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Manda la tua protesta all’Ambasciata d’Israele: press-coor@roma.mfa.gov.il

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Grafica: Massimo Aprile

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Il libro nero tedesco della Lidl discount

Le solidarietà – come quella di www.ecumenici.eu – possono essere espresse a roland.caramelle@cgil.tn.it

 

Lidl denuncia la Cgil «Danni da sciopero»

Antonio Sciotto

 

(Rete28Aprile)  Non c’è solo il «metodo Sacconi» per contrastare gli scioperi: in attesa della nuova legge preannunciata dal ministro del Lavoro – che restringerà molto le possibilità di protesta – la multinazionale tedesca Lidl applica metodi fatti in casa. La soluzione è quella di denunciare il sindacato che ha organizzato lo stop, insieme ai delegati più in vista: a Trento il colosso dei supermercati low cost ha presentato un esposto contro un sindacalista della Filcams Cgil, Roland Caramelle, e due delegate della stessa sigla. Il motivo dell’azione è legato a uno sciopero svolto nella filiale trentina il 20 settembre scorso, e pare che l’azienda chieda un risarcimento di 74 mila euro. Il condizionale è d’obbligo perché la denuncia non è ancora stata notificata agli interessati, ma la notizia è arrivata dritta dritta dall’azienda qualche giorno fa: il capo area Lidl del Trentino si è infatti recato nella sede del negozio «ribelle», dove ha incontrato le due delegate, il funzionario sindacale e il segretario provinciale della Filcams, comunicando l’avvenuta denuncia.
La somma richiesta, anch’essa riferita dal dirigente Lidl, dovrebbe venire dall’addizione del mancato incasso più una sorta di «danno di immagine» che gli scioperanti avrebbero arrecato al marchio, a causa della diffusione dei volantini ai clienti e della copertura che i media locali hanno dato alla protesta: «L’obiettivo di fatturato giornaliero per la filiale di Trento è di 47 mila euro – spiega Caramelle – Ma il giorno dello sciopero l’incasso è stato di soli 1800 euro. I clienti hanno offerto una solidarietà che in tanti anni che faccio sindacato non avevo mai visto: hanno detto che avevamo ragione a protestare, e che anzi avremmo dovuto farlo prima. E parecchi di loro hanno deciso di recarsi a fare le compere altrove, almeno per quella giornata». In negozio sono rimasti solo alcuni capi e una commessa in periodo di prova.
Anche alla Lidl di Trento, come nel resto d’Europa, la gran parte dei dipendenti è formata da donne: part time, spesso mamme, con stipendi intorno ai 700 euro mensili. Fasce di lavoratori molto deboli dunque, e ogni sciopero riuscito, perciò, è da salutare come un successo. «Ci siamo fermati per la dignità – spiega il sindacalista Cgil – Può sembrare un concetto astratto, se non si conoscono le condizioni quotidiane di lavoro. Ci sono controlli continui nelle borse delle lavoratrici all’uscita del supermercato: temono furti. Poi fanno i cosiddetti ‘test carrello’: ispettori con carrelli stracolmi, per verificare che venga battuto ogni prodotto. O mettono soldi in più nelle casse, per testare l’affidabilità e le tentazioni al furto». Ma non basta: «Nella filiale – continua la Cgil – c’è un solo bagno per clienti e dipendenti, e le commesse sono costrette a pulirlo. E c’è il grande problema dei turni cambiati all’ultimo momento: per le mamme è impossibile».
La multinazionale del discount, fondata negli anni ’30 dalla famiglia Schwarz, si è diffusa dalla Germania in tutta Europa. Il sindacato Ver.di ha dedicato due libri alle vicende dei lavoratori, denunciando una pervicace attività antisindacale: si tratta del «Libro nero» tedesco, focalizzato sulla homeland, e della versione europea, che raccoglie testimonianze da tutti i paesi dove la Lidl si è insediata.

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