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Richiesta di ospitalità a Milano

Si ringrazia – fra gli altri – la presenza inattesa di Marco Melodia al culto del silenzio di Milano di ieri – L’obiettivo comune degli Amici è uno/due incontro/i mensile/i. C’è una possibilità di ritrovo in provincia ma cerchiamo in primis ospitalità in Milano centro. Per varie ragioni.
Qualcuno puo’ ospitarci la domenica?

 

SILENZIO E PACE

di Davide Melodia

(Fil.4.7; Giac.3.18)

Un accostamento molto comune, anche se spesso non è meditato, è quello fra silenzio e pace. La pace ha rapporto col silenzio quanto il tormento o l’angoscia o la paura, o il senso di solitudine, di liberazione o di costrizione. Ciò dipende dallo stato d’animo, dal carattere, da un eventuale complesso, dalle situazioni.

Di certo il silenzio è necessario nel raccoglimento e nella meditazione, nella preghiera e durante un lavoro delicato, e allontanando il rumore e le distrazioni la concentrazione è facilitata.

Non c’è però certezza di pace nell’assenza di rumori e di confusione, a meno che nell’atto della concentrazione non intervenga uno spirito particolare, come nel culto, diciamo in ogni forma di culto.

Tra le forme di culto che ho sperimentate, cattoliche, protestanti, ortodosse, ebraiche, ed alcune meditazioni di tipo hindù o buddista – quella che più spesso da frutti di pace spirituale è la forma di Culto Silenzioso in uso fra i Quaccheri. E non c’è Quacchero degno di questo nome che non cerchi di tradurre la somma di pace di cui gode nel culto in attività che portino pace concreta al prossimo.

Se il nostro prossimo a causa di un conflitto bellico o psicologico, di ingiustizia, di miseria, di repressione, di isolamento individuale e sociale (follia, prigionia, malattia….) non ha pace, è primo dovere, per chi gode il privilegio della pace, di far sì che diventi fruizione per chi pace non ha.

Il dono divino della pace che sopravanza ogni intelligenza non può diventare nelle nostre mani uno strumento di egoismo, di ritiro dal mondo, di indifferenza alle varie forme di “non pace” di cui soffre il nostro prossimo.

Basterebbe ricordarsi di tutti i momenti, e certamente sono tanti da non potersi contare, in cui tutti noi non abbiamo avuto pace e in cui avremmo accettato volentieri l’offerta di pace di una mano amica. Se troviamo una qualche forma di pace in un culto od altra benedetta forma di elevazione spirituale – comunque di “silenzio irenico”- non teniamola per noi. Ne tradiremmo l’essenza.

 

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Punti di vista sul silenzio

Il culto del silenzio è previsto alle ore 19 a Milano, Via Carducci 8 (MM Cadorna) . E’ prevista la possibilità di nevicate in pianura ed è gradita la puntualità metropolitana; basta organizzarsi coi mezzi.

La Conferenza delle ore 20 è confermata. Segnaliamo che il Segretario del PSI non si è scomodato nel darci una risposta, per reperire un numero del quotidiano Avanti del 1946 (Roma è così, insomma: non si tratta solo di pregiudizi milanesi !) così come un Comune citato nella relazione per la documentazione di supporto, offre riscontro solo sul sito web, confondendo il virtuale con la realtà. E forse trascurando i loro stessi interessi, in primis turistici.

Non è prevista comunque una relazione di sintesi sul web.

Grazie della collaborazione e alla prossima !

 
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Davide Melodia, membro della Società degli Amici, ha scritto in vita molto sul tema sia in lingua inglese su http://www.quaker.org/melodia/silence/  che in italiano su http://www.quaker.org/melodia/signore/  – I link sembrano funzionare correttamente:  si tratta di una miniera teologica molto preziosa.

Il punto di vista di un monaco buddista americano contemplativo è un aiuto anche per noi, che privilegiamo l’azione dopo la preghiera, il silenzio, la confessione, la meditazione individuale e quella espressa collettivamente

Il silenzio e lo spazio

del venerabile Ajahn Sumedho

Segnalazione dell’amico del socialismo buddista Davide Puglisi

© Ass. Santacittarama, 2004. Tutti i diritti sono riservati.

SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.

Traduzione di Giuliano Giustarini.
Dal ‘Forest Sangha Newsletter’, n. 58, ottobre 2001.

Secondo uno stile di vita mondano, il silenzio è qualcosa di cui non vale la pena occuparsi. È più importante pensare, creare, fare cose: riempire il silenzio con il suono. Di solito pensiamo ad ascoltare il suono, la musica, qualcuno che parla; riguardo al silenzio, crediamo che non ci sia nulla da ascoltare. E quelle volte in cui siamo con qualcuno e nessuno dei due sa cosa dire all’altro, ci sentiamo imbarazzati, a disagio; il silenzio tra noi e l’altro diviene fastidioso.
Tuttavia, concetti come silenzio e vacuità cominciano a indicare una direzione da sviluppare, qualcosa cui prestare attenzione, dal momento che nella vita moderna siamo riusciti a distruggere il silenzio e a demolire lo spazio. Abbiamo creato una società nella quale siamo ininterrottamente indaffarati; non sappiamo come riposare o rilassarci o come semplicemente essere. A causa delle pressioni cui la nostra vita soggiace, menti intelligenti sprecano tanto di quel tempo a sviluppare una tecnologia che faciliti la vita, eppure ci ritroviamo stressati. Li hanno chiamati “congegni per risparmiare il tempo”, dovrebbero permetterci di ottenere tutto ciò che vogliamo semplicemente premendo un bottone. Mansioni noiose sarebbero così svolte da robot e macchinari. Ma come trascorriamo il tempo che abbiamo risparmiato?
In un modo o nell’altro dobbiamo avere qualcosa da fare, rimanere indaffarati, dover riempire sempre il silenzio con il suono e lo spazio con le forme. In effetti, l’enfasi è sull’essere una personalità, qualcuno che possa dimostrare il proprio valore. È questa la lotta estenuante, il ciclo interminabile da cui ci sentiamo stressati. Quando siamo giovani e pieni d’energia possiamo goderci i piaceri della gioventù, la salute, le storie d’amore, le avventure e tutto il resto. A un tratto, però, queste esperienze possono interrompersi, magari per una menomazione o perché abbiamo perso qualcuno cui eravamo molto attaccati. Ciò che ci accade può scuoterci al punto che i piaceri sensoriali, la salute, il vigore, il bell’aspetto, la personalità, le lodi del mondo non ci danno più felicità. Oppure possiamo sentirci amareggiati perché non siamo riusciti a ottenere il livello di piacere e successo che immaginiamo ci spetti di diritto. Così dobbiamo sempre metterci alla prova, essere qualcuno, intimiditi dalle richieste della nostra personalità.
La personalità è condizionata nella mente. Non nasciamo con una personalità. Per diventare una personalità dobbiamo pensare, concepirci come qualcuno. La personalità può essere buona o cattiva, o un insieme di cose, e dipende dal riuscire a ricordare, dall’avere una storia, avere opinioni, assunti su noi stessi, attraenti o non attraenti, amabili o no, intelligenti o stupidi, opinioni variabili a seconda delle situazioni. Ma quando sviluppiamo la mente contemplativa vediamo attraverso ciò. Cominciamo a sperimentare la mente originaria: la coscienza prima che sia condizionata dalla percezione.
Ora, se cerchiamo di pensare a questa mente originaria, ci ritroviamo intrappolati nelle nostre facoltà analitiche. Perciò, dobbiamo osservare e ascoltare anziché sforzarci di immaginare come diventare qualcuno che è illuminato. Meditare al fine di diventare qualcuno che è illuminato non funziona, perché in tal modo creiamo il nostro io come una persona che adesso è non-illuminata. Tendiamo a riferirci a noi stessi come non-illuminati, persone con un mucchio di problemi, o addirittura come casi disperati. A volte ci immaginiamo che la cosa peggiore che possiamo pensare di noi stessi è la verità. C’è una sorta di perversione che ritiene che l’autentica sincerità risieda nell’ammettere le peggiori cose possibili su noi stessi!
Non sto formulando giudizi contro la personalità, ma vi sto consigliando di conoscerla, in modo che non siate più spinti dall’illusione che create e dagli assunti che avete su voi stessi in quanto persone. Ed è per questo che si impara a sedere calmi in meditazione e ad ascoltare il silenzio. Non è che questo vi renderà illuminati, ma si oppone alla forza dell’abitudine, alle energie inquiete del corpo e delle emozioni. È per questo che ascoltate il silenzio. Potete udire la mia voce, potete udire i suoni delle cose che accadono, ma dietro tutto ciò c’è una specie di sibilo, un ronzio quasi elettronico. Questo è quello che chiamo ‘il suono del silenzio’. Lo trovo un modo molto utile per concentrare la mente, giacché, quando si inizia a notarlo (senza considerarlo una sorta di conseguimento), esso diviene un efficace metodo per la contemplazione, per udire sé stessi pensare. Il pensare è di per sé una specie di suono, no? Quando pensate, potete udirvi pensare. Così, quando ascolto me stesso pensare è come ascoltare qualcun altro che parla. Per cui ascolto il pensiero della mente e il suono del silenzio: quando sto con il suono del silenzio, mi accorgo che non sto pensando. C’è calma, per cui osservo, osservo coscientemente la calma e questo aiuta a riconoscere la vacuità. La vacuità non è il rifiuto, la negazione di qualcosa, ma un lasciar andare le tendenze abituali dell’attività irrequieta o del pensiero ossessivo.
Ascoltando, potete effettivamente arrestare la forza delle abitudini e dei desideri. E in questo ascolto, in questo stare con il suono del silenzio, c’è attenzione. Non occorre chiudere gli occhi, tapparsi le orecchie o chiedere a qualcuno di uscire dalla stanza, non occorre trovarsi in un posto particolare, a quanto pare funziona ovunque. Può essere molto prezioso in una situazione di vita in comune, in famiglia, in qualsiasi contesto di vita abituale. In situazioni del genere ci abituiamo agli altri e tendiamo ad agire secondo assunti e abitudini senza neanche accorgercene. E il silenzio della mente consente a tutte queste condizioni di essere ciò che sono. Ma l’abilità di rifletterci in termini di sorgere e cessare ci permette di vedere che tutte le percezioni e tutti i concetti che abbiamo su noi stessi sono condizioni della mente, non sono ciò che siamo veramente. Ciò che pensate di essere non è ciò che siete.
A questo punto potreste ribattere: “E allora cosa sono?”. Ma avete bisogno di sapere cosa siete? Avete bisogno di sapere cosa non siete, è abbastanza. Il problema è che crediamo di essere tutte quelle cose che non siamo e per questo motivo soffriamo. Non soffriamo a causa del non-sé (anatta), del non essere nessuno: soffriamo perché siamo qualcuno tutto il tempo. Ecco dov’è la sofferenza. Quando non siamo ‘qualcuno’, perciò, non c’è sofferenza, c’è sollievo, come deporre un pesante fardello pieno di ‘auto-coscienza’, di paure per ciò che le altre persone pensano. Tutto quell’insieme che è correlato al senso del nostro ‘io’, possiamo lasciarlo cadere. Possiamo semplicemente lasciarlo andare. Che sollievo non essere qualcuno! Non sentire di essere qualcuno che ha tanti problemi, che “dovrebbe praticare di più la meditazione”, che “dovrebbe andare ad Amaravati più spesso”, che “dovrebbe sbarazzarsi di tutte queste cose e non ci riesce!”. Tutto questo è pensiero, vero? È fabbricare ogni genere di concetti su se stessi. È la mente giudicante. La mente discriminante che vi dice in continuazione che non siete buoni abbastanza, che dovete essere migliori.
Quindi possiamo ascoltare; questo ascolto è a nostra disposizione tutto il tempo. All’inizio magari è utile fare ritiri di meditazione, trovare situazioni in cui siete incoraggiati e sostenuti in questo compito, dove c’è un insegnante che vi stimola, che vi aiuta a ricordare, perché è facile ricadere nelle vecchie abitudini, soprattutto nelle abitudini mentali, che sono sottili. E il suono del silenzio non sembra degno di essere ascoltato. Anche se ascoltate la musica, potete ascoltare il silenzio dietro la musica. Non distrugge la musica, ma la pone in una prospettiva in cui non siete trascinati via dalla musica o assuefatti al suono. Potete apprezzare il suono e anche il silenzio.
La Via di Mezzo di cui parla il Buddha non è un estremo di annichilimento. Non è come dire: “Tutto ciò di cui dobbiamo occuparci è il silenzio, la vacuità, il non-sé. Dobbiamo sbarazzarci dei nostri desideri, della nostra personalità, tutto il regno dei sensi è una minaccia al silenzio. Dobbiamo distruggere tutte le condizioni, tutta la musica, tutte le forme, non dobbiamo avere forme in questa stanza, solo muri bianchi”. Non si tratta di vedere il mondo ‘formato’ come una minaccia alla vacuità, di parteggiare per il condizionato o per l’incondizionato, ma piuttosto di riconoscere la loro relazione: questa è una pratica continua.
La consapevolezza è la via, dal momento che siamo fortemente condizionati dallo stare qui, sul pianeta Terra, con questo corpo umano. Dobbiamo vivere tutta la vita all’interno dei limiti, dei problemi e delle difficoltà del corpo umano. E abbiamo emozioni. Sentiamo tutto e ricordiamo tutto. Siamo in questo stato di piacere e dolore per tutta la vita. Ma possiamo vederlo nel modo giusto, ed è questo che intende il Buddha: comprendere le cose così come sono, riuscire a lasciar essere le cose così come sono, anziché creare illusioni.
A causa dell’ignoranza creiamo infinite illusioni sulla vita, sul nostro corpo, sui nostri ricordi, sul nostro linguaggio, sulle nostre percezioni, opinioni, punti di vista, la cultura, le convenzioni religiose, e così diventa complicato, difficile e separativo. L’alienazione che oggi la gente prova è il risultato dell’ossessione riguardo a se stessi, l’ossessione per cui il nostro senso dell’io è di assoluta importanza. Siamo stati educati a pensare che la nostra vita è tutta qui, per cui possiamo riempirci della nostra auto-importanza. Anche il fatto che possiamo ritenere di essere un caso disperato: anche qui continuiamo a dare quella enorme importanza. L’importanza che conferiamo a noi stessi ci fa trascorrere anni dagli psichiatri a discutere i motivi per cui saremmo senza speranza. È piuttosto naturale, visto che dobbiamo passare tutto il tempo con noi stessi. Possiamo fuggire dagli altri, ma non da noi stessi.
L’anatta, il non-sé, è molto frainteso, si tende a vederlo come una negazione dell’io, qualcosa da mettere via, che non dovremmo avere. Non è così che funziona l’anatta. L’anatta, il non-sé, è un suggerimento per la mente, è uno strumento per cominciare a riflettere su cosa siamo veramente. A lungo andare, non occorre considerarci in alcun modo in termini di ‘essere qualcosa’. Se portiamo avanti questa riflessione, allora il corpo, le emozioni, i ricordi, tutto ciò che sembra identificarsi in maniera così assoluta, insistente, con noi stessi, può essere visto in termini di ‘sorgere e cessare’. E quando siamo consapevoli della cessazione delle cose, ci sembra più autentico delle condizioni effimere che tendiamo ad afferrare o dalle quali ci sentiamo ossessionati. Le tendenze abituali sono molto forti, ci vuole un po’ per riuscire a superare questo scoglio dell’ossessione per l’io, ma ci si può riuscire. 
In merito a ciò, alcuni psicologi e psichiatri hanno commentato che abbiamo bisogno di un io. È una cosa importante da considerare, l’io non è qualcosa che non dovremmo avere, ma è qualcosa cui dare la giusta collocazione, è bene che l’io poggi sulla bontà della nostra vita invece che venga a crearsi dai difetti, dagli errori e dalle tendenze negative della mente.
È così facile vedersi in modi molto critici, specialmente quando ci si paragona ad altre persone o si immaginano grandi figure della storia. Ma se ci paragoniamo continuamente a ideali, non possiamo fare altro che criticarci per come siamo, perché la vita è così, è un flusso, un cambiamento, è sentirsi stanchi, avere a che fare con problemi emotivi, con la rabbia, con la gelosia, con le paure, con ogni sorta di desiderio, con tutto ciò che non vogliamo ammettere neanche a noi stessi. Ma questa è una parte del processo, dobbiamo riconoscere le condizioni e osservare la loro natura, che siano buone o cattive, perfette o imperfette: sono impermanenti, sorgono, cessano. In questo modo impariamo in continuazione e troviamo forza nel lavorare attraverso le nostre condizioni karmiche. Forse nella vita non abbiamo ottenuto un granché, forse abbiamo avuto ogni sorta di problemi fisici ed emotivi. Ma, in termini di Dhamma, questi non sono ostacoli, anzi, molte volte sono questi problemi, queste difficoltà che ci spingono a risvegliarci alla vita. E una parte di noi si rende conto che cercare di raddrizzare ogni cosa, di abbellire ogni cosa, di mettere tutto in ordine e rendere la vita piacevole, non è la risposta. Riconosciamo che nella vita c’è qualcosa di più che limitarsi a controllarla e cercare di ottenere il massimo dalle condizioni.
Il riconoscimento del silenzio è una via per lasciare andare la nostra posizione, il nostro senso dell’io, la nostra convenzione. Nel silenzio c’è unità. È come lo spazio in questa stanza: è lo stesso per tutti noi. Non posso affermare che lo spazio è mio. Lo spazio è semplicemente spazio, è dove le forme vanno e vengono. Ma è anche qualcosa che possiamo osservare, contemplare. E cosa accade? Sviluppando la consapevolezza dello spazio, cominciamo ad avere un senso dell’infinito: lo spazio non ha né inizio né fine. Possiamo costruire stanze, considerare lo spazio come qualcosa che esiste in una stanza come questa, ma sappiamo che in realtà è l’edificio che è nello spazio. Lo spazio è come l’infinito, non ha confini. Ma nelle limitazioni della nostra coscienza visiva, i confini ci aiutano a vedere lo spazio in una stanza, perché lo spazio in quanto infinito è troppo. Lo spazio in una stanza è sufficiente per contemplare la relazione tra le forme e lo spazio. Ascoltare il suono del silenzio e i pensieri ha lo stesso effetto.
Per un certo periodo ho praticato formulando deliberatamente i pensieri, pensieri neutri che non suscitano sensazioni emotive, come “io sono un essere umano”. E ascoltavo me stesso formulare quel pensiero con l’intenzione di ascoltare il pensiero in quanto pensiero e il silenzio che vi è dentro. In questo modo contemplo e riconosco il rapporto tra la facoltà del pensiero e il silenzio, il silenzio naturale della mente. Ed è qui che stabilisco la consapevolezza, la capacità che ho come individuo di essere un testimone, di essere colui che ascolta, ciò che è vigile. Nei confronti delle emozioni, ciò può essere molto difficile. Possiamo avere molte emozioni negative verso noi stessi, perché non abbiamo risolto molti dei nostri desideri di possedere le cose, di sentire le cose, di ottenere molte cose o di sbarazzarci delle cose. È qui che ascoltiamo le nostre reazioni emotive. Cominciate a osservare cosa accade da un punto di vista emotivo quando c’è questo silenzio. Può esserci negatività, possono sorgere dubbi su questa pratica, del tipo “non so cosa sto facendo”, o “è una perdita di tempo”. Ma ascoltate anche queste emozioni: sono soltanto abitudini della mente. Se le ammettiamo e le accettiamo, esse cessano. Le reazioni emotive se ne andranno progressivamente e avrete fiducia nell’essere semplicemente ciò che è consapevole.
Quindi potete fondare la vostra vita nell’intenzione di fare del bene e di astenervi dal fare del male. Paradossalmente, abbiamo bisogno di questo rispetto di noi stessi. La meditazione non si poggia sul concetto secondo cui se siamo consapevoli possiamo fare quello che ci pare, ma comporta un rispetto per le condizioni: rispettare il corpo che abbiamo, la nostra umanità, la nostra intelligenza e la nostra abilità nel fare le cose. Non significa essere attaccati o identificati, significa che la meditazione ci permette di riconoscere ciò che siamo: è così com’è, le condizioni sono così. E significa rispettare anche i nostri limiti. Il rispetto verso se stessi, il rispetto verso le condizioni, equivale al rispetto per qualsiasi stato in cui ci troviamo. Non vuol dire che ci piaccia quello stato, ma significa accettarlo e imparare a lavorare con le sue limitazioni.
Dunque, per la mente illuminata non si tratta di ottenere il massimo. Non si tratta di dover avere la migliore salute possibile e le migliori condizioni possibili, non si tratta di alimentare un senso dell’io, di qualcuno che agisce solo se ha il meglio. Quando cominciamo a renderci conto che i nostri limiti, i nostri difetti e i nostri aspetti più strani non sono impedimenti, allora li vediamo nel modo giusto. Possiamo rispettarli, possiamo essere disposti ad accettarli e ad adoperarli per superare il nostro attaccamento verso di essi. Se pratichiamo in questo modo, possiamo essere liberi dall’attaccamento e dall’identificazione con le percezioni di noi stessi, di come siamo. È quanto di meraviglioso possiamo fare come esseri umani, è ciò che ci permette di attingere alla pienezza della nostra vita. Ed è un processo continuo.

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Per una Lombardia nonviolenta per guarire dal nonsenso e scoprire una vita autentica

Il sacerdozio universale

 Culto del silenzio (http://www.quaker.org/italia/testi/silprog.html ): E’ programmato giovedì 20 gennaio 2011  ore 19 in via Carducci nr. 8 in zona Cadorna (ingresso libero). Terminerà alle ore 19.45 per poi accogliere i partecipanti del convegno sulla rivoluzione non violenta dei quaccheri. All’incontro è evidente che sono presenti cristiani ma l’ingresso e’ aperto a tutt*, proprio a tutti senza distinzioni. La prassi ci suggerisce una buona meditazione silenziosa e – solo se sentito ispirato – un intervento conciso e comunque non piu’ di uno per partecipante.  E’ una buona norma internazionale, che vorremmo  rispettare, fino a quando non potremo ascoltare anche della musica colta. Siamo tutti sacerdoti e non c’è assolutamente una guida se non lo Spirito Santo. Noi abbiamo abolito da secoli il laicato.

“So che è ancora valido quello che hanno insegnato gli ebrei: “Dio è uno”. Io non credo che significhi che c’è un solo Dio, ma che esiste una sola realtà, una sola cosa. E quella cosa può essere espressa in forme infinite. È un’ossessione che cresce con il con il passare degli anni. E più invecchi più diventi disponibile con anni, perché sei consapevole che esiste una sola cosa…La maggior parte del tempo la dedichi a questa meravigliosa nozione della realtà come una. E alla bramosia di stringere in un abbraccio, nelle sue varie forme, ogni persona che incontri… (Leonard Cohen)

Un amico che presto rientrerà stabilmente in zona laghi ci ha manifestato di verificare la possibilità di tenere un culto del silenzio anche dopo Natale e prima della fine dell’anno. Noi non abbiamo date da celebrare ma abbracciare Marco, che ci ha aiutato nella traduzione dell’action alert, mi fa porre la domanda per questo incontro anche a Roberto, a Antonio, al gruppo femminile di Gaggiolo, alle amiche di facebook..  Se volete indicare anche il giorno e il luogo dello stesso ve ne saremo grati. La lunga malattia della mamma mi ha impedito di certo di conoscere persone con le quali ero da anni in contatto epistolare…  Non riusciamo mai a programmare tutto.

Intanto stiamo cercando la fotocopia della prima pagina del quotidiano Avanti del 4 aprile 1946 da distribuire gratuitamente e in particolare l’articolo “Rinasce la fiducia dove è passata la morte”  L’Italia ha degli Amici!  Qui scriviamo anche al Segretario socialista, che possa darci una mano negli archivi?

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Itinerari spirituali: da Francesco d’Assisi ai quaccheri, passando per i valdesi

Esperienze quacchere in Italia: gli Amici di Perugia hanno creato un loro blog con le proprie riflessioni personali. Molte storie si ripetono: dal cattolicesimo francescano ai valdesi per abbandonare poi le chiese storiche e iniziare un cammino spirituale autonomo. E’ la libertà dello Spirito che porta molte persone alla ricerca. Una scelta per nulla facile ma anche fortemente motivata.

http://appuntiquaccheri.blogspot.com/
La necessità del silenzio

Ricordo dai miei studi di bambino e poi negli approfondimenti successivi che in Gesù Dio si è fatto Abbà – Padre – , prossimo nell’amore.

Oggi, guardando in tv la messa officiata dal papa, in più di un’occasione mi sono soffermato a riflettere sullo sfarzo non solo della cerimonia in sé, quanto piuttosto dei particolari. Molto oro, sintomo e testimonianza del divino, coreografie di lettura difficile, il solenne latino. Se Gesù ha chiamato Dio Padre avvicinandoLo a Sé, l’uomo con la sua teologia, umana e mai divina, Lo ha relegato in un empireo irraggiungibile. Se Dio è lontano, Lo è Cristo e lo è la chiesa – corpo mistico di Cristo – e lo è il pontefice. La distanza viene sancita da un linguaggio arcaico, incomprensibile ai più, solenne, ma non prossimo. Volutamente.

Il fedele può sbalordirsi di fronte al luccichio degli ori, alla maestà ieratica dei sacerdoti di vario ordine e grado, ma perde lo Spirito. Lo perde guardando. Lo perde ripetendo formule incomprensibili sedimentate nei secoli. La fede si riduce ad atto di obbedienza, la libertà che lo Spirito ha di ispirare si scioglie nella meccanica ripetizione di parole che nel loro ricorrere perdono ogni senso e non conducono alla meditazione.

In una tale ottica il silenzio in quanto vacuità assume una valenza negativa. Ma è nel vuoto che trova posto il pieno. La vacuità quando è vissuta con consapevolezza è viatico verso l’accoglienza della Parola di Dio, è la disposizione umile ad essere permeati dallo Spirito. Nel vuoto, una volta pacificato il moto ondoso della coscienza risplende la scintilla del divino, ma bisogna fare silenzio. Bisogna saper fare silenzio.

Cogliamo l’occasione data dalla richiesta del nostro lettore Pietro Capriata di aver un po’ di informazioni su una…
Bibliografia quacchera in italiano

•Arcara, Stefania, Messaggere di luce. Storia delle quacchere Katherine Evans e Sarah Cheevers prigioniere dell’inquisizione, Trapani, Il pozzo di Giacobbe 2007.
•Bori, Pier Cesare – Lollini, Massimo (edd), La Società degli amici. Il pensiero dei quaccheri da Fox (1624-1691) a Kelly (1883-1941), Milano, Linea d’ombra 1993.
•Carter, Gail Irene, La cucina dei quaccheri, illustrazioni di Silvia Gallignani, Pasian di Prato, Campanotto, [2002].
•Giorgio Fox e la religione laica degli Amici. Nel terzo centenario della origine del movimento. Contributo alla formazione di libere coscienze religiose, Sesto San Giovanni, G. Beveresco, [194?].
•Grubb, Edward M. A., L’essenza del quaccherismo (traduzione di Ernesto Rutili), Torino, F.lli Bocca 1926.
•Maros Dell’Oro, Angiolo, Giorgio Fox e i Quaccheri, Fossano, Esperienze, [1973].
•Morganti, Martino, I quaccheri e la libertà dello spirito, Luxembourg, Rapid press, 1991.
•Sykes, John, Storia dei Quaccheri (traduzione di Giuliana Dei), Firenze, Sansoni [1966].
•Tassoni, Mario, La società religiosa degli amici chiamati anche quaccheri, Birmingham, Friends world Committee for consultation, 1961.
•Traniello, Francesco (ed), Dai quaccheri a Gandhi. Studi di storia religiosa in onore di Ettore Passerin d’Entreves, Bologna, Il Mulino 1988.
•Villani, Stefano, I primi quaccheri e gli ebrei, Roma, Edizioni di storia e letteratura, 1997 (Estratto da: Archivio italiano per la storia della pietà, 10).
•–, I Quaccheri contro il Papa. Alcuni pamphlet inglesi del ‘600 tra menzogne e verità, Firenze, Olschki, 1998 (estratto da Studi secenteschi, 39 -1998).
•–, Il calzolaio quacchero e il finto cadì, Palermo, Sellerio 2001.
•–, Tremolanti e papisti. Missioni quacchere nell’Italia del Seicento, Roma, Edizioni di storia e letteratura, 1996.
•Vola, Giorgio (ed), I quaccheri. Eversione e nonviolenza. Gli scritti essenziali (1650-1700), Torino, Claudiana [1980].
•Woolman, John, Giornale. Vita di un quacchero, introduzione, traduzione e note a cura di Laura Coltelli, Pisa, Nistri-Lischi 1978.
•Zaffrani, Giovanni, I quaccheri, San Ginesio, Tipografia Francescana 1940.

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Il silenzio di Dio oggi: dibattito

Appena possibile manderemo in linea le comunicazioni pervenute dal Parlamento Europeo. Saranno anticipate sul sito www.ecumenici.eu
Simonfrancesco Di Rupo (Perugia, 1984) Laureato in Filosofia a Perugia con tesi Sulla filosofia di Emanuele Severino intorno alla storia del pensiero filosofico, approfondisce tematiche che si svolgono principalmente sul terreno della filosofia e della teologia della storia, unendo a ciò una forte propensione alla scrittura di numerosi articoli, poesie, aforismi e racconti. Parallelamente alla specializzazione in Etica delle relazioni, sta attualmente lavorando in collaborazione con il Prof. Millucci per la stesura di una monografia su Severino commissionatagli subito dopo la laurea per la supervisione del Prof. Rizzacasa (tenitore della cattedra di Filosofia della Storia).

Di Rupo è una nuova penna di Ecumenici.

LA CATASTROFE DI HAITI E IL SILENZIO DI DIO

Perché Papa Ratzinger, pochi giorni dopo la catastrofe di Haiti, si trova in Sinagoga a discutere della beatificazione di Pio XII senza che le parti manifestino automaticamente più interesse per il grande dilemma del dolore del mondo? Quale cinismo pervade gli automatismi delle religioni “organizzate” e quali profondità, in questo momento, può cercare di toccare l’animo dell’uomo che medita sull’essenza religiosa del suo destino?

Nei giorni che seguono una catastrofe naturale di proporzioni enormi si assommano, fra cuori e menti del mondo che prosegue il suo cammino, inquietudini metafisiche. E’ qui che, oltre le grandi “organizzazioni” religiose solitamente patrocinate dall’apologia della ragione teologica e dalle logiche della sua storia politica, il grande silenzio di Dio tocca gli uomini nell’emozione e nella passionalità. Sulla base di questa considerazione, il grande dilemma sta nel rintracciare un aspetto positivo nell’inquietudine, nel dubbio se compiere questo sforzo abbia senso a sua volta.

Di fronte a una catastrofe come quella di Haiti non possiamo dirci “fruitori”. Chiunque, di fronte all’immensità del dolore che il nostro pianeta può produrre, può dirsi tutt’al più sopravvissuto. La lontananza geografica dell’evento è quantitativamente minore rispetto alla vicinanza umana dell’evento. Non siamo fruitori di una notizia, dunque, bensì siamo noi la notizia, nella nostra curiosa vicinanza al grande dolore che avvolge il mondo e che in maniera così sbalorditiva, a volte, si scaglia contro un luogo solo con una violenza incommensurabile.

“Padre, perché mi hai abbandonato?”, disse Cristo avvolto dal dolore della Croce; ecco che nel grande tumulto di una terra che trema, nella rapidità dell’ultimo respiro di così tanti uomini, queste parole paiono trovare maggiore eco e maggiore distinzione rispetto a tutta la chiacchiera di cui è intrisa la nostra quotidianità. Pure il nostro tradizionale concetto di “male” pare insufficiente, di fronte alla naturalezza della catastrofe e della sua incondizionata ospitalità per così tanti cadaveri e per così tanti futuri recisi come fiori al vento, così come non potremmo chiamare “male” il silenzio di Dio che immediatamente si spande nel cielo della Terra dopo le ultime parole di Cristo. Evidentemente la Natura è quel mistero che chiede all’uomo di essere scrutata, nei limiti del possibile, oltre categorie “umane, troppo umane”, come direbbe Nietzsche; evidentemente “là dove c’è il pericolo cresce ciò che salva”, come amava ripetersi Heidegger citando il suo caro Holderlin: è nella catastrofe, forse, che la coscienza mondiale può elevarsi a navigare il cielo che ospita il silenzio di Dio e costruire dalle ceneri di un mondo abbattuto le fondamenta di un nuovo respiro, di una nuova dignità che non si appelli più al “Signore” come amuleto apotropaico, ossia come salvatore immediato delle nostre particolari, piccole e grandi disgrazie, ma come apertura dello spazio della ricostruzione. Nel Silenzio di Dio alberga la libertà di appartenere alla Terra e di poetare (nel senso più greco che spetta a questo termine) sulla propria, piccola croce.

Lo spazio della ricostruzione aperto dal Silenzio di Dio offre l’opportunità di contemplare il proprio tragitto verso la grande meta che all’uomo spetta, ovvero il meritato silenzio dell’ultimo istante di vita, come tributo al grande dono dell’esistenza. E’ nel Silenzio che Dio e uomo trovano l’armonia del cosmo, fosse anche il silenzio della loro morte; ammesso che anche il concetto di morte, per noi uomini del “mondo adulto” (come lo chiamerebbe Bonhoeffer), possa ancora soddisfare la nostra meditazione sul Destino.

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Esperienze del silenzio

Grazie a chi inviterà propri i amici ad iscriversi alla newsletter ecumenici.

La presente pagina è dedicata a mamma Tina, che dal 22 dicembre scorso è in coma profondo. 
La tua preghiera silenziosa sia rivolta a Dio; è Dio che si prende cura di lei.

Un ringraziamento sincero alle persone che pregano con noi.
Scriveteci se avete bisogno di una mano… siamo in grado di aiutarvi

Silenzio

Nel silenzio, le differenze esteriori tra le persone perdono di significato. Il silenzio consente a chiunque uno spazio in cui potersi alzare e parlare ( e consente ad un amico di tradurre per gli altri….) Quando ci riuniamo in circolo, con le punte del naso rivolte all’interno, in realtà  ci volgiamo l’uno verso l’altro e verso la Luce.
Succede lo stesso nei raduni d’affari dei Quaccheri. Ritengo che l’adorazione sia fondamentale per far andare gli affari per il verso giusto. Il momento del silenzio ci dà la possibilità di scrollarci di dosso i pesanti fardelli che  portiamo sulle spalle arrivando all’incontro, e di volgere gli occhi l’uno verso l’altro e verso ciò che ci accomuna. Cioè  Dio, che ode il nostro bussare e risponde a Suo modo a chi ha la pazienza di vedere e sentire…C’è la speranza che il Dio dell’amore ci guidi come comunità verso l’amore, anche nella riunione d’affari di ogni giorno.
A livello personale riconosco maggiormente l’importanza del silenzio quando lo vivo di meno. Mi accorgo che  pensieri inutili mi affollano la mente, non riesco a concentrarmi, e i pensieri negativi attecchiscono con maggiore facilità. La fiducia nella vita , che è nelle mani del mio Signore, viene rimpiazzata da preoccupazioni non necessarie. Ma nel silenzio posso lasciar andare tutti i pesi, e lasciare che la pace, la fiducia e la gratitudine aumentino, e per un attimo riesco a smettere di guardarmi l’ombelico e ricordare che ci sono i presenti, nonché i parenti, gli amici e i vicini e riesco a pregare per loro. Riesco a cercare, a bussare, a udire la risposta e a vedere la porta che si apre.

Aino Versanen
                

La Via del Bambino

Jaana Erkkila scrive :

La Via del Bambino è il nome di un corso, della durata di un weekend, svoltosi presso il  Woodbroke Quaker Study Center nello scorso  marzo 2009. Il corso era rivolto ai bambini e ai loro genitori, e a membri di comunità religiose che svolgono attività per bambini e giovani.
Micke ed io abbiamo avuto l’opportunità di partecipare al corso con l’aiuto del Catchpool Fund ed eravamo gli unici partecipanti non inglesi.
Le leader del weekend erano Wynn Mc Gregor e Sheila Hoyer dagli Stati Uniti.. Wynn  è un pastore  Presbiteriano e Sheila è una quacchera che si occupa di bambini e giovani. La maggioranza dei partecipanti al corso erano quaccheri liberal, e vi erano alcuni altri di denominazioni diverse.
Tutti quelli che hanno avuto dei contatti con loro sanno che i quaccheri liberal ed evangelici hanno una terminologia diversa rispetto al classico linguaggio cristiano. Così ,direttamente dalla presentazione del corso ci è stato detto di avere una mente aperta e di non farci bloccare dalle espressioni linguistiche. Il metodo chiamato “La Via del Bambino” è stato sperimentato in diverse chiese cristiane-metodiste, battiste, episcopali, presbiteriane e anche chiese evangeliche degli Amici. Ed ora anche tra i quaccheri liberal inglesi, dato che pare che abbia suscitato interesse questo metodo di portare i bambini a contatto con Dio.
Cos’è in sintesi La Via del Bambino? E’ aiutare i bambini a sperimentare Dio, e si concentra sul sostegno alla crescita spirituale dei bambini. Il programma si basa sui seguenti concetti:

•           I bambini hanno una connessione innata con Dio.
•           I bambini sono naturalmente aperti al mistero.
•           I bambini hanno una incredibile capacità di provare rispetto.
•           I bambini sono recettivi.
•           I bambini amano ciò che è reale.
•           I bambini sono umili in modo ammirevole.
Secondo Wynn McGregor vi sono due lati nell’educazione cristiana, uno intellettuale ed un altro da sviluppare. La Via del Bambino offre l’opportunità di sperimentare Dio meditando in silenzio tramite diversi esercizi. E’ un tempo di  lontananza dal caos e dà l’opportunità di provare modi diversi di stare in silenzio e concentrarsi su domande spirituali.
Il leader ha un grande impatto sull’andamento dell’attività dei bambini. E’ importante perciò  che si prepari spiritualmente su base quotidiana per il tempo di silenzio settimanale. Supervisionare i bambini, così come ogni altra partecipazione adulta ai raduni di adorazione, richiede che si abbiano cuore e mente preparati. E’ una sorta  di pellegrinaggio spirituale o di viaggio con i bambini.
Durante il weekend  abbiamo discusso molto tra noi  su come i quaccheri parlino con i bambini, i loro e quelli degli altri, delle loro vedute spirituali. In molte famiglie, la riunione familiare di adorazione è storia passata  e discutere di religione è vietato. Ma i bambini stessi dovrebbero assorbire la spiritualità dal nostro modo di vivere, o dalle riunioni silenziose settimanali. Un partecipante ha fatto notare che se noi non siamo in grado di dare ai bambini altri valori o informazioni circa la vita spirituale, allora vi sono altre comunità, sia spirituali che secolari, che hanno del materiale che permetterebbe loro di assimilare i concetti basilari.. E’ importante che i nostri bambini sappiano in cosa crediamo e perché.
Se qualcuno volesse leggere di più su La Via del Bambino ho del materiale e dei libricini che descrivono come agire sia praticamente che dal punto di vista teologico.
Altre informazioni sono reperibili sul web al link :
http://www.upperroom.org/companions/wayofthechild.asp

Traduzione curata da Flavia Dragani – Iniziativa a cura di www.ecumenici.eu in collaborazione con Marisa Johnson di http://www.fwccemes.org/ – Pubblicato originalmente in Inglese su Among Friends (Tra Amici) No. 116, Autunno 2009 da FWCC-EMES

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Ti aspettiamo

PREGHIERA SILENZIOSA
( Mt. 6.6-8; Sof. 1.7 )

Il Signore è capace di udire la voce dell’Uomo in qualsiasi modo, sia quando usa la parola oralmente, sia quando questa parola è formulata solo nella mente.

Non occorre gridare per farsi sentire da Lui, né ripetere continuamente il Suo Nome perché porga orecchio alla nostra preghiera. Egli non ha come noi difetti di sordità materiale o spirituale.

È possibile che Egli oda sempre e tutto, ma che risponda in modo sensibile per noi solo quando Lui vuole. È una libertà che non sta a noi concedergli.

Quando i credenti pensano alla preghiera, condizionati dalle forme religiose presenti, tendono a identificarla con la preghiera orale, liturgica o pastorale, mentre sanno benissimo che la preghiera silenziosa, specie quella non organica, non strutturata in una forma precisa, è pure valida, preziosa, gradita a Dio.

Anzi, è più che certo che Dio ascolti e risponda, a Suo modo, a preghiere o a slanci spontanei espressi o non espressi a parole, che sono di fatto preghiera.

Il Signore del Silenzio è anche il Signore della preghiera silenziosa, del moto dell’anima, del sospiro di fede o di angoscia, del grido di disperazione, del pensiero puro, della promessa intima, dell’intuizione religiosa.

L’incontro del Suo Silenzio col nostro Silenzio è religione.

(Verbania 30.8.1991 – Davide Melodia)

« Tu mi hai fatto conoscere ad amici che non conoscevo.
Tu mi hai dato un posto in case che non erano mie.
Tu hai ravvicinato ciò che era lontano,
e fatto dello straniero un fratello. »

Ti aspettiamo al culto del silenzio a Legnano in via A. Vespucci , 72 domenica prossima alle ore 16 (zona stazione). Info 392-1943729.
Avremo poi modo di conoscerci direttamene e parlare del nostro impegno per un altro mondo possibile.

Se non ti ritieni un/a presuntuoso/a che pensa di aver in tasca la Grazia di Dio (generalmente elargita dal  buon mercato dei teologi o comprata con donazioni ecclesiastiche) pensiamo che anche tu possa cominciare un cammino con noi. In umiltà. Che tu sia battezzato oppure no, non ci interessa.

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Presentiamo gli Amici di Bologna

Presentiamo gli altri Amici, in vista del nostro incontro di domenica prossima. Aiutateci nella diffusione dell’informazione. Grazie.

 bologna

Da oltre dieci anni il nostro gruppo si incontra per praticare la meditazione silenziosa, la condivisione di pensieri e la ricerca spirituale. La nostra esperienza si rifà alla Società Religiosa degli Amici (Quaccheri) che rappresenta, dalla metà del ‘600, una forma di cristianesimo libero, spirituale e pragmatico.

Abbiamo riassunto la nostra visione nel seguente documento:

La Nostra Via
Il tratto distintivo dell’esperienza degli Amici (“Quaccheri”) consiste nell’incontro silenzioso, che può essere oggi inteso e vissuto nel senso più ampio: come ricerca della luce, come adorazione, come preghiera, come meditazione, come speranza di poter discernere la propria via, come momento generativo di parole nuove. La premessa di questo è la consapevolezza della presenza della luce interiore in ogni persona, che induce sia all’attenzione e all’ascolto reciproco, sia all’impegno sociale.
Abbiamo scoperto la via dei Quaccheri e la seguiamo a nostro modo. Quando abbiamo incontrato altri Amici abbiamo rilevato la coincidenza con quello che noi siamo. Infatti per stabilire quello che corrisponde alla concezione degli Amici ci riferiamo all’esperienza e alla pratica quacchera: ai primi scritti degli Amici, a quello che abbiamo visto in altre comunità e alla nostra stessa esperienza e prassi.
Rispetto alle chiese sentiamo che il nostro elemento distintivo è la libertà, non come indifferenza e fastidio verso ogni norma, ma come attenzione e docilità all’autorità interiore. Di fronte alle istituzioni delle chiese, ci atteggiamo con questa libertà e riteniamo queste istituzioni talvolta apprezzabili, talvolta ammirevoli, talvolta non utili, comunque non indispensabili.
La Bibbia per alcuni di noi è fonte essenziale di ispirazione. Riteniamo comunque importante conoscerla, studiarla, e interpretarla nello Spirito. Apprezziamo anche le altre Scritture religiose, come testimonianza della luce, presente in ogni persona e tradizione.
Ci proponiamo di valorizzare i doni spirituali di ciascuno e riconosciamo a tutti noi un’autorità spirituale. L’esperienza e la pratica degli Amici sono il criterio principale in base a cui prendiamo le nostre decisioni.
Facciamo affidamento gli uni sugli altri, nell’ascolto, nell’accettazione, nel rispetto reciproco.
Diamo molta importanza allo studio e ci avvaliamo delle diverse competenze che sono intorno a noi.
 

Per gli Amici di Bologna contattare pf  Pier Cesare Bori : piercesarebori@yahoo.it  –  www.amicidelsilenzio.it

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Quaccheri in Italia

Il quaccherismo nella vita quotidiana

Vorrei dividere questo discorso in tre parti: i fondamenti, cioè la base delle nostre convinzioni di Quaccheri; il culto silenzioso; e le conseguenze pratiche di una tale fede nella vita quotidiana.

C’è in ognuno una scintilla divina, una luce che è Dio. Questa luce è la nostra autorità principale e il nostro criterio, e ci orienta nella vita. Si chiama anche luce di Cristo nel cuore.

I primi Quaccheri dicevano che Cristo era venuto a insegnare al suo popolo Lui stesso – senza l’intermediario delle chiese con le loro gerarchie, senza l’uso dei sacramenti esterni, senza sacerdoti, anche senza fare ricorso a un libro, per quanto esso sia sacro o speciale.

Questa luce può brillare in chiunque, sia cristiano che non cristiano; ma noi cristiani ne vediamo i raggi soprattutto nella vita, nell’insegnamento e nella morte di Gesù di Nazaret. Lui è l’esempio che noi cerchiamo di seguire – e qui poniamo l’accento non sulla dottrina della chiesa, non sui credi, ma sul modo di vivere.

Per noi le azioni sono più importanti delle parole. Le formule con cui si tenta di descrivere le realtà più profonde sono sempre limitate; le parole posssono dividere le persone, nonché condurle ad uccidersi a vicenda, mentre le azioni animate dal senso di rispetto per tutto il creato sono capaci di conciliare.

Vediamo nella storia del cristianesimo troppi esempi di odio e di rivalità fra gruppi che si sono opposti gli uni agli altri, e questo a causa delle parole di cui si sono serviti per fare della loro verità parziale un grido di guerra.

Amiamoci gli uni gli altri, ecco il nuovo comandamento di Gesù.

L’amore è il contrassegno di una vita vissuta secondo le direttive di questa luce interiore.

Ma, mi chiederete, come sappiamo che questa luce viene da Dio e non dalla propria volontà? Come possiamo constatare che la voce interiore che ci parla e ci guida è veramente una voce divina?

La convinzione della luce interiore in ognuno può portare a uno sfrenato soggettivismo – e di quando in quando mi pare di far parte di un gruppo tanto individualistico da temere che non saremo mai d’accordo – ma, malgrado tutto, ci sono momenti in cui sentiamo fra di noi una forza che ci unisce, una forza divina che opera nel silenzio.

Tale unità risulta dal fatto che vediamo, oppure tentiamo di vedere i raggi di questa luce divina non solo nel nostro cuore ma anche nel cuore altrui. Come dicevano i primi Quaccheri, l’eterno in me si rivolge all’eterno in te. L’unità risulta dal fatto che aspettiamo insieme nel silenzio della riunione di culto.

Che cosa aspettiamo? Aspettiamo che le esigenze della vita quotidiana si plachino, che i rumori della vita affaccendata tacciano; che possiamo sentire quella voce calma che ci parla di cose importanti, anzi essenziali. Naturalmente questa voce non si fa sempre sentire; possiamo partecipare al culto senza che niente sembri succederci, ma per lo meno seduti lì con gli altri Amici che condividono l’attesa con noi, possiamo dichiarare a Dio con una voce interiore: « sono qui, perdonami di non essere stato quanto avrei potuto essere; ti ringrazio di tutto ciò che hai fatto per me; aiutami, perché senza di te non trovo il mio cammino. »

A me, per esempio, piace sentire il silenzio stesso. Rendo più regolare il respiro, svuoto la mente per quanto sia possibile. E così creo uno spazio affinché lo Spirito lo riempia.

Benché ciò non accada spesso, ci sono momenti in cui mi sento liberato da tutti i rumori del mondo, circondato da una amichevolezza preziosa, e molto vicino al silenzio stesso di Dio (un silenzio che non è assenza, ma pienezza di possibilità).

Qui non c’è bisogno di preghiere prestabilite, né di cerimonie che distraggono la mente da quella luce che brilla in tutti i partecipanti al culto, da quella piccola voce calma che ci parla sempre – benché a volte non vediamo brillare questa luce in tutta la sua energia né tendiamo l’orecchio a quella voce.

Luce, voce – immagini del rapporto sacro fra Dio e noi, immagini che per i Quaccheri rappresentano lo Spirito Santo che adoriamo con amore e verità.

Tale silenzio è alla base delle nostre riuniuni di lavoro, in cui il gruppo decide le priorità per l’avvenire: esse si svolgono nella stessa maniera delle riuniuni del culto.

Per gli Amici la vita non si divide in due aspetti – non c’è contrasto fra sacro e profano, fra religioso e quotidiano – e tutti abbiamo una parte da svolgere, donne e uomini, tanto nelle riunioni di lavoro che in quelle del culto.

Siamo tutti uguali, possiamo tutti dare un contributo, ciascuno ha diritto di parlare – e di essere ascoltato con rispetto e con amore. Cerchiamo di esprimere per gli altri e per noi stessi la volontà di Dio. Se nelle riunioni di lavoro non si può giungere ad una decisione unanime, la questione si ripropone in seguito. Spesso ci vuole una attesa più lunga.

Non si ricorre a una votazione; non si tratta di maggioranza o di minoranza – la voce della persona più modesta può essere il mezzo col quale si fa sentire la voce di Dio. Tutto stà nell’ascolto, e per essere Quaccheri bisogna saper ascoltare.

Quest’accettarsi gli uni gli altri è la forza dell’azione Quacchera, quella della semplicità, della pace, della schiettezza, quella della uguaglianza di tutti (donna e uomo, persona di colore e bianco, bambino e adulto), del darsi del tu, derivano tutte da questa vita vissuta in armonia con Dio, con il prossimo e con l’ambiente.

Non siamo semplicemente un’organizzazione di lavoro assistenziale, né di pacieri: siamo un piccolo gruppo (circa duecentomila nel mondo), ma facciamo parte di un’avventura spirituale.

Le sue fonti sono religiose, le sue conseguenze sono sociali. Se tentiamo di trovare una pace interiore, possiamo lavorare per una pace sociale e internazionale; se cerchiamo segni divini in tutto il creato, possiamo lavorare per la salvaguardia della natura e contro l’inquinamento del pianeta; se trattiamo il vicino da uguale, da immagine di Dio, possiamo aiutare nelle loro lotte per i diritti umani quelli che sono più lontani.

Ci adoperiamo per costruire, per così dire, una città nuova spirituale, umana, libera, in mezzo alla città vecchia materialistica, consumista, disumana.

A volte ci sentiamo troppo stanchi, troppo pochi, e gli ideali sembrano impossibili; ma il nostro cammino di Quaccheri è di vivere come se questi ideali fossero attuabili. E non agiamo da soli.

di Harvey Gillman
[ da: I Piccoli Quaderni Quaccheri – Resp: Luciano Masolini ]


Pagina curata da Simon Grant, per sua gentile collaborazione e concessione.

Chi desidera entrare in contatto con gruppi quaccheri di Bologna o Brescia è invitato a scriverci una e-mail. I gruppi riprendono a ritrovarsi dal mese di settembre, nei prossimi giorni.

Per l’area metropolitana milanese Ecumenici provvederà a costituirsi come gruppo con riferimento al lavoro della newsletter.

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Ma Pio XII non ha gridato…

L’articolo che appare in questo numero di Claudio Giusti è segnalato contemporaneamente in lingua inglese anche su Facebook e sul nuovo nostro sito americano http://ecumenics.wordpress.com/ – Vi invitiamo a inoltrarci articoli per entrambi i siti: segnaliamo con piacere che da diverse settimane quello italiano www.ecumenici.it raggiunge un significativo numero di contatti giornalieri pur in assenza di qualsiasi attività di promozione.

 
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Bruno Segre, Shoah (gli ebrei, il genocidio, la memoria)

(Giorgio Chiaffarino/VE) L’autore, Bruno Segre, ripercorre le premesse, la svolta del 1933, le leggi, gli aguzzini, i conniventi, i resistenti, le omissioni e le amnesie, tutto per “una delle pagine più infamanti della storia dell’umanità”. Un testo accurato, dotato di mille riferimenti che chiariscono anche fatti poco noti o sconosciuti ai più, note utili anche per ordinare tante altre letture.
Tra le pagine che più mi hanno colpito il capitolo intitolato “Omissione di soccorso” ma soprattutto quello sul “Silenzio delle Chiese”. Nel primo caso nessuno può dire “non sapevamo”, non gli inglesi, non gli americani, nemmeno gli enti o le organizzazioni internazionali, ad esempio la Croce Rossa o le potenti comunità ebraiche americane. Almeno dalla fine del ‘42, certo dal 1943, rapporti circostanziati e sicuri erano arrivati agli Alleati. Nessuna ragione riesce a giustificare una assoluta inerzia. Eppure gli alleati non hanno risparmiato aerei e bombe, anche su obiettivi ingiustificati… Niente per i campi, per i forni, per le stazioni e le ferrovie delle linee per lo sterminio, tanto per fare un esempio.
Pagine dure, difficili, quelle sul silenzio delle chiese, in particolare di quella cattolica. Il dibattito è tuttora aperto, come spesso leggiamo sulla stampa. Nuoce anche qui, si può dire, l’ossessione del segreto che lascia presagire verità inconfessabili ed è così contraria a quella pagina della Scrittura che ci chiede di dire si, se è si e no, se è no (Matteo 5,37).
Gli interrogativi sono innumerevoli e tutti senza risposte, se non pigliamo per tali le difese, più o meno d’ufficio, talune addirittura goffe, che troviamo spesso negli spazi deputati. Se sapevano gli stati, figuriamoci la chiesa. Perché allora il blocco dell’enciclica di Pio XI? Perché il silenzio dopo “la notte dei cristalli”? Perché tanto antisemitismo cattolico di chierici e di laici, in tanti paesi europei, senza reazioni apprezzabili? Sappiamo che un atteggiamento risoluto, anche in qualche paese occupato, ha ostacolato se non interrotto le deportazioni e ha salvato tante vite. Più difficile pensare a una possibile risposta positiva dei nazisti nei confronti di una iniziativa del papato. Certo avrebbe incoraggiato ancora di più i tanti cattolici, i cristiani che si sono così spesi per salvare gli ebrei. Ma è il Vangelo che chiede di schierarsi per i perseguitati, così come Giovanni Paolo II che ha letteralmente gridato contro la mafia.
A pag.168 è citata una dura espressione di François Mauriac,: “… non abbiamo avuto il conforto di sentire il successore del Galileo, Simone Pietro, condannare con parola netta e chiara, e non con allusioni diplomatiche, la crocifissione di questi innumerevoli fratelli del Signore”. Infine sembra conclusiva e condivisibile la parola del grande teologo, Dietrich Bonhoeffer che, dopo la più nota frase sul canto “gregoriano” (pag. 106), ha aggiunto: “Pio XII nei riguardi degli ebrei è stato un buon cristiano, salvandone, accogliendone, nascondendoli. Ma a un papa si chiedeva molto di più. Si chiedeva che dopo secoli e secoli di grida contro gli ebrei, gridasse per gli ebrei. Ed egli non ha gridato” (la recensione è tratta da “Il Gallo”, marzo 2005).

Bruno Segre
Shoah (gli ebrei, il genocidio, la memoria)
Il Saggiatore, 2003

 segre

 

Intervento di Claudio Giusti

 

 

Aux martyrs de l’Holocauste.

Aux révoltés des Ghettos.

Aux partisans de forêts.

Aux insurges des camps.

Aux combattants de la résistance.

Aux soldats des forces allies.

Aux sauveteurs de frères en péril.

Aux vaillants de l’immigration clandestine.

A l’éternité.

 

Inscription at Yad Va-shem Memorial, Jerusalem

Michael Walzer, Just and Unjust Wars, Basic Books, 1977

 

 

La visione temporale dei forcaioli.

 

La teoria della deterrenza della pena di morte è semplice:

la gente ha paura di morire e non commette certi crimini, o ne commette molti meno, se questi sono passibili di pena capitale. La scomparsa di questa minaccia causa un aumento dei delitti, in particolare dell’omicidio, e un gran numero di vite innocenti sono sacrificate dalla criminale stupidità degli abolizionisti.

La dimostrazione di questa teoria si basa sull’oculata scelta dei dati da usare e nell’ignorare quelli che non collimano con i propri presupposti ideologici. Tutto quello che non coincide con il mantra “più esecuzioni uguale meno omicidi” non è preso in considerazione. Soprattutto ci si rifiuta di guardare alle esperienze dei paesi abolizionisti e a quelle degli stati americani.

Gli hangman-friends fingono di non sapere che, negli anni ’30, a un alto tasso di esecuzioni corrispondeva un altrettanto alto tasso di omicidi e non spiegano la rapida diminuzione di entrambi negli anni ‘40 e ‘50. Però attribuiscono l’aumento degli omicidi degli anni sessanta alla sospensione delle esecuzioni nel periodo 1967-1977, evitando di notare che la pena di morte è scomparsa solo nei pochi mesi successivi alla sentenza Furman. Salutano entusiasticamente il ritorno del boia (17 gennaio 1977) e il crescere delle esecuzioni, correlandolo al contemporaneo calo degli omicidi; senza però spiegare come mai, fra il 1986 e il 1991, crescono sia le esecuzioni che gli omicidi.

Qualcuno fa addirittura i conti e pretende di dimostrare che ogni esecuzione salva la vita di almeno 18 innocenti (ma c’è chi offre molto di più).

Dall’anno 2000, inspiegabilmente, il trionfalismo forcaiolo si arresta e sembra che in America, dalla fine del millennio, non accada più nulla di interessante. La ragione è semplice: i dati successivi sono l’esatto contrario di quello che ci si dovrebbe aspettare (nel caso ovviamente che uno sia così stupido da credere a questa teoria)

Questa sorta di millennium bug della deterrenza ha le sue buone ragioni per esistere.

Nel 1999 abbiamo visto il record delle esecuzioni (98) e delle condanne (circa 300) mentre il tasso di omicidio scendeva al 5,7 per centomila che, pur essendo quasi sei volte il nostro, era un tasso estremamente basso: quasi la metà di quello di vent’anni prima.

E vissero tutti felici e contenti ?

No, tutt’altro. 

Negli anni successivi abbiamo assistito, attoniti, non solo al vertiginoso calo del numero delle condanne a morte e al precipitare delle esecuzioni (sospese fra il 25 settembre 2007 e il 6 maggio 2008), ma anche alla stupefacente stabilità del tasso di omicidio che, alla faccia della deterrenza, è rimasto incredibilmente stabile.

Le condanne a morte sono passate dalle 300 l’anno a poco più di cento, mentre le esecuzioni, dopo il picco di 98, sono scese a 53 del 2006, 42 nel 2007 e 37 nel 2008 (complice la moratoria dovuta alla sentenza Baze) e me ne aspetto un massimo di 40-50 nel 2009, in gran parte in Texas.

Allo stesso tempo il tasso di omicidio restava incrollabilmente bloccato fra il 5,5 e il 5,7.

Quindi, o gli americani non sanno che ora è ancor più difficile e raro essere condannati a morte e uccisi, oppure i forcaioli ci hanno raccontato delle balle. 

Propendo per la seconda ipotesi.

Gli Americani forcaioli soffrono di insularità e si rifiutano di prendere in considerazione le esperienze del resto del mondo. Evidentemente sanno che Italia e Canada sono la dimostrazione vivente che la pena capitale non è un deterrente.

Il 14 luglio del 1976 il Canada sopprimeva la pena di morte. Da allora il suo tasso d’omicidio si è continuamente ridotto fino a diventare un terzo di quello precedente l’abolizione: cosa del resto già avvenuta in Italia nei vent’anni che seguirono la fine della pena capitale. L’esempio canadese è particolarmente interessante perché, proprio in quello stesso luglio, con la sentenza Gregg, la Corte Suprema degli Stati Uniti dava il via libera alla “new and improved” pena di morte. Al contrario di quanto avvenuto in Canada il tasso d’omicidio americano è prima cresciuto, poi diminuito, poi di nuovo cresciuto e solo successivamente abbiamo assistito ad una consistente diminuzione del numero degli omicidi. Diminuzione avvenuta anche in Italia dove, nel 2002, abbiamo avuto 638 omicidi contro i 2.000 del 1991. In quello stesso anno gli americani ne avevano contati 25.000 e hanno attribuito alla pena di morte la diminuzione ai 16.638 nel 2002. 

Gli hangmanfriends non tengono in considerazione nemmeno le esperienze nazionali. Peccato, perché lo studioso Thorsten Sellin mezzo secolo fa, confrontando le varie giurisdizioni degli Stati Uniti, scoprì che “in generale gli Stati con il boia avevano tassi di omicidio significativamente più alti di quegli Stati che non uccidevano gli assassini.”

A questo riguardo il forcaiolo Lott ha avuto l’impudenza di scrivere che:
“This simple comparison really doesn’t prove anything. The 12 states without the death penalty have long enjoyed relatively low murder rates due to factors unrelated to capital punishment.”

Forse pensa che siamo tutti stupidi

 

Bibliografia

Homicides in U.S.

http://www.ojp.usdoj.gov/bjs/homicide/tables/totalstab.htm

murders rate

http://www.deathpenaltyinfo.org/murder-rates-1996-2007

sentences

http://www.deathpenaltyinfo.org/death-sentences-year-1977-2007

executions

http://people.smu.edu/rhalperi/

 

La citazione di T. Sellin è in Mark Costanzo, Just Revenge. Costs and Consequences of the Death Penalty, New York, Saint Martin’s Press, 1998, pagina 97

 

John Lott: Death as Deterrent.

Fox News Wednesday, June 20, 2007

http://www.foxnews.com/story/0,2933,284336,00.html

 

Crimini in Italia

http://www.cittadinitalia.it/mininterno/export/sites/default/it/assets/files/14/0900_rapporto_criminalita.pdf

http://www.interno.it/mininterno/export/sites/default/it/assets/files/14/0902_ABSTRACT_rapporto_sicurezza_2006.pdf

 

 

 

 

Eexecutions and Homicides in USA
 

                        Executions      death                          homicide                                homicides
                                               sentences        rate

 

1973                                       42                               9.4                              19.640

1974                                       149                             9.8                              20.710

1975                                       298                             9.6                              20.510

1976                                       233                             8.8                              18.780

1977                1                     137                             8.8                              19.120            

1978                                       185                             9.0                              19.560

1979                2                     151                             9.7                              21.460

1980                                       173                            10.2                              23.040

1981                1                     223                             9.8                              22.520

1982                2                     267                             9.1                              21.010

1983                5                     252                             8.3                              19.308

1984                21                    284                             7.9                              18.692

1985                18                    262                             7.9                              18.976

1986                18                    300                             8.6                              20.613

1987                25                    287                             8.3                              20.096

1988                11                    291                             8.4                              20.675

1989                16                    258                             8.7                              21.500             Italian

1990                23                    251                             9.4                              23.438            homicides
1991                14                    268                             9.8                              24.703             1901
1992                31                    287                             9.3                              23.760             1441

1993                38                    287                             9.5                              24.526             1065

1994                31                    315                             9.0                              23.326             938

1995                56                    315                             8.2                              21.606             1004

1996                45                    317                             7.4                              16.645             945

1997                74                    275                             6.8                              18.208             864

1998                68                    298                             6.3                              16.974             879

                        (500)               (6406)                                                            (539.396)

1999                98                    277                             5.7                              15.522             810

2000                85                    232                             5.5                              15.586             749

2001                66                    162                             5.6                              16.038             707

2002                71                    167                             5.6                              16.229             642

2003                65                    153                             5.7                              16.582             719

2004                59                    138                             5.5                              16.137             711

2005                60                    128                             5.6                              16.692             601
                      (1004)             (7633)                                                            (652.182)

2006                53                    115                             5.7                                                        621

2007                42                    110                                                                                          593

2008                37

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