Archivi tag: pentecostali

Non in mio nome

Sono molto preoccupata, come donna e come lesbica, sul possibile “patto” tra le comunità valdometodiste e le chiese dell’AD (Assemblee di Dio da non confondere con ADI Assemblee di Dio in Italia), patto che porterebbe ad affratellare le due comunità un po’ come succede tra le chiese battiste e le valdometodiste. Credo di poter affermare che tale preoccupazione è condivisa dai gruppi e dalle commissioni che in parte rappresento e di cui sono membro: REFO, VARCO, Progetto Moltiplicare le benedizioni. Facendo parte inoltre di un portale, Gionata, che si occupa di Fede e Omosessualità e che raccoglie credenti omosessuali, lesbiche, trans e bisex di ogni provenienza religiosa, posso affermare che l’ipotesi di un patto con i fratelli e le sorelle delle comunità pentecostale AD ha lasciato perplesso più di qualche amico. La proposta del patto viene auspicata in un testo sinodale 2009 a firma, per ciò che riguarda la parte valdese, di Emanuele Fiume, Eric Noffke e Paolo Ricca, disponibile sul sito della chiesa valdese.  In linea generale anche io mi auspico che il dialogo con le chiese pentecostali AD non s’interrompa ma prosegua nel segno dell’ecumenismo e del reciproco rispetto, così come accade con altre chiese e comunità religiose.  Tuttavia, pur apprezzando la metodologia del testo e la buona volontà di chi lo ha prodotto mettendo in risalto ciò che accomuna le due comunità, invece che sottolineare quanto ci separa, non posso che condividere i timori espressi da altri fratelli e sorelle valdesi  in base ai quali il testo finirebbe con il tacere questioni importanti che all’atto pratico impedirebbero la realizzazione del patto.  In particolare il testo proposto sembra reticente su questioni non del tutto secondarie. Provo ad elencarne alcune:

1) nel testo non si fa cenno ai criteri di lettura della Bibbia applicati dalle chiese dell’AD: letterale-integralista o critico-storico come nelle nostre comunità?

2) tra le questioni che potrebbero ostacolare la realizzazione del patto c’è il ruolo della donna, a cui non si fa espresso accenno in tutte le pagine del documento (ben nove), per non parlare del silenzio sul ruolo delle pastore. Trovo questo omissis davvero inquietante.

4) molti hanno fatto notare che l’omosessualità non è una questione “attualmente oggetto di riflessione e dibattito anche all’interno della Chiesa Valdese” così come si dichiara nel testo al punto 6, perché esiste un documento preciso (assemblea Sinodo 2006) che confessa il peccato della discriminazione e dell’omofobia, spingendo le nostre comunità perché si attivino al riconoscimento delle coppie di fatto

5) altri hanno inoltre evidenziato che la questione dell’omosessualità non può essere liquidata come una delle tante questioni etiche su cui si hanno divergenze di opinione, così come si dichiara nel punto 6, perché il problema è più complesso e ha a che vedere per esempio con la fede nei carismi tipica dei pentecostali. Tra i carismi riconosciuti dalle chiese pentecostali c’è quello della guarigione. Esattamente, qual è la posizione delle chiese AD rispetto al blocco delle chiese pentecostali ADI da cui si sono staccate? L’omosessualità è per loro una malattia mentale e pertanto sanabile attraverso la preghiera?

6) lo scambio dei pulpiti suggerito come augurio dal testo vuol dire concretamente che un gruppo di LGBTQ credenti valdesi e battisti come il VARCO o la REFO potranno organizzare un culto nelle chiese pentecostali?

7) ci si è chiesti in che modo la struttura sinodale delle nostro comunità possa essere definita dal testo “perfettamente compatibile” (punto 5, Questioni di Ordinamento) con la struttura congregazionalista delle chiese pentecostali. Congregazionalista vuol dire che una struttura centrale decide e poi le chiese locali sono libere di aderire o no a certe decisioni, un po’ come i battisti? Sembra, invece, dall’espressione presente nel punto 5, che a differenza dei battisti, la struttura che decide sulle questioni etiche e spirituali in ambito pentecostale AD non sia un Sinodo come il nostro formato da laici e pastori, ma esclusivamente da un collegio ministeriale composto da pastori, diaconi e figure chiamate “apostoli”.

8) le chiese AD fanno o non fanno parte della Federazione delle Chiese Pentecostali? A questo proposito si tenga presente  la dichiarazione sull’omosessualità del 2008 di Remo Cristallo, presidente della Federazione, che ho riportato qui di seguito. Non credo di poter considerare tale dichiarazione, per quanto mi sforzi, un segnale positivo nei miei confronti o nei confronti della comunità LGBTQ in generale.  

9) qual è la posizione delle chiese AD sul dialogo interreligioso, in particolare sul dialogo con l’ebraismo, o sull’ecumenismo?

10) sembrerebbe che il concetto di una morte dignitosa non sia lo stesso per la chiesa valdese e per le chiese AD

10) E’ davvero sensato chiamare divergenza di opinioni quello che invece potrebbe essere un modo diverso di testimoniare il vangelo da parte delle due comunità?

 

In conclusione, il cammino verso il “patto” appare non solo accelerato ma anche scarsamente elaborato, perché molti punti restano oscuri, probabilmente dovuto al fatto che poco si sappia delle chiese AD. E proprio per ovviare a questa scarsa comprensione bisognerebbe conoscere meglio i loro membri perché possano spiegare alcuni degli aspetti messi in risalto. Invitarli a riunioni e convegni per favorire la reciproca conoscenza appare senz’altro legittimo prima di approdare a qualunque alleanza. Speriamo di scoprire in questo caso che le chiese AD hanno preso le distanze dalle chiese ADI su molti punti, non ultimo l’omosessualità. Sarebbe davvero imbarazzante scoprire che le comunità valdometodiste dichiarano un giorno il peccato della discriminazione e dell’omofobia per poi un altro giorno stringere un patto con le chiese che in tale discriminazione proseguono. La comunità dei credenti LGBTQ ha ben presente, per esperienza propria e altrui, la pratica odiosa e ipocrita delle tante chiese che apparentemente accettano gli omosessuali per poi sottoporli a un piano di sostanziale recupero. Le sedicenti terapie volte a recuperare gli omosessuali dalla loro “ condizione illecita” hanno provocato e provocano ferite insanabili nella propria psiche, depressione, disturbi psicosomatici, destrutturazione psicologica di cui sono pieni i libri di medicina e di cui un giorno si parlerà certamente nei libri di storia. E’ necessario fare chiarezza su questo punto. Basterebbe leggere le dichiarazioni di Remo Cristallo per capire quanto siano indigeste. Molte chiese dichiarano che una legge sull’omofobia impedirebbe la legittima espressione delle voci che al contrario condannano l’omosessualità, ma forse bisognerebbe ricordare loro che chi fa dichiarazioni omofobe in Italia non corre pericolo di vita, di perdere un lavoro o di ritrovarsi sottoposto ad ogni sorta di ricatto.

 

Non la mia chiesa e non in mio nome, dunque, me lo auguro dal profondo del cuore.  

Salamone Rosa, vicepresidente REFO (Rete evangelica fede e omosessualità)

DICHIARAZIONE di Remo Cristallo

A seguito del dibattito che si è aperto nel mondo evangelico italiano sulla questione dell’omosessualità e che ha visto la pubblicazione di diversi documenti, il presidente della Federazione delle Chiese Pentecostali, il Past. Remo Cristallo, sollecitato da diversi organi di informazione ad esprimere la posizione che hanno sulla questione le chiese da lui rappresentate, ha rilasciato la seguente dichiarazione affidata a varie agenzie di stampa per la pubblicazione e la diffusione. “La Federazione che io rappresento non ha mai nascosto la sua posizione in materia; una commissione sta lavorando alla definizione di un documento organico nel quale sarà espressa la posizione ufficiale sull’argomento. Per il momento posso solo dichiarare che non si è mai persa l’occasione di ribadire ogni qual volta è stato possibile che per noi il dato biblico sull’argomento è insuperabile; vale a dire che alla luce di quanto emerge dalle Scritture l’omosessualità non può essere ritenuta una condizione lecita. La nostra comprensione della Bibbia e l’esperienza delle nostre chiese ci inducono a credere che l’omosessualità è una condizione suscettibile di cambiamento e pertanto noi crediamo che per la grazia di Dio e attraverso l’incoraggiamento della comunità di fede un individuo possa vivere in armonia con i principi della Parola di Dio. Mi dispiace molto che spesso attraverso gli organi di informazione si dia l’impressione che il mondo evangelico italiano abbia una posizione omogenea su questo tema; è noto, invece, che le posizioni sono molto differenziate e che sicuramente la maggioranza degli evangelici non è affatto favorevole a considerare l’omosessualità una condizione lecita. Ovviamente il rispetto per chi la pensa diversamente rimane e non pregiudica ambiti comuni di impegno e di dialogo; questo, però, non significa mancanza di differenza e diversità di posizione. Ci tengo a sottolineare questo aspetto della questione perchè, come è noto, la Federazione pentecostale intrattiene buoni rapporti con le chiese evangeliche BMV che hanno una posizione molto diversa dalla nostra su questi temi e pertanto da noi non condivisa. Tutti sanno che dialogare non significa concordare su tutto. Bisogna fare molta attenzione alle strumentalizzazioni ideologiche delle posizioni, qualunque esse siano e da qualunque parte arrivino. Sono assolutamente convinto della necessità che non si debba operare alcuna forma di discriminazione nei confronti degli omosessuali. Ma sono anche molto preoccupato per l’enorme peso che i diritti degli individui assumono nella discussione e nel dibattito a scapito dei diritti della famiglia, come pure mi preoccupa il clima di intimidazione che in alcuni paesi europei iper laicisti si è venuto a creare nel minacciare (e in qualche caso adottare) misure restrittive per chi in nome della propria fede considera inaccettabile l’omosessualità. L’affermazione del diritto a vivere quella che alcuni ritengono la propria condizione naturale e relazionale non deve cancellare il diritto di parola di chi ritiene il contrario e lo vuole dire pubblicamente. Solo se si terrà conto dei diritti di tutti la discussione potrà essere più serena”.

Past. Remo Cristallo

8 maggio 2008

Cara Rosa,

lasciai la comunità valdese nel 2003 dopo averla frequentata in modo assiduo per circa due anni e all’indomani della mia esperienze pastorale ad interim a Locarno. Ho trovato referenti nel Concistoro che erano probabilmente abituati a evadere le lettere ricevute attraverso l’indifferenza e il totale menefreghismo, anche nel caso di richiesta di accompagnamento per un percorso di cammino pastorale.

Sono contento comunque così, visto che le quelle abitudini sono state riscontrate più recentemente – in termini di altezzosità disgustosa – anche riguardo al corpo pastorale di una città vicina, al quale avevo segnalato il possibile avvicinamento di un frate omoaffettivo, fuoriuscito da una missione cattolica.

Come dire, il lupo perde il pelo ma non il vizio. Il difetto d’origine è probabilmente quello di non essere montanari delle “loro” valli. E se poi ci sono altre “aggravanti”….

Non mi stupisce affatto l’alleanza valdese con le frange fondamentaliste pentecostali. E’ da circa un decennio che lavorano le burocrazie interne in quella direzione.

Ti auguro di essere sempre onesta coi tanti giovani cattolici che chiedono informazioni sulla tua chiesa. Non vale semplicemente la pena bleffare. Se vuoi ti racconto tante storie al riguardo di valdesi doc…

In ogni caso vigilo eccome (!) anche sui risultati deludenti del recente Sinodo, sulle dichiarazioni di alleanze esplicitate a più livelli dai vari circuiti e perfino in sede di apertura di anno accademico a Roma.

Il Calvino pentecostale è oggettivamente una novità assoluta e allo stesso tempo aberrante, per la forzatura storica operata.

 

Un caro saluto

 

Maurizio

 

Commenti disabilitati su Non in mio nome

Archiviato in Diritti civili, teologia

Il nostro manifesto della preghiera laica

La preghiera viene indicata generalmente come il nocciolo e il simbolo della relazione con Dio. Essa sicuramente degenera quando al posto di Dio subentra la religione.

Vi sono infatti due specie di preghiera: la preghiera della religione  e la preghiera del Regno. La prima possiamo considerarla sotto il profilo teologico un’opera e più esattamente la identifichiamo umanamente come un dovere. Se si è religiosi si “deve” pregare. La preghiera è la principale opera di devozione, anzi la più importante di tutte. Si può anche pregare volentieri per se stessi e per le persone care o le proprie cose. Ma spesso la preghiera è soltanto un dovere. E perciò si deve mostrare. Ci deve essere in ogni circostanza. Deve essere la forma che contrassegna una cosa, affinché sia “religiosa”, altrimenti appare “profana”, puramente mondana: “qui non c’è Dio”.

Ecco che la preghiera si perde in una triste esteriorizzazione: diventa una forma, una maschera e quindi una parte capitale di tutto il formalismo religioso, che nel senso di Gesù è “ipocrisia” ossia teatralità.

Ecco dunque che l’invito di Dio a pregare nella propria stanza mostra come le cose fatte in segreto vengono poi ricompensate ossia esaudite e anche di questo non bisogna comunque farne un oggetto da esibizione.

Con le parole di Ragaz possiamo dire che Gesù non è affatto venuto per stabilire un’altra legge, in cui è rilevante o conta in qualche modo la forma pura e semplice. Lascia semmai il tutto a noi. Anzi di più.

Poiché la preghiera è di fatto divenuta qualcosa di esteriore, non solo nei tempi antichi ma anche in questi che viviamo, essa è vittima della legge di ogni esteriorità: la quantità. Bisogna pregare molto. Più si prega e meglio è. E dalla quantità si fa spesso dipendere nell’immaginario religioso anche l’esaudimento. Si tratta in realtà delle “soverchie dicerie” dei pagani, i quali credono di essere esauditi per la moltitudine delle loro parole.

La degenerazione della preghiera presenta il difetto d’origine: non si ha a che fare col vero Dio ma con la religione. Poco importa il suo nome. Se infatti si vive davanti al Dio Santo la moltitudine delle parole si vieta da sé, per il rispetto che gli è dovuto. Non si tratta più in ogni caso di raccontare a lungo a Dio, al vero Dio, all’Onnipresente, all’Onnipotente, le cose di cui si ha bisogno; Lui le sa sempre meglio di noi.

E dopo aver messo in luce gli aspetti negativi della preghiera non possiamo non soffermarci sulla necessità della preghiera. Soprattutto negli aspetti più nobili ossia il ringraziamento e l’adorazione. Se riceviamo le cose mediante la nostra richiesta, prendiamo coscienza di Colui dal quale le riceviamo, cioè riceviamo tutto – poiché dobbiamo includere tutto nella nostra richiesta – e impariamo così come la dobbiamo intendere e usare. E’ un punto fondamentale questo. Perciò molte cose possiamo riceverle solo se le domandiamo. E inversamente Dio non ci può dare molto, perché semplicemente non glielo domandiamo. Dio Padre vuol stabilire questo rapporto coi suoi figli e figlie.

Il che non significa che ad esempio l’adorazione perpetua o ripetuta in termini ossessivi sia la condizione naturale di detto rapporto. E’ al limite (ma proprio limite estremo) un’eccezione di fatto inutile poiché rischia di presentarsi come una forma di superstizione pagana. Pensate ad esempio ai rosari o alle c.d. 48 ore. Si pensa in qualche modo di forzare la volontà di Dio con molte parole o le parole di molti. Una sorta di pratica della magia, addirittura rivolta o con la strumentalizzazione di presunti intermediari/e.

C’è un episodio veramente interessante nella Bibbia ove si riesce a capire la differenza fra la preghiera della religione e quella del Regno. E’ non lo dico perché ho letto sui magazines le preghiere dei gruppi evangelici fondamentalisti per il diluvio sulla Convention democratica americana (pare invece che l’uragano abbia lambito quella repubblicana del candidato delle Assemblee di Dio pentecostali). Si tratta della vicenda del Carmelo, laddove viene deciso fra il vero Dio e il falso Dio, tra JHWH e Baal, tra il Dio vivente e l’idolo. I sacerdoti di Baal gridavano infatti per delle ore “Baal esaudiscici! Baal esaudiscici!” e per sostenere queste grida si facevano dei tagli cruenti. Ma “non si udì né voce né risposta”.

Invece il profeta Elia non gli rivolge che poche parole e il fuoco dell’esaudimento scese subito dal cielo (I Re, 18).

Riprendiamo sabato prossimo la lettura attuale de “Il sermone del monte” a partire dal tema della preghiera. E’ un lungo percorso. Oggi speriamo almeno che sia più chiaro il motivo per cui questa newsletter non apre volentieri le sue pagine all’ostentazione della preghiera. Il moderatore non potrebbe semplicemente dirsi un cristiano.

Sono altre le liste dell’esteriorità. Avrete solo l’imbarazzo della scelta nel trovarle.

Stamani ad esempio – mentre scrivevo queste righe – un paio di Testimoni di Geova desideravano presentarmi la loro rivista che parlava del riscaldamento della Terra (e immagino dell’imminente fine nel mondo tanto cara in America ma anche nelle sale del Regno dei testimoni di Geova)…

Posso dirvi: non abbiate paura; noi aspettiamo ancora il Regno sulla Terra. Aspettalo anche tu con fiducia.

Buon sabato.

 

Maurizio Benazzi

Commenti disabilitati su Il nostro manifesto della preghiera laica

Archiviato in teologia