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Una pietra vivente dell’ecumenismo

L’articolo è scritto da un cattolico e la profezia di cui fa cenno l’autore si è realizzata non tanto in senso confessionale ma in quello più propriamente ecumenico. Oscar Romero non è mai stato beatificato da Roma, per motivi politici, ma proprio per questo è divenuto pietra vivente dell’ecumenismo interconfessionale e fra i popoli. Martire riconosciuto non solo ufficialmente da luterani e dai veterocattolici ma da tutti coloro che si identificano nel dialogo fra le religioni, in quello interconfessionale e coi non credenti.

E’ il simbolo di una Fede che non si arrende al potere e alla violenza da esso esercitato. Istituzionalmente o tramite fronde armate. Che non rinuncia mai al vincolo universale degli esseri umani in virtù dell’essere tutti figli di Dio e in senso più strettamente cristiano nel vincolo della Fede nel Figlio di Dio. Anche contro l’Impero e i suoi rappresentati religiosi. L’esercito e i poteri forti. Dai tempi di re Erode fino ad oggi.

 

Oscar Romero è a ben vedere un rappresentante della teologia politica più alta che il cristianesimo abbia saputo esprimere nei tempi moderni. In tal senso è un esempio da seguire. Un cattolico che sa far luce anche nel triste buio delle stanze vaticane e nel clima di nuovo fascismo strisciante in Italia. Con Oscar Romero non temiamo infatti di riaffermare la nostra universalità di Fede vivente. I confini fra cattolici o protestanti non hanno – in questa prospettiva – alcun senso di divisione, ma di reciproca inclusività e continuità nelle diverse manifestazioni libere dello Spirito.

 

Non preghiamo Monsignor Romero come cristiani ma conformi all’invito evangelico preghiamo semmai Colui che gli ha dato la forza per aver scritto pagine di testimonianza esemplare. Siamo certi infatti che anche il cattolicesimo contemporaneo saprà dare nuovi modelli di vita cristiana alle generazioni che verranno e che il ramo continuerà a portare i suoi frutti.

 

Perché la Benedizione del Padre scende su tutti i suoi figli e le sue figlie. E  -a ben vedere – poco importa anche se si chiamano cristiani oppure no. La libertà di Dio è il valore portante su cui costruiremo le nuove pagine di storia di tutta l’Ecumene. E’ anche la nuova vita di cui attendiamo impazienti l’inizio. Possiamo al momento vedere solo dei bagliori di luce…

 

L’amore pieno non tarderà comunque ad abbracciarci. Per chi crede ma anche chi non crede, secondo disegni che non sappiamo ancora leggere in tutta la loro bellezza.

 

Ma stiamo entrando già nel campo di quello che i teologici chiamano “il salto”. E rimaniamo pertanto fermi a questo livello. Quello che tutti possono capire e discutere.

 

Maurizio Benazzi

 

 

 

Oscar Romero: il sacrificio di un uomo giusto

Monsignor Romero, l’arcivescovo di San Salvador, aveva deciso di non chiudere gli occhi davanti alle sofferenze del suo popolo. Aveva deciso di reagire con l’arma della denuncia ai responsabili dei crimini commessi contro i più deboli e gli indifesi. Nel corso della sua ultima omelia pronunciò queste parole: “Non uccidere!… Nessun soldato è obbligato ad obbedire ad un ordine che sia contro la legge di Dio… Nessuno deve adempiere una legge immorale! […] Vogliamo che il governo si renda conto sul serio che non servono a niente le riforme se sono macchiate con tanto sangue… In nome di Dio, dunque, e in nome di questo popolo sofferente i cui lamenti salgono al cielo sempre più tumultuosi, vi supplico, vi prego, vi ordino in nome di Dio: Basta con la repressione!”. Ma furono proprio invettive come questa, rivolte ai potenti e ai signori della guerra, a segnare la sua condanna a morte.

Il Salvador degli anni ’70-’80 è un paese turbolento, tormentato da dissidi interni e da scandalose ingiustizie sociali. Dall’inizio del secolo una ristretta cerchia di latifondisti esercita un potere tirannico con l’aiuto dei corpi militari e paramilitari, ed impone lo sfruttamento di terre e contadini “senza il benché minimo riguardo per le effettive esigenze del paese e della popolazione”.

Alla reazione delle forze sociali che reclamano giustizia e diritti, le istituzioni e l’estrema destra rispondono con i sequestri, le torture e le stragi di coloro – sindacalisti, operai, avversari politici o semplici campesinos – che osano anche solo timidamente opporsi allo status quo. E mentre il terrore viene elevato a sistema di governo, gli Stati Uniti continuano vergognosamente ad inviare nel piccolo stato centroamericano armi e istruttori dell’esercito per sostenere la repressione militare.

In quegli anni di Guerra Fredda la Casa Bianca è ossessionata dal pericolo che la “contaminazione comunista”, dopo l’esempio di Cuba, si possa espandere in tutta l’area centroamericana. Inoltre, nel 1979 le preoccupazioni vengono ulteriormente alimentate dal successo della rivoluzione nel vicino Nicaragua, dove i sandinisti riescono finalmente ad abbattere il regime filoamericano di Somoza. Ed è proprio in questo contesto di miseria e violenza armata che si colloca la coraggiosa esperienza pastorale di Monsignor Romero.

Ordinato sacerdote nel 1942, fin dai tempi della sua formazione in seminario il futuro arcivescovo è considerato da tutti un uomo tranquillo e prudente. Anzi, dal punto di vista teologico e politico, il suo spirito conservatore e tradizionalista lo spinge a guardare con preoccupazione la scelta di una parte della Chiesa latinoamericana di schierarsi a fianco delle popolazioni oppresse. L'”opzione per i poveri” diventa in quegli anni un pilastro della nuova dottrina sociale della Chiesa, la controversa “Teologia della Liberazione” che si ispira alla linea progressista del Concilio Vaticano II.

Ma Romero è innanzitutto un sacerdote devoto. Ben presto, il suo zelo nell’attività pastorale e l’obbedienza alle gerarchie clericali gli valgono una rapida ascesa ai vertici ecclesiastici locali, finché nel 1977 gli viene affidata la diocesi di San Salvador. La nomina ad arcivescovo della capitale non turba minimamente le classi dirigenti del Paese; neppure i militari si sentono più di tanto “minacciati” da un uomo di carattere mite che ha sempre dimostrato rispetto e deferenza verso il potere costituito.

Tuttavia, nel 1979 Padre Rutilio Grande, uno tra i più stimati collaboratori di Romero, viene barbaramente assassinato da membri degli squadroni della morte per aver abbracciato la causa dei contadini sfruttati e massacrati. Il fatto suscita nell’arcivescovo un dolore immenso per la perdita dell’amico, ma anche un profondo senso di indignazione per le sempre più frequenti vittime delle “mattanze” squadriste.

Ancora oggi, sono in molti a ritenere che dopo quel tragico evento il nuovo vescovo subisca una vera e propria conversione, arrivando a considerare l’assassinio un atto contro la Chiesa e modificando il suo giudizio sui detentori del potere in Salvador. Cosicché, da quel punto in avanti il Romero spirituale “cultore di studi teologici”, da tutti conosciuto come un uomo disimpegnato politicamente e socialmente, si trasforma sorprendentemente in accanito difensore dei diritti del suo popolo oppresso.

La Cattedrale diventa il luogo in cui al commento delle letture bibliche segue l’elenco puntuale, dettagliato, anagrafico dei desaparecidos, degli assassinati della settimana e, quando possibile, anche dei loro assassini o mandanti. Romero rivolge le sue accuse contro il clima di violenza e intimidazione creato dal Governo e si schiera apertamente a favore dei meno abbienti.

Mentre vengono istituite diverse commissioni diocesane in difesa dei diritti umani, dal pulpito il vescovo continua ad inchiodare alle loro responsabilità il potere politico e quello giudiziario, spendendosi molto anche all’estero per far conoscere all’opinione pubblica internazionale la reale situazione vigente in Salvador, tanto da diventare in poco tempo “il personaggio radiofonico più ascoltato, ma anche il più odiato dall’oligarchia terriera e dal regime”.

Intanto però la repressione si fa via via più feroce. Le persecuzioni contro gli oppositori e i contadini che domandano giustizia e riforme agrarie aumentano in numero e di intensità, seminando il panico tra la popolazione. All’interno della stessa Chiesa salvadoregna molti sacerdoti, intimiditi dal clima di terrore o per ragioni politiche, cominciano a prendere le distanze da Monsignor Romero e non esitano ad attaccarlo con accuse calunniose che lo dipingono come un “incitatore alla lotta di classe” o un “sostenitore di un governo socialista di contadini e operai”. Nel maggio del 1979, a mezzo di una petizione ufficiale, alcuni alti prelati della chiesa locale arriveranno persino a chiedere con urgenza al Sant’Uffizio l’adozione di provvedimenti disciplinari nei confronti del riottoso vescovo di San Salvador.

Passa un altro anno, ma il destino di monsignor Romero è ormai segnato: i suoi nemici, sempre più numerosi in tutti i livelli delle istituzioni, lo vogliono morto. L’epilogo si consuma il 24 marzo 1980. Nella cappella della Divina Provvidenza durante la messa vespertina, l’arcivescovo ha appena sollevato il calice. In quel preciso istante viene raggiunto mortalmente dai colpi di un sicario giunto in chiesa per ucciderlo.

A parecchi anni dalla sua morte la profezia si è realizzata: “se mi uccideranno – aveva detto – risorgerò nel popolo salvadoregno”. Ancora oggi, dappertutto, la gente lo ricorda e lo prega chiamandolo “San Romero d’America”.

Andrea Necciai.

“La civiltà dell’amore non è un sentimentalismo, è la giustizia, la vita… Una civiltà dell’amore che non esige la giustizia degli uomini non sarebbe una vera civiltà ma una caricatura dell’amore, in cui si vuole dare sotto forma di elemosina ciò che si deve già per giustizia.”

Oscar Arnulfo Romero

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