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Opzione per i poveri nelle chiese ???

Apprendiamo che ancora oggi qualcuno in area cattolica o evangelica parla di poveri; preferiamo comunque non nascondere il sorriso e metterci comunque in ascolto. Fra l’anticomunismo cattovaldese di oggi possiamo ancora salvarci?

Bontà loro…

Un povero cristiano di Ecumenici

 

L’amore preferenziale per i poveri nella Bibbia

(mons. Rinaldo Fabris)

Mi affido alla parola di Dio e da essa mi lascio guidare nella lettura dei testi biblici per conoscere e accogliere l’amore di Dio che sceglie i poveri. Da parte mia aggiungo solo qualche commento o una meditazione ad alta voce su un tema che mi è caro fin dagli inizi degli studi biblici, perchè la ricerca sulla Lettera di Giacomo mi ha messo a contatto con l’espressione: Dio ha scelto i poveri che sono nel mondo per farli ricchi della fede ed eredi del regno di Dio (cf. Gc 2, 5).

Questa espressione “Dio ha scelto i poveri” con fatica si è imposta come orientamento pastorale della chiesa universale. Essa ha le sue radici nelle chiese dell’America Latina, dove è stata usata fin dagli anni settanta con qualche fraintendimento e sospetto. Nell’azione pastorale di quelle chiese si parlava di “scelta preferenziale dei poveri”. Poi per la prima volta nella lettera enciclica “Sollicitudo Rei Socialis” l’espressione è entrata a far parte del linguaggio del magistero della chiesa. Nello stesso documento si parla di “strutture di peccato” che è ancora una espressione della pastorale della chiesa dell’America Latina.

Ancora qualche precisazione su questo tema prima di passare all’ascolto della “Parola di Dio”. Il tema delle Giornate Pastorali non è: “La scelta dei poveri”, ma “L’amore per i poveri”. Non so se con questo si è cercato di evitare una difficoltà in quanto l’espressione “scelta preferenziale” dà fastidio, pur essendo accolta anche nell’ultima lettera enciclica di Giovanni Paolo II “Centesimus Annus”, dove si dice: “La chiesa è cosciente che il suo messaggio troverà credibilità nella testimonianza delle opere prima che nella coerenza logica o interna dei discorsi”. Prima dunque il “fare” e poi il “parlare”! Anche da questa consapevolezza deriva per la chiesa la “opzione preferenziale per i poveri”.

Il termine “opzione” è un po’ più sfumato. Preferisco il termine “scelta”, perchè corrisponde meglio al linguaggio biblico, dove la “elezione” di Dio non discrimina nessuno. Gesù è eletto e in lui siamo eletti tutti. Anzi quanto più siamo disgraziati, tanto più siamo eletti in Gesù, il Figlio amato. Prima della creazione del mondo Dio Padre ci ha eletti nell’amore, nella carità (cf. Ef 1, 4). Il concetto di elezione biblica non ha nulla a che fare con le discriminanti delle elezioni o scelte umane. La elezione di Dio è fatta per amore. Il fatto di vivere sua pure in uno stato precario di equilibrio, un po’ in salute un po’ meno, è perchè Dio ci ha scelti, ci ha voluto bene. Ogni nascita e la rinascita nella fede è elezione, è un gesto di amore: Io vi ho scelti e vi ho mandati perchè portiate frutto, ed il vostro frutto rimanga (Gv 15, 16 b). E’ la scelta da parte di un amico, perchè un momento prima Gesù dice ai discepoli: Voi siete miei amici (Gv 15, 14),

Questo è il linguaggio della Bibbia. Esso suscita qualche perplessità come lo rileva un alto dirigente di una grande industria italiana in risposta ad una lettera del direttore della rivista dell'”Unione Imprenditoriale Cattolici Italiani”: “La Chiesa è lo scandalo dei primi”, cioè la Chiesa sceglie gli ultimi e non sa più parlare ai primi. I “primi” sarebbero gli imprenditori e quelli che contano, quelli che hanno potere e denaro. Questo dirigente pone il problema proprio sulla scelta dei poveri: “Parlare solo di ultimi – scrive – rischia di apparire alla lunga come una scelta di parte che può confondersi in alcune situazioni con connotazioni ideologiche, quindi che sono estranee al messaggio della chiesa”. Il termine “ideologiche” vuol dire di orientamento precostituito, filosofico, politico o sociale di varia natura. “Scelte ideologiche” vuol dire scelte di sinistra? Ma ora chi è che difende i poveri? Non la sinistra, che vuole portarsi al centro. Le grandi organizzazioni hanno altro a cui pensare. Chi difende i poveri se non lo fa la chiesa? Scrive lo stesso dirigente: “La Chiesa non dovrebbe parlare solo della società civile vista in contrapposizione alla scelta giusta, ma a tutta la società, a tutte le componenti della società nel loro insieme”.

È vero! La scelta preferenziale dei poveri pone un problema, se essa si colloca in una prospettiva puramente umana. L’aggiunta “preferenziale” complica le cose. Il vocabolo “amore” sembra meno discriminante. Infatti l’espressione “scelta dei poveri” suppone che gli altri non siano scelti. L’amore invece non esclude l’attenzione agli altri. Ma Dio sceglie tutti, a partire – possiamo dire – dal povero per eccellenza, che si è fatto povero per arricchirci con la sua solidarietà (cf. 2 Cor 8, 8-9). Una povertà vissuta nella solidarietà. È Gesù crocifisso il povero! Non si tratta solo di atteggiamento virtuoso. Gesù non è solo mite e umile di cuore, ma realmente si è fatto povero.

Il dirigente di cui ho parlato sopra dice che la Chiesa non parla più ai grandi, ai potenti. La Chiesa parla con i potenti. Non so invece se la Chiesa parla con i poveri o semplicemente parla dei poveri o ai poveri, parla sui poveri. Ma ci chiediamo: parla con i poveri? Parla certamente con i grandi, con quelli che ono chiamati i primi. E noi che siamo chiesa abbiamo i poveri tra di noi? Spesso con il termine chiesa si indica la chiesa solo a livello alto, quella dei documenti del magistero. Ma la chiesa è anche popolo di Dio, radunato nello Spirito con i pastori, che sono presenza e segno del Pastore unico.

Questa è solo la premessa per avviare il discorso. Ma il problema del rapporto della chiesa con i poveri non è solo questione di termini. Esso ha a che fare con l’immagine stessa di Dio, con il rapporto che i credenti hanno con l’agire di Dio, con il suo stile. Ora lasciamoci guidare dalla parola di Dio che ascoltiamo in tre momenti. In una prima parte osserviamo l’amore preferenziale nella prospettiva dell’Esodo e dell’Alleanza. In un secondo contempliamo l’amore preferenziale nella prospettiva del Regno di Dio e infine consideriamo la scelta o l’amore elettivo dei poveri nell’esperienza dello Spirito, che è quella della prima Chiesa.

1. L’amore preferenziale per i poveri nella prospettiva dell’esodo alleanza

Il momento fondativo della fede biblica è quello dell’esodo. Questo punto di partenza non dipende da una visione demagogica. Qualcuno solleva questo sospetto. La chiesa, per non perdere i poveri, si dà al volontariato, all’assistenza, organizza le Caritas, perchè i poveri sono i suoi clienti. La scelta dei poveri non è una tattica per avere clienti. Essa non è neppure solo una risposta alle esigenze degli esseri umani che attendono aiuto e solidarietà. I credenti rispondono prima di tutto alla parola di Dio. Dio stesso li educa ad avere questa attenzione di amore per i poveri.

Dio si fa solidale con i poveri

Il momento fondativo della fede biblica non è la creazione, ma la costituzione del popolo di Dio. Esso è un popolo di poveri liberati. I poveri sono gli oppressi, i curvati, secondo un termine ebraico che è entrato a far parte della spiritualità cristiana. I poveri sono gli anawîm, i sottoposti, nei confronti dei quali Dio si curva, diventa il misericordioso perchè volge lo sguardo ai miseri. L’inizio di questa avventura dell’epopea dell’esodo si trova al capitolo terzo dell’Esodo subito dopo la manifestazione di Dio a Mosè sulla montagna santa: Il Signore disse: “Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti. Conosco infatti le sue sofferenze” (Es 3, 7). È un Dio solidale. Sullo sfondo sta l’immagine del “riscattatore”, di colui che interviene in forza di un vincolo, di un legame di sangue, di un vincolo sociale com’è il parente o l’amico che libera l’oppresso. Il testo prosegue: Conosco le sue sofferenze, perciò sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto e per farlo uscire da questo paese, verso un paese bello e spazioso (Es 3, 8).

Così incomincia la storia di liberazione che è anche il primo articolo del credo biblico fondamento del credo cristiano. Al centro della fede cristiana sta l’incarnazione, passione e risurrezione di Gesù Cristo. In lui Dio si curva sulla miseria umana. Ma l’incarnazione della Parola di Dio incomincia da lontano. Non è Nazareth o Betlemme il primo luogo dell’incarnazione. Non è l’anno zero della storia cristiana il suo inizio, ma questo curvarsi di Dio sugli oppressi in terra d’Egitto. In tal modo egli offre il modello dell’agire per ogni essere umano.

Dio si fa garante della libertà e dignità dei poveri

A questo segue l’uscita e la costituzione del popolo in libertà sulla base delle “dieci parole” o decalogo. Esse si riassumono nei due principi: la fedeltà a Dio come unico Signore e la fedeltà al prossimo. Essi sono inseparabili: Non ti prostrarrai davanti a false immagini e non ridurrai l’altro a oggetto. Queste sono le condizioni per vivere in libertà. L’alleanza con Dio è radice della libertà. Nella cornice dell’alleanza si trova un’antica raccolta di norme chiamate “Codice dell’alleanza”. Esse esprimono l’impegno a vivere l’alleanza, dove si afferma e tutela il diritto del povero.

La norma è formulata con la stessa autorità delle “dieci parole” o decalogo. Il testo di Esodo dice così: Non molesterai il forestiero, nè l’opprimerai perchè voi siete stati forestieri nel paese d’Egitto. Non maltratterai la vedova e l’orfano. Se tu lo maltratti quando invocherà da me l’aiuto io ascolterò il suo grido (Es 22, 20-22). L’Esodo comincia quando Dio ascolta il grido degli Ebrei in Egitto: E Dio ascoltò il loro lamento, si ricordò della sua alleanza… Dio guardò la loro condizione… se ne prese pensiero (Es 2, 24-25). Da qui inizia l’avventura dell’uscita alla libertà. Anche nel codice di alleanza, Dio dice: Io ascolterò il loro grido e la mia collera si accenderà e vi farò morire di spada. Io ascolterò il suo grido perchè io sono un Dio pietoso” (Es 22, 23). La tutela del povero è in mano a Dio. I poveri nell’ambito della comunità ebraica possono contare su questo intervento misericordioso di Dio.

Un’ultima raccolta di queste norme a tutela dei poveri si trova nel libro del Deuteronomio. Esso ha alle spalle la lunga storia di invasioni, deportazioni, l’esilio, dal tempo di Mosè fino all’esilio, dal XIII al VI secolo a.C. È una storia di violenze, di cui si fanno eco i testi profetici. Nella raccolta più umanitaria del Deuteronomio, che è la riedizione o seconda legge, si ha la motivazione più esplicita di questo intervento a favore dei poveri con una ragione teologale, cioè che rimanda all’agire di Dio. Non si tratta solo di una riflessione sulla fede. Ma è l’agire stesso di Dio che fonda il comportamento di quelli che fanno parte dell’alleanza: Non lederai il diritto dello straniero o dell’orfano e non prenderai in pegno la veste della vedova (Dt 24, 17). I poveri non sono più gli Ebrei, sottoposti allo sfruttamento del faraone, ma quelli che sono privi di disgnità e libertà nella terra di Canaan. Sono l’orfano, la vedova e lo straniero.

Possono quindi cambiare le figure. Oggi – ad esempio – metteremmo i nomi di altre categorie. Restano ancora le vedove, restano ancora gli orfani, ma soprattutto gli stranieri, che non hanno protezione e accoglienza. Lo straniero è esposto all’offesa e al ricatto. Il testo biblico prosegue: (Tu non farai questo), ma ti ricorderai che sei stato schiavo in Egitto e che di là ti ha liberato il Signore tuo Dio: perciò ti comando di fare questa cosa (Dt 17, 18). Alcuni vedono nell’interesse della chiesa per i poveri, per gli immigrati, per gli stranieri, per tutte le categorie deboli, semplicemente il soddisfacimento di un bisogno sociale. Fare assistenza e la carità è visto come una dimensione morale e sociale dell’agire cristiano. Credo che si dimentichi qual’è la radice teologale di questo agire. Non è solo un’esigenza sociale o etica o morale, ma è la riproduzione del modo di agire di Dio: Per questo ti comando di fare queste cose, perchè il Signore ti ha liberato. Tu devi difendere, accogliere il povero perchè hai fatto esperienza di libertà e dell’amore di Dio, e perciò lo devi testimoniare e rendere presente con un’attitudine e un modo di agire corrispondente. Si potrebbe dire che la professione di fede biblica non è fatta, come vedremo nel Vangelo, da un insieme di dichiarazioni verbali o da un sistema teorico coerente e perfetto, ma diventa amore reso attivo e pratico nei comportamenti.

Dio interviene per la difesa dei poveri

Da questo primo confronto con la parola di Dio risulta che il credo biblico si fonda sull’esperienza dell’Esodo. A sua volta esso dà l’impulso ad un modo di agire corrispondente. Le norme che regolano questo agire stanno alla base di una società di cui i poveri ritrovano la loro dignità. Questo trova conferma nei testi dei profeti, dove si vede Dio che interviene per difendere i poveri.

Dopo l’esperienza dell’esodo, l’ingresso nella terra promessa doveva garantire a tutti la libertà e la dignità. Ma non fu così. I tentativi di far ripartire l’esperienza dell’Esodo con il giubileo, cioè con la ridistribuzione delle terre, delle propprietà e la liberazione degli schiavi ogni sette anni e poi ogni quarantanove anni non ebbero successo. Il contenuto del giubileo biblico potrebbe essere ancora attuale in occasione del prossimo giubileo cristiano. Una delle proposte, che è sfuggita all’attenzione degli esperti di finanza internazionale o di politica economica è la “remissione” del debito internazionale dei Paesi poveri. Il Papa l’ha suggerita nella lettera apostolica (TMA), ma nessuno l’ha presa sul serio.

Eppure questa scelta è un modo di vivere la fede e non solo un gesto sociale per fare bella figura. È la risposta della fede al Dio dell’esodo che dà la libertà agli oppressi. Egli si fa garante di questa libertà e dignità nella terra di Canaan. Essa doveva essere terra di libertà, ma diventa terra di schiavitù quando i campi vengono accaparrati dai grandi proprietari e le case dai ricchi possidenti. Allora si torna nella condizione di schiavitù dell’Egitto. A questo punto si tenta di rimettere in moto l’esodo con il giubileo, cioè con la remissione dei debiti, la restituzione delle case, dei campi e soprattutto con la liberazione delle persone. Probabilmente il giubileo in questa forma non è mai stato attuato, perchè comportava delle complicazioni di carattere economico e sociale. In questo contesto intervengono i profeti, uomini dello Spirito. Essi sono la coscienza critica del popolo di Dio. Siamo abituati a chiamare profeti quelli che predicono il futuro. I profeti biblici sono invece quelli che guardano al passato per giudicare il presente. Il futuro è la speranza che essi aprono. Non sono dei preveggenti nel senso dei nostri oroscopanti che tentano di ipotecare il futuro. Per il profeta il futuro è nelle mani di Dio. Egli invece guarda al presente per cambiarlo. E il modello di riferimento è il passato.

Su questo sfondo si può capire l’intervento del profeta Amos, un amministratore agricolo che diventa profeta. Egli non è solo un allevatore di bestiame, ma un personaggio colto che interviene nel regno del Nord in un momento critico, quando si diffonde il latifondismo a causa del fiscalismo che improverisce i piccoli contadini e commercianti. Ascoltiamo queste parole di Amos: Per tre misfatti d’Israele e per quattro non revocherò il mio decreto, perchè hanno venduto il giusto per denaro ed il povero per un paio di sandali: essi calpestano come la polvere della terra la testa dei poveri; fanno deviare il cammino dei miseri (Am 2, 6-7). Questo peccato di ingiustizia è congiunto con il culto idolatrico, il culto delle divinità straniere e delle forze cosmiche. Infatti quando si perde il contatto con l’unico Signore che non è l’energia del cosmo e neanche l’energia psichica e neppure l’influsso degli astri o l’energia atomica o il dollaro o il marco, allora si perdono di vista anche i poveri. Quando al posto di Dio si mette una forza politica, economica, sociale o una forza della natura divinizzata, allora l’essere umano è degradato e sfigurato.

Ora si capisce perchè i profeti richiamano la fedeltà all’unico Dio, il Dio dell’esodo che è garante della vita dei poveri: Io vi ho fatto uscire dal paese d’Egitto, vi ho condotto per quarant’anni per darvi in possesso il paese… (Am 2, 10). Non siete voi i padroni del paese, dice il profeta. La terra appartiene a quelli che sono liberati. I profeti non sono demagoghi o populisti. Essi si richiamano all’agire di Dio per denunciare le ingiustizie. A sua volta l’ingiustizia per i profeti è infedeltà al rapporto con l’unico Dio. Essa ha come risvolto l’oppressione dei poveri e dei miseri. Dice ancora Amos: Io vi ho eletto tra tutte le stirpi della terra (Am 3, 2). Ma l’elezione non è un privilegio, ma un impegno a vivere nella relazione di amore con Dio. La risposta a questo amore che ci ha scelti è l’amore per i poveri.

Ancora qualche accenno a questa storia che sta alla base della prima parte della biblioteca del popolo di Dio. Essa è la sua memoria storica, fondata sull’agire di Dio. Nessuna meraviglia allora che alla fine di questa storia si trovi la parola forte di Gesù che identifica il suo destino di Figlio di Dio con i fratelli più piccoli. Egli sta dentro questa grande cornice dell’agire di Dio che si prende cura dei poveri. I profeti si fanno portavoce di questo modo di valutare la storia umana da parte di Dio. Le parole dei profeti ci aiutano a collocare nella giusta cornice l’amore preferenziale per i poveri.

Tralascio i testi di Isaia, un cittadino di Gerusalemme, colto e raffinato, che conosce molto bene i traffici che fanno i grandi proprietari di case e di campi a Gerusalemme. Essi ingrandiscono la loro proprietà fino a non lasciare posto per nessuno nella città e poi spendono i soldi accumulati comprando i magistrati – non è cambiato molto dall’800 avanti Cristo ad oggi – oppure nella vita notturna di Gerusalemme. Sono accesi in volto, si dilettano nell’ascoltare la musica, nel bere bevande inebrianti! (cf. Isaia 5, 8-24). Isaia, che conosce queste forme di ingiustizia, denuncia un culto che egli chiama “abominio”. È il culto fatto nel tempio, consacrato da Salomone, discendente di Davide, secondo le prescrizioni levitiche. Eppure esso è abominio perchè, dice Isaia, voi alzate le mani che sono sporche di sangue, ma non del sangue delle vittime, ma del sangue deelle violenze. Cessate di praticare il male, fate il bene, fate giustizia all’orfano e alla vedova (cf. Is 1, 13-17). Questo è solo un testo fra i tanti. Per il profeta la difesa dei poveri non è una moda, ma è la conseguenza della fede nel Dio dell’Esodo.

Voglio concludere questa parte del primo testamento ebraico, che tramite Gesù e i suoi discepoli ebrei è diventato il nostro, con un testo del profeta Geremia. È un uomo forse meno deciso di Isaia, ma più profondo nel collegare insieme la fedeltà a Dio e la fedeltà all’essere umano povero di cui Dio si fa garante. Geremia si rivolge ai responsabili della giustizia, cioè ai membri della casa regnante ed in particolare al re di Giuda, discendente di Davide, che deve esercitare il diritto e la giustizia a difesa dei poveri. Questa è la condizione perchè possa continuare la stirpe di Davide. La promessa di Dio è legata alla fedeltà all’alleanza.

Geremia si rivolge ad uno dei figli di Giosia, il quale si è fatto costruire la residenza estiva facendo lavorare gli operai senza pagarli. Il profeta lo interpella così: Guai a chi costruisce la casa senza giustizia ed il piano di sopra senza equità (le case a due piani sono quelle dei signori, in questo caso quella del re). Che dice ‘Mi costruirò una casa grande con spazioso piano di sopra’ e vi apre finestre e la riveste di tavolati di cedro e la dipinge di rosso (Ger 22, 13-14). Geremia gli dice: Forse tu agisci da re perchè ostenti la passione per il cedro? Forse tuo padre – Giosia – non mangiava e beveva? Ma egli praticava il diritto e la giustizia e tutto andava bene. Egli tutelava la causa del povero e del misero e tutto andava bene: questo non significa infatti conoscermi? (Ger 22, 15-16). Il termine “conoscere” per Geremia, come per il profeta che lo precede di qualche anno, Osea, è la relazione intensa e profonda con Dio. Essa corrisponde alla fede unita all’amore. Fede e amore insieme sono la conoscenza di Dio. Dunque “conoscere” Dio, aderire a Lui vuol dire praticare la giustizia. E’ inseparabile la fede nel Dio dell’Esodo dall’impegno a tutelare il diritto del povero. Per Geremia i poveri sono gli orfani, la vedova, lo straniero, come nella raccolta di norme o di leggi del Deuteronomio.

Tra i “saggi” della Bibbia un testo del maestro di Gerusalemme Gesù ben Sira, il nostro Siracide, meriterebbe una particolare attenzione. E’ un testo che può essere accostato al linguaggio nel Nuovo Testamento, soprattutto ai testi di Giacomo. Ben Sira non solo dice che fare l’offerta con i beni dei poveri è abominio, una cosa che Dio respinge, ma che non dare il salario agli operai, cioè sfruttarli, equivale all’omicidio (cf. Sir 34, 22). Una parola simile si trova nella prima lettera di Giovanni: Chi odia il fratello è un omicida (cf. 1 Gv 3, 15). Questo discorso si trova già nei saggi e nei profeti del primo testamento. Gesù ben Sira, di Gerusalemme, tiene i suoi discorsi ai figli delle famiglie bene che saranno i magistrati di domani, i capi della società ebraica. Egli denuncia le forme di sfruttamento dei poveri equiparando l’ingiustizia all’omicidio: Colui che toglie pane al povero – afferma – è come chi sparge sangue (cf. Sir 34, 21). Siamo ormai alle soglie del Nuovo Testamento. Gesù ben Sira si fa portavoce nell’ambiente di Gerusalemme delle esigenze della fede nel Dio dell’esodo, definite dal decalogo per chi vive nell’ambito dell’alleanza.

2. L’amore preferenziale per i poveri nell’orizzonte del regno di Dio

L’amore preferenziale per i poveri si esprime nelle scelte e nelle parole di Gesù. E’ nota la sua parola programmatica: Beati voi poveri perchè vostro è il regno di Dio (Lc 6, 20). Per capire questa parola di Gesù in tutta la sua forza di provocazione e di stimolo si deve tener conto del mondo biblico. Qualcuno ha detto che il Nuovo Testamento può parlare così dei poveri perchè in realtà i primi discepoli di Gesù non hanno responsabilità economiche, politiche e sociali. Essi formano piccole comunità in cui si risolve il problema del disagio fisico, psichico o della mancanza di beni aiutandosi, dandosi una mano. Manca invece un disegno economico e sociale che risponda alle esigenze dei poveri togliendo le cause che riproducono continuamente la miseria. Le parole dell’Esodo, del Deuteronomio, dei profeti e del maestro di Gerusalemme Gesù ben Sira si collocano nel contesto di una società, dove l’alleanza e il credo dell’esodo sono il punto di riferimento fondamentale. Nella storia biblica di Israele si tenta quindi di costruire una società e una economia che tengano conto del principio dell’alleanza. Se questo progetto sia riuscito, è un altro problema.

La ricerca sui testi biblici non vuole accendere facili entusiasmi o favorire fughe in avanti. Quello che conta è di ritrovare le radici profonde dell’agire che non sono solo morali, anche se hanno un risvolto nel campo morale. Non sono neppure ragioni sociali, ma religiose e teologali. Qualcuno potrebbe obiettare: E dopo che abbiamo scoperto le radici, non succede niente se non abbiamo gli strumenti adatti per agire. Ma lasciamo da parte per ora il problema di come attuare l’adesione di fede al Dio dell’amore che si rivela nell’esodo e nell’alleanza, che si rende presente il Gesù crocefisso e risuscitato e che comunica questo amore nello Spirito. Questa fede deve essere collegata con le scelte pratiche sia della piccola comunità, che ha i suoi poveri, sia con quelle della grande comunità che deve fare i conti con i poveri del mondo che sono la maggioranza.

Questo è il dramma di oggi e probabilmente anche lo scandalo di una chiesa fatta da cristiani che devono annunciare il vangelo in una situazione di disparità che li rende poco credibili. Come si fa a dire ai poveri: “Dio vi vuole bene” e nello stesso tempo non fare nulla per comunicare questo amore? Questo problema deve essere affrontato non per creare sensi di colpa, ma semplicemente per cominciare a chiedere perdono e considerarci i primi poveri che hanno bisogno di essere di nuovo amati da Dio. Forse l’aiuto ai poveri è la condizione per riscoprire il vangelo come buona notizia per noi.

Gesù annuncia la “buona notizia” ai poveri

Ma riprendiamo il nostro cammino parlando della scelta di Gesù e della prima Chiesa. Gesù organizza la sua attività pubblica, che si riduce ad un paio di anni, secondo il programma delle beatitudini che egli riprende dalla tradizione biblica. Egli annuncia che il Regno di Dio, cioè la sua azione sovrana, libera e gratuita è a favore dei poveri. I “poveri” sono quelli dell’esodo. Chi legge la Bibbia, ascolta Isaia e Geremia, ma anche gran parte dei Salmi sa chi sono i poveri. Quando sente dire sulle colline della Galilea: “Beati voi poveri perchè vostro è il regno di Dio”, sente un discorso in piena sintonia col linguaggio biblico. Gesù non dice nulla di nuovo. La sua novità consiste in questo: Egli dice che il regno di Dio non è futuro, non è solo un’utopia per incoraggiare e consolare i poveri, ma che questo regno incomincia a manifestarsi qui e ora. Egli dice ai poveri: “Voi siete fortunati, felici, alzate la testa perchè il regno di Dio è per voi!” Il Regno di Dio vuol dire non solo il paradiso nell’aldilà, non solo la vita eterna, ma l’azione sovrana del Dio dell’esodo, del Dio della creazione, del Dio dei profeti che Gesù rende presente con le sue scelte. E’ vero! Non tutto il regno si realizza qui e ora. Alla vigilia della morte Gesù parla ancora del regno di Dio per il quale egli dà l’appuntamento ai discepoli. Egli invita a chiedere la venuta del regno di Dio. Però questo regno ha i suoi segni già nei gesti e nelle scelte che compie Gesù.

Per interpretare la sua missione Gesù ricorre alla parola profetica di Isaia maturata nel dopo esilio al tempo della ricostruzione e rinascita. I rimpatriati dall’esilio sono scoraggiati dal contrasto con i locali e coi Samaritani. Il testo di Isaia dice: Lo spirito del Signore è sopra di me… Lo Spirito è la potenza o la forza di Dio. Per questo mi ha consacrato con l’unzione. L’unzione era riservata ai re, poi, quando sono spariti i re, è stata attribuita anche ai sacerdoti e ai profeti, ma originalmente era destinata solo ai re. L’unto o il consacrato era il re. Gesù come è Messia o re, realizza il regno di Dio con la forza dello Spirito, non con una unzione come Saul oppure Davide. Egli è re perchè è incaricato dalla forza dello Spirito di Dio per questa missione. Mi ha mandato a portare la buona notizia ai poveri. Il testo del vangelo di Luca prosegue: per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista,per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore (Lc 4, 18-19). L’anno di grazia è quello della remissione che consiste nella ridistribuzione delle terre, nel restituire ai proprietari le loro case e soprattutto nella liberazione degli schiavi per debiti.

La lettura che propone l’evangelista Luca è più spirituale. L'”anno di grazia” è la liberazione da tutte le forme di schiavitù. Però non vorrei che leggessimo in maniera spiritualistica – spirituale è un’altra cosa – la proposta di Gesù, perchè quando dice: “Mi hai mandato a portare la buona notizia ai poveri, a dare la vista ai ciechi”, non si limita a dire: “Guardate che voi siete ciechi spiritualmente!”. Egli incontra i malati e li guarisce. E questo non è solo un’opera buona per mostrare che Dio è buono. Gesù non fa solo le opere di carità, ma attua la sua promessa che il Regno di Dio è per i poveri. Egli conferma l’azione sovrana del Dio dell’Esodo che ha fatto uscire gli schiavi dall’Egitto.

Gesù interviene a favore dei poveri

Con i suoi gesti di guarigione Gesù sottrae i poveri dalla schiavitù, che è la condizione del malato. Guarisce chi è privo di dignità e di libertà. In una società e cultura teocratica il malato è l’escluso dalla vita civile e religiosa. Gesù lo libera da questa condizione. Egli dice: “Cammina, guarda con i tuoi occhi, sii purificato, sii reintegrato nella tua dignità!”. Questi sono i discorsi che Gesù tiene ai malati. “Sei liberata dal tuo male! Confida figlia, la tua fede ti ha salvata!”. E’ la parola che rivolge alla donna che vive nella segregazione femminile a causa di una legge e che le impedisce di avere contatti perchè la sua condizione la sottrae non solo ai rapporti sociali, ma anche alla vita religiosa. La donna impura non ha dignità. Gesù la fa uscire da questo stato di dipendenza e di esclusione.

Questo modo di agire di Gesù riflette il suo progetto. I venti racconti di guarigione e di altri prodigi riportati dai Vangeli sono la parte sostanziale dell’attività di Gesù: liberazione di indemoniati, guarigione di malati, il pane distribuito agli affamati, la dignità restituita alle donne o agli stranieri. Questa attività di Gesù viene interpretata in una preghiera che si trova al centro del vangelo di Matteo e di Luca. È una delle poche preghiere di Gesù. La seconda è quella che lo prepara ad affrontare con libertà filiale la morte. Nella prima preghiera egli dice: Ti benedico, o Padre, Signore del Cielo e della terra, perchè … hai rivelato queste cose – che sono quelle del regno, il suo progetto – ai piccoli. Sì, o Padre, perchè così è piaciuto a te (Mt 11, 25-26). C’è anche la parola: Perchè hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti. Questi sono quelli che pensano di poter controllare l’agire di Dio, sono i segretari di Dio, quelli che hanno il telefonino diretto con il “Padreterno”: scrivi e farisei che controllando le Scritture e manovrando le leggi possono dire cosa fa e cosa pensa Dio.

“Ti ringrazio, o Padre – dice Gesù – perchè non hai rivelato le cose del Regno, il tuo agire sovrano a questi, ma ai piccoli”. I “piccoli” non sono solo i bambini, ma sono gli oppressi e affaticati di cui parla subito dopo (Mt 11, 28-30). Sono gli oppressi da una religione formalista proposta da quelli che impongono pesi insopportabili alla gente ed essi non li muovono neppure con un dito. Essi hanno l’autorità per fare questo, perchè siedono sulla cattedra di Mosè (cf. Mt 23, 1-4). Gli oppressi e affaticati sono la povera gente, quella che con il linguaggio del tempo si chiamava “il popolo della terra”, ignorante e perciò incapace di conoscere e di osservare la legge (cf. Gv 7, 49). A questi Gesù rivolge la sua attenzione. Sono i peccatori, le donne, i bambini, gli ammalati, gli stranieri. Gesù vede in questo il compimento del progetto del Padre: “Ti ringrazio per questo, perchè così è piaciuto a Te!”. Qui si vede la “elezione” di Dio, da non tradurre con “scelta”, ma forse meglio con amore. E’ l’amore libero, gratuito e sovrano di Dio. Ma qualcuno può dire: “E gli altri allora non sono eletti?”. Ebbene, anche questi sono destinatari del regno di Dio, ma solo attraverso l’attitudine di chi lo accoglie come un dono gratuito e non come un diritto.

Gesù lo dice chiaramente nelle parabole: “Gli ultimi chiamati ricevono la paga intera, non perchè hanno diritto, ma perchè io sono buono” (cf. Mt 20, 1-15). E’ molto chiaro. Ma dove sta la giustizia che prescrive di dare ad ognuno il suo? È vero! Esiste la giustizia contrattuale, ma esiste anche la giustizia di Dio. Egli è giusto perchè è fedele, perchè dona là dove non ci sono diritti. Adesso si capisce anche la proposta che Gesù fa al giovane ricco. Egli non dice semplicemente di dar via i beni (cf. Mt 19, 16-22). Spesso la parola del vangelo viene interpretata così e si pensa di attuare la povertà unicamente perchè si rinuncia ai beni. Se vuoi imitare l’unico “buono”, dice Gesù, quello che dona là dove non ci sono diritti, và, vendi quello che hai, dallo ai poveri!”.

Questo è diverso dal semplice rinunciare ai beni. La rinuncia la fanno anche i filosofi stoici. La fanno anche i maestri di spirito delle religioni orientali per non avere fastidi con le cose materiali. La spiritualità biblica, cristiana ed evangelica non disprezza la ricchezza. Alcuni dicono: “La chiesa e i cristiani hanno il complesso di non saper affrontare con realismo il problema della ricchezza!”. Il vangelo propone di usare i beni come segno di amore gratuito. I beni non possono essere concentrati come potere per controllare gli altri, ma vanno condivisi come segno di comunione. Questo è il modo di vivere la povertà evangelica.

Attualmente ci troviamo in questa situazione paradossale. Da una parte in nome del Dio dell’esodo e di Gesù i cristiani cercano di combattere la povertà! Dall’altra sono invitati a scegliere i poveri senza comprendere sempre quali sono le ragioni di questa scelta. Allora si dice: “Se siamo tutti poveri non possiamo aiutare i poveri!”. Che senso ha la semplice rinuncia al possesso dei beni? La risposta evangelica, che deriva dalla tradizione profetica e sapienziale, è questa: “I beni possono occupare il cuore, diventare mammona, l’idolo che prende il posto di Dio” (cf. Mt 6, 24). Ma nella prospettiva della sequela di Gesù il problema non è il possesso o il controllo dei beni, ma l’imitazione dell’unico “buono”, Dio, che comunica i beni a tutti a partire dai bisognosi, dai non aventi diritto.

Gesù si rende solidale con i poveri

Completiamo questa lettura del progetto di Gesù col momento finale, quando egli ricostruisce in una parabola la scena del giudizio e dà i criteri per riconoscere la propria verità di esseri umani prescindendo da qualsiasi appartenenza religiosa. Questa pagina del Vangelo di Matteo impressiona tutti, credenti o meno, praticanti e non praticanti (Mt 25, 31-46). Quando verrà il Figlio dell’uomo siederà sul trono della sua gloria. Il “Figlio dell’uomo” è Gesù in quanto solidale con la condizione umana: è il crocefisso esaltato da Dio. Egli porrà alla sua destra e sinistra tutte le genti che saranno convocate davanti a Lui. Quindi non sono convocati per il giudizio solo i cristiani, ma tutte le genti. Il giudizio di Dio riguarda tutti i popoli. Il giudice dirà a quelli di destra: “Venite benedetti, prendete possesso del regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo”. Non è un regno conquistato, ma dato come la vita.Che cosa abbiamo fatto per meritare di vivere sani nonostante tutti i malanni che ci sono? E’ un dono gratuito!

La ragione per essere accolti nel regno del Padre è questa: Gesù riconosce come figli di Dio e suoi fratelli quelli che hanno compiuto un gesto di accoglienza: “dar da mangiare, dar da bere, accogliere il pellegrino, visitare il malato, il carcerato”. Sono i gesti di amore feriale, che non hanno nulla di eroico. “Ogni volta che lo avete fatto ad ognuno di questi miei fratelli più piccoli…”. Qui si ritrovano i “piccoli” della preghiera di Gesù: “Ti ringrazio, Padre, perchè hai scelto, hai amato i piccoli come destinatari del tuo amore!”. L’unico buono, Dio, si interessa di quelli che hanno bisogno . Alla fine le genti o i popoli saranno accolti come figli nel regno di Dio perchè hanno attuato l’amore verso i piccoli coi quali Gesù, il Figlio dell’uomo, si identifica. Ora si capisce come questa identificazione non è solo un modo di dire. Realmente Gesù può collocarsi tra i piccoli, tra gli ultimi. Questa identificazione è la sostanza della fede cristiana, perchè Gesù crocefisso è l’ultimo della scala sociale.

Perciò egli può dire: “Chi accoglie uno di questi piccoli in mio nome accoglie me. E chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato” (cf. Mc 9, 37). Questa è la scala della graduatoria secondo il vangelo: Dio creatore, Gesù, il piccolo. Gesù si identifica con il piccolo, con tutti i crocefissi della storia di ieri e di oggi. Questa è teologia, non è solo morale, non è sociologia indorata di venature romantiche sentimentali. E’ la sostanza della fede in Dio creatore, nel Dio dell’esodo, nel Dio con il quale Gesù il crocifisso si identifica. Dio non ha altro volto se non quello di Gesù crocefisso sul Golgota. E i piccoli sono il “sacramento”, il segno visibile, la presenza permanente di Gesù crocefisso e risuscitato.

3. L’amore preferenziale dei poveri nella prima chiesa

La terza parte è un po’ più semplice. L’agire della prima chiesa è guidato dallo Spirito comunicato da Gesù risorto. A Pentecoste nasce una comunità che, secondo Luca, realizza l’deale biblico e anche greco della fraternità e dell’amicizia: “Eerano un cuor solo e un’anima sola!” (cf. At 4, 32). L’amicizia e la fraternità immaginate da Platone e da Aristotele diventano una realtà. Nella comunità dei discepoli di Gesù a Gerusalemme si manifesta lo Spirito di Dio che scende il giorno della Pentecoste. E’ lo Spirito di Gesù che tiene uniti i discepoli in forza dello stesso amore che lo ha portato a dare vita per loro. Luca descrive così questa comunità: Chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti secondo il bisogno di ciascuno (At 2, 45). E più avanti fa una puntualizzazione che aiuta a dirimere la questione dei poveri e dei ricchi, dei primi e degli ultimi nella chiesa. Nessuno infatti tra loro era bisognoso perchè quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l’importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli: e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno (At 4, 34-35).

L’obiettivo non è di avere i poveri per poter fare opere buone, ma di farli sparire. Ma questo avviene non in nome di pianificazioni economiche, ma in forza dell’amore che riconosce il diritto di vivere con dignità a tutti gli esseri umani a partire dagli ultimi. Non so se è possibile costruire una società o tentare di mettere in piedi un’economia tenendo conto di queste coordinate o di questo orizzonte di fede biblica e evangelica. La parola di Dio non ci offre se non un orizzonte, non dà nessun modello operativo, nè in termini di società nè di economia politica. Ma l’obiettivo indicato dalla Parola di Dio è chiaro. I miseri non ci saranno più quando i beni saranno fatti circolare. Si tratta di un ideale e di una promessa già presenti nel Deuteronomio (cf. Dt 15, 4). Non si tratta di fare una regola sulla proprietà e sull’uso dei beni come proponevano gli Ebrei separatisi da Gerusalemme sulle rive del Mar Morto, a Qumran. Il progetto che deriva dallo Spirito di Pentecoste nasce dall’amore che fa trovare anche le strade ed i mezzi per far sparire la miseria e per ridare dignità a tutti gli esseri umani.

Come conclusione propongo un testo della prima Lettera di Giovanni che presenta l’amore di Dio come fonte e modello dell’amore umano. Essa inizia con la contemplazione della Parola di vita che era presso Dio e si è resa visibile, perciò noi abbiamo potuto vederla, non solo ascoltarla, ma abbiamo potuto toccarla con le nostre mani (1 Gv 1, 1-4). La parola di Dio è Gesù crocefisso e risorto, il Signore che comunica lo Spirito. In questa meditazione l’autore dice: “Dio è l’amore, chi rimane nell’amore dimora in Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio” (cf. 1 Gv 4, 7-8). Nel contesto di questa meditazione si comprende il significato di queste parole che l’autore della prima Lettera di Giovanni scrive ai cristiani, come segno di riconoscimento della loro fede in Gesù, Figlio di Dio venuto nella carne. Non è un Gesù ridotto a Spirito, a messaggio o dottrina. Gesù crocefisso rivela il suo amore nell’autodonazione della croce: Da questo abbiamo conosciuto l’amore (1 Gv 3, 16). In Gesù Cristo si rivela il volto di Dio che ama. Egli ha dato la vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli. Ma se uno ha ricchezze in questo mondo e, vedendo il suo fratello in necessità, gli chiude il proprio cuore, come dimorerà in lui l’amore di Dio? (1 Gv 3, 16-17). Non ha possibilità di dimostrarlo, se non per mezzo di un amore che si dona.

Lo dice anche Giacomo nella sua Lettera: “Se io ho la fede e non ho le opere dell’amore, come posso dimostrare la mia fede? È come se dicessi a quelli che vengono a casa mia e mi chiedono pane e vestiti: ‘Andate in pace, cercate il vestito ed il pane'” (cf. Gc 2, 14-17). Queste parole non servono a nulla. La fede dunque si attua attraverso l’amore. Questa è la fede in Dio, nel Dio dell’esodo, che si rivela in Gesù crocefisso risuscitato dai morti.

Conclusioni

Lo scopo di questo ascolto e della meditazione dei testi biblici sull’amore preferenziale per i poveri è di riscoprire le radici e le ragioni dell’azione pastorale della chiesa. Tutta la chiesa che segue il suo Pastore, Gesù Cristo, ha una vocazione pastorale. Egli è il modello di ogni pastore e dell’impegno pastorale di ogni battezzato. Perciò l’azione pastorale non è riservata ai soli pastori che hanno ricevuto il sacramento dell’ordinazione, ma tutta la chiesa è chiamata a riprodurre l’amore del pastore che è Dio, che si rivela nel pastore autentico che è Gesù.

La conclusione della ricerca sull’amore preferenziale per i poveri nella Bibbia può essere riassunta in questi termini: la novità biblica rispetto a tutte le intuizioni della ricerca umana sul problema della mancanza di beni, della sofferenza e del dolore che travagliano il genere umano, è che Dio si fa povero. Non semplicemente Dio guarda ai poveri, ma egli si fa povero per amore dei poveri. Questo è l’amore preferenziale, che non si limita a fare discorsi sui poveri o ai poveri. Dio per amore si fa povero coi poveri.

Allora se si vuole incontrare il Dio dell’esodo, crocefisso risuscitato in Gesù, bisogno non solo aiutare i poveri, ma diventare destinatari di questo amore di Dio mettendosi tra i poveri. La salvezza ci verrà data gratuitamente, se diventiamo “poveri” liberandoci della nostra ricchezza; se cesseremo di considerare quello che siamo e che abbiamo come un diritto e lo viviamo come un dono da condividere con gioia e semplicità con gli altri.

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La violenza vinta solo dall’amore

Ringraziamo Alberto per la testimonianza che ci propone come antitesi radicale alle logiche di violenza imperanti in questi giorni in Medio Oriente.

Ricevo e inoltro. Alberto Milazzo

TESTIMONIANZE. MARINO PARODI INTERVISTA SUOR EMMANUELLE (2008) [Dal sito della Libreria delle donne di Milano (www.libreriadelledonne.it) rirpendiamo la seguente intervista apparsa su “Club3”, anno XX, n. 11, novembre 2008 col titolo “Una vita accanto ai piu’ poveri”]

L’hanno ribattezzata la “Madre Teresa del Cairo”, figura alla quale viene sovente accostata.
In effetti, suor Emmanuelle e’ per tanti Paesi in via di sviluppo, a cominciare dall’Egitto, cio’ che Madre Teresa e’ stata per l’India.
Francese di origine, anche se la madre e’ belga, suor Emmanuelle Cinquin e’ una straordinaria figura di religiosa e di donna. Icona francese della solidarieta’ e del sostegno ai poveri, si e’ spenta, il 20 ottobre, nella casa di riposo in cui viveva. Il 16 novembre avrebbe compiuto cento anni.
Figura di primissimo piano nel campo della spiritualita’ mondiale, e’ stata un’affascinante “grande vecchia” lucida fino all’ultimo respiro. In mezzo alla tragedia delle bidonville africane, suor Emmanuelle ha fondato scuole, ricoveri, ospedali e centri di formazione professionale. Ha mobilitato cattolici, ortodossi, musulmani, nonche’ molti uomini di buona volonta’, formando eserciti di volontari e creando tante associazioni allo scopo.
Come se tutto cio’ non bastasse, l’infaticabile religiosa e’ stata pure un’apprezzata giornalista, nonche’ una gettonata conferenziera pronta a saltare su un aereo per testimoniare il suo impegno e la sua fede in ogni luogo.
Abbiamo incontrato suor Emmanuelle nel Sud della Francia nella casa di riposo in cui viveva dal 1993. Questa e’ la sua ultima intervista rilasciata a “Club3”.
*
– Marino Parodi: Dove ha trovato la forza per il suo impegno a favore del prossimo?
– suor Emmanuelle: Le do la stessa risposta che diedi a un giornalista, il quale, intervistandomi, mi chiedeva come potessi sopportare l’inferno delle bidonville, restando sempre cosi’ serena, addirittura felice. Ebbene, l’amore e’ piu’ forte della morte, piu’ forte del denaro, della vendetta e del male: alla base della mia missione vi e’ sempre stata questa consapevolezza. Non a caso, nelle mie bidonville ho sempre incontrato piu’ sorrisi e gioia di quanti ne abbia trovati ovunque in Europa e in America.
Ho viaggiato a lungo in tutti e cinque i continenti: nei Paesi devastati dalla guerra, dalla fame, dalla violenza, dalla prostituzione. Ebbene, dovunque ho incontrato donne e uomini capaci di lavorare per la pace e l’amore, malgrado tutto. Dovunque imperversasse la violenza, ho assistito alla fioritura della vita. Persino negli angoli piu’ bui non mancavano mai oasi di Paradiso e cio’ proprio in virtu’ dell’amore.
*
– Marino Parodi: Qualcosa mi dice comunque che lei ha pure un segreto da svelarci al riguardo…
– suor Emmanuelle: Si’, qualunque sia l’inferno nel quale siamo precipitati, e’ sempre possibile uscirne. Non solo: e’ persino possibile creare un paradiso sulla terra, benche’, naturalmente, non sara’ mai perfetto come quello che ci attende in Cielo. Basta smettere di preoccuparsi per se stessi per dedicarsi agli altri, sorridendo e donando loro la gioia. Ecco che la nostra vita diventera’ piu’ interessante e felice. Io corrispondo tuttora con donne e uomini di tutto il mondo. Molti mi fanno sapere quanto soffrono, sentendosi imprigionati in un’esistenza che a loro pare priva di significato. Al che io rispondo con questo messaggio: davvero non avete ancora compreso che la vostra felicita’ dipende da voi? Non da vostra moglie, ne’ da vostro marito, ne’ dalla bellezza o dalle dimensioni della vostra casa, ne’ dalla vostra carriera, ne’ dal vostro stipendio. Dipende soltanto da noi, dal nostro atteggiamento nei confronti della vita, dalla nostra capacita’ di ascoltare il prossimo, in una parola sola: dal nostro cuore. Sa che le dico, sulla base della mia esperienza di tanti anni di condivisione fraterna della vita di tanti poveri? Non ho mai incontrato donne e uomini piu’ felici dei miei amici delle bidonville. Prendiamo, ad esempio, l’emancipazione femminile che abbiamo conosciuto in Occidente.
Sicuramente un grande passo avanti. Tuttavia, se guardiamo alle donne del nostro Occidente moderno o postmoderno, constatiamo che esse godono si’ di margini di liberta’ per lo piu’ sconosciuti a tante donne del globo, sconosciuti del resto pure alle loro madri, nello stesso Occidente, cio’ nonostante nella stragrande maggioranza dei casi non sembrano ne’ felici ne’soddisfatte.
*
– Marino Parodi: Mentre nel Terzo mondo la situazione e’ diversa?
– suor Emmanuelle: In linea generale, direi proprio di si’. Non dimentichero’ mai, al riguardo, un’esperienza straordinaria che vissi diversi anni fa in Senegal. Mi trovavo in una capanna coi muri di cartone, in compagnia di un gruppo di donne le quali mi raccontavano in tutta tranquillita’ che, non disponendo di un lavoro, si arrabattavano raccogliendo un po’ di frutta e di verdura da vendere al mercato. Eppure, durante tutta la durata del mio soggiorno, quelle donne non cessarono un solo istante di sorridere e di divertirsi. Davvero mi sono sembrate le donne piu’ felici del mondo. Tutto cio’ e’ dovuto alla fede sincera degli africani in Dio che e’ amore, un Padre a cui la felicita’ dei suoi figli sta veramente a cuore.
*
– Marino Parodi: Suor Emmanuelle, non di rado lei e’ stata al centro di iniziative clamorose, vero?
– suor Emmanuelle: Lei si riferisce, immagino, alla lettera aperta da me indirizzata una quindicina di anni orsono al nostro beneamato Giovanni Paolo II…
*
– Marino Parodi: Si’, proprio a quella. Vogliamo brevemente spiegare di che cosa si tratto’?
– suor Emmanuelle: Si trattava di una lettera in cui invitavo l’allora Santo Padre ad autorizzare e financo a incoraggiare la distribuzione di strumenti contraccettivi in alcune regioni del globo particolarmente segnate da una certa ben nota malattia.
*
– Marino Parodi: Questa non e’ stata certo l’unica sua iniziativa eclatante.
Vogliamo ricordarne un’altra, risalente piu’ o meno allo stesso periodo, particolarmente attuale in tempi come questi, in cui tanto si parla di Islam?
– suor Emmanuelle: Avevo organizzato una colletta per permettere a una piccola comunita’ musulmana di edificare un minareto. Sono contenta di averlo fatto e lo rifarei. Infatti, la preghiera e’ un diritto che va assolutamente riconosciuto a tutti. Conoscendo il mondo musulmano da ormai tantissimi anni, sono in grado di garantire che, al di la’ di ogni apparenza e delle paure di tanti occidentali, i fondamentalisti musulmani non sono in realta’ che una piccola minoranza. Invece i musulmani, nella stragrande maggioranza, sono assolutamente aperti al dialogo e all’amore nei confronti delle altre religioni, ne’ piu’ ne’ meno di quanto d’altra parte siano i cristiani autentici nei loro confronti.
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– Marino Parodi: L’ecumenismo e’ sempre stato, non a caso, un suo cavallo di battaglia…
– suor Emmanuelle: Sicuramente, a livello non solo teorico ma possibilmente anche pratico e questo gia’ in tempi, precedentemente al Concilio, in cui non era certo ancora di moda. Ho sempre ritenuto ogni religione ricca di luce e, per tornare ancora una volta all’Islam, non sono affatto d’accordo con coloro che pretendono di “convertire” i musulmani. Illudersi in tal senso non significa rendere un buon servizio ne’ alla fede cristiana ne’ all’Islam. Sarebbe come pretendere di sradicare un albero dalla sua terra.
*
– Marino Parodi: Proprio grazie a questo amore senza frontiere per la famiglia umana lei e’ riuscita a scuotere tante coscienze in Occidente, realizzando imprese che nessuno sino a quel punto era riuscito ad attuare…
– suor Emmanuelle: Sia chiaro che io non mi attribuisco alcun merito, il quale caso mai va a nostro Signore nonche’ agli uomini (e soprattutto alle donne) di buona volonta’. Sono partita da una semplice constatazione di fatto, per scuotere le coscienze dell’opulento Occidente: l’egoismo dei ricchi e’ in fondo affar loro, ma come e’ possibile dirsi cristiani e mettersi a posto la coscienza andando a messa, davanti ai problemi del Terzo mondo? E’ inaccettabile. Leggiamo il Vangelo di Matteo: avevo fame e mi avete sfamato… Si tratta di decidersi ad amare il prossimo: soltanto cosi’ si realizza il cristianesimo. Con queste premesse, siamo allora riusciti a motivare tanti giovani di vari Paesi occidentali a condividere per qualche tempo la vita dei diseredati del Terzo mondo.
*
– Marino Parodi: Varie associazioni da lei fondate offrono da decenni a chiunque di vivere la straordinaria esperienza di una “vacanza-volontariato” in diversi Paesi del Terzo mondo. Lei e’ da sempre una grande amica dei giovani…
– suor Emmanuelle: Certo, io amo moltissimo i giovani e le diro’ di piu’: la stragrande maggioranza di loro mi sembra assai piu’ aperta e solidale, nei confronti della sofferenza e in particolare dei poveri, di quanto lo fosse, in linea generale, la mia generazione. Oggi i giovani partono, zaino in spalla. Non hanno paura di nulla. Insomma sono meravigliosi i nostri giovani! Le ragazze, poi, se la sanno sbrigare ancor meglio dei ragazzi!
Dobbiamo veramente essere grati al Signore per il fatto di vivere in un’epoca in cui i giovani hanno compreso un punto essenziale: se vuoi vivere un’esistenza piena e autentica, non puoi far a meno di uscire da casa, varcare le frontiere.
*
– Marino Parodi: E siamo giunti pure a un importante consiglio di suor Emmanuelle per mantenersi giovani…
– suor Emmanuelle: La maggior parte della gente vive ancora rinchiusa entro i limiti della propria testa, per cosi’ dire, ossia frequentano soltanto la propria famiglia e un ristretto gruppo di amici, leggendo un solo giornale, pochi libri, non andando al di la’ del proprio lavoro. Col risultato, appunto, di finire inscatolati in un piccolo mondo. Invece, i giovani d’oggi giungono alla nostra missione con una conoscenza dell’essere umano assai piu’ profonda di quella di cui disponevo alla loro eta’. Bene, mi permetto di fare una proposta a tutti i giovani, termine che certo non e’ da intendersi soltanto in senso anagrafico: andate a vivere per qualche mese in un villaggio del Terzo mondo, oppure condividete lo stesso periodo di tempo con una famiglia completamente priva di mezzi! Vi renderete ben presto conto di aver ricevuto assai piu’ di quanto abbiate dato.

3. MEMORIA. SUOR EMMANUELLE
[Dal sito http://www.santiebeati.it riprendiamo la seguente notizia del 21 ottobre 2008]

Suor Emmanuelle del Cairo (Madeleine Cinquin), Bruxelles, Belgio, 16 novembre 1908 – Callian, Francia, 20 ottobre 2008.
Nata a Bruxelles ma francese d’adozione, avrebbe compiuto cent’anni il 16 novembre prossimo. Conformemente alla sua volonta’, le esequie avranno luogo nel piu’ stretto riserbo. Una Messa di suffragio verra’ celebrata nei prossimi giorni a Parigi.
“L’Osservatore Romano” ricorda che nel 1971, quanto aveva 63 anni, suor Emmanuelle scelse di condividere la propria vita con quella degli straccivendoli del Cairo, e per tale motivo venne soprannominata la “petite soeur des chiffonniers”.
“Parlava in modo schietto, senza giri di parole, ed era questa una delle caratteristiche che la faceva amare da tutti”, sottolinea il quotidiano vaticano.
“Nella bidonville di Ezbet el-Nakhl, al Cairo, diede tutta se stessa per far costruire scuole, asili e ricoveri. L’associazione che porta il suo nome (“Asmae – Association Soeur Emmanuelle”), da lei fondata nel 1980, continua ad aiutare migliaia di bambini poveri in tutto il mondoî.
La religiosa lascio’ l’Egitto nel 1993, a 85 anni, e torno’ in Francia, stabilendosi nella comunita’ di Notre-Dame de Sion e dedicando il suo tempo alla preghiera e alla meditazione, senza abbandonare il sostegno a senzatetto e immigrati irregolari.
Laureata alla Sorbona, suor Emmanuelle insegno’ lettere e filosofia a Istanbul, Tunisi, Il Cairo e Alessandria.
Era anche scrittrice: il suo ultimo libro, J’ai cent ans et je voudrais vous dire, e’ stato pubblicato due mesi fa.
Il 31 gennaio scorso il Presidente francese Nicolas Sarkozy l’aveva elevata al rango di Grande ufficiale della Legion d’onore.
Secondo un recente sondaggio, ricorda “L’Osservatore Romano”, era la donna piu’ popolare e amata di Francia.
“Icona della solidarieta’ e del sostegno ai poveri e agli emarginati”: cosi’ il quotidiano vaticano ha ricordato questo lunedi’ suor Emmanuelle del Cairo, scomparsa all’eta’ di 99 anni.
Suor Emmanuelle, al secolo Madeleine Cinquin, si e’ spenta nella notte fra domenica e lunedi’ nella casa di riposo di Callian, nel Var, dove risiedeva.
Fonte: http://www.zenit.org

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La pace o la vendetta di Dio?

Spesso le parole sembrano non bastare più, i riti e le liturgie stanche delle chiese del mondo occidentale si ripetono senza senso per il solo fatto che vi sia una tradizione da preservare, ma da qualche parte – proprio in questa zona del mondo – c’è sempre qualcuno/a che si accorge che non vale più la pena di mentire a se stessi e farsi trascinare nel circolo del non senso o dell’intellettualismo fine a se stesso. Anche il Gesù predicato dai pastori protestanti non serve a mettersi la coscienza a posto, con le miserie della nostra umanità. Gesù – con Schweitzer -viene ripensato alla luce della domanda esistenziale e permanente. Noi continuiamo ad avere sete di giustizia! Non ci sono più dogmi ecclesiastici da osservare né teorie di predestinazione che tengano: serve invece solo il coraggio di amare. Cosa che in Occidente si è perso da anni. Grazie verosimilmente anche ai cristiani e alla loro ideologia ormai deformata (definita con sfrontatezza cristianesimo) e mai fondata dal rabbi crocefisso.

Il grido di Albert Schweitzer per il rispetto della vita risuona ancora oggi nelle opulenze di questo periodo di Avvento sia pur nelle ristrettezze della crisi economica –finanziaria mondiale. Il nuovo palazzo della Rinascente a Milano grida la vendetta di Dio contro chi ti imbelletta e ti profuma, rendendoti sempre più imbecille e assuefatto. Con l’illusione che la pace di Dio sia prossima al 25 dicembre…

Noi chiediamo al Signore degli eserciti celesti di spegnere le luci luminarie di questo Natale e accendere la luce delle coscienze di ciascuno e ciascuna. Questa è la nostra preghiera. Anche per te.

Ecumenici

 

asfam

 

Albert Schweitzer da Bach al Rispetto per la vita

 

(Luca Lovisolo – Associazione Albert-Schweitzer di Trieste) Fra i dischi di casa ce n’era uno che aveva lo stesso diametro dei 45 giri, ma era più spesso, e si ascoltava con una certa solennità. Nella foto sulla copertina sedeva un vecchio rubicondo con folti baffi e capelli grigi, la camicia bianca, e sul colletto un vistoso strambo papillon. L’espressione era una curiosa mescolanza di bonarietà, severità, paternità e stanchezza: il dottor Schweitzer, l’unico organista della storia ad aver ricevuto un premio Nobel.

Albert Schweitzer nacque il 14 gennaio 1875 a Kaysersberg, un nido medievale fra i vigneti nebbiosi dell’Alsazia di fine autunno, ma non è lì che deve fermarsi chi vuole trovare il luogo dove nacque la sua anima. Pochi chilometri ancora sotto una pioggerella inopportuna, su di un pullman di studenti che motteggiano in francese con l’autista mentre due vecchine conversano due sedili più indietro nel dialetto di qui, dall’inconfondibile radice tedesca. Albert Schweitzer percorse queste valli di frontiera appena cinque anni dopo la loro annessione all’Impero germanico: vivevano ancora Johannes Brahms, Franz Liszt, César Franck, Victor Hugo. Poche settimane dopo la nascita del figlio Albert, Ludwig Schweitzer era stato trasferito per esercitare il proprio ministero di pastore protestante a Gunsbach, un villaggio di circa mille abitanti seduto in silenzio ai piedi di un modesto pendìo rugiadoso, a nord della strada principale che unisce Colmar a Munster. La famiglia Schweitzer ne abitò da allora la casa parrocchiale. Dalla canonica si può raggiungere la chiesa per due vie: per la carrozzabile, aggirando il municipio e poi salendo una scala, oppure insinuandosi tra i vicoli del borgo, passando sul ponte del mulino e ritrovandosi a monte della chiesa appena il suono del ruscello si attutisce. Ancora oggi questa chiesa è il luogo di culto comune a due paesi – Gunsbach e Griensbach-au-val – e a due confessioni religiose, cattolica e protestante. Le celebrazioni si suddividono inoltre fra riti in lingua francese, riti in lingua tedesca e riti bilingui. L’orario liturgico appeso alla porta finisce così col somigliare a un cruciverba. “Da questa chiesa aperta ai due culti ho ricavato un alto insegnamento per la vita: la conciliazione […] Le differenze tra le Chiese sono destinate a scomparire. Già da bambino mi sembrava bello che nel nostro paese cattolici e protestanti celebrassero le loro feste nello stesso tempio (1)”.

Terminate le scuole elementari di Gunsbach, a sinistra appena sotto la chiesa, scesa la scala, Albert Schweitzer passò alle scuole medie di Munster: raggiungeva ogni giorno il capoluogo della valle percorrendo il sentiero di circa tre chilometri che sale diritto dietro la parrocchia e dopo qualche decina di metri svolta repentinamente a sinistra, per tagliare a metà il pendìo sotto il bosco, fino alla città. “La cattedra di religione della scuola media di Munster era tenuta dal pastore Schäffer, una personalità notevole in campo religioso, e, nel suo genere, un eccellente oratore. Sapeva raccontare gli episodi biblici in modo stupendo. […] Mi appioppò il soprannome di Isacco, cioè «colui che ride», poiché ridevo di ogni sciocchezza […] Il registro di classe portava spesso l’annotazione «Schweitzer ride». In verità non avevo un carattere allegro, ero piuttosto timido e chiuso. Avevo ereditato questo carattere dalla mamma (2)”.

Terminate le scuole medie, le condizioni economiche della famiglia non gli avrebbero permesso la prosecuzione degli studi presso il liceo più vicino, a Mulhouse. Qui, però, due zii anziani e senza figli si offersero di ospitarlo: “Solo in seguito compresi il bene che mi avevano fatto gli zii, ospitandomi in casa. In un primo tempo mi resi conto soltanto della severa disciplina che m’imponevano […] La vita era regolata fin nelle faccende meno importanti. […] Obbligandomi a suonare, mia zia soleva dirmi: «Tu non sai quanto la musica ti potrà essere utile nella vita!». […] Neppure a Mulhouse la mia carriera scolastica ebbe inizio felice. Ero ancora troppo trasognato, le brutte pagelle diedero molte preoccupazioni ai miei genitori (3)”.

Al liceo Albert Schweitzer ebbe come insegnante di musica Eugen Munch, organista a Mulhouse della chiesa di Santo Stefano e capostipite di una famiglia che diede all’Alsazia numerosi e distinti musicisti (4). Munch era stato alla Scuola Superiore di Musica di Berlino, dove aveva respirato il clima di entusiasmo che circondava la rivalutazione delle opere di Johann Sebastian Bach, la cui grandezza fece conoscere a Schweitzer durante le lezioni di organo che questi ne ricevette a partire dall’età di quindici anni. Schweitzer liceale trovò nella musica di Bach il canale collettore delle sue prime sensazioni musicali, che rimontavano all’infanzia, all’organo sentito suonare durante i riti protestanti celebrati dal padre e ai Corali cantati a scuola. “Durante i primi anni del soggiorno a Mulhouse soffrivo molto di nostalgia per la chiesa di Gunsbach. Mi mancavano le prediche di mio padre e il servizio divino cui ero stato abituato sin da piccolo […]Dalle funzioni religiose cui partecipai da bambino ricevetti quel senso del solenne e quell’aspirazione al silenzio e al raccoglimento senza i quali la vita mi sembrerebbe sterile (5)”. Dopo inizi non propriamente incoraggianti, Eugen Munch fu sempre più convinto dal talento musicale del giovane Schweitzer e prese a volerlo come proprio organista sostituto. Il 16 novembre 1892 gli affidò in concerto la parte dell’organo nel Requiem tedesco di Johannes Brahms (6).

Ospitato a Parigi da un fratello maggiore di suo padre, commerciante, nell’ottobre del 1893 Albert Schweizer diciottenne poté incontrare per la prima volta Charles Marie Widor, organista della chiesa di Saint Sulpice. L’istruzione avuta da Eugen Munch gli valse la possibilità di riceverne lezioni private, sebbene il maestro insegnasse unicamente a favore degli iscritti al Conservatorio della capitale. Accadde a Saint Sulpice che Widor fece notare al nuovo allievo come i Preludi ai Corali di Bach cambiassero repentinamente condotta senza ragioni apparenti. Qui, suscitando lo stupore del celebre organista – che aveva trent’anni più di lui – Schweizer replicò che la spiegazione stava nel testo del Corale: la sua tesi sulla relazione diretta fra la composizione musicale di Bach e i testi poetici è oggi cosa indiscussa, ma era insospettata sino a meno di un secolo fa anche dai più grandi organisti (7).

Tornato in Alsazia, alla fine del mese di ottobre Albert Schweitzer s’iscrisse all’Università di Strasburgo e vi frequentò contemporaneamente la facoltà di teologia e quella di filosofia. Abitò nel seminario protestante, che si trova presso la chiesa di San Tommaso, adibito ancora oggi a ospitare studenti: un lato dell’edificio bianco, antico e ben tenuto, è circondato da un alto muro di cinta che lo divide dal lungofiume e da una stretta via traversa. Dalle finestre dei piani alti che l’occhio raggiunge di là del muro penzolano magliette colorate e pantaloni, quasi per certo stesi abusivamente. Il lato interno guarda su un cortile di pietra piccolo e silenzioso, presso a poco quadrato, al cui centro è piantato un alto albero di gaggia. Dietro il cortile esce dalla nebbia la massa architettonica della chiesa di San Tommaso, con il grandioso organo Silbermann. “Dal 1 aprile 1894 svolsi il mio servizio militare […] Quando, in autunno, nei dintorni di Hochfelden (bassa Alsazia) cominciarono le manovre […] portai con me il Nuovo Testamento in greco. La sera e nei giorni di riposo riuscivo veramente a lavorare […] Così, già alla fine del mio primo anno di studi avevo dubbi circa la concezione storica allora diffusa della vita di Gesù (8)”. Nel frattempo Albert Schweitzer era stato nominato organista dei concerti bachiani tenuti dal coro di Ernst Munch. “Alla venerazione per Bach si accompagnava in me quella per Wagner. Quando a sedici anni, liceale, potei andare per la prima volta a teatro, a Mulhouse, davano il Tannhäuser. Questa musica mi sopraffece talmente che ci vollero giorni, prima che potessi nuovamente prestare attenzione alle lezioni scolastiche (9)”.

Per elaborare la propria tesi di dottorato sulla filosofia della religione di Immanuel Kant (10), Albert Schweitzer tornò a Parigi, dove frequentò la facoltà filosofica della Sorbona e prese nuove lezioni d’organo, impartitegli da Widor gratuitamente. Allo stesso tempo ebbe lezioni di pianoforte dalla didatta Marie Jaëll-Trautmann, che era stata allieva di Franz Liszt. “Viveva dedicata ai suoi studi sul tocco pianistico, cui cercava una fondazione fisiologica. Le servivo da cavia, e come tale prendevo parte agli esperimenti che svolgeva con il fisiologo Féré. Quanto devo a quella donna geniale! (11)”. A ventitré anni Albert Schweitzer viveva la Parigi fin de siècle (quella di Debussy e dei pittori di Montmarte), non senza lottare contro difficoltà economiche ricorrenti: “A Widor debbo l’incontro con importanti personalità della Parigi di allora. Egli si occupava anche del mio benessere materiale. Se aveva l’impressione che a causa del mio poco denaro non avessi mangiato abbastanza, spesse volte dopo la lezione mi portava al ristorante che frequentava abitualmente, il Foyot, vicino al Luxembourg, affinché potessi saziarmi (12)”. Per poter svolgere contemporaneamente più studi Albert Schweizer ricorse spesso al lavoro notturno: “Mi accadde di suonare l’organo a lezione da Widor la mattina senza essere stato affatto a dormire (13)”. Tornato a Strasburgo nel 1899 dopo un soggiorno estivo a Berlino discusse la tesi di filosofia e continuò gli studi di teologia. Volgendo al termine questi ultimi, ebbe l’ufficio di predicatore presso la chiesa di San Nicola. Nei periodi di vacanza e quando riusciva a trovare un sostituto per le prediche tornava a Parigi ospite di suo zio, dove proseguiva gli studi con l’organista di Saint Sulpice ed ebbe anche a tenere una serie di conferenze sulla letteratura tedesca. Cominciò dal 1900 il periodo più intenso dedicato al lavoro teologico, niente affatto esente da intrusioni nelle altre discipline. Nel 1901 pubblicò lo studio sull’Ultima Cena (14), mentre la Storia della ricerca sulla vita di Gesù uscì per la prima volta nel 1906 ed ebbe poi diverse riedizioni (15). Fu nominato nel frattempo docente della facoltà teologica di Strasburgo. La Mistica dell’Apostolo Paolo uscì solo nel 1930 (16). Il celebre libro su Johann Sebastian Bach, nel quale Schweitzer enunciò le sue tesi circa la relazione fra immagini musicali e testi poetici, vide la luce in questi anni su stimolo di Charles Marie Widor. “Mentre ero impegnato a scrivere la Ricerca sulla storia della vita di Gesù, scrissi un libro in francese su Bach […] Al Bach custode del Gral della musica pura contrappongo nel mio libro il Bach poeta e pittore in musica. Tutto ciò che sta nelle parole del testo, sia il sensibile sia il figurativo, egli lo rende nel materiale sonoro con la maggior vivezza e chiarezza possibili (17)”. Il libro uscì in francese nel 1905 (18) ma poco dopo l’editore Breitkopf & Härtel ne chiese a Schweitzer una versione in tedesco, pubblicata nel 1908 con un numero di pagine quasi raddoppiato da approfondimenti e nuove ricerche (19). Intanto, ancora nel 1905, Schweitzer fu confondatore della Società Bach di Parigi, insieme a Paul Dukas, Gabriel Fauré, Charles Marie Widor, Alexandre Guilmant e Vincent d’Indy. Nello stesso anno uscì il suo studio comparato sull’arte organaria e organistica francese e tedesca (20). Dal 1892 al 1908 Albert Schweitzer aveva già tenuto 98 concerti d’organo fra Germania, Francia, Spagna e Belgio (21). Compiva 33 anni: da tre aveva comunicato agli amici e ai familiari che all’inizio del nuovo semestre scolastico si sarebbe iscritto alla Facoltà di Medicina dell’Università di Strasburgo, allo scopo di diventare medico e di esercitare questa professione nell’Africa equatoriale. “Il progetto che stavo per mettere in atto lo portavo in me già da lungo tempo. La sua origine rimontava ai miei anni di studentato. Mi riusciva incomprensibile che io potessi vivere una vita fortunata, mentre vedevo intorno a me così tanti uomini afflitti da ansie e dolori […] Mi aggrediva il pensiero che questa fortuna non fosse una cosa ovvia, ma che dovessi dare qualcosa in cambio […] Quando mi annunciai come studente al professor Fehling, allora decano della Facoltà di Medicina, egli avrebbe preferito spedirmi dai suoi colleghi di psichiatria (22)”. Sei anni dopo tenne l’Esame di Stato di Medicina: guadagnò il denaro da versare a questo scopo sostenendo poco prima l’esecuzione della Sinfonia Sacra di Widor per organo e orchestra, sotto la direzione del compositore stesso, durante la Französische Musikfest di Monaco di Baviera. La sua tesi di dottorato concernette la valutazione psichiatrica della vita di Gesù (23). “Non mi pareva vero che la tremenda tensione dello studio di medicina fosse davvero finita. Mi rassicuravo di continuo che non era un sogno, ma che era proprio finita(24)”.

“Non predicare più, non tenere più lezioni significò per me una rinuncia pesante. Sino alla mia partenza per l’Africa evitai per quanto possibile di passare dalle parti della chiesa di San Nicola o dell’Università. Vedere quei luoghi di un agire che non sarebbe mai più ritornato era troppo doloroso. Ancora oggi non riesco a tenere lo sguardo rivolto alla finestra della seconda aula a est dell’entrata del grande edificio universitario, dove solevo tenere lezione […] Finora ero stato occupato solo da lavoro intellettuale. Adesso bisognava fare ordinazioni dai cataloghi, commissioni tutto il giorno, girare per negozi a cercare merce, verificare consegne e fatture, chiudere casse, compilare con esattezza le liste per la dogana, e simili altre cose ancora. […] Per raccogliere i fondi necessari alla mia impresa cominciai a elemosinare presso i miei conoscenti […] Quando fui sicuro di aver raccolto tutti i mezzi necessari a fondare un piccolo ospedale, feci la mia offerta definitiva alla Società delle Missioni di Parigi di mettermi al servizio a mie spese come medico nel territorio della missione sul fiume Ogooué, a partire dalla loro base di Lambaréné, situata in posizione centrale […] Ma gli osservanti più stretti fecero resistenza. Si decise di sottopormi a un esame sulla fede. Non accettai, motivando il mio rifiuto col fatto che Gesù, chiamando i suoi discepoli, non pretendeva altro se non che volessero seguirlo. […] Quando assicurai che volevo solo fare il medico, e per tutto il resto sarei stato «muto come una carpa», allora si tranquillizzarono. […] Nel febbraio del 1913, 70 casse furono chiuse a vite e spedite intanto come bagaglio a Bordeaux […] Il Venerdì Santo del 1913 mia moglie e io lasciammo Gunsbach, la sera del 26 marzo ci imbarcammo a Bordeaux […] A Lambaréné i missionari ci accolsero davvero con cordialità […] Tenni i miei primi consulti in un pollaio […] Prima ancora che avessi trovato il tempo di togliere dalle casse medicine e strumenti, fui circondato da malati […] Arrivavano da un raggio di 200 – 300 chilometri, in canoa, sull’Ogooué e sui suoi affluenti […] Com’ero contento di aver realizzato il mio progetto di venire qui, in barba a tutte le obiezioni! (25)”.

Oltre a operare da medico e a costruire materialmente l’ospedale erigendo capanne di legno, lamiera e bambù, durante il primo soggiorno africano Schweitzer proseguì l’edizione critica delle opere per organo di Bach poi pubblicata in collaborazione con Charles Marie Widor (26). La Società Bach di Parigi gli inviò in regalo un pianoforte verticale con pedaliera, sui cui tasti l’avorio era fissato a vite, anziché incollato, per evitarne l’inevitabile distacco dovuto al clima. Suonando questo strumento – grazie al quale conservò anche l’agilità delle dita necessaria a operare chirurgicamente sino a età avanzatissima (27) – il dottor Schweitzer preparò le centinaia di concerti che tenne in tutta Europa durante periodici rientri nel Vecchio Continente, e numerose, primordiali incisioni discografiche (28). Al di là degli specifici scopi culturali, quest’attività pubblica servì non di meno ad attrarre attenzione e aiuti a favore del suo ospedale.

Nel 1914 la Prima Guerra Mondiale contrappose gli Imperi Centrali (Germania e Austria-Ungheria) a Francia, Russia e loro alleati: Albert Schweitzer e la moglie Hélène Bresslau, che lo assisteva in Africa come infermiera, erano cittadini tedeschi in territorio coloniale francese. Furono dapprima piantonati: il provvedimento fu revocato dopo quattro mesi grazie alle insistenze di Widor presso le autorità di Parigi. In questi eventi Schweitzer abbozzò l’opera filosofica Cultura ed etica, poi pubblicata dopo la guerra. Di fronte ai primi abbaglianti progressi della tecnica, al crescere dei nazionalismi e alla chiusura su di sé del pensiero filosofico, Schweitzer lesse la decadenza della cultura europea come conseguenza del distacco di essa da una ragionata visione del mondo, e definì la cultura come compimento etico del singolo e della società. Il progresso universale, in quanto affermazione del mondo e della vita, è tale secondo Schweitzer solo se cammina di pari passo al progresso etico: ma quale può essere quella visione del mondo nella quale etica, affermazione della vita e affermazione del mondo possono trovare una simultanea fondazione? “Per mesi restai in agitazione continua. Senza successo occupai il mio pensiero, con una concentrazione che non fu guastata neppure dal lavoro che svolgevo ogni giorno in ospedale […] Stavo come di fronte a un portone di ferro che non voleva cedere […] In quelle circostanze dovetti intraprendere un lungo viaggio sul fiume [Ogooué]. Alla sera del terzo giorno, quando, al tramonto, navigammo in mezzo a un branco di cavalli del Nilo, si parò di fronte a me inattesa e non cercata l’espressione: «Rispetto per la vita». Il portone di ferro aveva ceduto […] Ero penetrato sino all’idea nella quale sono contenute insieme l’affermazione del mondo, l’affermazione della vita e l’etica. Ora sapevo che la concezione dell’affermazione del mondo e dell’affermazione della vita è fondata nel pensiero insieme ai suoi ideali culturali (29)”.

L’espressione “Rispetto per la vita” non è una semplice, pur nobile affermazione di principio: ha per Schweitzer una precisa dignità teoretica, e diventa la chiave di volta per la moderna capacità di giudizio sia di fronte al progresso tecnologico, sia di fronte alle sfide culturali che esso comporta (30).

Un articolo che riguardi gli anni di formazione di Albert Schweitzer deve fermarsi a questa espressione, che guiderà tutto il resto della sua vita. Nel 1917 il dottore e sua moglie furono costretti a tornare in Europa e imprigionati in Francia. L’internamento guastò seriamente la loro salute: indebolita, Hélène Schweitzer tornerà in Africa solo nel 1941. Il dottor Schweitzer vi tornò nel 1924, all’età di quarantotto anni. “Dell’ospedale rimanevano in piedi solo la piccola baracca di lamiera ondulata e lo scheletro in legno duro di una delle grandi capanne di bambù. Durante i sette anni della mia lontananza tutto era marcito e crollato […] La mia vita andava così: di mattina facevo il medico, di pomeriggio il costruttore (31)”. Rimasto solo, Schweitzer si fece aiutare nei lavori pratici dai familiari dei malati. L’ospedale riprese a funzionare, dall’Europa giunsero aiuti, personale medico e poi sua figlia Rhena. Con un preciso fine educativo, l’ospedale non offrì mai cure a titolo completamente gratuito: a ciascuno era chiesto un contributo nella misura e nelle forme che gli erano possibili, con l’eccezione dei casi di povertà estrema. Nel 1953 fu conferito ad Albert Schweitzer il Premio Nobel per la Pace. Il dottore tornò in Europa per altre dodici volte, e tenne l’ultimo dei suoi 487 concerti il 18 settembre del 1955 (32). Nel 1959, due anni dopo la morte della moglie, Albert Schweitzer si stabilì definitivamente in Africa, dove continuò a lavorare e a tenere fitti scambi epistolari con il mondo intero sino all’agosto del 1965. Il 4 settembre, alle 23.30, la sua vita vissuta ai confini dell’incredibile si spense a novant’anni, nel buio della foresta.

L’ospedale Schweitzer di Lambaréné è oggi uno dei centri medici più importanti dell’Africa equatoriale. I principali scritti di Albert Schweitzer sono ancora regolarmente ristampati. I dischi incisi dal dottor Schweitzer organista ci consegnano uno stile esecutivo cui oggi il mondo dell’organo guarda con una sufficienza ammantata di falsa coscienza. La fondazione teoretica delle sue interpretazioni di Bach non è discutibile, salvo disporre almeno della sua stessa capacità di sintesi filosofica, musicale, teologica e umana. Egli ci indica un’imbarazzante meta raggiunta dall’umanamente possibile: conseguire tre lauree, scrivere qualche decina di libri, fondare e costruire con le proprie mani un ospedale nella foresta, superare due guerre mondiali e riempire di pubblico le chiese d’Europa con mezzo migliaio di concerti d’organo. Un modello scomodo. Vi è un interrogativo cui l’opera del dottor Schweitzer deve richiamarci: quante vite costa nel Terzo Mondo la costruzione di un organo in Europa? Nell’epoca della comunicazione globale questo dilemma non può restare ignorato. La risposta non è un terzomondismo da parata che vorrebbe distruggere le nostre ricchezze a sterili fini assistenziali: il dottor Schweitzer operò in Africa senza smettere mai di lavorare per la dignità della cultura europea, dimostrando con la sua vita che le nostre ricchezze intellettuali non sono a danno di altri, a patto che sappiamo farle fruttare nel modo giusto, a vantaggio di tutti. Oggi, per noi organisti ne consegue una responsabilità: la nostra presenza all’organo deve giustificarsi eticamente. “Raccoglietevi, raccoglietevi. Abbiamo bisogno di raccoglimento più di ogni altra generazione sulla Terra, o la nostra umanità precipiterà spiritualmente. Raccoglietevi, voi che vi disperdete negli eventi […] Siate silenziosi, affinché il vostro pensiero prolifichi; credete che nell’ora solenne della solitudine con voi stessi non solo sarete migliori nell’anima e nel carattere, ma troverete la forza di portare meglio il peso che il destino e gli uomini vi preparano, di perdonare laddove non avreste potuto perdonare, di credere negli uomini laddove altrimenti sarebbe la disperazione (33)”.

 

1. Albert Schweitzer, Aus meiner Kindheit und Jugendzeit, 1924. Le traduzioni sono dello scrivente.
2. Albert Schweitzer, Aus meiner Kindheit und Jugendzeit, 1924.
3. Albert Schweitzer, Aus meiner Kindheit und Jugendzeit, 1924.
4. Eugen Munch morì di tifo in giovane età nel 1898: Albert Schweitzer ne scrisse una memoria biografica, che fu il suo primo libro stampato, sebbene uscito anonimo (Anonimo, Eugen Munch, Brinkmann, Mulhouse, 1898). Eugen Munch ebbe un figlio, Hans (Mulhouse, 9.3.1893 – 7.9.1983), violoncellista e direttore d’orchestra, che fu allievo di Schweitzer per l’organo. Il fratello di Eugen, Ernst (Niederbronn, 31.12.1859 – Strasburgo, 1.4.1928) fu a Strasburgo docente al Conservatorio e organista della chiesa di San Guglielmo, dove fondò un coro per eseguire le Cantate di Bach. Di queste esecuzioni Albert Schweitzer fu più tardi organista ufficiale e ne scrisse numerose presentazioni uscite sui giornali cittadini. Dei due figli musicisti di Ernst, Fritz (Strasburgo, 2.6.1890 – 10.3.1970) fu direttore del Conservatorio della sua città, oltre che teologo protestante, filosofo e musicologo, mentre Charles (Strasburgo, 26.9.91 – Richmond, USA, 06.11.1968) divenne celebre in tutto il mondo come violinista e direttore d’orchestra.
5. Albert Schweitzer, Aus meiner Kindheit und Jugendzeit, 1924.
6. Harald Schützeichel, Die Konzerttätigkeit Albert Schweitzers, Haupt, Bern, 1991. “Quel giorno provai per la prima volta il piacere, che assaporai poi molte volte, di fondere il suono dell’organo con quello dell’orchestra e del coro”. Albert Schweitzer, aus meiner Kindheit und Jugendzeit, 1924.
7. Devo la narrazione di questo aneddoto generalmente sconosciuto alla cortesia del noto concertista alsaziano Daniel Roth, attuale organista della Basilica parigina di Saint Sulpice. A lungo in Francia – e certamente anche in altri Paesi al di fuori della Germania – si ritenne che i Corali usati da Bach fossero melodie liberamente create da Bach stesso, ignorando che provenissero da un repertorio consolidatosi fin dai tempi di Lutero. Fu questa la ragione per la quale César Franck intitolò così i suoi Tre Corali, sebbene vi avesse impiegato temi estranei a qualunque tradizione liturgica (Cfr. Albert Schweitzer, Deutsche und Französische Orgelbau und Orgelkunst, Breitkopf & Häretel, Leipzig, 1906, 42, n. 1).
8. Albert Schweitzer, Aus meinem Leben und Denken, Leipzig, 1931, I.
9. Albert Schweitzer, Aus meinem Leben und Denken, Leipzig, 1931, I.
10. Albert Schweitzer, Die Religionsphilosophie Kants, Mohr, Freiburg, i.B., 1899. Il pensiero di Immanuel Kant (1724-1804) ha comportato una rivoluzione nei concetti di conoscenza sensibile e conoscenza intelleggibile, capovolgendo il ruolo del soggetto rispetto all’oggetto nell’atto della conoscenza stessa. Una tale trasformazione, espressa nelle opere critiche a partire dalla Critica della ragion pura (1781), oltre alle conseguenze sul pensiero, sull’agire e sulla capacità di giudizio non poté non comportare le importanti ripercussioni nel campo della religione che Kant trattò nella Religione entro i limiti della semplice ragione (1793). La tesi di laurea di Schweitzer ebbe il fine “di riascoltare Kant stesso, a fianco delle numerose opere sulla sua filosofia della religione […] Quest’opera offre un’analisi critica dei pensieri di Kant che hanno qualchessia relazione con i problemi di filosofia della religione”.
11. Albert Schweitzer, Aus meinem Leben und Denken, Leipzig, 1931, II.
12. Albert Schweitzer, Aus meinem Leben und Denken, Leipzig, 1931, II.
13. Albert Schweitzer, Aus meinem Leben und Denken, Leipzig, 1931, II.
14. Albert Schweitzer, Das Abendmahl im Zusammenhang mit dem Leben Jesu …, Mohr, Tübingen, 1901.
15. Albert Schweitzer, Geschichte der Leben-Jesu-Forschung. Mohr, Tübingen, 1906. La prima edizione uscì sotto il titolo Von Reinmarus zu Wrede, da Reinmarus a Wrede. Infatti, l’opera è una lettura analitica della storiografia su Gesù a partire dallo storico settecentesco Hermann Samuel Reimarus fino al teologo contemporaneo William Wrede. Solo a partire dall’Illuminismo la figura di Gesù fu studiata sotto un profilo strettamente storico, per lottare contro i dogmi servendosi di un Gesù descritto storicamente, depurato di ogni pathos. Da Reinmarus in avanti lo svilupparsi della ricerca storica scosse effettivamente non poco i dogmi consolidati. Per Schweitzer la ricerca storica sulla vita di Gesù sta al di sopra della ricerca sulla storia dei dogmi, sia nel rapporto con la cultura del nostro tempo, sia per il concetto di messianità di Gesù in relazione alla cultura ebraica di allora e agli atti di Gesù stesso. Nello scoprire che il Messia consegnatoci dalla ricerca storica non coincide con quello descritto dai dogmi e dalla teologia tradizionale, egli, forte della sua esperienza di predicatore, non trascurò di chiedersi in quale modo le comunità di fedeli avrebbero recepito questa evidenza. Annotò, a questo proposito: “In ogni circostanza, la verità ha più valore della non verità […] Anche se in un primo momento essa appare estranea alla devozione e le crea difficoltà, il risultato non può mai comportare danno, ma solo approfondimento […] La religione, pertanto, non ha alcun motivo di schivare il confronto con la verità storica” (Albert Schweitzer, Aus meinem Leben und Denken, Leipzig, 1931, VI). Si possono facilmente immaginare le reazioni sconcertate che queste affermazioni profetiche causarono anche presso le autorità religiose protestanti, per tacere di quelle cattoliche, con le quali Schweitzer dovette confrontarsi al momento di partire come medico per la missione cattolica africana di Lambaréné. E’ utile ricordare che a quel tempo le Chiese protestanti non gestivano proprie missioni, ma sostenevano, anche economicamente, quelle cattoliche.
16. Albert Schweitzer, Die Mystik des Apostels Paulus, Mohr, Tübingen, 1930. Quest’opera tratta essenzialmente la questione del ruolo di Paolo nell’ellenizzazione del Cristianesimo, fra Cristo e Ignazio di Antiochia. Schweizer dà della dottrina di Paolo una spiegazione puramente escatologica, che ne stabilisce la dipendenza diretta dalla dottrina di Gesù. Toglie così a Paolo la veste di ellenizzatore del Cristianesimo, sebbene, “nella sua mistica escatologica dell’essere in Cristo egli abbia dato [al Cristianesimo] una forma nella quale esso divenne ellenizzabile”. La prefazione del libro è firmata “Albert Schweitzer – Dal battello a vapore sul fiume Ogooué, durante il viaggio a Lambaréné, nel giorno di Santo Stefano 1929.
17. Albert Schweitzer, Aus meinem Leben und Denken, Leipzig, 1931, VII.
18. Albert Schweitzer, Jean-Sébastien Bach, le musicien-poète, Paris, 1905.
19. Albert Schweitzer, Johann Sebastian Bach, Leipzig, Breitkopf & Härtel, 1908. Nonostante il progresso della ricerca bachiana dopo Schweitzer, la lettura di questo libro resta la prima tappa per chi voglia accostarsi con cognizione di causa alle opere di Johann Sebastian Bach e alla musica da chiesa protestante. E’ un peccato che l’unica traduzione italiana disponibile (Albert Schweitzer, Bach, il musicista poeta, Suvini Zerboni, Milano, 1952) corrisponda alla prima edizione del libro, quella in lingua francese, priva di tutte le integrazioni contenute nella successiva edizione tedesca.
20. Prima di essere pubblicato nel 1906 a Lipsia da Breitkopf & Härtel lo studio uscì nella rivista Die Musik, 1905, pagg. 76-90 e 139-154.
21. Harald Schützeichel, Die Konzerttätigkeit Albert Schweitzers, Haupt, Bern, 1991, 80. Il 27.4.1908 Albert Schweitzer tenne a Milano l’unico concerto che ebbe occasione di dare in Italia, fra mille diffidenze causate dalla sua appartenenza alla Chiesa protestante. Il concerto fu ignorato da tutti gli organi di stampa.
22. Albert Schweitzer, Aus meinem Leben und Denken, Leipzig, 1931, X.
23. Albert Schweitzer, Die psychiatrische Beurteilung Jesu, Mohr, Tübingen, 1933.
24. Albert Schweitzer, Aus meinem Leben und Denken, Leipzig, 1931, X.
25. Albert Schweitzer, Aus meinem Leben und Denken, Leipzig, 1931, XII-XIII. Le difficoltà opposte a Schweitzer da parte dei religiosi più osservanti derivavano dalle tesi estremamente moderne espresse nei suoi studi teologici. In materia di fede Schweitzer si pronuncia sempre in senso antidogmatico e in favore della libertà di ricerca intorno ai testi e alla storia della religione. Un approccio che ancora oggi, tavolta, è accettato con diffidenza. Giunto sul posto, Schweitzer fu poi invitato a predicare dagli stessi missionari, meno usi a sottilizzare di dottrina, immersi com’erano nell’esperienza pratica della missione.
26. Il lavoro era stato commissionato dall’editore Schirmer di New York. L’opera avrebbe dovuto comportare la pubblicazione contemporanea in tre lingue negli Stati Uniti e in Europa. Gli eventi della Prima Guerra Mondiale e le loro conseguenze sul piano monetario permisero di fatto la circolazione della sola edizione americana.
27. La circostanza mi è stata riferita presso la Casa Schweitzer di Gunsbach.
28. Il repertorio del dottor Schweitzer non fu limitato a Bach, ma comprese buona parte dell’opera di Franck e di Mendelssohn, vari estratti dalle sinfonie di Widor, molte composizioni di autori meno noti e una settantina di opere per organo e altri strumenti. A fianco di alcuni dischi realizzati nel 1955 da Schweitzer ormai ottantenne, vanno ricordate le numerose incisioni degli anni Trenta, che sono le più rappresentative della sua arte. Alcune sono state riversate su CD: una buona antologia è in The art of Albert Schweitzer, 3 CD, EMI, TOCE-6918-20.
29. Albert Schweitzer, Verfall und Wiederaufbau der Kultur, Beck, München, 1923; Kultur und Ethik, Beck, München, 1923; Aus meinem Leben und Denken, Leipzig, 1931, XIII. Adottiamo anche qui l’espressione italiana “Rispetto per la vita”, ormai divenuta celebre. Essa, tuttavia, non rende giustizia alla formulazione originale tedesca Ehrfurcht vor dem Leben, che, a giudizio di chi scrive, in italiano è resa meglio con Soggezione di fronte alla vita.
30. Sono esemplari per questa dialettica dell’Affermazione della vita le opere Das Christentum und die Weltreligionen [il Cristianesimo e le religioni del mondo], Beck, München, 1925; Die Weltanschauung der indischen Denker [I grandi pensatori dell’India] e i discorsi radiofonici contro gli esperimenti nucleari, tenuti nel 1958.
31. Albert Schweitzer, Aus meinem Leben und Denken, Leipzig, 1931, XIX.
32. Harald Schützeichel, Die Konzerttätigkeit Albert Schweitzers, Haupt, Bern, 1991, 75.
33. Albert Schweitzer, da un sermone tenuto in San Nicola a Strasburgo l’8.12.1918, manoscritto presso l’Archivio Centrale Schweitzer di Gunsbach. Riportato per estratto in Harald Schützeichel, Die Konzerttätigkeit Albert Schweitzers, Haupt, Bern, 1991, 197.
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Cosa leggere?

L’editoria in lingua italiana è avara con Albert Schweitzer. In materia musicale segnaliamo: Bach, il musicista poeta (Suvini Zerboni, Milano, 1952), traduzione basata purtroppo sulla prima versione del testo. Fra le opere teologiche è stata tradotta in tempi recenti solo la Storia della ricerca sulla vita di Gesù (Paideia, Brescia, 1987). L’opera più utile a conoscere la figura di Schweitzer è l’appassionante autobiografia Aus meinem Leben und Denken (La mia vita e il mio pensiero), scritta in un tedesco scrupoloso ma non insormontabile. Più ardua la lettura in lingua originale delle opere teologiche e di quelle filosofiche sul tema della cultura e dell’etica. Traduzioni italiane furono pubblicate decenni fa, ma sono ormai del tutto irreperibili, se non in qualche biblioteca ben fornita. In commercio si possono trovare l’autobiografia degli anni giovanili Infanzia e giovinezza (Mursia, Milano, 1990) e lo studio I grandi pensatori dell’India (Ubaldini, Roma, 1983). Nelle librerie religiose ci si può imbattere in antologie che raccolgono pensieri scelti di Albert Schweitzer: da queste però è impossibile ricavare un’idea esauriente del personaggio. Al lettore italiano indichiamo senz’altro i due eleganti volumi-strenna di Luigi Grisoni Albert Schweitzer (Velar, Bergamo, 1996). Oltre a complete informazioni biografiche, essi contengono un’abbondante documentazione fotografica e traduzioni inedite.

 

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Percorsi alternativi nella chiesa di Roma

Professor Ratzinger
di Andrea Milani

 

Una Chiesa ripiegata su se stessa. Spaventata dal nuovo. Che punta su dottrina e disciplina, non sulla speranza. L’atto di accusa al papa del teologo della liberazione Leonardo Boff

 

Il contrario della fede, nella Bibbia, non è l’ateismo. È la paura. In questo senso la Chiesa di papa Ratzinger vive una profonda crisi di fede, attanagliata come è dal terrore di tutto ciò che la circonda… Il volto di Leonardo Boff, solitamente sorridente, si fa pensieroso.
 
Il più noto teologo brasiliano, alle soglie dei 70 anni, non mostra risentimento verso il Vaticano, che l’ha inquisito, censurato e poi messo a tacere con punizioni canoniche fino a spingerlo ad abbandonare la tonaca di frate francescano. Con la sua storia personale Boff ha fatto serenamente i conti e vive, da anni, una nuova vita di ‘libero pensatore’, cristiano laico senza voti. Ma per la Chiesa, che resta la ‘sua’ Chiesa, mostra apprensione e un poco di sconforto.

“I credenti non possono avere paura delle novità. Sanno che il mondo è stato salvato in Gesù Cristo”, dice convinto: “E un vero pastore sa che la barca di Pietro non corre il rischio di affondare anche se affronta il mare aperto perché è assistita dallo Spirito Santo. Invece questo papa non è un pastore, è solo un professore. Si preoccupa di fare ogni genere di appunto critico alla modernità, ma non ha irradiazione spirituale, non ha carisma, non mostra il cristianesimo come una cosa buona, una fonte di gioia per l’umanità. In una parola, non fa la cosa più evangelica, quella che Ernst Bloch riteneva la più importante per ogni religione: suscitare speranza. Una Chiesa così, che non è fonte di fiducia nella vita e nel futuro, tutta ripiegata su se stessa, sulla propria identità e sul potere sacrale della gerarchia, completamente paralizzata dalla paura di ciò che sta ‘fuori’, non è più una Chiesa. È una ‘ecclesìola’, una piccola chiesa, con forti tendenze fondamentaliste”.

Di Chiesa, Boff se ne intende: al suo interno ha passato quasi 40 anni. E conosce bene anche Benedetto XVI: quando Leonardo era solo un promettente dottorando alla Facoltà teologica di Monaco di Baviera, il giovane professor Ratzinger era stato suo mentore e protettore. “Era un teologo brillante e aperto che noi studenti ascoltavamo con entusiasmo”, dice con una nota di affetto nella voce: “Ma è sempre stata una persona estremamente timida e i timidi non sanno gestire il potere. Inoltre, da professore è diventato subito cardinale, senza fare mai il parroco né il vescovo. E questo non l’ha aiutato”.
Dai tempi di Monaco tanti anni sono trascorsi. E le traiettorie di vita si sono divaricate. Boff, insieme a Gustavo Gutierrez e altri, ha fondato la Teologia della liberazione, la corrente di pensiero che tra gli anni Sessanta e Settanta ha cambiato il volto della Chiesa latinoamericana, trasformandola da pilastro della società feudale in avvocata dei poveri, degli emarginati e degli oppressi. Ratzinger, invece, ha messo radici nella cittadella fortificata della Curia vaticana, la Congregazione per la dottrina della fede. E una volta prefetto dell’ex Sant’Uffizio, ha preso di mira il suo pupillo di un tempo. Le sue colpe? Aver ‘inquinato’ la ricerca teologica con l’utilizzo degli strumenti di analisi sociale di scuola marxista e aver ricordato troppo chiaramente che la Chiesa è, come dicevano i Padri dell’antichità, “casta meretrix”, santa ma anche profondamente peccatrice.

Dopo un doloroso processo canonico durato oltre un decennio, nel 1992 Boff ha lasciato il sacerdozio. Ma non ha abbondato le comunità cristiane latino-americane. Ha continuato a scrivere (un centinaio di libri) e a far discutere, dentro e fuori la Chiesa. Oggi la sua criniera di capelli neri si è totalmente imbiancata e una leggera zoppìa lo costringe a camminare con un bastone, ma lui ci scherza: “È solo una stampella epistemologica”. La sua franchezza, comunque, è rimasta quella di un tempo. In Italia per un ciclo di conferenze organizzato dalla Rete Radié Resch, un’associazione di solidarietà con il Sud del mondo, spiega i prezzi che ha pagato la Teologia della liberazione: “I processi ecclesiastici subiti da tanti teologi latinoamericani hanno indebolito la Teologia della liberazione, che prima era affermata, riconosciuta e, in alcuni casi come il Brasile, abbracciata ufficialmente persino dalla Conferenza episcopale.
(30 ottobre 2008)

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Iniziamo la campagna per il boicottaggio di Nestlé

Da www.voceevangelica.ch

Critiche dopo l’assemblea della Federazione protestante
L’elezione di Roland Decorvet, chef di Nestlé, nel direttivo dell’ACES, suscita dissensi

Tutto era filato liscio e senza intoppi durante l’assemblea dei delegati della Federazione delle chiese evangeliche in Svizzera (FCES), svoltasi a Bellinzona lo scorso giugno. Calma piatta, tre giorni di pioggia, nessun tema di rilievo: un’assemblea di routine. Il vero temporale è scoppiato dopo, quando è stata diffusa dai media la notizia della nomina dello chef di Nestlé-Svizzera, Roland Decorvet, nel direttivo dell’ente di Aiuto delle chiese evangeliche svizzere (ACES/HEKS).

Puoi spedire messaggi di protesta a http://www.heks.ch/ a questi indirizzi e.mail: info@heks.ch ed eper@eper.ch

° Nel mondo, ogni 30 secondi un bambino muore perché in alternativa al latte materno ha ricevuto poco latte in polvere diluito con acqua non potabile in un biberon sporco ;
° milioni di bambini dei paesi poveri soffrono ogni anno di malnutrizione, diarrea ed altre infezioni per la stessa ragione. L’allattamento al seno, pulito e sicuro, eviterebbe tutto ciò in virtù delle sue proprietà nutritive ed anti-infettive ;
° le compagnie produttrici di sostituti del latte materno sanno bene tutto ciò, ma per aumentare i loro profitti continuano ad inondare i paesi poveri di latte in polvere, commercializzandolo spesso in maniera immorale, violando il Codice Internazionale per la Commercializzazione dei Sostituti del Latte Materno promulgato dall’Organizzazione della Sanità nel 1981 e sottoscritto dalle compagnie stesse

 

India: dietro quella strage

di Giuseppe Platone
Proponiamo in anteprima l’editoriale che verrà pubblicato sul prossimo numero del settimanale delle chiese battiste, metodiste e valdesi “Riforma”. L’autore è direttore del settimanale e pastore della chiesa valdese di Torino.
Nel momento in cui andiamo in stampa le vittime della furia induista contro i cristiani nella regione indiana di Orissa sono salite a quattordici. La lista è da bollettino di guerra: 42 chiese distrutte, 3 conventi, 5 ostelli, 7 centri pastorali, devastate circa 300 case private. La Farnesina ha convocato l’ambasciatore indiano. Il ministro degli Esteri Frattini presenterà un’interpellanza al Parlamento europeo per fermare questa ondata di violenza in un paese in cui, in molte regioni, religioni diverse convivono pacificamente da anni. Contro la mattanza in Orissa molti cristiani hanno manifestato, in questi giorni, pubblicamente in modo non violento.

Lo scrittore indiano S. Mehta, autore del volume sui contrasti dell’India Maximum City, Bombay città degli eccessi, attribuisce una delle cause dell’ondata di violenza all’eccesso di proselitismo – in particolare di segno protestante – dei cristiani nei confronti dell’induismo. In un’intervista ripresa dal quotidiano La Repubblica (27 agosto) lo scrittore nota che a spezzare il clima di pacifica convivenza tra religioni “sia stato l’arrivo dei protestanti delle chiese evangeliche, che dispongono di ingenti fondi e fanno proselitismo in maniera aggressiva (…); i missionari costruiscono ospedali, orfanotrofi, scuole”. Sulla stessa linea si è espresso padre Anand Mutungal, che ha spiegato a Radio vaticana come “le conversioni forzate siano molto poche in India e soprattutto nelle regioni Indù come l’Andra Pradesh, a praticarle – sostiene il prelato – sono soprattutto predicatori di chiese indipendenti di origine protestante-evangelica con base in Usa e Canada che spesso offrono in cambio aiuti materiali. Il lavoro di queste chiese deve essere fermato”. Ma al momento le vittime cristiane si contano soprattutto tra i cattolici.

La scintilla che ha scatenato l’ondata di violenze è stata l’uccisione del santone indù Swami Lakshamanand Saraswati. All’odio verso i cristiani coltivato da frange fondamentaliste indù fa da pendant una massiccia dose di intolleranza tra cattolici e protestanti. Secondo la monaca induista Hansananda Giri, vicepresidente dell’Unione induista italiana, il conflitto nel subcontinente indiano è soprattutto politico. “Si tratta – dice – di una volgare strumentalizzazione dell’ induismo per fini politici. Non è tanto la questione del proselitismo – anche se ogni forma di proselitismo aggressivo, da qualunque parte arrivi, è da condannare – quanto una questione economica”. In effetti il sottosuolo dell’Orissa è ricchissimo di materie prime ma la popolazione è tra le più povere del continente. Caos sociale e militarizzazione del territorio giovano alla causa degli estremisti. “Il cuore vero dell’induismo è la nonviolenza. L’India non ha mai invaso altri territori, ha saputo accogliere e integrare altre culture e religioni. Non c’è democrazia al mondo – conclude Hansananda Giri – le cui minoranze siano così ben rappresentante in Parlamento come in India”.

In buona sostanza nella regione di Orissa sarebbero in gioco gli interessi economici delle multinazionali, la religione è solo una copertura. Quando la politica usa la religione per raggiungere i propri scopi è sempre un disastro. E non solo in India. (NEV).

 

Ecumenici ha sottoscritto un abbonamento annuale in favore di questo settimanale in segno di incoraggiamento.

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Incontriamo i nostri lettori a Torre Pellice, al Sinodo valdese

 

 

Io credo in Dio,

che non ha fatto il mondo già finito

come una cosa che deve rimanere per sempre così

che lo regge non secondo leggi eterne

immutabilmente valide

non secondo ordinamenti naturali

di poveri e ricchi

competenti e non competenti

dominanti e dominati.

Io credo in Dio

che vuole la contraddizione in ciò che è vivo

e il mutamento di tutte le situazioni

per il tramite del nostro lavoro

per il tramite della nostra politica.

Io credo in Gesù Cristo che aveva ragione quando egli

“un singolo che non poteva fare nulla”

come noi

lavorava al cambiamento di tutto le situazioni

e perciò dovette soccombere.

Confrontandomi con Lui io riconosco

come la nostra intelligenza sia atrofizzata

la nostra fantasia spenta

la nostra fatica sprecata

perché noi non viviamo come lui viveva.

Ogni giorno  io ho paura

perché egli sia morto invano

perché Egli è sotterrato nelle nostre chiese

perché noi abbiamo tradito la sua rivoluzione

in obbedienza e paura

davanti alle autorità.

Io credo in Gesù cristo

che risorge nella nostra vita

che noi diventiamo liberi

da pregiudizi e conformismo

da paura e odio

e portiamo avanti la sua rivoluzione

per il suo regno

io credo nello spirito

che con Gesù è venuto nel mondo

alla comunità di tutti i popoli

e alla nostra responsabilità per quello

che sarà della nostra terra

una valle piena di afflizione fame e violenza

o la città di Dio.

Io credo nella pace giusta

che è fattibile nella possibilità di una vita che abbia senso

per tutti gli uomini e le donne

nel futuro di questo mondo di Dio.

Amen

 
 

Tratto da “Teologia politica”, di Dorothee Soelle

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