorme e comunque se cerca bene riesce a trovare su internet strade e sentieri e da lì può risalire a testi cartacei editi e altri non facilmente rintracciabili. Alcuni molto rari ma direi introvabili, li sto cercando da anni all’estero avvalendomi anche dell’aiuto di ambasciate e comunità autoctone varie. Mi è impossibile accontentarla poichè occorrerebbe molto tempo per assemblare il tutto e non posso dedicare tempo a questa cosa essendo impegnato a scrivere un libro che mi assorbe tempo e a volte mi rilasso scrivendo qualche articolo sui temi che, mi pare di capire, anche lei segue. La cosa che posso fare per lei è farle inviare da Axteismo una serie di email con ducomentazione varia dalla quale se ha la pazienza, con riferimenti a libri e altro riuscirà a scavarsi da solo le sue piste storiche, culturale, sociali dentro alle quali tutte le religioni restano impigliate. Mi dica lei se posso farle inviare queste mail.

Cordialità,

 

Ennio Montesi

Commenti disabilitati su Un grazie vivissimo ai nostri lettori: Axteismo è molto arrabbiato…

Archiviato in teologia

31 ottobre: Festa della Riforma

Desmond Tutu: quando la libertà del cristiano osa sperare

Premio Nobel per la pace per il suo impegno a favore dei diritti umani e contro il razzismo, Desmond Tutu dal 1996 è presidente della Commissione per la verità e la Riconciliazione istituita dal governo del Sudafrica per favorire la riconciliazione nazionale e far luce sulle violazioni dei diritti umani commesse dal 1960 al 1993 durante il regime dell’apartheid (si veda la “Commissione per la verità e la Riconciliazione in Sudafrica” nella sezione Esperienze di nonviolenza).
La sua storia si incontra quindi con quella di Nelson Mandela, simbolo, per il popolo sudafricano, della conquista della libertà e dell’uguaglianza. Di lui ha detto: “Nelson Mandela trascorse ventisette anni in prigione. Quei ventisette anni furono la fiamma che temprò il suo acciaio, rimuovendo le scorie. E quella sofferenza patita nell’interesse di altre persone gli conferì un’autorità e una credibilità che non avrebbe potuto avere altrimenti. I veri leader devono prima o poi convincere i loro seguaci che non si sono buttati nella mischia per interesse personale ma per amore degli altri. Niente può testimoniarlo in modo più convincente della sofferenza. Sarebbe riuscito Nelson Mandela a ritagliarsi il suo posto nella storia come grande leader politico e morale senza quella sofferenza? Ne dubito”
Desmond Tutu nasce a Klerkdorp nel 1931 nel Transvaal, Sudafrica. Dodici anni dopo si trasferisce a Johannesburg dove termina le scuole superiori e inizia a insegnare in una scuola elementare di una baraccopoli nera della città.
Si sposa con Leah e ha quattro figli. Intanto intraprende la preparazione teologica e nel 1961 viene ordinato sacerdote. Dopo qualche anno di studio in Inghilterra, prende ad insegnare teologia in alcune università del suo paese. Nel 1975 è il primo nero ad essere nominato decano di Johannesburg e due anni più tardi vescovo di Lesotho.
Intanto fra l’opinione pubblica, in risposta alle azioni di repressione da parte del governo contro le manifestazioni a favore dell’uguaglianza sociale e sulla spinta del black consciousness, movimento di emancipazione della popolazione nera nato all’interno del mondo accademico e guidato da Steve Biko, va crescendo la protesta pubblica per le strade. Il momento più drammatico si verifica nel giugno del 1976 quando una protesta pacifica si trasforma, dopo la morte di un ragazzino, in un massacro di 500 persone. Seguono provvedimenti contro le stesse organizzazioni cristiane sostenitrici del movimento di “coscienza nera” che appoggia le proprie rivendicazioni proprio su una rilettura della Bibbia dal punto di vista dei bisogni e della realtà dei neri, fino a sfociare nella cosiddetta black theology (teologia nera) di cui si fa portavoce il nostro autore : “[…]La teologia nera è quella che si interessa a questa parte dell’umanità, a questi uomini e donne che hanno acquisito la coscienza del loro valore in quanto persone, che si rendono conto di non doversi più scusare per il fato di esistere, che credono di avere un’esperienza qualitativamente distinta da quella degli altri, e che tale esperienza richiede di essere studiata e compresa in relazione a ciò che Dio ha rivelato di sé e tramite il figlio, Gesù Cristo […]”.
È proprio in questa fase delicata che il vescovo anglicano Tutu assume l’incarico di segretario generale del Consiglio Ecumenico delle Chiese sudafricane (SACC).
Nel 1979, sostiene una campagna di disobbedienza civile dei neri d’Africa. Da questo momento inizia una vasta opera di pressione presso la comunità internazionale e di denuncia del regime dell’apartheid che costringe i neri a condizioni disumane. Naturalmente ciò gli costa vari provvedimenti restrittivi da parte del governo che arriva persino a dichiararlo sovversivo; così replica: “Con il dovuto rispetto, tutti i commissari erano persone che beneficiano quotidianamente del sistema socio-politico che noi vogliamo cambiare”.
Nel settembre del 1984 scoppia un’altra protesta nel ghetto di Soweto, dove a lungo aveva incoraggiato la sua gente a non arrendersi alle discriminazioni da pastore; la risposta dell’allora primo ministro Botha non cambia. Nello stesso anno il ricevimento del premio Nobel per la pace gli consente di avanzare richieste più visibili al governo in direzione dell’uguaglianza sociale e politica in un paese democratico.
Con l’istituzione della repubblica del Sudafrica (1994), Desmond Tutu prosegue la sua azione pastorale non esitando a far sentire al sua voce anche a livello politico.

Ecumenici parteciperà domani al culto di Milano della Festa della Riforma con lo stesso spirito libero di Desmond Tutu e di tutti coloro che vivono pienamente la libertà del cristiano. Appuntamento alle ore 20.30 presso la Chiesa Evangelica Battista, Via Pinamonte da Vimercate, 10 (adiac. Moscova). Sermone del pastore luterano  Ulrich Eckert

 

Come protestante non posso non ricordare a me stesso e alle chiese evangeliche le parole di Desmond Tutu “Perdonare e riconciliarsi non significa far finta che le cose sono diverse da quelle che sono. Non significa battersi reciprocamente la mano sulla spalla e chiudere gli occhi di fronte a quello che non va. Una vera riconciliazione può avvenire soltanto mettendo allo scoperto i propri sentimenti: la meschinità, la violenza, il dolore, la degradazione…la verità. ”

Anche fra le chiese e dentro le chiese e fra gli stessi cristiani.

Maurizio Benazzi

 

 

 Una breve riflessione sull’affermazione della Riforma

 

(Ecumenici) Zwingli iniziò il suo ministero nella chiesa cattolica a Zurigo durante la peste del 1519, che provocò la morte di quasi una persona su due, nella città svizzera. Fra i suoi compiti vi era quello di consolare i morenti per cui si rese conto ben presto che ciò avrebbe potuto implicare la malattia. La sua sopravvivenza fisica era quindi nelle mani di Dio. In un inno dedicato alla peste che scrive, non si appella ai santi perché lo guarissero e non si aspetta che la chiesa possa intervenire per lui in qualche modo. Vi si ritrova invece l’austera determinazione di accettare qualsiasi cosa gli venisse riservata da Dio. Leggiamo infatti:

Fai quello che vuoi,

perché nulla mi manca.

Son tuo strumento,

che puoi riscattare o distruggere.

E’ impossibile leggere questa poesia senza essere colpiti dall’abbandono totale del riformatore alla volontà di Dio. Zwingli superò il periodo della peste ma quell’esperienza fece crescere in lui la convinzione di essere uno strumento nelle mani di Dio, da usarsi esclusivamente per l’adempimento dei propositi divini.  Il problema dell’onnipotenza di Dio non era una questione da manuale teologico ma la questione anche della sua esistenza. Per taluni critici Zwingli accettava il fatalismo di Seneca, autore verso cui mostra un certo interesse come del resto per tutti i classici, sebbene Zwingli sia prevalentemente influenzato dall’interpretazione dell’apostolo Paolo, che vede quasi coincidenti Legge e Vangelo. Ma la sovranità di Dio, porta Zwingli in un certo senso anche fuori dall’umanesimo dell’epoca. La Riforma era per lui un processo educativo e scriverà che circa duemila persone a Zurigo sono illuminate per effetto della sua predicazione. Riconosce insomma che il destino generale dell’umanità e quello stesso della Riforma sono determinati dalla provvidenza divina. Poiché è Dio l’attore principale del processo di Riforma e non i singoli individui.

Commenti disabilitati su 31 ottobre: Festa della Riforma

Archiviato in teologia