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Ιntervento prof. Ampollini

Giornata della memoria

(Olgiate Olona, 27 gennaio 2016)

 

Il senso di questa giornata

“Fugit irreparabile tempus”, così diceva il grande Virgilio: fugge irreparabilmente il tempo. Eppure l’uomo, ogni uomo, anche ciascuno di noi ha la possibilità di contraddire a questa legge inesorabile di natura attivando una propria funzione: la memoria.  Attraverso la memoria noi possiamo richiamare alla mente fatti accaduti anche molto tempo fa, anche prima della nostra nascita. Ma la memoria non è soltanto un atto intellettuale. Pensiamo al verbo della memoria: ricordare. La sua etimologia rimanda alla parola latina “cor, cordis”, che vuol dire cuore. Ecco allora che ricordare non è solo tenere a mente ma portare nel cuore, mantenere vivi quegli episodi e quelle esperienze. Questo è il senso della storia, nessuno di noi viene al mondo come se fosse catapultato nel nulla, ci inseriamo come in un grande fiume spinti dalla corrente costituita dalle esperienze di quanti vennero prima di noi, con altri facciamo un pezzo di strada insieme e altri dopo di noi la continueranno.  Sapere di essere inseriti in questo flusso dove tutto continuamente cambia ma le dinamiche dell’uomo restano le stesse ci consente di fare tesoro di quanto di buono hanno fatto i nostri padri ma anche di evitare i loro errori.  Questo è alla base dell’istituzione della giornata della memoria, una staffetta in cui le generazioni si passano il “testimone” per andare verso una meta comune che è fatta di valori, di giustizia, di equità, di rispetto dei diritti e di accoglienza.

 

Istituzione

Il 27 gennaio 1945, le truppe dell’Armata Rossa, che stavano avanzando verso ovest, giunsero ad Auschwitz scoprendo il campo di concentramento e l’orrore che vi si era consumato. In ricordo di quell’avvenimento l’assemblea generale delle Nazioni Unite, il 1° novembre 2005 deliberò di dedicare questo giorno, in tutto il mondo, alla liberazione dei campi di concentramento nazisti e alla fine dell’Olocausto. Ma l’Italia aveva preceduto questa decisione con una legge del 2000 (L. 211/00). In particolare gli artt. 1 e 2 così recitano:

  1. «La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.
  2. In occasione del “Giorno della Memoria” di cui all’articolo 1, sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai più accadere. »

I campi

Il totale stimato delle vittime dei lager nazisti ammonta a circa 6 milioni di morti dal 1933 al 1945. Queste morti sono concentrate per la stragrande maggioranza dal 1939 al 1945. I principali furono: Auschwitz, Bukenwald, Dachau, Mauthausen, Treblinka, Theresienstadt (campo per bambini). In Italia ricordiamo Quelli di Fossoli, di Bolzano e la risiera di San Sabba a Trieste.

Non tutti i campi avevano la medesima funzione. Vi erano campi di smistamento, campi di prigionia, campi di lavoro e campi di sterminio. Nei campi di smistamento si concentravano le persone prelavate su un determinato territorio per poi inviarle alla destinazione definitiva.  I militari degli eserciti nemici della Germania, che erano stati catturati, finivano nei campi di prigionia e nei loro confronti si applicavano almeno in parte le regole previste dalla Convenzione di Ginevra.  Altri prigionieri e deportati venivano radunati in campi di lavoro, ridotti praticamente in schiavitù e con la loro attività costretti a sostenere l’industria bellica germanica. Nei campi di sterminio invece i prigionieri non appena arrivati venivano selezionati, indirizzati nelle camere a gas, uccisi e quindi cremati nei forni. Tra i gruppi imprigionati e sterminati nei campi di concentramento quello più numeroso è costituito senza dubbio dagli ebrei. Si stima che durante la seconda mondiale ne morirono circa 6 milioni. In questo conteggio però, oltre a quelli che trovarono la fine nei lager, dobbiamo ricordare quelli uccisi sul posto e quelli che furono rinchiusi nei ghetti molti dei quali morirono per stenti e privazioni.

Nei campi, gli internati, identificati con un numero che veniva tatuato sul braccio in modo indelebile, portavano un triangolo colorato che ne rendeva immediatamente riconoscibile la categoria di appartenenza. I triangoli erano di colore rosso per i prigionieri politici, verde per i criminali, viola per i testimoni di Geova, rosa per gli omosessuali, nero per gli asociali e marrone per gli zingari. Gli ebrei portavano due triangoli gialli sovrapposti a formare la stella di Davide.

 

La soluzione finale

Come si arrivò a questa tragedia, per molti unica nella storia dell’umanità. Sin dalla presa del potere in Germania nel gennaio 1933 il partito nazista cominciò a discriminare gli ebrei ritenuti responsabili della sconfitta nella prima guerra mondiale ma soprattutto di razza inferiore. Con gli anni la situazione peggiorò. Significativo fu quanto accadde la notte del 9 novembre 1938. Questa fu chiamata la notte dei cristalli, con riferimento alle vetrine dei negozi di proprietà ebraica che furono mandate in frantumi: 7500 furono le botteghe distrutte, 191 le sinagoghe incendiate mentre il numero delle vittime decedute per assassinio o in conseguenza di maltrattamenti, di atti terroristici o di disperazione ammontò a varie centinaia. Circa 30 000 ebrei furono deportati nei campi. Con l’espansione delle truppe germaniche verso est il numero degli ebrei residenti nei territori invasi dalla Germania divenne molto più consistente. Un documento del 12 dicembre 1941 contiene la prova che Hitler dichiarò che la sua decisione era quella di annientare tutti gli ebrei: un genocidio, ovvero lo sterminio di un intero popolo. A seguito di ciò, il 20 gennaio 1942 si tenne a Berlino la cosiddetta Conferenza di Wannsee, presieduta da Heydrich, con la partecipazione di altri gerarchi dello stato e delle SS, compreso Eichmann con funzioni di segretario. Fu decisa la cosiddetta “soluzione finale della questione ebraica” entrando nel merito dei dettagli burocratici necessari ad attuarla. Da quel momento non vi furono più soltanto eccidi sporadici e maltrattamenti ma si studiò come radunare ed eliminare tutti gli ebrei d’Europa. Dopo diversi tentativi si individuò nei lager allestiti con le camere a gas lo strumento per realizzare quel piano folle e criminale.

 

L’Italia

Anche il nostro paese fu complice di quanto accaduto e allo stesso tempo ne fu vittima. Il fascismo, al potere in Italia dal 1922 all’inizio non operò alcun provvedimento contro gli ebrei. Fu soltanto nell’autunno del 1938, che anche l’Italia, diventata alleata della Germania, cominciò a discriminare gli ebrei. Un Regio decreto legge del 5 settembre 1938 fissò i «Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista», un altro del 7 settembre prese «Provvedimenti nei confronti degli ebrei stranieri» mentre il 6 ottobre il Gran Consiglio del Fascismo emanò una «dichiarazione sulla razza» che fu poi adottata dallo Stato con un altro Regio decreto legge in data 17 novembre. Le persecuzioni vere e proprie cominciarono però soltanto nel settembre 1943, quando l’Italia centro settentrionale fu invasa dai tedeschi e Mussolini, che nel frattempo era stato liberato dai nazisti, messo a capo di uno stato fantoccio la cosiddetta “repubblica di Salò”. Subito cominciarono le persecuzioni degli ebrei italiani rimasti fino a quel momento relativamente al sicuro rispetto al resto d’Europa dominato dalle truppe dell’Asse. Non furono soltanto i nazisti a macchiarsi di questi crimini, spesso i fascisti rivaleggiarono in crudeltà nei loro confronti. Quando gli ebrei capirono il rischio che correvano cercarono di fuggire in Svizzera, alcuni vi riuscirono, altri no. Le prime stragi avvennero sulla sponda piemontese del lago Maggiore. Sedici ebrei ospiti dell’Albergo Meina furono identificati. Dopo essere stati trattenuti per alcuni giorni, in due notti successive (22 e 23 settembre), furono uccisi e gettati nel lago. Il caso più drammatico e numericamente consistente fu però la deportazione del ghetto di Roma. La comunità ebraica di Roma è una delle più antiche d’Europa, risale al tempo dei cesari. Qui la mattina del 16 ottobre 1943 la Gestapo effettuò una retata che portò alla reclusione di 1259 persone: 689 donne, 363 uomini e 207 bambini. Dopo il rilascio di un certo numero di componenti di famiglie di sangue misto o stranieri, 1023 deportati furono avviati ad Auschwitz, ne tornarono soltanto 16, 15 uomini e una donna. Complessivamente gli ebrei italiani che morirono a seguito delle persecuzioni nazi-fasciste vanno dagli ottomila ai diecimila, gli studi stanno ancora proseguendo per determinarne la cifra in modo più preciso.  Da notare che la comunità ebraica italiana contava circa 30.000 persone e che pertanto le vittime furono una su tre.

Ma gli italiani internati nei lager nazisti furono complessivamente circa 900.000, deportati in Germania o nei territori occupati durante la Seconda guerra mondiale. Di questi:

  • 000 furono prigionieri di guerra disarmati dai tedeschi nei giorni successivi all’8 settembre del ’43. Sono gli IMI, ossia gli internati militari italiani.
  • 000 furono i lavoratori coatti inviati in Germania prima del ’43. Inizialmente erano volontari attirati dagli stipendi più alti. Dopo l’armistizio finirono in prigionia.
  • 000 furono i lavoratori italiani che andarono in Germania dopo l’8 settembre del ‘43, per lo più rastrellati dai nazi-fascisti, finirono in Campi di lavoro.
  • 000 furono i deportati “politici”, i cosiddetti “Triangoli rossi”, ossia i resistenti, i partigiani, gli scioperanti, i sindacalisti, gli antifascisti. Dopo gli scioperi del marzo ’43 e del marzo ’44 ci furono molte deportazioni. Ne morirono il 40% circa.
  • Le donne italiane finite in un lager nazista furono circa 6.800.

 

Per finire la poesia con cui Primo Levi, scampato all’inferno di Auschwitz, volle aprire il suo romanzo “Se questo è un uomo” in qui racconta la sua esperienza e che invita a respingere l’indifferenza e a vigilare affinché non abbia a ripetersi quanto accaduto.

 

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi alzandovi;
ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

(Primo Levi)27gen1

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In ricordo di Dolcino e Margherita

Oggi è festa alla Bocchetta di Margosio ove vi è il Cippo di Fra Dolcino: ogni anno nella seconda domenica di settembre molte persone salgono sul monte Massaro con qualsiasi condizione di tempo per ricordare Dolcino e Margherita. Si celebra un culto valdese  ma è anche l’occasione per poi cantare inni operai e fare festa intorno alla tavola da pranzo in un alpeggio della zona.  Vorremmo anche evidenziare che in questa giornata la redazione di Ecumenici www.ecumenici.eu  ha scelto il migliore gruppo del suo ottavo anno di attività: non abbiamo dubbi è la Chiesa Evangelica Battista per il suo coraggio e il suo impegno dimostrato ai massimi livelli in Italia in difesa di Rom e Sinti . I nostri più sinceri apprezzamenti.

Fra Dolcino, Margherita e i ribelli della montagna
(Disegno di Dario Fo, premio Nobel)

Dolcino e gli Apostolici
LA STORIA IN BREVE
 

Anno 1300: anno del Giubileo e del perdono universale. Perdono per tutti i malfattori, ma non per Gherardino Segalello, che viene posto al rogo a Parma. La sua colpa? Aver dato vita al movimento dei “Fratelli Apostolici”. Nel 1260 circa, l’umile Gherardino aveva chiesto di essere ammesso nel convento dei frati minori (francescani) di Parma. Permesso rifiutato. Allora vende la sua piccola casa ed il suo piccolo orto, getta i soldi così ricavati ai poveri (proprio come aveva fatto San Francesco), ed inizia una vita nuova basata su pochi, essenziali concetti: l’imitazione di Cristo (“seguire nudi il Cristo nudo”), il rifiuto di ogni possesso e accumulazione (quindi la povertà assoluta) e dunque le elemosine in una esistenza itinerante, nella convinzione che solo una tale realtà esistenziale potesse interpretare nel giusto modo il messaggio del Vangelo. E’ il rifiuto, messo in pratica, della via adottata dalla chiesa di Roma (possesso, ricchezza, potere).

Cominciano ad affluire seguaci di Gherardino (il quale tuttavia rifiuterà sempre di essere considerato “capo”, in omaggio ad una concezione integralmente comunitaria ed antigerarchica), e via via il consenso popolare cresce, tanto che le file degli Apostolici si ingrossano e moltissimi, uomini e donne, aderiscono a questo movimento. Gherardino, nella sua semplicità, è un grande comunicatore: coloro che aderiscono al movimento vengono privati dei vestiti e indossano una tunica bianca (l’unica cosa che possiedono), rifiutano persino, dell’elemosina, il pane superfluo che non può essere consumato immediatamente, egli stesso si presenta sulla pubblica piazza attaccato al seno di una donna come fosse un neonato lattante (a simboleggiare la rinascita dello spirito cristiano in una nuova éra di purezza totale), fa predicare in chiesa persino i bambini. Insomma, il contenuto del messaggio degli Apostolici (che si chiamano anche “minimi” per segnare la differenza con i “minori”-francescani i quali si erano integrati, in fondo tradendo l’insegnamento del loro fondatore Francesco d’Assisi, nei meccanismi potere-ricchezza della chiesa di Roma), e le forme della predicazione ottengono via via un enorme successo e adesione popolare, al punto che la gente abbandona i riti cattolici per affluire in massa alle “prediche” degli Apostolici. Gherardino invia anche diversi Apostolici a portare il proprio messaggio in terre lontane.

Questo enorme successo (riconosciuto dalle più autorevoli fonti storiografiche cattoliche dell’epoca) non può più essere tollerato dalla chiesa romana: il mite Gherardino (pacifista integrale) viene imprigionato, alcuni apostolici vengono messi al rogo, e infine, nel 1300, Gherardino stesso viene arso vivo sulla pubblica piazza, nel nome del Signore.

*

Ma il rogo di Gherardino Segalello, anzichè spegnere il movimento apostolico, per uno di quegli strani “scherzi” della storia, segna invece l’inizio di una vicenda del tutto originale, e di enorme portata, nel medioevo italiano. Tra i molti che erano venuti in Emilia anche da lontano per partecipare al movimento apostolico, vi è Dolcino, nativo di Prato Sesia (Novara). Dopo la morte del fondatore, Dolcino di fatto assume il ruolo di leader del movimento, il cui nucleo “dirigente”, sotto la pressione dell’Inquisizione, si sposta nel 1300 dall’Emila al Trentino (vengono chiamati qui ed accolti da loro amici e compagni). La repressione tuttavia li segue anche lì, ove tre apostolici (due uomini e una donna) vengono posti al rogo. Nel 1303/1304 ecco allora Dolcino, con il gruppo degli Apostolici più fedeli (uomini, donne, vecchi e bambini), partire nel lungo viaggio che li porterà, attraverso le montagne lombarde (presso Chiavenna vi è tuttora un paese che si chiama Campodolcino) in Valsesia. La Valsesia è la terra d’origine di Dolcino, qui egli conta amici, ed è naturale che, per salvarsi, egli pensi a questa meta. Tra le donne che fanno parte di questo gruppo vi è la bellissima Margherita di Trento, di nobili origini, compagna di Dolcino.

La Valsesia era, però, da molto tempo in lotta aperta prima contro i grandi feudatari (conti di Biandrate), poi contro i comuni della pianura (Novara e Vercelli). Quando il gruppo degli Apostolici giunge a Gattinara e Serravalle, centri nella parte bassa della valle, e qui ricomincia la propria predicazione per una chiesa ed una società nuove, l’accoglienza popolare è entusiastica. I vescovi di Vercelli e Novara, in accordo con il papa, vedendo come l’avvento degli apostolici fa da catalizzatore per le istanze autonomiste delle popolazioni valsesiane, bandiscono allora una vera e propria crociata per debellare questi “figli del diavolo”. Viene reclutato un vero e proprio esercito professionale (anche i balestrieri genovesi, abilissimi nel tiro) per farla finita una volta per tutte. Gli Apostolici, questa volta, uniti ai valsesiani ribelli, decidono di difendersi. Nel 1304 inizia dunque una vera e propria guerra di guerriglia tra un esercito cristiano e cristiani che credono in una chiesa diversa ed alternativa. Si susseguono scontri e battaglie, nelle quali Dolcino dà anche prova di notevole intelligenza militare. I ribelli si spingono in alto nella valle e, sul monte chiamato Parete Calva, che è ideale per la difesa, si installano con l’appoggio dei montanari fondando una vera e propria “comune” eretica, in attesa di quello sbocco finale che Dolcino, uomo colto, teologo e filosofo della storia, ritiene imminente. I crociati assediano la Parete Calva, ove sono asserragliati i ribelli (alcune fonti parlano di 4000 persone, altre di 1.400), e si susseguono scontri sanguinosi. L’inverno, per i rivoltosi, è terribile. Essi vivono in condizioni ormai disperate. Finchè, guidati da Margherita in un difficile passaggio tra metri di neve (ancora oggi quel luogo si chiama “Varco della Monaca”), riescono a devallare portandosi nel Biellese. Qui essi si fortificano sul Monte da allora chiamato Monte dei Ribelli, o Rubello.

Ma i crociati si riorganizzano e procedono ad un nuovo assedio. I ribelli sono allo stremo, e alla fine l’ultimo assalto provoca una carneficina: circa 800 ribelli sono trucidati sul posto, mentre Dolcino, Margherita e Longino Cattaneo (luogotenente di Dolcino) sono catturati vivi. Margherita e Longino verranno posti al rogo in Biella. Margherita rifiuterà di abiurare, respingerà le proposte di matrimonio di alcuni nobili locali, che l’avrebbero salvata dal rogo, e sceglierà di restare fedele al suo ideale e al suo compagno fino in fondo. Dolcino prima dovrà assistere al supplizio della sua donna e poi, a Vercelli, verrà condotto al rogo si di un carro. Durante il tragitto viene torturato con tenaglie ardenti, ma tutti i commentatori sono concordi nell’attribuirgli un coraggio straordinario: non si lamenta mai, ma solo si stringe nelle spalle quando gli viene amputato il naso e trae un sospiro quando viene evirato. Infine, nel 1307, anche per lui la “giustizia” di Dio significa il rogo. Tre anni di resistenza armata nel nome di Cristo si concludono tra quelle fiamme, ma altri dolciniani un po’ da ogni parte continueranno ad esistere: si hanno notizie fino al 1374. Di più, Dolcino, Margherita e gli Apostolici diverranno simboli di libertà ed emancipazione fino ai giorni nostri, e la memoria popolare non li dimenticherà. Addirittura nel 1907 (sesto centenario del martirio) vi saranno celebrazioni di enorme rilievo con l’edificazione di un obelisco alto 12 metri proprio sui luoghi della loro ultima resistenza.

*

L’enorme, tragico fascino della vicenda non deve comunque porre in secondo piano i significati storico-teoretici di un movimento che, pur sconfitto, ha testimoniato la validità e la vitalità di una lettura “diversa” delle Sacre Scritture, indicando una via del tutto alternativa per la costruzione di una chiesa e di una società diverse. Per questo la bibliografia dolciniana è enorme, e Dolcino seppe suscitare l’ammirazione anche di Dante (Inferno, canto XXVIII).

 

 

 

Per ulteriori info visitare il sito http://fradolcino.interfree.it/

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