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Vacanze del pensiero

Con questo articolo di Simon Francesco Di Rupo colgo l’occasione per ringraziare quanti mi sono stati vicini, in particolare col pensiero come Endri o con la presenza fisica come Gianluca. Di fronte a certe frasi antiscientifiche (proprio da osteria o bar del pensiero) lette o ascoltate circa la presunta sofferenza di una persona in coma, ho sperimentato la crisi della Fede. Una crisi nata dalla semplice constatazione di un ictus invalidante di una persona santa. Una serva di Dio, prima ancora che madre. 

Il motivo scatenante di questa crisi è infatti una non comprensione della sofferenza fisica (questa reale e drammatica per chi la ha vissuta in prima persona). Mi è stata di consolazione la frase letta ieri nella inbox, che ritengo utile diffondere. E’ scritta da una persona semplice come te. Non è uno dei pastori dell’otto per mille, che ricordiamo essere un’odiosa tassa ecclesiastica indiretta… per loro infatti i soldi non bastano mai e – a quanto pare – quando servono delle parole non dicono nulla. Sono troppo impegnati nei comizi sul diritto del fine vita.

“Siamo tutti compagni di cordata, oggi si spezza la fune di un amico, poi quella di un nostro caro… fin che un giorno si spezzerà anche la nostra. Il fatto è che solo coloro che sono coscienti di questo, quelli che hanno visto precipitare un proprio caro sanno essere solidali quando questo accade ad un altro, gli altri guardano solo in alto, verso la cima… sono come ubriachi ed euforici e fanno a gara per chi sale più in alto, per chi raggiunge prima la vetta e non vedono chi soffre, chi è pieno di sgomento, chi ha l’attrezzatura difettosa o ha finito i chiodi, non s’accorgono del loro vicino la cui corda sta per spezzarsi, che è in difficoltà o… che ha appena perso il compagno più caro.

Maurizio Benazzi

Per effetto di una particolare forma di autoredenzione, le notizie più disdicevoli trasmesseci dai media vengono automaticamente passate alla catena di montaggio delle nostre opinioni, e svendute ai saldi della moralità estemporanea nella ghiotta occasione dei social network e dei salotti televisivi, moderna versione di ciò che un tempo era il silenzio della difficoltà di comunicazione e diffusione che, oggigiorno, pare fin troppo veloce e confusionaria.

E’ passato ormai un anno dalla morte di Eluana Englaro, il cui caso ha costituito, per il breve tempo che è concesso a qualcosa di sbalorditivo per rendersi  mercé del pubblico, l’epicentro di una lunga e difficoltosa discussione intorno alla questione dell’eutanasia e dell’accanimento terapeutico.

Accanimento che, a ben vedere, si è presto tradotto in un accanimento mediatico, critico, dottrinale, politico e non meno emotivo per l’opinione comune. Emotività tale da concentrare, oramai, tutta l’attenzione verso i temi più ardui nel tempo limitato dalla freschezza della notizia, che ha una data di scadenza ben precisa, di solito coincidente con lo scandalo che la segue nei palinsesti, e non importa se esso riguardi la divisione su temi etici fondamentali o l’attività sessuale di qualsivoglia personaggio politico: basta che sia nuovo.

Eppure la forza, l’energia con cui ci si scaglia contro o a favore di una presunta posizione morale nei confronti dei temi che coinvolgono il concetto che abbiamo della vita, potrebbero presupporre un certo interesse, e se non possono immediatamente costituire una vera e propria presa di coscienza verso il problema, di certo potrebbero fare da anticamera a un dolore condiviso, ponderato e custodito dai pregi di una razionalità che non ci sta a lasciarsi solo andare a giudizi, ma che voglia aprire antri al mistero della vita e della morte, tramutando le acque inquiete dell’emotività nella densità vivificante del Sentimento e della Riflessione, il cui matrimonio è imprescindibile. Ma a tale scopo lo spirito richiede di essere nutrito, e non solo attinto come un inchiostro per la penna della moralità usa-e-getta come risposta per posta raccomandata agli stimoli delle notizie per il semplice gusto del posizionamento nello scontro, come se fosse l’unica occasione per rodare una spiritualità che non si esercita mai altrimenti; scontro che troppo spesso pare essere l’unica dimora per la propria identità spirituale in confuso divenire ma fortunosamente incontrata in dipendenza dei fatti e non del travaglio personale che dovrebbe precederli ed elaborarli in corsa spendendo il patrimonio faticato altrove, dove i fatti ancora non si conoscono. Ma questo “dove” è l’epochè greca, ossia la sospensione del giudizio; è l’empatia, il silenzio dell’opinione e il dialogo con il mistero dell’esistenza che ci reclama il pensiero avvolto dalle trame dell’Essere.

Ma questo è la piazza attuale: colpisce il fatto e non il significato del fatto. E ora c’è il totale distacco pure rispetto al fatto. E pensare che un anno fa, nei social network come in ogni altro spazio telematico di condivisione (nel migliore e più raro dei casi lo è), Eluana Englaro e il suo caso erano pressoché in tutte le discussioni. Allora sembrava che il tema fosse veramente percepito come fondamentale un po’ da tutti. Oggi non pare di vedere nessuno così crucciato. Ora anche Haiti è fuori-moda. Ma esiste uno scetticismo positivo, metodologico, tramite cui evitare le sirene cantanti dell’opinione pubblica che fa  morire anzitempo le riflessioni, spacciandocela sì, questa, per eutanasia: è ora di considerare anche (e soprattutto) gli eventi che ci colpiscono “moralmente” per la tirannia della seduzione che ci suscitano. Solo a quel punto, forse, sapremo gestire l’incontro con la loro complessità per poterla nutrire nella nostra coscienza a lungo termine, per innamorarci dei problemi e per non più solo sfiorarli nella danza compulsiva della autoredenzione della vacanza dal Pensiero a cui troppo, le nostre opinioni, le nostre velocità, le nostre persuasioni cominciano ad assomigliare.

 

 

La giornalista Maria Mantello ha accettato un’intervista a Ecumenici dopo questo evento…

Associazione Nazionale del Libero Pensiero “Giordano Bruno”

Fondata nel 1906

www.periodicoliberopensiero.it

col patrocinio

Comune di Roma – Assessorato alle Politiche Culturali e della Comunicazione

Istituto Italiano per gli Studi Filosofici -Centro Internazionale di Studi Bruniani “Giovanni Aquilecchia” (CISB

 

invita

alla commemorazione – convegno

 NEL NOME DI GIORDANO BRUNO

il valore laico della libertà
mercoledì 17 febbraio 2010 – ore 16.45
Roma – Piazza Campo dei Fiori 

Cerimonia deposizione corone

partecipazione della Banda Musicale del Corpo di Polizia Municipale del Comune di Roma

 

Saluti

on.Umberto Croppi, Assessore alle Politiche Culturali  e della Comunicazione del Comune di Roma

Bruno Segre, presidente onorario Associazione Nazionale del Libero Pensiero “Giordano Bruno”

 

Interventi

Maria Mantello (Giordano Bruno: la forza della ragione – il coraggio della libertà )

Andrea Frova  (l’infinito cosmico di Bruno nei suoi attuali sviluppi)

Luigi Lombardi Vallauri (Il diritto umano alla libertà di pensiero ha vinto a Strasburgo)

 

partecipazione artistica

Fabio Cavalli (Centro Studi Enrico Maria Salerno)

 

parole  e musica

Geovani Ciconte, Filippo Bizzaglia, Alessandra De Angelis, Daria Giacomini, Fabiola Perna

 

presenta: Antonella Cristofaro

Per informazioni:  3297481111; liberopensiero.giordanobruno@fastwebnet.it

www.periodicoliberopensiero.it

 

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Il rispetto per la vita: una scelta condivisa

(…) Il piroscafo procedeva con lentezza, dovevamo affrontare contro corrente le acque del fiume. Inoltre era la stagione delle secche, e dovevamo navigare evitando grossi banchi di sabbia.
Ero seduto su una delle due chiatte che trasportavano la merce. Durante questo viaggio mi ero proposto di riflettere in profondità sulla formazione di una cultura che fosse capace di maggiore energia e profondità etica della nostra. Riempivo un foglio dopo l’altro con frasi slegate, con l’unico scopo di non distogliere la mia concentrazione da questo problema. Ero stanco e disorientato, mi sentivo come se la mia mente fosse paralizzata.
La sera del terzo giorno, al tramonto, ci trovammo nei pressi del villaggio di Igendja, e dovevamo costeggiare un isolotto, in quel tratto di fiume largo oltre un chilometro. Sopra un banco di sabbia, alla nostra sinistra, quattro ippopotami con i loro piccoli si muovevano nella nostra stessa direzione. In quel momento, nonostante la grande stanchezza e lo scoraggiamento, mi venne in mente improvvisamente espressione «rispetto per la vita», che, per quanto io sappia, non avevo mai sentito ne letto. Mi resi conto immediatamente che questa espressione aveva in sé la soluzione del problema che mi stava assillando. Mi venne in mente che un’ etica che prenda in considerazione soltanto il nostro rapporto con altri esseri umani e un’etica incompiuta e parziale, e perciò non può possedere una piena energia.
Soltanto etica del rispetto per la vita ha questa possibilità; essa non ci mette in contatto solo con i nostri simili ma con tutte le creature che si affacciano al nostro orizzonte, e ci dà il compito di occuparci del loro destino, per evitare di recar loro danno, anzi, di esser loro d’ aiuto, per quanto ci sia possibile. Compresi subito con chiarezza che quest’etica, elementare e completa, possedeva una profondità totalmente diversa dall’etica che si occupa soltanto del rapporto fra esseri umani, ed anche una vivacità completamente diversa ed un’energia totalmente nuova. (…)

Fonte: Schweitzer Albert: Rispetto per la vita, Nostro tempo 53, Claudiana, Torino 1994, pag. 15

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L’altro Natale: Caterina, un testamento di vita reale negato

I testamenti di vita ignorati: quelli che non servono per le campagne pro-contro eutanasia, tanto care al Vaticano e ai valdesi. A Trieste e altrove.

Esprimiamo così la nostra solidarietà e vicinanza di Ecumenici a Caterina e a tutte le persone che proprio non possono farcela coi 260 euro mensili. Nemmeno con gli auguri di Natale… di cardinali e sinodali.

 

Pesa 35 chili, ha 48 anni, sieropositiva da 25 e sopravvive (o, sarebbe meglio dire, si lascia morire) con un sussidio di 260 euro al mese. Si chiama Caterina, Caterina Zorzi, vive a Trieste ma – come si definisce lei – “orgogliosa padovana, fieramente veneta”. Dal luglio scorso ha deciso di smettere di sottoporsi alla terapia antiretrovirale. Una scelta forte, estrema, che molti frequentatori del forum di sieropositivo.it  conoscono già per averne dibattuto a lungo nelle scorse settimane in seguito a una lettera-denuncia “girata” sul nostro portale. Una scelta per nulla condivisibile, ma comprensibile a ben leggere le parole con cui Caterina, ormai allo stremo delle forze dopo essersi rivolta – inutilmente – a varie istituzioni locali (in primis Comune, Provincia e Regione) per avere una mano, spiega le ragioni che l’hanno spinta a lasciarsi andare.
«La mia non è una provocazione», scrive Caterina, «ma una decisione soppesata in mesi e mesi di riflessioni, a confronto con operatori, amici, persone nella mia stessa condizione, con personale sanitario e con i familiari. Molti non condividono la mia scelta, perché vogliono e credono di potersi rapportare a me per quello che ero, una persona sieropositiva ancora con una dignità. Da parte mia ritengo di non avere più alcuna dignità. Mi è stata portata via dopo avermi dichiarato civilmente morta o, per meglio dire, non più in grado di sopravvivere». Quindi, continua: «Ho fatto la mia scelta, in nome della Dignità che non mi viene riconosciuta, rinuncio alla terapia salvavita e scelgo l’eutanasia autoindotta».
Cosa dire? C’è di che far impallidire certe patinate operazioni anti-Hiv/Aids promosse da enti ed istituzionali statali in occasione del 1° dicembre, che danno la misura di quanto sia corta la pubblica memoria sul contagio prima e dopo una giornata che per Caterina e le persone nelle sue stesse condizioni ha più il sapore della beffa.
Malgrado tutto Caterina è vinta ma non sconfitta: battagliera, aggressiva, per piccole frazioni di istanti si lascia prendere dallo sconforto e dal pianto, ma poi caccia una parolaccia e riparte – armi in resta – contro chi ha fatto dell’Hiv/Aids un business e contro chi non tiene conto della dignità delle Persone.

Perché hai preso una decisione così drastica? Cosa ti aspetti di ottenere?
«Per me è un modo come un altro per vivere e per morire. La mia è una denuncia contro questo Stato e le case farmaceutiche che stanno sfruttando anche la nostra morte. Dietro la nostra malattia ci sono business e interessi così grandi che non tengono conto di chi siamo, di cosa abbiamo bisogno. La stessa gente comune ci considera ancora come degli appestati: sono stata alla celebrazione del 1° dicembre alla stazione di Trieste e l’atmosfera già piatta era resa ancora più triste dall’indifferenza dei passanti – anche giovani – che ci guardavano come se volessimo contagiarli».

Quindi, ti sei arresa?
«Un c…o, mi sono arresa! Rimango una combattente e una combattiva! Non mi sono arresa, solo non voglio più farmi sfruttare. Una commissione mi ha dichiarata invalida al 100%, il che mi dà diritto a una pensione di ben 260 euro. Spiegami che vita si può fare con una somma simile in una città che è ai primi posti in Italia per costo della vita».

All’estero è diverso?
«In Grecia la pensione è di 580 euro, in Spagna e Portogallo di 480 euro. In Italia una come me, che ha lavorato per 10 anni come operatrice psichiatrica (seppur in nero), non ha diritto a vivere dignitosamente malgrado la malattia».

Hai chiesto aiuto?
«A chiunque: Comune, Provincia, Regione. La risposta è che non hanno budget per aiutare i malati. Preferiscono sprecare i soldi pubblici in opere faraoniche piuttosto che permettere alle persone in difficoltà di vivere decorosamente».

In passato ti sei battuta anche per gli altri….
«A Trieste mi sono battuta con le unghie e con i denti perché fosse chiusa una struttura fatiscente in cui – in condizioni igieniche e sanitarie di profondo degrado – pretendevano di curare i malati di Hiv/Aids. Ci siamo battuti perché fossero utilizzati i fondi europei e fosse aperta un struttura più adeguata. In passato ho partecipato alle rivolte studentesche, il nostro gruppo si è battuto per ampliare la disponibilità del reparto malattie infettive dello Spallanzani e a Milano abbiamo occupato Farmindustria per fare arrivare anche in Italia i farmaci retrovirali».

Oggi come stai?
«Sto male, ho tutta una serie di malesseri e crisi legati alla malattia. Nella casa dove abito, per varie ragioni, non riesco a dormire. Ieri poi sono andata in ospedale: ho aspettato cinque ore per un semplice prelievo e la dottoressa che mi ha visitata, pur avendo appurato che avevo qualcosa ai polmoni, non mi neanche fatto fare le lastre».

Quanto pensi ti basterebbe per poter acquistare un minimo di dignità?
«Con 600 euro al mese credo di potercela fare. Ma non c’è stato proprio verso di far capire alle istituzioni che con 260 euro si condanna un malato a una lunga – indecorosa – agonia».

Nel 2000 hai perso un figlio in un incidente, aveva 18 anni. E hai fatto in modo che i suoi organi fossero donati a chi ne aveva bisogno. Cosa pensi ti direbbe se sapesse che hai deciso di non curarti più?
«Mio figlio, Alessandro, mi direbbe di continuare a curarmi. Ma io gli spiegherei che questa non è vita. Che non ha alcun senso continuare a vivere in questo modo».

Da http://www.sieropositivo.it/?channel=26&ID=3983

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Caro fratello valdese impegni di più la sua comunità per la vita

Altrachiesa

Fratelli cattolici perché tacete?

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L’ultimo in ordine di tempo è stata la censura dei 41 preti firmatari dell’appello di MicroMega sulla libertà di coscienza in merito al ‘testamento biologico’. Ma gli atti di normalizzazione da parte del Vaticano verso quella parte di Chiesa che si muove lungo il solco tracciato dal Concilio non si contano più. Perché i cattolici, anche i più avvertiti e sensibili al tema del pluralismo e alla cultura conciliare, continuano a tacere? La lettera aperta di un protestante ai fratelli cattolici.

di Daniele Garrone, da MicroMega 5/2009, in edicola

Cari fratelli e care sorelle,
scrivendo queste righe ho davanti agli occhi le centinaia di cristiani cattolici con cui negli ultimi decenni ho avuto la gioia di condividere il cammino ecumenico: laici impegnati, docenti universitari, sacerdoti, vescovi, religiosi e religiose, teologi, giornalisti. Potrei rivolgermi ad alcuni di questi, ma il mio intento non è di sfidare qualcuno, ma di sollevare con franchezza un problema, a mio avviso drammatico.
Con molti di voi ho più volte verificato come siate a disagio di fronte alla piega presa dalla curia e dai vertici della Chiesa cattolica italiana, ad esempio riguardo alle questioni del fine vita e al testamento biologico, alla reintroduzione della messa tridentina, alla riabilitazione dei lefebvriani. […] Eppure tacete. Veniamo a sapere che – mentre l’episcopato cattolico tedesco ha approntato, in collaborazione con la «Chiesa evangelica in Germania», un «Testamento biologico cristiano» già sottoscritto da quasi 2 milioni di credenti (dunque, presumibilmente, da circa 1 milione di cattolici) – in Italia è stato avviato un provvedimento disciplinare contro 41 sacerdoti e religiosi che hanno espresso una posizione del tutto simile; eppure tacete. Vi viene imposto di accettare che quello che è possibile a un cattolico in Germania, in Italia è non solo vietato, ma anatemizzato, e che chi manifesta il suo dissenso dev’essere rimesso in riga. Viene così negato ogni pluralismo all’interno della Chiesa (quel pluralismo reale che è sotto gli occhi di tutti, ma che alla fine non si manifesta) e l’Italia viene sempre più ridotta a un orticello vaticano, certo anche grazie alla interessata e solerte (e nel caso della sinistra, oltretutto totalmente vana, perché nessuna «messa» le procurerà mai nessuna «Parigi») acquiescenza della classe politica. Eppure tacete. Avete davanti agli occhi uno strategico e massiccio processo di normalizzazione delle aperture che il Concilio Vaticano II al tempo stesso esprimeva e avviava, e che so essere un elemento centrale del vostro modo di vivere il cristianesimo. Eppure tacete.
Vi scrivo perché non voglio concludere affrettatamente, da protestante, che nella Chiesa di Roma è giocoforza che avvenga così, visto che per voi l’obbedienza alle gerarchie – anche molto tormentata – è, se non proprio una virtù, un dovere. Vi chiedo però di riflettere su un punto: chi pretende di vincolare le vostre coscienze esercita un potere di cui Dio non fa uso. Di più: nella fede Dio ci costituisce come soggetti liberi, e responsabili solo nei suoi confronti e nei riguardi del prossimo.
La maggior parte di voi sono personalità pubbliche, anche con incarichi importanti: una vostra parola chiara (ad esempio un appello per la sottoscrizione di una versione italiana del «testamento biologico cristiano» della Germania; oppure la rivendicazione della liceità delle posizioni espresse dai 41 preti) farebbe del bene alla vostra Chiesa, che amate, alla cultura italiana, a cui contribuite, e, ne sono certo, anche a voi, che vorreste rivolta alla città e ai credenti un’altra parola cristiana. Questa parola potete dirla voi, alzate la vostra voce. La vostra fede ve ne dà il diritto. Non vi fate conculcare dagli uomini la libertà che Dio vi ha donato. Pensate al vostro battesimo come suggello di questa libertà.

Fraternamente
Daniele Garrone

(22 ottobre 2009)

Leggendo queste righe del Decano della Facoltà valdese di teologia  sorge in me, come cristiano protestante senza chiesa, da un lato la condivisione di molte posizioni “storiche” qui espresse ma anche l’amarezza e forse  l’esasperazione di incrociare,  da anni ormai, appelli a senso unico della chiesa valdese ai cattolici. In altri termini quelli delle valli alpine (il resto conta poco o nulla) sembrano ormai diventati una succursale del Partito radicale o ex rosa nel pugno. Lo dico col massimo rispetto ma anche la massima presa di distanza col liberismo politico, che essi rappresentato di fatto. Molto di più del PDL e di certe correnti governative. E non è casuale la radice di appartenenza e riferimenti di base (perfino su facebook!). Il mostro liberale e liberista, canaglia e sfruttatore delle classi ultime, senza ormai adeguata rappresentanza parlamentare, fa la voce del padrone senza incontrare resistenze. Nemmeno negli ambienti minoritari intellettuali dell’area evangelica che in passato si erano contraddistinti per certe prese di posizione coraggiose e innovative (mi riferisco ad Agape o all’azione di  pastori illuminati). Ora rimangono immense  distese di sabbia, dove non cresce più nulla se non la presenza di immigrati generalmente di cultura ultra conservativa e ai bordi del fondamentalismo. Non è quindi una sorpresa l’impegno sincero  degli evangelici in quella direzione.

Fra non molto e gradatamente quegli stessi immigrati metteranno in discussione non solo il matrimonio dei gay ma anche la consacrazione femminile, l’uso personale di contraccettivi,  ecc. Del resto la  domenica in certi templi sembra di assistere al mercato delle vanità delle nuove maggioranze dei “fedeli”: gioielli, ori e vestiti di seta esibiti spavaldamente. Sembra sociologicamente sviluppatasi in Italia con molto ritardo una  concezione della formalità cultuale borghese  mentre in Germania il crollo fra le file protestanti e’ drastico e irreversibile (anche per i cattolici a dir il vero).

Come cristiano preferisco in ogni caso  sfuggire alle monotematiche che ossessionano il panorama delle discussioni di certe “menti” religiose: motivi personali mi spingono ogni giorno a cercare le ragioni di vita piuttosto che a pormi interrogativi sul finevita, pur essendo consapevole che chi decide su tutto e su tutti rimane Dio. Lo farà anche su una persona ormai invalida che amo più di me stesso e cerco di stargli vicino fra mille difficoltà di ogni genere (spirituali, psicologiche , economiche, assistenziali,…).

Comprendete allora  la ragione per la quale invito questo signorotto valdese a farsi un esame di coscienza serio e a ripensare certi comportamenti che di fatto trasformano il suo pastrano nero come quello di un altro tipo di onesti lavoratori…

Di certo da lui ci congediamo definitivamente.  Andate pure a leggerlo su altre pagine. Io continuo ad adorare il Dio della vita, ad esercitarmi nell’autodisciplina e  nel  sacrificio  che ho dimostrato anche a me stesso  in questi tre ultimi mesi tremendi della mia vita. Sono solo un servo di Dio e ringrazio l’Eterno per avermi scelto fra i suoi, indegnamente, per regalarmi la libertà del Cristo che esce anche dalle altre religioni. Quello che il marito della moderatora conosce forse poco, ha forse poca esperienza… nonostante l’età avanzata.

Grazie al Cielo conosco invece molti evangelici che non la pensano come i loro esponenti e faticano ogni giorno come me fra mille domande di senso, sforzi di ogni tipo e problemi pratici. Non hanno slogan di partito da proporvi e nemmeno maschere, dietro le quali nascondere la debolezza di Dio e di noi seguaci. Di fronte all’Amore e alla vita

E se domani non riusciremo ad uscire come newsletter sapete che nessuno si e’ arreso. Nessuno qui e’ valdese. Lottiamo per la vita e oltre la morte, compagna di vita anch’essa.

Pace e Grazia

Maurizio Benazzi

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Ammissione di colpevolezza

Ad Ecumenici è giunta una protesta (in inglese) riguardo ad alcune posizioni- tutte argomentate – dell’amico Claudio che qui scrive e di cui ignoro i suoi convincimenti religiosi. Noi ci limitiamo a trasmettere le note all’autore ma anche a confermare la nostra stima e il nostro apprezzamento per il contenuto.
A ben vedere noi non siamo solo contro la pena di morte fisica ma anche contro quella spirituale (leggi per favore ergastolo) . Se poi nell’ambito della mailing list cattolici o evangelici ritengono di non identificarsi con gli articoli sono invitati a comunicarci la loro disiscrizione quanto prima. Ecumenici è infatti un foglio di pensiero quacchero e non un forum. Si fa’ testimonianza e se il dissenso verte su questo tipo di tematica siamo ben felici anche degli addii. Inevitabili nella vita di tutt* e che a volte possono essere anche benedetti da Dio. Oltre che dalle persone. E da noi in primis.
La redazione

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Ammissione di colpevolezza
 
 
10 ottobre 2009
Giornata mondiale contro la pena di morte (*)
 
La giustizia americana è infallibile e perfetta. Che sia amministrata con il patteggiamento (se io do una cosa a te, poi tu dai una cosa a me) o, molto raramente, da una giuria, Essa non sbaglia MAI. Lo dimostra, al di la di ogni ragionevole dubbio, il risibile numero di cosiddetti innocenti che sono usciti dalla prigione o dal braccio della morte. Persone che solo quei bugiardi patentati degli abolizionisti possono chiamare innocenti, visto che in realtà sono dei colpevoli sfuggiti al giusto castigo solo grazie a qualche tecnicismo giudiziario.
 
Per noi cinici europei questa fede senza limiti nella giustizia appare mal riposta e, negli altri paesi di common law, la liberazione di alcuni condannati innocenti ha creato grande sconcerto e l’istituzione di commissioni d’inchiesta. Al contrario i più di duecento “graziati” dal Dna non sembrano avere spostato più di tanto l’insieme dell’opinione pubblica americana.
Recentemente l’infallibilità della giustizia statunitense è stata “dimostrata” dal District Attorney Joushua Marquis e le sue lodi “cantate” dal giudice della Corte Suprema Antonin Scalia nella sentenza Kansas contro Marsh. (**)
 
Ma i fatti hanno la testa dura e uno di questi si chiama Cameron Todd Willingham.
 
Willingham è stato condannato a morte per avere assassinato le sue bambine incendiando la casa dove dormivano. Lui si è dichiarato innocente fino all’ultimo respiro e ha rifiutato il patteggiamento che gli avrebbe salvato la pelle. Poco prima dell’esecuzione il famoso chimico Gerald Hurst aveva sollevato fortissimi dubbi sul fatto che l’incendio fosse doloso. Secondo lui era stato accidentale.
 
Purtroppo la sua perizia non infranse la determinazione del Governatore del Terxas Rick Perry di far fuori Willingham e a nulla valsero le richieste di sospendere l’esecuzione. Così Cameron Todd Willingham fu ucciso il 17 febbraio 2004 e le sue ceneri sparse sulla tomba delle bimbe.
 
Il caso però rimase aperto e il Chicago Tribune continuò a investigare e altri esperti giunsero alle conclusioni di Hurst: l’incendio non era stato doloso (arson) e quindi Willingham era innocente. 
 
Probabilmente la sua storia sarebbe rimasta insabbiata come è accaduto per Ruben Cantu, Carlos De Luna, Larry Griffin e altri possibili innocenti uccisi, se non fosse che il Parlamento texano ha istituito la Texas Forensic Science Commission.
 
La TFSC non è nata per bontà d’animo, ma per porre rimedio alle abissali incompetenze che affliggono i laboratori di polizia dentro e fuori il Texas. Gli scandali, da Oklahoma City alla chiusura dello Houston Police Department Laboratory, non si contano più e la sola Contea di Dallas ha, grazie al DNA, rimesso in libertà 18 innocenti. Non sono più solo gli abolizionisti a chiedersi quanti siano gli innocenti fra i 2.500.000 detenuti americani e fra i 3.300 condannati a morte: e quanti siano stati i “giustiziati” che non hanno avuto la possibilità di aggrapparsi a quel test.
 
Per Willingham la  commissione ha chiesto una perizia a Craig Beyler, il più famoso esperto americano di incendi dolosi, e costui è stato chiarissimo: l’incendio in cui sono morte le piccole Willingham NON era doloso e la logica conclusione è che il Texas ha “giustiziato” una persona innocente. No arson, no crime.
 
Beyler avrebbe dovuto testimoniare di fronte alla commissione venerdì 3 ottobre e per il Governatore sarebbe stato un venerdì di passione, se non si fosse ricordato che le cariche di due membri e del presidente erano scadute e così li ha sostituiti su due piedi in modo che il nuovo presidente potesse rinviare sine die l’audizione di Beyler.
 
Una tale sfacciataggine ha sollevato un putiferio in tutta la stampa americana che la paragona al “Saturday night massacre” (quando il presidente Nixon tentò di salvarsi dallo scandalo Watergate cacciando lo special prosecutor Archibald Cox), ma la faccenda va ben oltre le miserabili fregole elettorali texane.
 
Quella del governatore Perry è stata una clamorosa ammissione di colpevolezza. Con il suo goffo tentativo di schivare la verità l’ha resa ancora più evidente: lo stato del Texas ha ucciso una persona innocente e lo ha fatto pur sapendo che c’erano fortissime probabilità che lo fosse. 
I forcaioli americani tacciono o farfugliano giustificazioni, ma la foresta di Birnan sta salendo e il tempo della pena di morte americana è alla fine.
 
 
Claudio Giusti
Via Don Minzoni 40, 47100 Forlì, Italia
Tel.  39/0543/401562     39/340/4872522
e-mail  giusticlaudio@aliceposta.it
http://www.osservatoriosullalegalita.org/special/penam.htm
 
 
 
 
(*) Ricordo che gli americani celebrano il primo marzo in ricordo dell’abolizione (1847) in Michigan (abolizionista de facto dal 1837) e che noi italiani avremmo, oltre il 30 novembre, molte altre date da tenere a mente.
http://www.osservatoriosullalegalita.org/08/acom/07lug1/0505giuspenamors.htm
 
(**) Joshua Marquis, DA della Contea Clatsop (Astoria) in Oregon, lo ha spiegato in diverse occasioni ed è stato così convincente da avere l’onore d’essere citato da Anthonin Scalia in Kansas contro Marsh. Marquis ha diviso il piccolissimo numero di innocenti con l’immensa quantità di condanne emesse dalle corti Usa, dimostrando così che il tasso di successo della giustizia statunitense è del 99,973 per cento.
 
“Only 27 factually wrong felony convictions out of every 100,000!” and “That would make the error rate [in felony convictions] .027 percent – or to put it another way, a success rate of 99.973 percent.”
Justice Scalia in Kansas v Marsh, concurring

 
Questo scritto è dedicato a Paola Biondi, che avrebbe voluto andare in pensione e avere dei nipotini.

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Salvaguardia del creato

dalla-croce

Signore, guida tu stesso il carro;

altrimenti uscirà subito di strada

ciò spezzerà la furia del nemico

(Zwingli – Inno di Kappel 1526)

Sguardi svizzeri sulla salvaguardia del creato

Laureato in teologia evangelica, appassionato ciclista, Kurt Zaugg pubblica articoli e materiali di studio per la catechesi e la formazione degli adulti richiamando l’attenzione sulla responsabilità dei cristiani nei confronti dell’ambiente, organizza corsi per insegnare ai sagrestani come risparmiare energia, redige testi liturgici e meditazioni per il “tempo del creato”, è consulente dei vescovi e della federazione protestante svizzera in materia di politica ambientale.

Quando è nato l’Ufficio ecumenico Chiesa e Ambiente e per quale motivo?
L’Ufficio ecumenico Chiesa e Ambiente è stato fondato nel 1986. Erano gli anni in cui le chiese sviluppavano il programma ecumenico Giustizia, Pace e Integrità del Creato. In Svizzera ci si è resi conto che nelle chiese esistevano istituzioni che si occupavano della lotta per la giustizia sociale ed economica e altre che si impegnavano a favore della pace. Ma non esisteva nessuna istituzione che si occupasse di problematiche ambientali. Alcuni attivisti cristiani, tra i quali ad esempio Lukas Vischer e Christoph Stückelberger, lanciarono dunque l’idea di aprire un ufficio delle chiese per le questioni ambientali.

Chiesa e Ambiente è un’associazione ecologista cristiana. Ci sono delle radici bibliche alla base del vostro lavoro?
Nel primo racconto biblico della creazione si trova l’ordine di “assoggettare la terra”. Per me è importante che accanto a questo, nella Bibbia, si trovi anche un secondo racconto della creazione. Nel secondo racconto, al capitolo due della Genesi, si dice che all’uomo è affidato il compito di salvaguardare e di coltivare il giardino dove è stato posto a vivere. È importante che l’umanità faccia propria questa seconda interpretazione del compito che le è affidato sulla terra. Non ci è stato dato il compito di rovinare la terra, bensì di averne cura. Il giardino deve poter continuare a vivere e rimanere abitabile. L’essere umano non è il padrone assoluto del creato, piuttosto fa parte della creazione.

Le chiese cristiane e la teologia cristiana non sono però sempre state molto sensibili nei confronti del creato. Che cosa ha provocato l’attuale cambiamento di rotta?
La crisi ecologica, iniziata negli anni Settanta e che continua anche oggi, spinge le chiese e i teologi a rivedere il modo in cui considerano il creato e a correggere l’immagine del creato propagata per secoli dal cristianesimo. Il creato non è un semplice strumento a disposizione degli interessi dell’essere umano, esso è piuttosto una dimensione da salvaguardare e che ha dei diritti propri.

Ci può aiutare a capire ancora meglio in che direzione si muovono le vostre riflessioni e il vostro lavoro?
Noi dell’Ufficio Chiesa e Ambiente rifiutiamo l’interpretazione tradizionale secondo cui l’essere umano avrebbe ricevuto l’autorizzazione a usare il creato a proprio piacimento e a sfruttarlo senza limiti. E difendiamo una teologia che non teme di prendere posizione, anche politicamente, a proposito di questioni ambientali attuali, come ad esempio il cambiamento climatico. Noi in Svizzera non viviamo in modo responsabile, non rispettiamo i limiti del nostro ambiente. Basta vedere i risultati della nostra impronta ecologica. E siamo anche lontani dal realizzare gli obiettivi della cosiddetta società a 2000 watt. Per quanto concerne la distruzione di materie e il consumo di energia, viviamo largamente al di sopra delle possibilità offerteci dal creato.

Come dovrebbe vivere una società che cerca di avere cura della terra?
Una società che rispetta l’ambiente nel quale vive cerca di comportarsi in modo tale da rispettare i limiti imposti dal creato. Certamente noi viviamo in sistemi molto grandi e dinamici, e non sappiamo esattamente quanto sia in grado di sopportare il creato. Tuttavia oggi possiamo calcolare, con una certa approssimazione, che cosa è ragionevolmente tollerabile e che cosa non lo è: penso in particolare ai settori del consumo dell’energia e delle materie. Dovremmo usare solo le materie di cui abbiamo effettivo bisogno, e dovremmo usarle nel modo più efficiente e rispettoso possibile. Dovremmo cercare di sviluppare una economia basata sul riciclo, un’economia che produce la minor quantità possibile di scarti e rifiuti.

Che vie di uscita vede lei dall’attuale crisi ecologica, che è anche e soprattutto una crisi delle principali fonti energetiche?
L’economia umana ha sfruttato, per secoli e anzi per millenni, l’energia fornita dal sole. Con l’avvento dello sfruttamento del carbone, del petrolio e del gas, ci siamo allontanati dal sole e abbiamo sviluppato l’economia su larga scala. Ora ci rendiamo conto però che questo sviluppo ci porta verso limiti che è meglio non valicare. Oggi, contando sulla nostra buona tecnologia, l’obiettivo dovrebbe essere quello di riallacciarci all’antica economia del sole.

Lei elabora anche testi liturgici e meditazioni per il “tempo del creato”, il periodo che in molte chiese è dedicato, tra settembre e ottobre, alla riflessione sul nostro posto e il nostro ruolo nel creato. Che temi affronta, in quelle pubblicazioni?
Sollevo spesso domande su ciò che dà senso alla nostra vita quotidiana. Mi chiedo: troviamo il senso della vita solo in ciò che consumiamo? O siamo capaci di trovarlo magari altrove, nello stare insieme ad altri, o nel godere della bellezza della natura? O nel riuscire a utilizzare le nostre forze? Le forze del nostro corpo rimangono spesso inutilizzate: viaggiamo con l’auto o con altri veicoli e non sappiamo più come si possono utilizzare. Anche la riscoperta delle nostre forze può aiutare a trovare un senso da dare alla nostra vita.

(intervista di VE a cura di Paolo Tognina)

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Laudato sie, mi signore, per sora nostra morte corporale

Ecumenici ringrazia l’ amica Guerresi Marilena di Ravenna per la donazione ricevuta: le offerte sono tutte destinate al gruppo battista che opera nelle carceri milanesi in favore dei transgenders. Esperienza unica nel nostro paese per l’attività cristiana di base.

Aiutateci a metterne nel salvadanaio piccole o grandi offerte. E’ tutt’altro che una passeggiata impegnarsi dentro il carcere. Vi sono mille problemi pratici e tante richieste e difficoltà da superare, con limitate risorse umane e finanziarie.

Aiutaci con un bollettino postale a favore di Maurizio Benazzi, Via A. Vespucci, 72 – 20025 Legnano MI, con causale Ecumenici, sul conto numero 30592190. In alternativa è possibile fare un bonifico a Maurizio Benazzi, con causale ecumenici, sulla Banca Popolare di Milano con le seguenti coordinate: IBAN IT62 Y 05584 20200 000000003084; per l’estero: BIC BPMIITM1106. Infine puoi ricaricare la carta postepay numero 4023 6004 6886 1754 intestata al presidente fondatore di Ecumenici Maurizio Benazzi

 

Ci schiereremo a favore del testamento biologico e contro le leggi del Parlamento che obbligano l’alimentazione forzata anche contro la volontà delle persone, in caso di vita solo vegetativa permanente e non più relazionale ed emozionale. Siamo per la libertà di Dio e non quella delle macchine. Contro il burocratismo dell’ On. Binetti desideriamo offrire spazi di dialogo. Su Facebook è già aperto il nostro forum.
La libertà dei figlie e figlie di Dio continua anche dopo la morte…
La redazione di Ecumenici si stringe con affetto a Beppino Englaro e alla sua famiglia

Eluana è morta, Eluana ora vive
di don Paolo Farinella

“Laudato sie, mi signore, per sora nostra morte corporale”

Ha preso tutti in contropiede e se n’è andata con un sussulto di dignità, quasi volesse scappare prima che gli avvoltoi del senato, comandati a bacchetta dal loro padrone, decidessero di condannarla all’ergastolo in uno stato di vita che vita non è, perché non umana. Se n’è andata, lontana da suo padre e da sua madre, quasi volesse risparmiargli l’ultima goccia di fiele che essi sorseggiano da diciassette anni. Se n’è andata, approvando le scelte della sua famiglia, l’unica che in questa tragedia fu ed è scevra di interessi e la sola che può vantare gratuità e amore senza ricompensa. Se n’è andata quasi a smentire un pusillanime che non ha esitato a sfregiare la vita e la morte, il Diritto e lo Stato per trarre vantaggi e benefici per sé e la sua bulimia di potere. Se n’è andata per non essere complice del sigillo diabolico tra pagani e devoti, scribi e farisei, che aggiungono pesi sulle spalle degli altri, senza mai muovere un dito per aiutare a portarli.

E’ cresciuta come un virgulto sorridente davanti a Dio e come una radice nella terra arida degli avvoltoi. Non aveva apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per provare in lei diletto, perché in coma irreversibile. Disprezzata dal potere e dal fanatismo fu denudata ed esposta su pubblica piazza, quando l’uomo senza ritegno e senza valore, celiò sulla sua capacità di partorire. Donna dei dolori che ben conobbe il patire da oltre diciassette anni, Eluana ora sta davanti a noi invisibile, ma presente, promessa di vita oltre la soglia della morte, che come sorella viene ad abbracciarla per trapiantarla nell’Eden della dignità. Disprezzata dagli scribi e dai farisei, sempre contemporanei, non volle far parte del coro dei suoi difensori per partito preso perché schiavi dei loro astratti principi, e non sanno cosa sia libertà di decidere secondo coscienza, in nome di chi disse che lei è comunque e sempre superiore al sabato. Gli urlatori in difesa della vita, costi quel che costi, sono lefebvriani allo stato puro perché vogliono imporre Dio anche a chi ha scelto di non credere: come quelli sarebbero capaci di uccidere chi non si converte. Eluana è stata trafitta dalla superba protervia che cerca ragione a forza di urla; schiacciata dalla impura indecenza, ora entra nella vita che la morte annuncia e rivela, principio di risurrezione

Chi ha ballato sulla sua tomba prima ancora che morisse ha avuto anche l’impudenza di gridare “assassino” e “boia” al mite babbo, l’unico che l’ha amata senza riserve, con il coraggio di lasciarsi generare dalla figlia che lui aveva generato e anche perduto. Finalmente ora può restituirla alla dignità della morte che è l’unico modo per ridarle la vita. Nel turbinio di questo mondo pazzo e folle, Eluana, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; come agnello condotta al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca. Eluana è morta. Silenzio. Sipario.

(Nota. Intanto si sentono le rane gracidare forte, ma in diminuendo, fino al silenzio totale. Si spengono le luci in dissolvenza e il buio raddoppia il SILENZIO che tutti ascoltano senza profferire parola).

Altissimu onnipotente bon signore,
tue so le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione.
Laudato si, mi signore, per sora nostra morte corporale,
da la quale nullu homo vivente pò skappare.
(San Francesco d’Assisi, Cantico delle creature, vv. 1-2; 28-29; sec. XIII)

(9 febbraio 2009)

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La pace o la vendetta di Dio?

Spesso le parole sembrano non bastare più, i riti e le liturgie stanche delle chiese del mondo occidentale si ripetono senza senso per il solo fatto che vi sia una tradizione da preservare, ma da qualche parte – proprio in questa zona del mondo – c’è sempre qualcuno/a che si accorge che non vale più la pena di mentire a se stessi e farsi trascinare nel circolo del non senso o dell’intellettualismo fine a se stesso. Anche il Gesù predicato dai pastori protestanti non serve a mettersi la coscienza a posto, con le miserie della nostra umanità. Gesù – con Schweitzer -viene ripensato alla luce della domanda esistenziale e permanente. Noi continuiamo ad avere sete di giustizia! Non ci sono più dogmi ecclesiastici da osservare né teorie di predestinazione che tengano: serve invece solo il coraggio di amare. Cosa che in Occidente si è perso da anni. Grazie verosimilmente anche ai cristiani e alla loro ideologia ormai deformata (definita con sfrontatezza cristianesimo) e mai fondata dal rabbi crocefisso.

Il grido di Albert Schweitzer per il rispetto della vita risuona ancora oggi nelle opulenze di questo periodo di Avvento sia pur nelle ristrettezze della crisi economica –finanziaria mondiale. Il nuovo palazzo della Rinascente a Milano grida la vendetta di Dio contro chi ti imbelletta e ti profuma, rendendoti sempre più imbecille e assuefatto. Con l’illusione che la pace di Dio sia prossima al 25 dicembre…

Noi chiediamo al Signore degli eserciti celesti di spegnere le luci luminarie di questo Natale e accendere la luce delle coscienze di ciascuno e ciascuna. Questa è la nostra preghiera. Anche per te.

Ecumenici

 

asfam

 

Albert Schweitzer da Bach al Rispetto per la vita

 

(Luca Lovisolo – Associazione Albert-Schweitzer di Trieste) Fra i dischi di casa ce n’era uno che aveva lo stesso diametro dei 45 giri, ma era più spesso, e si ascoltava con una certa solennità. Nella foto sulla copertina sedeva un vecchio rubicondo con folti baffi e capelli grigi, la camicia bianca, e sul colletto un vistoso strambo papillon. L’espressione era una curiosa mescolanza di bonarietà, severità, paternità e stanchezza: il dottor Schweitzer, l’unico organista della storia ad aver ricevuto un premio Nobel.

Albert Schweitzer nacque il 14 gennaio 1875 a Kaysersberg, un nido medievale fra i vigneti nebbiosi dell’Alsazia di fine autunno, ma non è lì che deve fermarsi chi vuole trovare il luogo dove nacque la sua anima. Pochi chilometri ancora sotto una pioggerella inopportuna, su di un pullman di studenti che motteggiano in francese con l’autista mentre due vecchine conversano due sedili più indietro nel dialetto di qui, dall’inconfondibile radice tedesca. Albert Schweitzer percorse queste valli di frontiera appena cinque anni dopo la loro annessione all’Impero germanico: vivevano ancora Johannes Brahms, Franz Liszt, César Franck, Victor Hugo. Poche settimane dopo la nascita del figlio Albert, Ludwig Schweitzer era stato trasferito per esercitare il proprio ministero di pastore protestante a Gunsbach, un villaggio di circa mille abitanti seduto in silenzio ai piedi di un modesto pendìo rugiadoso, a nord della strada principale che unisce Colmar a Munster. La famiglia Schweitzer ne abitò da allora la casa parrocchiale. Dalla canonica si può raggiungere la chiesa per due vie: per la carrozzabile, aggirando il municipio e poi salendo una scala, oppure insinuandosi tra i vicoli del borgo, passando sul ponte del mulino e ritrovandosi a monte della chiesa appena il suono del ruscello si attutisce. Ancora oggi questa chiesa è il luogo di culto comune a due paesi – Gunsbach e Griensbach-au-val – e a due confessioni religiose, cattolica e protestante. Le celebrazioni si suddividono inoltre fra riti in lingua francese, riti in lingua tedesca e riti bilingui. L’orario liturgico appeso alla porta finisce così col somigliare a un cruciverba. “Da questa chiesa aperta ai due culti ho ricavato un alto insegnamento per la vita: la conciliazione […] Le differenze tra le Chiese sono destinate a scomparire. Già da bambino mi sembrava bello che nel nostro paese cattolici e protestanti celebrassero le loro feste nello stesso tempio (1)”.

Terminate le scuole elementari di Gunsbach, a sinistra appena sotto la chiesa, scesa la scala, Albert Schweitzer passò alle scuole medie di Munster: raggiungeva ogni giorno il capoluogo della valle percorrendo il sentiero di circa tre chilometri che sale diritto dietro la parrocchia e dopo qualche decina di metri svolta repentinamente a sinistra, per tagliare a metà il pendìo sotto il bosco, fino alla città. “La cattedra di religione della scuola media di Munster era tenuta dal pastore Schäffer, una personalità notevole in campo religioso, e, nel suo genere, un eccellente oratore. Sapeva raccontare gli episodi biblici in modo stupendo. […] Mi appioppò il soprannome di Isacco, cioè «colui che ride», poiché ridevo di ogni sciocchezza […] Il registro di classe portava spesso l’annotazione «Schweitzer ride». In verità non avevo un carattere allegro, ero piuttosto timido e chiuso. Avevo ereditato questo carattere dalla mamma (2)”.

Terminate le scuole medie, le condizioni economiche della famiglia non gli avrebbero permesso la prosecuzione degli studi presso il liceo più vicino, a Mulhouse. Qui, però, due zii anziani e senza figli si offersero di ospitarlo: “Solo in seguito compresi il bene che mi avevano fatto gli zii, ospitandomi in casa. In un primo tempo mi resi conto soltanto della severa disciplina che m’imponevano […] La vita era regolata fin nelle faccende meno importanti. […] Obbligandomi a suonare, mia zia soleva dirmi: «Tu non sai quanto la musica ti potrà essere utile nella vita!». […] Neppure a Mulhouse la mia carriera scolastica ebbe inizio felice. Ero ancora troppo trasognato, le brutte pagelle diedero molte preoccupazioni ai miei genitori (3)”.

Al liceo Albert Schweitzer ebbe come insegnante di musica Eugen Munch, organista a Mulhouse della chiesa di Santo Stefano e capostipite di una famiglia che diede all’Alsazia numerosi e distinti musicisti (4). Munch era stato alla Scuola Superiore di Musica di Berlino, dove aveva respirato il clima di entusiasmo che circondava la rivalutazione delle opere di Johann Sebastian Bach, la cui grandezza fece conoscere a Schweitzer durante le lezioni di organo che questi ne ricevette a partire dall’età di quindici anni. Schweitzer liceale trovò nella musica di Bach il canale collettore delle sue prime sensazioni musicali, che rimontavano all’infanzia, all’organo sentito suonare durante i riti protestanti celebrati dal padre e ai Corali cantati a scuola. “Durante i primi anni del soggiorno a Mulhouse soffrivo molto di nostalgia per la chiesa di Gunsbach. Mi mancavano le prediche di mio padre e il servizio divino cui ero stato abituato sin da piccolo […]Dalle funzioni religiose cui partecipai da bambino ricevetti quel senso del solenne e quell’aspirazione al silenzio e al raccoglimento senza i quali la vita mi sembrerebbe sterile (5)”. Dopo inizi non propriamente incoraggianti, Eugen Munch fu sempre più convinto dal talento musicale del giovane Schweitzer e prese a volerlo come proprio organista sostituto. Il 16 novembre 1892 gli affidò in concerto la parte dell’organo nel Requiem tedesco di Johannes Brahms (6).

Ospitato a Parigi da un fratello maggiore di suo padre, commerciante, nell’ottobre del 1893 Albert Schweizer diciottenne poté incontrare per la prima volta Charles Marie Widor, organista della chiesa di Saint Sulpice. L’istruzione avuta da Eugen Munch gli valse la possibilità di riceverne lezioni private, sebbene il maestro insegnasse unicamente a favore degli iscritti al Conservatorio della capitale. Accadde a Saint Sulpice che Widor fece notare al nuovo allievo come i Preludi ai Corali di Bach cambiassero repentinamente condotta senza ragioni apparenti. Qui, suscitando lo stupore del celebre organista – che aveva trent’anni più di lui – Schweizer replicò che la spiegazione stava nel testo del Corale: la sua tesi sulla relazione diretta fra la composizione musicale di Bach e i testi poetici è oggi cosa indiscussa, ma era insospettata sino a meno di un secolo fa anche dai più grandi organisti (7).

Tornato in Alsazia, alla fine del mese di ottobre Albert Schweitzer s’iscrisse all’Università di Strasburgo e vi frequentò contemporaneamente la facoltà di teologia e quella di filosofia. Abitò nel seminario protestante, che si trova presso la chiesa di San Tommaso, adibito ancora oggi a ospitare studenti: un lato dell’edificio bianco, antico e ben tenuto, è circondato da un alto muro di cinta che lo divide dal lungofiume e da una stretta via traversa. Dalle finestre dei piani alti che l’occhio raggiunge di là del muro penzolano magliette colorate e pantaloni, quasi per certo stesi abusivamente. Il lato interno guarda su un cortile di pietra piccolo e silenzioso, presso a poco quadrato, al cui centro è piantato un alto albero di gaggia. Dietro il cortile esce dalla nebbia la massa architettonica della chiesa di San Tommaso, con il grandioso organo Silbermann. “Dal 1 aprile 1894 svolsi il mio servizio militare […] Quando, in autunno, nei dintorni di Hochfelden (bassa Alsazia) cominciarono le manovre […] portai con me il Nuovo Testamento in greco. La sera e nei giorni di riposo riuscivo veramente a lavorare […] Così, già alla fine del mio primo anno di studi avevo dubbi circa la concezione storica allora diffusa della vita di Gesù (8)”. Nel frattempo Albert Schweitzer era stato nominato organista dei concerti bachiani tenuti dal coro di Ernst Munch. “Alla venerazione per Bach si accompagnava in me quella per Wagner. Quando a sedici anni, liceale, potei andare per la prima volta a teatro, a Mulhouse, davano il Tannhäuser. Questa musica mi sopraffece talmente che ci vollero giorni, prima che potessi nuovamente prestare attenzione alle lezioni scolastiche (9)”.

Per elaborare la propria tesi di dottorato sulla filosofia della religione di Immanuel Kant (10), Albert Schweitzer tornò a Parigi, dove frequentò la facoltà filosofica della Sorbona e prese nuove lezioni d’organo, impartitegli da Widor gratuitamente. Allo stesso tempo ebbe lezioni di pianoforte dalla didatta Marie Jaëll-Trautmann, che era stata allieva di Franz Liszt. “Viveva dedicata ai suoi studi sul tocco pianistico, cui cercava una fondazione fisiologica. Le servivo da cavia, e come tale prendevo parte agli esperimenti che svolgeva con il fisiologo Féré. Quanto devo a quella donna geniale! (11)”. A ventitré anni Albert Schweitzer viveva la Parigi fin de siècle (quella di Debussy e dei pittori di Montmarte), non senza lottare contro difficoltà economiche ricorrenti: “A Widor debbo l’incontro con importanti personalità della Parigi di allora. Egli si occupava anche del mio benessere materiale. Se aveva l’impressione che a causa del mio poco denaro non avessi mangiato abbastanza, spesse volte dopo la lezione mi portava al ristorante che frequentava abitualmente, il Foyot, vicino al Luxembourg, affinché potessi saziarmi (12)”. Per poter svolgere contemporaneamente più studi Albert Schweizer ricorse spesso al lavoro notturno: “Mi accadde di suonare l’organo a lezione da Widor la mattina senza essere stato affatto a dormire (13)”. Tornato a Strasburgo nel 1899 dopo un soggiorno estivo a Berlino discusse la tesi di filosofia e continuò gli studi di teologia. Volgendo al termine questi ultimi, ebbe l’ufficio di predicatore presso la chiesa di San Nicola. Nei periodi di vacanza e quando riusciva a trovare un sostituto per le prediche tornava a Parigi ospite di suo zio, dove proseguiva gli studi con l’organista di Saint Sulpice ed ebbe anche a tenere una serie di conferenze sulla letteratura tedesca. Cominciò dal 1900 il periodo più intenso dedicato al lavoro teologico, niente affatto esente da intrusioni nelle altre discipline. Nel 1901 pubblicò lo studio sull’Ultima Cena (14), mentre la Storia della ricerca sulla vita di Gesù uscì per la prima volta nel 1906 ed ebbe poi diverse riedizioni (15). Fu nominato nel frattempo docente della facoltà teologica di Strasburgo. La Mistica dell’Apostolo Paolo uscì solo nel 1930 (16). Il celebre libro su Johann Sebastian Bach, nel quale Schweitzer enunciò le sue tesi circa la relazione fra immagini musicali e testi poetici, vide la luce in questi anni su stimolo di Charles Marie Widor. “Mentre ero impegnato a scrivere la Ricerca sulla storia della vita di Gesù, scrissi un libro in francese su Bach […] Al Bach custode del Gral della musica pura contrappongo nel mio libro il Bach poeta e pittore in musica. Tutto ciò che sta nelle parole del testo, sia il sensibile sia il figurativo, egli lo rende nel materiale sonoro con la maggior vivezza e chiarezza possibili (17)”. Il libro uscì in francese nel 1905 (18) ma poco dopo l’editore Breitkopf & Härtel ne chiese a Schweitzer una versione in tedesco, pubblicata nel 1908 con un numero di pagine quasi raddoppiato da approfondimenti e nuove ricerche (19). Intanto, ancora nel 1905, Schweitzer fu confondatore della Società Bach di Parigi, insieme a Paul Dukas, Gabriel Fauré, Charles Marie Widor, Alexandre Guilmant e Vincent d’Indy. Nello stesso anno uscì il suo studio comparato sull’arte organaria e organistica francese e tedesca (20). Dal 1892 al 1908 Albert Schweitzer aveva già tenuto 98 concerti d’organo fra Germania, Francia, Spagna e Belgio (21). Compiva 33 anni: da tre aveva comunicato agli amici e ai familiari che all’inizio del nuovo semestre scolastico si sarebbe iscritto alla Facoltà di Medicina dell’Università di Strasburgo, allo scopo di diventare medico e di esercitare questa professione nell’Africa equatoriale. “Il progetto che stavo per mettere in atto lo portavo in me già da lungo tempo. La sua origine rimontava ai miei anni di studentato. Mi riusciva incomprensibile che io potessi vivere una vita fortunata, mentre vedevo intorno a me così tanti uomini afflitti da ansie e dolori […] Mi aggrediva il pensiero che questa fortuna non fosse una cosa ovvia, ma che dovessi dare qualcosa in cambio […] Quando mi annunciai come studente al professor Fehling, allora decano della Facoltà di Medicina, egli avrebbe preferito spedirmi dai suoi colleghi di psichiatria (22)”. Sei anni dopo tenne l’Esame di Stato di Medicina: guadagnò il denaro da versare a questo scopo sostenendo poco prima l’esecuzione della Sinfonia Sacra di Widor per organo e orchestra, sotto la direzione del compositore stesso, durante la Französische Musikfest di Monaco di Baviera. La sua tesi di dottorato concernette la valutazione psichiatrica della vita di Gesù (23). “Non mi pareva vero che la tremenda tensione dello studio di medicina fosse davvero finita. Mi rassicuravo di continuo che non era un sogno, ma che era proprio finita(24)”.

“Non predicare più, non tenere più lezioni significò per me una rinuncia pesante. Sino alla mia partenza per l’Africa evitai per quanto possibile di passare dalle parti della chiesa di San Nicola o dell’Università. Vedere quei luoghi di un agire che non sarebbe mai più ritornato era troppo doloroso. Ancora oggi non riesco a tenere lo sguardo rivolto alla finestra della seconda aula a est dell’entrata del grande edificio universitario, dove solevo tenere lezione […] Finora ero stato occupato solo da lavoro intellettuale. Adesso bisognava fare ordinazioni dai cataloghi, commissioni tutto il giorno, girare per negozi a cercare merce, verificare consegne e fatture, chiudere casse, compilare con esattezza le liste per la dogana, e simili altre cose ancora. […] Per raccogliere i fondi necessari alla mia impresa cominciai a elemosinare presso i miei conoscenti […] Quando fui sicuro di aver raccolto tutti i mezzi necessari a fondare un piccolo ospedale, feci la mia offerta definitiva alla Società delle Missioni di Parigi di mettermi al servizio a mie spese come medico nel territorio della missione sul fiume Ogooué, a partire dalla loro base di Lambaréné, situata in posizione centrale […] Ma gli osservanti più stretti fecero resistenza. Si decise di sottopormi a un esame sulla fede. Non accettai, motivando il mio rifiuto col fatto che Gesù, chiamando i suoi discepoli, non pretendeva altro se non che volessero seguirlo. […] Quando assicurai che volevo solo fare il medico, e per tutto il resto sarei stato «muto come una carpa», allora si tranquillizzarono. […] Nel febbraio del 1913, 70 casse furono chiuse a vite e spedite intanto come bagaglio a Bordeaux […] Il Venerdì Santo del 1913 mia moglie e io lasciammo Gunsbach, la sera del 26 marzo ci imbarcammo a Bordeaux […] A Lambaréné i missionari ci accolsero davvero con cordialità […] Tenni i miei primi consulti in un pollaio […] Prima ancora che avessi trovato il tempo di togliere dalle casse medicine e strumenti, fui circondato da malati […] Arrivavano da un raggio di 200 – 300 chilometri, in canoa, sull’Ogooué e sui suoi affluenti […] Com’ero contento di aver realizzato il mio progetto di venire qui, in barba a tutte le obiezioni! (25)”.

Oltre a operare da medico e a costruire materialmente l’ospedale erigendo capanne di legno, lamiera e bambù, durante il primo soggiorno africano Schweitzer proseguì l’edizione critica delle opere per organo di Bach poi pubblicata in collaborazione con Charles Marie Widor (26). La Società Bach di Parigi gli inviò in regalo un pianoforte verticale con pedaliera, sui cui tasti l’avorio era fissato a vite, anziché incollato, per evitarne l’inevitabile distacco dovuto al clima. Suonando questo strumento – grazie al quale conservò anche l’agilità delle dita necessaria a operare chirurgicamente sino a età avanzatissima (27) – il dottor Schweitzer preparò le centinaia di concerti che tenne in tutta Europa durante periodici rientri nel Vecchio Continente, e numerose, primordiali incisioni discografiche (28). Al di là degli specifici scopi culturali, quest’attività pubblica servì non di meno ad attrarre attenzione e aiuti a favore del suo ospedale.

Nel 1914 la Prima Guerra Mondiale contrappose gli Imperi Centrali (Germania e Austria-Ungheria) a Francia, Russia e loro alleati: Albert Schweitzer e la moglie Hélène Bresslau, che lo assisteva in Africa come infermiera, erano cittadini tedeschi in territorio coloniale francese. Furono dapprima piantonati: il provvedimento fu revocato dopo quattro mesi grazie alle insistenze di Widor presso le autorità di Parigi. In questi eventi Schweitzer abbozzò l’opera filosofica Cultura ed etica, poi pubblicata dopo la guerra. Di fronte ai primi abbaglianti progressi della tecnica, al crescere dei nazionalismi e alla chiusura su di sé del pensiero filosofico, Schweitzer lesse la decadenza della cultura europea come conseguenza del distacco di essa da una ragionata visione del mondo, e definì la cultura come compimento etico del singolo e della società. Il progresso universale, in quanto affermazione del mondo e della vita, è tale secondo Schweitzer solo se cammina di pari passo al progresso etico: ma quale può essere quella visione del mondo nella quale etica, affermazione della vita e affermazione del mondo possono trovare una simultanea fondazione? “Per mesi restai in agitazione continua. Senza successo occupai il mio pensiero, con una concentrazione che non fu guastata neppure dal lavoro che svolgevo ogni giorno in ospedale […] Stavo come di fronte a un portone di ferro che non voleva cedere […] In quelle circostanze dovetti intraprendere un lungo viaggio sul fiume [Ogooué]. Alla sera del terzo giorno, quando, al tramonto, navigammo in mezzo a un branco di cavalli del Nilo, si parò di fronte a me inattesa e non cercata l’espressione: «Rispetto per la vita». Il portone di ferro aveva ceduto […] Ero penetrato sino all’idea nella quale sono contenute insieme l’affermazione del mondo, l’affermazione della vita e l’etica. Ora sapevo che la concezione dell’affermazione del mondo e dell’affermazione della vita è fondata nel pensiero insieme ai suoi ideali culturali (29)”.

L’espressione “Rispetto per la vita” non è una semplice, pur nobile affermazione di principio: ha per Schweitzer una precisa dignità teoretica, e diventa la chiave di volta per la moderna capacità di giudizio sia di fronte al progresso tecnologico, sia di fronte alle sfide culturali che esso comporta (30).

Un articolo che riguardi gli anni di formazione di Albert Schweitzer deve fermarsi a questa espressione, che guiderà tutto il resto della sua vita. Nel 1917 il dottore e sua moglie furono costretti a tornare in Europa e imprigionati in Francia. L’internamento guastò seriamente la loro salute: indebolita, Hélène Schweitzer tornerà in Africa solo nel 1941. Il dottor Schweitzer vi tornò nel 1924, all’età di quarantotto anni. “Dell’ospedale rimanevano in piedi solo la piccola baracca di lamiera ondulata e lo scheletro in legno duro di una delle grandi capanne di bambù. Durante i sette anni della mia lontananza tutto era marcito e crollato […] La mia vita andava così: di mattina facevo il medico, di pomeriggio il costruttore (31)”. Rimasto solo, Schweitzer si fece aiutare nei lavori pratici dai familiari dei malati. L’ospedale riprese a funzionare, dall’Europa giunsero aiuti, personale medico e poi sua figlia Rhena. Con un preciso fine educativo, l’ospedale non offrì mai cure a titolo completamente gratuito: a ciascuno era chiesto un contributo nella misura e nelle forme che gli erano possibili, con l’eccezione dei casi di povertà estrema. Nel 1953 fu conferito ad Albert Schweitzer il Premio Nobel per la Pace. Il dottore tornò in Europa per altre dodici volte, e tenne l’ultimo dei suoi 487 concerti il 18 settembre del 1955 (32). Nel 1959, due anni dopo la morte della moglie, Albert Schweitzer si stabilì definitivamente in Africa, dove continuò a lavorare e a tenere fitti scambi epistolari con il mondo intero sino all’agosto del 1965. Il 4 settembre, alle 23.30, la sua vita vissuta ai confini dell’incredibile si spense a novant’anni, nel buio della foresta.

L’ospedale Schweitzer di Lambaréné è oggi uno dei centri medici più importanti dell’Africa equatoriale. I principali scritti di Albert Schweitzer sono ancora regolarmente ristampati. I dischi incisi dal dottor Schweitzer organista ci consegnano uno stile esecutivo cui oggi il mondo dell’organo guarda con una sufficienza ammantata di falsa coscienza. La fondazione teoretica delle sue interpretazioni di Bach non è discutibile, salvo disporre almeno della sua stessa capacità di sintesi filosofica, musicale, teologica e umana. Egli ci indica un’imbarazzante meta raggiunta dall’umanamente possibile: conseguire tre lauree, scrivere qualche decina di libri, fondare e costruire con le proprie mani un ospedale nella foresta, superare due guerre mondiali e riempire di pubblico le chiese d’Europa con mezzo migliaio di concerti d’organo. Un modello scomodo. Vi è un interrogativo cui l’opera del dottor Schweitzer deve richiamarci: quante vite costa nel Terzo Mondo la costruzione di un organo in Europa? Nell’epoca della comunicazione globale questo dilemma non può restare ignorato. La risposta non è un terzomondismo da parata che vorrebbe distruggere le nostre ricchezze a sterili fini assistenziali: il dottor Schweitzer operò in Africa senza smettere mai di lavorare per la dignità della cultura europea, dimostrando con la sua vita che le nostre ricchezze intellettuali non sono a danno di altri, a patto che sappiamo farle fruttare nel modo giusto, a vantaggio di tutti. Oggi, per noi organisti ne consegue una responsabilità: la nostra presenza all’organo deve giustificarsi eticamente. “Raccoglietevi, raccoglietevi. Abbiamo bisogno di raccoglimento più di ogni altra generazione sulla Terra, o la nostra umanità precipiterà spiritualmente. Raccoglietevi, voi che vi disperdete negli eventi […] Siate silenziosi, affinché il vostro pensiero prolifichi; credete che nell’ora solenne della solitudine con voi stessi non solo sarete migliori nell’anima e nel carattere, ma troverete la forza di portare meglio il peso che il destino e gli uomini vi preparano, di perdonare laddove non avreste potuto perdonare, di credere negli uomini laddove altrimenti sarebbe la disperazione (33)”.

 

1. Albert Schweitzer, Aus meiner Kindheit und Jugendzeit, 1924. Le traduzioni sono dello scrivente.
2. Albert Schweitzer, Aus meiner Kindheit und Jugendzeit, 1924.
3. Albert Schweitzer, Aus meiner Kindheit und Jugendzeit, 1924.
4. Eugen Munch morì di tifo in giovane età nel 1898: Albert Schweitzer ne scrisse una memoria biografica, che fu il suo primo libro stampato, sebbene uscito anonimo (Anonimo, Eugen Munch, Brinkmann, Mulhouse, 1898). Eugen Munch ebbe un figlio, Hans (Mulhouse, 9.3.1893 – 7.9.1983), violoncellista e direttore d’orchestra, che fu allievo di Schweitzer per l’organo. Il fratello di Eugen, Ernst (Niederbronn, 31.12.1859 – Strasburgo, 1.4.1928) fu a Strasburgo docente al Conservatorio e organista della chiesa di San Guglielmo, dove fondò un coro per eseguire le Cantate di Bach. Di queste esecuzioni Albert Schweitzer fu più tardi organista ufficiale e ne scrisse numerose presentazioni uscite sui giornali cittadini. Dei due figli musicisti di Ernst, Fritz (Strasburgo, 2.6.1890 – 10.3.1970) fu direttore del Conservatorio della sua città, oltre che teologo protestante, filosofo e musicologo, mentre Charles (Strasburgo, 26.9.91 – Richmond, USA, 06.11.1968) divenne celebre in tutto il mondo come violinista e direttore d’orchestra.
5. Albert Schweitzer, Aus meiner Kindheit und Jugendzeit, 1924.
6. Harald Schützeichel, Die Konzerttätigkeit Albert Schweitzers, Haupt, Bern, 1991. “Quel giorno provai per la prima volta il piacere, che assaporai poi molte volte, di fondere il suono dell’organo con quello dell’orchestra e del coro”. Albert Schweitzer, aus meiner Kindheit und Jugendzeit, 1924.
7. Devo la narrazione di questo aneddoto generalmente sconosciuto alla cortesia del noto concertista alsaziano Daniel Roth, attuale organista della Basilica parigina di Saint Sulpice. A lungo in Francia – e certamente anche in altri Paesi al di fuori della Germania – si ritenne che i Corali usati da Bach fossero melodie liberamente create da Bach stesso, ignorando che provenissero da un repertorio consolidatosi fin dai tempi di Lutero. Fu questa la ragione per la quale César Franck intitolò così i suoi Tre Corali, sebbene vi avesse impiegato temi estranei a qualunque tradizione liturgica (Cfr. Albert Schweitzer, Deutsche und Französische Orgelbau und Orgelkunst, Breitkopf & Häretel, Leipzig, 1906, 42, n. 1).
8. Albert Schweitzer, Aus meinem Leben und Denken, Leipzig, 1931, I.
9. Albert Schweitzer, Aus meinem Leben und Denken, Leipzig, 1931, I.
10. Albert Schweitzer, Die Religionsphilosophie Kants, Mohr, Freiburg, i.B., 1899. Il pensiero di Immanuel Kant (1724-1804) ha comportato una rivoluzione nei concetti di conoscenza sensibile e conoscenza intelleggibile, capovolgendo il ruolo del soggetto rispetto all’oggetto nell’atto della conoscenza stessa. Una tale trasformazione, espressa nelle opere critiche a partire dalla Critica della ragion pura (1781), oltre alle conseguenze sul pensiero, sull’agire e sulla capacità di giudizio non poté non comportare le importanti ripercussioni nel campo della religione che Kant trattò nella Religione entro i limiti della semplice ragione (1793). La tesi di laurea di Schweitzer ebbe il fine “di riascoltare Kant stesso, a fianco delle numerose opere sulla sua filosofia della religione […] Quest’opera offre un’analisi critica dei pensieri di Kant che hanno qualchessia relazione con i problemi di filosofia della religione”.
11. Albert Schweitzer, Aus meinem Leben und Denken, Leipzig, 1931, II.
12. Albert Schweitzer, Aus meinem Leben und Denken, Leipzig, 1931, II.
13. Albert Schweitzer, Aus meinem Leben und Denken, Leipzig, 1931, II.
14. Albert Schweitzer, Das Abendmahl im Zusammenhang mit dem Leben Jesu …, Mohr, Tübingen, 1901.
15. Albert Schweitzer, Geschichte der Leben-Jesu-Forschung. Mohr, Tübingen, 1906. La prima edizione uscì sotto il titolo Von Reinmarus zu Wrede, da Reinmarus a Wrede. Infatti, l’opera è una lettura analitica della storiografia su Gesù a partire dallo storico settecentesco Hermann Samuel Reimarus fino al teologo contemporaneo William Wrede. Solo a partire dall’Illuminismo la figura di Gesù fu studiata sotto un profilo strettamente storico, per lottare contro i dogmi servendosi di un Gesù descritto storicamente, depurato di ogni pathos. Da Reinmarus in avanti lo svilupparsi della ricerca storica scosse effettivamente non poco i dogmi consolidati. Per Schweitzer la ricerca storica sulla vita di Gesù sta al di sopra della ricerca sulla storia dei dogmi, sia nel rapporto con la cultura del nostro tempo, sia per il concetto di messianità di Gesù in relazione alla cultura ebraica di allora e agli atti di Gesù stesso. Nello scoprire che il Messia consegnatoci dalla ricerca storica non coincide con quello descritto dai dogmi e dalla teologia tradizionale, egli, forte della sua esperienza di predicatore, non trascurò di chiedersi in quale modo le comunità di fedeli avrebbero recepito questa evidenza. Annotò, a questo proposito: “In ogni circostanza, la verità ha più valore della non verità […] Anche se in un primo momento essa appare estranea alla devozione e le crea difficoltà, il risultato non può mai comportare danno, ma solo approfondimento […] La religione, pertanto, non ha alcun motivo di schivare il confronto con la verità storica” (Albert Schweitzer, Aus meinem Leben und Denken, Leipzig, 1931, VI). Si possono facilmente immaginare le reazioni sconcertate che queste affermazioni profetiche causarono anche presso le autorità religiose protestanti, per tacere di quelle cattoliche, con le quali Schweitzer dovette confrontarsi al momento di partire come medico per la missione cattolica africana di Lambaréné. E’ utile ricordare che a quel tempo le Chiese protestanti non gestivano proprie missioni, ma sostenevano, anche economicamente, quelle cattoliche.
16. Albert Schweitzer, Die Mystik des Apostels Paulus, Mohr, Tübingen, 1930. Quest’opera tratta essenzialmente la questione del ruolo di Paolo nell’ellenizzazione del Cristianesimo, fra Cristo e Ignazio di Antiochia. Schweizer dà della dottrina di Paolo una spiegazione puramente escatologica, che ne stabilisce la dipendenza diretta dalla dottrina di Gesù. Toglie così a Paolo la veste di ellenizzatore del Cristianesimo, sebbene, “nella sua mistica escatologica dell’essere in Cristo egli abbia dato [al Cristianesimo] una forma nella quale esso divenne ellenizzabile”. La prefazione del libro è firmata “Albert Schweitzer – Dal battello a vapore sul fiume Ogooué, durante il viaggio a Lambaréné, nel giorno di Santo Stefano 1929.
17. Albert Schweitzer, Aus meinem Leben und Denken, Leipzig, 1931, VII.
18. Albert Schweitzer, Jean-Sébastien Bach, le musicien-poète, Paris, 1905.
19. Albert Schweitzer, Johann Sebastian Bach, Leipzig, Breitkopf & Härtel, 1908. Nonostante il progresso della ricerca bachiana dopo Schweitzer, la lettura di questo libro resta la prima tappa per chi voglia accostarsi con cognizione di causa alle opere di Johann Sebastian Bach e alla musica da chiesa protestante. E’ un peccato che l’unica traduzione italiana disponibile (Albert Schweitzer, Bach, il musicista poeta, Suvini Zerboni, Milano, 1952) corrisponda alla prima edizione del libro, quella in lingua francese, priva di tutte le integrazioni contenute nella successiva edizione tedesca.
20. Prima di essere pubblicato nel 1906 a Lipsia da Breitkopf & Härtel lo studio uscì nella rivista Die Musik, 1905, pagg. 76-90 e 139-154.
21. Harald Schützeichel, Die Konzerttätigkeit Albert Schweitzers, Haupt, Bern, 1991, 80. Il 27.4.1908 Albert Schweitzer tenne a Milano l’unico concerto che ebbe occasione di dare in Italia, fra mille diffidenze causate dalla sua appartenenza alla Chiesa protestante. Il concerto fu ignorato da tutti gli organi di stampa.
22. Albert Schweitzer, Aus meinem Leben und Denken, Leipzig, 1931, X.
23. Albert Schweitzer, Die psychiatrische Beurteilung Jesu, Mohr, Tübingen, 1933.
24. Albert Schweitzer, Aus meinem Leben und Denken, Leipzig, 1931, X.
25. Albert Schweitzer, Aus meinem Leben und Denken, Leipzig, 1931, XII-XIII. Le difficoltà opposte a Schweitzer da parte dei religiosi più osservanti derivavano dalle tesi estremamente moderne espresse nei suoi studi teologici. In materia di fede Schweitzer si pronuncia sempre in senso antidogmatico e in favore della libertà di ricerca intorno ai testi e alla storia della religione. Un approccio che ancora oggi, tavolta, è accettato con diffidenza. Giunto sul posto, Schweitzer fu poi invitato a predicare dagli stessi missionari, meno usi a sottilizzare di dottrina, immersi com’erano nell’esperienza pratica della missione.
26. Il lavoro era stato commissionato dall’editore Schirmer di New York. L’opera avrebbe dovuto comportare la pubblicazione contemporanea in tre lingue negli Stati Uniti e in Europa. Gli eventi della Prima Guerra Mondiale e le loro conseguenze sul piano monetario permisero di fatto la circolazione della sola edizione americana.
27. La circostanza mi è stata riferita presso la Casa Schweitzer di Gunsbach.
28. Il repertorio del dottor Schweitzer non fu limitato a Bach, ma comprese buona parte dell’opera di Franck e di Mendelssohn, vari estratti dalle sinfonie di Widor, molte composizioni di autori meno noti e una settantina di opere per organo e altri strumenti. A fianco di alcuni dischi realizzati nel 1955 da Schweitzer ormai ottantenne, vanno ricordate le numerose incisioni degli anni Trenta, che sono le più rappresentative della sua arte. Alcune sono state riversate su CD: una buona antologia è in The art of Albert Schweitzer, 3 CD, EMI, TOCE-6918-20.
29. Albert Schweitzer, Verfall und Wiederaufbau der Kultur, Beck, München, 1923; Kultur und Ethik, Beck, München, 1923; Aus meinem Leben und Denken, Leipzig, 1931, XIII. Adottiamo anche qui l’espressione italiana “Rispetto per la vita”, ormai divenuta celebre. Essa, tuttavia, non rende giustizia alla formulazione originale tedesca Ehrfurcht vor dem Leben, che, a giudizio di chi scrive, in italiano è resa meglio con Soggezione di fronte alla vita.
30. Sono esemplari per questa dialettica dell’Affermazione della vita le opere Das Christentum und die Weltreligionen [il Cristianesimo e le religioni del mondo], Beck, München, 1925; Die Weltanschauung der indischen Denker [I grandi pensatori dell’India] e i discorsi radiofonici contro gli esperimenti nucleari, tenuti nel 1958.
31. Albert Schweitzer, Aus meinem Leben und Denken, Leipzig, 1931, XIX.
32. Harald Schützeichel, Die Konzerttätigkeit Albert Schweitzers, Haupt, Bern, 1991, 75.
33. Albert Schweitzer, da un sermone tenuto in San Nicola a Strasburgo l’8.12.1918, manoscritto presso l’Archivio Centrale Schweitzer di Gunsbach. Riportato per estratto in Harald Schützeichel, Die Konzerttätigkeit Albert Schweitzers, Haupt, Bern, 1991, 197.
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Cosa leggere?

L’editoria in lingua italiana è avara con Albert Schweitzer. In materia musicale segnaliamo: Bach, il musicista poeta (Suvini Zerboni, Milano, 1952), traduzione basata purtroppo sulla prima versione del testo. Fra le opere teologiche è stata tradotta in tempi recenti solo la Storia della ricerca sulla vita di Gesù (Paideia, Brescia, 1987). L’opera più utile a conoscere la figura di Schweitzer è l’appassionante autobiografia Aus meinem Leben und Denken (La mia vita e il mio pensiero), scritta in un tedesco scrupoloso ma non insormontabile. Più ardua la lettura in lingua originale delle opere teologiche e di quelle filosofiche sul tema della cultura e dell’etica. Traduzioni italiane furono pubblicate decenni fa, ma sono ormai del tutto irreperibili, se non in qualche biblioteca ben fornita. In commercio si possono trovare l’autobiografia degli anni giovanili Infanzia e giovinezza (Mursia, Milano, 1990) e lo studio I grandi pensatori dell’India (Ubaldini, Roma, 1983). Nelle librerie religiose ci si può imbattere in antologie che raccolgono pensieri scelti di Albert Schweitzer: da queste però è impossibile ricavare un’idea esauriente del personaggio. Al lettore italiano indichiamo senz’altro i due eleganti volumi-strenna di Luigi Grisoni Albert Schweitzer (Velar, Bergamo, 1996). Oltre a complete informazioni biografiche, essi contengono un’abbondante documentazione fotografica e traduzioni inedite.

 

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Ecoteologia: è tempo di agire

Clima e teologia/1. Conclusa la VII Assemblea della Rete cristiana europea per l’ambiente

Le chiese europee chiamate ad una “conversione ambientale”

Roma (NEV), 1 ottobre 2008 – La VII Assemblea della Rete cristiana europea per l’ambiente (ECEN) – tenutasi dal 24 al 28 settembre a Triuggio, vicino Milano sul tema “La vera sfida del cambiamento climatico” – lancia un appello a tutti i cristiani: “È ora di agire!”, esortano i delegati dell’ECEN, sottolineando come la crisi ambientale non va contrastata con i soli buoni propositi, bensì attraverso comportamenti reali che mutano alla radice “il nostro modo di pensare, di sentire e di agire. Il nostro rapporto con il mondo – si legge nel documento finale – non può essere puramente utilitaristico e consumistico”.

L’invito rivolto ai leader di chiese, alle comunità e ai singoli cristiani di tutta Europa è quello di fare pressione sui rispettivi governi e rappresentanti politici del Parlamento Europeo, i quali nei prossimi mesi dovranno prendere importanti provvedimenti in merito alle emissioni di gas serra. Gli stessi leader religiosi sono incoraggiati anche a sviluppare delle vere e proprie road-map, con scadenze e obiettivi da raggiungere, con lo scopo di combattere il riscaldamento globale.

La VII Assemblea della ECEN si è conclusa con una cerimonia ecumenica nella Chiesa evangelica metodista di Milano gremita per l’occasione. Un centinaio di delegati di chiese e associazioni ecclesiali di 27 paesi d’Europa hanno partecipato insieme alla comunità e ai rappresentanti del Consiglio delle chiese cristiane di Milano ad una liturgia dedicata alla “Salvaguardia del Creato”.

Non a caso, infatti, l’Assemblea dell’organismo ecumenico, nato nel 1998 nell’ambito della Conferenza delle chiese europee (KEK), si è svolta in questo periodo dell’anno: “Esso coincide con il ‘Tempo per il Creato’, periodo liturgico che va dal 1 settembre al 4 ottobre, che è dedicato dalle chiese europee alla preghiera per la protezione della creazione ed alla promozione di stili di vita sostenibili” – ha spiegato il pastore luterano Ulrich Eckert della Commissione globalizzazione e ambiente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), che ha organizzato l’evento.

“Sono sempre più numerose le chiese in Europa che si occupano di tematiche legate alla cura della creazione di Dio. Pertanto diventa sempre più importante offrire anche uno spazio di scambio di esperienze e di decisione per un’azione comune, qual è appunto la nostra Rete”, ha dichiarato il segretario generale dell’ECEN, il pastore Peter Pavlovic.

“La nuova società che dobbiamo costruire deve essere basata su una conversione spirituale: una metànoia. Confessiamo a Dio e alla Creazione: Abbiamo peccato contro di Te, perdonaci, e dacci la forza di ricominciare”, con queste parole si conclude il documento finale della VII Assemblea ECEN, che ha eletto nel suo direttivo Antonella Visintin, coordinatrice della Commissione globalizzazione e ambiente della FCEI (vedi in documentazione il documento integrale).

 

Clima e teologia/2. “Le nostre chiese devono agire ora!”

Letizia Tomassone ha aperto la VII Assemblea della Rete cristiana europea per l’ambiente

Roma (NEV), 1 ottobre 2008 – “Il riscaldamento globale del pianeta provoca l’estinzione di specie animali e vegetali, sconvolge equilibri umani e sociali, provoca guerre, carestie, epidemie e catastrofi naturali soprattutto nelle regioni più povere del mondo. Per le nostre chiese questo significa agire ora”. Lo ha detto la pastora valdese Letizia Tomassone, vicepresidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), nel quadro della VII Assemblea della Rete cristiana europea per l’ambiente (ECEN) che si è tenuta a Triuggio (MI) dal 24 al 28 settembre.

Tomassone, che mercoledì 24 settembre ha aperto i lavori dell’Assemblea organizzata quest’anno dalla FCEI, ha sottolineato l’importanza di prendere sul serio i dati scientifici: “È necessario studiare e analizzare la situazione facendosi aiutare dagli scienziati. Insomma, non credere, per una volta, di conoscere già tutto, e di avere già la risposta pronta”.

Il 25 settembre i partecipanti – provenienti da tutta Europa e appartenenti a diverse denominazioni cristiane – hanno ascoltato una serie di interventi di scienziati sul tema del cambiamento climatico. “Ci sono modi per ridurre le emissioni di gas serra e le chiese possono contribuire nel proporre cambiamenti negli stili di vita e nei modelli di comportamento”, ha affermato il climatologo Jean-Pascal van Ypersele, vice presidente del Comitato intergovernativo delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico (organismo insignito del premio Nobel per la Pace 2007), che ha tracciato un quadro globale della situazione “peggiorata drasticamente dal 2001”. Per l’urbanista Roberto Ferrero serve una “visione sacra” del mondo che si traduca in una “riformulazione etica e professionale che coinvolga tutti gli aspetti della produzione”. Il biologo svedese Stefan Edman ha invitato le chiese a disfarsi del suo “tetro moralismo”, per legare invece la questione ambientale alle tematiche dei diritti umani e della solidarietà. La serata del 25 ha inoltre visto una tavola rotonda dibattere sul cambiamento climatico in chiave ecumenica: sono intervenuti l’ortodosso Dimitri Oikonomou, il riformato Otto Schäfer, il cattolico romano Karl Golser, l’evangelico Alfredo Abreu e il laico Michael Slaby del programma ONU per l’ambiente.

“Le chiese in Italia cominciano a percepire che il cambiamento climatico tocca con urgenza il nostro agire come credenti. Allora diventa necessario ascoltare e predicare l’evangelo che ci parla di ‘conversione’, del cuore e degli stili di vita, e di un ‘regno’ nel quale l’armonia fra natura e umani è operata da Dio. La terra è l’unico ambiente che abbiamo in cui vivere, è espressione dell’amore di Dio per noi. Davvero non sapremo prendercene cura?” si è chiesta Tommassone, che ha apprezzato la presenza ai lavori assembleari di diversi delegati cattolici italiani che lavorano nella “pastorale del creato”. “Spero che possa nascere proprio sui temi dell’ambiente un nuovo e positivo dialogo ecumenico” ha concluso.

Il 26 settembre in piazza Duomo a Milano i delegati si sono riuniti insieme ai rappresentanti del Consiglio delle chiese cristiane del capoluogo lombardo per una “manifestazione del silenzio”: un’ora di preghiera a favore della salvaguardia del Creato.

L’ECEN, nata nell’ambito della Conferenza delle chiese europee, si occupa da 10 anni di questioni ambientali (www.ecen.org ).

 

Scheda di approfondimento

 

LA VERA SFIDA DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO – UN APPELLO ALLE CHIESE

Documento finale dell’Assemblea ECEN – Triuggio (Milano), 24-28 settembre 2008

La VII Assemblea generale della rete cristiana europea per l’ambiente (ECEN) si è riunita a Triuggio, presso Milano, su invito della Federazione delle chiese evangeliche in Italia, dal 24 al 28 settembre 2008. Tema dell’Assemblea era “La vera sfida del cambiamento climatico”, basato sul ruolo che l’ECEN ha avuto durante la III Assemblea ecumenica europea di Sibiu (Romania) nel settembre 2007, e le raccomandazioni adottate in quell’incontro, in particolare per quel che riguarda l’osservanza del “Tempo per il Creato” nelle chiese.

LA SCIENZA

Il riscaldamento globale è una realtà. E’ impossibile spiegare il cambiamento climatico soltanto considerando fattori naturali. Dal 20% al 30% delle piante e delle specie animali corrono un aumentato rischio di estinzione. Il cambiamento climatico sta già provocando conseguenze non più evitabili. Coloro che ne soffrono maggiormente sono le popolazioni povere del sud del mondo e non quelle che traggono profitto dalle emissioni dei gas serra, essenzialmente nelle nazioni ricche del nord del mondo.

Il Comitato intergovernativo delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico (IPCC) ha calcolato che i paesi industriali del nord del mondo dovranno ridurre le loro emissioni di anidride carbonica tra l’80 e il 95% entro la metà di questo secolo, in modo da mantenere l’aumento medio della temperatura globale sotto i 2° centigradi. Ma anche questo obbiettivo può essere mancato se non iniziamo immediatamente. Oggi è il tempo di agire!

BASI TEOLOGICHE

I temi e le preoccupazioni del movimento ambientalista offrono molte opportunità per confessare la nostra fede cristiana e proclamare il messaggio di vita e di speranza secondo cui il Salvatore ha così tanto amato il mondo che, per salvarlo, è divenuto parte di esso.

Secondo la prospettiva cristiana, agire contro il cambiamento climatico è segno significativo – segno che Cristo, la Parola di Dio, viene nel mondo per portare vita e non morte. Il nostro compito è predicare questa buona notizia a tutta la creazione.

La distruzione dell’ambiente provocata dagli esseri umani non si riscontra solo in azioni concrete, ma trova radici nei nostri atteggiamenti più profondi. Non basta più vivere attingendo dal mondo circostante; gli esseri umani hanno bisogno di una relazione con il mondo che non sia puramente utilitaristica e basata sul mercato.

Il termine “crisi ambientale” non è propriamente accurato. La crisi attuale non viene realmente dal di fuori (una crisi che riguarda l’ambiente fisico che ci circonda), ma è una crisi che parte dall’interno di noi stessi, dal nostro modo di pensare, di percepire e di agire.

RETI E DIALOGHI

Costruiamo nuove reti ed intraprendiamo nuovi dialoghi. Costruiamo ponti tra “religioso” e “secolare”, come nella nostra rete ecumenica abbiamo abbattuto le barriere tra denominazioni. Troviamo un terreno comune con gli scienziati, arricchendoci reciprocamente delle nostre visuali diverse sulla meraviglia della creazione, e proteggendoci gli uni gli altri dai pericoli dell’antropocentrismo e dell’arroganza. Lavoriamo con i politici e i governi, i responsabili nel compito di ridare forma alla società, offrendo loro con coraggio parole profetiche di critica e di incoraggiamento.

IL CONTRIBUTO DELLE CHIESE

E’ imperativo che le chiese accettino la sfida di ritrovarsi insieme per superare la minaccia della carenza d’acqua, il diminuire dei raccolti, i disastri naturali, le malattie, le migrazioni e molti altri effetti provocati dai cambiamenti del clima. Incoraggiamo i responsabili delle chiese a sviluppare una propria strategia complessiva, con tempi e obbiettivi chiari, per contribuire a migliorare la situazione del surriscaldamento globale.

– E’ vitale che l’educazione ispiri il cambiamento, che sentiamo urgente nelle società consumistiche dominanti, verso uno stile di vita più semplice e verso macro cambiamenti in politica e nell’economia. L’ecologia e il cambiamento climatico devono essere inclusi nella formazione di ogni tipo di ministero.

– Molti progetti significativi sono già stati attivati nelle chiese. Raccomandiamo alle chiese di collegarsi le une con le altre e con altre comunità di fede. Raccomandiamo inoltre che esse continuino a risparmiare e a usare l’energia in modo efficiente, e di orientarsi verso energie rinnovabili. Esortiamo ogni chiesa locale a promuovere, prima del 2010, nuovi programmi di “eco-management” nell’ambito delle proprie chiese locali. Le incoraggiamo a investire nelle necessità legate alla crescita spirituale, all’educazione e alla cultura piuttosto che in cose materiali.

– Ogni chiesa nella sua vita comunitaria deve essere un modello di comportamento per un nuovo tipo di mobilità nel quale si passi dal paradigma della velocità delle automobili, degli aerei e delle navi a modelli di trasporto più puliti e meno rischiosi.

– E’ essenziale che le nostre chiese affrontino i problemi legati all’acqua come un’espressione della chiamata evangelica a prendersi cura del presente e del futuro del pianeta. In particolare, le chiese dovrebbero proporre cambiamenti nel modo di vivere per proteggere le risorse d’acqua, riducendone la nostra necessità personale e il nostro uso di acqua potabile, agendo attivamente per la giustizia di coloro le cui risorse idriche sono in pericolo a causa del cambiamento climatico, e facendo passi concreti per il riciclo e il riuso dell’acqua degli edifici e della campagna.

– Invitiamo le chiese a godere della diversità e della bellezza della creazione e a sentire responsabilità verso di essa. Raccomandiamo a ogni chiesa locale e comunità di iniziare progetti pratici o di sensibilizzazione sulla biodiversità prima del 2010. Le organizzazioni per la tutela della natura hanno in questo ambito molta esperienza e sono disponibili a fornire assistenza. La preoccupazione per la preservazione della biodiversità è anche un contributo al dibattito condotto all’interno del “Decennio per sconfiggere la violenza”.

– Invitiamo le chiese a monitorare i governi nazionali, e le discussioni e le decisioni dell’Unione europea (UE) e delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico e su questioni ad esso collegate. Le chiese delle nazioni dell’UE dovrebbero rivolgersi ai propri governi e ai rappresentanti politici nel Parlamento europeo, in vista di importanti decisioni che verranno prese nei prossimi mesi. Gli impegni dell’UE non devono essere ottenuti tramite concessioni: significativi tagli di gas serra devono essere ottenuti attraverso degli impegni immediati.

IMPEGNO

La nuova società che dobbiamo costruire deve essere basata sulla metanoia, cioè sulla conversione spirituale. Confessiamo quindi a Dio e alla Creazione: Abbiamo peccato contro di te; perdonaci, e donaci la forza per ricominciare.

Diventiamo dunque testimoni di speranza in un tempo in cui molte persone disperano, predicando la buona notizia che Dio ha così tanto amato il mondo da diventare parte di esso per salvarlo.

(traduzione a cura dell’Agenzia stampa NEV – notizie evangeliche)

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