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Veglia: continuiamo nonostante gli insulti di Alleanza Nazionale

“Io non vi chiamo più servi; perché il servo non sa quel che fa il suo signore; ma voi vi ho chiamati amici, perché vi ho fatto conoscere tutte le cose che ho udite dal Padre mio” (Gv 15,15)

 

VEGLIA ECUMENICA PER IL CESSATE IL FUOCO IMMEDIATO A GAZA

 

Christian peacemakers teams
È un’iniziativa della Chiesa di fratelli, dei quaccheri e mennoniti, con il supporto di cattolici ed ortodossi. A seguito degli arresti, espulsioni e deportazioni e delle restrizioni imposte dall’esercito israeliano agli osservatori internazionali, incluso il team CPT di Hebron, i Christian Peacemakers Team sottolineano come la presenza di osservatori internazionali dei diritti umani nei territori occupati è qualcosa che ogni governo democratico dovrebbe accogliere come parte di una struttura che protegge i diritti civili.. Il Comitato centrale mennonita e il Team di Hebron hanno riferito per primi di demolizioni di case palestinesi avvenute anche dopo l’approvazione del piano di pace “Road Map”, che nella prima fase tra l’altro chiede al Governo israeliano di porre fine a tutte le azioni che “compromettono la fiducia, incluso l’attacco alle aree civili e la confisca e demolizione di case e proprietà palestinesi”. Sostiene la Campagna per la ricostruzione delle case palestinesi (Rebuilding Homes Campaign) promossa insieme da israeliani e palestinesi (Comitato israeliano contro la demolizione delle case, Rabbi for Human Rights, etc. ). 

Dalle informazioni di Ecumenici fra le ultime notizie avute direttamente dai Christian peacemakers team anche un quacchero italiano ha partecipato in questi ultimi anni alle attività non violente in Palestina e Israele insieme ad altri volontari di altri paesi. Lui ha affermato telefonicamente di non credere nelle attività via web e non si è reso disponibile per un’intervista. Comprendiamo l’isolamento mediatico subito in particolar modo in Italia. L’abbandono a se stessi dei volontari  è gravissimo e le parole da salotto che circolano in Italia sono davvero troppe. Insopportabili. Ancora oggi. Preghiamo per lui e per i volontari. Ricordiamo i loro martiri uccisi e perseguitati soprattutto da una stampa sempre più sprezzante del valore della persona umana. Da quella asservita al potere politico a quella delle logiche di schieramento opposto. Comprendiamo i limiti del web e per questo chiediamo scusa. Pensiamo anche che il sacrificio dell’americano Tom Fox sarebbe sconosciuto agli stessi evangelici in Italia senza l’informazione dal basso e non dai pulpiti. Ne è la riprova la reazione stizzita di qualche ora fa di un italiano in Australia, scrivano anche del giornale fascista via web “il popolo d’Italia” (incredibile!) e ora rappresentante di Alleanza Nazionale che mi ha coperto d’insulti in inglese… sperando forse di intimorire o di rendersi noto a più persone. Il suo sito contiene come sfondo infatti la piazza del Vaticano … forse è solo in cerca di anelli da baciare.

Noi continuiamo con la lettura di Davide Melodia.

 

I Quaccheri e la riconciliazione


Per vocazione e per scelta, i quaccheri sono il popolo della riconciliazione. Sul piano religioso, come elemento fondamentale di un corretto rapporto con Dio, Creatore e Padre, con cui è follia avere un rapporto di conflittualità, di rigetto e di lontananza arrogante; con gli uomini, quali coeredi di una identica figliolanza divina, egualmente fruitori di una scintilla divina, partecipi attivi o passivi di una sola fratellanza universale.

Sul Piano sociale, come impegno a riportarla fra gli uomini in lotta fratricida, la riconciliazione è per i quaccheri un aspetto della testimonianza di pace. Detto questo, di fatto, come si svolge e si articola l’opera di riconciliazione?

In primis, senza prendere le parti di uno dei due (o più) contendenti. Ciò non per evitare rischi e stare comodamente a guardare con atteggiamento neutrale, ma per dare all’intervento di riconciliazione attiva presso tutte le parti in conflitto la garanzia della imparzialità, la trasparenza dell’azione e la credibilità per fungere da ponte.

Secondariamente, lasciando in disparte ogni pregiudizio verso coloro in cui vuole fare sbocciare il fiore del rispetto reciproco, dell’ascolto e della collaborazione, il quacchero deve per primo vivere fiducia, rispetto, ascolto, accettazione del prossimo.

La parola nemico deve scomparire dal suo vocabolario, sì da renderla inattuale nella bocca e nell’atteggiamento di coloro che vivono ancora la tensione, l’angoscia, il rancore e l’odio provocati dal conflitto.

Il problema, per il quacchero che ha ben maturato il concetto della pace spirituale e sociale che emana dalla luce interiore di Cristo, non è quello del suo rapporto con la religione, la cultura o l’etnia con cui viene a contatto per operare in vista della riconciliazione – perché è superato dal suo genuino rispetto per l’altro come lui – quanto indicare la via del rispetto a quelli che sono in lotta fra loro. Ad esempio portare vera pace ecumenica fra cristiani e musulmani, fra cristiani ed ebrei, fra musulmani ed ebrei, là dove quelli si mantengono su fronti opposti e polemici.

Lasciando a chiunque, quacchero o simpatizzante, di affrontare politicamente i problemi che travagliano e dividono gli uomini, purché lo facciano a titolo e responsabilità personale, i quaccheri come comunità intervengono nelle aree di conflitto cercando il contatto con la gente comune, con la base e non con il vertice della piramide sociale, con le persone di buona volontà che vogliono collaborare alla riconciliazione.

Gli stati e i governi passano, la gente resta, con i suoi problemi.

Alla gente e ai problemi va dato il massimo di attenzione. Ai governi, quando si è capaci e qualificati per farlo, si potranno in alcuni casi inviare delegazioni con documenti emessi da un’assemblea responsabile e preparata, miranti a sottolineare un’ingiustizia, una forma di violenza, una trasgressione verso i diritti inalienabili dell’essere umano.

Questo modo di operare non è raro in casa quacchera. Tutte le forze vengono da sempre dirette senza deviazioni politiche alla persona, affinché ritrovi in se stessa e nell’Altro quel « tanto di Dio » che alberga in entrambi, offrendo collaborazione nell’istruzione, nei Kindergarten, nel lavoro, nell’addestramento alla nonviolenza a tutte le parti coinvolte.

Quando e se tale risultato viene raggiunto fra gli uomini prima in conflitto, il resto viene da sé, perché la riconciliazione è benedetta da Dio.

Davide Melodia

 

Avevo una scatola di colori
brillanti, decisi, vivi.
Avevo una scatola di colori:
alcuni caldi altri molto freddi.
Non avevo il rosso
per il sangue dei feriti
,
non avevo il nero
per il pianto degli orfani,
non avevo il bianco
per le mani e il volto dei morti,
non avevo il giallo
per le sabbie ardenti.
Ma avevo l’arancio
per la gioia della vita
e il verde
per i germogli e i nidi
e il celeste
dei chiari cieli splendenti
e il rosa per i sogni e il riposo.
Mi sono seduta e ho dipinto la
pace

(Tali Sorex)

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Cambia te stesso per cambiare il mondo

Non importo chi tu sia:

uomo o donna

vecchio o fanciullo,

operaio o contadino,

soldato o studente o commerciante;

non importa quale sia

il tuo credo politico

o quello religioso;

se ti chiedono qual è la cosa

più importante per l’umanità

rispondi: prima

dopo

sempre la pace!

(Li Tien Min)

 

Per il cessate il fuoco immediato nella striscia di Gaza!

VEGLIA ECUMENICA DI PREGHIERA

 

E’ una bestemmia dire che la nonviolenza possa essere praticata solo dagli individui e mai dalle nazioni, che sono composte di individui

(Gandi, Harijan – 12 novembre 1938)

 

Se viene la guerra

Se viene la guerra
non partirò soldato.

Ma di nuovo gli usati treni
porteranno i giovani soldati
lontano a morire dalle madri.

Se viene la guerra
non partirò soldato.

Sarò traditore
della vana patria.

Mi farò fucilare
come disertore.

Mia nonna da ragazzino
mi raccontava:
“Tu non eri ancora nato. Tua madre
ti aspettava. Io già pensavo
dentro il rifugio osceno
ma caldo di tanti corpi, gli uni
agli altri stretti, come tanti
apparenti fratelli, alle favole
che avrebbero portato il sonno
a te, che, Dio non voglia!,
non veda più guerre”.

Dario Bellezza
(1944 – 1996)

 

In un sermone di Natale sulla pace, nella chiesa battista Ebenezer di Atlanta, 1967 –quattro mesi dopo King sarà ucciso- M L King predica sulla pace.  “Il nostro mondo è malato di guerra”, dice.  E proprio a causa di questa grave malattia King propone di studiare seriamente il significato della nonviolenza.  La sua predicazione diventa un corso di non violenza in quattro punti.

“Vorrei suggerire in primo luogo, dice King, che, se vogliamo avere pace sulla terra, le nostre fedeltà devono diventare ecumeniche… devono trascendere la razza, la nostra tribù, la nostra classe, la nostra nazione,e questo significa che dobbiamo elaborare una prospettiva mondiale”.  Qui ML King anticipa temi molto cari al movimento NEW GLOBAL.

“Nessun individuo può vivere da solo, continua King; nessuna nazione può vivere da sola; e qualora cercassimo di farlo, avremmo sempre più guerre nel mondo… Siamo tutti prigionieri di un’inevitabile rete di reciprocità, siamo legati in un unico tessuto del destino: quello che colpisce uno direttamente, colpisce tutti indirettamente.  Siamo fatti per vivere insieme a causa della struttura d’interdipendenza che lega la nostra realtà.  Vi siete mai soffermati a pensare che non potete andare al lavoro al mattino senza manifestare la vostra dipendenza dalla maggior parte del mondo?  Vi svegliate al mattino, andate nella stanza da bagno, e prendete in mano una spugna, che vi è stata data dall’abitante di un’isola del Pacifico.  Prendete una saponetta, e questa vi è stata data in mano da un francese; poi andate in cucina per bere il vostro caffè al mattino, e quello che vi viene versato nella tazza proviene da un sudamericano…”.  MLKing, grande predicatore, continua in questa riflessione sulla dipendenza mondiale e finisce dicendo: “Non avremo pace sulla terra finché non riconosceremo questo fatto fondamentale: la struttura della società è interdipendente”.

Il secondo punto della sua predicazione sulla non violenza è sui mezzi e sui fini.  Dice King: “…non avremo mai pace nel mondo finché gli uomini non riconosceranno dovunque che i fini non sono separati dai mezzi, perché i mezzi rappresentano l’ideale nel suo farsi e il fine nel suo evolversi, e alla fine non si potranno raggiungere buoni fini attraverso mezzi cattivi, perché i mezzi rappresentano il seme e il fine rappresenta l’albero[qui ci sarebbero interessanti spunti sulla nuova tendenza di far guerra al terrorismo usando mezzi cattivi per un fine buono, ma riascoltiamo King]… tutti i grandi geni militari del mondo hanno parlato di pace… i capi del mondo di oggi parlano con grande eloquenza della pace.  Ogni volta che lasciamo cadere una nostra bomba in Vietnam, il presidente Johnson parla con grande eloquenza della pace… essi parlano della pace come una meta lontana, come il fine da ricercare… ma la pace non è la meta lontana… ma è il mezzo attraverso il quale vi arriviamo.  Dobbiamo perseguire fini pacifici attraverso mezzi pacifici… mezzi distruttivi non potranno mai portare a fini costruttivi”.

Il terzo punto del sermone di King riguarda il fatto che l’idea non violenta si fonda sul carattere sacro di ogni vita umana.  Dice King: “Un giorno qualcuno dovrà ricordarci che, anche se posso esserci differenze, i vietnamiti sono nostri fratelli, i russi sono nostri fratelli e i cinesi sono nostri fratelli: e un giorno dovremo sederci insieme alla tavola della fraternità”.  Qui si comprende quanto sia legato alla sua fede ci credente anche la sua scelta non violenta.  Ma è un punto che possiamo approfondire in seguito.  Riascoltiamo King: “Non abbandoneremo mai il nostro privilegio di amare.  Ho visto troppo odio per voler odiare io stesso… In qualche modo dobbiamo essere capaci di stare saldi di fronte ai nostri più accaniti avversari e dir loro: “Noi contrapporremo alla vostra capacità di infliggere la sofferenza la nostra capacità di sopportare la sofferenza… Fateci quel che volete, e non cesseremo di amarvi [leggevo in questi giorni il Diario di Ety Hillesum e aveva annotato queste parole: ogni atomo di odio che si aggiunge al mondo lo rende ancora più inospitale]…gettateci in prigione, dice King, noi continueremo ad amarvi; bombardate le nostre case e minacciate i nostri bambini e noi continueremo ad amarvi; … vi stancheremo con la nostra capacità di soffrire e non conquisteremo la libertà solo per noi stessi ma anche per voi”.  E’ chiaro come in queste parole emerge tutta la strategia non violenta che King e il movimento desegregazionista ha utilizzato.

Al quarto punto della sua predicazione MLK mette in conto anche la delusione e la difficoltà. Gli anni prima della sua uccisione sono molto difficili.  Anni duri, di crisi.  King dice che il sogno che aveva annunciato nel 1963 a Washington nel suo grande discorso, quel sogno “ho cominciato a vederlo trasformare in un incubo… Sì, sono personalmente vittima di sogni rinviati, di speranze deluse, ma nonostante questo io concludo oggi dicendo che ho ancora un sogno perché non si può rinunciare alla vita”.  MLK affida la sua stanchezza e le sue delusioni alla sua fede, al Cristo risorto: “La Pasqua ci ricorda, dice King, che la verità, frantumata a terra, risorgerà”.

Ho scelto questo messaggio di King perché riassume l’ampiezza della lotta per la pace di King.  Egli non è solamente preoccupato della desegregazione dei neri, ha un progetto ampio che riassumo brevemente i tre punti e un quarto che vi dirò alla fine a parte.

Il primo punto è la strategia non violenta: forme di protesta non violenta, una disciplina della non violenza che ha lo scopo, dice K, di creare nella mente del nero una nuova immagine di se stesso.  Una strategia, una disciplina, un metodo che è sì “passivo fisicamente, ma è fortemente attivo spiritualmente; non è aggressivo dal punto di vista fisico, ma dinamicamente aggressivo dal punto di vista spirituale”.  E’ un’alternativa alle sommosse violente, ma anche al male equivalente della passività.

Una strategia che si traduce praticamente nei boicottaggi degli autobus a Montgomery nel 1954;  nei sit-in di protesta nei ristoranti per soli bianchi a Greensboro nella Carolina del Nord (1960).  Nei viaggi della libertà, i freedom riders che, senza paura (lo spiritual: We are not afraid), attraversano le aree più calde del razzismo.  Oppure i Breadbasket, le borse della spesa (Chicago), il boicottaggio di quei negozi che attuavano discriminazioni salariali per i neri.  Le grandi manifestazioni massa utili a far sentire la pressione sul governo. 

Accanto alla strategia non violenta un’analisi attenta della situazione sociale ed economica della sua America e del mondo.  King sa che il problema dei neri è solo una lente di ingrandimento che permette di vedere i mali della sua società e del mondo.  Specialmente negli ultimi anni, guarda caso gli anni in cui anche molti bianchi liberals si allontanano da King, gli anni delle sommosse nelle zone industriali del Nord; negli ultimi anni King lega il problema del razzismo alla lotta contro la povertà e alla opposizione al militarismo.  Razzismo, povertà e militarismo.  King riflette sulla struttura del potere economico del capitalismo e si rende conto che fatto in quel mondo non può che produrre i tre mali del razzismo, della povertà e del militarismo. 

Dice King: “… un edificio che produce mendicanti ha bisogno di essere ristrutturato… quando vi dico di mettere in questione l’intera società, questo significa giungere a capire che il problema del razzismo, il problema dello sfruttamento economico e il problema della guerra solo legati assieme…”.

Ancora King: “Mi sembra assolutamente ovvio che lo sviluppo degli strumenti umanitari per affrontare alcuni problemi sociali del mondo ci proteggerà dalla minaccia della violenza molto meglio dei provvedimenti militari che abbiamo adottato… quando svanisce la saggezza politica, cresce il militarismo irrazionale”. Ho ovviamente scelto questi passi per condividere con voi la grande attualità di MLK.

Strategia non violenta, quindi, analisi complessa della società americana e al terzo punto ho deciso di mettere le riflessioni che MLK fa sul pacifismo.  Anche queste mi sembrano molto attuali.  King non difende un pacifismo dottrinario.  Dice: “Non vedo nella posizione pacifista una posizione senza peccato, ma come il minor male possibile nelle circostanze date”.  In King  c’è la consapevolezza di aver fatto un’opzione per la pace non di tipo ideologico.  Non ha la pretesa di un perfezionismo etico, sa che le sue scelte sono un male minore, non il bene.  Il suo è un pacifismo intelligente, potremmo persino dire utilitarista.  Dice King: “Noi stavamo prendendo i nostri giovani neri rovinati dalla nostra società per mandarli ad ottomila miglia di distanza a garantire delle libertà nel Sud Est asiatico che essi non avevano mai trovato nel Sud Ovest della Georgia o ad Est Harem.  Così ci siamo ripetutamente confrontati con la crudele ironia di vedere alla TV ragazzi bianchi e neri che uccidono e muoiono insieme per una nazione che non è capace di metterli a sedere insieme nelle stesse scuole”.

Ho lasciato per ultimo un punto che a me sta molto a cuore.  Il fondamento della lotta per la pace di MLK è la sua fede in Dio e nel suo Figlio incarnato Gesù Cristo.  Dice King: “Cristo mi dava lo spirito e la motivazione… e aggiungeva: coloro che protestano non devono odiare i loro avversari, ma, mentre con le loro rivendicazioni cercano giustizia, devono lasciarsi guidare dall’amore cristiano.  E la giustizia in realtà è l’amore in azione”. 

(fonte: sito battista fiorentino)

Salmo sufi

 

Cerco il Tuo nome

(Yunus Emre)

 

Così ,

tra le rocce,

sui monti,

cerco il Tuo nome.

Cerco il Tuo nome

come lo cercano gli uccelli

volando nei cieli,

i pesci nuotando nei mari,

le antilopi correndo nelle pianure.

Come l’uomo che ama e desidera,

cerco il Tuo nome: DIO…

 

Amo il Tuo nome.

Canto le Tue lodi,

Ti ringrazio,

enumero e pronuncio i Tuoi attributi.

Amo il Tuo nome

 

Ho conosciuto il mondo e le cose.

Ho imparato. Eppure,

non conosco più il mondo né le cose

La mia testa è nuda, scalzi i miei piedi.

Rinuncio a tutto

ma continuo a cercare il Tuo nome…

 

Con la voce di tutti quelli che

Ti amano e Ti chiamano:

Amo il Tuo nome.

 

 Nostro Dio noi ti ringraziamo anche per coloro che non credono, che fanno spesso ciò che tu chiedi loro meglio di coloro che confessano il tuo nome. Insegnaci così a entrare liberamente, volontariamente, per Grazia, nei limiti della Fede e della chiesa. O Dio tu ricavi la tua lode dai credenti e dai non credenti. Mantienici in questa compagnia di lode.

(André Dumas)

 

Ti ringraziamo come membri di questa foglio informativo per quanto è avvenuto recentemente in Turchia in cui il Consiglio per l’educazione superiore di Ankara prevede, per gli studenti e il personale universitario ebrei o appartenenti alla Chiesa cristiana armena, la possibilità di presentare una domanda che permetta di rispettare le festività sacre del proprio credo.

Ti ringraziamo per il frutto del lavoro presentato da protestanti e cattolici alla Biblioteca nazionale di Madrid della “Nueva Biblia Interconfesional”: trattasi di un lavoro durato ben trentacinque anni, da parte di venti traduttori e di quaranta revisori, nonché al controllo di numerosi professori di greco ed ebraico e di specialisti delle varie confessioni.

 

 

2009 anno della riconciliazione
Proclamato dalle Nazioni Unite per favorire i processi di pace e il superamento dei conflitti

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01 gennaio 2009 – (ve/agenzie) Il 2009 è stato dichiarato dalle Nazioni Unite “Anno internazionale della Riconciliazione”, attraverso una risoluzione adottata dall’Assemblea generale il 20 novembre 2006. Nella Risoluzione si rileva l’urgenza dei processi di riconciliazione nei Paesi colpiti da situazioni di conflitto nel passato o nell’attualità e si sottolinea l’importanza del dialogo tra i contendenti, nel segno del rispetto e della tolleranza reciproca, nella ricerca della verità e della giustizia quali elementi indispensabili per un’autentica riconciliazione e una pace permanente. Il testo osserva inoltre che molte delle attività svolte dalle Nazioni Unite negli ambiti della difesa e della costruzione della pace, della prevenzione dei conflitti o del disarmo, costituiscono la premessa per l’avvio e lo sviluppo di processi di riconciliazione, in grado di favorire la collaborazione e di risolvere questioni umanitarie, economiche, sociali e culturali.
Proclamando un anno internazionale di riconciliazione al termine della prima decade del nuovo millennio, le Nazioni Unite intendono incoraggiare la comunità internazionale a proseguire l’impegno a favore della riconciliazione nella prospettiva di una pace stabile e duratura.

Il sito delle Nazioni Unite
http://www.un.org/french/events/observances/years.shtml

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Obiettivo 2009: la riconciliazione

Natale nel segno della riconciliazione
Il messaggio natalizio di Samuel Kobia, segretario del Consiglio ecumenico delle chiese

 

17 dicembre 2008 – (voce evangelica) “E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre” (Giovanni 1,14). Si apre con questa citazione dell’evangelo secondo Giovanni il consueto messaggio di Natale del segretario generale del Consiglio ecumenico delle chiese (CEC), Samuel Kobia. “In Cristo”, scrive nel suo messaggio centrato sul tema della riconciliazione, “Dio ha riconciliato il mondo a lui. Riconciliazione è un messaggio glorioso. Offre la possibilità che qualcosa di sbagliato del passato possa essere rimessa a posto, che la verità si possa affermare comunque, che si possa cercare il perdono e persino che antichi nemici possano vivere insieme in un clima di rispetto reciproco. È un messaggio di grazia e di speranza che riflette il grande dono dell’amore di Dio in Gesù Cristo”.
Le Nazioni Unite hanno dichiarato il 2009 anno della riconciliazione e, nota Kobia, le chiese di tutto il mondo e il CEC stanno sostenendo questo sforzo attraverso progetti e iniziative che si inquadrano nel “Decennio per sconfiggere la violenza” che si concluderà nel 2010.
“Come cristiani”, conclude, “e con la forza dello Spirito santo impegniamo noi stessi per questo grande obiettivo. E ringraziamo Dio, padre del nostro Signore Gesù Cristo, per l’opportunità che ci dona di lavorare per la riconciliazione con donne uomini di buona volontà in tutto il mondo”.

Il CEC è il più ampio organismo ecumenico mondiale. Ha sede a Ginevra e raccoglie 349 chiese protestanti, ortodosse e anglicane presenti in 110 paesi del mondo per un totale di circa 660 milioni di membri. Il CEC ha rapporti permanenti con la Chiesa cattolica. Il segretario generale, pastore Samuel Kobia, proviene dalla chiesa metodista del Kenya.

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31 ottobre: Festa della Riforma

Desmond Tutu: quando la libertà del cristiano osa sperare

Premio Nobel per la pace per il suo impegno a favore dei diritti umani e contro il razzismo, Desmond Tutu dal 1996 è presidente della Commissione per la verità e la Riconciliazione istituita dal governo del Sudafrica per favorire la riconciliazione nazionale e far luce sulle violazioni dei diritti umani commesse dal 1960 al 1993 durante il regime dell’apartheid (si veda la “Commissione per la verità e la Riconciliazione in Sudafrica” nella sezione Esperienze di nonviolenza).
La sua storia si incontra quindi con quella di Nelson Mandela, simbolo, per il popolo sudafricano, della conquista della libertà e dell’uguaglianza. Di lui ha detto: “Nelson Mandela trascorse ventisette anni in prigione. Quei ventisette anni furono la fiamma che temprò il suo acciaio, rimuovendo le scorie. E quella sofferenza patita nell’interesse di altre persone gli conferì un’autorità e una credibilità che non avrebbe potuto avere altrimenti. I veri leader devono prima o poi convincere i loro seguaci che non si sono buttati nella mischia per interesse personale ma per amore degli altri. Niente può testimoniarlo in modo più convincente della sofferenza. Sarebbe riuscito Nelson Mandela a ritagliarsi il suo posto nella storia come grande leader politico e morale senza quella sofferenza? Ne dubito”
Desmond Tutu nasce a Klerkdorp nel 1931 nel Transvaal, Sudafrica. Dodici anni dopo si trasferisce a Johannesburg dove termina le scuole superiori e inizia a insegnare in una scuola elementare di una baraccopoli nera della città.
Si sposa con Leah e ha quattro figli. Intanto intraprende la preparazione teologica e nel 1961 viene ordinato sacerdote. Dopo qualche anno di studio in Inghilterra, prende ad insegnare teologia in alcune università del suo paese. Nel 1975 è il primo nero ad essere nominato decano di Johannesburg e due anni più tardi vescovo di Lesotho.
Intanto fra l’opinione pubblica, in risposta alle azioni di repressione da parte del governo contro le manifestazioni a favore dell’uguaglianza sociale e sulla spinta del black consciousness, movimento di emancipazione della popolazione nera nato all’interno del mondo accademico e guidato da Steve Biko, va crescendo la protesta pubblica per le strade. Il momento più drammatico si verifica nel giugno del 1976 quando una protesta pacifica si trasforma, dopo la morte di un ragazzino, in un massacro di 500 persone. Seguono provvedimenti contro le stesse organizzazioni cristiane sostenitrici del movimento di “coscienza nera” che appoggia le proprie rivendicazioni proprio su una rilettura della Bibbia dal punto di vista dei bisogni e della realtà dei neri, fino a sfociare nella cosiddetta black theology (teologia nera) di cui si fa portavoce il nostro autore : “[…]La teologia nera è quella che si interessa a questa parte dell’umanità, a questi uomini e donne che hanno acquisito la coscienza del loro valore in quanto persone, che si rendono conto di non doversi più scusare per il fato di esistere, che credono di avere un’esperienza qualitativamente distinta da quella degli altri, e che tale esperienza richiede di essere studiata e compresa in relazione a ciò che Dio ha rivelato di sé e tramite il figlio, Gesù Cristo […]”.
È proprio in questa fase delicata che il vescovo anglicano Tutu assume l’incarico di segretario generale del Consiglio Ecumenico delle Chiese sudafricane (SACC).
Nel 1979, sostiene una campagna di disobbedienza civile dei neri d’Africa. Da questo momento inizia una vasta opera di pressione presso la comunità internazionale e di denuncia del regime dell’apartheid che costringe i neri a condizioni disumane. Naturalmente ciò gli costa vari provvedimenti restrittivi da parte del governo che arriva persino a dichiararlo sovversivo; così replica: “Con il dovuto rispetto, tutti i commissari erano persone che beneficiano quotidianamente del sistema socio-politico che noi vogliamo cambiare”.
Nel settembre del 1984 scoppia un’altra protesta nel ghetto di Soweto, dove a lungo aveva incoraggiato la sua gente a non arrendersi alle discriminazioni da pastore; la risposta dell’allora primo ministro Botha non cambia. Nello stesso anno il ricevimento del premio Nobel per la pace gli consente di avanzare richieste più visibili al governo in direzione dell’uguaglianza sociale e politica in un paese democratico.
Con l’istituzione della repubblica del Sudafrica (1994), Desmond Tutu prosegue la sua azione pastorale non esitando a far sentire al sua voce anche a livello politico.

Ecumenici parteciperà domani al culto di Milano della Festa della Riforma con lo stesso spirito libero di Desmond Tutu e di tutti coloro che vivono pienamente la libertà del cristiano. Appuntamento alle ore 20.30 presso la Chiesa Evangelica Battista, Via Pinamonte da Vimercate, 10 (adiac. Moscova). Sermone del pastore luterano  Ulrich Eckert

 

Come protestante non posso non ricordare a me stesso e alle chiese evangeliche le parole di Desmond Tutu “Perdonare e riconciliarsi non significa far finta che le cose sono diverse da quelle che sono. Non significa battersi reciprocamente la mano sulla spalla e chiudere gli occhi di fronte a quello che non va. Una vera riconciliazione può avvenire soltanto mettendo allo scoperto i propri sentimenti: la meschinità, la violenza, il dolore, la degradazione…la verità. ”

Anche fra le chiese e dentro le chiese e fra gli stessi cristiani.

Maurizio Benazzi

 

 

 Una breve riflessione sull’affermazione della Riforma

 

(Ecumenici) Zwingli iniziò il suo ministero nella chiesa cattolica a Zurigo durante la peste del 1519, che provocò la morte di quasi una persona su due, nella città svizzera. Fra i suoi compiti vi era quello di consolare i morenti per cui si rese conto ben presto che ciò avrebbe potuto implicare la malattia. La sua sopravvivenza fisica era quindi nelle mani di Dio. In un inno dedicato alla peste che scrive, non si appella ai santi perché lo guarissero e non si aspetta che la chiesa possa intervenire per lui in qualche modo. Vi si ritrova invece l’austera determinazione di accettare qualsiasi cosa gli venisse riservata da Dio. Leggiamo infatti:

Fai quello che vuoi,

perché nulla mi manca.

Son tuo strumento,

che puoi riscattare o distruggere.

E’ impossibile leggere questa poesia senza essere colpiti dall’abbandono totale del riformatore alla volontà di Dio. Zwingli superò il periodo della peste ma quell’esperienza fece crescere in lui la convinzione di essere uno strumento nelle mani di Dio, da usarsi esclusivamente per l’adempimento dei propositi divini.  Il problema dell’onnipotenza di Dio non era una questione da manuale teologico ma la questione anche della sua esistenza. Per taluni critici Zwingli accettava il fatalismo di Seneca, autore verso cui mostra un certo interesse come del resto per tutti i classici, sebbene Zwingli sia prevalentemente influenzato dall’interpretazione dell’apostolo Paolo, che vede quasi coincidenti Legge e Vangelo. Ma la sovranità di Dio, porta Zwingli in un certo senso anche fuori dall’umanesimo dell’epoca. La Riforma era per lui un processo educativo e scriverà che circa duemila persone a Zurigo sono illuminate per effetto della sua predicazione. Riconosce insomma che il destino generale dell’umanità e quello stesso della Riforma sono determinati dalla provvidenza divina. Poiché è Dio l’attore principale del processo di Riforma e non i singoli individui.

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