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Buone notizie dal New York Times

Buone notizie dalla Chiesa Episcopale!

dal New York Times

15 luglio 2009

La Chiesa Episcopale Americana chiede la fine della scomunica per i Vescovi Omossessuali  (articolo di Laurie Goodstein)  Anaheim, California.  – I Vescovi della Chiesa Episcopale Americana hanno votato al convegno della loro chiesa lunedì scorso per estendere anche a omosessuali e lesbiche la possibilità di diventare “sacerdoti ordinati”, una mossa che potrebbe effettivamente indebolire una moratoria sull’ordinamento dei vescovi omosessuali che la chiesa aveva votato nel precedente convegno tre anni fa. 

 

La risoluzione votata lunedì scorso è stata scritta in modo che possa permettere alle diocesi che lo vogliano di prendere in considerazione anche candidati omosessuali per il ruolo di cardinali, ma non ha ordinato a tutte le diocesi di fare così.

Una misura simile è stata votata domenica scorsa dall’altro corpo legislativo della Chiesa Episcopale, la Casa dei Deputati, che è composta da legislatori e clero. Martedì prossimo, la versione dei vescovi sarà probabilmente rinviata alla Casa dei Deputati per un riesame.

La risoluzione, se approvata, probabilmente si andrebbe ad aggiungere alla lunga serie di diatribe all’interno della Comunità Anglicana d’America, la terza più grande famiglia di Chiese Cristiane, di cui la Chiesa Episcopale è uno dei rami.
La battaglia sul tema dell’omosessualità nella Chiesa Episcopale è stata seguita da vicino da altre Chiese protestanti americane che sono esse stesse divise al loro interno sul tema. La maggior parte di loro stanno guardando alla Chiesa Episcopale come a una campana il cui rintocco possa predire se la loro denominazione possa sopravvivere intatta alla tempesta sull’omosessualità.

Alcune provincie più conservative della Comunità Anglicana, specialmente quelle africane, hanno rotto i loro legami con la Chiesa Episcopale in anni recenti soprattutto quando la chiesa ha consacrato il vescovo Gene Robinson, il primo vescovo apertamente omosessuale della comunità, che fu eletto nella diocesi del New Hampshire sei anni fa.

(traduz. Prof. Antonio Pinto – la versione integrale come altri articoli e preghiere sono a disposizione sul sito www.ecumenici.eu )

 

Circolo di preghiera:

Preghiamo per la sorella e madre Tina colpita da un’ischemia invalidante

affinchè possa ritrovare presto la luce fuori dal tunnel

Dammi il supremo coraggio dell’Amore,
questa è la mia preghiera,
coraggio di parlare,
di agire, di soffrire,
di lasciare tutte le cose,
o di essere lasciato solo.
Temperami con incarichi rischiosi,
onorami con il dolore,
e aiutami ad alzarmi ogni volta che cadrò.
Dammi la suprema certezza nell’amore,
e dell’amore,
questa è la mia preghiera,
la certezza che appartiene alla vita nella morte,
alla vittoria nella sconfitta,
alla potenza nascosta nella più fragile bellezza,
a quella dignità nel dolore,
che accetta l’offesa,
ma disdegna di ripagarla con l’offesa.
Dammi la forza di amare
sempre
e ad ogni costo.

Tagore

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Babilonia

“Stiamo parlando di persone che non hanno ancora sottoscritto la dichiarazione sulla libertà di religione e il decreto sugli ebrei” Così si esprime Il teologo cattolico Hans Kueng sugli ultratradizionalisti lefebvriani riammessi in Vaticano, avendo come punto di riferimento specifico i documenti conciliari della chiesa di Roma.

Non si tratta a ben vedere e ad avviso di questo illustre intellettuale critico di un sostanziale riposizionamento conservatore o restauratore di una chiesa (sempre più dai caratteri locali o meglio particolari) ma di una messa in discussione dei contenuti che hanno basato ossia fondato e alimentato il dialogo negli ultimi decenni con le altre religioni e le altre confessioni religiose.

L’immagine della chiesa moderna nel mondo. E non soltanto quindi il rapporto che intercorre con gli ebrei…

Francamente, da più parti, ci si chiede – a solo titolo di esempio – che valore autentico possano avere le scuse espresse da Bernad Fellay della Confraternita di mons. Richard Williamson, noto  negazionista, per le interviste di questo spregiudicato e diabolico religioso rilasciate recentemente ai media.

Per Roma da domani non sarà nemmeno più sufficiente l’elezione – già avvenuta – di un patriarca moscovita ultraconservatore e reazionario al fine di promuovere un cammino solitario di progressiva integrazione con Mosca (già esclusa in una recente intervista dallo stesso Kirill, anche se non si escludono – a priori – reciproci scambi di visite pastorali o intese su singole tematiche etiche).  Che il Papa parlerà solo di omosessualità da condannare e di aborto è possibile ma non dimentichiamoci che Roma per sua propria natura tende ad acquisire e gestire denaro e a condizionare le lobbies politiche internazionali, non solo nel sud Europa. E difficilmente potrà sperare di farlo ad est.

Si insinua il dubbio – sempre più insistente per molti osservatori – che il Vaticano abbia imboccato una via senza alcuna uscita e che serviranno a poco le attuali sostituzioni in Olanda nei confronti dei preti e vescovi liberals così come in altri paesi dei cinque continenti. La bancarotta della chiesa di Roma negli States è un dato di fatto che condiziona fortemente il suo agire. Non c’è alcun otto per mille – grazie a Dio! – negli USA.

Il problema tutto interno al cattolicesimo è la tenuta complessiva di questo sistema gerarchico e il potere complessivo che lo caratterizza ancora oggi. L’organizzazione insomma. Quello che per molti e per circa due millenni hanno individuato proprio come il suo principale punto di forza.

La postmodernità potrebbe riservare insomma amare, amarissime sorprese al rappresentante ecclesiastico di origine bavarese. E non serviranno i patti col diavolo questa volta. Come in una scacchiera il re non riesce a muoversi liberamente. E se lo fa rischia di farsi mangiare i pedoni. Da altri cristiani e perfino da ebrei e dagli islamici e non solo dal mondo secolarizzato.

Si iniziano a sentire le prime crepe fra le mure vaticane…  Lutero aveva quindi ragione?

Io mi auguro solo che Oscar Cullman sia già un autore da considerarsi superato nel Protestantesimo moderno. Almeno per quanto concerne la sua visione ecumenica. Diciamo per cause di forza maggiore. Quello che non aveva proprio previsto si sta delineando all’orizzonte.

Teniamo gli occhi ben aperti. E auguriamoci di avere presto profeti, che ci indichino il nuovo cammino.

 

Maurizio Benazzi

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Ma Pio XII non ha gridato…

L’articolo che appare in questo numero di Claudio Giusti è segnalato contemporaneamente in lingua inglese anche su Facebook e sul nuovo nostro sito americano http://ecumenics.wordpress.com/ – Vi invitiamo a inoltrarci articoli per entrambi i siti: segnaliamo con piacere che da diverse settimane quello italiano www.ecumenici.it raggiunge un significativo numero di contatti giornalieri pur in assenza di qualsiasi attività di promozione.

 
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Bruno Segre, Shoah (gli ebrei, il genocidio, la memoria)

(Giorgio Chiaffarino/VE) L’autore, Bruno Segre, ripercorre le premesse, la svolta del 1933, le leggi, gli aguzzini, i conniventi, i resistenti, le omissioni e le amnesie, tutto per “una delle pagine più infamanti della storia dell’umanità”. Un testo accurato, dotato di mille riferimenti che chiariscono anche fatti poco noti o sconosciuti ai più, note utili anche per ordinare tante altre letture.
Tra le pagine che più mi hanno colpito il capitolo intitolato “Omissione di soccorso” ma soprattutto quello sul “Silenzio delle Chiese”. Nel primo caso nessuno può dire “non sapevamo”, non gli inglesi, non gli americani, nemmeno gli enti o le organizzazioni internazionali, ad esempio la Croce Rossa o le potenti comunità ebraiche americane. Almeno dalla fine del ‘42, certo dal 1943, rapporti circostanziati e sicuri erano arrivati agli Alleati. Nessuna ragione riesce a giustificare una assoluta inerzia. Eppure gli alleati non hanno risparmiato aerei e bombe, anche su obiettivi ingiustificati… Niente per i campi, per i forni, per le stazioni e le ferrovie delle linee per lo sterminio, tanto per fare un esempio.
Pagine dure, difficili, quelle sul silenzio delle chiese, in particolare di quella cattolica. Il dibattito è tuttora aperto, come spesso leggiamo sulla stampa. Nuoce anche qui, si può dire, l’ossessione del segreto che lascia presagire verità inconfessabili ed è così contraria a quella pagina della Scrittura che ci chiede di dire si, se è si e no, se è no (Matteo 5,37).
Gli interrogativi sono innumerevoli e tutti senza risposte, se non pigliamo per tali le difese, più o meno d’ufficio, talune addirittura goffe, che troviamo spesso negli spazi deputati. Se sapevano gli stati, figuriamoci la chiesa. Perché allora il blocco dell’enciclica di Pio XI? Perché il silenzio dopo “la notte dei cristalli”? Perché tanto antisemitismo cattolico di chierici e di laici, in tanti paesi europei, senza reazioni apprezzabili? Sappiamo che un atteggiamento risoluto, anche in qualche paese occupato, ha ostacolato se non interrotto le deportazioni e ha salvato tante vite. Più difficile pensare a una possibile risposta positiva dei nazisti nei confronti di una iniziativa del papato. Certo avrebbe incoraggiato ancora di più i tanti cattolici, i cristiani che si sono così spesi per salvare gli ebrei. Ma è il Vangelo che chiede di schierarsi per i perseguitati, così come Giovanni Paolo II che ha letteralmente gridato contro la mafia.
A pag.168 è citata una dura espressione di François Mauriac,: “… non abbiamo avuto il conforto di sentire il successore del Galileo, Simone Pietro, condannare con parola netta e chiara, e non con allusioni diplomatiche, la crocifissione di questi innumerevoli fratelli del Signore”. Infine sembra conclusiva e condivisibile la parola del grande teologo, Dietrich Bonhoeffer che, dopo la più nota frase sul canto “gregoriano” (pag. 106), ha aggiunto: “Pio XII nei riguardi degli ebrei è stato un buon cristiano, salvandone, accogliendone, nascondendoli. Ma a un papa si chiedeva molto di più. Si chiedeva che dopo secoli e secoli di grida contro gli ebrei, gridasse per gli ebrei. Ed egli non ha gridato” (la recensione è tratta da “Il Gallo”, marzo 2005).

Bruno Segre
Shoah (gli ebrei, il genocidio, la memoria)
Il Saggiatore, 2003

 segre

 

Intervento di Claudio Giusti

 

 

Aux martyrs de l’Holocauste.

Aux révoltés des Ghettos.

Aux partisans de forêts.

Aux insurges des camps.

Aux combattants de la résistance.

Aux soldats des forces allies.

Aux sauveteurs de frères en péril.

Aux vaillants de l’immigration clandestine.

A l’éternité.

 

Inscription at Yad Va-shem Memorial, Jerusalem

Michael Walzer, Just and Unjust Wars, Basic Books, 1977

 

 

La visione temporale dei forcaioli.

 

La teoria della deterrenza della pena di morte è semplice:

la gente ha paura di morire e non commette certi crimini, o ne commette molti meno, se questi sono passibili di pena capitale. La scomparsa di questa minaccia causa un aumento dei delitti, in particolare dell’omicidio, e un gran numero di vite innocenti sono sacrificate dalla criminale stupidità degli abolizionisti.

La dimostrazione di questa teoria si basa sull’oculata scelta dei dati da usare e nell’ignorare quelli che non collimano con i propri presupposti ideologici. Tutto quello che non coincide con il mantra “più esecuzioni uguale meno omicidi” non è preso in considerazione. Soprattutto ci si rifiuta di guardare alle esperienze dei paesi abolizionisti e a quelle degli stati americani.

Gli hangman-friends fingono di non sapere che, negli anni ’30, a un alto tasso di esecuzioni corrispondeva un altrettanto alto tasso di omicidi e non spiegano la rapida diminuzione di entrambi negli anni ‘40 e ‘50. Però attribuiscono l’aumento degli omicidi degli anni sessanta alla sospensione delle esecuzioni nel periodo 1967-1977, evitando di notare che la pena di morte è scomparsa solo nei pochi mesi successivi alla sentenza Furman. Salutano entusiasticamente il ritorno del boia (17 gennaio 1977) e il crescere delle esecuzioni, correlandolo al contemporaneo calo degli omicidi; senza però spiegare come mai, fra il 1986 e il 1991, crescono sia le esecuzioni che gli omicidi.

Qualcuno fa addirittura i conti e pretende di dimostrare che ogni esecuzione salva la vita di almeno 18 innocenti (ma c’è chi offre molto di più).

Dall’anno 2000, inspiegabilmente, il trionfalismo forcaiolo si arresta e sembra che in America, dalla fine del millennio, non accada più nulla di interessante. La ragione è semplice: i dati successivi sono l’esatto contrario di quello che ci si dovrebbe aspettare (nel caso ovviamente che uno sia così stupido da credere a questa teoria)

Questa sorta di millennium bug della deterrenza ha le sue buone ragioni per esistere.

Nel 1999 abbiamo visto il record delle esecuzioni (98) e delle condanne (circa 300) mentre il tasso di omicidio scendeva al 5,7 per centomila che, pur essendo quasi sei volte il nostro, era un tasso estremamente basso: quasi la metà di quello di vent’anni prima.

E vissero tutti felici e contenti ?

No, tutt’altro. 

Negli anni successivi abbiamo assistito, attoniti, non solo al vertiginoso calo del numero delle condanne a morte e al precipitare delle esecuzioni (sospese fra il 25 settembre 2007 e il 6 maggio 2008), ma anche alla stupefacente stabilità del tasso di omicidio che, alla faccia della deterrenza, è rimasto incredibilmente stabile.

Le condanne a morte sono passate dalle 300 l’anno a poco più di cento, mentre le esecuzioni, dopo il picco di 98, sono scese a 53 del 2006, 42 nel 2007 e 37 nel 2008 (complice la moratoria dovuta alla sentenza Baze) e me ne aspetto un massimo di 40-50 nel 2009, in gran parte in Texas.

Allo stesso tempo il tasso di omicidio restava incrollabilmente bloccato fra il 5,5 e il 5,7.

Quindi, o gli americani non sanno che ora è ancor più difficile e raro essere condannati a morte e uccisi, oppure i forcaioli ci hanno raccontato delle balle. 

Propendo per la seconda ipotesi.

Gli Americani forcaioli soffrono di insularità e si rifiutano di prendere in considerazione le esperienze del resto del mondo. Evidentemente sanno che Italia e Canada sono la dimostrazione vivente che la pena capitale non è un deterrente.

Il 14 luglio del 1976 il Canada sopprimeva la pena di morte. Da allora il suo tasso d’omicidio si è continuamente ridotto fino a diventare un terzo di quello precedente l’abolizione: cosa del resto già avvenuta in Italia nei vent’anni che seguirono la fine della pena capitale. L’esempio canadese è particolarmente interessante perché, proprio in quello stesso luglio, con la sentenza Gregg, la Corte Suprema degli Stati Uniti dava il via libera alla “new and improved” pena di morte. Al contrario di quanto avvenuto in Canada il tasso d’omicidio americano è prima cresciuto, poi diminuito, poi di nuovo cresciuto e solo successivamente abbiamo assistito ad una consistente diminuzione del numero degli omicidi. Diminuzione avvenuta anche in Italia dove, nel 2002, abbiamo avuto 638 omicidi contro i 2.000 del 1991. In quello stesso anno gli americani ne avevano contati 25.000 e hanno attribuito alla pena di morte la diminuzione ai 16.638 nel 2002. 

Gli hangmanfriends non tengono in considerazione nemmeno le esperienze nazionali. Peccato, perché lo studioso Thorsten Sellin mezzo secolo fa, confrontando le varie giurisdizioni degli Stati Uniti, scoprì che “in generale gli Stati con il boia avevano tassi di omicidio significativamente più alti di quegli Stati che non uccidevano gli assassini.”

A questo riguardo il forcaiolo Lott ha avuto l’impudenza di scrivere che:
“This simple comparison really doesn’t prove anything. The 12 states without the death penalty have long enjoyed relatively low murder rates due to factors unrelated to capital punishment.”

Forse pensa che siamo tutti stupidi

 

Bibliografia

Homicides in U.S.

http://www.ojp.usdoj.gov/bjs/homicide/tables/totalstab.htm

murders rate

http://www.deathpenaltyinfo.org/murder-rates-1996-2007

sentences

http://www.deathpenaltyinfo.org/death-sentences-year-1977-2007

executions

http://people.smu.edu/rhalperi/

 

La citazione di T. Sellin è in Mark Costanzo, Just Revenge. Costs and Consequences of the Death Penalty, New York, Saint Martin’s Press, 1998, pagina 97

 

John Lott: Death as Deterrent.

Fox News Wednesday, June 20, 2007

http://www.foxnews.com/story/0,2933,284336,00.html

 

Crimini in Italia

http://www.cittadinitalia.it/mininterno/export/sites/default/it/assets/files/14/0900_rapporto_criminalita.pdf

http://www.interno.it/mininterno/export/sites/default/it/assets/files/14/0902_ABSTRACT_rapporto_sicurezza_2006.pdf

 

 

 

 

Eexecutions and Homicides in USA
 

                        Executions      death                          homicide                                homicides
                                               sentences        rate

 

1973                                       42                               9.4                              19.640

1974                                       149                             9.8                              20.710

1975                                       298                             9.6                              20.510

1976                                       233                             8.8                              18.780

1977                1                     137                             8.8                              19.120            

1978                                       185                             9.0                              19.560

1979                2                     151                             9.7                              21.460

1980                                       173                            10.2                              23.040

1981                1                     223                             9.8                              22.520

1982                2                     267                             9.1                              21.010

1983                5                     252                             8.3                              19.308

1984                21                    284                             7.9                              18.692

1985                18                    262                             7.9                              18.976

1986                18                    300                             8.6                              20.613

1987                25                    287                             8.3                              20.096

1988                11                    291                             8.4                              20.675

1989                16                    258                             8.7                              21.500             Italian

1990                23                    251                             9.4                              23.438            homicides
1991                14                    268                             9.8                              24.703             1901
1992                31                    287                             9.3                              23.760             1441

1993                38                    287                             9.5                              24.526             1065

1994                31                    315                             9.0                              23.326             938

1995                56                    315                             8.2                              21.606             1004

1996                45                    317                             7.4                              16.645             945

1997                74                    275                             6.8                              18.208             864

1998                68                    298                             6.3                              16.974             879

                        (500)               (6406)                                                            (539.396)

1999                98                    277                             5.7                              15.522             810

2000                85                    232                             5.5                              15.586             749

2001                66                    162                             5.6                              16.038             707

2002                71                    167                             5.6                              16.229             642

2003                65                    153                             5.7                              16.582             719

2004                59                    138                             5.5                              16.137             711

2005                60                    128                             5.6                              16.692             601
                      (1004)             (7633)                                                            (652.182)

2006                53                    115                             5.7                                                        621

2007                42                    110                                                                                          593

2008                37

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Una profezia di Martin Luther King divenuta realtà

Dateci il voto e trasformeremo la nazione!

La vittoria elettorale di Barack Obama
 

ROMA, 5 novembre 2008 – E’ il titolo solo leggermente emendato di un famoso discorso di Martin Luther King nel 1957 a tre anni dalla storica dichiarazione della Corte Suprema che aveva abolito la segregazione nelle scuole. “Dateci il voto” (“Give us the ballot”) chiedeva King e i neri che hanno tanto sofferto sapranno cambiare il volto di questa nazione. Questo per rimarcare un obiettivo politico strategico, che come sappiamo fu raggiunto solamente nel 1965. Ma tra l’avere il diritto di voto e saperlo esercitare restava ancora una lunga strada. La vittoria di Barak Obama è la vittoria del voto, non solo delle minoranze. E’ la vittoria della democrazia praticata e non semplicemente formale e spesso vuota. Barak Obama diventa presidente degli Stati Uniti proprio nell’anno del 40° anniversario dell’assassinio di King. Le immagini di repertorio in cui King, la sera prima di essere ammazzato, fa il discorso del “Mountain top”, in cui dice di aver visto la Terra Promessa, nella quale, si dice certo, il popolo entrerà, e che come Mosè, forse lui vedrà soltanto da lontano, ci consegnano un King dal volto teso e dallo sguardo lucido, cosciente della tragica fine imminente. Oggi dopo 40 anni (vi dice niente il numero 40?), l’incubo viene trasformato in sogno. Oggi vince il voto e la democrazia. Quando abbiamo visto eleggere uno dietro l’altro dei presidenti sostanzialmente perché sostenuti da potenti lobbies economiche (pensiamo al peso della lobby delle armi a favore di Bush padre e figlio), abbiamo disperato per la democrazia. Essa appariva negli USA, come in molti altri posti, sempre più solo formale, perché in verità quel che contava in realtà erano solo i soldi. Con quelli ti compri tutto, la reputazione, i giudici, i parlamentari, il potere politico… è una storia che conosciamo bene e da vicino.

Anche Barak ha avuto la sua lobby: la gente comune che con i suoi dieci e venti dollari di donazione ha fatto la differenza. Se da una parte non è stato possibile sfuggire alla logica di una campagna elettorale miliardaria, dall’altra è stato possibile finanziarla coi soldi della gente comune. E perciò Obama è un presidente più libero, che non solo ha delle idee e dei valori per il paese, ma ha anche una forte base popolare per poterli attuare. Non è ostaggio di potentati economici o lobby militariste.

Michael Eric Dyson è un pastore battista, professore di teologia, ma soprattutto pubblicista di libri di grande popolarità. Nel 40° della morte ha scritto un saggio che si intitola “La morte di Martin Luther King e come questa ha cambiato (changed) l’America”*. In appendice, di questa interessante rivisitazione della vita di King e di come nei 13 anni del suo ministero e attività politica egli sia stato costantemente accompagnato dalla probabilità di una morte violenta, Dyson, profondo conoscitore del movimento dei diritti civili, scrive un’intervista impossibile, fingendo che King sia ancora vivo. Un’intervista fatta in occasione del suo 80° compleanno. In questo modo, da attento esegeta del pensiero di King, Dyson gli può fare domande anche sull’attualità dell’America e immancabile arriva la domanda su Barak Obama. Ecco la risposta virtuale di King, ma che ho trovato, molto realistica:

“Barak Obama è una forza della natura. Negli anni sessanta dissi che nei circoli neri non eravamo ancora riusciti a produrre una personalità politica che avesse qualcosa del magnetismo e del grande rispetto di un John F. Kennedy. Credo di poter dire che oggi abbiamo trovato quella persona proprio nel senatore Obama. E’ incredibilmente preparato, brillante, riflessivo, e senza spocchia, sebbene per natura, ogni politico debba mettersi in vetrina dicendo quel che ha fatto e quel che intende fare per il Paese.
Il solo pensiero di avere una simile persona nell’ufficio più alto della Nazione è meraviglioso. Al fascino del suo carisma e del magnetismo della sua personalità egli aggiunge un forte senso delle aspettative e delle speranze del suo elettorato, e tutto questo, testimoniarlo, è semplicemente sorprendente, per me che sono un nero di quel Sud dove fino alla metà degli anni sessanta non era concessa la facoltà di voto. Desidero comunque frenare le eccessive aspettative della gente nei confronti del Senatore Obama, se fosse eletto presidente. Un presidente nero non fermerà all’istante le sofferenze del popolo nero, tuttavia potrà usare il suo pulpito per rapportarsi a questioni sociali che sono rilevanti per noi, e potrà sicuramente aiutarci a mettere in atto una legislazione indirizzata ai bisogni urgenti del popolo, a partire da una assistenza sanitaria per tutti, al taglio delle tasse per i ceti più poveri, a opportunità di lavoro e di carriera per i meno abbienti. Tutto questo però, sia ben chiaro, non renderà superfluo il bisogno che continueremo ad avere, di profeti che parlino fuori dal sistema.
Dunque, dobbiamo sostenerlo e incoraggiarlo, come dovremmo fare per un qualsiasi altro presidente. Ora questo sarebbe un vero segno di progresso tra le razze: dare ad un presidente nero, impegnato nel suo confronto quotidiano con le materia spinose della politica, una forte voce profetica proveniente dalla comunità afroamericana.”

Massimo Aprile
Segretario del Dipartimento di Teologia dell’Unione Cristiana Evangelica Battista d’Italia

*Michael Eric Dyson, April 4, 1968: Martin Luther King’s Death and How it Changed America, New York: Basic Civitas Books, 2008

 

Ecumenici si stringe alla comunità evangelica battista domenica prossima come segno di lode e di ringraziamento all’Onnipotente: è cambiata l’America ma è stato vinto anche il nostro scetticismo nel contrastare un’aggressiva campagna estremista di pentecostali e evangelicali che qui in Italia trova inquietanti presenze anche sul web, appoggiate perfino da settori deviati e devianti del protestantesimo storico.  Proprio quelli che ci ignorano sistematicamente. Abbiamo motivo di rallegrarci per una profezia che viene da oggi scritta anche nei libri di storia e non solo sulle pagine dei giornali…

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Tonnara americana

Il sistema d’appello americano è costruito come una tonnara e spinge inesorabilmente il condannato verso la camera della morte.

 

 

28 ottobre 2008

28 ottobre 1940         

Per festeggiare la “Marcia su Roma” l’Italia aggredisce la Grecia

 

 

Sono un abolizionista e non mi importa che Troy Anthony Davis sia innocente o colpevole: del resto la cosa non sembra interessare nemmeno il sistema giudiziario americano.

 

La questione, se vogliamo chiamarla così, dell’innocenza o della colpevolezza è stata risolta una volta per tutte una ventina d’anni fa, quando una giuria ha dichiarato Davis responsabile di “malice murder” e lo ha successivamente spedito nel braccio della morte.

 

Fine della storia.

Le giurie americane non sbagliano mai e l’appello non è un diritto costituzionale: quindi il condannato prende la medicina e tanti saluti.

Ma c’è pur sempre la possibilità che la giuria, nella sua infinita saggezza, sia stata indotta in errore e quindi, a pochi eletti, è consentito portare il proprio caso davanti a una Corte d’Appello. (nota) Questa non ripeterà il dibattimento e si limiterà a una revisione del verbale del processo, mentre tocca al condannato dimostrare che ci sono stati degli errori (violazioni della costituzione), così gravi e numerosi, da imporne l’annullamento. Cosa che avviene piuttosto di rado.

 

Da questo punto di vista gli ospiti del braccio della morte sono fortunati. Per loro, e solo per loro (che culo, vero?), è previsto un appello diretto statale obbligatorio che, a seconda dello stato, ha uno o due livelli e arriva fino alla Corte Suprema statale e poi, almeno in teoria, alla Corte Suprema federale (Scotus). Se, alla fine di questo esame formale per non dire formalistico, la sentenza è ancora in piedi il condannato può iniziare l’habeas corpus statale. In questo appello si prendono in considerazione le circostanze e i fatti che non sono entrati al processo e, come quello diretto, fa tutti i gradini fino alla Scotus. Se la sentenza è confermata il condannato può iniziare l’habeas corpus federale, in cui però si valutano solo le istanze che sono state precedentemente presentate nelle corti statali. Quest’ultimo appello ha inizio in una district court e prosegue, in uno dei circuiti federali,  passando alla Corte d’Appello federale (magari a una udienza “en banc”) e poi di nuovo fino alla Corte Suprema degli Stati Uniti. Se la Scotus non annulla la sentenza, o nemmeno prende in considerazione il caso, non resta che appellarsi alla clemenza del Governatore.

In tutto questo la questione della non colpevolezza non viene mai posta, visto che l’imputato è ora un condannato e non gode, sempre che sia mai accaduto, della presunzione d’innocenza.

 

Questa messa cantata dura in media undici anni e non sono rari i casi trentennali. La lunghezza media dei procedimenti sarebbe ancora più alta se non ci fossero i “volontari” che rinunciano agli appelli e si consegnano al boia, costituendo il 10-12 per cento delle esecuzioni. Comunque, dal 1973, quasi la metà delle sentenze si è persa per strada, anche per la morte naturale del condannato.

 

I processi capitali richiedono tempi lunghi (due o tre anni quando va bene) e costi notevoli (parecchi milioni di dollari), ma anche l’appellate review non scherza.

In California ci vogliono cinque anni per trovare un avvocato per l’appello statale, ma in Texas velocizzano il procedimento con la contemporaneità degli appelli statali (diretto e habeas corpus) e utilizzando lo stesso avvocato che ha perso il processo, mentre l’estrema complessità dell’appello esige un avvocato estremamente esperto e preparato. Grazie a questa spregiudicatezza giudiziaria il Texas si avvia ad essere la fonte dell’80% delle esecuzioni americane.

In tutte le giurisdizioni non abolizioniste gli appelli capitali, per quanto pochi, paralizzano, con la loro complessità, le corti supreme e ingolfano tutto il sistema giudiziario e la Corte Suprema federale (con le altre corti d’appello e supreme) ha messo in atto una serie di impedimenti procedurali tesi a ridurre le occasioni d’appello dei condannati a morte.

 

La giurisprudenza americana è così divenuta incomprensibilmente incasinata e contraddittoria perché, se da una parte si vogliono tagliare le possibilità di revisione, dall’altra si cerca di evitare di mandare al patibolo un possibile innocente (o un non colpevole di un reato capitale). 

 

A peggiorare ancor più le cose ci ha pensato il Presidente Clinton che, in combutta con il Senato e con la scusa del terrorismo, ha introdotto la Antiterrorism and Effective Death Penalty Act (AEDPA) che ha ulteriormente ridotto le possibilità d’appello federale.

 

Abuse of the writ, actual innocence, AEDPA, cause and prejudice, finality, harmless errors, new rule, newly discovered evidence, non retroactivity, plain error doctrine, procedural default, Teague v. Lane; la nomenclatura giuridica si è arricchita di termini dietro i quali si celano migliaia di casi giudiziari, decine di migliaia di sentenze, centinaia di migliaia di giornate di lavoro, milioni di pagine di carta e tanto dolore.

Un immenso, incasinato, costosissimo, inutile, ginepraio giudiziario che non ha ottenuto altro risultato se non quello di ammazzare a sangue freddo 1.127 disgraziati.

 

Ora Troy Davis, il cui caso ha percorso tutti i sentieri giudiziari possibili, ha l’inaspettata ed estrema possibilità di dimostrare non che è innocente, perché la cosa è irrilevante, ma che nel processo c’è stato un errore talmente grave da consentire ad una corte d’appello federale di metterci il naso. Deve dimostrare che, al processo, i suoi avvocati, per quanto diligenti, non hanno avuto la possibilità di trovare la nuova prova e che questa nuova prova (o testimonianza) è così importante da mettere in dubbio il risultato finale del processo. Una missione impossibile.

 

– he must show that his lawyers could not have previously found the new evidence supporting his innocence no matter how diligently they looked for it. And he must show that the new testimony, viewed in light of all the evidence, is enough to prove “by clear and convincing evidence that…no reasonable fact finder would have found [him] guilty.” –

 

Se fossi un attivista del Movimento Abolizionista italiano comincerei a pensare a come ottenere la clemenza per Troy (la Georgia è uno dei tre stati in cui la grazia non è decisa dal governatore ma dal Board) e mi metterei a scrivere all’opinione pubblica della Georgia: ai suoi giornali, alle sue istituzioni, chiese, università, ecc. Una gran quantità di cartoline illustrate dall’Italia: tante belle cartoline del nostro paese.

 

Claudio Giusti
Via Don Minzoni 40, 47100 Forlì, Italia
Tel.  39/0543/401562     39/340/4872522
e-mail  giusticlaudio@aliceposta.it 

Claudio Giusti ha avuto il privilegio e l’onore di partecipare al primo congresso della sezione italiana di Amnesty International e in seguito è stato uno dei fondatori della World Coalition Against The Death Penalty. Fa parte del Comitato Scientifico dell’Osservatorio sulla Legalità e i Diritti.

 

 

 

 

NOTA

Nel 2004, su 45 milioni e duecentomila procedimenti giudiziari civili, penali, juveniles, family courts, ecc. ma senza le traffic courts, i casi in appello erano 273 mila. Ogni anno le 18.000 agenzie di polizia arrestano 15 milioni di persone, ma i processi con giuria sono 155.000, di cui un terzo civili.

 

 

 

 

Piccolo glossario.

Quello completo lo trovate qui

http://www.osservatoriosullalegalita.org/special/usjus2/005us1-A.htm

 

Abuse of the Writ

Il condannato si presenta per la seconda volta, con una nuova istanza, per un habeas corpus federale e non ha una ragione più che valida che spieghi perché l’istanza non è stata presentata al primo ricorso. Nel caso questa giustificazione non sia ritenuta sufficiente l’istanza è “procedural defaulted” e, anche se di vitale importanza, non può essere più discussa.

 

Actual innocence doctrine
Per la Scotus, in un caso capitale, il pericolo di miscarriage of justice fa superare la “cause”, cioè la necessità per l’accusato di dimostrare che “qualche fattore obbiettivo esterno alla difesa ha impedito agli sforzi dell’avvocato di conformarsi alle regole procedurali previste”

 

AEDPA: Antiterrorism and Effective Death Penalty Act.

Legge del 1996 fatta dal Senato in combutta con il presidente Clinton. Con la scusa del terrorismo ha drasticamente ridotto le possibilità d’appello habeas corpus federale per i condannati a morte.

 

Cause and prejudice

Per poter essere sollevata in un habeas corpus federale qualsiasi istanza deve essere stata precedentemente sollevata in un appello statale. Se questo non è accaduto l’imputato deve dimostrare “cause and prejudice”:  deve cioè fornire una buona ragione (cause) che spieghi perché  non lo è stata prima, ovvero “quale fattore obbiettivo esterno alla difesa ha impedito agli sforzi dell’avvocato di conformarsi alle regole procedurali previste”, e dimostrare che ciò gli crea un danno (prejudice). Altrimenti l’istanza è “procedural defaulted” e non può più essere sollevata.
(Under the cause and prejudice test [there] must be something external to the petitioner, something that cannot fairly be attributed to him: “… some objective factor external to the defense [that] impede counsel’s efforts to comply with State’s procedural rule.”  Murray v. Carrier, 1986)

 

Final

Una sentenza di morte confermata dalla Scotus al temine dell’appello diretto diventa “finale”. Le new rules non le possono essere applicate retroattivamente e hanno inizio i collateral attacts.

 

Finality.

Dottrina secondo la quale un procedimento giudiziario non può durare all’infinito. Per un condannato a morte significa che i suoi appelli devono terminare, come del resto la sua vita.

 

Harmless errors

Errori procedurali, a volte molto gravi, commessi durante il processo ma che, a detta di una corte superiore, non erano in grado di modificarne il risultato finale.

 

Herrera vs Collins

Sentenza Scotus 1993. L’essere innocenti non esclude che si possa essere uccisi lo stesso

 
New rule

Dottrina giuridica che rifiuta l’applicazione retroattiva di una norma, legge, interpretazione o sentenza, favorevole a un condannato, che sia stata decisa dopo il suo caso è diventato “final”.
Newly discovered evidence
Una nuova prova può essere causa di un annullamento solo se non è stata scoperta, nonostante la diligente ricerca da parte della Difesa, prima del processo, inoltre non è una semplice aggiunta alle altre evidenze già portate in giudizio, ma una prova schiacciante.

 

Non retroactivity.

Secondo il Senato degli Stati Uniti la legge americana applica le pene previste al tempo in cui fu commesso il crimine: ne consegue che gli USA hanno opposto riserva all’articolo 15 primo paragrafo dell’ICCPR: quello che prevede la retroattività della norma più favorevole.

 

Plain error doctrine
L’errore è così grave e grossolano che la Corte Superiore prende in considerazione l’istanza anche se non era stata precedentemente sollevata in una corte di giustizia e quindi è procedural defaulted.

 

Procedural default

Per poter essere sollevata in uno stadio processuale successivo (appello) qualsiasi istanza lo deve essere stata in precedenza. Se questo non è accaduto l’imputato deve dimostrare “cause and prejudice”:  deve cioè fornire una buona ragione (cause) che spieghi perché l’istanza non è stata sollevata prima, ovvero “qualche fattore obbiettivo esterno alla difesa che ha impedito agli sforzi dell’avvocato di conformarsi alle regole procedurali previste”, e dimostrare che ciò gli crea un danno “prejudice”. Altrimenti l’istanza diviene procedural defaulted e  non può più essere sollevata.

 

Teague vs Lane

Sentenza della Corte Suprema (1989) considerata arbitraria e perversa. Ha bloccato la retroattività della norma più favorevole. Del resto il Senato, nel ratificare l’ICCPR, ha messo una riserva all’Articolo 15 paragrafo 1 per impedire la retroattività favorevole all’imputato. I suoi effetti sono stati mitigati nel 2008 da Danforth v. Minnesota.

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L’ Europa che verrà: un appuntamento anche per te

La crisi profonda dei sistemi liberisti e le risposte dell’Europa del futuro

(…) Un botanico statunitense Jack Harlan nel 1948 stava raccogliendo piante in Turchia. Trovò una varietà di grano che non sembrava valesse la pena di essere raccolta: “Era il grano più brutto che avessi mai visto. Rendeva poco e spesso marciva prima di essere raccolto”. Questo botanico morì nel 1982 ma i semi raccolti allora e depositati nella più importante banca dei semi dell’agricoltura mondiale nell’arcipelago delle Svalbard, nelle coste settentrionali della Norvegia, ha consentito recentemente di sconfiggere la ruggine del grano, una malattia che ha messo in ginocchio l’agricoltura statunitense del nord-ovest. Quel grano tanto brutto è servito alle generazioni di oggi per fronteggiare una crisi alimentare, attraverso la creazione di varietà di grano che avevano la stessa caratteristica di quei semi ignorati allora…

(Dalla relazione al Congresso sufi 2008 di Milano)

Maurizio Benazzi

Per la Riforma “Solus Spiritus Sanctus”

 
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Congresso “Le Grandi Religioni per la Pace”

organizzato in Milano

dalla Confraternita dei Sufi Jerrahi-Halveti in Italia

e dall’Associazione Culturale “Le Ultime Carovane”

Films sufi; conferenze; concerti; rappresentazioni; premiazione del

Concorso nazionale di Poesia mistica e religiosa; Mostra d’Arte; presentazione Edizioni della Confraternita (rivista “Sufismo”, ecc.)

 

TERZA GIORNATA: mercoledì 15 ottobre, ore 21
Nell’Auditorium Don Alberione dei Periodici San Paolo
(“Famiglia Cristiana”, “Jesus”, “Il GIornalino”)

Via Giotto 36

 

ingresso libero sino ad esaurimento dei posti

 

Alle ore 17, Conferenze:

Il Generalizio di “Famiglia Cristiana”                 Saluto ai partecipanti.

Maurizio Benazzi      I segni della speranza: Parole, progetti e musica.

Halil Cin                   (ministro turco. Titolo non arrivato))

Paolo Corallini           L’Aikidô, la via dell’Armonia dello Spirito.

Paolo De Benedetti    Shalòm: il saluto della Pace.

Stelio Venceslai        La Laicità per la Pace.

Anne Zell                  (pastora valdese. Titolo non arrivato)

 

Alle ore 21, Musica e preghiere cantate:

 

Complesso ebraico Ensemble Shalom diretto dal chazzan (cantore di Sinagoga) Angel

 Harkatz.

AwaHoshi Kavan (da Honolulu): Trascendenza vibratoria: musica di cristallo.

Davide Ursi e coro Ave Maria: Preghiere cattoliche e“un Negro Spiritual”,

Ospite d’onore: Doroty Fisher, la più importante

cantante afroamericana di Negro Spirituals.

Concerto del Maestro Fakhraddin Gafarov,

già direttore del Conservatorio di Stato di Baku

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Il sabato e il sermone del monte

Tom Fox, 54 anni, cittadino americano che era fra i quattro attivisti cristiani rapiti in Iraq, è stato ucciso nel marzo 2006. Era un volontario dell’ong Christiasn Peacemaker Teams. Il suo cadavere fu trovato avvolto da una coperta, gettato in una scarpata in un terreno vicino alla ferrovia alla periferia ovest di Baghdad, nel quartiere di Al Mansur. Prima di sparargli, sembra – dai segni notati sulle mani e da tagli e bruciature sulla schiena– che sia stato legato e torturato. I rapitori si qualificarono come ‘Brigate delle Spade della Rettitudine’.  Conosciamo i loro assassini come giustizieri selvaggi contro qualsiasi presenza – anche non armata – a stelle e strisce, allo stesso tempo improvvisati difensori del muro in fra Palestina e Israele contro il quale Fox aveva manifestato più volte in nome della non violenza. Fu l’FBI a effettuare l’identificazione all’epoca, non senza sconcerto. La figlia di Tom scrisse infatti: “Mio padre ha scelto di andare in Iraq e ascoltare chi non ha voce. Incontra famiglie che soffrono per la mancanza di persone care. Per gran parte del tempo passato in Iraq, ha cercato di far liberare dei detenuti”

Di certo Tom è un martire dimenticato dai cristiani. Uno dei tanti. Aveva la colpa di non appartenere ad una chiesa. Un quacchero irriducibile insomma.  Non fa parte di alcun martirologio e sulla presenza di nomi italiani sul pagina web del suo Memorial è meglio tacere…

Iniziamo così un appuntamento periodico con la lettura de “Il sermone del monte” di Leohnard Ragaz. Riproposto in un contesto attuale. Inutile cercarlo in libreria non lo troverete. Nessuna casa editrice lo ripubblica. A nessuno conviene parlare del socialismo biblico. Tutti fanno a gara semmai  a dirsi  più liberali degli altri. Quasi come se il liberismo nell’era attuale non fosse una causa del male della società in cui viviamo.

 

Beati gli operatori di pace è scritto nel Vangelo ma queste parole sembrano rivolte agli altri più che a noi stessi. E’ terribilmente comodo cedere al più forte, coprire i contrasti e tacere davanti alla miseria e all’ingiustizia. Ma chi lotta per la pace lo può fare solo per mezzo della verità. Poiché la verità è l’ordine di Dio, e solo dove esso è compiuto, ivi è la pace. Non possiamo essere soddisfatti della nostra pace personale e lasciar correre il mondo come vuole ma dobbiamo lottare per la pace. Il mondo cerca il suo Io. Vuole anzi tutto se stesso, la propria gloria, la propria potenza, il proprio presunto diritto. Questo è il suo possesso. Ma il possesso provoca la contesa che assume poi nella guerra la sua forma più massiccia.

 

Quale gloria e quale grandezza rappresenta dunque il rompere questo circolo vizioso. Coloro che lo fanno sono più grandi degli eroi della guerra e delle persone armate. Sono i figli e le figlie di Dio. E’ da qui che si scopre il valore del perdono del Padre e dei suoi amati e delle sue amate, che riescono a spezzare l’odio che alimenta la catena della violenza e della guerra.

 

E proprio quando l’ingiuria, la persecuzione e la menzogna scaglieranno ogni sorta di male contro chi ama la giustizia è possibile mantenere la pace solo attraverso la rivoluzione del mondo per opera di Dio.

 

Questo è quello che cominciamo a leggere oggi, con parole nuove di Ragaz: non lo amiamo perché si dilettava a leggere Dante o a insegnava la lingua italiana nella Svizzera interna. Lo comprendiamo semmai come  un teologo che non partecipava al culto nel tempio e che ha osato offrire una grande testimonianza oltre i confini confessionali e religiosi. Senza nulla rinunciare al cuore della Scrittura.

 

Riprendiamo così  il servizio al nostro nono  anno di attività formativa e informativa. Buona continuazione nella lettura.

 

Maurizio Benazzi

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