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Inizia la nostra veglia di preghiera ecumenica

A Beit Lahya è stata bombardata una moschea: sono morti una decina di palestinesi che stavano pregando, 60 i feriti.

(Fonte: Corriere)

Il rispetto dei preganti è valido in qualsiasi tipo di civiltà, ad Oriente e a Occidente: per questo motivo riteniamo di dover dare spazio nei prossimi numeri esclusivamente a preghiere, in favore della Pace e del cessate il fuoco immediato in Medio oriente. Chiediamo che ci siano spedite preghiere e non comunicati stampa o appelli di intellettuali. Non sappiamo che farcene. Grazie.

La preghiera nell’Islâm

Per l’Islam la preghiera e anzitutto un atto di adorazione e di sottomissione. Solo in modo secondario è ricorso a Dio. Infatti Dio conosce perfettamente tutto ciò che riguarda ogni singolo individuo, ed essendo il Misericorde e il Misericordioso (a1Rahman a1Rahim) sa che cosa veramente necessita al singolo essere, e vi provvede anche se questi non lo chiede.

Ma poiché l’animo umano è debole, e l’inconscio è costantemente preda della paura, è logico che noi si ricorra alla preghiera anche per domandare a Dio il Suo aiuto e la Sua grazia.

La preghiera è una prescrizione obbligatoria, e come tale accompagna il fedele per tutta la sua vita terrena. È quindi l’espressione più manifesta e più elevata della vita religiosa.

La preghiera ha forza moralizzatrice, è la risposta alla ricerca di intimità con Dio, è l’asse portante della vita spirituale. Ecco quindi perché nell’Islam si prega molto, in momenti fissi, e con formule invariabili ed obbligatorie. Se la preghiera è effettivamente seguita, determinando un contatto costante fra l’anima e Dio, tiene lontani dalla pratica del male, dalla corruzione, dalla devianza. sia morale che psichica. Dice il Corano (29’45): Sì, la preghiera impedisce la turpitudine e il biasimevole.

Nel rituale, nelle parole, nei gesti essa riassume tutti i valori della teologia musulmana, giacché ciò che la compone è nel Corano e negli insegnamenti del Profeta: è riconoscere l’unicità di Dio, sottomettersi con fiducia al Suo volere, amarlo sinceramente riconoscersi nella Sua creazione e soprattutto rivolgendosi direttamente a Lui – senza intermediari di sorta – poiché questa è l’essenza autentica dell’Islam.

Il Corano invita alla preghiera sin dai primi versetti della seconda Sura (1-6): Alif, Lam, Mim. Questo Libro, nessun dubbio, e una guida peri timorati che credono nell’Inconoscibile, compiono la preghiera ed elargiscono di quanto Noi abbiamo attribuito loro, e credono in ciò che e stato rivelato a te e in ciò che è stato rivelato prima di te, e credono senz’altro nella vita ultima.

Il Corano dice ancora: ChiamateLo Dio, chiamateLo il Misericordioso, qualsiasi sia il nome con cui Lo chiamate, Suoi sono i Nomi più belli. E nella preghiera, non recitare a voce alta, e neanche a voce bassa, ma cerca una via intermedia fra l’uno e l’altro.

Questo versetto fu inteso dai teologi come l’invito a recitare una parte della preghiera comunitaria a viva voce ed una parte in silenzio. Nella via mistica, secondo la spiegazione che ci offre l’emiro ‘Abd al Kader (1 807-1883), “La realtà totale si divide tra la non-manifestazione precipua dell’essenza divina, e la manifestazione specifica dei Nomi divini. Tocca dunque al fedele d’essere sempre fra queste due contemplazioni: quella in cui è nascosta l’Essenza e quella in cui sono apparenti i Nomi. Così Dio ha dato al fedele due modi di vedere: uno esterno, l’altro interiore. Con l’interiore egli guarda il non-manifestato; con l’esterno vede il manifestato. Si ha allora una sorta di istmo fra i due mondi, ed egli non deve sprofondare interamente nell’uno a esclusione dell’altro. Se lo fa è perduto”.

Quindi la preghiera non è, non può essere una vuota ripetizione di formule, non dobbiamo essere, come dice Farid alDin ‘Attar (1140-1230), dei gusci vuoti con una noce dentro, che fan rumore ogni volta che li si scuote. Questa è la preghiera degli ipocriti, cui il Corano (2’44-46) si rivolge dicendo: Ordinereste agli altri la carità senza farla voi stessi, ora che recitate il Libro? Cercate aiuto nella pazienza e nella preghiera. Sì. la preghiera e un gravame. ma non per gli umili che sanno in verità incontrare Dio e di ritornare, in verità, a Lui.

Per l’Islam la preghiera va fatta in un luogo pulito, su un tappetino o un panno per distaccarsi idealmente dal mondo fenomenico, senza scarpe gli uomini con la testa coperta (di preferenza) oppure no; e le donne con il velo in testa, tutti volti in direzione della Mecca. Questa direzione nelle moschee è indicata da un grande nicchione decorato, il mihrab.

Nell’Islam vi sono due generi di preghiera: quella canonica (shurut al Salat), obbligatoria, rituale da compiere – sia da soli che in collettività – seguendo regole specifiche; e quella personale, o invocazione (du’a), che si può esprimere in ogni momento, e non è sottomessa a rituale.

La preghiera canonica costituisce un rituale. Va preceduta – quando ciò si e reso necessario – da una abluzione purificatrice (wudú), senza la quale la preghiera non è valida. Si distingue in abluzione minore (wudú ‘ásghar) quando è necessaria per contaminazioni di vario tipo, e in abluzione maggiore (ghusl; wudú akbar), dopo il rapporto sessuale, il parto, e altro.

L’abluzione maggiore è un lavaggio completo del corpo. L’abluzione minore consiste nel lavarsi le mani, la bocca, il naso, il viso, gli avambracci, il sommo del capo, le orecchie, i piedi. Nel caso di mancanza d’acqua, può essere fatta (tayammum) toccando con le mani o sabbia pulita, o terra pulita, una superficie pulita, e compiendo poi a secco i gesti normali dell’abluzione.

Cinque sono i momenti fissati per la preghiera canonica: tra l’alba e l’aurora (subh; due rak’a’); tra il mezzogiorno e la metà del pomeriggio (dhuhr; quattro rak’a); tra la metà del pomeriggio e I’inizio del tramonto (‘asr; quattro rak’a); fra il tramonto e la fine del crepuscolo (maghrib; tre rak a); la notte (‘ishà; quattro rak’a). Così il fedele è attivo, impegnato, e riconosce Dio – unico eterno e fisso – nel variare del tempo e del creato.

Queste cinque preghiere canoniche possono essere facoltativamente precedute o seguite da preghiere analoghe, dette “super-erogatorie” e chiamate “doni” (nawáfld, e possono concludersi con varie altre formule tra cui la più seguita è la “Supplica per la pace”:

“Signore, Tu sei la pace, da Te emana la pace, a Te ritorna la pace. Conservaci nella pace e facci entrare nella dimora della pace. Sii benedetto ed esaltato, Signore, Tu, in cui sono la Nobiltà e la Maestà”.

La seconda preghiera del venerdì – quando il sole lascia lo zenith – è preghiera comunitaria; per solito fedeli si riuniscono nella moschea e la compiono in comune, sotto la guida appunto di un conduttore che la coordina perché tutti la recitino all unisono. Essa ha dunque valore di rito solenne, ed è preceduta da un sermone (khutba). Vi sono poi altre due speciali preghiere in comune, che cadono una volta all’anno in occasione di due feste canoniche (‘id): la fine del Ramadhan e il rito del Sacrificio di Abramo. Inoltre durante il mese di Ramadhan la preghiera della sera e seguita da preghiere particolari dette “di acquetamento” (tarawih).

Qualcuno chiese al grande mistico sufi Jalal al din Rúmi (1207-1273): “Esiste una via più corta della preghiera per avvicinarsi a Dio?”. “Si – rispose – e ancora la preghiera. Ma la preghiera non è solo una forma esterna. Questa è il corpo della preghiera, dal momento che la preghiera formale comporta un inizio e una fine. e ogni cosa che inizia e che finisce e un corpo… Ma l’anima della preghiera è incondizionata e infinita; non ha né principio né fine” (in Fihi ma Fihi, cap 3).

Ancora Rùmì scrisse nel Mathnavi: “Una notte un uomo gridava “Dio!”, e voleva continuare fino a che le sue labbra fossero diventate dolci nella lode Dio. Il diavolo gli disse: “O uomo di molte parole, a tutti questi tuoi “Dio” dove è la risposta:

“Eccomi!”? Egli replicò: Dio dice che tutti questi “Dio” sono il suo “Eccomi”; e questa supplica, questo dolore, questo fervore sono il Suo messaggio verso di me. Dio mi dice che la mia paura e il mio timore sono il laccio che coglie la Sua grazia; e ogni mio “O Signore” sono altrettanti Suoi “Sono qui”.” Ràbi’a bint Ismàil al’Adawiya (Cairo, VIII secolo) formulò questa preghiera:

“Dio mio! Tutte le cose terrene che hai riservato per me, dalle ai Tuoi nemici; e tutte le cose del mondo a venire che hai riservato per me, dalle ai Tuoi amici; perché a me basti Tu.

“Dio mio, se Ti adoro per timore dell’inferno bruciami nell’inferno; se Ti adoro nella speranza de Paradiso, escludimi dal paradiso; ma se Ti adoro unicamente per Te stesso, non privarmi della Tua bellezza eterna.

“O mio Dio! Di tutte le cose create il mio solo impegno ed ogni mio desiderio in questo mondo è ricordarTi; e di tutte le cose a venire è incontrarTi. Così e per ciò che mi riguarda, ma Tu fa come Tu vuoi.”

Dice I’emiro Abd al Kader (1807-1883): “La preghiera dell’aurora va recitata tutta a voce alta. Quando la notte giunge, assorbe gli esseri nel suo silenzio, nella sua non-manifestazione e nel suo mistero; e gli esseri hanno bisogno allora di qualcosa che li faccia uscire da questo mistero, li riconduca dal mondo della non-manifestazione al mondo della manifestazione, e li strappi al silenzio. Ecco perché questa preghiera è tutta a voce alta.”

Questa citazione ci introduce nel secondo assunto di questa sera: il silenzio (in arabo: sukút).

Dice il Corano (7, 204-205): E quando il Corano viene letto, prestatevi ascolto e rimanete in silenzio. Così vi verrà fatta misericordia. E – mattina e sera – rammenta il Signore nella tua anima, con umiltà e timore, e non parlando a voce alta.

Il valore del silenzio è universalmente conosciuto. Lo stesso Mahatma Gandhi, hindù che predicò il rispetto fra tutte le religioni e in particolare nei riguardi dell’Islam, scrisse: “L’uomo è per sua natura portato a esagerare i fatti, a snaturarli o eluderli, persino a propria insaputa. Il silenzio è necessario per superare queste debolezze. Le frasi di un uomo di poche parole raramente sono prive di significato. Ogni parola, in questo caso, ha i suo peso.”

La poesia di un sufi contemporaneo che vi traduco dall’arabo (e non dimentichiamo che la poesia, come la musica, la pittura, la ceramica e l’architettura sono per i sufi modi completi e sublimi di pregare) dice:

Che fare per rompere la catena dei limiti, spezzare
i confini di quell’ignorare che rende impotenti,
e la dimensione umana che subito cancella l’intùito
e ti schiaccia, raso terra, come aquila dalle ali tarpate?
Che fare per essere perduto nei fuochi sfavillanti dell’amore
quando il tempo si ferma, ed i termini
di là dal passato e dal futuro
sono barriere vane superate dalla passione d’amore?
Quando le labbra amate sono il confine dei secoli, quando i corpi stanchi sono cieli gremiti di stelle
e nel silenzio del tempo l’amore
ci unisce all’Infinito nell’estasi,
l’estasi dell’Infinito si dischiude sull’unico amante: Dio.

‘Abd al Karim alJili (1365-1428), nel suo al Insan a1 Kámil (L’uomo perfetto), scrisse: “Sappi che l’Essenza di Dio Supremo è il mistero dell’Unità espresso da ogni simbolo, senza che Lo possa esprimere sotto molti altri rapporti. Non si può dunque concepire questa Essenza con una idea razionale, come non la si capisce con una allusione convenzionale; giacché si capisce una cosa, soltanto in virtù d’una relazione che le assegna una posizione oppure con una negazione, e dunque con il suo contrario. Orbene: non v’è in tutto ciò che esiste relazione alcuna che situi l’Essenza ne assegnazione alcuna che Le si applichi, e quindi nulla che possa negarla e nulla che Le sia contrario. Essa è per qualsiasi linguaggio come se non esistesse, e sotto questo rapporto sfugge all’intendimento umano. Colui che parla diventa muto davanti all’Essenza divina, e colui che si muove diventa immobile; colui che vede è abbagliato. Essa è troppo sublime perché possa essere concepita dalle intelligenze […] È troppo eletta perché possa venir colta dai pensieri. Il suo fondo primordiale non è toccato da nessuna sentenza del sapere, né alcun silenzio La può tacere; nessun limite, per quanto sottile e incommensurabile sia, mai sarà in grado di abbracciare il Senza Limite. Soltanto il silenzio, solo il silenzio, solamente il silenzio”.

D’altronde, nei momenti più autentici della nostra realtà umana, durante un funerale, ecco la direttiva: “Ogni musulmano presente al decesso deve mantenere calma, serenità, pazienza, dignità. Evitare di piangere, gridare, discutere; solo il pianto silenzioso è ammesso”.

Ad un livello ulteriore. valgono queste parole di Jalal aldin Rúmi (1207-1273): “Le vie sono diverse la meta è unica. Non sai che molte vie conducono a una sola meta? La meta non appartiene né alla miscredenza né alla fede; lì non sussiste contraddizione alcuna. Quando la gente vi giunge, le dispute e le controversie che sorsero durante il cammino si appianano; e chi si diceva l’un l’altro durante la strada “tu sei un empio” dimentica allora il litigio e tace, poiché la meta è unica. Cosi in quel silenzio. vi è tutta l’espressione della nostra fratellanza universale”.

E ancora Rúmi ci disse:

O silenzio, tu sei ciò che vi è di più prezioso al centro di me stesso,
tu se il velo di ogni soavità in me.
O uomo: ostenta meno la tua scienza, fai silenzio, poiché nel silenzio non v e timore né speranza.
Per il villaggio distrutto, abbandonato e deserto non v’è né decima né tassa sulle terre. Fermati allora. e medita sul valore di un villaggio distrutto.

Con questa citazione entriamo nel terzo tema della serata. la meditazione (in arabo: táammul, poiché con questa poesia è ad essa che alHallaj allude.

Per il sufi la meditazione si evidenze nel dhikr del cuore. Il termine Dhikr significa rammemorazione”. Vi è il dhikr collettivo e il dhikr del cuore, solitario e silenzioso.

Il maestro sufi ‘Abd alrazzaq alQáshani (1329), menziona vari gradi di dhikr, commentando i versetto 2° 198 (.. invocate Dio, che vi ha guidati…) Scrisse:

Vi ha guidati alla Sua rammemorazione secondo gradi. In realtà Dio guida anzitutto verso il dhikr della lingua, che è la rammemorazione dell’anima;
poi verso il dhikr del cuore, che è la rammemorazione degli Atti da cui provengono i benefici e i segni divini;
poi c’è il dhikr del segreto (sirr), che è la visione segreta degli Atti, e il disvelamento della scienza dell’epifania degli Attributi;
poi il dhikr dello spirito, che è la contemplazione delle luci dell’Essenza;
poi il dhikr del “nascosto” (khafiy), che è la contemplazione dello splendore dell’Essenza, con il perdurare della dualita;
poi il dhikr dell’Essenza, che è la presenza testimoniale essenziale (shuhud dhati), poiché tutto il resto è sparito.

La meditazione di per se stessa è stata così descritta dai maestri d’origine:

Kalabadi (?-995): “È quando i cuori sentono e vedono. Implica l’incontro subitaneo del cuore con la spiritualità.”

Nuri (?-907): “È una fiamma che nasce nell’intimo dell’essere, favorita dal desiderio; e quando questo avvenimento spirituale ha luogo, si superano gioia e tristezza”.

E Junayd (?-910): “La meditazione fa sì che colui che la pratica trascenda il contingente e vi trova il riposo, e quando avverte la presenza dell’Essere. non v’è più meditazione”.

Ecco quindi: nell’Islam la preghiera è rito, la preghiera riassume tutti i valori della teologia musulmana. Essa ha però anche valori emblematici, simboli del trascendente che il sufi sperimenta di là dalla materia; la preghiera diventa allora espressione del superamento mistico del fenomenico e del terreno. Come disse alHallaj descrivendo il cammino: è preghiera, silenzio, meditazione.

Un altro tra i grandi Maestri sufi, Husein Mansur alHallaj (857-922), scrisse questa poesia (Qasida 4):

È il raccoglimento, poi il silenzio, poi l’afasia la conoscenza, poi la scoperta, poi la spoliazione.
Ed è l’argilla, poi il fuoco, poi lo schiarirsi ed il freddo, poi l’ombra, poi il sole.
Ed è la petraia, poi la pianura, poi il deserto ed il fiume, poi la piena, e poi il disseccamento.
Ed è l’ubriachezza, poi il disincanto, poi il desiderio e l’avvicinamento, poi l’unione, poi la gioia.
Ed è la stretta, poi la distensione, poi la scomparsa e la separazione, poi l’unione, poi la calcinazione.
Ed è l’inquietudine, poi il richiamo, poi l’attrazione e la conformazione, poi l’apparizione, poi l’investitura.

Frasi accessibili solo a quelli per i quali tutto questo basso mondo vale meno di un soldo.

E voci da dietro la porta, ma si sa che le conversazioni degli uomini si attutiscono in un mormorio non appena ci si avvicina.

E l’ultima idea che viene al fedele, arrivando alla barriera. e “il mio premio” e “il mio io!”

Poiché le creature sono schiave delle loro inclinazioni, mentre la verità su Dio, quando se ne prende atto, è che “Egli è Santo!””

Un fuoco, che illumina la notte, nello scoppiettare dei suoi ceppi sparge attorno una miriade di faville, subito svanite. Dio è quel fuoco, noi siamo quelle faville; e la preghiera, il silenzio e la meditazione ci riportano in Lui.

In definitiva, vale questo pensiero di Qadir alJilani: “Perché tante parole? Solo quando faremo silenzio potremo sentire Dio.”

Conferenza del Prof. Gabriele Mandel primavera 2000

http://www.puntosufi.it

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