Michael Gaismair

Vorrei dunque soffermarmi  sull’etica del lavoro sostenuta dalla Riforma, che si inquadra storicamente nella fortissima ripugnanza per il lavoro manifestata dalla tradizione cristiana precedente, rappresentata prevalentemente dagli autori monastici.

Il lavoro nel 1500 era considerato da loro un’attività degradante e avvilente che era meglio lasciare a persone socialmente e spiritualmente inferiori. Se già i patrizi dell’antica Roma consideravano il lavoro manuale inferiore al loro rango, occorre affermare che nel cristianesimo si sviluppò un’aristocrazia spirituale che aveva un atteggiamento negativo e liquidatorio nei confronti del lavoro manuale; nel medioevo un tal modo di vedere le cose esercitò la sua massima influenza, giacché il lavoro era considerato come impedimento di un perfetto rapporto con Dio. Solo in alcuni ordini monastici il motto laborare est orare (lavorare è pregare) esprimeva che la vita contemplativa non era necessariamente turbata da un lavoro manuale, come occuparsi dei vigneti del convento o sovrintendere ad altri aspetti dei suoi affari mondani. Da questa minoranza di ordini era però inteso come una delle attività all’interno della vita monastica e ausilio a praticare l’umiltà. In generale però la spiritualità monastica considera il lavoro come qualcosa di degradante. Così risulta anche dagli scritti di Erasmo da Rotterdam.

Per la mentalità di allora era praticamente impossibile che un cristiano comune, che viveva nel mondo tutti i giorni, potesse venir considerato una persona che seguiva una vocazione religiosa o che potesse pretendere di essere un cristiano di prima classe. Potevano essere considerati – nel migliore dei casi – con indulgente carità.

La Riforma produsse un rovesciamento di questo modo di pensare, rifiutando innanzitutto la distinzione fra sacro e profano, tra l’ordine spirituale e quello temporale. Tutti i cristiani sono sacerdoti e tale vocazione si estende al mondo di tutti i giorni. I cristiani sono chiamati ad essere sacerdoti per il mondo perché per Lutero quelli che sembravano lavori profani sono in realtà una lode a Dio e costituiscono un’obbedienza che Dio gradisce. Lutero esaltò perfino il significato religioso delle faccende domestiche affermando che, “sebbene non abbiano nessun evidente connotato di santità, pure tali lavori domestici devono avere una stima più alta di tutte le opere di monaci e suore”. William Tendale, un suo discepolo inglese, osservò che lavare i piatti e predicare la parola di Dio sono attività umane molto diverse, ma che per quanto riguarda ciò che piace a Dio, non c’è alcuna differenza.

Alla base di ciò c’è ovviamente un nuovo concetto di vocazione.

Dio chiama il suo popolo alla fede ma anche ad esprimerla in settori ben definiti. Il singolo è chiamato a vivere l’essere cristiano in un campo d’attività ben determinato all’interno del mondo.

Vocazione non è uscire dal mondo, per entrare in clausura o in isolamento ma, sia per Lutero che per Calvino, è un entrare nel mondo della vita di tutti i giorni.

L’idea di una chiamata, ruf in tedesco, che vuol dire anche vocazione, riguarda essenzialmente il fatto che Dio chiama a servirlo qui in questo mondo. Il lavoro deve essere visto come il più alto impegno per Dio. Fare qualche cosa per Dio, e farlo bene, è il contrassegno distintivo di una fede cristiana autentica. Qualsiasi lavoro umano può essere perfettamente rispettabile ed essere considerato della massima importanza agli occhi di Dio. Cristo, nostro salvatore era un lavoratore, forse proprio falegname come Giuseppe, e si guadagnava il pane con fatica, perciò nessuno disdegni di seguirlo esercitando un mestiere o una professione. Egli non solo ha benedetto la nostra natura umana assumendo la forma di uomo ma nella sua attività ha benedetto tutte le arti e i mestieri.

E al di là dei risultati visibili della fatica, dello stress, del sudore, agli occhi di Dio ha importanza la persona che lavora almeno altrettanto del risultato del suo lavoro. E non c’è distinzione tra lavoro spirituale o temporale, fra sacro e profano. Poiché tutti i lavori glorificano Dio. Poiché essi sono un atto di lode, una risposta naturale all’iniziativa che Dio, nella sua Grazia, assume nei nostri confronti.

Calvino scriverà più tardi: Il vero scopo della nostra vita è di servire Dio servendo gli uomini.

I paesi protestanti europei si sono trovati ben presto in una situazione di prosperità economica, conseguenza involontaria e non proposito premeditato del nuovo significato religioso attribuito al lavoro e dell’etica protestante connessa anche con la funzione del risparmio. I riformatori non si stancavano di sottolineare che noi siamo quel che siamo per pura grazia di Dio e non per effetto degli sforzi umani. Ecco perché l’Evangelo è importante anche per le “persone che si fanno da sé”, che esistevano comunque già prima della Riforma. Loro non sono cristiani di secondo ordine come pensavano i monaci medioevali ma sono al servizio di Dio così come chi suona il piano, coltiva l’orto, scrive libri o vive fra gli ultimi della società. I cristiani sono chiamati a essere il sale e la luce nel mondo, senza conformarsi ad esso pur partecipandovi ma rimanendo legati all’esempio di Cristo.

Certo oggi vi sono tanti teologi, alcuni anche non credenti. Ci dovrebbe essere tanta Speranza (teoricamente) ma non è così purtroppo. Adriana Zarri, nel libro “Essere teologi oggi” scrive che la passione teologica le è nata dentro con la vita, io sono d’accordo.. Riferendosi all’episodio narrato in Esodo 33,20ss Lutero scriveva solo chi contempla le spalle di Dio, visibili nella sofferenza e nella croce, merita di essere chiamato teologo. La croce mette infatti alla prova ogni cosa, anche la teologia della gloria che cerca Dio al di fuori di Gesù Cristo, attraverso i trionfalismi, le manifestazioni di forza e sapienza umana. Pensate alle croci d’oro o altre statue che svettano sulle cattedrali, come simbolo di forza. Il che non ha nulla a che fare su sul recente dibattito sul crocefisso nelle scuole. Il comandamento di Dio di non fare scultura e immagine alcuna vale anche per noi cristiani. La nostra fede nel dio unico è quella di Abramo, Isacco e Giacobbe. E’ il Dio Padre che Gesù pregava da osservante in sinagoga e fuori di essa. Nessuno ha mai abrogato i comandamenti dati a Mosé. Di certo il comandamento dell’Amore non sostituisce i comandamenti di Mosé ma è il coronamento e la realizzazione piena.

Dio non permetterà a Mosé di vedere la sua faccia, ma questi potrà avere una visione indiretta di Dio, da dietro, mentre Dio passa. Mosé vede Dio ma non gli è concesso di vedere il volto. Dio contesta amabilmente la nostra tendenza naturale a pensare che Egli si affidi al buon senso per parlarci di se stesso. Il nostro buon senso vorrebbe, infatti, che Dio si rivelasse in circostanze di grandissima gloria e potenza. Non veramente nel nostro cuore ma negli esterni. Ma la croce ci dice invece che Dio ha scelto di rivelarsi nella tribolazione dell’ignominia e della debolezza. L’affidabilità della nostra ragione è messa in crisi. Ci si chiede di imparare la più difficile delle lezioni di teologia cristiana, cioè di umiliarci e di accettare Dio così come Egli si rivela, anziché come noi vorremmo che fosse. La folla che si raccoglieva attorno alla croce, si aspettava che accadesse qualche cosa di straordinario. Un intervento di Dio affinché potesse salvare suo Figlio. Ma Gesù morì e coloro che erano sotto la croce, che basavano la propria concezione di Dio unicamente sulla propria esperienza ne trassero l’ovvia conclusione che in quel luogo Dio non c’era. La risurrezione rovesciò quel giudizio ma sotto la croce non ci si rendeva conto della presenza nascosta. E lì nella sofferenza agì Dio; eppure la nostra esperienza percepisce solo l’assenza e l’inattività di Dio. Ebbene Dio è passato per l’abbandono, per le ferite, sanguinante e morente, attraverso le tenebre della morte.

Così scrisse Lutero per esprimere quella presenza di Dio nel lato oscuro alla ragione della fede e della vita: Abramo chiuse gli occhi e si nascose nell’oscurità della fede e in essa trovo la luce eterna.

A noi piccoli uomini e piccole donne si chiede di dire sì a quella Luce. La vera pace non è la mancanza di difficoltà, ma la capacità di aver fiducia in Dio in mezzo alle difficoltà incontriamo ogni giorno.

Le nostre gambe iniziano a tremare quando sentiamo parole che individuano il Cristo uscire anche dalle altre religioni. Non siamo ancora pronti seriamente ad allargare il nostro orizzonte… non siamo ancora capaci di percepire quello che la mistica può enunciare senza troppi sforzi. Si forse Dio si spiega anche nella mistica. Oltre i nostri schemi, oltre il pensiero umano e la ragione. E’ il Dio totalmente altro. Altro anche da quello che pensava perfino Barth.

 

Sul sito di Amici di Israele ho letto un bel articolo del 3 maggio 2011, (riferimento del presidente della Veneta Serenissima Repubblica, imprigionato dopo la scalata del campanile di Venezia) tutt’altro che un superficiale – stile anabbattista ospitato – ma un vero e attento sofista nella ricerca storica.http://www.amicidisraele.org/2011/05/michael-gaismair-eroe-idealista-quanto-mai-attuale/ Ci fossero veneti intellettuali di quel calibro a sinistra.

MB

 

Michael Gaismair – Eroe idealista quanto mai attuale

Scrivere di Michael Gaismair anticipatore di tutti gli idealisti rivoluzionari e di coloro che si battono contro le ingiustizie perpetrate a danno dei più deboli e di chi lavora è quanto mai attuale in questa fase storica, dove alla gravissima crisi economica, come se non bastasse, si sommano ingiustizie e sfruttamenti di ogni sorta da parte della casta politico burocratica e finanziaria al potere. Mi auguro che questo scritto faccia riflettere ogni veneto onesto.

Michael Gaismair nasce nel 1490 nel Tirolo meridionale, la sua famiglia appartiene alla piccola proprietà imprenditoriale locale e si occupa di terreni agricoli ed attività minerarie. Il giovane Michael Gaismair riceve una buona educazione scolastica e attorno ai vent’anni viene assunto come impiegato minerario vicino ad Innsbruck, in seguito come luogotenente con funzioni civile militare del sud Tirolo e più tardi come segretario del principe vescovo Sebastian Sprenz.

Dunque una strada spianata all’interno del sistema di potere dell’epoca, tanto per capirci: soldi e cibo. Lottare per la giustizia e per il bene comune è qualcosa di innato e Michael Gaismair lo dimostra pienamente.

Vede la rovina della sua azienda ad opera di speculatori finanziari, sente un oceano di proteste che si alzano da parte delle classi più umili: servi, contadini, operai, artigiani e piccoli proprietari che non reggono più ai soprusi feudali dei vari principi e nobili tedeschi.

La rivolta è ormai partita ed è immensa, si estende a macchia d’olio dalla Turingia alla Svevia, dal Tirolo alla Baviera al Salisburghese alla Sassonia fino ai cantoni svizzeri lambendo i confini della Veneta Serenissima Repubblica.

Dopo importanti successi militari Michael Gaismair diventa protagonista come capo della rivolta in Tirolo dando prova di grandi qualità militari, come riconoscerà Engels.

Le autorità imperiali scatenano una violentissima repressione grazie all’appoggio della nascente borghesia con l’ambizione di ritagliarsi fette di potere anche lo stesso Martin Lutero incita il potere a sterminare questa gentaglia, trucidando senza pietà i rivoltosi.

Lo stesso Michael Gaismair viene arrestato ma, riesce a fuggire riparandosi nei territori dei Grigioni in Svizzera dove sicuramente rimane influenzato dal teologo riformatore Ulderico Zwingli. Nel frattempo elabora articolate teorie sociali che si condensano in oltre 90 articoli della Landsordnung che potremmo dire brevemente una sorta di socialismo contadino egualitario con profonde venature evangeliche con la fine dei privilegi feudali del clero e della nobiltà, l’istruzione del popolo ecc.. Molte di queste sue teorie saranno riprese secoli dopo.

Tutto questo non gli impedisce di continuare le sue battaglie nel Tirolo e Salisburghese contro gli Asburgo, ormai braccato da forze sempre più grandi ed agguerrite con un’immensa taglia sul suo capo posta dal principe Ferdinando.

Michael Gaismair ed i suoi contadini soldati, molti di questi con donne e bambini al seguito, comincia a ritirarsi verso sud attraversando le montagne degli alti Tauri, arriva al confine nord della Veneta Serenissima Repubblica chiedendo di poter entrare ed essere arruolato nell’armata Veneta con i suoi miliziani. Tutto questo genera non poca apprensione tra le autorità militari di confine, in quanto hanno il fondato timore che dando asilo al capitano dei villani ci si possa tirare addosso le ire di tutti i nobili tedeschi in un momento non certo facile per la Veneta Serenissima Repubblica in forte attrito con gli Asburgo.

Non va dimenticato che la guerra di Cambrai era finita da pochi anni e aveva lasciato sulla terra ferma veneta una pesante scia di morte e distruzione.

Il consiglio dei dieci, nonostante i pressanti inviti a lasciare i rivoltosi al loro destino decisero di accoglierli sentenziando “NON POSSIAMO NEGARE IL TRANSITO AD ALCUNO CHE FUGGE LA MORTE”.

Come scritto precedentemente, le rivolte contadine prendono un’area immensa dell’Europa centrale ma, si fermano ai confini della Veneta Serenissima Repubblica.

A differenza di tutta l’Europa, la nostra Veneta Serenissima Repubblica difendeva e proteggeva le classi più umili contro eventuali soprusi da parte di autorità o signorotti locali con gli avogadori de comun, magistrati incaricati di difendere il popolo.

A titolo di esempio, voglio ricordare che già nel 1420 la Veneta Serenissima Repubblica aveva contribuito alla costituzione dei primi sindacati dei contadini nella storia per proteggere i contadini friulani dalle grinfie dei feudatari locali, la cui autorità come in altri luoghi della terra ferma derivava dai soprusi del mondo imperiale e feudale germanico.

Inoltre vorrei ricordare che durante la guerra di Cambrai, nel momento più drammatico della nostra repubblica, contadini, operai ed artigiani fecero quadrato attorno all’autorità marciana sacrificandosi in massa. Si ebbe la stessa reazione quasi quattro secoli dopo con insorgenze anti-napoleoniche diffondendosi in tutto il territorio della Veneta Serenissima Repubblica ben oltre la sua caduta e Verona ne divenne simbolo.

Il popolo compatto
non esita a rimanere fedele all’autorità in maniera spontanea, anche quando quest’ultima si trova in grave difficoltà e non si schiera con i nuovi padroni, come è sempre avvenuto nella storia.

Questa è la dimostrazione più grande del giusto agire del governo della nostra repubblica. Michael Gaismair viene ricevuto dalle massime autorità della Veneta Serenissima Repubblica tra cui il Doge serenissimo che gli dimostra simpatia (non dimentichiamo che per il potere dell’epoca Michael Gaismair era un ricercato criminale e bandito). Non esita a sottoporre al veneto governo audaci piani militari per la riconquista del Tirolo, partecipa come capitanio de grandissima fama all’assedio di Cremona assieme alle forze venete non rinunciando mai al pensiero di attaccare gli Asburgo. La Veneta Serenissima Repubblica lo ringrazia per i suoi alti servigi resi e gli assegna un vitalizio e va con la sua famiglia a vivere ai piedi dei colli Euganei nel territorio di Padova dove trascorre qualche anno di tranquillità pur mantenendo rapporti diplomatici con i cantoni svizzero tedeschi per conto della Veneta Serenissima Repubblica.

Il 15 aprile 1532 elementi criminali pagati dagli Asburgo arrivano sul posto accompagnati da uno spregevole indigeno di professione mediatore di cavalli, con la scusa di fargli vedere del materiale, Michael Gaismair apre la porta di casa.

In quel istante i sicari proditoriamente gli balzano addosso colpendolo con decine di coltellate procurandogli la morte.

Verrà tumulato nella chiesa di Santa Sofia a Padova dove anche esiste una lapide all’esterno. Era giusto ricordare questo grande condottiero idealista perché la lotta per la giustizia non ha tempo. Ma è altrettanto giusto ricordare lo straordinario patrimonio di valori di giustizia e libertà che la nostra Veneta Serenissima Repubblica ci ha lasciato, fatti sparire dalla memoria collettiva del nostro popolo ad opera dello stato occupante e dai lacché veneti al suo seguito per darci in cambio degrado, divisioni, sfruttamento, ingiustizie e un futuro carico di tempesta.

W San Marco

W la Veneta Serenissima Repubblica

W il Veneto Serenissimo Governo

Longarone, 6 maggio 2009

Luigi Massimo Faccia

 

 

Da L’Alto Adige

Michael Gaismair l’ultimo rivoluzionario della storia tirolese

Il 7 agosto 2013 appuntamento con l’eroe della rivolta contadina Giornata di studi con interventi di Heiss, Silvano e Innerhofer

30 luglio 2013

BOLZANO. La memoria collettiva sudtirolese non ha mai amato molto la figura di Michael Gaismair. A rimetterla al centro del dibattito storico e culturale ci prova ora l’Associazione “Amici dell’Università di Padova” che mercoledì 7 agosto, presso l’aula magna della Casa dello Studente, in via Rio Bianco 6, organizzerà un seminario proprio sulla sua figura. I lavori, che prenderanno il via alle 16, prevedono tre interventi. Alle 16.15 «Presentazione della figura di M. Gaismair attraverso gli studidel prof. Stella a cura del prof. Giovanni Silvano – già assistente del prof. Stella»; alle 17 «Gaismair e gli inizi del protestantesimo in Tirolo nel 16° secolo» a cura di Josef Innerhofer già Direttore del settimanale “Katholische Sonntagsblatt”; alle 17.30 invece «Gaismair e i movimenti del 1968 a cura di Hans Heiss per l’Associazione “Gaismair Gesellschaft”». A chiudere i lavori alle 18.30 sarà Alberto Stenico.

Ma chi era Gaismair? Michael Gaismair (o Gaismayr, la grafia è incerta) nasce intorno al 1490 a Tschöfs (Ceves), un piccolo gruppo di masi a 1072 metri di altezza vicino a Vipiteno. Suo padre, Jakob, aveva fatto fortuna prima come imprenditore minerario sfruttando un piccolo filone d’argento preso in concessione dall’Arciduca del Tirolo e poi con un appalto per la manutenzione delle strade. E’ probabile che Michael abbia studiato alla Scuola Latina di Bressanone, fondata nel 1454 dal principe vescovo, il cardinale Cusano. La vita di Gaismair viene sconvolta dalla crescente diffusione anche in Tirolo delle idee della Riforma protestante prima di Lutero, poi dello svizzero Ulrich Zwingli. Oltre alle nuove concezioni teologiche, penetrano in Tirolo anche le tematiche del radicalismo sociale protestante espresso dalle rivolte contadine iniziate nel 1524 nella Foresta Nera, in Assia e in Turingia. Le milizie contadine guidate dall’ex monaco agostiniano Thomas Münzer che voleva realizzare, contro il potere dei nobili e della Chiesa, un Regno di Dio in terra basato sulla comunanza dei beni, saranno alla fine sterminate nel maggio 1525 dalla truppe della Lega Sveva nella battaglia di Frankenhausen (in Turingia).

La scintilla che farà scoppiare anche in Tirolo la rivolta sociale iniziata nel Nord partirà a Bressanone il 9 aprile 1525, quando un gruppo di contadini armati libererà un ribelle di Anterselva, Peter Passler, che stava per essere giustiziato. Il giorno dopo la rivolta si propagò per tutto il Tirolo. Il 12 maggio 1525 viene assaltata e distrutta da 5000 rivoltosi l’abbazia di Novacella. Qui Michael Gaismair entra per la prima volta nella storia, perché è eletto dai rivoltosi comandante in campo. Gaismair emerge subito per le sue non comuni capacità politiche: si sforza di mantenere l’ordine fra i ribelli e si propone di raggiungere un compromesso fra contadini, minatori e cittadini di Bressanone da una parte e l’Arciduca Ferdinando, fratello dell’imperatore Carlo V, dall’altra. Gaismair, cioè, tentò all’inizio un accordo fra le comunità locali di autogoverno, di tipica tradizione tirolese, e il potere del Principe, contro i privilegi dei nobili e del clero. L’Arciduca Ferdinando, tuttavia, seppe temporeggiare con abilità, in attesa di poter disporre di una forza militare adeguata. Prima, alla Dieta di Innsbruck (giugno 1525), riesce a dividere i rappresentanti dei contadini da quelli dei minatori. Poi, nell’agosto, fa arrestare Gaismair, dopo averlo attirato ad Innsbruck con l’inganno. Privati della sua guida,

gli ultimi contadini ribelli saranno sconfitti presso Vipiteno e molti superstiti saranno giustiziati. Dopo sette settimane di prigionia, Gaismar riesce a fuggire dal castello di Innsbruck. E fino alla sua morte, avvenuta sette anni dopo, sarà uno dei più pericolosi avversari degli Asburgo.

 

Cronologia 1476-1526

con particolare riferimento

alla guerra dei contadini in Germania

 

A cura del Centro d’Iniziativa Luca Rossi

 

 

 

 

 

 

«Ancor oggi, molti rivoluzionari pensano che il comunismo si sia incarnato nel xix secolo nel movimento operaio e che la sua data di nascita – anno dello scisma tra proletariato e borghesia, per riprendere l’espressione di Bordiga – sia il 1848. Questa visione è erronea. Il comunismo, prima dell’apparizione della classe operaia moderna, non è esistito solo nella testa di alcuni visionari geniali (Thomas More, Campanella ecc.) disperatamente in anticipo sulla loro epoca, ma si è materializzato in poderosi movimenti, soprattutto nel Cinquecento europeo. Questo secolo, con il suo corteggio di incessanti rivolte dei poveri, costituisce uno dei momenti di punta della secolare guerra contro i ricchi, per l’abolizione delle classi e del denaro»[1].

 

«Non sono, come crede di mostrare Norman Cohn ne I fanatici dell’Apocalisse, le speranze rivoluzionarie moderne ad essere degli strascichi irrazionali della passione religiosa del millenarismo. Tutt’al contrario, è il millenarismo, lotta di classe rivoluzionaria che parla per l’ultima volta il linguaggio della religione, ad essere già una tendenza rivoluzionaria moderna, alla quale manca ancora la coscienza di non essere che storica»[2].

19 luglio. Sulla piazza di Würzburg, il principe-vescovo Rudolf von Scherenberg fa decapitare due contadini per aver tentato di liberare il predicatore Hans Böheim, noto come il pifferaio (o timpanista) di Niklashausen, arrestato nella notte tra il 12 e il 13 luglio. Per parte sua, il giovane prete e musicante viene bruciato come eretico, e le sue ceneri vengono disperse nel Meno: aveva negato le distinzioni cetuali e le strutture di base della società del suo tempo[3] (abolizione di tutti i censi, dei tributi, del mortuario[4], del laudemio[5], dei dazi, delle tasse, della taglia[6] e delle decime; libertà di accesso ai boschi, alle acque, alle fonti e ai pascoli), criticato l’imperatore «che dà ai prìncipi, ai conti e ai cavalieri il diritto d’imporre tasse al popolo», rifiutato la Chiesa istituzionalizzata e stigmatizzato il lusso[7], propugnando un mondo in cui «nessuno dovesse possedere più degli altri» ma, al contrario, ciascuno fosse «fratello all’altro» e si procurasse «il nutrimento necessario con le proprie mani». I contenuti della predicazione di Böheim avevano infiammato migliaia di rurali (provenienti da varie parti della Germania: Odenwald, Meno, Kocher, Jagst, Baviera, Svevia e Reno), che nelle settimane precedenti avevano dato vita a tumultuosi pellegrinaggi verso l’immagine della Vergine Maria di Niklashausen, e che, dopo il suo arresto, armati alla bell’e meglio, si erano messi in marcia per liberarlo, desistendo infine di fronte ai soldati e alle minacce del principe-vescovo (che li aveva richiamati al giuramento di fedeltà prestato). [Molte delle istanze avanzate dal pifferaio di Niklashausen, ben lungi dal morire con lui, riemergeranno circa mezzo secolo dopo come articoli dei contadini in rivolta, e la Franconia, nel 1520-’25, si confermerà come una delle regioni più «calde»: nella primavera del 1525, vi scorrazzerà la «banda nera» di Florian Geyer, cavaliere francone passato dalla parte delle schiere contadine dopo essere stato al servizio del gran maestro dell’Ordine Teutonico Alberto di Hohenzollern, celebre demolitrice di tutti i castelli e i «covi di preti» (Engels) via via incontrati nella regione del Neckar e di Würzburg.]

 

Hugo van der Gœs dipinge il Trittico Portinari per l’omonima famiglia fiorentina[8].

 

Pubblicazione dello Speculum humanae salvationis

5 gennaio. Nella battaglia di Nancy – ultimo di una serie di sanguinosi scontri: Héricourt (novembre 1474), Grandson (febbraio 1476) e Murten (22 giugno 1476: 18 mila morti nella prima e unica giornata di combattimento) –, l’esercito borgognone, il cui nerbo è costituito dalla cavalleria pesante nobiliare, viene sbaragliato dai fanti svizzeri[9], alleati del duca Renato II di Lorena (capostipite della casa Lorena-Vaudémont) e della città di Strasburgo (l’arciduca Massimiliano d’Austria, figlio dell’imperatore regnante Federico III, sposando Maria di Borgogna, erede del duca Carlo il Temerario sconfitto e ucciso a Nancy[10], otterrà il passaggio al casato asburgico della maggior parte dello Stato borgognone e in particolare dei ricchi pays de pardeça[11], entrando perciò in cozzo con i Valois, che per parte loro cercheranno in ogni maniera, militare o diplomatica, di ottenere una revisione della spartizione sancita dal trattato di Arras del 1482). [Le battaglie per la successione dei duchi di Borgogna e per la loro grande eredità segnano l’inizio della cosiddetta «rivoluzione militare» europea[12]: le dimensioni degli eserciti conoscono un notevole incremento (le forze armate di varî Stati, fra il 1500 e il 1700, decuplicheranno); vengono adottate nuove e più complesse strategie, ideate per l’impiego di questi eserciti più numerosi; l’impatto sociale della guerra aumenta grandemente (reclutamento di vaste masse di soldati, aggravamento dei danni e delle distruzioni, lievitazione dei costi bellici – pecunia nervus belli –, donde un accrescimento della pressione fiscale e dei problemi amministrativi); viene enunciato un «diritto di guerra» positivo; nascono le accademie militari, accompagnate dalla fioritura di un’enorme pubblicistica sull’«arte della guerra»[13] (nel Cinquecento si conteranno meno di dieci anni di pace completa e solo quattro nel secolo successivo, sicché gli anni compresi tra il 1500 e il 1700 saranno per l’Europa «i più bellicosi in termini di percentuale di anni di guerra in corso, durata media annua, vastità e dimensioni dei conflitti»[14]).]

 

Carnevale. Rivolta dei «Compagnoni della vita folle»: alcuni giovani contadini dei cantoni di Schwyz e di Uri, tornati trionfanti da Nancy, formano una compagnia che adotta come propria insegna una bandiera bianca raffigurante un pazzo. Scontenti di com’è avvenuta la spartizione del bottino borgognone, in 700 marciano su Berna[15], di fronte al cui Consiglio fanno discorsi «folli e bizzarri», per poi andarsene unendosi ad altri ribelli provenienti da Zoug e Unterwalden. Ormai in 2 mila, puntano su Ginevra, minacciando di metterla a sacco: Berna, Lucerna e Zurigo si preparano a reprimere con le armi la rivolta, quando si trova infine un compromesso (la rivolta dei «Compagnoni della vita folle» anticipa quella dell’Entlebuch del 1478 e la rivoluzione di Zurigo del 1489).

26 aprile. A Firenze, Lorenzo e Giuliano de’ Medici vengono assaliti dai Pazzi e da altri congiurati nella chiesa di Santa Reparata (ora Santa Maria del Fiore): Giuliano rimane ucciso, mentre Lorenzo si salva (la congiura, organizzata dai Riario, nipoti del papa che ne è informato, è capeggiata dalla famiglia fiorentina dei Pazzi)[16]. [Il 1º giugno 1478, Papa Sisto IV scomunica Lorenzo e la sua fazione, emanando poi l’interdetto contro la città di Firenze (20 giugno 1478). Il 17 novembre 1478, il governo mediceo emana la Lex Gismondina sui poteri della polizia di Stato. Il 13 luglio successivo, Ferdinando di Napoli dichiara guerra a Firenze. Il 6 dicembre 1479, Lorenzo compie un improvviso viaggio a Napoli, proponendo un’alleanza a Ferdinando, che l’accetta: il papato è in scacco. 15 marzo 1480, ritorno trionfale di Lorenzo a Firenze, seguìto dieci giorni dopo dalla parafa del trattato di pace tra Firenze e Napoli. 3 dicembre 1480, revoca dell’interdetto papale contro la città.]

 

L’Italia intera è colpita da una violenta epidemia di peste.

25 gennaio. Un trattato di pace pone fine alla guerra turco-veneziana ch’era iniziata sedici anni prima e che aveva visto la cavalleria turca correre la Dalmazia e il Friuli, «penetrando tanto addentro nell’Italia settentrionale che il fumo dei villaggi dati alle fiamme era visibile dalla cima del campanile di San Marco»[17]. Venezia riconosce la sconfitta accettando di pagare 10 mila ducati all’anno per i suoi privilegi commerciali e rinunciando a Negroponte (Eubea), ad alcune altre isole del mar Egeo e alla fortezza albanese di Scutari, conquistata dai turchi nel 1478 (anche Genova, per continuare i suoi commerci a Galata e Pera, sulla sponda sinistra del Corno d’Oro, è costretta a riconoscere il potere ottomano).

 

4 settembre. Accordo di Alcáçovas: il re del Portogallo Alfonso V rinuncia alle sue pretese sulla Castiglia e concorda una divisione dei possedimenti africani e atlantici (le Canarie vanno alla Castiglia, mentre le isole di Capo Verde, Madera e le Azzorre, il territorio di Fez e la Guinea vanno al Portogallo). Tramite l’unione personale tra il regno d’Aragona di Ferdinando e quello della moglie Isabella (divenuta regina di Castiglia nel 1474), viene a costituirsi uno spazio politico unificato di oltre 450 mila kmq, popolato da una decina di milioni di abitanti (dopo la morte d’Isabella, avvenuta il 26 novembre 1504, Ferdinando continuerà a regnare sull’Aragona ed eserciterà la reggenza sulla Castiglia, in nome di sua figlia Giovanna, dal 1506 al 1516)[18]. [Sotto Los Reyes Catholicos, titolo concesso loro dal papa nel 1494, i consigli municipali (ayuntamientos) verranno sorvegliati e controllati da un rappresentante del potere centrale, dotato di poteri giudiziari e amministrativi: il corregidor (insediamento di 64 corregimientos). Tra il 1476 e il 1498, l’associazione politica, poliziesca e giudiziaria Santa Hermandad combatterà il banditismo, smantellerà i castelli e scioglierà gli eserciti privati (dopo il 1498, i 2 mila cavalieri in forza alla Santa Hermandad passeranno sotto la diretta autorità del potere centrale). Tra il 1476 e il 1516, le Cortes di Castiglia verranno convocate solo nove volte, le Cortes d’Aragona sette, quelle catalane sei e una sola volta quelle di Valencia (le imposte indirette sui consumi, alcabalas, permettono ai sovrani di fare a meno delle imposte dirette, servicios, di pertinenza delle Cortes). Gli ebrei, che dal 1476 devono portare segni di riconoscimento, dal 1480 potranno vivere solo in determinati quartieri. Con la motivazione di sorvegliare gli ebrei cristianizzati (accusati di praticare in segreto la loro vecchia religione), i re di Spagna hanno ottenuto dal papa la bolla Exigit sincerae devotionis (1º novembre 1478), con la quale viene ristabilita l’Inquisizione in Spagna, sotto la protezione e il controllo dei sovrani (il Consiglio dell’Inquisizione, chiamato dal 1483 Consejo de la Suprema y General Inquisicion, si affianca così agli altri quattro grandi Consigli: Stato, Finanze, Castiglia e Aragona). Infine, in virtù del concordato con il Vaticano del 1486, i sovrani spagnoli potranno impedire la pubblicazione di qualsiasi bolla papale (diritto di exequatur) e presentare proprî candidati ai vescovadi e alle abbazie (tale concordato verrà reiterato nel 1523)[19].]

 

Francesco di Giorgio Martini definisce per primo i principî della balistica.

A Milano, Ludovico il Moro, ottenuta la tutela del nipote Gian Galeazzo, ne usurpa di fatto il potere ducale, facendo poi decapitare Cicco Simonetta, segretario della duchessa Bona di Savoia (vedova di Galeazzo Maria Sforza, ucciso nella chiesa di Santo Stefano il 26 dicembre 1476, e reggente a nome del figlio Gian Galeazzo). Insieme alla moglie Beatrice d’Este, Ludovico darà vita a una delle più brillanti corti d’Europa, ospitando, tra gli altri, Leonardo da Vinci (a partire dal 1482), il Filarete, Donato Bramante e molti altri «maestri celebratissimi»[20].

 

16 aprile. Patto tra il papa e Venezia «per la mutua difesa dei rispettivi Stati contro tutti gli italiani che, non provocati, gli offendessero».

 

21 agosto. I turchi conquistano Otranto (già capitale sotto i bizantini nel ix secolo). Autore dell’impresa è Gedik Ahmed, uno Schiavo della Porta originario della Serbia, «che forse può essere considerato il maggior condottiero europeo del tempo»[21]. Di fronte a questo attacco gli Stati italiani si mostrano deboli e reciprocamente sospettosi (la città pugliese verrà poi faticosamente recuperata ai turchi dal re di Napoli, il 10 settembre 1481, dopo la morte del sultano Mehmed II).

 

Compare, postuma, l’Imago Mundi di Pierre D’Ailly (1350-1420), basata sulla Geografia tolemaica, da lui stesso riscoperta all’epoca del Concilio di Basilea.

Giovanni II (re del Portogallo dal 1481 al 1495) ordina, nonostante l’opposizione del Consiglio di Stato, di costruire il porto fortificato di São Jorge da Mina, nei pressi delle ricche miniere d’oro di Elmina scoperte nel 1471 da João de Santarem e Pedro d’Escabar (nel 1471-’72, i portoghesi si erano stabiliti nelle isole di São Tomé e del Principe nel golfo di Guinea). [Durante il suo regno, Giovanni II opererà per il ristabilimento dell’autorità sovrana: accrescimento del demanio regio (tramite confisca o devoluzione di feudi rimasti privi di eredi), repressione della nobiltà riottosa, conversione o esilio per gli ebrei (1496), presentazione al papa di proprî candidati ai vescovadi e alle abbazie, drastica limitazione dei privilegi delle comunità cittadine, perdita d’influenza delle assemblee deliberative (non più convocate).]

 

6 febbraio. A Siviglia, si celebra il primo auto dé fé, in seguito a una congiura fomentata dal notabile Nuovo Cristiano Diego de Susan: sei persone salgono sul rogo, tutti ricchi cittadini che avevano precedentemente ricoperto cariche onorifiche[22].

 

3 maggio. Muore il sultano Mehmed II, mentre sta organizzando una spedizione militare in Asia (nel 1473 aveva affermato la sua supremazia in Oriente battendo a Otlukbeli, presso Erzincan, i Turcomanni del Montone Bianco, guidati da Uzun Hasan). Il 20 maggio 1481, gli succede il figlio primogenito B‰yazÇd, escludendo il fratello cadetto Djem.

 

Autunno. A Colonia, scoppia una violenta agitazione contro l’aumento dei dazi di consumo, deciso per rimediare al dissesto delle casse della città provocato dalla guerra contro Carlo di Borgogna in difesa di Neuss (1474-’75). Gli artigiani minori, che formano l’ala più radicale del movimento, chiedono tra l’altro la sospensione del pagamento delle annualità (questa istanza spaventa coloro che hanno investito i proprî risparmi nei fondi cittadini). [All’inizio del 1482, l’accordo tra gli elementi più moderati dell’opposizione e la ricca classe dirigente spianerà la strada alla repressione della rivolta (nondimeno il debito continuerà a crescere).]

 

La Provenza è incorporata al regno di Francia.

3 maggio. Firenze, Milano e Napoli da una parte, Venezia e il papa Sisto IV dall’altra dànno inizio alla guerra di Ferrara. [Con la pace di Bagnolo (7 agosto 1484), Venezia otterrà il Polesine di Rovigo, spingendosi poi fino a Cremona (alla caduta di Ludovico il Moro) e in Romagna (dopo il tracollo di Cesare Borgia).]

 

In Giappone, inizia il «periodo degli Stati combattenti», nel quale numerosi feudi si trasformano in vere e proprie signorie, azzerando così la capacità di governo dello shogunato retto dagli Ashikaga[23]. [Durante il «periodo degli Stati combattenti», destinato a durare fino al 1568, gli europei torneranno ad avere rapporti con il Giappone: viaggi di mercanti portoghesi (1542), seguiti da spagnoli e olandesi, e missioni di propaganda religiosa (san Francesco Saverio, 1549).]

Il navigatore Diego Cão raggiunge la foce del Congo: sette anni dopo inizierà la penetrazione coloniale portoghese nel territorio congolese.

 

10 novembre. Martin Lutero nasce nella città mineraria di Eisleben (distretto di Mansfeld) da Margaretha Lindemann (proveniente da una prestigiosa famiglia borghese) e Hans Luder (quest’ultimo, figlio di un contadino, si era trasferito insieme alla moglie a Mansfeld, elevandosi socialmente fino a divenire un piccolo imprenditore e appaltatore dei lavori di estrazione del rame). [Il duro lavoro per fuoriuscire dal contadiname accomuna il padre di Martin Lutero a molti altri membri di quella nuova classe imprenditoriale che si sta formando nel quadro del rapido sviluppo economico grazie al quale la Germania[24], tra la fine del Quattrocento e la prima metà del Cinquecento, guadagna una posizione di preminenza rispetto alle precedenti «aree forti» d’Europa (Francia meridionale e Italia settentrionale), appoggiandosi sui quattro pilastri del protocapitalismo: industria mineraria (sistematico sfruttamento, a partire dalla metà del xv secolo, delle ricche miniere dello Harz, dei Monti Metalliferi, della Selva di Turingia e delle Alpi, seguìto dalla rifioritura delle antiche regioni minerarie sassoni e boeme: trasformazione di ingenti masse di contadini in minatori[25]) e metallurgica (con il conseguente sviluppo di tecniche e forme d’impresa nuove), commercio a distanza (soprattutto con l’Oriente), operazioni monetarie e creditizie in grande stile (tanto in Europa quanto nel Nuovo Mondo), Verlagssystem (produzione di manufatti standardizzati organizzata a domicilio da un imprenditore-commissionario, p. es. il fustagno commissionato dai circoli mercantili di Ulm e Augusta a migliaia di tessitori nei villaggi del circondario; oltre che in Germania, questo sistema si diffonde nelle Fiandre e nel Brabante, dove la crisi di Bruges determina lo spostamento in area rurale di tutta l’industria tessile, in Italia, soprattutto nel Milanese e nel Comasco, in Svizzera e in parte della Francia[26]).]

 

Composizione del primo nucleo della storia di Till Eulenspiegel, in basso tedesco. Connesso con la tradizione degli Schwänke (storielle comiche), il Till Eulenspiegel raccoglie una ricchissima serie di scherzi e di burle attribuiti a un contadino vissuto all’inizio del Trecento (nel 1515 ne apparirà un fortunata edizione a Strasburgo).

1º gennaio. Huldrich Zwingli nasce a Wildhaus, un villaggio arrampicato su di una costa montuosa della valle del Toggenburg. [Nel 1498 s’iscriverà all’università di Vienna, facendosi profondamente influenzare dal movimento erasmiano.]

 

In Francia, si riuniscono gli Stati Generali (è la loro unica convocazione fra la metà del Quattrocento e la metà del Cinquecento: «lo Stato si concentra ora attorno a questi due poli, il potere del sovrano e la gerarchia degli “ufficiali”. Gli “Ordini” della nazione, gli Stati Generali costituiscono l’eccezione, non la regola nella vita dello Stato del Cinquecento: una eccezione che agisce assai limitatamente sulla azione effettiva di governo. Quest’ultima emana invece, ogni giorno, dal principe e dai suoi “ufficiali”»[27]). [Sotto la pressione della Guerra dei Cent’Anni, il regno di Francia era venuto accettando un sistema fiscale comune: monopolio del sale (gabella), imposta diretta (taglia: l’introito più cospicuo per la corona), aide (sussidio), diritti doganali e decime ecclesiastiche. Queste tasse, divenute regolari a partire dal 1430 circa, dopo il 1451 erano state esatte d’autorità dal re (che ne aveva però esentato i nobili).]

 

15 luglio. B‰yazÇd I in persona espugna la fortezza di Kilija, sull’estuario del Danubio. Con quest’ultima conquista i turchi, che nel 1475 avevano già sottratto ai genovesi Caffa e Azov, interdicono agli stranieri l’accesso alla regione settentrionale del mar Nero: la sottrazione del traffico agli italiani va a beneficio della ripresa, nelle mani dei sudditi ottomani (armeni, ebrei, greci, turchi, italiani assoggettatisi), dei commerci interessanti l’area sarmatica (Moldavia, Galizia, Polonia, Baltico).

 

13 agosto. Muore Sisto IV: a causa delle sue guerre contro Firenze, Napoli, Venezia e contro i Colonna, è riuscito a dilapidare il pur ingente tesoro ecclesiastico[28]. Il 29 agosto, il cardinale Giovan Battista Cybo prende il suo posto con il nome d’Innocenzo VIII (il suo pontificato sarà dominato dal cardinale Giuliano della Rovere). Il nuovo papa emana subito la bolla Summis desiderantes affectibus, potente incentivo ai processi per stregoneria, che fa seguito al breve di Sisto IV Nuntiatum est nobis (1471). Nel corso dell’anno, compare anche il Compendium maleficarum di F.M. Guazzo (opera che ha subito due edizioni in Italia)[29].

 

Marsilio Ficino pubblica a Firenze la versione in latino del Corpus platonicum.

21 agosto. Il conte Enrico, pretendente al trono inglese come ultimo rappresentante della casa di Lancaster (Rosa Rossa), batte Riccardo III nella battaglia di Bosworth Field (località vicino a Leicester, nell’Inghilterra sud-occidentale), ponendo così termine alla Guerra delle Due Rose, iniziata trent’anni prima (numerosi lignaggi sono spariti e i loro feudi, pari a circa il 20% del suolo inglese, tornano alla corona[30]; i lignaggi superstiti sono controllati dal re che vieta ai lords di disporre di eserciti privati che portino la loro livrea). Sposandosi poi con una York, egli dà inizio alla dinastia Tudor, destinata a regnare sino a Elisabetta I e ad accompagnare l’«accumulazione originaria» del capitale in Inghilterra: «Le grandi guerre feudali avevano inghiottito la vecchia nobiltà feudale; la nuova era figlia del proprio tempo, che vedeva nel denaro il potere di tutti i poteri. Trasformazione degli arativi in pascoli da ovini fu, quindi, la sua parola d’ordine. […] Un confronto fra le opere del cancelliere Fortescue e quelle di Tommaso Moro mette in chiara luce l’abisso fra il xv e il xvi secolo. Dalla sua età dell’oro, come diceva giustamente Thornton, la classe lavoratrice inglese precipitò senza transizioni nell’età del ferro»[31]. [In Inghilterra, al pari che nell’Europa continentale, il xvi secolo vedrà la diffusione del «sistema della manifattura decentrata» (putting-out: equivalente inglese del Verlagssystem tedesco) in molti settori produttivi: l’industria estrattiva[32] e metallurgica, la manifattura tessile, la fabbricazione della carta e di piccoli oggetti in metallo o in legno, la stampa. Tale sistema determinerà un notevole spostamento delle industrie in regioni ove le corporazioni sono assenti o incapaci d’imporre significative restrizioni, e coinvolgerà sia gli artigiani sia i contadini liberi: il grosso del lavoro vien fatto nelle campagne, mentre nelle città si eseguono le rifiniture[33] (tra il 1586 e il 1631, nelle aree tessili dell’Inghilterra meridionale si produrranno ripetutamente disordini contro il carovita).]

 

La Dieta di Kutná Hora assicura libertà di religione a cattolici e utraquisti (i rappresentanti ufficiali della Riforma boema moderata): la Boemia e la Moravia divengono il primo territorio europeo in cui viene garantita per legge un’ampia tolleranza religiosa. Pur non essendo ufficialmente tutelate da questo accordo, anche le sètte clandestine radicali e l’Unità dei Fratelli Boemi possono usufruire di spazi di movimento maggiori rispetto a quelli esistenti nel resto d’Europa (le traduzioni in latino e in tedesco di alcuni scritti dell’Unità dei Fratelli feconderanno la nascente Riforma tedesca[34]). [A partire dal 1526, cioè subito dopo la sconfitta della guerra dei contadini[35] in Germania, comincerà l’afflusso dei primi gruppi anabattisti in Moravia, dove nella seconda metà del xvi secolo si conteranno circa 15 mila aderenti a una quindicina di sètte anabattiste, antitrinitarie ecc. (formate perlopiù da artigiani e servi della gleba stabilitisi in poderi e villaggi abbandonati delle zone meridionali)[36].]

 

Nel quadro del contrasto franco-asburgico per il controllo dei Paesi Bassi, le corporazioni di Gand insorgono contro Massimiliano d’Asburgo, che reagisce facendo tagliare la testa a ventotto capi della rivolta[37] e imponendo un atto di sottomissione più duro di quello imposto dal precedente trattato con le Fiandre (22 luglio 1485, lacerazione pubblica degli statuti della città). [Tre anni dopo, l’esercito imperiale dovrà intervenire per liberarlo dalle mani dei borghesi di Bruges, che, esasperati dalla guerra contro i francesi, avevano chiuso le porte della città (1º febbraio 1488). Massimiliano verrà liberato il 16 maggio dello stesso anno, dopo aver giurato di rinunciare a qualsiasi rappresaglia (Alberto di Sassonia, in qualità di luogotenente nei Paesi Bassi, avrà poi l’incarico di ridurre all’obbedienza le città fiamminghe).]

 

Viene pubblicato il De re aedificatoria, scritto da Leon Battista Alberti nel 1452.

 

Costruzione delle mura fortificate del Cremlino.

21 aprile. Ferdinando il Cattolico promulga una sentenza con cui libera dalle servitù medioevali i contadini ribellatisi contro i feudatari aragonesi (il contadino della Castiglia non era mai stato, né mai sarà, servo della gleba).

 

11 agosto. Pace di Roma, con la mediazione di Lorenzo de’ Medici, tra Ferdinando di Napoli e Innocenzo VIII (che l’anno precedente aveva appoggiato la rivolta dei baroni napoletani).

 

A Strasburgo, presso J. Prüss, compare la prima edizione del Malleus maleficarum, una silloge di testi sulla stregoneria redatta da due domenicani e inquisitori tedeschi, Heinrich von Krämer (Henricus Institoris) e Jacob Sprenger, destinata a essere il trattato di demonologia più diffuso, con ben trentaquattro edizioni fino al 1669 (questa raccolta di simbologie e immagini abnormi influenzerà artisti come Hieronymus Bosch)[38].

In Inghilterra, viene creata la Corte suprema, con competenza giurisdizionale su particolari reati contro l’ordine pubblico. Re Enrico VII fa costruire il Regent e il Sovereign, due velieri carichi di cannoni (è questo un valido e precoce esempio dei progressi in corso nella regione atlantica nell’uso di navi a vela dotate di artiglieria, destinate a manovrare e a combattere a distanza, diversamente da prima, quando la forza motrice era fornita, sulle galere da combattimento, dalla ciurma di schiavi e i soldati venivano lanciati all’abbordaggio del nemico). [La politica mercantilista di Enrico VII, nel mentre promuove lo sviluppo del settore delle costruzioni navali e delle imprese armatoriali tramite atti di navigazione che impongono l’uso di navi inglesi per il trasporto di prodotti nazionali (1485-’89), alimenta il tesoro attraverso i diritti di dogana e le ammende imposte ai contravventori (nell’ambito di questa politica, nel 1496 verranno conclusi trattati commerciali con Venezia, Firenze, le città dell’Ansa e i Paesi Bassi).]

 

Dopo il fallimento di una prima coalizione, la cosiddetta guerre folle, scoppia una nuova insurrezione in Bretagna, appoggiata dalle forze inviate da Massimiliano e dal re d’Inghilterra: l’esercito francese porrà fine a questa rivolta con la vittoria di Saint-Aubin-du-Cormier (1488), sancita dal trattato di Sablé favorevole al regno di Francia.

 

Schiere di armati, dotati d’indulgenza plenaria e del potere di remissione dei peccati, si riversano sulle popolazioni delle valli piemontesi e del Delfinato spargendo morte e terrore in nome della lotta contro l’eresia (questa campagna proseguirà nel 1488).

 

Pico della Mirandola, grazie al quale erano ricomparsi nella cultura occidentale Ermete Trimegisto e Zoroastro, subisce una condanna papale. Nella sua famosa Orazio de hominis dignitate (1478, ma pubblicata postuma nel 1496), Pico aveva sostenuto che l’uomo gode di una condizione privilegiata rispetto alle altre creature dell’universo – in quanto Dio non lo ha collocato in un punto fisso della gerarchia degli esseri, ma l’ha plasmato in modo tale ch’egli possa assumere tutte le forme, degenerando a bruto o innalzandosi ad angelo –, riprendendo poi questa tesi e sviluppandola in uno scritto dedicato all’interpretazione della Genesi (Heptaplus, 1488).

 

In Portogallo, compare a stampa il Pentateuco (in Portogallo, gli ebrei precedono i tedeschi nella stampa e la introducono anche in Turchia)

I prìncipi, i nobili e il patriziato delle città imperiali della Germania sud-occidentale fondano la Lega Sveva, la quale dispone, oltreché di forze militari, di organi amministrativi e giuridici proprî (quest’atto fa seguito all’abolizione del diritto di faida decisa a Ratisbona nel 1471, importante passo sulla via del monopolio statale dell’uso della violenza). [Motivata dai timori per la crescente forza dei confederati svizzeri e per la politica aggressiva dei Wittelsbach, duchi di Baviera, e fondata ufficialmente con lo scopo di garantire la tregua civile nell’Impero, la Lega fornirà alle élites della Svevia un organo centralizzato con cui affrontare i movimenti del contadiname e del salariato protocapitalista (oltre che fungere da strumento nelle mani dei prìncipi per rafforzare la propria oligarchia e per sostenere i disegni di riorganizzazione del Reich avanzati rispettivamente da Massimiliano d’Asburgo e dall’arcivescovo di Magonza Bertoldo di Henneberg).]

 

Il portoghese Bartolomeo Díaz doppia per la prima volta il capo delle Tempeste (poi chiamato capo di Buona Speranza): è aperta la via marittima per l’India.

 

Seconda edizione in lingua tedesca delle Vite dei santi (la Leggenda aurea di Jacopo da Varagine scritta nel 1255) che fa seguito a versioni manoscritte circolanti in Germania e nelle Fiandre fin dal secolo precedente e sarà seguìta da ulteriori edizioni.

 

A Heidelberg, l’astrologo imperiale Johannes Lichtenberger pubblica le Weissagungen (Profezie), una raccolta di vaticini ispirata al timore degli effetti nefasti della congiunzione tra Giove e Saturno avvenuta nel 1484, ma anche a un sentimento di attesa millenaristica, in quanto, al termine di una sequela di guerre, ribellioni e pestilenze destinata a durare per parecchi decenni consecutivi, sarebbero sopravvenuti un’età dell’oro, «un nuovo Reich» e la pace universale (nel 1492, il Prognosticon del Lichtenberger sarà violentemente accusato di plagio da Paolo di Middelburg, futuro vescovo di Fossombrone, autore dei Prognostica ad viginti annos spectantia pubblicati nel 1484 ad Anversa[39]). Nel testo di Lichtenberger, tra l’altro, si afferma che il profeta nato in relazione con la congiunzione tra Giove e Saturno sotto il segno dello Scorpione sarebbe stato un monaco (le illustrazioni profetiche di questo libro verranno utilizzate tanto dai nemici di Lutero quanto dai suoi sostenitori)[40].

 

A Praga, traduzione in cèco della Bibbia.

A Strasburgo, compare un’edizione illustrata con xilografie del De vita di Marsilio Ficino, autore della Theologia platonica e traduttore delle opere di Platone (unitamente alla riscoperta del fondatore dell’Accademia, si assiste alla diffusione di una corrente esoterica ispirata al neoplatonismo, nel tentativo di riscattare le arti magiche dalla condanna emessa nel Medioevo).

 

Compare la prima edizione del Repertorium morale di Petrus Bercherius (una seconda apparirà nel 1498).

 

31 dicembre. La scultura di San Giorgio in lotta contro il drago, scolpita da Bernt Notke nella cattedrale di Stoccolma (Storkyrka) di San Nikolaus, viene consacrata come fondazione del reggente di Svezia, Sten Styre, condottiero degli svedesi in lotta per l’indipendenza contro la corona danese (la figura di San Giorgio è fortemente simbolica in senso politico-religioso: nel 1471 l’esercito svedese aveva trionfato sui danesi nella battaglia di Brunkeberg, vicino a Stoccolma, e la vittoria era stata attribuita ai favori del santo, invocato da Styre prima del combattimento).

Thomas Müntzer nasce a Stolberg, nello Harz, da padre artigiano (cordaio) e madre contadina (scarsissime sono le notizie sugli anni della sua infanzia: forse frequenta la scuola latina del suo paese, compiendo poi gli altri studî propedeutici a Quedlinburg).

 

6 aprile. Mattia I Corvino d’Ungheria muore improvvisamente. Gli Asburgo rioccupano Vienna, ch’era stata conquistata cinque anni prima dal sovrano testé deceduto (l’anno dopo, la Pace di Presburgo riconoscerà le pretese ereditarie asburgiche sul Tirolo). [Mattia I Corvino, esponente della famiglia degli Hunyadi, aveva coltivato il sogno di diventare un giorno imperatore, avendo costretto l’imperatore Federico III d’Asburgo e suo figlio Massimiliano a cedergli sia la Moravia sia la Slesia ed essendo anche riuscito a riprendere ai turchi la Bosnia, la Moldavia e la Serbia. Alla morte di Mattia I Corvino, la Dieta ungherese, formata dalla grande nobiltà, sceglie come re Ladislao II (1490-1516) e poi suo figlio Luigi II (1516-1526), entrambi Jagelloni e re di Boemia.]

 

L’Inquisizione spagnola brucia un gran numero di Bibbie ebraiche (poco dopo, a Salamanca, verranno distrutte oltre 600 opere sulla stregoneria e il giudaismo).

 

I rurali dell’Ucraina dànno vita a grandi insurrezioni[41].

In Olanda e nella Frisia occidentale, i contadini liberi insorgono per evitare di cadere nel servaggio e contro il sistema dominante di dare in appalto l’esazione delle tasse a sindacati di finanzieri che anticipano il denaro al governo. [L’anno dopo, i ribelli (chiamati Kaas-en-Brodvolk in quanto adottano come simboli il formaggio e il pane) verranno sconfitti nella battaglia di Heemskerk dai mercenari tedeschi del duca Alberto di Sassonia (che inalberano l’insegna del pane e della birra).]

 

Ad Azpeitia, da una famiglia basca, proprietaria di terreni a Loyola e altrove, nasce Don Íñigo López de Loyola.

2 gennaio. Con la presa di Granada, principato nasride difeso dai Mori di re Boabdil, si completa la reconquista cristiana della Spagna. [Appena ultimata la reconquista, inizierà la cacciata degli ebrei (31 marzo 1492)[42], seguìta da una spedizione contro l’Africa settentrionale: conquista di Melilla (1497), Mers-el-Kebir (1505), Peñon de Velez de la Gomera e Ténès (1508), Orano (1509), Bugia e Tripoli (1510), Dellys, Cherchel e Mostaganem (1511). Nel 1502, i musulmani rimasti in Spagna dovranno convertirsi o andarsene (quelli che accetteranno di convertirsi saranno chiamati moriscos, quelli che si stabiliranno nel Nordafrica verranno definiti andalusi o tagarini).]

 

8 aprile. Muore Lorenzo il Magnifico: suo figlio Piero eredita solo l’ombra delle ricchezze di un tempo[43]. Il 25-26 luglio, morirà anche il papa Innocenzo VIII. [I due avevano stretto un’alleanza, sancita il 20 gennaio 1488 dal matrimonio tra Francesco Cybo (figlio d’Innocenzo VIII) e Maddalena (figlia di Lorenzo il Magnifico e Clarice Orsini). Inoltre, il tredicenne Giovanni de’ Medici, cadetto di Lorenzo, era stato designato al cardinalato (8 marzo 1489).]

 

11 agosto. Lo spagnolo Rodrigo Borgia (forma italianizzata di Borja, casata comitale aragonese, risalente al xii secolo) ascende al soglio pontificio con il nome di Alessandro VI (esponente di una famiglia eccezionalmente avida, padre di tre figli maschi e una femmina, Alessandro VI si sforzerà innanzitutto di creare per loro dei principati). [Nello Stato della Chiesa, i sovrani-pontefici devono vedersela con grandi famiglie baronali, quali i Colonna e gli Orsini, che tendono ad autonomizzarsi. Inoltre, essi cercano di riconquistare le città usurpate da condottieri vittoriosi, come i Malatesta a Rimini e i Montefeltro a Urbino (questa politica di riunificazione territoriale verrà portata avanti con particolare vigore da Giulio II, papa fornito di doti guerriere, che guiderà di persona più di una spedizione).]

 

12 ottobre. Il genovese Cristoforo Colombo sbarca sull’isola di Guanahani, nelle Bahamas (secondo la capitulación firmata il 17 aprile 1492, i sovrani di Spagna si riservano tutti i diritti regali sulle terre scoperte e un quinto di tutti i prodotti riportati nella metropoli; a Colombo vanno un decimo delle ricchezze conquistate, il titolo di ammiraglio e la carica di viceré)[44]. [1493, nel suo secondo viaggio Colombo esplora le Piccole Antille e la Giamaica. 1497-’98, i veneziani Sebastiano e Giovanni Caboto raggiungono Terranova e il Canada (per conto del re d’Inghilterra Enrico VII). 1498, terzo viaggio di Colombo, fino alle foci dell’Orinoco. 1499, i fratelli portoghesi Corte-Real giungono sulle coste settentrionali del continente americano; gli spagnoli Vicente Pinzon e Alonso de Ojeda sbarcano sulle spiagge del Venezuela e forse del Brasile (nel 1509, partendo dai Caraibi, toccheranno i litorali dello Honduras e dello Yucatán); il fiorentino Amerigo Vespucci (al servizio dei portoghesi) giunge in Brasile (nel 1501-’02, arriverà fino al Rio della Plata). 1500-’02, Pedro Alvares Cabral in Brasile (di cui prende possesso a nome del Portogallo). 1502, quarto e ultimo viaggio di Colombo alla ricerca del passaggio a Occidente. 1513, lo spagnolo Vasco Nuñez de Balboa attraversa l’istmo di Panama e raggiunge la costa del Pacifico. 1517, Hernández de Cordoba riconosce le coste orientali messicane. 1519-’22, la spedizione del gentiluomo portoghese Ferdinando Magellano, doppiando il capo Horn e quello di Buona Speranza, compie la prima circumnavigazione del globo (per conto della Spagna). 1523-’24, il fiorentino Giovanni da Verrazzano esplora le coste del Nordamerica (per conto della Francia).]

 

Morte di Casimiro Jagellone e conseguente separazione della Polonia dalla Lituania (nel 1385 a Krewo era stato stipulato il patto di unione tra il regno di Polonia e il granducato di Lituania; l’anno successivo il granduca Jagellone, convertitosi al cristianesimo e preso il nome di Ladislao, aveva sposato la regina Edvige divenendo re di Polonia)[45].

 

A Lubecca, compare una traduzione tedesca delle Rivelazioni celesti della mistica Birgitta di Uppsala (1303-1373).

 

L’umanista Elio Antonio de Nebrija scrive la prima grammatica castigliana (tre anni dopo pubblicherà il suo dizionario latino-spagnolo, spagnolo-latino).

Settimana Santa. In Alsazia, l’intervento militare delle Autorità della città imperiale di Schlettstadt previene lo scoppio di una rivolta organizzata da un’organizzazione segreta di contadini e di plebei denominata Bundschuh[46]: i cospiratori catturati vengono esecutati o banditi dal Paese, dopo essere stati mutilati delle dita o delle mani (molti sono però coloro che riescono a fuggire in Svizzera). Uno dei capi della cospirazione arrestati, Klaus Ziegler di Strotzheim, davanti al tribunale ammette il progetto di collegarsi con i fanti svizzeri e di utilizzare anche i lanzichenecchi (uno di loro, abitante nella zona di Scherwiller, avrebbe dovuto essere nominato capitano e reclutare altri fanti; Walter Claus, un altro lanzichenecco soprannominato «Claus il selvaggio», si sarebbe offerto di procurare al movimento insurrezionale fino a 6 mila uomini armati). [Sebbene soffocata nel sangue, la rivolta del Bundschuh tenderà a riemergere a più riprese; il suo capo più famoso, Joß Fritz (1460?-1525), un servo del vescovo di Spira, cercherà per ben tre volte di riprendere la via delle armi, pur senza riuscirci: nel 1502 nel vescovado di Spira, nel 1513 a Lehen (Brisgovia) e nel 1517 nell’Alto Reno.]

 

25 aprile. Papa Alessandro VI stringe con Milano e Venezia una lega, alla quale aderiscono anche Ferrara, Siena e Mantova, contro Ferrante d’Aragona, dichiarato decaduto dal trono da Innocenzo VIII, l’11 settembre 1489 (Ferrante morirà il 25 gennaio 1494).

 

28 giugno. Papa Alessandro VI pubblica la bolla Inter Caetera, con la quale il Nuovo Mondo viene spartito tra Spagna e Portogallo, lungo la «raya», un ideale meridiano di demarcazione che corre 100 leghe a ovest delle Azzorre (fin dal 1344 Clemente VI aveva pubblicato la prima bolla papale di spartizione del mondo, onde prevenire l’insorgere di discordie tra i prìncipi cristiani e favorire l’evangelizzazione dei nuovi possedimenti). [L’intervento papale, che va a beneficio dei soli Paesi iberici, e in particolar modo della Spagna, non verrà ovviamente accettato dalle altre potenze europee: «Sarei felice di vedere la clausola del testamento di Adamo che mi esclude dalla mia parte nella divisione del mondo», avrà a dire il re di Francia Francesco I. Il papa Clemente VII darà allora una nuova interpretazione dell’Inter Caetera, comprendendovi solo i territorî già scoperti dalla Spagna e dal Portogallo, in modo da lasciar liberi i francesi di avventurarsi in viaggi di scoperta senza rischiare d’incorrere in un divieto papale (dopo i viaggi di Jacques Cartier nel 1534 e ’35, il re di Francia enuncerà la teoria secondo cui non la scoperta bensì l’occupazione e la colonizzazione dànno diritto al titolo di proprietà sulle terre d’oltreoceano).

 

9 settembre. L’esercito turco annienta la nobiltà croata nella battaglia di Abdina, per poi attaccare la Stiria e Timisoara. Gli ungheresi rispondono devastando nel novembre 1494 la regione intorno a Semendria (tregua per tre anni nel 1495).

 

Nell’Africa occidentale, Mohammed Ture pone fine alla dinastia Za di Songhai sconfiggendo Bakari Da’a (il padre di quest’ultimo, Sonni Ali, fondatore dell’Impero songhai nel 1464 e conquistatore di Timbuctu nel 1468, era morto annegato l’anno precedente nel corso di una scorreria contro gli zaghrani e i fulani di Gurna). Mohammed Ture assume il nome di Askia Mohammed I e diviene signore dell’Impero songhai: inizia l’apogeo di questa formazione politica. [Tra il 1498 e il 1520 Askia Mohammed I conquisterà i territorî stendentisi dalla zona di Mali fino a Kano e Katsina, ad est, e fino al deserto, a nord. Stimando molto gli studiosi e amando circondarsene, Askia il Grande riuscirà a fare di Walata, Gao, Timbuctu e Djenne altrettanti centri di studio (durante il suo regno l’Università di Sankore diverrà uno dei più importanti centri della cultura mondiale). Sul piano interno, formerà un grande esercito regolare, riorganizzerà la pubblica amministrazione (creando dei governi regionali, un’efficiente giurisdizione e una corte in piena regola) e incoraggerà lo sfruttamento delle risorse naturali; sul piano internazionale, si manterrà costantemente in contatto con il riformatore marocchino El Merhili. Con l’abdicazione (1528) e la morte (1542) di Askia il Grande inizierà la fase finale della storia dell’Impero songhai (destinato a essere l’ultimo degli imperi dell’Africa occidentale).]

19 gennaio. Trattato di Barcellona: in vista della sua discesa in Italia, Carlo VIII, dopo essersi assicurato la neutralità di Massimiliano d’Austria, concedendogli l’Artois, la Franca Contea e il Charolais (Trattato di Senlis, 3 maggio 1493), si garantisce ora quella di Ferdinando d’Aragona, restituendogli il Rossiglione e la Cerdaña. Inoltre, il re di Francia paga di sua iniziativa una pesante indennità all’Inghilterra facendosi promettere una pace perpetua.

 

A Basilea, durante il carnevale, compare La nave dei folli, un poema satirico, illustrato da Dürer, in cui i prelati vengono dipinti come avidi e mondani, composto l’anno precedente dall’umanista ed eminente giurista di Strasburgo Sebastian Brant Stoßseufzer (1458-1521)[47].

 

3 giugno. Trattato di Tordesillas: modificando quanto stabilito l’anno precedente dalla bolla pontificia Inter Caetera, vengono fissati nuovi termini per la spartizione dell’ecumene extraeuropeo tra Spagna e Portogallo: 370 leghe a ovest delle Azzorre e di Capo Verde le nuove terre appartengono ai castigliani, a est di questa linea ai portoghesi, che ottengono anche l’Africa ad eccezione del Marocco (il Brasile, inizialmente considerato solo come un fattore di sicurezza nel commercio con le Indie Orientali, vedrà l’introduzione sistematica della coltivazione della canna da zucchero, lo sfruttamento dei legni da tinta e, alla fine del Seicento, la scoperta di considerevoli giacimenti di metalli preziosi, divenendo un grande polo di concentrazione di manodopera schiavizzata: tre milioni e mezzo di schiavi neri importati dall’Africa tra il 1500 e il 1851[48]). [Nel 1529, con il Trattato di Lerída, parafato in seguito alla spedizione di Magellano (10 agosto 1519-4 settembre 1522: 86 mila chilometri, 247 morti su 275 imbarcati, ma un carico di spezie tale da coprire le spese e procurare un profitto del 400%), verrà spartita anche l’Asia: a est del meridiano di Ternate le terre spagnole, a ovest quelle portoghesi (in barba a questo accordo, la Spagna s’impadronirà delle Filippine).]

 

3 settembre. Partito da Grenoble, l’esercito francese guidato da Carlo VIII valica le Alpi e scende in Italia[49].

 

17 novembre. Alla testa di 8 mila cavalieri e 4 mila fanti, Carlo VIII entra in Firenze, ricevuto con tutti gli onori. Marsilio Ficino tiene l’orazione di saluto al Re Cristianissimo, in cui dice di ravvisare l’uomo della Provvidenza, inviato a illuminare Firenze il giorno stesso della morte di Pico della Mirandola, affinché «neppure per un giorno la città restasse allo scuro». Il re di Francia viene accolto come l’uomo, profetizzato da Girolamo Savonarola, inviato dal Cielo per redimere l’Italia[50].

 

A Venezia, il divulgatore di «bonae litterae» Aldo Manuzio (1450-1515) inizia la sua attività tipografica (dietro il raffinato editore-tipografo c’è il ricco Andrea Torresano di Asolo, che ne finanzia l’attività)[51]. [Oltre che a Venezia (dove verso il 1500 sono attive circa 150 stamperie) e Firenze, il capitale reso disponibile dai mercanti-librai permette l’apertura di industrie tipografiche a Parigi, Lione (dove sono attive una cinquantina di stamperie alla fine del Quattrocento e più di cento trent’anni dopo; gli operai tipografi lionesi, nel 1539 e nel 1569, entreranno in sciopero per rivendicare più soldi, meno lavoro e la limitazione del numero degli apprendisti impiegati come manodopera a basso costo), Londra (dove, nel 1475, William Caxton, tipografo e grande fautore del volgare, ha fondato la prima casa editrice inglese), Siviglia (dove, a partire dal 1502, è attivo Jacobo Cromberger), Anversa (dove il laboratorio di Plantin, nel 1575, conterrà 16 torchi e un’ottantina di operai) e in quasi tutte le grandi città tedesche, in particolare a Colonia, Strasburgo, Augusta, Norimberga (dove oltre un centinaio di operai e artigiani lavorano, utilizzando 24 torchi, per conto di Anton Koberger) e Francoforte (progressivo assorbimento delle piccole botteghe artigiane in grandi atelier organizzati dai finanziatori, che dànno vita anche a una rete di filiali nelle sedi universitarie o nei grandi mercati urbani). La diffusione della nuova tecnica è stata fulminea: alla morte di Johann Gutenberg (1468), si contavano una dozzina di stamperie in Germania; tra il 1470 e il 1479 sorgono un centinaio di stamperie in Italia, Francia e Spagna; tra il 1480 e il 1489, ancora un centinaio di fondazioni, poi il ritmo prenderà a rallentare, con una quarantina di nuove officine tra il 1490 e il 1499; infine, nel xvi secolo si aggiungeranno altre 130 città. Nella seconda metà del Quattrocento, la produzione libraria in Europa raggiunge le 35 mila edizioni, con circa 15 milioni di copie, prodotte in 236 località (a testimonianza dell’ulteriore incremento della produzione editoriale verificatosi nel secolo successivo, si consideri che la fiera annuale del libro di Francoforte del 1565 annuncerà 550 titoli (per un totale di 22 mila nel periodo 1565-1600).]

 

Il francescano Luca Pacioli (1445-4509) fa comparire la Summa de arithmetica, geometria, proportioni et proportionalità, il primo trattato generale di aritmetica e algebra pubblicato a stampa (ne fa parte anche un manuale di contabilità commerciale).

21 giugno. A Seminara, le truppe del re di Francia Carlo VIII (entrato a Napoli il 22 febbraio 1495, senza dover neppure combattere) vincono l’esercito napoletano-spagnolo di Ferdinando II d’Aragona (detto Ferrandino)[52].

 

6-8 luglio. A Fornovo di Taro, presso Parma, l’esercito della Lega Santa (stretta tra il papa Alessandro VI, la Spagna, l’Impero e Ludovico il Moro per contenere il successo del re di Francia), sotto il comando di Francesco Gonzaga, si scontra con le truppe di Carlo VIII. Dopo una mischia confusa e combattuta con alterne vicende, i francesi si disimpegnano dalla lotta e, nella notte tra il 7 e l’8, levano segretamente il campo muovendo alla volta di Fidenza (per valicare infine le Alpi in ottobre). All’indomani della battaglia di Fornovo, le armi spagnole ricollocano sul trono napoletano Ferrandino. [Per poco, però, perché Ferdinando II morirà il 7 ottobre 1496. Lo sostituirà lo zio Federico, che il 25 novembre 1497 concluderà un armistizio con la Francia.]

 

Dieta di Worms: alla notizia dell’esito della battaglia di Fornovo, Massimiliano I d’Asburgo[53] riesce a far approvare ancora una volta l’esazione del Gemeiner Pfennig[54] e a ottenere un prestito immediato di 300 mila Gulden per finanziare le spese di guerra. Viene proclamata l’ennesima pace generale perpetua, all’interno, e istituito il Tribunale Camerale dell’Impero, supremo organo giudiziario permanente per la soppressione del diritto di guerra privata, con sede a Francoforte[55] (dal 1527 a Worms, dove il costo della vita è più basso).

 

In Portogallo, alla morte di re Giovanni II gli succede Emanuele il Fortunato, che sarà re dal 1495 al 1521 (la dinastia portoghese aspirando a unificare la penisola iberica sotto la propria autorità, si unirà ripetutamente in matrimonio con le case di Castiglia e d’Aragona, nella speranza di una combinazione ereditaria favorevole, ma tutti i potenziali eredi moriranno giovani).

In Polonia, dove a causa del costante aumento delle esportazioni cerealicole di Danzica i signori feudali tendono ad aumentare la superficie dei dominî (riserve) signorili e a farli coltivare con prestazioni di lavoro obbligato, vengono varate le prime leggi che legano il contadiname alla terra: già costretti a una giornata di lavoro settimanale per manso, i contadini si vedono ora togliere il diritto di lasciare il villaggio ed emigrare altrove (questo esempio verrà presto seguìto in tutti i territorî ostelbici, a cominciare dalla Russia, dove la fame di forza-lavoro contadina dei signori russi inizierà a cristallizzarsi nel codice del 1497, che intacca la libertà di movimento della popolazione agricola stabilendo la possibilità per il contadino di abbandonare il signore solo nelle due settimane intorno al 25 novembre, giorno di San Giorgio, dopo aver pagato alcune tasse[56], per poi sfociare nel codice del 1649, con il quale i contadini saranno vincolati rigidamente). [La szlachta aumenta notevolmente il suo potere nel corso del xv secolo, fino ad affiancarsi al re nella condotta degli affari di Stato, a spese delle città e, in particolare, dei contadini. La Costituzione polacca del 1520 stabilirà come minimo obbligatorio di corvée un giorno la settimana (inoltre la nobiltà otterrà dal re l’impegno che né lui né i suoi successori avrebbero interferito nelle controversie tra il signore e i suoi sudditi): già alla metà del Cinquecento nell’intera Polonia, con l’eccezione di poche aree, funzionerà un sistema economico caratterizzato: a) dal lavoro servile sul dominio signorile per la produzione di derrate alimentari destinate sia al consumo del signore e della sua corte sia al commercio a lunga distanza; b) dall’esistenza di possessi contadini di dimensioni ridotte destinati a fornire manodopera gratuita e bestiame per il lavoro nella riserva (benché il salariato agricolo non sia assente); c) da una serie di obblighi verso il signore ai quali sono tenuti i contadini legati alla terra (p. es. l’obbligo di comprare vodka e birra solo nella sua osteria)[57].]

 

Ottobre. I confederati svizzeri, che fino alla morte dell’imperatore Federico III (1493) avevano lottato per rendersi indipendenti dagli Asburgo ma avevano continuato a far parte della grande compagine imperiale, rifiutano sdegnosamente di accogliere una sentenza contro la città di San Gallo pronunciata dal Tribunale Camerale dell’Impero: dopo un’intensa preparazione, la guerra divamperà nel febbraio del 1499, lungo il Reno da Basilea a Feldkirch (la Svizzera è alleata con le Tre Leghe di Rezia, una formazione statale costituitasi nel corso del Trecento e sottoposta dal 1494, per effetto delle guerre d’Italia, a una crescente pressione asburgica, a causa dei passi alpini che la collegano con il ducato di Milano)[58].

 

I porti turchi vengono chiusi alle navi della Serenissima. [Tre anni dopo, scoppierà una nuova guerra tra i veneziani e l’impero degli Osmanli, nel corso della quale la città lagunare vedrà sconfitta la propria flotta e rischierà addirittura di essere attaccata: questo conflitto durerà fino al 1503, allorché la stipula di un trattato di pace porrà fine alle ostilità (solo temporaneamente).]

 

A Venezia, compare la prima edizione a stampa delle Relazioni di viaggio di Marco Polo.

 

L’inglese John Colet, dopo una permanenza di due anni in Italia, dove ha subìto l’influenza di Marsilio Ficino, tiene due conferenze a Oxford sulle Epistole di san Paolo in netta rottura con i metodi dell’erudizione scolastica: «Come Colet a Oxford, così in quegli anni Le Fèvre d’Etaples riportò a Parigi, da un viaggio in Italia, l’entusiasmo per una nuova cultura, che offriva al tempo stesso un ammaestramento nei metodi della cultura classica, un vivo interesse per Platone e per il neoplatonismo, una nuova prospettiva teologica e una nuova religiosità che permeava ogni ramo del sapere»[59].

16 febbraio. A Bretten (nell’attuale Baden), nasce Filippo Melantone da Georg Schwarzerd, armaiolo e maestro d’armi, e da Barbara Reuter. [Alla morte dei genitori, verrà allevato dalla nonna materna Elisabeth (sorella del grande umanista, studioso di greco e di ebraico, Johannes Reuchlin), che gli farà seguire gli studî classici.]

 

8 luglio. Il portoghese Vasco de Gama salpa da Lisbona alla volta dell’India. [Dopo aver circumnavigato l’Africa egli raggiungerà Calicut, sotto la guida del pilota arabo Ibn M‰jid, il 22 marzo 1498, per ritornarne poi con un equipaggio decimato, ma con le navi cariche di merci pregiate, nel settembre del 1499 (nel 1776, Adam Smith definirà la scoperta dell’America e della via marittima delle Indie Orientali i due avvenimenti «più grandi e più importanti che si siano registrati nella storia dell’uomo»)[60].]

 

In Cornovaglia, scoppia una rivolta contro l’esazione di nuove tasse decisa dal parlamento di Londra per finanziare la guerra contro lo Scozia (dopo la vittoria, Enrico VII imporrà il matrimonio di una delle proprie figlie con il re scozzese, nella speranza di unificare i due regni sotto un unico erede).

 

A Firenze, i seguaci di Girolamo Savonarola (ascetico animatore della Repubblica Fiorentina, «Nuova Gerusalemme» destinata a guidare il processo di rigenerazione del mondo cristiano) effettuano i «roghi delle vanità»: libri (tra cui le opere di Dante, Petrarca e Boccaccio), vestiti, dipinti e altri oggetti da cui purificarsi.

23 giugno. A Firenze, Girolamo Savonarola, accusato di eresia dalla curia romana, sospeso dalla predicazione (8 settembre 1495) e scomunicato da papa Alessandro VI (12 maggio 1497), viene impiccato e poi arso in Piazza della Signoria: dopo la sua morte, il potere passa «nelle mani di un gruppo del patriziato incline a instaurare un governo allargato a elementi mercantili e artigiani fuori dai ristretti ranghi aristocratici», nella forma di una repubblica retta da un Gonfaloniere e dal Senato[61].

 

Il capitolo generale francescano stabilisce che l’interesse è non solo lecito ma addirittura obbligatorio. Si chiude così il dibattito legato all’istituzione, nella seconda metà del Quattrocento, dei Monti di Pietà, propugnata dal predicatore Bernardino da Feltre come alternativa all’usura (analoga funzione svolgono i Monti frumentosi, sórti nello stesso periodo per anticipare il grano ai contadini, particolarmente per la semina e durante i periodi di carestia)[62].

 

L’umanista boemo Bohuslav Hasistejnsky (1460-1527), scrive Ad sanctum Venceslaum satira, in qua mores procerum et popularium patriae suae reprehendit.

 

Vengono edite le prediche del mistico trecentesco Johannes Tauler. Nello stesso periodo, compaiono anche, senza il consenso dell’Autore, i violenti sermoni di Geiler von Kaiserberg (1455-1510), «il Savonarola tedesco», che utilizza i materiali più eterogenei, compresa La nave dei folli.

 

Dürer pubblica Apocalypsis cum figuris, un ciclo di illustrazioni che accompagna il testo in latino dell’Apocalisse di Giovanni.

15 aprile. Trattato di Blois tra Venezia e il nuovo re di Francia Luigi XII (succeduto a Carlo VIII, morto accidentalmente il 7 aprile 1498) per la conquista di Milano.

 

6 ottobre. Al comando di un milanese, Gian Giacomo Trivulzio, l’esercito di Luigi XII entra in Milano[63], scacciandone Ludovico il Moro (che si rifugia in Tirolo, presso il genero, Massimiliano I d’Asburgo, reclutando poi «un potente esercito d’Elvezj» per cercare di recuperare il ducato perduto). [Il 5 febbraio 1500, Ludovico farà trionfalmente ritorno a Milano, insorta quattro giorni prima contro i francesi, ma l’8 aprile successivo verrà sconfitto nell’assedio di Novara, in quanto i suoi mercenari svizzeri si rifiuteranno di «venire alle mani co’ parenti e co’ fratelli propri» (Francesco Guicciardini) arruolati dall’altra parte, consegnandolo poi al governatore francese Gian Giacomo Trivulzio[64]. Deportato in Francia, il duca sconfitto morirà prigioniero nel castello di Lys St. Georges (1508).]

 

Compare, anonima, la Cronaca di Colonia, in cui si afferma che «l’arte della stampa è venuta prima d’ogni altro luogo a Colonia, indi a Strassburg, indi ancora a Venezia».

 

Aldo Manuzio stampa la Poliphili Hypnerotomachia (Il sogno di Polifilo) del predicatore veneziano Francesco Colonna (1433-1527), un’opera illustrata con numerose xilografie.

 

A Lione, Matthias Husz edita la Grand danse macabre des hommes et des femmes.

12 gennaio. Cesare Borgia, dopo aver ottenuto da Luigi XII il ducato di Valentinois (italianizzato in Valentino) e la mano di Carlotta di Albert, sorella del re di Navarra, occupa Forlì e Cesena (nel dicembre del 1499 aveva già occupato Imola). [Nel 1501, papa Alessandro VI conferirà il ducato di Romagna a Cesare Borgia, al quale si arrenderà anche Faenza (23 aprile 1501). Nell’estate del 1502, il Borgia s’impadronirà di Camerino (facendo uccidere il principe Giulio Cesare da Varano) e di Urbino (cacciandone Guidubaldo da Montefeltro). Nell’aprile successivo, sarà la volta di Cere e di Bracciano[65].]

 

I contadini frisoni insorgono sotto la guida di Syaard Aylva, ma vengono sconfitti dal duca Alberto di Sassonia.

 

Dieta di Augusta: Massimiliano I, che l’anno precedente ha dovuto riconoscere la Confederazione svizzera (Pace di Basilea), deve ora accettare la costituzione di un Consiglio supremo come organo esecutivo dell’Impero.

 

In Inghilterra nascono le prime grosse fabbriche per la produzione di tessuti.

 

Prima edizione parigina degli Adagia di Erasmo da Rotterdam (1466?-1536).

 

Hieronymus Brunschwig pubblica il Liber de arte distillandi, un trattato sulla distillazione.

 

A Venezia, all’insaputa dell’Autore, Iacopo Sannazaro (1457-1530), esce l’Arcadia, capolavoro della letteratura pastorale (66 edizioni nel corso del Cinquecento).

Lungo il Reno, in Svevia, in Tirolo, nelle città della Bassa Germania e alle frontiere danese e polacca, si diffondono notizie circa piogge di «croci cadenti».

 

Fine aprile. «Martinus Ludher ex Mansfelt» viene iscritto nei registri dell’università della ricca città commerciale di Erfurt (ateneo fondato nel 1392 ed egemonizzato dalla scolastica «moderna» di Ockham). [Nel settembre 1502, Lutero vi conseguirà il titolo accademico minore, quello di Baccelliere in artibus e poi, meno di tre anni dopo, quello di Magister nelle arti liberali, per poi decidere improvvisamente di farsi monaco ed entrare, il 17 luglio 1505, nel convento degli Eremiti agostiniani di Erfurt (un ordine mendicante dalla regola particolarmente severa).]

 

Agosto. Nonostante la stipula del trattato di Granada (11 novembre 1500), con il quale Francia e Spagna si erano accordate circa la spartizione dell’Italia meridionale, le truppe di Luigi XII occupano Napoli, con il consenso del papa, e costringono Federico I alla resa e all’abdicazione a favore del figlio Ferrando: è la fine della dinastia aragonese in Italia. [Nel 1502, ne seguirà un conflitto tra francesi e spagnoli, destinato a concludersi, dopo la sconfitta dei primi nelle battaglie di Seminara (21 aprile 1503), Cerignola (28 aprile 1503) e Garigliano (28 dicembre 1503), con l’armistizio di Lione che stabilisce il dominio dei secondi, destinato a durare per oltre due secoli, sul regno di Napoli (31 gennaio 1504)[66].]

 

In Spagna, vengono promulgate le prime leggi sull’esportazione di schiavi verso il Nuovo Mondo (i primi schiavi neri verranno introdotti nelle colonie spagnole dell’America meridionale a partire dal 1508).

 

In Persia, Ism‰‘Çl sale al potere grazie a un movimento radicale sciita e ricostituisce l’impero, coronando politicamente la conquista dell’area iraniana intrapresa dai nomadi dell’Azerbaidjan unitisi in federazione (inizia la dinastia dei Safavidi, che nel 1524 continuerà con lo scià Thamasp). Per la prima volta da secoli torna a esistere un potente Stato unitario che dalle sponde del Mediterraneo giunge sino ai confini con l’India e l’Asia centrale (lo scià ism‰‘Çlita impone lo sciismo come religione ufficiale della Persia)[67]. [Di fronte al rinascere della potenza persiana, che mette in gioco il controllo del Medio Oriente e la leadership dell’Islam, la reazione ottomana non si farà attendere: il sultano B‰yazÇd ordinerà la deportazione in Grecia degli sciiti dell’Anatolia e disporrà le proprie truppe lungo la frontiera tra i due imperi. Nel 1511, gli ottomani dovranno fronteggiare una pericolosa rivolta sciita nell’Anatolia centrale. L’anno successivo, l’anziano sultano abdicherà a favore del figlio SelÇ’m I, detto SelÇ’m il Crudele (1512-1520), che porterà avanti il contrasto con lo scià Ism‰‘Çl fino alla guerra aperta.]

 

Muoiono Tommaso da Kempis (autore della celebre Imitazione di Cristo) e Hans Monbaer (autore del Roseto di esercizi spirituali), continuatori della devotio moderna (un metodo di devozione individuale basato sull’imitazione di Gesù Cristo, l’esame di coscienza e la preghiera) dei Fratelli e Sorelle della Vita comune, iniziata da Geert Groote (1340-1384), Florent Radewijns e Gérard Aerbolt nella seconda metà del Trecento (Lutero troverà molti punti di contatto tra le proprie idee e quelle del Fratello della Vita comune Wessel Gansfort).

 

Erhard Etzlaub pubblica una carta stradale della Germania, destinata a venire incontro ai bisogni pratici di mercanti e pellegrini.

Ai prìncipi, alla nobiltà e ai preti non sono più dovuti balzelli, decime, imposte o dazi; il servaggio dev’essere abolito[68]; i beni dei conventi, così come tutte le altre proprietà della Chiesa, devono essere incamerati e distribuiti al popolo; non esiste altra sovranità al di fuori di quella dell’imperatore: questi sono i punti programmatici dell’insurrezione che il rinnovato Bundschuh, sul cui labaro campeggia il motto Nient’altro che la giustizia di Dio[69], sta organizzando nell’Alto Reno. Il suo piano per fare irruzione a Bruchsal (ove la lega conta molti aderenti), organizzarvi un esercito e diffondere la rivolta in tutto il territorio del capitolo del duomo di Spira e nei principati circostanti viene però sventato dalle Autorità, grazie alle rivelazioni di un ecclesiastico che si avvale della confessione ricevuta da un congiurato (i prìncipi manifestano immediatamente il timore di un possibile collegamento tra i cospiratori e i Reißbuben: termine con cui vengono indicati, nell’Alta Svevia e in Alsazia, i fanti di ogni genere, quindi svizzeri e lanzichenecchi, il cui stato d’animo è in pieno accordo con le parole d’ordine del Bundschuh). Massimiliano I d’Asburgo emana una serie di ordinanze sanguinose contro i ribelli: a nulla valgono gli ammassamenti di bande di contadini che qua e là tentano di resistere con le armi (la nuova sconfitta e gli arresti in massa non distruggono però la struttura clandestina del Bundschuh, basata su di un’efficace compartimentazione cospirativa e su di una salda rete di solidarietà e sostegno logistico in varie località).

 

La peste scoppiata nel 1499 continua a mietere vittime (si calcola che nelle regioni renane e in Svevia ne sia morta circa metà della popolazione).

 

Mangli Giray, Khan dei tatari della Crimea e vassallo dell’Impero ottomano, con la conquista di Saraj distrugge l’Orda d’Oro (ventidue anni prima il Khan Ahmad, sovrano di quel che restava dell’Orda, non era stato in grado di opporsi alla ribellione d’Ivan III: «marciò su Mosca, ma non osò assalire le truppe russe che gli sbarravano la strada. Per parecchie settimane gli avversari si sorvegliarono da una riva all’altra del fiume Ugra; e finalmente il Khan se ne tornò a Saraj. Era la fine del “giogo mongolo”»[70]).

 

Vasco de Gama torna «nell’oceano Indiano con una grossa flotta da guerra, e dà inizio a quella prassi terroristica che tanta parte avrà nel determinare il successo finale portoghese. “Avendo incontrata di fronte a Calcutta una flotta araba con un carico di riso, de Gama fece tagliare il naso, le orecchie e le mani a tutto l’equipaggio: 800 uomini. I mutilati furono poi reimbarcati a bordo delle loro navi, a cui i portoghesi appiccarono il fuoco” (Hauser). L’uso sistematico di tecniche di distruzione (bombardamenti di città, incendi dei raccolti, saccheggi e massacri) consentirà in effetti ai lusitani di imporsi a popoli il cui livello di civiltà è senz’altro pari, se non superiore, a quello europeo dell’epoca»[71].

 

Lo stampatore veneziano Ottaviano Petrucci è il primo a pubblicare una raccolta musicale, l’Harmonice Musices Odhecaton, per poi proseguire con l’edizione di canzoni italiane (lo stampatore parigino Pierre Attaignant, dal 1528 al 1552, pubblicherà una cinquantina di volumi contenenti le maggiori opere della produzione musicale francese).

 

A Strasburgo, compare un’edizione delle Georgiche di Virgilio, illustrata con scene molto precise dell’agricoltura alsaziana.

Nelle Indie spagnole viene istituita l’encomienda: riunione forzosa degli indios in villaggi per costringerli a lavorare, sotto l’autorità di uno spagnolo, l’encomendero, secondo l’ordine regio del 1503: «A causa dell’enorme libertà di cui godono, gli indiani non vogliono lavorare […] e si dànno al vagabondaggio […]. È difficile radunarli per evangelizzarli e condurli alla conversione […]. Io vi ordino di costringerli a riunirsi […] a lavorare […] a carico dei cristiani […] di pagare un salario perché sono uomini liberi»[72].

 

In Germania, riappaiono le «croci cadenti».

 

11 aprile. Trattato di Arona: gli svizzeri ottengono il Canton Ticino dai francesi in cambio dell’aiuto loro prestato.

 

19 agosto. Muore Alessandro VI.

 

22 settembre. Il cardinale Francesco Todeschini Piccolomini è nominato papa con il nome di Pio III: morirà 26 giorni dopo essere stato eletto al soglio pontificio.

 

31 ottobre. Il cardinale Giuliano della Rovere viene eletto papa con il nome di Giulio II. Ormai privo dell’appoggio paterno e avversato dal nuovo papa, Cesare Borgia sarà costretto a fuggire a Napoli, nel novembre successivo (per poi morire in esilio a Pamplona, il 12 marzo 1507).

 

Giacomo IV di Scozia si unisce in matrimonio con Margherita Tudor.

I Wittelsbach, duchi di Baviera, vengono sconfitti dalla Lega Sveva e devono rinunciare alle loro ambizioni egemoniche. [Dopo la morte del suo comandante Eberardo di Württemberg (1496), la lega manca però di una guida sicura ed è dilaniata da una serie di dissidi interni che porteranno infine al suo scioglimento (1534).]

 

Gregor Reisch pubblica Margarita Philosophica, una delle più note enciclopedie illustrate cinquecentesche (nel 1508 ne uscirà un’altra edizione).

 

Erasmo da Rotterdam pubblica l’Enchiridion militis christiani (Manuale del soldato cristiano), opera di esortazione religiosa.

 

Francesco di Giorgio pubblica un importante trattato sull’architettura civile e militar

Muore lo zar Ivan III il Grande: figlio e successore del gran principe di Mosca Vasilij Vasiljevi† (1425-1462), aveva cessato di pagare il tributo ai mongoli dell’Orda d’Oro (1476) e li aveva poi fermati sul fiume Ugra (1480), aveva introdotto l’aquila bicipite nel suo stemma, si era avvalso, in parte sotto l’influenza della moglie Zoe della dinastia dei Paleologi per primo del titolo di Samoderzshets e di sovrano di tutte le Russie nel 1494 – dopo aver assorbito Novgorod e i vasti territorî circostanti (fra il 1465 e il 1488), Perm (1472), Vjatka, Tver e Rjazan (verso il 1485) – e aveva sottomesso una pletora di boiari[73] e prìncipi autonomi (il tutto all’insegna della liberazione della «santa Russia» e sotto l’egida della Chiesa Ortodossa, separatasi dalla Chiesa Greca nel 1439). Gli succede il figlio Basilio III, che due anni dopo dichiarerà guerra alla Lituania, ultimo ostacolo sulla via dell’unificazione russa (sotto il regno di Basilio III, 1505-’33, il monaco Filoteo di PŠkov darà compiuta espressione all’ideologia della translatio imperii moscovita: «Due Rome son cadute [Roma e Bisanzio], ma la terza [Mosca] rimane e non vi sarà una quarta Roma»).

 

Crisi agraria su scala europea (1505-’06).

 

Venezia restituisce a papa Giulio II (strettosi in un’alleanza antiveneziana con Massimiliano d’Asburgo e Luigi XII, il 22 settembre 1504) le terre tolte al Valentino, meno Faenza, Rimini e Cervia.

 

Stante il blocco del traffico attraverso il Levante a causa dello scontro turco-veneziano nel Mediterraneo orientale, un consorzio italo-tedesco (Fugger, Welser, Höchstetter e Imhof) appoggiato dalla corona portoghese invia tre navi lungo la rotta aperta da Vasco de Gama, che due anni dopo torneranno cariche di spezie (procurando un profitto di almeno il 150%).

 

A Venezia, un incendio distrugge il Fondaco dei Tedeschi: la Serenissima lo farà immediatamente ricostruire, impreziosendolo con gli affreschi (1507-’08) di Giorgio da Castelfranco, detto Giorgione (1477-1510), onde riaffermare, nonostante le traversie politico-militari subìte sulla terraferma e nel Mediterraneo, la propria fama di centro degli scambi ed emporio d’Europa (il porto di Venezia è visitato annualmente da numerose navi olandesi che vi smerciano le stoffe e le spezie giunte ad Amsterdam dalle Indie Orientali). [Nel 1512-’13, però, i mercanti viennesi si lamenteranno con l’imperatore Massimiliano di non riuscire più a procurarsi a Venezia i quantitativi di pepe necessari, chiedendo perciò l’autorizzazione a rifornirsi sulle piazze di Francoforte, Anversa e Norimberga (nel 1515 i veneziani si vedranno costretti ad acquistare il pepe a Lisbona).]

 

Ulrich von Calw scrive il primo manuale sullo sfruttamento delle miniere, intitolato Bergbuchlein. [Nel 1530, l’umanista e scienziato sassone Georg Bauer (1494-1555), meglio noto come Agricola, sostenitore di una filosofia della natura dai tratti accentuatamente sensistico-materialistici, pubblicherà De Re Metallica (nel Settecento riceverà dal mineralogista Abraham Gottlob Werner la patente di «padre della mineralogia»). Nel 1558 compariranno postumi a Venezia Li dieci libri della pirotecnia, uno scritto di notevoli dimensioni dedicato alle tecniche minerarie dallo scienziato senese Vannoccio Biringuccio, «un maestro nella lavorazione del metallo» (John U. Nef). A Francoforte, nel 1574, Hartmann Schoffer pubblicherà De omnibus illiberalibus sive mechanicis artibus. Virgilio, poeta ma anche fonte di consigli agronomici, potrà vantare ben 337 edizioni nel xvi secolo; Esiodo, l’agronomo-poeta delle Opere e i Giorni, ne avrà 54 (per contro, la produzione agronomica originale del Cinquecento conterà solo 27 edizioni di trattati di agricoltura dovuti a Charles Estienne, Fitz Herbert, Lichault, Conrad Heresbach e Olivier de Serres). A Lione, nel 1578, Jacques Besson pubblicherà il suo Théâtre des Instruments, il primo grande manuale tecnico illustrato con incisioni su lastre di rame e descrivente la costruzione di macchine (draghe, macchine per sollevamento, battipali, calandre azionate da un argano, impianti di pompaggio, macchine per la lucidatura e la molatura, gru per costruzioni, catene convogliatrici, torni per tagliare le viti eccetera). Nel 1597, Andreas Leibau pubblicherà la sua Alchemia, il primo manuale completo di chimica. In questa letteratura manualistica vanno inclusi anche i testi giuridici, in particolare le raccolte di leggi come il Corpus juris canonici e il Corpus juris civilis (200 edizioni).]

 

Erasmo cura la pubblicazione a Parigi dell’opera di Lorenzo Valla In Novum Testamentum… adnotationes.

16 ottobre. «Thomas Munczer de Quidilburck [Quedlinburg]» s’immatricola alla facoltà delle arti dell’università di Lipsia, la maggiore tra le università tedesche (insieme a quella di Colonia).

 

Giulio II conquista Bologna e l’annette ai possedimenti papali (nel corso dell’anno, viene istituito il corpo delle Guardie svizzere, con il compito di proteggere la persona del papa).

 

Nel lavoro di miniera compaiono gli argani a cavalli. «Verso il 1470 venne adoperata la polvere da sparo per aprire varchi nel terreno. In modo sistematico fu usata solo dalla prima metà del Seicento. Dal Quattrocento datano anche i primi esempi, poi applicati su scala sempre più ampia, di carrelli per trasportare il minerale nelle gallerie e per estrarre l’acqua. […] L’uso di frantoi idraulici, sul tipo dei mulini per i cereali, per la frantumazione del minerale, la cernita svolta in forme più perfezionate, l’applicazione di laveria a scorrimento, a flottazione e a catena sono altre novità tecniche che riguardano le miniere»[74].

 

Milano espelle gli zingari: tra il xvi e il xvii secolo le ordinanze di espulsione contro di loro si moltiplicheranno in tutt’Europa.

 

Bramante (1444-1514), trasferitosi a Roma dopo la sconfitta di Ludovico il Moro, inizia la ricostruzione di San Pietro a Roma[75].

 

Johannes Reuchlin (1455-1522) fa comparire i Rudimenta linguae hebraicae (nel 1517 pubblicherà De arte cabbalistica).

Dopo aver occupato Madras (1503), Calicut (1504), Ormuz e Ceylon (1507), i portoghesi s’insediano anche a Ceylon. Il sultano mamelucco Qansawh al-Ghawri (1500-1516), d’accordo con Venezia e con il sostegno di numerosi potentati indiani, invia nell’oceano Indiano una grande flotta, agli ordini dell’ammiraglio Mir Hussain, con lo scopo di stroncare l’espansione portoghese. [La spedizione mamelucca, partita dall’Egitto con oltre 15 mila uomini, dopo aver inizialmente conseguito alcuni successi, verrà intercettata e distrutta al largo di Diu nel 1509 dalla flotta portoghese comandata da Francisco de Almeida, che si avvale cospicuamente del nuovo veliero oceanico (l’attacco musulmano verrà ripetuto negli anni successivi – fino al 1517 dagli egiziani e poi dai turchi –, ma fallirà il suo obiettivo). Nel 1510, i portoghesi apriranno basi commerciali a Sumatra e Goa (il viceré delle Indie Alfonso de Albuquerque al re del Portogallo: «[…] ho bruciato la città di Goa e passato tutti a fil di spada. […] Non ho lasciato in vita alcun musulmano»). Nel 1511, Alfonso de Albuquerque conquisterà la città di Malacca (base per la penetrazione commerciale del Portogallo nell’Asia sud-orientale)[76]. I portoghesi s’impossesseranno poi di Aden (1513), di Macao (1517) e delle Molucche, nodo dei traffici orientali fin dall’xi secolo (1529). Nella prima metà del Cinquecento verrà così impiantata quella catena di scali commerciali e di basi navali destinata ad assicurare una via di scambio diretta tra Lisbona e il Giappone e a estromettere i mercanti arabi dai traffici con l’Estremo Oriente (il monopolio portoghese del traffico oceanico con l’Oriente continuerà per circa un secolo prima che le altre nazioni europee atlantiche – Olanda, Inghilterra, Francia, Danimarca, Norvegia – si presentino sulla scena come temibili rivali).]

 

In Germania, Martin Waldseemüller (1470-1521) pubblica una mappa del mondo nella quale il Nuovo Continente è denominato “America”.

Baldassarre Castiglione (1478-1529), poco dopo la morte di Guidubaldo da Montefeltro, abbozza il Libro del Cortegiano, nel quale viene disegnato il modello dell’educazione necessaria all’uomo di corte (il libro, scritto nella forma di un dialogo ambientato nella corte urbinate, portato a compimento a Roma e a Mantova fra il 1513 e il 1518, verrà stampato a Venezia nel 1528 e poi tradotto nella maggior parte delle lingue europee, talvolta con adattamenti alle situazioni locali).

 

Michelangelo (1475-1564) inizia ad affrescare la volta della Cappella Sistina (terminerà quattro anni dopo). A Raffaello (1483-1520) è affidata la decorazione delle logge del Vaticano (ch’egli realizzerà dal 1513 al 1518).

27 aprile. Dopo avere stretto la Lega di Cambrai con l’imperatore Massimiliano I, Ferdinando il Cattolico, Luigi XII, Enrico VII, il marchese di Mantova, il duca di Ferrara e quello di Savoia (10 dicembre 1508), Giulio II scaglia l’interdetto contro la Serenissima: «si realizza così ai danni di Venezia proprio quella solidale mobilitazione di forze che non era prima stata fatta, né per cinquant’anni ancora sarebbe stata possibile, contro la minaccia dei turchi»[77].

 

14 maggio. Nella battaglia di Agnadello, l’esercito della Lega di Cambrai (composto da 37 mila uomini, in buona parte svizzeri e francesi), sotto il comando di Gian Giacomo Trivulzio, batte duramente le truppe veneziane: a Verona, Vicenza e Padova, i nobili e i patrizi inalberano immediatamente le insegne imperiali; a Bergamo e Brescia, l’aristocrazia feudale tenta di prendersi la rivalsa sui gruppi urbani dominanti. [Nonostante la grave sconfitta subìta, Venezia, grazie all’appoggio popolare, riuscirà a reimpadronirsi di Padova (18 luglio 1509), resistendo poi all’assedio degli imperiali. In inverno, riuscirà a tornare in possesso di Vicenza, ribellatasi all’Imperatore, così come delle altre città e aree rurali a essa già sottomesse, le cui popolazioni preferiranno il governo della Serenissima al potere della propria nobiltà e all’occupazione degli eserciti stranieri (a causa dei saccheggi e delle esazioni «nelli animi di questi contadini è entrato un desiderio di morire, e vindicarsi: che sono diventati più ostili e arrabbiati contro e’ nemici de’ Viniziani, che non erano i Giudei contro a’ Romani», lettera di N. Machiavelli del 26 novembre 1509)[78].]

 

10 luglio. Giovanni Calvino nasce a Noyon da un notaio.

 

A Lisbona, escono le prime tavole a stampa atte a tradurre in latitudini l’osservazione del sole a mezzogiorno (la navigazione astronomica prende corpo lentamente prima del xvi secolo, preceduta dall’accumulo di esperienza nautica e conoscenza empirica realizzato dai navigatori ispano-portoghesi lungo le coste atlantiche dell’Africa fra Tre- e Quattrocento).

 

Francesco Guicciardini (1483-1540) scrive le Storie fiorentine, dal 1378 al 1509, un’opera per buona parte incentrata sui Medici e in particolare su Lorenzo.

 

Compare postuma l’opera storica di Gioviano Pontano (1426-1503) De Ferdinando I rege neapolitano, incentrata sulla guerra tra Ferdinando, amico e protettore dell’Autore, e Giovanni d’Angiò.

Prima stesura di De occulta philosophia di Agrippa von Nettesheim che circola in versione manoscritta prima di essere data alle stampe nel 1532 (i suoi postulati sulla natura come organismo magico e sull’arcano spiritus mundi che governa l’universo trovano varie corrispondenze nella visione paracelsiana).

Antonio de Montesinos, un religioso da poco giunto a Santo Domingo, prende a denunciare con violente predicazioni l’ipocrisia e la ferocia degli encomenderos (tornato in Spagna, Montesinos propugnerà la causa dei diritti degli indios e dell’abolizione della schiavitù presso la Corona e all’interno dell’ordine domenicano). [Nel 1514, gli farà eco Bartolomé de Las Casas, un ex encomendero che ha preso i voti domenicani in età matura (nel 1520, fonderà lui stesso una colonia mista di popolamento a Cumana, basata sulla parità di diritti interrazziale). Nel 1524, il francescano Tomaso Ortis presenterà al Consejo Real y Supremo de las Indias una relazione sulla «bestialità» degli indios; due anni più tardi, il Sumario de la natural historia de las Indias di Gonzalo Fernández de Oviedo ribadirà la posizione dell’Ortis, al fine di giustificare il comportamento degli encomenderos. Las Casas risponderà nel 1542 pubblicando la Brevisima relación de la distrucción de las Indias, in cui documenterà tutte le atrocità subìte dagli amerindi, influenzando con ciò le Nuevas Leyes di Carlo V (la ponderata accusa formulata da Las Casas verrà in seguito utilizzata per imbastire una vera e propria «leggenda nera» a danno della Spagna da parte di nazioni responsabili di una politica coloniale altrettanto sanguinaria)[79].]

 

La Scozia vara la Great Michael da mille tonnellate, «la prima vera nave da guerra a vela in grado di far fuoco dalle murate»[80]. Ciò induce il re d’Inghilterra Enrico VIII, asceso al trono diciottenne subito dopo la morte di Enrico VII (avvenuta nell’aprile del 1509), a promuovere una riforma della flotta intesa a creare una grande forza navale nazionale: istituzione del Navy Office (un servizio indipendente responsabile della difesa nazionale), creazione di una marina da guerra permanente, costruzione da parte della Corona di vascelli concepiti per la guerra navale. [Quando nel 1547 Enrico morirà, dopo aver sconfitto due anni prima un’imponente forza d’invasione francese nel canale di Solent, la Marina inglese conterà 53 vascelli armati di tutto punto, per una stazza totale di circa 10 mila tonnellate (fondamento della talassocrazia britannica).]

 

Giovedì grasso. A Udine, numerosi contadini armati, riuniti in città da Savorgnan (esponente della nobiltà friulana filo-veneziana, contrapposta alle famiglie castellane), si dànno al saccheggio delle case nobiliari e all’uccisione dei loro proprietari (le case appropriate vengono poi vendute al pubblico incanto come d’uso per i giustiziati o i banditi). Fino alla domenica di carnevale la città è in mano ai contadini. Da Udine la ribellione si diffonde nel contado, ove vengono bruciati i castelli e uccisi i castellani (la rivolta in Friuli è la più grave tra quelle conosciute dalla penisola in quest’epoca e presenta molte analogie sia con i movimenti scoppiati in Ungheria e Transilvania sia con quelli destinati a sconvolgere l’Inghilterra e la Germania). La sanguinosa repressione seguitane sancisce la presa aristocratica sulla regione e un aggravamento della posizione dei contadini (dal 1518).

 

16 maggio. Il concilio generale della Chiesa viene convocato a Pisa dai cardinali contrari alla politica estera di papa Giulio II (alleatosi con gli svizzeri, 14 marzo 1510, per poi concedere l’investitura del regno di Napoli a Ferdinando il Cattolico, 5 luglio 1510, e lanciare l’interdetto contro il duca di Ferrara, Alfonso d’Este, e i suoi alleati francesi, 9 agosto 1510). Giulio II replica convocando a sua volta un concilio, anch’esso generale, per il 19 aprile 1512 in Laterano (al che i «pisani», il 21 aprile 1512, promulgheranno un decreto di sospensione contro di lui).

 

4 ottobre. Dopo aver colpito Firenze con l’interdetto a causa dell’appoggio dato da Piero Soderini (nominato Gonfaloniere a vita il 22 settembre 1502) ai cardinali scismatici (25 settembre 1511), Giulio II proclama la Lega Santa, d’intesa con il re di Spagna e con Venezia, contro Luigi XII (il 20 dicembre successivo, Inghilterra e Francia stringeranno a Burgos un’alleanza antifrancese).

 

Erasmo pubblica l’Elogio della pazzia, dedicato all’amico Tommaso Moro (più di seicento edizioni). A proposito di quest’opuscolo, in cui i monaci, il clero e i preti partecipano di un generale processo di corruzione che coinvolge anche gli eruditi e i nobili, Erasmo scriverà: «Se avessi previsto che stavano per venire i tempi che ora vediamo, o non avrei scritto certe cose che ho scritto, o le avrei scritte in ben altra maniera… non mi sognavo neppure allora che potesse venir fuori la tempesta luterana» (lettera a Jodocus Jonas, 10 maggio 1521)[81].

 

A Siviglia, l’umanista milanese Pietro Martire d’Anghiera, inviato nel 1501 in ambasciata presso il sultano d’Egitto da Los Reyes Catholicos, pubblica presso Jacobo Cromberger la Legatio Babylonica, una descrizione in cui egli relaziona sulla fauna e la flora mediorientali e racconta della sua visita alle piramidi (di Pietro Martire son da ricordare anche le Decadi, giacché proprio attraverso queste lettere diffuse dal «cronista di Castiglia» ai quattro angoli dell’Europa verrà forgiata l’immagine del Nuovo Mondo, ov’egli, peraltro, non metterà mai piede fino alla sua morte, sopravvenuta a Granada nel 1526).

12 aprile. Nella battaglia di Ravenna, ennesimo episodio intermedio della serie di guerre per il predominio in Italia, destinata a concludersi con la pace di Cateau-Cambrésis (2-3 aprile 1559), l’esercito di Luigi XII – forte di 2 mila lance[82], 3 mila cavalieri leggeri, 18 mila fanti e una cinquantina di pezzi di artiglieria – si scontra con le forze pontificie, spagnole e napoletane della Lega Santa, riuscendo a prevalere, nonostante le perdite subìte (tra cui quella del generale Gaston de Foix), e a catturare numerosi capi avversari, tra i quali il legato pontificio cardinale Giovanni de’ Medici (di lì a poco, però, il re di Francia preferirà ritirarsi dalla penisola). È questa la prima occasione in cui i lanzichenecchi[83], che combattono nelle file del re Cristianissimo, si mostrano all’altezza degli svizzeri.

 

3 maggio. Giulio II inaugura solennemente il concilio Lateranense V per la riforma della Chiesa (lo scopo reale di questo concilio, in realtà, è di sostenere la politica antifrancese del papato). [Il concilio Lateranense V si trascinerà senz’esito per cinque anni (l’ultima sessione avrà luogo il 16 marzo 1517), mentre in Germania – dove, a partire dal concilio di Costanza (1417), si rinnovano frequentemente le formulazioni dei Gravamina nationis Germanicae[84] – la situazione si fa viepiù incandescente (finché la Dieta imperiale del 1518 recepirà le proteste tedesche contro il fiscalismo vaticano).]

 

29 giugno. Genova, ribellatasi ai francesi, proclama doge Giano Fregoso (esponente di una grande famiglia mercantile che annovera già numerosi dogi, tra cui Domenico, conquistatore di Cipro).

 

21 luglio. Il duca d’Alba, alla testa di un esercito castigliano, invade da occidente la Navarra (un regno governato da un principe francese, Jean D’Albret). Pochi giorni dopo, un esercito aragonese la attacca da sud.

 

29 agosto. L’esercito spagnolo conquista e saccheggia Prato (all’inizio dell’anno i francesi guidati da Gaston de Foix avevano saccheggiato Brescia).

 

1º settembre. Piero Soderini abbandona Firenze, che cade sotto l’assalto delle truppe della Lega Santa: restaurazione della signoria medicea.

 

Müntzer passa all’università di Francoforte sull’Oder (Brandeburgo), dove consegue la laurea in Filosofia e Teologia.

 

Dieta di Colonia: il sommo potere di deliberazione sulle proposte della Reggenza imperiale spetta alla Dieta imperiale[85].

 

19 ottobre. Lutero – che ha rinunciato ai consueti voti monacali di povertà, castità e obbedienza (1506), ha preso gli ordini sacri nel Duomo di Erfurt (1507), ha conseguito il baccellierato in scienze bibliche (9 marzo 1509) ed è stato infine trasferito nel convento di Wittenberg, per ordine del vicario generale Johann von Staupitz, in seguito a un litigio con gli agostiniani di Erfurt (estate del 1511) – diventa Dottore in Teologia presso l’Università Leucorea di Wittenberg, fondata nel 1502 per iniziativa di Federico il Savio (il quale fornisce a Lutero la somma necessaria a conseguire la dignità dottorale).

 

Dicembre. A Colonia, dove il debito pubblico ha ormai superato l’impressionante cifra di tre milioni di marchi, scoppia una rivoluzione: il governo municipale viene completamente rimaneggiato, vengono giustiziati alcuni magistrati della precedente amministrazione, viene modificato il sistema fiscale (introduzione di una tassa sulla proprietà e riduzione dei tassi d’interesse sulle annualità in corso) e viene decretato che in futuro il prestito municipale avrebbe necessitato del consenso dell’intera comunità (il gran sigillo di Colonia, che dev’essere apposto a tutte le obbligazioni emesse dalla città, viene posto sotto il controllo di ventitré corporazioni artigiane).

 

15 dicembre. All’Aia, Hermandi Rijswijck, libero pensatore condannato all’ergastolo nel 1502 per aver negato la creazione, «che è un’invenzione dello stupido Mosè», l’inferno e l’immortalità dell’anima e per aver affermato che «Cristo fu un imbecille, un chimerico ingenuo, e il seduttore dei semplici», viene arso sul rogo insieme ai suoi libri. Contemporaneamente, in Spagna, compare per la prima volta il termine alumbrado, applicato a un francescano «illuminato dalle tenebre di Satana».

A San Casciano, dove si è dovuto ritirare dopo il ritorno dei Medici a Firenze (1512), Niccolò Machiavelli (1469-1527) scrive i Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio (terminati nel 1519 e continuamente rielaborati dall’Autore, verranno pubblicati postumi nel 1531) e Il principe (pubblicato postumo nel 1532, verrà inserito nell’Indice dei libri proibiti nel 1559).

 

Lo svizzero Urs Graf impiega per primo in Europa l’acquaforte (una tecnica incisoria ottenuta da una lastra in rame immersa in un bagno d’acido).

 

Compare Julius exclusus a coelis, un libello, attribuito a Erasmo, volto in particolar modo contro Giulio II: «L’Erasmo del primo periodo era capace di pungere e molestare senza rimorsi: i primi anni del xvi secolo sono il periodo felice del Rinascimento del Nord»[86].

 

20-21 febbraio. Muore Giulio II.

 

11 marzo. Elezione di Leone X (Giovanni de’ Medici).

 

5 aprile. Il nuovo papa rinnova la Lega Santa con Massimiliano I, Enrico VIII e Ferdinando il Cattolico (sfruttando l’occasione offertagli dalla lega antifrancese che costringe sulla difensiva Luigi XII, il duca d’Alba s’impadronisce di tutta la parte iberica del regno di Navarra: i Pirenei divengono la frontiera franco-spagnola).

 

6 giugno. A Novara, in una sanguinosa battaglia notturna, i 10 mila svizzeri di Massimiliano Sforza (figlio di Ludovico) sbaragliano l’esercito di Luigi XII[87]. [In Svizzera, l’ingresso di Appenzell nella Confederazione, che fa seguito a quello di Friburgo e Soletta (1481), Basilea e Sciaffusa (1501), porta a tredici il numero dei cantoni. I confederati governano anche dei «baliaggi comuni» (Turgau), dei baliaggi italiani (Canton Ticino), e sono alleati con altri territorî (leghe dei Grigioni, Valais, vescovado di Basilea). La Confederazione si espande verso sud (Bormio, Chiavenna, la Valtellina e il Ticino).]

 

6-7 ottobre. Luigi XII sconfessa il sinodo di Pisa in vista di un rappacificamento con il papa (il che avverrà il 19 dicembre successivo: rinuncia francese al ducato di Milano e ad Asti). L’indomani, l’esercito spagnolo-tedesco, comandato da Raimondo di Cadorna, sconfigge alla Motta, presso Vicenza, le milizie di Venezia, alleatasi con la Francia il 23 marzo 1513 (il 13 maggio 1514, Ferdinando il Cattolico e Luigi XII concorderanno la Tregua di Orléans).

 

Lutero inizia le lezioni sui Salmi all’università wittenberghese.

 

Müntzer inizia la sua attività come catechista in una scuola parrocchiale di Halle (si parla già di una sua partecipazione alla cospirazione contro l’arcivescovo di Magdeburgo).

 

Autunno. Inizia il Biennio Rosso dei contadini tedeschi, svizzeri, ungheresi e sloveni. Nell’Alta Renania e nella Selva Nera è tutto pronto per una nuova insurrezione del Bundschuh: sotto l’abile direzione di Joß Fritz, la lega ha rafforzato e diversificato la sua struttura clandestina (formata da garzoni, contadini, pastori, alcuni nobili, preti, lanzichenecchi senza impiego[88] ecc.), tessuto un’ampia rete di comunicazione e agitazione (che si avvale di emissari travestiti, staffette, vagabondi e accattoni), messo a punto un piano di attacco (azione di sorpresa a Rosen, d’intesa con i re dei mendicanti, nel giorno della sagra di Saverne) e fissato un programma in quattordici articoli[89]. Un intempestivo tentativo di conquistare Friburgo, insieme al tradimento di due congiurati, provoca però l’intervento del margravio del Baden Cristoforo I, del consiglio friburghese e del governo imperiale (il grosso dei quadri del Bundschuh riesce, ancora una volta, a sottrarsi alla repressione). [Nello stesso periodo, anche Berna, Solothurn e Lucerna conoscono movimenti insurrezionali nelle campagne, in questo caso premiati dal successo: epurazione dei governi aristocratici e del patriziato in genere, ottenimento di alcuni privilegi da parte dei contadini (le élites svizzere soffrono della mancanza di strutture politico-militari centralizzate in grado di reggere all’urto del contadiname in armi).]

 

A Flodden, gli inglesi sconfiggono gli scozzesi in battaglia. Morte di Giacomo IV di Scozia

Primavera. L’affondamento nella Rems delle nuove misure di peso in pietra da parte di Peter Gais di Beutelsbach è il segnale d’inizio per la rivolta chiamata dell’«armer Konrad» (Povero Corrado[90]). Questo moto, coordinato dal coltellinaio Kaspar Preziger di Schorndorf, vuole combattere le nuove tasse indirette, la distruzione dell’antico diritto consuetudinario della comunità di villaggio[91] da parte dei dottori di diritto romano e l’introduzione di nuove norme giuridiche tendenti a rafforzare il potere territoriale del Baden, la sostituzione dei tribunali di villaggio con giudici professionisti e funzionari, la durezza delle pene comminate dai tribunali locali periodici per i piccoli delitti, la chiusura dei possessi comuni un tempo liberi su prati, pascoli, acque e foreste, con la conseguente perdita dei diritti di caccia e pesca. Il 28 maggio, un congresso di delegati contadini riunitosi a Untertürkheim decide di continuare l’agitazione, che coinvolge velocemente i villaggi del ducato di Württemberg e vede le città di Backnang, Winnenden e Markgröningen cadere nelle mani dei contadini uniti ai plebei. Il duca di Württemberg Ulrico è costretto a convocare per il 25 giugno una dieta a Stoccarda, ma contemporaneamente si rivolge ai prìncipi e alle città libere per organizzare la repressione dell’insurrezione (nella quale egli coglie «un’aria singolare da Bundschuh»). [Dopo aver soddisfatto alcune rivendicazioni delle città con l’accordo di Tubinga (8 luglio) e avere ricevuto rinforzi dall’elettore del Palatinato Ludovico V e dalle stesse città, Ulrico sarà in grado di affrontare militarmente i contadini e d’irrompere in armi nella valle della Rems, saccheggiandone le città e i villaggi (1.600 contadini catturati, 16 dei quali decapitati sull’istante). Dopo la sconfitta dell’armer Konrad, vengono emanate delle leggi speciali molto severe contro tutte le unioni contadine, mentre la nobiltà sveva organizza una lega appositamente incaricata della repressione di tutti i tentativi insurrezionali. Contemporaneamente ai moti del Württemberg, avvengono tentativi insurrezionali in Brisgovia e nel margraviato del Baden, subito stroncati dal margravio Filippo (il capo della lega di Bühl, Gugel-Bastian, verrà catturato in agosto e decapitato a Friburgo).]

 

Primavera-estate. In seguito al tentativo dei nobili di ritornare in possesso dei servi della gleba e degli asserviti che si erano arruolati in una crociata contro i turchi, predicata dall’arcivescovo d’Ungheria Tamás Bakócz, in cambio della promessa di venire liberati, le formazioni guidate dallo székely[92] György Dózsa si trasformano in un’armata rivoluzionaria composta da contadini, poveri di città, artigiani, studenti, preti di villaggio e piccola nobiltà[93]. Dopo alcuni incendi di castelli nei dintorni di Pest, l’intera Ungheria diventa teatro di una grande guerra contadina (la nobiltà e la borghesia della capitale chiamano in soccorso il voivoda di Transilvania Janos Zápolya). A Csanád, Dózsa proclama la repubblica, l’abolizione della nobiltà, l’eguaglianza universale e la sovranità del popolo. Sconfitto da Zápolya mentre è impegnato a stanare l’esercito nobiliare asserragliato a Temesvar (Timisoara), il capo dell’esercito contadino è fatto prigioniero e arrostito su di un trono rovente (i suoi seguaci vengono costretti a mangiarlo). Riorganizzatesi dopo la morte di Dózsa, le schiere contadine vengono però nuovamente sconfitte in un’atmosfera apocalittica, con migliaia di cadaveri di villani che penzolano dalle forche lungo le strade o alle porte dei villaggi incendiati. La dieta seguìta al soffocamento della ribellione[94] sancirà la servitù della gleba come legge del Paese, privando i contadini di gran parte dei loro diritti (l’Opus tripartitum d’István Verb‘czy, apparso subito dopo la rivolta dei contadini, attribuisce il monopolio della libertà e dei diritti politici alla nobiltà e sottolinea l’eguaglianza giuridica tra i suoi membri, al di là della distinzione tra magnati e nobili, nella loro comune appartenenza al populus hungaricus, contrapposto alla misera contribuens plebs)[95]. [Il 26 agosto 1526, l’esercito messo in piedi dall’alto clero, dai baroni e dai nobili ungheresi, al comando dell’arcivescovo di Kalocsa, verrà distrutto dai turchi nella battaglia di Mohács, sulle rive del Danubio, «con grandissima estrage» (secondo le parole di un ambasciatore veneziano). L’Ungheria verrà perciò divisa in tre parti: la prima, comprendente Buda, Pest e tutta la grande pianura, resterà sotto il dominio ottomano; la seconda, corrispondente alla fascia più a nord, costituirà il regno di Ferdinando I d’Asburgo, elettovi da una Dieta in esecuzione di un antico contratto di successione reciproca tra Jagelloni e Asburgo (la parte nord-occidentale, con il nome di Regno d’Ungheria, entrerà a far parte della monarchia asburgica, assieme alle terre austriache e a quelle boeme); la terza, più a est, formerà il Regno orientale, affidato al boia della rivoluzione del 1514, Janos Zápolya, incoronato con tutti i crismi a Sékesféhervar, dipendente dal sultano e da lui protetto, ma dotato di una certa autonomia (nella seconda metà del Cinquecento, il Regno orientale si trasformerà in principato di Transilvania, formalmente riconosciuto sia dagli Asburgo sia dagli ottomani).]

 

23 agosto-7 settembre. Sul pianoro di Chaldiran, vicino al confine tra i due imperi, l’artiglieria e i giannizzeri ottomani[96] battono seccamente l’esercito persiano (constatata a proprie spese l’efficacia dei moschetti e dei cannoni, inizialmente guardati con sospetto, gli scià del xvi e xvii secolo faranno un sempre maggiore ricorso alle armi da fuoco, dotandone una significativa porzione delle loro truppe). Il 7 settembre, i turchi prendono la capitale nemica TabrÇz (ma SelÇ’m I deciderà di tornare in Anatolia, lasciando Ism‰‘Çl a capo del suo Stato, sebbene sconfitto e indebolito). [Seguirà una lunga e più aspra guerra (il conflitto esterno sarà accompagnato dalla sanguinosa repressione degli sciiti nell’Impero ottomano e dei sunniti in Persia): nel 1534 gli ottomani prenderanno Baghdad (prima conquista dell’Iraq); nel 1539, conquisteranno Aden; nel 1555, ricominceranno la guerra contro i persiani, concludendola con una vittoria di misura (sancita dalla pace di Amasya).]

 

Leone X concede l’indulgenza plenaria a ogni fedele che, confessato e comunicato, abbia offerto un’elemosina per il compimento della nuova basilica di San Pietro a Roma.

 

Nelle colonie americane si diffonde un’epidemia di vaiolo: gli indios ne vengono decimati.

 

Smolensk e gran parte della regione oltre il Dnepr vengono conquistate dallo zar Basilio III. [Alla sua morte, nel 1533, il potere zarista avrà un’estensione sestuplicata rispetto alla metà del secolo precedente, raggiungendo i 2.800.000 kmq. Toccherà a Ivan IV il Terribile (1533-1584) espandersi verso sud e sud-est, sottraendo le fertili regioni della steppa al controllo dei nomadi e al potere dei khan (nel 1571 i tatari di Crimea giungeranno ancora a Mosca, incendiandone i sobborghi, ma alla fine del Cinquecento, il territorio moscovita avrà raggiunto i 5.800.000 kmq). L’ambiziosa politica di Basilio III e Ivan il Terribile comporterà un grave aumento della pressione fiscale sui contadini (sia tramite la progressiva sostituzione del pagamento in denaro alla corresponsione di beni e prestazioni lavorative sia, soprattutto, tramite un innalzamento dell’imposta dai 5 rubli per unità impositiva dei primi due decenni del secolo ai 151 rubli della fine degli anni Ottanta)[97].]

 

Muore Bramante: Raffaello viene nominato architetto capo per l’edificazione di San Pietro.

 

Ad Alcalá de Henares, viene stampata una Bibbia trilingue (latino, ebraico e greco), per iniziativa del cardinale Jiménez de Cisneros, già promotore della confisca e del rogo dei libri arabi rinvenuti nel regno di Granada (1492), dell’istituzione ad Alcalá di un’università di nuova concezione per una migliore conoscenza della filosofia cristiana e un approfondimento delle dottrine teologiche (1498), del battesimo in massa di migliaia di musulmani, del censimento di quanti non avevano frequentato la comunione pasquale a Toledo (1503).

Lutero inizia le lezioni sull’Epistola ai Romani (pubblicate nel 1515-’16: «La Chiesa romana è completamente inquinata e corrotta da un caos indescrivibile di inimmaginabili dissolutezze, frivolezze, gozzoviglie, ambizioni e offese a Dio»).

 

Marzo. I contadini della Marca vindica (Carinzia, Carnia e Stiria) si sollevano (si erano già apprestati a farlo nel 1513 e 1514, ma l’esplicita promessa dell’imperatore Massimiliano I d’Asburgo di restaurare i loro antichi diritti li aveva indotti a desistere)[98]. Vengono devastati castelli e conventi e decapitati i nobili fatti prigionieri. In Stiria e in Carinzia la rivolta viene sedata rapidamente, ma in Carnia lo sarà solo con l’attacco di Rain (autunno 1516).

 

31 marzo. Con la bolla Sacrosancti Salvatoris et Redemptoris, Leone X nomina, quale commissario dell’indulgenza giubilare, Alberto di Hohenzollern (già gran maestro dell’Ordine Teutonico e fratello cadetto dell’elettore di Brandeburgo), per la durata di otto anni. Questa bolla è il risultato dell’accordo raggiunto tra gli agenti romani dei Fugger – con i quali il principe Alberto ha contratto due ingenti debiti (uno di 29.400 e l’altro di 14 mila fiorini), onde pagare le tasse dovute alla Curia papale per la conferma della sua elezione ad arcivescovo di Magonza e per la cumulazione di tre vescovadi (Magdeburgo, Halbertstadt e Magonza) – e il cardinale Lorenzo Pucci, alto esponente della burocrazia medicea: il 50% dei redditi ricavati dall’indulgenza sarebbe dovuto andare a coprire le spese per la fabbrica di San Pietro, l’altra metà all’arcivescovo per estinguere il suo debito (nel frattempo aumentato a 48.236 fiorini, compresi gli interessi)[99]. [Durante il xvi secolo, si afferma nella Germania meridionale un celebre gruppo di imprenditori, a cominciare dai Fugger che sfruttano le miniere di rame del Tirolo[100] e della Slovacchia, le miniere d’oro della Slesia, quelle di piombo della Carinzia e quelle di mercurio di Almadén in Spagna (i Fugger posseggono anche una fiorente fonderia di cannoni a Fuggerau, in Carinzia[101]). I mercanti di Norimberga sono dediti invece allo sfruttamento delle miniere di ferro del Basso Palatinato, di quelle di rame della Turingia (Mansfeld) e della Boemia (Kuttenberg o Kutná Hora). Le famiglie dei Wolff e dei Van Richterghen di Aquisgrana sfruttano invece l’industria renana della calamina e del rame. La nobiltà e persino i prìncipi sono personalmente interessati all’attività industriale o disposti a promuoverla (spesso impiegando i loro servi come manodopera a buon mercato). A partire dalla fine del Quattrocento, di pari passo con lo sviluppo dell’attività mineraria e metallurgica, saltano i quadri economici medioevali: compare una nuova classe imprenditoriale, in cui operano anche molti uomini di origine contadina; s’intensifica la differenziazione della manodopera sia nell’industria estrattiva (dove la maggior parte dei membri delle corporazioni minerarie devono fare assegnamento su operai salariati) sia, ancor più, nell’industria tessile. All’inizio del Cinquecento, gli operai di miniera ricorrono già normalmente a un’accentuata mobilità all’interno del mercato del lavoro (emigrando dalla Sassonia in Boemia e dalla Germania in Svezia, Inghilterra, Spagna e Nuovo Mondo)[102] e sono pronti a intervenire massicciamente nei moti rivoluzionari del 1524-’25.]

 

Maggio. Il capitolo degli agostiniani, riunito a Gotha sotto la presidenza del Vicario Staupitz, elegge Lutero a Vicario distrettuale per tre anni.

 

Fondazione del regno barbaresco di Algeri (nel 1534 diverrà uno Stato vassallo dell’Impero ottomano).

 

13-14 settembre. Nella battaglia di Marignano (oggi Melegnano), l’esercito del nuovo re di Francia Francesco I, sceso a sorpresa in Italia nell’agosto del 1515 con un esercito che comprende il fior fiore della gioventù nobile d’oltralpe per riconquistare il ducato di Milano, travolge le milizie svizzere al soldo del duca Massimiliano Sforza (la giornata viene decisa dall’arrivo di Bartolomeo Alviano con i suoi veneziani)[103]. Sotto il fuoco martellante dell’artiglieria, le cariche in massa della cavalleria e il contrattacco dei lanzichenecchi svanisce la fama d’invincibilità dei picchieri elvetici, che devono lamentare 14 mila caduti su 22 mila (i francesi perdono 6 mila uomini)[104]. [Lo Sforza si arrenderà il 4 ottobre 1515, cedendo il ducato di Milano in cambio di una pensione annua di 30 mila ducati. L’anno successivo, dopo essersi assicurato i ducati di Milano, di Parma e di Piacenza, Francesco I firmerà un trattato di pace con Leone X, accompagnandolo con la stipula di un concordato franco-papale: facoltà per il re di Francia di presentare al papa i candidati per le seicento cariche ecclesiastiche più importanti (arcivescovi, vescovi e abati) e di sindacare la pubblicazione delle bolle pontificie nel suo regno (droit de vérification)[105]. Con il Trattato di Noyon si giungerà a un compromesso franco-spagnolo: promessa di risarcimento della casa regnante D’Albret da parte del re di Spagna per la zona iberica della Navarra, in cambio della rinuncia da parte di Francesco I ai suoi diritti su Napoli. Infine, il 29 novembre 1516, gli svizzeri della Lega Santa stipuleranno a Friburgo una «pace perpetua» con Francesco I, promettendo di non fornire mai più mercenari ai nemici dei re di Francia (che per parte loro faranno della Svizzera la propria riserva di soldati a pagamento fino alla Rivoluzione del 1789: nei trecento e rotti anni che vanno dall’incoronazione di Luigi XI all’assalto alle Tuileries, la Confederazione manderà alla Francia oltre un milione di mercenari)[106].]

 

Il raffinato umanista Ulrich von Hutten fa apparire le sue prime Epistolae obscurorum virorum, in cui irride come «oscurantisti» i professori domenicani di Colonia che hanno accusato di eresia Reuchlin a causa dei suoi studî ebraistici (una seconda serie di “Epistolae” verrà pubblicata nel 1517).

Lutero inizia le lezioni sull’Epistola ai Galati. Visita le comunità dell’Ordine di Dresda, Neustadt, Orla, Erfurt, Gotha, Langensalza, Nordhausen.

 

Thomas Müntzer, che nel 1514 è stato ordinato sacerdote ad Aschersleben, diviene Magister in teologia e confessore nel convento di Frohse (nelle vicinanze di Aschersleben). Secondo il costume dei chierici medioevali, segue un periodo di vagabondaggio nella Germania centro-settentrionale, e ne trae conoscenza della condizione di miseria in cui vivono gli artigiani in via di proletarizzazione, i contadini immigrati nelle città e le masse agricole soggette alle esorbitanti pressioni fiscali.

 

Sul confine sassone-boemo, viene fondato il complesso minerario di Joachimsthal (Jachůmov), destinato a registrare una straordinaria esplosione demografica (avrà 18 mila abitanti nel 1533) e a procurare profitti altrettanto ingenti agli investitori (tra i quali le grandi famiglie di mercanti augustane). [L’intensa attività estrattiva a Joachimsthal sarà accompagnata da una serie di rivolte degli operai di miniera: 1518, 1523 e 1525 (la più violenta, seguìta a un’agitazione rimasta latente per tutto il 1524)[107].]

 

23 gennaio. Morte di Ferdinando il Cattolico. Nel corso dell’anno, i siciliani si sollevano contro l’odiato viceré spagnolo, Hugo de Moncada, e lo costringono a fuggire da Palermo insieme agli inquisitori (l’Inquisizione era stata introdotta in Sicilia nel 1487). [I nobili che han capeggiato la rivolta si accorderanno poi con Carlo I, ottenendo la sostituzione del Moncada con il napoletano Ettore Pignatelli, duca di Monteleone. Nel 1517, una nuova ribellione, questa volta promossa dagli esponenti della borghesia palermitana, si estenderà in breve a tutta l’isola, trasformandosi in un movimento a carattere sociale contro l’aristocrazia (la quale reagirà facendo assassinare il capo dei rivoltosi a Palermo).]

 

Fine dell’anno. A Lovanio, compare l’Utopia, in cui «Tommaso Moro parla dello strano paese, dove le “pecore… son diventate così fameliche da divorarsi addirittura gli uomini”»[108]: l’intero Cinquecento inglese sarà segnato da una grande contesa sociale intorno alla possibilità d’impiantare i rapporti capitalistici nelle campagne, giacché l’eventuale successo delle rivolte ripetutamente tentate dai contadini poveri avrebbe «tarpato le ali del capitalismo rurale»[109], alterando il corso della successiva storia mondiale. [L’apice di quest’agitazione verrà toccato nel 1549, allorché divamperà un’ampia sollevazione contadina contro le recinzioni e il foldcourse (la pratica dei proprietari terrieri di mandare sui pascoli comuni un numero eccessivo di pecore). Dopo che una prima spedizione incaricata di sedare la rivolta era stata sgominata dai rurali in armi, il re invierà John Dudley, conte di Warwick, alla testa di un esercito di 12 mila soldati, rafforzato da 1.200 mercenari tedeschi, che a Dussindale, tra il 23 e il 27 agosto, affronterà gli armati contadini, facendone a pezzi 3 mila, per poi impiccare il loro capo Robert Ket, insieme ad altri 49 agitatori (il dotto umanista John Cheke, memore dei moti tedeschi del 1524-’25, scriverà nel 1549, rivolgendosi agli insorti: «Prendete un bene comune; come volete riformarlo? Uccidendo i gentiluomini? spogliandoli dei loro beni? imprigionandoli? È questo il vostro dovere, disubbidire ai vostri superiori, ubbidire ai conciatori e cambiare la vostra obbedienza dal Re a Ket?»). La Ket’s Rebellion verrà seguita dalla Western Rising del 1626-’60, dalle rivolte nelle paludi del 1627-’40, dal movimento dei Levellers[110] e dal tentativo di trasformazione comunistica della conduzione agricola animato nel 1649 dai Diggers di Gerrard Winstanley (aprile 1650, intervento delle forze armate, su decisione esplicita del governo di Londra, per sciogliere la loro comunità)[111].]

 

A Basilea, il coltissimo umanista e tipografo Johann Froben stampa la prima edizione critica in greco e in latino del Nuovo Testamento, curata da Erasmo (che l’aveva iniziata due anni prima). Quest’ultimo, in qualità di consigliere del principe Carlo di Borgogna, il futuro Carlo V, pubblica anche l’Institutio principis christiani, in cui viene esaltata la nozione del bene comune in uno Stato nel quale ai doveri del popolo deve corrispondere il dovere del principe (l’universalismo erasmiano costituirà una delle fonti di legittimazione della concezione imperiale di Carlo V, che potrà avvalersi anche dell’apporto di un altro appassionato umanista: il piemontese Mercurino Arborio di Gattinara, gran cancelliere a partire dal 1518).

 

L’aristotelico padovano Pietro Pomponazzi (1462-2525) scrive De immortalitate animae, in cui nega sostanzialmente la sopravvivenza dell’anima individuale, il che gli procurerà l’accusa di empietà.

 

Appare L’Orlando furioso in un’edizione di quaranta canti, a spese del protettore dell’Ariosto, il cardinale Ippolito d’Este (una seconda edizione nel 1521 verrà seguìta nel 1532 dall’edizione definitiva in 46 canti).

 

A Venezia, per timore di rivalità commerciali, gli ebrei vengono obbligati a vivere nel loro quartiere, ove vengono chiusi dentro la notte (i ghetti esistevano già nel xiii e xiv secolo in altre parti d’Europa, specialmente nell’Impero e in Polonia).

1º maggio. Gravi tumulti a Londra: un migliaio di apprendisti e di popolani irrompono nelle prigioni, liberano i detenuti e si dirigono in corteo verso il centro della città; il cardinale Thomas Wolsey, cancelliere di Enrico VIII, riuscirà a riprendere in mano la situazione solo nei giorni successivi, ricorrendo a un imponente spiegamento di forze dell’ordine e a tredici condanne a morte, tutte eseguite (durante i trentacinque anni del regno di Enrico VIII si conteranno oltre 70 mila esecuzioni capitali in Inghilterra, nel quadro di quella «legislazione sanguinaria contro gli espropriati» destinata ad accompagnare, dalla fine del Quattrocento in poi, The Making of the English Working Class)[112].

 

Ha inizio una fase pluriennale di raccolti variabili. La Selva Nera, dove il Bundschuh ha riorganizzato le proprie file, è di nuovo in agitazione: come quattro anni prima si tengono riunioni segrete sulle montagne fuori mano. Le Autorità, saputa la cosa, catturano e giustiziano numerosi congiurati, ma non riescono a mettere le mani sui capi della lega contadina (Joß Fritz, che reca ancora con sé la bandiera dipinta nel 1513, probabilmente da Jörg Ratgeb, fugge nuovamente in Svizzera). [Dal 1518 al 1523, nella Selva Nera e nell’Alta Svevia, sarà un succedersi continuo di insurrezioni locali, che assumeranno un carattere sistematico a partire dalla primavera del 1524.]

 

Il domenicano Johannes Tetzel, sottocommissario generale dell’arcivescovado di Magonza incaricato da Alberto di Hohenzollern della predicazione delle indulgenze, giunge a Tuteborg, in Sassonia-Anhalt (Tetzel aveva già predicato le indulgenze concesse ai cavalieri Teutonici per finanziare la guerra contro la Moscovia). Lutero invia ad Alberto di Hohenzollern 95 tesi sul valore e l’efficacia delle indulgenze (tesi affisse alla porta della chiesa del castello di Wittenberg, secondo il tardo racconto di Filippo Melantone, il 31 ottobre, o il giorno successivo[113]).

 

Novembre. Avendo ricevuto in forma privata il manoscritto delle 95 tesi di Lutero, i suoi sostenitori wittenberghesi decidono di curarne un’edizione a stampa: è il segnale d’inizio dei grandi conflitti cinquecenteschi destinati a «trascinare nel vortice tutte le classi sociali» e a «scuotere l’impero» germanico fin dalle fondamenta[114]. [D’ora innanzi, gli scritti di Lutero e dei suoi seguaci andranno ad alimentare la rapida espansione del settore librario: nella sola Wittenberg non meno di sette tipografie saranno presto occupate nella stampa dei testi del movimento della Riforma. Una situazione simile si produrrà anche a Erfurt, Augusta, Strasburgo e Norimberga (città nella quale Lutero potrà contare subito anche sull’appoggio dell’élite intellettuale e politica riunita nel circolo umanista dei «martiniani», facente capo al generale degli agostiniani Staupitz: Willibald Pirckheimer, patrizio e scrittore, Lazarus Spengler, sindaco e influente diplomatico, e il pittore Albrecht Dürer)[115].]

 

Dicembre. Secondo voci che appassionano l’intera Europa, nei paraggi di Bergamo gli spettri si affrontano in una serie di battaglie[116].

 

Con la presa di Aleppo, i turchi portano a termine la sconfitta dei musulmani d’Egitto: lo sceriffo della Mecca riconosce la supremazia del sultano ottomano. Con la presa dei territorî siro-egiziani, l’Impero ottomano controlla ormai tutti gli sbocchi della via della seta.

 

Francesco I fonda Le Havre quale porto sull’estuario della Senna.

 

Hans Sachs, Farse carnevalesche.

 

Niklaus Manuel, La danza del papa e dei suoi preti, dramma satirico.

 

A Roma, viene fondato l’Oratorio del Divino Amore, che annovera tra i suoi membri numerosi dignitari ecclesiastici di alto rango: vi si pratica l’«imitazione di Cristo», tramite la preghiera, la confessione frequente, la comunione e la carità visitando gli ospedali (la fondazione dell’Oratorio del Divino Amore era stata preceduta, nel 1494, da quella dell’Oratorio di S. Girolamo in Vicenza). [Gian Pietro Carafa – membro dell’Oratorio romano e destinato in seguito a diventare, con il nome di Paolo IV, il più intransigente dei papi della Controriforma – nel 1524 sarà tra i principali fondatori dell’Ordine teatino (insieme a Gaetano da Thiene), il cui compito sarà quello di rimediare alle deficienze del clero regolare a fronte della concorrenza luterana, dedicandosi alla predicazione, all’opera missionaria (principalmente in America e in Asia), all’assistenza agli infermi e alla cura delle anime (in ciò affiancato da altri nuovi ordini religiosi come i barnabiti, le orsoline e i cappuccini).]

Alle Cortes di Valladolid, i rappresentanti legali del Regno manifestano una ferma opposizione al Santo Uffizio, che si appalesa sempre più chiaramente come un potentissimo strumento nelle mani del sovrano contro i fueros (privilegi provinciali)[117]. [A nulla varranno però le pressioni delle Cortes di Saragozza contro l’annullamento della pubblicazione della Prammatica Sanzione deciso nel 1519 dal giovane re Carlo, figlio primogenito di Filippo il Bello (erede della casa di Borgogna per via materna e della casa d’Asburgo per quella paterna) e di Giovanna la Pazza (figlia dei Re Cattolici e sola erede dei regni di Castiglia e di Aragona e dei loro prolungamenti coloniali nel Nuovo Mondo).]

 

Prima Johannes Tetzel e poi Johann von Eck (dell’università d’Ingolstadt), confutano le tesi di Lutero. Leone X nomina un nuovo generale degli agostiniani che riduca al silenzio Lutero.

 

Aprile. Lutero, citato a comparire dinanzi al capitolo dell’Ordine ad Heidelberg, guadagna diversi confratelli alle proprie idee, per poi inviare le Risoluzioni (cioè le dimostrazioni) delle 95 tesi a Leone X.

 

Maggio. Processo romano contro Lutero, intimazione di presentarsi a Roma entro 60 giorni per discolparsi dall’accusa di aver diffuso idee erronee. Della parte teologica del procedimento, viene incaricato il maestro dei sacri palazzi Silvestro Mazzolini (detto il Prieriate), che pone Lutero di fronte all’alternativa: ritrattare o incorrere nell’eresia. Grazie all’intervento del suo discreto protettore, l’elettore di Sassonia Federico il Savio[118], Lutero ottiene di comparire in ottobre, ad Augusta, dinanzi al cardinal legato Tommaso de Vio (il Caietano).

 

23 agosto. Prima della scadenza del termine, il papa dichiara Lutero eretico e scrive al principe elettore affinché lo faccia arrestare. Due giorni dopo, l’umanista Melantone arriva a Wittenberg, dove l’università è in agitazione per sostenere l’Hercules Germanicus.

 

12-14 ottobre. Ad Augusta, nella casa dei Fugger, Lutero sostiene il primo confronto con il Caietano (i consiglieri di Federico il Savio hanno indotto il monaco a non presentarvisi prima di aver ricevuto un salvacondotto imperiale). L’indomani, Lutero risponde per iscritto di non potere ritrattare e, cinque giorni dopo, riparte per tema di venire imprigionato nonostante il salvacondotto, com’era capitato a Jan Hus (il discepolo boemo di John Wyclif bruciato sul rogo nel 1415)[119].

 

Dicembre. Lutero scrive un Appello del dottor M. Lutero a un Concilio ecumenico (in tedesco).

 

Il corsaro turco Khair al-Din (detto il Barbarossa) sottrae agli spagnoli il controllo di Algeri (ch’essi avevano conseguito nel 1515, insediando una guarnigione sull’isolotto che controlla l’ingresso del suo porto). [Nominato capitan-pascià dal sultano, Barbarossa s’impadronirà anche di Tunisi nel 1534, per poi guidare la flotta franco-barbaresca fino al vittorioso scontro del settembre 1538 contro l’imponente coalizione marittima ispano-papal-veneziana (scontro dopo il quale i turchi spadroneggeranno per vent’anni nello Ionio e nel Mediterraneo occidentale, razziando le coste e compiendo sbarchi indisturbati). Nel 1571, Filippo II (asceso al trono di Spagna nel 1556) con la battaglia di Lepanto toglierà la supremazia navale nel Mediterraneo agli ottomani, sancendo la sopravvenuta superiorità delle navi iberiche (salvo perderla nel 1588, nell’Atlantico, contro gli inglesi che impiegano la nuova tattica consistente nello sfruttare la superiorità del cannone per affondare le navi nemiche).]

 

A Erfurt, appare la Rechnung auff der Linihen del matematico Adam Riese (1492-1559).

 

Ulrich von Hutten fa pubblicare due successive (1518 e 1519) edizioni tedesche del De falso credita et ementita Constantini donatione di Lorenzo Valla (1440).

 

Machiavelli scrive la Commedia di Callimaco e di Lucrezia (La Mandragola)

12 gennaio. Muore l’imperatore Massimiliano I d’Asburgo, lasciando in eredità a Carlo I di Spagna gli Stati austriaci (l’Erbland). Dopo la morte del nonno materno, Carlo lascia la Spagna, sotto la reggenza di Adriano Florisz Boeyens di Utrecht, per candidarsi al titolo imperiale (il papato, temendo di rimanere schiacciato nella morsa ispano-austriaca, si adopera invece per innalzare il principe elettore di Sassonia Federico il Savio al ruolo di candidato a re nell’elezione tedesca; le mire imperiali di Carlo di Spagna sono contrastate anche dal re di Francia Francesco I).

 

Primavera. Müntzer si reca a Wittenberg, dove incontra per la prima volta Lutero, frequenta il suo circolo e fa amicizia soprattutto con Melantone e Agricola (le letture bibliche che si svolgono all’Università Leucorea attirano ormai studenti da ogni dove, tanto da procurare fama europea a questa cittadina sassone). Dopo la visita a Wittenberg, Müntzer si ritira nel monastero di Beuditz presso Weissenfels, dove riprende e approfondisce gli studî (maggio 1519-maggio 1520).

 

28 giugno. Alla dieta di Francoforte, Carlo viene eletto all’unanimità Imperatore del Sacro Romano Impero di nazione tedesca, grazie all’appoggio dei grandi banchieri tedeschi, in particolare dei Fugger[120] (il principe elettore di Magonza, pronunciandosi in favore dell’elezione di Carlo V, pone l’accento sulla potenza economica degli Asburgo, grazie alla quale «i poveri non saranno più vessati né gravati di imposte e contribuzioni: se ciò non avvenisse, non ci sarà da attendersi niente di buono, ma soltanto un Bundschuh»).

 

5 luglio. Nella città universitaria di Lipsia, al termine di un pubblico contraddittorio con von Eck iniziato il 27 giugno, Lutero contesta l’infallibilità del papa e dei concili ecumenici, afferma che alcune delle proposizioni di Wyclif e Hus condannate dal Concilio di Costanza sono veramente cristiane, e dichiara che la Sacra Scrittura dev’essere l’unica norma di fede.

 

Autunno. La peste che infierisce a Zurigo (città che conta 5.400 abitanti) colpisce l’erasmiano Huldrich Zwingli, provocandone una crisi interiore destinata a sfociare, nella seconda metà del 1520, in una nuova comprensione riformatrice del Vangelo e, a partire dal 1522, in un’opera di predicazione intesa a riformare la Chiesa zurighese.

 

Il governatore di Cuba affida al conquistador[121] Hernán Cortés il compito di creare basi stabili sul litorale messicano: è l’inizio della penetrazione spagnola sulla terraferma mesoamericana, destinata a segnare una svolta nei rapporti culturali, religiosi e iconici tra Europa e America: «Con la conquista del Messico (1519-1521), inizia la distruzione sistematica degli idoli indiani, ovunque rimpiazzati dalle immagini della Vergine e dei santi. I conquistadores trascinati da Cortés e poi i missionari che danno loro il cambio bruciano e distruggono le pitture e le statue messicane. L’offensiva continua, a partire dal 1525. I religiosi spagnoli introducono l’immagine europea, diffusa grazie all’incisione. L’immagine è concepita come strumento di evangelizzazione. […] Nella seconda metà del xvi secolo, all’immagine francescana, che si rivolgeva principalmente agli indigeni, subentra un’immagine che sfrutta il miracolo e cerca di riunire, intorno a comuni intercessori, le etnie che compongono la società coloniale»[122].

 

L’astronomo polacco Niccolò Copernico (1473-1543), che nel 1507 ha elaborato la propria concezione eliocentrica secondo cui i pianeti si muovono intorno al Sole su orbite circolari non complanari, pubblica un Discorso sulla coniazione delle monete.

 

Come membro del Consiglio cittadino di Regensburg, di cui è entrato a far parte poco prima della morte dell’imperatore Massimiliano, Altdorfer approva l’abbattimento della locale sinagoga, di cui traccia due incisioni prima della sua successiva trasformazione in chiesa cattolica.

 

A Norimberga, edizione in latino delle Rivelazioni celesti di Birgitta di Svezia con frontespizio inciso della scuola di Dürer[123].

 

Machiavelli compone l’Arte della guerra. In quest’opera egli delinea un tipo di guerra ideale, da combattersi avvalendosi non di mercenari stranieri bensì degli stessi cittadini in armi, sì che «ciascuno d’essi faccia volentieri la guerra per avere pace, e non cerchi turbare la pace per avere guerra».

Crisi agraria su scala europea (1520-’23). [Le successive crisi saranno nel 1529-’31 e nel 1546. Nella seconda metà del Cinquecento, esse diverranno più frequenti e più violente: 1556, 1562-’66, 1572-’76, 1582, 1586-’90, 1593, 1597.]

 

9 gennaio. Primo Concistoro contro Lutero, seguìto da un analogo pronunciamento della facoltà di teologia della Sorbona (15 aprile 1520). [Nell’agosto dello stesso anno, il parlement di Parigi ordinerà la consegna entro una settimana di tutte le opere luterane, dando poi inizio alla caccia all’uomo (nel 1519 Froben aveva informato Lutero che i suoi libri «si vendono a Parigi, si leggono perfino alla Sorbona). Nel 1559, Paolo IV promulgherà il primo Index.]

 

Aprile. Alle Cortes di La Coruña e Santiago, Carlo V è costretto a corrompere un gran numero di delegati al fine di ottenere i finanziamenti necessari per il suo viaggio in Germania. Subito dopo la sua partenza, le città, con a capo Toledo e Valladolid, sconfessano i loro delegati, formano una Lega e dànno vita a una junta rivoluzionaria: è l’inizio della rivolta dei Comuneros, che riduce velocemente a zero l’autorità regia nella maggior parte delle città castigliane (al fondo del contrasto con la Corona sta la pretesa regia d’insediare nelle città dei corregidores come supervisori amministrativi). Adriano di Utrecht, reggente di Spagna, è scacciato da Valladolid ed è costretto a rifugiarsi nelle terre dell’ammiraglio di Castiglia, Fadrique Enríquez, mentre il comandante dei rivoltosi, Juan de Padilla, occupa Tordesillas e cattura Giovanna la Pazza, madre dell’imperatore (per tutta l’estate e l’inizio dell’autunno del 1520 i nobili non muovono un dito per difendere il loro sovrano).

 

17 maggio. Raccomandato da Lutero, Thomas Müntzer giunge a Zwickau, dove «Fin dalla metà del secolo precedente […] erano state aperte delle miniere d’argento, che avevano trasformato la città in un importante centro industriale, tre volte più grande di Dresda. Da tutta la Germania centro-meridionale vi erano affluite masse di operai in cerca di lavoro, col risultato che c’era una cronica eccedenza di manodopera. Per di più, lo sfruttamento incontrollato dell’argento si era risolto in un’inflazione che aveva ridotto tutti i lavoratori dell’industria, anche quelli dell’antica industria tessile, quasi all’indigenza»[124]. Nella «perla del principato sassone», Müntzer svolge le funzioni di pastore prima nella chiesa di S. Maria (frequentata perlopiù dalla borghesia laniera) e poi, a partire da ottobre, nella chiesa di S. Caterina (dove i tessitori hanno un loro speciale altare). Qui avviene l’incontro con i «profeti di Zwickau»: due operai tessili, Thomas Drechsel e Nikolaus Storch (secondo quest’ultimo «Dio comunica ormai direttamente con i suoi Eletti»), appoggiati dallo studente Markus Thomä Stübner di Wittenberg, dal docente Michael Cellarius di Stoccarda e dal giurista Gerhard Westerburg di Colonia. Müntzer subisce il fascino dei «profeti di Zwickau» e si unisce alla loro lotta contro gli opulenti notabili della città[125].

 

15 giugno. Bolla Exsurge Domine: Lutero deve ritrattarsi ufficialmente entro 60 giorni dal suo ricevimento o comparire a Roma (la bolla verrà consegnata il 10 ottobre).

 

12 luglio. Dürer inizia il viaggio nei Paesi Bassi (a proposito degli oggetti aztechi inviati da Hernán Cortés all’imperatore Carlo V, visti nel castello di Bruxelles il 27 agosto 1520, Dürer annoterà: «In tutta la mia vita non ho mai visto nulla che abbia rallegrato di più il mio cuore. Là ho visto inoltre oggetti d’arte straordinari e mi sono assai meravigliato del sottile ingenio [der subtilen jngenia] degli uomini di quei Paesi lontani»[126]).

 

13 luglio. Müntzer scrive a Lutero.

 

Agosto. Lutero pubblica Alla nobiltà cristiana di nazione tedesca, sull’emendamento della società cristiana[127]: un appello, scevro di finezze teologali, affinché i nobili, capi e tutori della nazione tedesca, scendano in lotta contro il giogo pontificio e romano. Lo scritto gode di un successo immediato: 4 mila copie alla prima edizione (Silvester von Schaumburg-Münnerstedt e Franz von Sickingen, che aveva già dato ospitalità a Ulrich von Hutten nel suo castello di Ebernburg, offrono a Lutero la protezione della nobiltà francone e renana).

 

Ottobre. Lutero fa comparire il trattato dottrinale e teologico Della cattività babilonese della Chiesa (in latino), scritto dopo che si era diffusa in Germania la notizia di una sua solenne scomunica da parte del papa: Lutero rifiuta quattro dei sette sacramenti, accettando solo il battesimo, l’eucarestia e la penitenza[128].

 

23 ottobre. Nella basilica-cattedrale di Aquisgrana, Carlo V viene incoronato re dei Romani (l’incoronazione fa di lui un futuro imperatore, ma privo della pienezza dei poteri sino alla consacrazione da parte del papa, che riceverà il 22 febbraio 1530)[129]. Il nunzio pontificio in Germania, Girolamo Aleandro (famoso umanista e protettore di Erasmo), lo raggiunge nei Paesi Bassi per pregarlo di reprimere con la forza l’eresia tedesca, della quale sono ormai chiare l’entità e «la fermentante virtualità di sollevazione rivoluzionaria, di misura ben più vasta della guerra ussita di cento anni prima»[130].

 

Novembre. Della libertà del cristiano, preceduta da una Lettera dedicatoria a papa Leone X (in latino e tedesco). Secondo il monaco agostiniano, l’uomo esteriore è schiavo del peccato e dell’autorità politica, l’uomo interiore è libero, è sacerdote (enunciazione del principio del sacerdozio universale) e Cristo in Terra: «Prestissimo, nel giro di pochi anni, Lutero rinnegherà queste dottrine nella pratica, limitandole molto anche in generale, contro coloro che le prenderanno alla lettera e le svolgeranno sulle basi proposte e coi criteri insegnati da lui»[131].

 

10 dicembre. A Wittenberg, alla scadenza dei 60 giorni concessigli per ritrattarsi, Lutero brucia la bolla papale insieme al corpus canonici (secondo la narrazione tramandata dalla tradizione luterana).

 

Bagno di sangue a Stoccolma: subito dopo la proclamazione di Cristiano II (re di Danimarca e Norvegia) a erede al trono di Svezia, un’ottantina di suoi oppositori vengono giustiziati (Cristiano II era intervenuto in sostegno dell’arcivescovo di Uppsala Trolle e dei nobili svedesi favorevoli alla Danimarca, sconfiggendo il reggente svedese Sten Styre il Giovane). Gustavo Vasa, sfruttando il malcontento economico dei contadini e dei minatori di Dalarna, recluta tra loro un esercito e si pone alla testa di una rivolta, appoggiata da Lubecca, contro l’arcivescovo Trolle, la gerarchia ecclesiastica svedese e Cristiano II[132]. [Quest’ultimo nell’arco di tre anni, osteggiato dalla stessa nobiltà danese e dall’alto clero, dovrà fuggire da Copenaghen, mentre Gustavo Vasa verrà eletto re dalla dieta (Riksdåg) di Strangnäs, facendo della Svezia un moderno Stato assoluto (nel 1527, la dieta di Västeras, cacciando il capo del partito cattolico, concentrerà il potere spirituale nelle mani di Gustavo Vasa). Sotto il suo regno, le miniere di Dannemora verranno sfruttate per iniziativa di un olandese, Van Wijk, e nei distretti minerari della Svezia centrale si apriranno le prime manifatture per la produzione di armi da fuoco (Gustavo Vasa, lui stesso imprenditore, si avvarrà dell’apporto di numerosi tecnici tedeschi)[133].]

 

22 settembre. Solimano il Magnifico succede al sultano SelÇ’m I e riceve la spada di Osman, simbolo della sovranità[134] su di un impero che si estende dall’Ungheria ai confini della Persia, dal mar Nero all’oceano Indiano (egli morirà nella notte tra il 5 e il 6 settembre 1566, durante l’assedio di Szigétvár in Ungheria, dopo aver portato l’Impero ottomano all’apice della sua potenza).

 

Leone X invia un ambasciatore a Mosca (a partire dalla fine del Quattrocento, si diffonde l’usanza di avere ambasciatori permanenti presso tutte le corti, in particolare tra i Paesi interessati all’Italia).

3 gennaio. Esce la bolla Decet Romanum Pontificem: Lutero è formalmente scomunicato.

 

Gennaio-maggio. Il 27 gennaio, si apre la dieta imperiale di Worms, presieduta per la prima volta da Carlo V. Lutero vi giunge il 16 aprile, munito di un salvacondotto dell’imperatore. Di fronte al Reichstag, il 18 e 19 aprile, il riformatore rifiuta di ritrattarsi. Il 26 maggio, dinanzi a una dieta ridotta ormai a pochi membri, viene emesso un bando imperiale contro Lutero e i suoi seguaci, con l’ordine di bruciarne gli scritti (la cui diffusione ha ormai superato il mezzo milione di esemplari, all’interno di un ancor più cospicuo «fiotto di “fogli volanti” a poco prezzo, diffusi a mezzo di colportori, letti e commentati ai contadini e agli artigiani illetterati da studenti vaganti, dagli stessi colportori; protagonista di questa letteratura popolare è l’uomo comune, il contadino, l’artigiano, il tessitore, il calzolaio e la tecnica espositiva è quella del dialogo che ha sì una lunga tradizione spesso sepolta – com’è il caso del Villano di Boemia, da taluno considerato come la prima espressione dell’umanesimo boemo –, ma ripresa ed innalzata al rango letterario dall’umanista Ulrich von Hutten»[135]). Il Principe Elettore di Sassonia fa condurre in salvo Lutero nel castello di Wartburg (ov’egli resterà fino al marzo successivo). [L’editto di Worms incontrerà una duplice resistenza: da una parte il legato pontificio Aleandro protesterà già nel 1521 in quanto il giudizio dell’imperatore e della Dieta sarebbero ininfluenti in un problema di carattere religioso, già risolto dal papa con la sua bolla di scomunica contro Lutero; dall’altra, la successiva Dieta imperiale di Norimberga (1523-’24), nell’attesa di un concilio generale della Chiesa, non solo annullerà le misure prese a Worms contro il monaco di Wittenberg, ma ordinerà anzi la «chiara predicazione del Vangelo e della Parola di Dio» (dando così adito a un’interpretazione della libertà di predicazione affine a quella difesa da Lutero e dagli altri teologi riformati).]

 

14 febbraio. Sessantotto Nuovi Cristiani salgono sul rogo, accusati di aver fomentato la sollevazione dei Germanías del 1520: un tentativo rivoluzionario urbano diretto contro la nobiltà della provincia valenzana, ov’esiste la maggiore concentrazione di arabi di tutta la Spagna (si tratta di una popolazione quasi esclusivamente rurale e soggetta ai grandi proprietari terrieri). Gli organizzatori del movimento avevano liberato i vassalli mori battezzandoli, onde abbattere il potere feudale, ma non erano riusciti né a raggiungere un accordo con i Comuneros né a raccogliere le simpatie delle classi popolari della vicina Catalogna (a questo autodafé ne seguirà un altro di 50 persone, il 19 maggio 1521, e un terzo di 37 condannati, il 1º marzo 1522).

 

15 aprile. Müntzer, accusato di aver fomentato la rivolta scoppiata a Zwickau agli inizi di quest’anno, viene destituito su ordine del consiglio cittadino per avere rotto la pace religiosa e istigato all’odio: una folta schiera di popolani, sotto la guida di Storch, protesta violentemente contro il suo allontanamento ma viene dispersa con la forza (tra gli arrestati si contano una cinquantina di tessitori). Müntzer fugge alla volta della Boemia e si rifugia a ‘atec, l’antica roccaforte taborita[136] (da giugno a dicembre sarà a Praga, dove il 1º novembre, dal pulpito di quella cappella di Betlemme che aveva ascoltato la predicazione «del diletto e inclito lottatore Jan Hus», diffonderà il suo Manifesto, nella speranza di fondare in questa città la «nuova vera Chiesa» degli eletti: ostacolato dal notabilato e dal clero, oltre che non compreso dal popolo stesso, Müntzer dovrà però andarsene).

 

23 aprile. Nello scontro di Villalar, l’esercito nobiliare annienta i Comuneros (dapprincipio i nobili si erano schierati con i cittadini, ma poi, di fronte all’emergere nei municipi di elementi sempre più radicali e all’estensione del movimento alle terre dei Grandi di Spagna, erano passati dalla parte di Carlo V, aiutandolo a schiacciare la rivolta, in cambio della sospensione del pagamento del servicio, della nomina di Fadrique Enríquez e Íñigo de Velasco come coreggenti a fianco di Adriano di Utrecht e, infine, della promessa che nessun altro straniero avrebbe più ricevuto incarichi in Spagna). Valladolid e le altre città della Castiglia settentrionale – i cui elementi moderati della nobiltà urbana, nel corso dell’inverno 1520-’21, erano passati uno dopo l’altro ai realisti – firmano subito la pace con il re (solo Toledo, iniziatrice della rivolta, resisterà fino in ottobre). D’ora innanzi, le città castigliane non riusciranno più a sfuggire alla pressione fiscale del sovrano e le Cortes perderanno ulteriormente di capacità decisionale[137]. Carlo V riorganizza anche la nobiltà castigliana: in cima ai titulos (nobiltà titolata) stanno dieci Grandi di Spagna, seguìti da undici marchesi e da quarantacinque baroni; poi vengono i caballeros e infine gli hidalgos[138]. Carlo V esclude sistematicamente i Grandi di Spagna dal governo, ma ricompensa l’aristocrazia della sua perdita di potere politico con la distribuzione dei bottini di guerra, con il conferimento di titoli e, soprattutto, con l’esenzione dal pagamento delle tasse («Il popolo che deve pagare i servicios [cresciuti di circa il 50% durante il regno di Carlo V, Ndc] è ridotto in un tale stato d’indigenza e miseria che molti pecheros vanno in giro nudi», scriverà il principe Filippo all’imperatore nel 1545).

 

30 giugno. Battaglia di Esquiros: la fanteria spagnola batte i D’Albret mossisi alla riconquista della Navarra (contemporaneamente il papa cambia di campo e passa dalla parte dell’imperatore).

 

Agosto. A Basilea, Froben pubblica un grosso volume di lettere di Erasmo, tra le quali la celebre missiva inviata a Hutten nel luglio 1519.

 

13 agosto. Gli spagnoli guidati da Cortés, dopo avere rischiato di venire sopraffatti da una terribile rivolta popolare (noche triste, 30 giugno 1520), strette nuove alleanze con gli indiani tributari degli aztechi, conquistano e distruggono la capitale Tenochtitlán, prendendo definitivamente possesso del Messico (nel 1535 vi verrà istituito il vicereame della Nuova Spagna, retto da uno strato superiore spagnolo abbastanza consistente che realizzerà numerose istituzioni e forme di vita ricalcate su quelle della madrepatria[139]).

 

28 agosto. Belgrado si arrende ai cannoni turchi.

 

1º dicembre. Muore Leone X: gli succede Adriano Florisz Boeyens di Utrecht (precettore di Carlo V, salito al soglio pontificio con il nome di Adriano VI, ultimo papa non italiano prima di Giovanni Paolo II).

 

Dicembre. A Wittenberg – dove Andreas Bodenstein di Karlstadt (Andrea Carlostadio), nel tentativo d’incanalare la radicalizzazione in corso, ha concesso il calice ai laici e abolito tutte le immagini nelle chiese[140] – e a Erfurt, hanno inizio violente agitazioni anticlericali, con tumulti e moti iconoclasti ai quali partecipano anche dei giovani tessitori di Zwickau, discepoli di Müntzer. Lutero, assai preoccupato della piega presa dal movimento, scrive Una fedele esortazione a tutti i Cristiani a guardarsi dai tumulti e dalle rivolte: «Questo testo segna la frattura in seno al campo luterano e l’emergere dell’“ala sinistra” e radicale della Riforma. È qui che Lutero formula per la prima volta la sua teoria della nonviolenza. […] Non è che si tratti di un rifiuto della violenza in sé, visto che la violenza istituzionale delle Autorità legittime viene ammessa (“Perché quanto è fatto in virtù di un potere regolare non può essere considerato sedizione”). Ciò che Lutero condanna è l’iniziativa violenta dell’“uomo comune”, che “non deve intraprendere nulla in questo campo senza un ordine dell’Autorità e senza la partecipazione del potere. […] La sedizione non è mai giusta, quale che sia la giustezza della sua causa. […] La sedizione è vietata da Dio. […] È ispirata dal Diavolo”. Così, nell’arco di qualche mese, “Karsthans” è divenuto “Herr Omnes” (il Signor Omnes: la massa), termine peggiorativo con cui d’ora innanzi Lutero designerà il popolo in rivolta»[141]. Melantone pubblica Loci communes rerum theologicarum seu hypotyposes theologicae, compendiandovi i pensieri centrali della Riforma: l’opera gode subito di un’enorme risonanza (nel 1525 se ne conteranno già 17 ristampe).

 

Muore il re del Portogallo Emanuele il Fortunato: gli succede il figlio Giovanni III. [Nel corso dell’anno, i cinesi rompono le relazioni con i portoghesi, per respingere poi, l’anno successivo, una piccola squadra il cui comandante era giunto dal Portogallo con l’incarico di costruire un forte vicino a Cantone

7 febbraio. Carlo V cede al fratello Ferdinando le terre dell’Erbland, ricevute in eredità alla morte del nonno materno Massimiliano I d’Asburgo (12 gennaio 1519). In virtù di questa cessione, poi confermata dalla convenzione di Bruxelles, Ferdinando assume il governo dei cinque ducati austriaci: Austria, Carinzia, Carniola, Stiria e Tirolo.

 

29 aprile. Nella battaglia della Bicocca, i mercenari svizzeri al servizio della Francia subiscono una grave sconfitta da parte delle armate imperiali, appoggiate dalle milizie milanesi di Francesco Sforza, reinsediato da Carlo V nel 1521 (i lanzichenecchi si vendicano in modo spaventoso degli spietati massacri subìti per mano dei Confederati nella Guerra di Svevia del 1499). L’adozione di un nuovo schieramento degli archibugieri su quattro file dà agli imperiali guidati da Prospero Colonna una massa di fuoco continua e capace di perforare pressoché ogni tipo di corazza entro una distanza di ducento metri (grazie a un notevolissimo perfezionamento delle armi da sparo portatili). Dopo questa sconfitta, Francesco I è costretto ad abbandonare Milano e successivamente anche Genova (occupata dai francesi nel 1507).

 

Appare Fehdebrief an die Kurtisanen, un foglio volante con il quale Ulrich von Hutten dichiara formalmente guerra ai vescovi e ai prelati.

 

Agosto. Seicento Ritter[142] della regione del Reno superiore e centrale, con legami con la nobiltà francone, si radunano a Landau: concordata un’«unione fraterna» sessennale sotto la guida di Franz von Sickingen, si gettano contro le forze di Richard von Greiffenklau, principe elettore di Treviri, per «aprire una breccia al Vangelo» (con la sua rivolta, condotta all’insegna della libertà cristiana, la piccola nobiltà oppressa tenta di riconquistare i privilegi di un tempo e le vecchie libertà cetuali). L’arcivescovo di Treviri, utilizzando l’artiglieria di cui la città dispone, respinge però gli assedianti, che si dànno allora a devastare le chiese e i conventi nei territorî circostanti. [La guerra dei cavalieri farà precipitare nel disordine ampie zone della Germania centrale, occidentale e meridionale, impensierendo notevolmente i prìncipi di Treviri, del Palatinato e dell’Assia (che uniranno perciò le loro forze), ma si concluderà con una disfatta ben simboleggiata dalla morte del rappresentante dell’antica libertà cavalleresca, Franz von Sickingen, tra le macerie della volta del castello di Landstuhl, bombardato dall’artiglieria principesca, nell’aprile del 1523 (Hutten si rifugierà in Svizzera, morendo pochi mesi dopo sull’isola di Ufnau, nel lago di Zurigo). Nell’estate successiva, un esercito della Lega Sveva scenderà in campo per combattere i cavalieri svevi e franconi: in poche settimane cadranno i principali castelli e le roccaforti dei rivoltosi (da queste lotte la cavalleria uscirà definitivamente sconfitta ed emarginata dalla vita politica dell’Impero).]

 

24 ottobre. Il Consiglio di Norimberga, in mano al patriziato, fa sequestrare tutti i pamphlet di Lutero e i suoi ritratti, disegnati da Cranach (ma il movimento riformatore è così radicato in tutti gli strati della popolazione, che il Consiglio dovrà presto accodarvisi, pur cercando di tenerne sotto controllo le espressioni più radicali e, nel caso, di reprimerle).

 

21 dicembre. In una lettera a Müntzer Carlostadio ne disapprova la veemenza, lo esorta alla moderazione e afferma l’impossibilità del Regno di Cristo sulla Terra.

 

Nella colonia di Hispaniola (Haiti), gli schiavi negri, giunti nel 1518, dànno vita alla loro prima rivolta.

 

Con il September-Testament, inizia a uscire la traduzione del Nuovo Testamento che Lutero ha incominciato nel dicembre precedente (nel 1523, von Eck lo attaccherà aspramente per aver dato il Nuovo Testamento in mano ai laici, salvo poi provvedere egli stesso, nel 1537, a curare un’edizione tedesca della Bibbia destinata ai cattolici). [Lutero, affiancato da una squadra di consiglieri scientifici, si dedicherà per altri dodici anni ai lavori di traduzione, finché nel 1534 uscirà la sua prima Bibbia completa. In quell’anno, anche il campo cattolico farà uscire una sua traduzione completa del testo biblico, a cura del domenicano Johannes Dietenberger (professore di teologia a Magonza).]

 

A Strasburgo, il poeta satirico tedesco Thomas Murner (1475-1527 ca.), appartenente all’ordine dei francescani, pubblica Von dem großen lutherischen Narren (Del gran pazzo luterano), un libello in versi che si apre con una xilografia ove si vede Lutero, rivestito di un’armatura, intento a ungere un Bundschuh (l’accusa a Lutero d’istigare, con le sue critiche verso la Chiesa, i contadini a ribellarsi contro le Autorità legittime si trova già sviluppata nell’editto imperiale di Worms del 1521).

 

Ignazio di Loyola compone gli Esercizi spirituali.

 

Juan Luís Vives (1492-1540), umanista e filosofo spagnolo, scrive il De ratione studii.

 

 

 

1523

 

1º gennaio. I turchi strappano Rodi ai cavalieri gerosolimitani: d’ora innanzi il Mediterraneo orientale sarà un mare clausum ottomano (nel volgere di pochi anni, il baricentro economico dell’Europa si sposterà perciò dall’Italia settentrionale e dalla Germania meridionale alle sponde dell’Atlantico). [Dopo la presa di Costantinopoli, invano difesa dai bizantini di Costantino IX Paleologo, dai genovesi e dai veneziani (29 maggio 1453)[143], l’impero degli Osmanli non ha cessato più d’ingrandirsi a spese della Cristianità, conquistando la Serbia settentrionale (1459), la Bosnia Erzegovina (1463-’66), l’Albania (1470), la Crimea (1475-’78), il Peloponneso e Belgrado (1521): «La serie quasi ininterrotta delle sconfitte cristiane non deve […] stupire, perché nessuna potenza europea era organizzata in modo così vasto e coerente in funzione dell’attacco e dell’espansione armata. Alla spinta aggressiva, basata sul compito di condurre la guerra santa contro gl’Infedeli non musulmani, si univa l’interesse personale dei combattenti, fondato sulla prospettiva non solo del bottino immediato, ma di cespiti notevoli e vitalizi dopo ogni conquista»[144]. La pressione turca sull’Occidente cristiano – destinata a continuare con la grande vittoria di Mohács (26 agosto 1526), l’assedio di Vienna da parte di Solimano il Magnifico (settembre-ottobre 1529), la spartizione dell’Ungheria (1533) e la guerra contro Venezia (1538-’40: ritiro dei veneziani dalle loro ultime isole nel mar Egeo e dai loro ultimi punti di appoggio peloponnesiaci) – peserà anche sul versante politico-statuale della Riforma: sarà proprio in cambio dei soccorsi concessi all’imperatore contro l’Infedele, che i prìncipi luterani (già «protestanti» il 19 aprile 1529 contro le decisioni della dieta di Spira) otterranno il diritto di organizzare autonomamente la vita religiosa dei proprî Stati (23 luglio 1532)[145].]

 

19 gennaio. Zwingli condensa il suo programma riformatore in 67 articoli, nei quali vengono attaccate l’autorità del papa, la transustanziazione, l’intercessione dei santi, la pratica dei digiuni e dei pellegrinaggi. Dieci giorni dopo, per ordine del Consiglio cittadino, ha luogo una disputa pubblica.

 

Pasqua. Dopo aver peregrinato in varie città della Germania, Müntzer viene nominato pastore in prova nella parrocchia di Allstedt (a sud di Eisleben)[146]. È questo un periodo di grande attività: abolizione della messa in latino e introduzione di una nuova liturgia; pubblicazione di tre scritti liturgici – Deutsch kirchenampt (Liturgia ecclesiastica tedesca), Deutsch Evangelisch Messe (Messa evangelica tedesca), Ordnung und Berechnung des Teuschen ampts zu Alstadt (Ordine e intenzione della liturgia tedesca di Allstedt) – e di altri due scritti teologici – Von dem gedichten glauben (Della falsa fede) e Protestation oder Erbietung (Protesta o rimprovero). Con questi scritti Müntzer sancisce definitivamente il proprio distacco da Lutero. [Quest’ultimo deve vedersela anche con le numerose altre tendenze nonconformistiche che formano l’ala radicale della Riforma[147]: gli anabattisti (contro i quali egli pubblica Sull’autorità secolare fino a che punto si sia tenuti a prestarle obbedienza[148]), i seguaci di Carlostadio, la comunità informale di Kaspar Schwenckfeld von Ossig (1489-1561), il direttore della scuola umanistica di Norimberga Hans Denck (che dopo la sconfitta della guerra dei contadini, abbandonerà le posizioni di Müntzer e diffonderà dottrine irenistiche), la «Casa dell’amore» di Heinrich Niclaes, il sacramentarismo di David Joris (un pittore su vetro che ritiene essere già iniziata l’età dello Spirito santo e, sotto l’influsso di esperienze visionarie, si considera «il terzo Davide»), gli spiritualisti (Sebastian Franck e Valentin Weigel, ai quali si unirà, alla fine del Cinquecento, il calzolaio Jacob Böhme).]

 

1º luglio. Avendo Carlo V scatenato la persecuzione contro i riformatori nei suoi dominî ereditari, sulla Piazza Grande di Bruxelles vengono bruciati i monaci agostiniani Hendrik Voes e Jan van Esch: Lutero scrive una ballata di strada su di loro, adattando ai fini della Riforma il tema tradizionale del cristiano martirizzato[149] (le Fiandre, il Brabante e l’Olanda sono, fin dal Trecento, teatro di una vasta attività di sètte ereticali: libertini, Fratelli del Libero Spirito eccetera). [Nel corso dell’anno, ad Anversa si costituisce un gruppo segreto di spiritualisti, guidato dal proletario Loy Pruystinck, un copritetto di ardesie, uomo quindi illitteratus et mecchanicus (i «loisiani», sostenitori dell’azione diretta dello Spirito Santo nell’uomo e perciò negatori della necessità di qualunque figura della mediazione per conoscere le verità divine, verranno quasi completamente sterminati, ma un piccolo gruppo riuscirà a fuggire in Inghilterra)[150]. A partire dal 1527, saranno attivi in Belgio i cosiddetti «fratelli cristiani». Attorno al 1530, un raggruppamento anabattista, riunito attorno al pellicciaio Melchior Hoffmann (dapprima seguace di Lutero), si diffonderà nei Paesi Bassi e animerà l’esperimento chiliastico-rivoluzionario della città di Münster[151] in Vestfalia (sanguinosamente represso dagli eserciti uniti cattolico-luterani nel 1535, dopo un anno e mezzo di combattimenti).]

 

9 luglio. Ultima lettera di Müntzer a Lutero.

 

Giovanni Calvino entra alla Sorbona. [Vi si laureerà cinque anni dopo, recandosi poi a Orléans, dove si perfezionerà in giurisprudenza sotto il celebre Pierre de l’Estoile. Nel suo primo opuscolo, Psychopannychia (1534), colpirà la «feccia degli anabattisti» definendoli «invasati», «spiriti maligni» e «demoni».]

 

Autunno. Il conte Ernst von Mansfeld, proibisce ai suoi sudditi di recarsi ad Allstedt (Sassonia elettorale) per partecipare alla nuova liturgia in tedesco introdotta da Müntzer. Quest’ultimo reagisce immediatamente, prima scrivendo al conte una lettera molto polemica nella quale respinge punto per punto le accuse di eresia rivoltegli (22 settembre), e poi rivolgendosi direttamente all’elettore di Sassonia Federico il Savio (4 ottobre), che si limita a invitarlo a occuparsi in futuro solo di quanto possa contribuire all’insegnamento cristiano.

 

Giulio de’ Medici, col nome di Clemente VII, succede al papa Adriano VI.

 

26-28 ottobre. A causa di una sommossa popolare a carattere iconoclasta, il Consiglio di Zurigo indice una seconda disputa sulle immagini, la messa e il purgatorio. [Dopo tale disputa e la successiva (giugno 1524), nelle quali è il punto di vista di Zwingli a imporsi, in particolare sul rifiuto della dottrina della transustanziazione e sul carattere esclusivamente simbolico del pane e del vino nella Cena, il Consiglio cittadino disporrà: a) la rimozione di immagini, organi e reliquie dalle chiese; b) la soppressione delle processioni, delle feste dei santi e di alcuni sacramenti, quali la cresima e l’estrema unzione; c) lo scioglimento degli enti religiosi e l’incameramento dei loro beni per farli servire al sostentamento dei poveri, al mantenimento del culto e delle scuole (in particolare della scuola di esegesi biblica Prophezeï). Il 12 aprile 1525 verrà vietata la celebrazione della messa, sostituita da una nuova funzione eucaristica e da un battesimo rinnovato. Infine, nel 1526, i magistrati zurighesi emaneranno i regolamenti per il controllo della morale pubblica.]

 

 

 

1524

 

Una congiunzione prevista per quest’anno provoca il diffondersi di una panica aspettazione del diluvio o del giorno del Giudizio Universale[152].

 

1º gennaio. Compare la Protesta e dichiarazione di Thomas Müntzer, pastore ad Allstedt, a proposito del suo insegnamento e, per cominciare, della vera fede cristiana e del battesimo.

 

16 febbraio. Nella cattedrale di Strasburgo, Theobald Schwarz celebra la prima messa in tedesco (la città alsaziana, insieme all’Allstedt di Müntzer, è all’avanguardia nell’adozione di mattutini e vespri in lingua volgare).

 

24 marzo. Il Giovedì Santo, in seguito a un’accesa predica di Müntzer[153], viene incendiata e distrutta la cappella di Mallerbach, nei pressi di Allstedt, dedicata alla Madonna. Le monache dell’annesso chiostro denunciano immediatamente l’accaduto alle Autorità sassoni, chiedendo la punizione dei colpevoli: Müntzer viene accusato di essere stato l’istigatore di quest’azione, ma la popolazione della sua parrocchia lo sostiene compatta e dà vita al Bund der Auswählten (Lega degli Eletti).

 

29 marzo. Müntzer scrive a Melantone: «Cari fratelli, abbandonate le vostre attese e le vostre esitazioni; è ormai tempo, l’estate è già alla porta. Non vogliate intrattenere rapporti di amicizia con gli empi; impedite ch’essi rendano assolutamente inefficace la parola di Dio. Non adulate i vostri prìncipi, altrimenti voi stessi vi perderete insieme a loro. Voi, dolci scribi, non vogliatemene, non posso fare diversamente» (Melantone, definito da Engels un «prototipo di filisteo tisicuzzo e sedentario», si guarderà bene dall’aderire all’estremo invito rivoltogli dall’amico di un tempo: anzi, in una perizia redatta su richiesta del principe elettore del Palatinato, egli affermerà che i contadini «agiscono contro il Vangelo negando a Voi l’autorità e il potere e commettendo dei reati contro la Vostra persona […], tanto da far pensare che sia il diavolo a guidarli»[154]).

 

26 maggio. Prima insurrezione di contadini a Forchheim (all’inizio della sollevazione, pur definendola contraria al Vangelo, Lutero cerca di fare da mediatore, accusando i governi, soprattutto quelli delle regioni nelle quali i prìncipi e la nobiltà sono in maggioranza cattolici, di essere responsabili della grave situazione esistente nelle campagne, a causa della loro politica oppressiva).

 

4 giugno. Ziliax Knaute, membro del consiglio cittadino di Allstedt, viene arrestato quale responsabile degli incidenti di Mallerbach: in città la tensione cresce e la Lega degli Eletti si rafforza, passando da trenta a circa cinquecento iscritti e dotandosi di una struttura militare clandestina.

 

Estate. A Memmingen, una città imperiale di tradizioni fortemente ostili al patriziato (già nel Quattrocento vi si erano registrate aspre tensioni sociali, causate dalla miseria dei tessitori), i contadini e una parte degli stessi cittadini si rifiutano di versare le decime. L’incarcerazione del mastro fornaio Hans Hölzlin provoca un tumulto che vede coinvolte oltre cento persone (a Memmingen opera da tempo il predicatore Christoph Scheppeler, perorando la causa dei poveri[155] contro i ricchi e predicando contro la dissolutezza dei chierici, la posizione del papa, la messa, l’intercessione dei santi e gli argomenti biblici usati a copertura dell’istituto della decima).

 

Fine giugno-ottobre. Insurrezione dei contadini della Turgovia (cantone annesso alla Confederazione elvetica nel 1460). I contadini del langraviato di Stühlingen si rifiutano di compiere le loro prestazioni e chiedono l’abolizione dei nuovi gravami unitamente al ripristino della libertà personale (tra cui la libertà di portare schioppi e balestre). «Verso il giorno di San Giovanni [24 giugno], scoppiò una grave lite fra il langravio Sigmund von Lupffen, signore di Stühlingen, e la sua povera gente di Bonndorf, e lo stesso avvenne anche a Ewattingen e Bettmaringen, e furono eletti 16 capitani dappertutto nei luoghi della contea, finché il 1º settembre una schiera di ottocento uomini e donne, si diresse verso Waldshut dichiarando di non volere più prestare nemmeno un giorno di lavoro per i signori»[156] (alla testa dei contadini sta l’ex lanzichenecco Hans Müller von Bulgenbach). «La domenica dopo San Michele [29 settembre], i contadini avanzarono da Stühlingen, Ebentigen e Bonndorf, molto uniti e in grande numero, e il giovedì seguente, divisi in tre schiere, si avvicinarono a Bacheim. Quella stessa mattina fuggirono da Bacheim il nobile Hans e il nobile Burckart von Schellenberg, che si rifugiarono a Villingen presso il nobile Jacob Friburger dopo avere abbandonato i loro beni, perché i contadini reclamavano giustizia contro i signori»[157]: di fronte al rapido estendersi del movimento, la nobiltà dell’Alta Svevia è presa dal panico, avendo le proprie forze militari impegnate in Italia contro il re di Francia Francesco I, e decide perciò di addivenire a un armistizio. [L’accordo verrà concluso in autunno nel campo ribelle di Ewattingen: promessa di un accordo amichevole con i contadini e di un esame dei loro reclami da parte del tribunale regionale di Stockach (che, riunitosi alla fine di dicembre, tirerà in lungo i dibattimenti nell’attesa che i nobili, i prìncipi e la Lega Sveva siano pronti ad affrontare la guerra).]

 

13 luglio. Invitato, secondo la normale prassi per la conferma dei pastori nel loro ministero, a pronunciare un sermone di prova alla presenza delle Autorità, Müntzer tiene la Predica ai prìncipi: operando un ardito détournement in senso rivoluzionario del versetto 13 della paolina Epistola ai Romani, un locus classicus dell’obbedienza all’autorità civile, invita i governanti della Sassonia ad aderire alla Lega degli Eletti e a proteggerne l’opera con le armi (per aver stampato questa predica, il tipografo di Müntzer ad Allstedt verrà esiliato da Giovanni Federico il Costante di Sassonia).

 

19 luglio. Carlostadio scrive per l’ultima volta a Müntzer. Benché conservi un tono amicale, questa lettera non lascia dubbi sull’indisponibilità del pastore di Orlamünde ad accogliere l’invito a farsi membro della Lega degli Eletti e mostra chiaramente la volontà dello scrivente di dissociarsi, prima che sia troppo tardi, dall’operato del suo collega di Allstedt.

 

1º agosto. Müntzer viene convocato a Weimar per essere interrogato, a porte chiuse, sulle vicende di Allstedt. Dopo essersi difeso dall’accusa di mene sediziose e aver ottenuto la libertà provvisoria, di fronte all’ingiunzione di sciogliere la Lega degli Eletti, chiudere la stamperia e astenersi a tempo indeterminato dalla predicazione, Müntzer fugge (notte tra il 7 e l’8 agosto) e si dà alla clandestinità (nel frattempo Lutero pubblica la famosa Lettera ai prìncipi di Sassonia sullo spirito sedizioso di Allstedt: un’aperta denuncia contro Müntzer e un invito alle autorità a «mettere il colpevole al bando»). Il giovane principe Giovanni Federico, nipote ed erede designato di Federico il Savio, già associato al governo della Sassonia insieme allo zio e al padre, scrive a un suo subordinato: «Passo giornate tremende a causa di quel demonio di Allstedt. Gentilezza e lettere non servono. La spada ch’è stata stabilita da Dio per punire chi fa il male dovrà essere usata con energia. Anche Carlostadio sta agitando qualcosa e il diavolo vuol diventare il padrone». [Convocato a Jena per discolparsi, Andreas Bodenstein di Karlstadt riuscirà dapprima a convincere Lutero dell’infondatezza dell’accusa di condividere le posizioni dello «spirito sedizioso di Allstedt»: «Mi fate violenza e ingiustizia se mi considerate alla stregua di quello spirito micidiale. Io non ho niente a che fare con il suo ardore rivoluzionario, lo dichiaro solennemente a tutti questi fratelli». Dopo una visita a Orlamünde, però, constatata l’atmosfera rivoluzionaria presente in quella congregazione, Lutero si assocerà alla richiesta di metterlo al bando, e Carlostadio dovrà quindi lasciare la Sassonia (18 settembre 1524)[158].]

 

Metà agosto-fine settembre. Müntzer giunge nella libera città imperiale di Mühlhausen, dov’è in corso un’aspra contesa fra patriziato e proletariato, che dal luglio 1523, con l’appoggio delle corporazioni artigiane, è riuscito a imporre una modifica della composizione del consiglio cittadino (Mühlhausen, con i suoi 7.500 abitanti e i 19 villaggi annessi è la più grossa città della Germania centrale: il 40% ca. della popolazione inframuraria è costituito da artigiani, un altro 35% da agricoltori; il 25% ca. della popolazione è prossima alla soglia di povertà, e il 10% è al di sotto di questa soglia e priva di qualunque proprietà; la situazione è ancora peggiore nei sobborghi, dove la percentuale dei poveri sfiora il 40%). Di lì a poco, la tensione sfocia in un’insurrezione popolare che porta allo scioglimento del consiglio cittadino. A fine settembre l’oligarchia cittadina, alleandosi con una parte della borghesia e con i contadini del circondario, riesce a riprendere in mano la situazione. Müntzer, costretto a fuggire (27 settembre), si rifugia a Norimberga.

 

Ottobre-novembre. Müntzer pubblica altri due importanti scritti, Esplicita messa a nudo della falsa fede del mondo infedele e Confutazione ben fondata e risposta alla carne senza spirito che vive mollemente a Wittenberg e che in modo perverso, mediante il furto della sacra scrittura, ha macchiato miseramente la compassionevole cristianità: il primo, che è un commento al “Magnificat” del Vangelo di Luca (1, 46-55), è un libello molto aggressivo contro la tirannia dei signori; il secondo una replica aspra e sarcastica alla lettera di Lutero ai prìncipi di Sassonia (entrambi gli opuscoli vengono confiscati dal consiglio cittadino di Norimberga appena usciti di tipografia). Di nuovo costretto a lasciare Norimberga, Müntzer trascorre l’inverno tra la Svevia, la Svizzera e la Foresta Nera, dedicandosi a organizzare le schiere contadine (nuovamente riunitesi a causa della pretesa nobiliare che i contadini, in attesa della decisione del tribunale regionale di Stockach, riprendano le prestazioni contestate)[159]. Il 18 novembre, i contadini della Foresta Nera presentano sedici articoli al Consiglio della città di Villingen (abolizione del diritto di caccia, delle corvées, dei balzelli e dei privilegi signorili, protezione contro gli arresti arbitrari e contro la parzialità dei tribunali). Solo parzialmente soddisfatti dalla risposta ricevuta sei giorni dopo, i ribelli cercano alleati e appoggio nei territorî limitrofi, penetrando profondamente nel Württemberg. Il comandante dell’esercito nobiliare Georg Truchseß von Waldburg (che nella primavera del 1523 aveva sconfitto la ribellione dei cavalieri franconi), paventando i rischi di un affrontamento diretto con le schiere di Hans Müller von Bulgenbach, preferisce temporeggiare, intavolare lunghe trattative con i contadini e concludere qua e là qualche accordo, in attesa di tempi più propizi (il Waldburg deve vedersela anche con grosse difficoltà nel reclutamento e con le numerose diserzioni di lanzichenecchi che non vogliono «combattere contro i fratelli» contadini).

 

12 dicembre. Allarmati dal successo dell’imperatore, Clemente VII, Venezia e Firenze stringono un’alleanza segreta con la Francia (donde la collera di Carlo V contro il papa ch’era stato il suo protetto: sospensione delle pressioni esercitate sui luterani tedeschi, iniziativa che Clemente VII a sua volta considererà imperdonabile).

 

Da Panama, parte la prima spedizione di Francisco Pizarro alla ricerca del Perù. [Nella seconda spedizione del 1526, il conquistador entrerà in contatto con gli Inca. Nel 1532, Diego de Almagro e Francisco Pizarro ritorneranno per debellare l’Impero inca, già in preda a una guerra civile, sconfiggendo l’imperatore Atahualpa nella piana di Camajarca. Nel novembre del 1533, dopo aver ucciso Atahualpa, nonostante il favoloso riscatto estortogli, Pizarro s’impadronirà della capitale Cuzco, ma l’anno seguente dovrà affrontare una grande rivolta, schiacciata definitivamente nel 1536 (tuttavia agli spagnoli occorreranno altri quarant’anni per liquidare la resistenza organizzata da Manco e Tupac Amaru, che verrà esecutato nel 1572). Tra il 1539 e il 1541, tutti i capi conquistadores – Diego de Almagro e i suoi figli, Francisco Pizarro e i suoi fratelli – troveranno la morte nella guerra fratricida scoppiata intorno alla divisione del bottino. Nel 1542 verrà istituito il vicereame della Nuova Castiglia (con capitale Lima). Nel 1543, i coloni si solleveranno contro le Nuevas Leyes promulgate da Carlo V nel 1542 e intese a sopprimere l’encomienda: di fronte a questa rivolta, la Corona spagnola deciderà di mantenere in vita l’istituto, pur rafforzando i controlli (nel 1548, il viceré La Gasca, per simboleggiare la ritrovata pace tra gli spagnoli, fonderà la città di La Paz). Nel 1545, la scoperta delle miniere del Potosí farà della Nuova Castiglia la principale fonte di approvvigionamento di metalli preziosi per l’Europa, con un conseguente calo della produzione dell’argento europeo, ridotta, alla vigilia della Guerra dei Trent’anni, a meno di un terzo di quella degli anni Venti e Trenta del xvi secolo[160] («La scoperta delle terre dell’oro e dell’argento in America, lo sterminio, la riduzione in schiavitù e il seppellimento nelle miniere della popolazione indigena, l’incipiente conquista e saccheggio delle Indie Orientali, la trasformazione dell’Africa in riserva di caccia commerciale alle pelli nere, contrassegnano gli albori dell’èra di produzione capitalistica. Questi processi idilliaci sono momenti essenziali dell’accumulazione originaria»[161]).]

 

In Spagna, viene istituito il Consejo Real y Supremo de las Indias, una sezione speciale del Consiglio reale incaricata di sorvegliare le attività della Casa de Contratación: la casa commerciale istituita a Siviglia[162] nel 1503 che, in cambio del versamento alla Corona di un quinto degli utili, gode del monopolio dei traffici con le colonie (anche il Portogallo, a partire dal 1514, applica il principio del monopolio, tramite la Casa de India, e del controllo diretto dello Stato sullo sfruttamento delle colonie, ma questa misura non basterà ad assicurare ai sovrani il godimento effettivo delle entrate cui avrebbero avuto diritto, tant’è che nella seconda metà del secolo l’amministrazione portoghese in Asia verserà in condizioni assai precarie). [La seconda fase dell’espansione dell’Europa sarà caratterizzata dall’istituzione delle chartered companies e dalla sostituzione del modello «estrattivo» iberico con un sistema commerciale mondiale ancora più aggressivo (Amsterdam diventerà dopo Venezia, Siviglia e Anversa[163] l’emporio d’Europa e la capitale del commercio mondiale, per essere a sua volta sostituita da Londra).]

 

Apianus (Peter Bennewitz) pubblica il suo trattato sui metodi cartografici.

 

Compare l’erasmiano De libero arbitrio (al cui riguardo si produrrà la contesa Lutero-Erasmo, nel corso della quale una parte degli umanisti che avevano aderito al campo riformato ne uscirà).

 

Altdorfer è borgomastro a Regensburg.

Gennaio. Tutta la regione compresa tra il Danubio, il Reno e il Lech è in fermento. A Norimberga, Pencz e i fratelli Beham vengono processati, condannati ed espulsi. Chiamato in causa in questo processo, lo spiritualista Hans Denck deve presentare di fronte al Consiglio cittadino una «confessione», che rivela una vicinanza d’ispirazione con certe idee di Müntzer[164].

 

21 gennaio. A Zollikon, presso Zurigo, si celebrano i primi battesimi di adulti (tutti contadini poveri e braccianti agricoli) nella comunità anabattista sórta nei mesi precedenti tra gli uditori di Zwingli, portando alle estreme conseguenze il suo richiamo alla Bibbia (nelle settimane precedenti il Consiglio cittadino aveva reso obbligatorio il battesimo dei bambini entro l’ottavo giorno dalla nascita e aveva proibito le riunioni dei dissidenti). Benché sottolineino la loro estraneità ai moti rivoluzionari e la loro avversione per la guerra, gli anabattisti sono oggetto di continui attacchi da parte di Zwingli (Del battesimo, dell’anabattismo e del battesimo dei bambini, maggio 1525), che ne fa gettare in carcere alcuni e altri ne espelle prima dalla città e poi da tutto il territorio soggetto all’amministrazione zurighese (questo esilio forzato contribuirà alla diffusione dell’anabattismo nelle varie regioni svizzere). I Fratelli svizzeri – il primo ramo degli anabattisti, così chiamato per la sua origine – hanno in effetti contatti con Müntzer e incrociano la rivolta dei contadini, in particolare attraverso Hans Hut (un legatore di libri e libraio originario della Turingia) e Balthasar Hubmaier (capo di un esercito di contadini a Waldshut). [Dopo la sconfitta della rivoluzione, il predicatore Hubmaier, rifugiatosi a Zurigo, verrà costretto ad abiurare le sue dottrine (il che non gli risparmierà, il 10 marzo 1528, la morte su di un rogo viennese, mentre sua moglie verrà gettata nel Danubio con una grossa pietra al collo). Per parte sua Hut si unirà a Jakob Widemann (detto Jakob il guercio, capo dei gruppi che nelle campagne intorno a Nikolsburg praticano la comunione dei beni e si rifiutano di pagare le tasse): da questa unione nascerà un movimento di tipo millenaristico e apocalittico. Hut verrà imprigionato dai baroni di Liechtenstein (con l’approvazione di Hubmaier), che ordineranno poi agli Stäbler (uomini del bastone) di emigrare: i seguaci di Wideman si stabiliranno allora nelle vicinanze di Austerlitz, dove verranno presto raggiunti da Jakob Huter (con notevoli contingenti di anabattisti tirolesi). In generale, le carneficine che accompagneranno la disfatta contadina rafforzeranno le tendenze pacifiste in seno all’anabattismo. Faranno però eccezione i gruppi della Germania centrale (ispirantisi ai chiliasti di Tábor e a Müntzer) che nel 1527 cercheranno di attaccare Erfurt, per poi dedicarsi all’incendio dei poderi e dei granai di proprietà dei nobili: uno dei capi dell’anabattismo rivoluzionario, Augustin Bader, verrà perciò dilaniato a Stoccarda nel 1530 e decine di altri predicatori saranno condannati a morte dagli inquisitori, d’intesa con le Autorità cattoliche e con quelle evangeliche (anche il governo di Zurigo perseguiterà gli esponenti della Riforma radicale[165]).]

 

22 gennaio. A Danzica, esplode la tensione sociale accumulatasi nelle settimane precedenti (nella città baltica, alla fine del 1524, le chiese e i monasteri considerati più ostili alla Riforma erano stati assaltati e distrutti: «Il Consiglio cittadino, composto di nobili, reagì energicamente arrestando i capi dei disordini. Al conflitto religioso si sovrapponeva ormai la lotta sociale di artigiani, salariati e proletari urbani contro il governo patrizio di mercanti e finanzieri. Il popolo in tumulto chiedeva l’abolizione delle tasse e la pubblicazione dei rendiconti finanziari del Consiglio»[166]). Gli insorti fanno irruzione nell’assemblea e la costringono ad approvare alcune riforme ecclesiastiche. Vedendone poi ritardata l’applicazione, cacciano il Consiglio e ne installano uno nuovo che abolisce i riti cattolici, incamera nel demanio municipale le proprietà ecclesiastiche, sopprime tutti i monasteri tranne due e affida le chiese a parroci riformati. Le autorità spodestate si appellano a re Sigismondo (spaventato da questa minaccia di sovversione sociale e dal pericolo di una secessione di Danzica e di tutta la Prussia occidentale).

 

Gennaio-febbraio. Rivolta dei minatori di Schwaz: in questo momento, però, non c’è accenno d’insurrezione contadina nella valle dell’Inn (il Tirolo del primo Cinquecento conosce la formazione, accanto all’agricoltura semifeudale, di un forte settore protocapitalistico: «possesso delle miniere in mano ai banchieri augustani, creazione di un ceto di amministratori locali del capitale straniero ivi investito, formazione di una massa di salariati trasformati direttamente da contadini in minatori, attività commerciali in possesso dei padroni delle miniere, diffusione del Verlagssystem ecc.»[167]).

 

24 febbraio. Sul campo di battaglia di Pavia, in meno di un’ora, gli spagnoli e i lanzi tedeschi capeggiati da Georg von Frundsberg (1473-1528) riportano una schiacciante vittoria sulle truppe di Francesco I, ch’era disceso in Italia ai primi dell’ottobre 1524, al comando di un esercito di 2 mila lance, 3 mila cavalieri e 25 mila fanti, in gran parte svizzeri, guasconi e tedeschi[168]. Il Milanese è perduto, il re di Francia disarcionato e fatto prigioniero (Luisa di Savoia, reggente durante la prigionia del figlio Francesco I, rivolgerà un appello al sultano, che darà risposta favorevole nel febbraio 1526). Gli umanisti al servizio della corte imperiale esultano: ora Carlo V potrà istituire il suo Imperium, riformare la Chiesa, porre fine allo scisma e guidare la Cristianità contro i turchi. Questa giornata ha un’importante ricaduta anche sulla situazione interna all’Impero: sarà infatti solo dopo la battaglia di Pavia che la Lega Sveva potrà radunare un esercito mercenario adeguato alla bisogna e potrà così impegnare frontalmente le schiere contadine.

 

Febbraio. La Svevia è in rivolta: «Nel loro insieme, i problemi economici, le tensioni sociali e la maggiore dipendenza dalla signoria avevano determinato una situazione di conflitto e di pericolo, quale mai si era verificata nei secoli precedenti»[169]. Il 9 febbraio, i contadini della regione di Ulm costituiscono un campo di circa 12 mila uomini, sotto il comando del fabbro Ulrich Schmid (è la banda di Baltringen, che inalbera una bandiera rossa). Il 25 febbraio, sulle rive dello Schussen si forma la banda dell’Oberallgäu (7 mila uomini), che riceve rinforzi dalle città di Kempten, Memmingen e Kaufebeuren in lotta contro l’arcivescovo. Ai primi di marzo, su sollecitazione dei contadini dell’Allgäu, sulle sponde del lago di Costanza si forma la banda del lago (diretta dal contadino Eitel Hans). Contemporaneamente 7 mila uomini si radunano nel Basso Allgäu e formano un campo a Wurzach (è la banda dell’Unterallgäu). Un’altra formazione nasce sul Danubio (è il gruppo di Leipheim, diretto da Ulrich Schön). Müntzer ritorna a Mühlhausen, dove la situazione è incandescente. [Il 17 marzo, scoppia un’insurrezione, sotto la guida dell’ex monaco Heinrich Pfeiffer (discepolo di Müntzer ma vicino al partito moderato borghese), che rovescia il vecchio consiglio patrizio. Su suggerimento di Müntzer, viene trovata una mediazione civica, con l’istituzione di un Consiglio Eterno, la promulgazione di una costituzione democratica repubblicana e l’organizzazione di una forte difesa militare. Müntzer, che è stato raggiunto da Storch e dai suoi amici di Zwickau ed è in collegamento con diversi gruppi di insorti (Sangerhausen, Frankenhausen, Sondershausen, Nebra, Stolberg, Mansfeld, Allstedt, Nordhausen, Halle, Salza, Eisenach e Bibra), si propone di fare di Mühlhausen il centro organizzativo del movimento rivoluzionario che va propagandosi tra lo Harz, la Sassonia e la Turingia[170] (le numerose Lettere di questo periodo testimoniano del suo sforzo di unificare questo movimento attraverso l’alleanza tra contadini, minatori e ceti popolari urbani).]

 

Marzo. Compaiono I fondamentali e veri articoli principali di tutta la popolazione agricola e di tutti i fittavoli delle autorità ecclesiastiche e secolari, dalle quali essi si ritengono oppressi (meglio noti come i Dodici Articoli): 1) diritto per la comunità di scegliere e destituire il parroco[171], 2) abolizione delle piccole decime e impiego delle grandi per scopi pubblici (una volta detrattone lo stipendio del parroco), 3) abolizione della servitù della gleba, 4) restituzione alla comunità dei diritti di caccia, pesca e 5) legnatico (previo riconoscimento delle proprietà legittimamente acquisite), 6) limitazione delle corvées, 7) degli oneri e 8) dei canoni, 9) cessazione degli arbitrî nell’amministrazione della giustizia, 10) restituzione alla comunità dei pascoli e dei campi acquisiti abusivamente, 11) completa abolizione del mortuario[172], 12) fondazione sulla Scrittura della validità delle norme di legge, degli usi e delle consuetudini. [Scritti tra il 28 febbraio e il 3 marzo 1525, stampati nello stesso mese di marzo, i Dodici Articoli conoscono un’immediata diffusione in tutte le regioni, con ben venticinque edizioni in tre mesi e una tiratura di 25 mila copie. Il 6-7 marzo, una cinquantina di rappresentanti delle tre principali schiere della Svevia si dànno convegno nella sala della corporazione dei piccoli commercianti di Memmingen[173] e si uniscono in giuramento nella Landschaft «dei raggruppamenti d’Algovia, lago di Costanza e Baltringen», accettando solennemente i Dodici Articoli (inoltre, in varie zone della Germania, i contadini armati fanno giurare le città e i nobili passati sotto la loro influenza). «La corrente radicale aveva definito il suo programma nella Lettera-Articolo, scritta sotto l’influenza diretta di Thomas Müntzer prima dell’inizio della guerra. […] Mentre i Dodici Articoli invocano una riforma sociale e politica, la Lettera-Articolo chiama all’instaurazione della comunità egualitaria, la confraternita e unione cristiana destinata a divenire la sola forma di potere e di organizzazione della società. La Lettera-Articolo propone un rovesciamento del mondo: sono ormai i ricchi e i potenti di sempre che devono essere esclusi. Se i Dodici Articoli saranno la base di discussione con le Autorità, la Lettera-Articolo sarà la base di tutte le azioni condotte contro le Autorità»[174]. Stante la situazione di aperta rivolta che regna nelle campagne, il programma di rivendicazioni ecclesiastiche e sociali compendiato nei Dodici Articoli, per quanto più moderato rispetto a quello del Bundschuh di trent’anni prima, risulta inaccettabile per i signori feudali e i prìncipi. Ma invece di trarne le debite conseguenze, dedicandosi all’organizzazione dello scontro armato ormai inevitabile, la maggioranza delle schiere contadine punta a una soluzione di arbitrato: sotto la guida dell’arciduca Ferdinando d’Austria, fratello dell’imperatore Carlo V, e di Martin Lutero, un’assise di riformatori e politici provenienti da tutta la Germania avrebbe dovuto vagliare le richieste dei contadini. La disposizione attendista prevalente tra i contadini consente ai nobili di prendere tempo, in attesa di approntare un esercito sufficientemente forte, fingendosi disponibili a trattare, così da indurre la massa dei rivoltosi a tornare alle loro case, isolare le schiere rimaste in armi e sconfiggerle separatamente (con ciò sfruttandone l’incapacità di andare al di là di un’unione su base regionale e di gestire unitariamente le coordinate spazio-temporali della lotta).]

 

Metà marzo. Scoppiano torbidi sul Basso Neckar, nell’Odenwald, nella Bassa e Media Franconia, nel Württemberg (qui le città distrettuali, a parte Stoccarda e Tubinga, hanno una popolazione prevalentemente agricola, al punto che i Dodici Articoli fanno da supporto sia per le loro richieste sia per quelle dei villaggi).

 

Fine marzo. Nei territorî di Limpurg, Ellwangen e Hall si costituisce la «banda chiara comune», molto violenta, che a partire dal 2 aprile fa insorgere tutta la zona, incendia castelli e conventi (tra cui il castello di Hohenstaufen), spingendo tutti i contadini a unirsi alla sua marcia e tutti i nobili a entrare nella fratellanza cristiana.

 

Fine marzo-primi di aprile. La Franconia è sconvolta da una sollevazione generale: Nördlingen elegge borgomastro il capo plebeo Anton Forner e realizza l’unità di lotta con i contadini che il 22 marzo hanno formato due campi armati nei pressi della città; gli artigiani e la plebe di Rothenburg ob der Tauber rovesciano il potere dei notabili (27 marzo)[175]; il 1º aprile, si sollevano i contadini e le piccole città del vescovado di Würzburg; in capo a cinque giorni è costretto a capitolare il vescovo di Bamberga (in quest’ultima diocesi, nel corso di una campagna condotta dalle schiere contadine sotto la direzione della loro leadership nominata dal basso, il «gallo rosso»[176] si abbatte su circa 150 tra monasteri e castelli[177]); ai confini della Turingia si costituisce un forte campo armato a Bildhausen; il monastero di Schoenthal viene preso dalla formazione comandata da Wendel Hipler (un notaio già segretario degli Hohenlohe), cui si sono uniti i contadini della valle del Neckar guidati da Jäcklein Rohrbach (4 aprile). Appaiono gli Articoli dei contadini e dei cittadini di Bamberga, intesi a rafforzare l’alleanza tra il contadiname e la popolazione urbana: in varie città, anche al di fuori dell’area interessata dalla rivolta, scoppiano disordini stimolati dalle richieste dei contadini (Worms, Spira, Francoforte, Magonza, Friedeberg, Limpurg, Colonia, Münster, Osnabrück, Minden, Utrecht, Herzogenbusch, Thorn, Elbing e Danzica). [Un’intenzione convergente con il documento di Bamberga verrà espressa anche da Florian Geyer, comandante delle schiere contadine nella zona del fiume Tauber, parlando dinanzi alle autorità della città imperiale di Rothenburg (14 maggio 1525).]

 

2 aprile. La data prevista per l’inizio dei negoziati generali, destinati a far tornare nella società l’amore cristiano ora turbato[178], vede invece il rilancio generalizzato dell’insurrezione: la banda di Leipheim appicca il fuoco alla residenza signorile di Schemmerberg; contemporaneamente, analoghe azioni vengono intraprese dai contadini dell’Allgäu, dello Hegau e del lago di Costanza.

 

4 aprile. L’esercito federato svevo, comandato da Georg Truchseß von Waldburg, attacca in forze e batte facilmente la banda di Leipheim: circa un migliaio di rivoltosi vengono trafitti e molte centinaia affogati nel Danubio (mentre i capi della banda di Leipheim, tra cui Jacob Wehe, vengono impiccati pubblicamente a mo’ di esempio). [Dopo la vittoria di Leipheim, Truchseß, rimasto bloccato fino al 10 aprile da una rivolta di lanzichenecchi, aggancerà e disperderà la banda di Baltringen (11 aprile), ma verrà poi battuto dal gruppo del lago, cui si sono uniti gli sconfitti di Baltringen (15 aprile). Minacciato di accerchiamento dal sopraggiungere delle formazioni dell’Allgäu e dello Hegau (che porterebbe a 30 mila armati gli effettivi delle schiere contadine), Truchseß riuscirà a togliersi da questa situazione di gravissima difficoltà grazie al patto di Weingarten stipulato con il gruppo del lago, con quelli di Baltringen e con i delegati dell’Alto e del Basso Allgäu (17 aprile), potendo così disimpegnarsi e accorrere in aiuto dei prìncipi di altre zone (a luglio, egli sarà in grado di rimangiarsi la concessione del tribunale arbitrale e di costringere i suoi contadini a un’obbedienza senza condizioni).]

 

6 aprile. Pfullingen capitola dinanzi ai contadini in armi: il governo dell’arciduca Ferdinando d’Austria manca di denaro e dispone di poche truppe (dieci giorni dopo, il tentativo del governo di utilizzare le truppe di leva della città di Bottwar determina la costituzione del campo di Wunnestein, formato da borghesi e contadini; nello stesso giorno scoppia l’insurrezione nello Zabergäu).

 

13-22 aprile. A Fulda, oltre 10 mila contadini insorgono e dànno vita alla schiera di Werra, distruggendo castelli, conventi e chiese (questa zona è stata teatro di ben quattro episodî insurrezionali negli ultimi nove anni: 1516, 1521, 1523 e 1524).

 

14 aprile. Il principe elettore di Sassonia Federico il Savio scrive: «Se tale è la volontà di Dio, il governo dell’uomo comune sarà presto una realtà» (ciò a testimonianza della gravità della situazione e dello scoramento che s’è impadronito di una parte dell’élite tedesca).

 

Metà aprile. Insorgono i contadini del vescovado di Strasburgo, subito seguiti da quelli dell’Alsazia e del Sundgau (i punti programmatici della banda basso-alsaziana sono assai più radicali di quelli svevo-franconi[179]).

 

Seconda metà di aprile. I contadini accampatisi in armi attorno a Memmingen intercettano una lettera con la quale il consiglio cittadino chiede alla Lega Sveva d’intervenire militarmente contro di loro (le truppe signorili entreranno nella città a giugno: Hölzlin riparerà in Svizzera[180], da dove cercherà di promuovere una nuova insurrezione dell’Algovia; coloro, come ad esempio il predicatore Scheppeler, che non fuggiranno andranno incontro a impiccagioni e galera).

 

16 aprile. Rivolta nel Württemberg. La schiera di Odenwald conquista la città e il castello di Weinsberg, umiliando la contessa von Helfenstein (che, nonostante sia figliastra dell’Imperatore, viene vestita di stracci e portata in trionfo a Heilbronn su di un carro di letame) e giustiziando a colpi di picca quattordici nobili, tra cui il balivo Ludwig von Helfenstein (la propaganda anticontadina, dimentica delle efferatezze abitualmente perpetrate dalla Lega Sveva, sfrutterà per decenni questo atto di vendetta[181]).

 

17-18 aprile. Durante un tumulto, guidato da artigiani e vignaioli, le porte di Heilbronn vengono aperte alle bande armate di Georg Metzler e Jäcklein Rohrbach. L’indomani, la città viene accolta nella fratellanza evangelica, cui contribuisce con 1.200 fiorini (solo i beni del clero e dei cavalieri dell’Ordine teutonico vengono sottoposti a tributi) e una compagnia di volontari (dopo la partenza dei contadini, l’opposizione borghese e il notabilato si oppongono però a ogni azione fattiva in loro sostegno e attendono solo l’arrivo dell’esercito dei prìncipi per cambiare di campo).

 

17-20 aprile. Lutero compone l’Esortazione alla pace, sopra i Dodici Articoli dei contadini di Svevia (in tedesco): in questo testo, pur giustificando il servaggio, negando teologicamente ai contadini ogni diritto alla rivolta e respingendo la maggior parte delle loro rivendicazioni, Lutero propone l’istituzione di una commissione arbitrale (ma senza rappresentanti dei contadini).

 

23 aprile. Rivolte nel Palatinato e in Svizzera.

 

26 aprile. Nel Württemberg, la situazione pare volgere a favore dei contadini, che riescono a prendere la capitale Stoccarda, grazie all’apertura delle porte della città da parte dei plebei rivoluzionari. Il governo territoriale è costretto a rifugiarsi a Tubinga, sotto la guida di Wilhelm Truchseß von Waldburg, cugino del comandante dell’esercito federato svevo. Scoppia una rivolta nella città di Magonza.

 

26-27 aprile. Müntzer, sulla cui chiesa sventola una bandiera di seta con i colori dell’arcobaleno[182], scrive un Proclama ai cittadini di Allstedt, invitandoli a rifiutare le trattative con i prìncipi e a insorgere senz’ulteriore indugio: «I contadini di Eichsfeld si fanno beffa dei loro signori; non intendono usare la loro clemenza. Fateci ben caso e vi sia di esempio. Su, su, su, tocca a voi, è tempo. […] Date questa lettera ai compagni minatori. […] Su, su, su finché il fuoco arde. Non lasciate raffreddare la vostra spada, non v’infiacchite! Battete, pink, pank, pink, pank sull’incudine di Nembrod, abbattete la loro torre. Finché essi vivono non è possibile che vi liberiate dal timore umano. Non vi possono parlare di Dio finché essi signoreggiano su di voi. Su, su, su mentre la luce vi accompagna, Dio vi precede, seguite, seguite!» (firmato: «Thomas Müntzer servo di Dio contro gli empi»).

 

27 aprile. Sollevazione urbana a Colonia.

 

28 aprile. I contadini in armi occupano la ricca città commerciale di Erfurt.

 

28 aprile. I contadini di Eichsfeld insorgono, distruggendo castelli e conventi, per poi dirigersi verso Mühlhausen con 8 o 9 carri carichi di bottino (in una lettera del 1º maggio alle Autorità sassoni, l’«esattore del censo» di Allstedt scrive: «La cosa cresce rapidamente e la plebe è in rivolta contro i signori e intende distruggere i conventi. Dappertutto nei dintorni i signori si rifiutano di proteggere i conventi. Ovunque regna sovversione e distruzione. Quelli di Frankenhausen e Sondershausen si sono rivoltati contro i loro signori, hanno distrutto i conventi. E la stessa musica è anche a Nordhausen, Stolberg, Schwarzburg»).

 

30 aprile-5 maggio. Insorge tutto il territorio di Magonza: la nobiltà è costretta ad aderire alla fratellanza evangelica se vuole che vengano risparmiati i suoi castelli (gli elementi più radicali guidati da Jäcklein Rohrbach, principale artefice dell’azione di Weinsberg, non condividendo la linea della trattativa con i nobili, si staccano dalla banda di Georg Metzler).

 

1º maggio. Nel Palatinato, dopo aver devastato molti castelli e conventi, le bande contadine conquistano Neustadt sullo Hardt.

 

2 maggio. Insurrezione nel Baden.

 

3-4 maggio. A Frauenberg, il langravio Filippo d’Assia batte le bande contadine di Fulda. L’indomani riconquista la città (approfittando dell’occasione non solo per svincolarsi dalla sovranità dell’abate Johann von Hennenberg, ma anche per trasformare l’abbazia di Fulda in un feudo dell’Assia). Quindi, conquistate Eisenach e Langensalza, muove alla volta di Mühlhausen, insieme alle truppe del duca di Sassonia.

 

5 maggio. Muore l’elettore di Sassonia Federico il Savio, che nel corso dell’anno precedente aveva aderito alla Riforma (così come il langravio d’Assia Filippo). Gli succede il fratello Giovanni, che ne conferma l’orientamento (nel 1525 entra nel campo riformato anche Alberto di Hohenzollern, che secolarizza le terre dell’Ordine teutonico, si riconosce vassallo del re di Polonia e ottiene di conservare il ducato, ereditario tra i suoi discendenti maschi).

 

Primi di maggio. In Svevia, appare un testo indirizzato A tutti i contadini riunitisi in schiere nella Germania meridionale, nel quale l’anonimo Autore insiste sulla necessità di elaborare un’efficiente organizzazione militare, invita a rafforzare i contenuti programmatici della fratellanza cristiana in senso socio-politico e dimostra teologicamente la necessità di ribellarsi al tiranno (individuato in colui che pecca sia contro Dio, impedendo ai veri cristiani la predicazione del Vangelo, sia contro i sudditi, imponendo loro gravami e tassazioni illegittime)[183].

 

5-8 maggio. Il vescovo di Würzburg, dopo il fallimento della dieta ivi apertasi il 2 maggio, abbandona precipitosamente la città e fugge a Heidelberg (5 maggio). L’indomani, la «banda nera» di Florian Geyer giunge nei dintorni di Würzburg e vi si accampa. Il 7, arriva anche la «banda chiara luminosa» guidata da Götz von Berlichingen. L’8, i plebei di Würzburg, raggruppati intorno al capo del partito popolare dei quartieri bassi Bermeter, al pittore Dietmer e allo scultore Riemenschneider, costringono il Consiglio cittadino a entrare nella confraternita contadina: inizia l’assedio dell’enorme fortezza del Marienberg che sovrasta la città.

 

6-10 maggio. Dopo un viaggio attraverso la Turingia in rivolta e sotto l’incalzare delle notizie provenienti dai campi di battaglia, Lutero, visti fallire i suoi tentativi di presentarsi come mediatore e pacificatore, redige il terribile libello Contro le empie e scellerate bande dei contadini (in tedesco): «Bisogna schiacciare i contadini, strangolarli, trafiggerli, di nascosto e pubblicamente, dove si può, come si ammazza un cane arrabbiato! Perciò, cari signori, batteteli, e se tu ci resti, buon per te, ché nessuna morte può essere più santa»[184] (Weiß così descrive la situazione: «Il dottor Lutero è stato nella regione di Mansfeld, ma non è in grado di arrestare la rivolta, le bande dilagano da Sangerhausen verso le terre del duca Giorgio. Cosa accadrà Dio solo lo sa»). [In ragione della durissima condanna espressa nei confronti dei moti contadini e dell’aperto sostegno dato alla causa dell’ordine costituito, la «mansueta polpa di Wittenberg» (secondo la definizione coniata da Müntzer nel fervore della polemica) avrebbe perso per molto tempo la fiducia delle campagne, ma si sarebbe assicurato il successo storico della Riforma: «Egli controfirmava così in qualche modo l’atto di passaggio della sua eresia a religione di Stato, imposta da un numero crescente di elettori tedeschi prima di servire da puntello, sotto la sua forma anglicana, all’autorità di Enrico VIII d’Inghilterra»[185].]

 

7-10 maggio. L’«intera comunità cristiana e assemblea di Frankenhausen» (Turingia) scrive ai cittadini di Mühlhausen per chiedere soccorsi «contro i tiranni di Heldrungen e il duca Giorgio». Dopo aver inutilmente cercato di coinvolgere Pfeiffer e gli abitanti di Mühlhausen, il 10 maggio Müntzer abbandona la città e si dirige con 300 uomini a Frankenhausen, da dove spera di rilanciare il movimento dopo le sconfitte subìte dalle schiere dell’Assia e dello Harz (i suoi ultimi proclami sono firmati «Thomas Müntzer con la spada di Gedeone»[186]).

 

9 maggio. Si accende la rivolta in Tirolo: dopo lo scoppio dell’insurrezione a Gastein, il movimento, sotto la spinta dei minatori, si estende rapidamente alle campagne e a Salisburgo, tanto da costringere l’arcivescovo a rifugiarsi nella rocca cittadina[187]. Nella seconda metà di maggio si forma la «Comunità cristiana della regione montana della diocesi di Salisburgo» (a giugno, gli insorti, qualificandosi come Landschaft, costringeranno all’omaggio i funzionari, i curatori e gli esattori arcivescovili). [Con una strategia accorta e prudente, l’arciduca Ferdinando riuscirà però a tenere a freno i minatori, i contadini e i cittadini dell’Inntal, costringendo poi alla trattativa gli elementi radicali del Sud-Tirolo: il 25 giugno prenderà inizio la Dieta d’Innsbruck, nella quale verranno discussi i Meraner Artikel (un programma di riforme assato sugli interessi dei ceti medi urbani)[188].]

 

Ai moti di Salisburgo partecipa anche il famosissimo medico-alchimista Paracelso (impegnato a fondo per un rinnovamento empirico-osservativo della medicina), che a un certo punto sarà costretto a fuggire dalla città a causa dell’accusa di aver contribuito alla stesura delle rivendicazioni degli insorti e troverà asilo a Strasburgo (in ragione delle dottrine irenistiche ivi prevalenti, la città alsaziana, dopo la sconfitta e l’emarginazione della «Riforma popolare», offrirà asilo agli esuli di tutt’Europa: i «profeti di Zwickau», Denck, Hubmaier, Joris, Michele Serveto, Schwenckfeld von Ossig e gli aderenti a varî gruppi settari meno noti)[189].

 

9-12 maggio. Sotto l’incedere dell’esercito del langravio Filippo e del duca Enrico il Giovane di Braunschweig-Wolfenbüttel in marcia verso Frankenhausen cadono una serie di centri in mano ai contadini (Gaisa, Berka, Salza, Sonderhausen).

 

12 maggio. Nella battaglia di Böblinghen (Franconia), i contadini guidati da Jäcklein Rohrbach vengono sconfitti: già pesantemente bombardati dall’artiglieria piazzata in posizione favorevole nella città, non riescono a reggere la carica della cavalleria e si scompaginano (fra i 2 e i 9 mila morti, a seconda delle fonti). Il loro capo viene torturato ripetutamente prima di essere esecutato (inoltre, come sempre, il Terrore Bianco della Lega Sveva colpisce crudelmente tutti coloro che hanno appoggiato i rivoltosi). Subito dopo la vittoria di Böblinghen, le truppe della Lega Sveva si dirigono su Heilbronn per sciogliervi il parlamento contadino convocato per iniziativa di Wendel Hipler (propugnatore di un progetto per una Divina riforma evangelica dell’Impero basato su di un accordo tra rivoltosi e signori), alla presenza di inviati provenienti dal Kraichgau, dalla Franconia e dalla Svevia (l’arrivo dei soldati pone fine ai lavori di questo parlamento, prima ancora che siano iniziati i dibattiti veri e proprî).

 

10-14 maggio. La banda della Bassa Alsazia s’impadronisce di Barken, Ribeauvillé e Riquewihr. Una seconda banda tenta invano d’investire Strasburgo, dirigendosi poi sui Vosgi e assediando Saverne, che si arrende ai contadini (13 maggio): a eccezione di poche città, tutta l’Alsazia è ormai in mano ai ribelli (ma dal 6 maggio è in marcia contro di loro un esercito di 30 mila uomini guidati dal duca Antonio di Bar e di Lorena, cattolico ed estremamente bigotto).

 

14-15 maggio. A Frankenhausen, di fronte a oltre 6 mila contadini e agli abitanti della città loro alleati stanno le forze di Enrico il Giovane di Braunschweig-Wolfenbüttel, del duca Giorgio di Sassonia e del langravio Filippo: 2.600 cavalieri, 6 mila fanti e molte artiglierie[190]. Il 14, avviene il primo rapido scontro, che vede prevalere i seguaci di Müntzer. L’indomani viene loro offerto un salvacondotto purché consegnino i capi che li guidano. Alla risposta negativa, l’esercito dei prìncipi attacca i contadini asserragliatisi sulla sommità di una collina, al riparo di una fragile barricata di carri: il fuoco dell’artiglieria e degli archibugi semina la morte nelle schiere atterrite dei ribelli, i quali, fuggendo all’impazzata, cadono inesorabilmente in bocca alle truppe lanzichenecche che li circondano da ogni lato e ne fanno strage (circa 5 mila morti sul campo di battaglia, più un altro migliaio nella città espugnata)[191]. [Ricercato e catturato dai sicari del conte Ernst von Mansfeld, Müntzer verrà trasferito nel carcere di Heldrungen, interrogato e ripetutamente torturato[192]. Durante l’interrogatorio, egli descriverà il proprio progetto con la frase «Omnia sunt communia», per poi ribadire che «a ciascuno dovrà essere dato in ragione dei suoi bisogni e a seconda delle disponibilità del momento. Il principe o conte o signore che non volesse adeguarsi a questa massima e non la prendesse sul serio, sarà decapitato o impiccato», perché «tutti i beni appartengono a tutti gli uomini»[193] (le confessioni estorte a Müntzer sotto tortura verranno pubblicate dopo la sua morte).]

 

15-16 maggio. A La Petite Pierre, le truppe comandate dal duca di Bar e di Lorena infliggono una sanguinosissima sconfitta ai «miscredenti luterani sedotti e ingannati»[194], che perdono circa 10 mila uomini (le altre colonne della Bassa Alsazia si disperdono). Il 17, Saverne è costretta alla resa.

 

18 maggio. Non lontano da Schlettstadt, si svolge la battaglia decisiva tra le truppe del duca di Lorena e le bande della Media Alsazia: a costo di gravi perdite prevalgono le prime.

 

23 maggio. Presso Pfeddersheim, l’arcivescovo di Treviri, Richard von Greifenklau, batte 8 mila contadini nuovamente riunitisi dopo la rottura dell’accordo da parte dell’elettore (la presa di Weissenberg, il 7 luglio, porrà fine alla sollevazione nel Palatinato renano). Lo stesso giorno, i contadini dello Hegau entrano trionfalmente a Friburgo, arresasi dopo un bombardamento iniziato cinque giorni prima, per poi rivolgersi contro Stockach e Radolfzell (ma queste città invocano aiuti dalla banda del lago, che aderisce all’invito in forza dell’accordo di Weingarten). [All’indomani della sconfitta subìta da quel che resta delle bande dello Hegau sul passo di Hilzinger Steige (16 luglio), Friburgo romperà l’alleanza con i contadini e manderà truppe contro di loro. Il 18 settembre, verrà stipulato un accordo a Offenburg tra i ribelli della Brisgovia e il governo austriaco: ripristino dei vecchi obblighi per i contadini, severe misure contro le leghe contadine e le «eresie», in cambio della concessione dell’amnistia (ciò nondimeno, dopo che i rivoltosi avranno deposto le armi, scatteranno sanguinose rappresaglie contro di loro). Le unità della Selva Nera e del Klettau verranno battute a ottobre e costrette a un accordo il 13 novembre (nuovo giuramento agli Asburgo e ripristino dei vecchi oneri feudali). Infine, il 6 dicembre cadrà Waldshut, l’ultimo baluardo insurrezionale nell’Alto Reno.]

 

Grünewald fugge da Magonza alla volta di Francoforte; Holbein abbandona Basilea per l’Inghilterra, raccomandato da Erasmo a Tommaso Moro.

 

25 maggio. La città di Mühlhausen si arrende (Pfeiffer riesce a fuggire, ma verrà presto catturato presso Eisenach). Mühlhausen dovrà rinunciare al suo status di città libera dell’impero e verrà incorporata ai Paesi sassoni.

 

27 maggio. Al quartier generale dei prìncipi a Görmar, presso Mühlhausen, al termine di un processo iniziato due giorni prima, Müntzer viene condannato alla decapitazione ed esecutato, insieme a Pfeiffer e a una cinquantina di altri ribelli (per parte sua Storch troverà la morte in combattimento, qualche tempo dopo).

 

29 maggio. Il margravio del Brandeburgo, Casimir von Hohenzollern, viene sconfitto a Windsheim dalla banda di Ansbach.

 

2 giugno. La schiera dell’Odenwald viene sconfitta nella battaglia di Königshofen. Lo stesso giorno, 4 mila uomini della «banda nera» di Florian Geyer vengono sorpresi a Sulzdorf e massacrati (una settimana dopo, lo stesso Geyer cadrà in un ultimo combattimento).

 

8 giugno. I notabili di Würzburg, che cospirano alle spalle del partito popolare favorevole all’alleanza coi contadini, consegnano la città alle truppe di Truchseß: i mercenari del siniscalco si scatenano contro la popolazione dei sobborghi; una sessantina di capi plebei, tra cui il pittore Dietmer, vengono decapitati; allo scultore Riemenschneider, ripetutamente torturato, vengono spezzate le mani.

 

13 giugno. Lutero pubblica tre violente lettere di Müntzer e, a guisa d’introduzione, Una terribile storia e un giudizio di Dio sopra Tommaso Münzer, nei quali Dio manifestamente ne smaschera e condanna lo spirito: «Questo giudizio manifesto del Dio eterno e questa terribile storia, per cui egli ha lasciato che Tommaso Münzer, il sanguinario e scellerato profeta, procedesse contro la dottrina e la Scrittura e formasse delle bande, l’ho fatta ristampare per ammonire, atterrire e mettere in guardia quanti al giorno d’oggi praticano sedizione e disordine, e per confortare e sostenere quanti devono vedere e subire queste sventure, affinché sentano e sappiano come Dio condanna i sediziosi e i facinorosi e come intende punirli con la sua ira. Vedrai qui come quello spirito malvagio si vanti che Dio parla ed agisce attraverso di lui, e che tale è la Sua divina volontà, e come si comporti, quasi che la vittoria sia dalla sua: ma in un batter d’occhio eccolo là giacere nella merda con mille altri»[195].

 

3 luglio. Il condottiero imperiale Sigmund von Dietrichstein (soprannominato l’«aguzzino dei contadini») muove dalla Stiria contro Salisburgo, deciso a punirvi i ribelli che stanno cercando di stanare l’arcivescovo asserragliato nel suo castello. Radunate in fretta e furia le forze, sotto l’abile direzione di Michael Gruber, i contadini salisburghesi affrontano l’esercito imperiale, lo intrappolano presso Schladming e gl’infliggono una terribile batosta: è la più spettacolare vittoria conseguita dagli insorti in tutta la Guerra dei contadini.

 

9 luglio. A Bressanone scoppia un’insurrezione che trova il suo capo in Michael Gaismair, impegnato da maggio in un’attività pubblica in senso riformatore (Gaismair, che proviene da una famiglia di minatori di Vipiteno, è stato segretario del vescovo di Bressanone ed è amico di Zwingli).

 

19-25 luglio. Tre colonne dell’Allgäu, forti di 23 mila uomini, si preparano ad attaccare le truppe di Truchseß, sottoponendole a un violento tiro d’artiglieria. Due giorni dopo, però, il lanzichenecco Georg von Frundsberg passa alla Lega Sveva, favorendo il tradimento di numerosi altri capi contadini che, prima di andarsene, dànno fuoco alle riserve di polvere da sparo. I ribelli tentano allora una sortita, ma due delle loro colonne cadono in una trappola e vengono distrutte. Il 25, con la resa della colonna di Knopf von Leubas (soprannome del contadino alto-svevo Jörg Schmid), han fine i combattimenti in Svevia e in Franconia.

 

30 luglio. La Lega Sveva riprende il controllo di Salisburgo, stipulando poi un armistizio (31 agosto 1525): una parte degli insorti si rende disponibile per una parziale cooperazione con l’arcivescovo, mentre l’ala più radicale punta a un governo territoriale formato da contadini, minatori, città e mercati (nel marzo del 1526, quest’ala rivendicherà a sé il titolo di Landschaft e costituirà una Dieta alternativa: Salisburgo tenterà perciò di sollevarsi una seconda volta, ma si sottometterà all’arrivo dell’esercito svevo).

 

3 settembre. Rivolta contadina nella Prussia orientale.

 

23 settembre. A Toledo, il quinto Inquisitore Generale Alfonso Manrique promulga un editto contro gli alumbrados: fra le proposizioni condannate diverse appartengono al Libero Spirito, amalgamate con altre di origine luterana[196].

 

Ottobre. Michael Gaismair, rilevata l’inconcludenza delle trattative con l’arciduca Ferdinando, si risolve per la lotta armata contro gli Asburgo, dedicandosi all’organizzazione della guerriglia nel Tirolo e nel Salisburghese. [Gaismair si dimostrerà un brillante capo politico-militare, puntando sull’alleanza tra contadini (rivoltatisi nel 1462 a Salisburgo) e minatori (rivoltatisi nel 1485 a Schwaz, nel 1493 a Primör e nel 1501 nuovamente a Schwaz): gli unici ceti sociali disposti a impegnarsi a fondo nella lotta (come avevano dimostrato nel 1478, allorché gruppi di minatori e di contadini, vista l’incapacità della nobiltà a tener fede all’impegno di protezione armata delle popolazioni assunto in passato verso di esse, avevano preso le armi per difendersi dall’invasione turca) e a edificare un nuovo ordine sociale (al quale Gaismair dedica la sua riflessione).]

 

3 dicembre. A Ypres, entra in vigore l’Ordonnancie van der Ghemeender buerze (Ordinanza sulla borsa comune) sui mendicanti: la riforma viene giustificata con le «mancanze, abusi e irregolarità» di cui sarebbero responsabili quei poveri che «con l’astuzia e l’inganno» sottraggono l’elemosina ai veri poveri, per fare la bella vita «nella pigrizia e nell’ozio», «mentre se volessero applicarsi a servire e a lavorare, potrebbero guadagnarsi da vivere del tutto onestamente» (Juan Luís Vives, un umanista erasmiano di Valencia residente a Bruges, nel De subventione pauperum dà ragione alla nuova legislazione contro i poveri che in questo periodo viene introdotta nelle Fiandre; analoga opera di legittimazione compie l’abate benedettino di Salamanca Juan Medina, per quanto riguarda la Spagna).

 

25 dicembre. Ben due anni e mezzo dopo Müntzer, e in ritardo anche rispetto ai riformatori di Strasburgo, Norimberga e Basilea, Lutero introduce a Wittenberg la liturgia in tedesco (il relativo testo comparirà all’inizio del 1526).

 

Albrecht Dürer pubblica un manuale di geometria, Istruzione sul modo di misurare.

 

Sui incarico dei Medici, Machiavelli scrive le Istorie Fiorentine.

 

Pietro Bembo pubblica le Prose della volgar lingua, ove vengono discusse le questioni linguistiche e stilistiche della nuova letteratura in volgare.

14 gennaio. In cambio della libertà, persa insieme alla battaglia di Pavia, il re di Francia deve sottoscrivere il Trattato di Madrid, rinunciando a qualsiasi diritto su Milano, Genova, Asti, Napoli e le Fiandre (dopo la vittoria pavese, una parte dei consiglieri di Carlo V avrebbe voluto smembrare la Francia, ma era prevalsa l’ala borgognona, favorevole a un accordo). [Al trattato seguirà il tentativo di rivalsa francese con la costituzione della Lega santa di Cognac tra Clemente VII, Francesco I, Enrico VIII, Firenze, Venezia e Milano contro Carlo V (24 maggio 1526). Dal 6 al 17 maggio 1527, il papa dovrà subire la cocente umiliazione, accolta con giubilo nel mondo luterano, del sacco di Roma da parte delle truppe lanzichenecche del Conestabile di Borbone, ucciso nell’assedio: chiese e case spogliate (comprese quelle dei Colonna, sebbene nemici di Clemente VII), basiliche usate come stalle ecc. (i lanzi si accamperanno nelle stanze vaticane e nella cappella Sistina), «prelati presi dai soldati, massime dai fanti tedeschi, che per odio del nome della Chiesa romana erano crudeli e insolenti, erano in su bestie vili, con le insegne della loro dignità menati a torno con grandissimo vilipendio per tutta Roma» (Guicciardini)[197]. Nel 1529, Clemente VII si riconcilierà con Carlo V, recuperando tutti i proprî territorî; nello stesso anno, Francesco I rinuncerà all’Italia e Carlo V alla Borgogna (Pace di Cambrai).]

 

Inizio dell’anno. Michael Gaismair pubblica il Tiroler Landesordnung (Ordinamento regionale del Tirolo) proponendo: a) l’abolizione della Chiesa, l’eliminazione di tutti i sacramenti e la distruzione degli edifici di culto; b) la costituzione di una libera comunità di eguali senza servi né padroni («Innanzitutto dovete promettere e giurare di mettere insieme vita e beni; di non dividervi l’un dall’altro, ma di andare sempre d’accordo, di agire, dopo esservi consultati tra di voi, di essere fedeli e obbedienti alla vostra autorità, e di non cercare in nessun caso il vostro interesse, bensì prima l’onore di Dio e dopo il bene comune»); c) l’abbattimento delle architetture del dominio (mura cittadine, fortilizi e castelli); d) l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione, ma senza eliminare il denaro e lo statuto mercantile dei beni (confisca delle società minerarie e della proprietà terriera); e) un piano di sviluppo delle attività minerarie, agricole e commerciali che vada a beneficio della comunità tirolese (sovrintendenza sulle miniere e sulle fonderie, abolizione dei pagamenti in naturalia per contadini e minatori, bonifica delle paludi, egualizzazione fiscale); f) la creazione di una rete di scuole, ospedali e ospizi per i vecchi (gestita da laici, con l’aiuto di uomini cólti)[198].

 

Sollecitato dai suoi seguaci a pubblicare uno scritto in cui si dimostri come il mestiere di soldato non sia incompatibile con la condizione di cristiano e neppure costituisca ostacolo alla salvezza eterna, Lutero inizia a scrivere Se anche le genti di guerra possano giungere alla beatitudine. A proposito dei recenti avvenimenti il Riformatore afferma che «non ci si deve opporre con empietà e ribellione all’autorità, come han fatto Romani, Greci, Svizzeri e Danesi», perché «esistono invece vie assai differenti». La preoccupazione di Lutero è ancora una volta quella di non indebolire l’Autorità costituita, quale che sia, in vista degli affrontamenti sociali: «È cosa disperata una plebe stolta e priva di senno, e nessuno può reggerla bene quanto i tiranni; costoro sono il randello legato al collo del cane. Se fosse possibile reggerla in guisa migliore, Dio per fermo avrebbe istituito sopra di essa un diverso ordinamento che non la spada dei tiranni»[199].

 

Aprile. Re Sigismondo, alla testa di un esercito composto di nobili polacchi, fa il suo ingresso a Danzica e v’istituisce immediatamente un tribunale speciale con il compito di giudicare i responsabili della ribellione (quindici esecuzioni capitali). Il Consiglio insediato all’inizio del 1525 viene sciolto, i vecchi magistrati vengono rimessi in carica, così come la gerarchia cattolica (a luglio, Sigismondo promulgherà un decreto per colpire con la pena di morte il reato di apostasia dalla Chiesa).

 

21 aprile. Baber, un turco barlas imparentato con Tamerlano e Gengis Khan, ottiene la vittoria nella battaglia di Panipat, il che gli permette d’impossessarsi dell’intero sultanato di Delhi e di dare inizio alla dinastia del Gran Mogol. [Alla morte di Baber (26 dicembre 1530), i suoi figli si spartiranno i territorî conquistati, ma verranno eclissati dal regnante dell’India settentrionale, l’afgano Sher Khan (i portoghesi ne approfitteranno per insediarsi a Diu, nel 1535, resistendo poi all’assalto di una flotta turca).]

 

Primavera. Jörg Ratgeb viene squartato sulla piazza del mercato di Pförzheim.

 

7 giugno. I prìncipi si pronunciano in numero via via crescente per la Riforma e si stringono nella Lega Evangelica di Torgau.

 

Maggio-giugno. In una serie di combattimenti l’esercito di Gaismair batte successivamente i bavaresi, gli austriaci, le truppe della Lega Sveva e i lanzichenecchi dell’arcivescovo di Salisburgo.

 

2 luglio. L’esercito rivoluzionario guidato da Gaismair (che nel cantone dei Grigioni è stato rafforzato da alcune centinaia di combattenti delle schiere contadine di varie regioni della Germania) viene sconfitto nella battaglia di Rastadt. [Costretto ad abbandonare il Tirolo, Gaismair si ritira con i suoi reparti nel territorio della Repubblica di Venezia, per continuare la guerra contro il papa e contro l’imperatore. Rimasto in contatto con i suoi sostenitori tramite la rete di comunità religiose clandestine che unisce il Trentino al Tirolo, Gaismair attenderà invano che il governo della Serenissima mantenga la promessa di fornirgli gli aiuti necessari per organizzare una nuova insurrezione, finché il 15 aprile 1532 verrà assassinato a Padova (dov’era in contatto con la comunità segreta degli anabattisti) dai sicari di Ferdinando d’Asburgo. In seguito alle tremende repressioni operate dai vittoriosi eserciti riuniti della nobiltà e dei vescovi contro le comunità della Riforma popolare, si creerà la prima corrente migratoria dall’Italia settentrionale e dalle regioni alpine verso la Moravia. Nondimeno, fra il 1530 e il 1560, continuerà insistente la penetrazione in Italia di tendenze riformate luterano-calviniste tra i contadini «possidenti» (fittavoli, piccoli proprietari) e di istanze radicali fra il bracciantato e i viandanti rurali (questo non solo nel Veneto, ma anche nel territorio di Cividale del Friuli, nella Lucchesia, nella Valle del Serchio, in Romagna, fin nei «borghi» siciliani)[200]. Spetterà alla repressione inquisitoriale, dispiegatasi tra il 1550 e il 1560, bloccare questo processo e ridisegnare a forza gli assetti del mondo contadino: «Allora, al mondo contadino non resterà che la “caduta” negli schemi della stregoneria, o l’emigrazione verso la Moravia, o una ripresa della propaganda religiosa sulle galee di Venezia, del Papa e dell’Imperatore: il Mediterraneo, infatti, sarà invaso, fra il 1560 ed il 1580, dalle tendenze radicali che i contadini, imbarcati in seguito alle condanne ricevute per le rivolte sociali e religiose, immetteranno riorganizzando centri di diffusione nei porti dalmati e turchi»[201].]

 

Sconfitta militarmente l’istanza del millenium comunista, posta dalla rivoluzione del «pover’uomo comune»[202], è ormai spianata la strada verso la confessionalizzazione, lo scatenamento delle guerre di religione[203] e il dominio della forma-Stato[204].

[1] Michel Gandilhon, Thomas Münzer, théologien du communisme, «Maintenant le Communisme», Paris, n. 2, estate 1991, p. 29.

[2] Guy Debord, La società dello spettacolo, Vallecchi, Firenze, 1979, p. 112.

[3] Nelle campagne tedesche del Sacro Romano Impero «prevalgono rapporti che si possono definire di dominio patrimoniale, per i quali un’aristocrazia di potenti laici ed ecclesiastici, i signori (Herren), detiene un insieme di prerogative di appropriazione di beni e servizi sorretti, alla base, dal lavoro contadino: i signori concedono l’uso della terra o altre risorse del loro patrimonio ereditario a famiglie coltivatrici, che sono tenute a versare in cambio tributi. Una caratteristica saliente di questo sistema è che consente a più persone, sia tra i signori sia tra i contadini, di avere giurisdizione su uno stesso appezzamento di terra o sui suoi occupanti, fino a creare una complicata piramide di prerogative intrecciate e stratificate. Più in particolare, i signori esercitano il proprio dominio sulla popolazione contadina e ne estraggono tributi principalmente a tre diversi titoli: la signoria terriera o diritti sulla terra (Grundherrschaft), il potere bannale (Obrigkeit), ossia il monopolio in materia fiscale, militare e di amministrazione della giustizia, e la signoria “corporale” (Leibeigenschaft), o autorità diretta sui coltivatori vincolati da un rapporto di servaggio. L’intreccio di questi diritti fa sì che un contadino possa appartenere alla giurisdizione bannale di un signore, lavorare la terra di un altro ed essere contemporaneamente legato a un terzo da vincoli di carattere servile» (Sandro Lombardini, Rivolte contadine in Europa, secoli xvi-xviii, Loescher, Torino, 1983, p. 22).

[4] Tributo sulla morte, consistente nella cessione al feudatario del miglior capo di bestiame e del miglior indumento appartenuti al defunto.

[5] Tassa dovuta al signore feudale in occasione del cambio di proprietà di un bene.

[6] Sórta come donativo da versare in occasioni eccezionali (matrimonio del figlio del feudatario, insediamento di un nuovo vescovo, calamità naturali o guerre), la taglia era poi divenuta una vera e propria tassa diretta, da pagarsi ogni anno in denaro al principe territoriale (ne erano esentati la nobiltà, i cavalieri e il clero).

[7] L’«ascetismo che incontriamo con colorazione religiosa in tutte le insurrezioni medievali e, nell’età moderna, negli inizi di ogni movimento proletario» (Engels) è ricondotto da Claude Bitot allo «stato di arretratezza economica che caratterizzava allora la società»: «nell’impossibilità di risolvere realmente la questione sociale, veniva preconizzato un socialismo ascetico, sublimato cristianamente in “culto della povertà” o travestito alla maniera rousseauiana e naturalista in “semplicità dei bisogni”, il tutto coronato da un moralismo austero e virtuoso» (Claude Bitot, Le communisme n’a pas encore commencé, Spartacus, Paris, 1995, parte prima: “Bilan historique”, cap. I: “Histoire et socialisme”, § “Les causes réelles de l’échec”, p. 26). Interrogandosi sulla sorte cui sono andati incontro i movimenti che, sfidando le élites allora dominanti e cercando di arrestare il processo destinato a sfociare nella società del capitale, hanno di volta in volta cercato d’instaurare il «Regno di Dio sulla Terra», la «comunanza dei beni», la «Nuova Gerusalemme», la «Repubblica egualitaria» ecc., l’Autore individua la prima causa della sconfitta nel «fatto di poter disporre solo di un embrione di proletariato. Nelle rivolte millenariste si tratta di un “proletariato senza terra o dimora”, prodotto dall’espropriazione violenta di una parte della popolazione agricola che un capitalismo affatto balbuziente non è ancora in grado di mettere al lavoro. Essendo esclusa dai rapporti feudali, questa massa è l’elemento veramente attivo e radicale, disposto a seguire i profeti del millenarismo rivoluzionario, disponibile per tutte le avventure e le rivolte più folli. Ma tutte quante votate al fallimento: il grosso della popolazione continua a essere integrato nei quadri del sistema feudale – che lega il contadino alla gleba e l’artigiano alla sua corporazione – e non può riconoscersi in questi movimenti di uomini sradicati, che si ritrovano perciò presto isolati e vengono neutralizzati con facilità». La seconda «causa reale del fallimento del socialismo è l’assenza di una solida base materiale che ne permetta l’instaurazione. Non è prendendo ai ricchi (allora un’infima minoranza della popolazione) per dare ai poveri che si produce il socialismo: è appropriandosi delle forze produttive esistenti, che devono già essere numerose e ben sviluppate, per farle funzionare a beneficio della collettività. In assenza di queste condizioni, il socialismo non poteva che mancare al suo scopo più immediato: far uscire l’immensa maggioranza degli uomini dal regno della miseria» (ivi, pp. 25 e 27-28).

[8] N.B.: in questa cronologia ci limitiamo a fornire alcune informazioni sugli avvenimenti più importanti in campo artistico-culturale e sulla circolazione delle idee.

[9] A partire dalla battaglia del 26 agosto 1444 a St. Jakob sulla Birs, presso Basilea, in cui avevano opposto un’accanita resistenza alle abili formazioni mercenarie degli Armagnacchi al soldo del re di Francia Carlo VII, gli svizzeri avevano introdotto una nuova tecnica militare, la «formazione quadrata», destinata a farne i fanti più temuti del loro tempo (e i soldati mercenari più richiesti). Il quadrato svizzero comprende 6 mila uomini (85 spalla a spalla su di un fronte di una quarantina di metri, per una profondità di circa 70 righe): picchieri, alabardieri e fanti armati di spada e scudo rotondo. Gli uomini delle prime cinque file dispongono di picche lunghe da 6 a 8 metri, con le quali viene formato un vero e proprio muro d’acciaio. Il comando è in mano ai nobili, che agiscono come ufficiali a piedi. «Nella storia militare, Grandson, Murten e Nancy del 1476-’77 segnano la fine di un’epoca: sconfiggendo l’esercito borgognone, i confederati avevano sconfitto la tattica del combattimento cavalleresco, nella sua perfezione e nel suo massimo splendore» (Reinhard Baumann, I Lanzichenecchi. La loro storia e cultura dal tardo Medioevo alla guerra dei Trent’anni, Einaudi, Torino, 1997, p. 13). L’Autore data al Trecento l’inizio del declino della cavalleria nobiliare, l’affermazione della fanteria e le connesse trasformazioni sociali: «Allorché, la sera dell’11 luglio 1302, ebbe fine la battaglia di Courtray (Kortryk), non solo la borghesia e la nobiltà fiamminga avevano vinto un esercito francese, ponendo così dei limiti alle ambizioni di potenza del re Filippo il Bello; in quello stesso momento volgeva al termine l’epoca degli eserciti di cavalieri. Sul campo di battaglia davanti alla città fiamminga di Kortryk sulla Lys, i combattenti a cavallo francesi si erano scontrati con una falange lunga circa seicento metri. Quivi, ranghi impenetrabili di combattenti appiedati erano disposti a muro, armati di lance e alabarde; borghesi soprattutto, ma anche conti e cavalieri, scesi dai loro cavalli ed entrati nella falange, sullo stesso piano quindi della fanteria, nobili gomito a gomito con artigiani e bottegai. […] I settecento speroni dorati del bottino diedero alla battaglia di Courtray il nome di bataille des éperons d’or. È incontestabile che, in Europa, le battaglie furono in seguito combattute dalla fanteria. Le battaglie tra falangi, di Stirling nella valle del Bannockburn nel 1314, di Crécy nel 1346 e di Rosebeke nel 1382, indicano che Courtray fece scuola. […] La battaglia degli speroni di Courtray non è, quindi, solo il simbolo dell’affermazione della fanteria, nella guerra del basso Medioevo. Essa segna anche la via che porta all’impiego massiccio di mercenari nella fanteria. Inoltre, fin da Courtray, nelle file dei combattenti si trovano, fianco a fianco, nobili e borghesi» (ivi, pp. 6-7 e 9). Nella battaglia di Crécy del 1346 Edoardo III «appiedò i suoi cavalieri e li inserì nello schieramento degli arcieri per incoraggiare questi ultimi a tener duro sulle loro posizioni» (Michael Howard, La guerra e le armi nella storia d’Europa, Laterza, Roma-Bari, 1978, p. 30). Inoltre, proprio nella Guerra dei Cent’anni, «non fu la cavalleria francese a costringere finalmente gli inglesi a far fagotto per la loro isola, pur riconoscendo i grandi meriti di Giovanna d’Arco nel riportarla alla battaglia. Fu un altro gruppo professionale, privo di stato sociale poiché a stento gli era riconosciuta la qualifica di soldati di bassa forza: i cannonieri» (ivi, p. 31).

[10] La scomparsa di Carlo il Temerario, grande amico dei Medici, provoca la crisi della loro filiale di Bruges, la cui liquidazione inizierà nel 1480, insieme a quella delle sedi di Londra e Milano. Nel 1481 verranno chiuse anche le filiali di Avignone e Venezia.

[11] Come si chiameranno fino al 1530 i Paesi Bassi: i ducati di Lussemburgo e di Brabante, le contee delle Fiandre, dell’Olanda, della Zelanda, di Hainaut e di Artois, oltre ad alcune contee e signorie minori.

[12] Cfr. Geoffrey Parker, La rivoluzione militare. Le innovazioni militari e il sorgere dell’Occidente, il Mulino, Bologna, 1992, pp. 7-9, dove l’Autore sintetizza le tesi di Michael Roberts e il dibattito storiografico a esse relativo.

[13] «Fu nel Cinquecento che nacque un interesse ampio e continuo per la guerra come oggetto di studio anziché semplicemente come fenomeno da glorificare, deplorare, giustificare o descrivere nelle cronache» (John R. Hale, Teorie cinquecentesche sulla guerra e sulla violenza, in Le origini dell’Europa moderna. Rivoluzione e continuità. Saggi da «Past and Present», a cura e con un’introduzione di Mario Rosa, De Donato, Bari, 1977, p. 247).

[14] Jack S. Levy, War in the Modern Great Power System, 1495-1975, University Press of Kentucky, Lexington, 1983, pp. 139-141.

[15] Le città svizzere, come la maggior parte delle altre città europee, sono governate da un’oligarchia patrizia e, sebbene né ricche né popolose come i grandi centri italiani e tedeschi, riescono a estendere il proprio dominio su di un ampio contado. Inoltre, la loro confederazione con le libere comunità contadine dei cantoni alpini di Schwyz, Uri, Unterwalden e Glarus, famosi per la loro addestrata fanteria proveniente dai villaggi sovrappopolati delle montagne, offre alla Svizzera un potenziale militare che supera ogni proporzione rispetto all’importanza economica delle città.

[16] Dopo la sconfitta dell’insurrezione classista dei salariati dell’arte laniera (tumulto dei Ciompi, 27 agosto 1378) da parte delle forze unite degli alti e medi ceti cittadini, Firenze, pur continuando formalmente a essere una repubblica, si era in realtà evoluta in una forma oligarchica sempre più stretta. L’orientamento verso un governo principesco, impresso dai Medici a partire da Cosimo il Vecchio, si era poi accelerato con Lorenzo il Magnifico: «Assai prima della sua morte, nel 1492, il resto d’Italia trattava con lui come signore di Firenze» (Denys Hay, Profilo storico del Rinascimento italiano, Laterza, Roma-Bari, 1978, p. 147). «In Italia, fin dalla seconda metà del Duecento, mentre nel Nord attecchivano regimi signorili e si attuavano serrate oligarchiche (quella del Maggior consiglio della repubblica veneziana fu del 1297), nei comuni del Centro si andavano acuendo i contrasti sociali tra arti maggiori, medie e minori, tra magnati, “popolo grasso”, “popolo minuto” e plebe. Tali contrapposizioni di ordine politico ed economico sfociarono nelle lotte di classe del Trecento, con i moti degli operai salariati di Firenze (1343-1345), con l’insurrezione della plebe urbana a Perugia (1370), la “sommossa del Bruco” a Siena (1371) e il tumulto dei Ciompi, sempre a Firenze, dove l’attore principale fu il proletariato primitivo» (Maria Ludovica Lenzi, Le compagnie di ventura e le signorie militari, in Storia della società italiana, parte terza, vol. VIII, I secoli del primato italiano: il Quattrocento, Teti, Milano, 1988, pp. 132-133).

[17] Frederic C. Lane, Storia di Venezia, Einaudi, Torino, 1991, p. 278.

[18] Cfr. Aa. Vv., Hispania-Austria. I Re Cattolici, Massimiliano I e gli inizi della Casa d’Austria in Spagna, Electa, Milano, 1992. Al processo di formazione degli Stati moderni europei parteciperanno tre generazioni di sovrani nel Cinquecento: la generazione 1480-1515 (Los Reyes Catholicos, Enrico VII Tudor, Carlo VIII di Francia e Massimiliano I d’Asburgo), la generazione 1515-1560 (Carlo V, Enrico VIII, Francesco I di Valois, Ferdinando I d’Asburgo e Solimano il Magnifico) e quella 1560-1600 (Filippo II, Elisabetta I Tudor, gli ultimi Valois ed Enrico IV di Borbone). Vicens Vives ha rilevato che lo Stato della prima età moderna era tutto meno che nazionale (cfr. Jaime Vicens Vives, La struttura amministrativa statale nei secoli xvi e xvii, in Lo Stato moderno, a cura di Ettore Rotelli e Pierangelo Schiera, vol. I, Dal Medioevo all’età moderna, il Mulino, Bologna, 1982, pp. 225-226). «È significativo che gli Stati nazionali, che hanno dato il nome a una definizione di questo periodo assai popolare, combattessero le loro guerre con l’aiuto di mercenari stranieri, e che una regina di Francia proponesse nel 1501 di cedere i grandi ducati di Bretagna e di Borgogna in cambio di una promessa di matrimonio fra Carlo di Asburgo e sua figlia» (John R. Hale, Diplomazia e guerra in Occidente, in Storia del Mondo Moderno, vol. I, Il Rinascimento, 1493-1520, Garzanti, Milano, 19722, p. 364). Secondo Mˆczak «Lo Stato moderno dei primi tempi rimase dinastico», ma «quando il principio dinastico raggiunse il suo culmine nel xviii secolo, gli Stati erano ormai diventati così complessi da avere una loro logica: i sovrani illuminati avrebbero sottolineato di esserne “i primi servitori” e indossato l’uniforme» (cfr. Antoni Măczak, Lo Stato come protagonista e come impresa: tecniche, strumenti, linguaggio, in Storia d’Europa, vol. IV, L’età moderna. Secoli xvi-xviii, a cura di Maurice Aymard, Einaudi, Torino, 1995, pp. 136 e 142).

[19] La Cristianità d’Occidente della prima età moderna conta circa 267 sedi vescovili in Germania, Francia, Spagna, Portogallo, Inghilterra, Scozia e 266 nella sola Italia, dove al già numerosisimo clero secolare «dobbiamo aggiungere una massa ancora maggiore di clero regolare distribuito in una quantità sbalorditiva di ordini, sottordini e congregazioni, tutti in lotta per il favore papale» (Denys Hay, Profilo storico del Rinascimento italiano, cit., p. 53).

[20] Cfr. Eugenio Garin, La cultura milanese nella seconda metà del xv secolo, in Storia di Milano, vol. VII, parte IV, Fondazione Treccani degli Alfieri per la Storia di Milano, s.l., 1956, pp. 541-597.

[21] Giacomo E. Carretto, I Turchi del Mediterraneo, Editori Riuniti, Roma, 1989, p. 45. Sui Kapı Kulu (Schiavi della Porta), cfr., ivi, cap. II: “Dalla rinascita all’espansione”, § 3: “Schiavi della Porta”, pp. 45-48.

[22] L’Inquisizione spagnola ha incominciato a infierire nel capoluogo andaluso a partire dall’ottobre del 1480, sotto la direzione dei domenicani Juan de San Martin e Miguel de Morillo. «Di fronte all’offensiva inquisitoriale, i conversos tentarono di lottare disperatamente: l’assassinio di Pedro de Arbués, inquisitore di Saragozza, la notte del 15 settembre 1485, non era che la conseguenza della disperazione dei Nuovi Cristiani. Costoro, dopo l’insediamento del Santo Uffizio vivevano nel terrore, incapaci di ribellarsi apertamente all’arbitrio degli arresti e al moltiplicarsi degli autodafé da parte del tribunale inquisitoriale. Ma l’assassinio di Arbués fu un grave errore politico dei conversos, poiché, fra il 1486 e il 1503, l’Inquisizione aragonese pose fine alla loro influenza politica e sociale perseguitandoli senza tregua. Nel corso di questi sedici anni gli autodafé si succedettero. La classe ricca, colta e dirigente di Saragozza fu colpita al cuore dalla condanna di molti suoi membri» (Bartolomé Bennassar, Storia dell’Inquisizione spagnola dal xv al xix secolo, Rizzoli, Milano, p. 130). Dopo il rogo di Siviglia, s’imporrà rapidamente l’esigenza di aumentare il numero degli inquisitori e delle sedi di tribunale. I Re Cattolici, resisi ben presto conto del valore politico di questa istituzione, indurranno il papa Sisto V a nominare il domenicano Tomás de Torquemada, già Inquisitore di Castiglia, Inquisitore Generale di Aragona, Valencia e Catalogna, ponendo così tutta l’Inquisizione spagnola sotto un’unica autorità (bolla pontificia del 17 ottobre 1483).

[23] «I tre regimi shogunali che dominano il Giappone dal xii secolo all’inizio dell’èra Meiji – Kamakura (1192-1333), Muromachi (1338-1573) ed Edo (1603-1867) – traggono la propria denominazione dalle capitali via via scelte dal potere centrale come sede del suo esercizio e segno del mutamento, Muromachi essendo solo il nome del quartiere di Kyôto occupato dall’amministrazione Ashikaga» (Pascal Moatti, La fin de Muromachi, Éditions Sulliver, Paris, 1997, p. 11). Sulla storia del Giappone di questo periodo, si veda Pierre Souyri, Histoire du Japon, Horvath, Paris, 1990.

[24] La Germania di quel periodo – contrariamente alla Francia e all’Inghilterra, già centralizzate politicamente – non è uno Stato, in ragione della sua precedente vicenda costituzionale, diversa da quella delle altre grandi potenze dell’Occidente: «Dopo il 1250 nessun sovrano tedesco poté fruire a lungo delle rendite provenienti dall’Italia, oltre che delle rendite tedesche – vantaggio, questo, che aveva costituito uno dei cardini della potenza degli Hohenstaufen. Inoltre, le rendite della Germania, che non erano mai state sufficienti, subirono un’ulteriore, e drastica riduzione durante il Grande Interregno (1250-1272), quando gran parte dei dominii degli Hohenstaufen andarono perduti. Rodolfo d’Asburgo tentò, non senza successo, di recuperare territori e prerogative della Corona, ma i risultati dei suoi sforzi si rivelarono poco duraturi. La continua debolezza della monarchia dopo il 1273 impedì il formarsi di istituzioni centrali, amministrative e finanziarie, analoghe a quelle che vennero sviluppandosi sotto i sovrani di Francia e d’Inghilterra. L’autonomia dei principi tedeschi, già protetta dai privilegi concessi sotto Federico II nel 1220 e nel 1231-’32, si stabilizzò in forma permanente durante il Grande Interregno: la Germania finì per essere formata da circa trecento “territori” i cui reggitori erano domini terrae praticamente indipendenti. […] Il patrimonio della monarchia venne ulteriormente logorandosi dopo il 1273, a causa della mancanza di continuità dinastica. Ad ogni nuova elezione gli aspiranti alla Corona erano costretti a fare concessioni esorbitanti per comprare i voti degli elettori, e bisognava impegnare le proprietà della Corona per ottenere i prestiti necessari a effettuare tali pagamenti. Le risorse finanziarie della monarchia tedesca, lungi dall’espandersi, tendevano invece a contrarsi, e i più potenti tra i principi dell’Impero sovrastavano i sovrani tedeschi per ricchezza ed efficienza amministrativa» (E.B. Fryde – M.M. Fryde, Il credito pubblico, con particolare riferimento all’Europa nordoccidentale, in Storia economica Cambridge, vol. III, La città e la politica economica nel Medioevo, a cura di M.M. Postan, E.E. Rich e E. Miller, Einaudi, Torino, 1977, pp. 585-586). Perciò, nel Quattro-Cinquecento, «L’impero erede del Sacro Romano Impero della nazione germanica subisce l’emergenza di forze centrifughe che lo sfasciano. La Germania si divide in molteplici principati governati da una nobiltà che si emancipa dalla tutela imperiale per meglio assoggettarsi le province. Lo sviluppo del commercio e dell’industria sebbene considerevole non è tuttavia sufficiente a unificare gli interessi nella società a livello nazionale. La Germania riesce solo a raggruppare gli interessi per provincia, attorno a centri mercantili puramente locali, e si spezzetta politicamente. Ogni principe governa la sua provincia, centralizzando il potere a livello regionale. Si assiste all’instaurazione di un vero e proprio assolutismo principesco regionale, le cui conseguenze sociali sono gigantesche. L’assolutismo principesco, associato al capitale assetato di denaro, depreda sistematicamente le campagne con nuove tasse, nuove imposte e l’appropriazione dei terreni comunali, facendosi beffe degli ancestrali diritti dei contadini. Di fronte a questa crescente potenza dei prìncipi che mette in pericolo gli interessi della piccola nobiltà, quest’ultima per sopravvivere aggrava lo sfruttamento dei contadini sotto la sua tutela. Nelle città, la piccola borghesia sopporta assai male di non avere diritti politici e subisce il giogo della borghesia patrizia, complice dei prìncipi, che le è economicamente superiore. Il capitale invade poco a poco la sfera del lavoro e rovina i piccoli artigiani. Tutte le classi della società sono in ebollizione e, in un primo tempo, è la Chiesa a fare le spese di questo stato di cose. Di fatto, essa si attira contemporaneamente l’odio sia dei poveri sia dei ricchi. Dei poveri, perché costituisce uno dei principali sfruttatori feudali con i suoi giganteschi dominî fondiari e perché la gerarchia ecclesiastica, corrotta dalla sua ricchezza e cupidigia, si allontana dai principî del cristianesimo. Dei ricchi, in quanto i prìncipi e la borghesia patrizia, che adocchiano le sue immense ricchezze, la considerano come un concorrente e un ostacolo» (Michel Gandilhon, Thomas Münzer, théologien du communisme, «Maintenant le Communisme», cit., pp. 29-30). Per avere un’idea dell’entità di tali ricchezze, si consideri che gli storici stimano «a un terzo dell’Impero la superficie delle terre della Chiesa» (Michel Péronnet, Il xvi secolo, 1492-1620. L’Europa del Rinascimento e delle Riforme, edizione italiana a cura di Elena Brambilla, led, Milano, 1995, p. 103). Secondo una valutazione dell’epoca, i beni ecclesiastici ammontavano addirittura al 50% di tutti i beni fondiari.

[25] Come causticamente ebbe a scrivere Mehring nella sua Geschichte der deutschen Sozialdemokratie (1897-’98), in Sassonia «ben presto la “benedizione delle miniere” divenne una maledizione per i minatori che la portavano alla luce del giorno», talché «sin dal xv secolo si ha notizia di lotte salariali represse con la violenza e di innumerevoli decreti contro il sistema dei compensi in natura» (Franz Mehring, Storia della socialdemocrazia tedesca, Editori Riuniti, Roma, 19682, vol. I, p. 53). «Fra il 1460 e il 1530 la produzione annua di argento dell’Europa centrale aumentò di almeno cinque volte. Probabilmente essa raggiunse un massimo nel decennio 1526-’35, durante il quale si produssero quasi 3 milioni di once all’anno, un valore che non fu più raggiunto fino agli anni ’50 del secolo xix. La produzione di rame crebbe almeno con la stessa rapidità di quella di argento. Negli anni ’30 del secolo xvi essa ammontava a parecchie migliaia di tonnellate annue. La ricchezza di argento, rame e ottone della Germania destava stupore negli altri Paesi europei. Le miniere più produttive erano nell’Erzgebirge (a Schneeberg, Annaberg e Joachimsthal), a Schwaz, a Neusohl in Ungheria, e a Mansfeld […]. Probabilmente l’imperatore Carlo V non esagerò allorché nel 1525 stimò che i lavoratori occupati nelle attività minerarie e metallurgiche in tutti i Paesi dell’Impero ammontavano a centomila» (John U. Nef, Le miniere e la metallurgia nella civiltà medievale, in Storia economica Cambridge, vol. II, Commercio e industria nel Medioevo, a cura di M.M. Postan e P. Mathias, Einaudi, Torino, 1982, pp. 528-529). Su questo sviluppo dell’industria mineraria e metallurgica s’innesta il tentativo dei prìncipi di rafforzare i proprî diritti di regalia e regolamentazione, che si esprime attraverso un’intensificazione della promulgazione di leggi specifiche durante i primi quarant’anni del xvi secolo. Contra la tendenza di Nef ad accentuare i motivi di contrasto tra imprenditori capitalisti e prìncipi circa lo sfruttamento delle miniere, si veda l’affermazione di Mˆczak secondo cui «nel xv-xvi secolo si avviò una fruttuosa ancorché non facile collaborazione tra Stato e grande capitale».

[26] «Nelle Fiandre e nelle regioni renane, nel corso del Basso Medioevo, le corporazioni avevano conosciuto una gloriosa storia di rivoluzioni popolari e di successi politici; ma alla fine del Quattrocento esse erano quasi da per tutto sulla difensiva di fronte alla potente alleanza del patriziato urbano con i principi territoriali. Nelle aree più industrializzate d’Europa, in Inghilterra, nelle Fiandre, nella Germania sud-occidentale e in Italia, esse erano riuscite a monopolizzare l’organizzazione di alcune delle più importanti industrie, specialmente tessili: regolando i prezzi e la qualità del prodotto, e imponendo limiti al numero degli apprendisti e dei lavoranti che un maestro poteva assumere, esse impedivano all’imprenditore capitalista di impiegare un grande numero di lavoranti e di svilire, o solo cambiare, la tradizionale qualità e il prezzo del prodotto in modo da imporsi su un mercato più vasto. A partire dal Quattrocento, gli imprenditori reagirono trasferendosi dalla città alla campagna, o in piccole cittadine di campagna non soggette al controllo delle corporazioni, la cui popolazione rurale era ben disposta a trarre un reddito supplementare filando e tessendo nelle proprie case, e il lavoro a domicilio si diffuse in Inghilterra, specialmente nell’Anglia orientale, nello Yorkshire e nella West Country. Tale sistema si diffuse anche nelle Fiandre valloni, dove tutta una serie di villaggi fabbricavano la famosa saia, il tessuto più leggero e più a buon mercato che avrebbe conquistato i mercati europei e levantini. A loro volta gli imprenditori potevano sostituirsi all’intero sistema corporativo e assumere nel modo per loro più redditizio i maestri artigiani a domicilio, metodo che impiegato già nella Firenze medievale, si diffuse ora su vasta scala, particolarmente nei luoghi dove le corporazioni erano di recente istituzione. Infatti il sistema si andava diffondendo proprio nel momento in cui veniva attaccato, aggirato o controllato dai capitalisti: in Inghilterra, Francia e Spagna, dove le corporazioni di mestiere non avevano nessuna delle tradizioni rivoluzionarie delle corporazioni fiamminghe, esse affidavano la propria difesa a uomini politici conservatori schierandosi in tal modo con l’ordine costituito, contro le agitazioni sociali che così spesso parevano accompagnarsi al diffondersi dell’organizzazione industriale capitalista» (H.G. Koenigsberger – G.L. Mosse, L’Europa del Cinquecento, Laterza, Roma-Bari, 1974, p. 46-47). Potevano essere previste norme rigidissime aventi lo scopo d’interdire agli operai ogni possibilità di organizzazione autonoma, come quelle «imposte per esempio dagli statuti di Bologna ai battilana: che non si potessero unire in più di due se non sotto il portico della stazione dove lavoravano, che dovessero rincasare direttamente dall’officina alla casa, ad ore prefisse, senza indugi ecc.» (C.A. Vianello, Un incunabolo dell’emancipazione del proletariato: Lo Statuto dei battilana di Soncino del 1511, «Archivio Storico Lombardo», Milano, a. LXXVIII-LXXIX, serie ottava, vol. III, 1951-1952, p. 204). Sul quadro estremamente differenziato dei rapporti di lavoro e delle rispettive condizioni di vita degli operai manifatturieri, dei minatori, degli apprendisti e dei lavoratori della terra nella prima età moderna, si vedano Jürgen Kuczynski, Nascita della classe operaia, il Saggiatore, Milano, 1967, cap. I: “Gli operai prima della rivoluzione industriale”, pp. 13-38; Jean Jacques, Vie et mort des corporations. Grèves et luttes sociales sous l’ancien régime, Spartacus, Paris, 1948 (ried. 1970) e Paolo Malanima, Economia preindustriale. Mille anni: dal ix al xviii secolo, Bruno Mondadori, Milano, 1997, parte III: “L’industria”, cap. 2: “Forme di organizzazione”, pp. 249-295.

[27] Federico Chabod, Esiste uno Stato del Rinascimento?, in Id., Scritti sul Rinascimento, Einaudi, Torino, 1967, p. 604 (il parallelo testo francese era apparso, con il titolo Y a-t-il un État de la Renaissance?, in Actes du Colloque sur la Renaissance, Librairie philosophique Vrin, Paris, 1958). Trent’anni fa, Toni Negri richiamò l’attenzione su questa importante conferenza tenuta da Chabod alla Sorbona nel giugno 1956, rilevando come, secondo lo storico valdostano, ciò che caratterizza lo Stato moderno, nella sua nascita, è «una particolare realizzazione dell’assolutismo: lo Stato macchina, e cioè “una nuova organizzazione strutturale, interna allo Stato”, tale che per essa lo Stato rende la sua azione permanente laddove era intermittente, e stabile, razionale di fronte alla precarietà dell’azione dell’assolutismo medievale. È da un lato la creazione di una diplomazia professionistica che permette di intrattenere relazioni ovunque e sempre; è dall’altro l’organizzazione di un apparato centralizzato di governo, di controllo e di repressione che permette allo Stato di far pervenire ai sudditi, e di far valere in maniera uniforme, la sua volontà. Il potere del sovrano e l’articolazione meccanica e razionale dell’espressione della sua volontà attraverso un apparato di potere: ecco quel che caratterizza lo Stato moderno» (Antonio Negri, Problemi di storia dello Stato moderno. Francia: 1610-1650, «Rivista critica di storia della filosofia», Milano, a. XXII, 1967, p. 182). «Come si pone la società civile di fronte alla nascita dello Stato macchina?», si domandava poi Negri, rispondendo: «Il nuovo naturalismo rinascimentale, in arte come in filosofia, ovunque lo si consideri, costituisce il quadro entro cui si definisce la nuova visione del mondo. Il mondo: immensa ma sicura proiezione del microcosmo, esso stesso animato da quella tensione che promana dall’individuo. Lo Stato: anch’esso microcosmo parallelo all’individuo. Tutti i gradi gerarchici, i legami statici che configurano lo Stato – e la natura – nella visione medievale, cadono: il rapporto fra individuo e totalità è diretto, immediato; fra uomo e cielo c’è continuità. La libertà è tutta positiva» (ivi, p. 190). Ma «l’incidenza del rivolgimento economico e religioso, – continuava Negri, – è così profonda che investe intera la società. Non è solamente l’antico ordine che è sconvolto, ma l’ordine tout court: o almeno questa è la grande paura che percorre la società europea. “Nuovo ordine” è parola troppo diffusa, speranza che presto travolge i limiti di applicazione che la borghesia aveva posto. Nuovo ordine: diviene l’aspirazione delle classi oppresse, la richiesta antica e sempre rinnovata di chi è subordinato e sfruttato. Rivolte di classe si susseguono ed il pensiero settario le sostiene: l’anarchia sembra coprire l’Europa. È di fronte a questi fatti che la crisi della libertà borghese rivela il suo più complessivo significato: è senz’altro crisi di ordine. Di ordine sociale, religioso e infine politico. L’apprendista stregone ha liberato forze che non sa esorcizzare. La borghesia nascente scopre nella necessità dell’ordine sociale il corrispettivo, la garanzia della libertà conquistata: essa non può risolvere la propria crisi se non risolve nel contempo la crisi dell’ordine sociale. La libertà va ora “difesa” dal generale sconvolgimento che la lotta di classe produce. […] La grande speranza di poter unificare la società intera nel disegno dello sviluppo della libertà borghese è ormai definitivamente tramontata. Spesso non esiste altra via che l’alleanza con i vecchi ceti, il più aperto compromesso delle esigenze rivoluzionarie. “Meglio la tirannia che l’anarchia”: Lutero e Erasmo, riformatori e umanisti lo ripetono» (ivi, pp. 192-193).

[28] Essendo il papa «il solo fra tutti i regnanti medievali che godesse di entrate da ogni angolo d’Europa», queste raggiungevano, nella seconda metà del Quattrocento, la ragguardevole cifra di 300 mila fiorini l’anno, ai quali erano da aggiungere, dopo il 1462, altri 50 mila fiorini derivanti dallo sfruttamento dei giacimenti di allume di Tolfa (cfr. Raymond de Roover, Il Banco Medici dalle origini al declino. 1397-1494, La Nuova Italia, Firenze, 1970, pp. 280 ss.).

[29] Pur non potendo sviluppare qui l’argomento, è d’obbligo rilevare come la demonologia e la persecuzione della stregoneria siano fenomeni proprî del «moderno», strettamente connessi al processo di formazione degli Stati, e non invece retaggi del «buio» Medioevo. Si vedano, di Luciano Parinetto, Streghe e politica. Dal Rinascimento italiano a Montaigne, da Bodin a Naudé (Istituto Propaganda Libraria, Milano, 1983) e Solilunio. Erano donne le streghe? (Pellicani, Roma, 1996). Circa «la grande “caccia alle streghe”, cioè il massiccio aumento di processi per stregoneria registrato nell’Europa occidentale fra il 1550 ed il 1650», Peter Burke ha sottolineato che «l’associazione di queste streghe al diavolo e al diabolico mondo alla rovescia era relativamente nuova» (Peter Burke, Il mondo alla rovescia e la cultura popolare, in La Storia. I grandi problemi dal Medioevo all’Età Contemporanea, sotto la direzione di Nicola Tranfaglia e Massimo Firpo vol. IV, L’Età Moderna, 2, La vita religiosa e la cultura, utet, Torino, 1986, p. 430). Lo stesso Burke aveva in precedenza richiamato l’attenzione sulla rilevanza ermeneutica della «labelling theory» elaborata a suo tempo nell’ambito della critica agli assunti epistemologici della criminologia: «I gruppi dominanti “manipolano” la realtà in modo da farla corrispondere a questi stereotipi e hanno il potere di far sì che le loro etichette restino attaccate alla gente. […] Non è difficile vedere quale possa essere l’importanza di questa “teoria delle etichette” per la storia sociale europea della prima età moderna, sia che i devianti fossero noti come “vagabondi” o “eretici” o “streghe”, sia che fossero perseguitati dallo Stato o dalla Chiesa» (Peter Burke, Le domande del vescovo e la religione del popolo, in Aa. Vv., Religioni delle classi popolari, a cura di Carlo Ginzburg, «Quaderni storici», Ancona, n. 41, maggio-agosto 1979, pp. 540-541). Infine, circa la repressione della stregoneria, Giorgio Galli ha avanzato quattro tesi: «1) la Chiesa attraversa una crisi al cui centro è la possibilità di una sua evoluzione in senso più avanzato e “democratico”, possibilità che viene a dissolversi nel corso di circa un secolo (metà xiv-metà xv); 2) questa crisi impedisce all’istituzione di dare una risposta in termini di egemonia culturale al movimento libertario in atto, che viene definito stregoneria; 3) di conseguenza la risposta è in termini puramente repressivi (Inquisizione, bolle); 4) essa non è sufficiente a bloccare il movimento, che si espande anche perché favorito da un clima culturale che presenta analogie con quello del i secolo (crisi generale di valori, riespansione di una cultura magica e astrologica che sotterraneamente persisteva)» (Giorgio Galli, Occidente misterioso, Rizzoli, Milano, 1987, pp. 168-169). Da ciò il politologo milanese ha concluso: «All’inizio dell’età moderna questo movimento non fu combattuto per irrazionalità o per oscurantismo. Fu combattuto perché era radicalmente alternativo, perché aveva radici culturali e sociali, perché senza sconfiggerlo (anche attraverso un salto qualitativo, compresa la democrazia rappresentativa) “l’età moderna” non avrebbe potuto essere tale, coi valori che le sono propri. […] Si possono allora vedere la Riforma e lo Stato moderno come quelle risposte culturali e istituzionali alle nuove ribellioni che la Chiesa di Roma non era più in grado di dare. […] Solo un salto culturale – la Riforma, appunto – crea le condizioni per la repressione in nome di Cristo» (ivi, pp. 170, 175 e 178).

[30] Grazie a queste terre, alle ammende, alle confische e ai diritti doganali, Enrico VII potrà ricostituire il tesoro regio e prescindere dal consenso parlamentare, indispensabile per riscuotere le imposte dirette (il Parlamento verrà infatti convocato solo sette volte tra il 1485 e il 1506).

[31] Karl Marx, Il Capitale, Libro primo, a cura di Aurelio Macchioro e Bruno Maffi, utet, Torino, 1974, cap. XXIV: “La cosiddetta accumulazione originaria”, § 2: “Espropriazione della popolazione rurale”, p. 902. Cfr. Mauro Ambrosoli, L’Inghilterra dei Tudor, in Nicola Tranfaglia – Massimo Firpo (direttori), La Storia. I grandi problemi dal Medioevo all’Età Contemporanea, vol. V, L’Età Moderna, 3, Stati e società, utet, Torino, 1986, pp. 89-121. È da notare la chiara percezione che a quel tempo si aveva del carattere servile del lavoro salariato, chiarezza espressa linguisticamente nel fatto che il termine servant «indicava chiunque lavorasse per un datore di lavoro in cambio di un salario che fosse pagato a cottimo o a ore, e che fosse assunto giornalmente, settimanalmente, o annualmente» (Crawford B. Macpherson, Libertà e proprietà alle origini del pensiero borghese. La teoria dell’individualismo possessivo da Hobbes a Locke, isedi Istituto Editoriale Internazionale, Milano, 1978, p. 314). Evidentemente il maquillage del salariato inteso a renderlo appetibile per i proletari e a farne addirittura un «diritto di cittadinanza» da rivendicare era ancora di là da venire, e la lingua del Seicento poteva esprimere delle verità rigorosamente vietate alle scienze sociali e al pensiero politico del Novecento.

[32] Nel corso del Cinquecento, a fronte della progressiva scarsità di legname e del conseguente aumento di prezzo del combustibile ligneo, comincia a essere estratto su larga scala il carbon fossile, soprattutto nella regione di Liegi (dove verso il 1520 la società indipendente dei minatori sarà stata quasi completamente sostituita dalla piccola impresa capitalistica, generalmente posseduta e gestita da associazioni di mercanti urbani) e in Inghilterra (dove alcune nuove miniere organizzate capitalisticamente sulla riva meridionale del Tyne e a nord del Trent promuovono lo sviluppo del porto di Newcastle): i successi di queste due aree economiche a partire dal Seicento saranno legati in larga misura proprio allo sfruttamento di nuove fonti di energia. Il notevole sviluppo dell’industria carbonifera inglese incoraggia la tendenza a ridurre i diritti di proprietà o di uso collettivo o familiare tradizionali, a beneficio del signore che gode del diritto eminente sulla terra, e quindi degli imprenditori a lui associati. Cfr. John Ulric Nef, The Rise of the British Coal Industry, Books for Libraries Press, Freeport (N.Y.), 1972 [1ª ed. 1932]. «Le montagnole di terra nera che si formavano accanto ai pozzi erano quasi tanto visibili quanto le guglie delle chiese. Esse preannunciavano il futuro che attendeva i popoli occidentali più efficacemente di quanto facessero gli edifici delle autorità municipali, i tribunali, e i palazzi dei mercanti che andavano moltiplicandosi in un gran numero di città europee» (John U. Nef, Le miniere e la metallurgia nella civiltà medievale, in Storia economica Cambridge, vol. II, Commercio e industria nel Medioevo, a cura di M.M. Postan e P. Mathias, cit., p. 532).

[33] Fernand Braudel ha ipotizzato che all’inizio del xvii secolo, su 70 milioni di europei, due o tre milioni vivessero dell’industria rurale; secondo J.U. Nef altrettanti vivevano dell’artigianato cittadino (maestri, operai e rispettive famiglie).

[34] All’influsso esercitato da questi scritti è da aggiungere l’attività di fomite ereticale e sovversivo svolta da ex soldati taboriti divenuti briganti nelle regioni confinarie o mercenari, come Bruderrotten (squadre di fratelli), presso i prìncipi e le città dell’Europa centrale (particolarmente apprezzati come moschettieri, i fanti boemi vengono utilizzati ampiamente dai duchi di Baviera, ma se ne trovano anche al servizio degli Asburgo e della Polonia). Sull’irradiamento dell’ussitismo si veda Josef Macek, Jean Hus et les traditions hussites: xve-xixe siècles, Plon, Paris, 1973. Una sintesi della vicenda taborita è in Amedeo Molnár, Storia dei Valdesi, Claudiana, Torino, 1974, vol. I, Dalle origini all’adesione alla Riforma (1176-1532), pp. 106-196.

[35] La guerra che nella primavera del 1525 sconvolge la Germania centro-meridionale può solo impropriamente essere definita contadina: sono masse fortemente caratterizzate dalla presenza di tessitori e di minatori quelle che seguono Thomas Müntzer, e «questo stato di fatto si trova tradotto nei suoi scritti del 1525, nei quali egli pone in primo piano non i contadini ma “il pover’uomo comune”. Nel suo proclama ai confratelli della Lega degli Eletti di Mansfeld, i minatori appaiono come l’unica speranza ancora sicura della rivoluzione millenarista, la sola forza in grado di abbattere “la casa di Baal e di Nembrod, il potente tiranno che, per primo, impose agli uomini la distinzione tra il tuo e il mio”» (Michel Gandilhon, Thomas Münzer, théologien du communisme, «Maintenant le Communisme», cit., p. 32). Peter Blickle scrive: «Data la partecipazione delle città territoriali e di quelle dell’Impero, il concetto di guerra contadina perde gran parte della propria affidabilità. I dubbi, poi, diventano ancora maggiori se si considera in che misura i minatori siano stati coinvolti nella rivoluzione del 1525» (Peter Blickle, La riforma luterana e la guerra dei contadini. La rivoluzione del 1525, il Mulino, Bologna, 1983, p. 220). Egli conia perciò il concetto di «rivoluzione dell’uomo comune» (des gemeinen Mannes, l’«uomo comune, il povero delle città e delle campagne»): «Nel 1525, da Salisburgo al Tirolo, dall’Alta Svevia al Württemberg e alla Franconia si parla dell’uomo comune come dell’artefice della rivoluzione. […] Il concetto di uomo comune sta quindi in contrapposizione a quello di autorità, incarnato dal signore territoriale o dal consiglio, suo analogo cittadino. In questo modo i contadini (o i minatori), gli abitanti delle città territoriali e quelli che nelle città dell’Impero godevano di minori diritti politici, erano globalmente sussunti sotto una stessa denominazione. […] Il concetto finisce dunque per coincidere col proprio designatum empirico. Uomo comune è il contadino, l’abitante delle città territoriali, quello delle città che non rientrano nei distretti imperiali e il minatore: nella misura in cui questo termine funge da corrispettivo dell’autorità, pensiamo sia legittimo parlare di una “rivoluzione dell’uomo comune”» (ivi, pp. 226-228). Secondo Oberman, «i contadini oppressi scatenano una rivoluzione proletaria ante litteram» (Heiko A. Oberman, Martin Lutero. Un uomo tra Dio e il diavolo, Laterza, Roma-Bari, 1987, p. 61).

[36] Cfr. Claus-Peter Clasen, Anabaptism. A Social History (1525-1618): Switzerland, Austria, Moravia, South and Central Germany, Cornell University Press, Ithaca-London, 1972.

[37] L’episodio verrà immortalato da Leonhard Beck in una xilografia (1515 ca.) per il Weißkunig, l’autobiografia di Massimiliano destinata alla stampa (l’imperatore sarà uno dei primi uomini politici a impiegare, dietro consiglio degli umanisti, il libello illustrato nella lotta per la conquista dell’opinione pubblica, commissionando agli artisti programmi di vasta portata).

[38] Si vedano le “Note bio-bibliografiche” nella silloge La stregoneria. Diavoli, streghe, inquisitori dal Trecento al Settecento, a cura di Sergio Abbiati, Attilio Agnoletto e Maria Rosario Lazzati, A. Mondadori, Milano, 1984, pp. 359-361).

[39] Cfr. Cesare Vasoli, Temi mistici e profetici alla fine del Quattrocento, in Id., Studi sulla cultura del Rinascimento, Lacaita, Manduria (BA), 1968, p. 185. Anche in Italia risuonano gli stessi temi: il 2 aprile 1484, Giovanni Mercurio da Correggio cavalca per le vie di Roma annunciando la trasformazione del mondo e l’avvento dell’Età dell’Oro; nel 1491, sempre a Roma, compare un uomo in veste da mendicante che agita motivi gioachimiti e predica l’arrivo del «pastore angelico», il pontefice profetizzato come riformatore della Chiesa; nel 1495-’96, a Siena giunge un penitente che reca in mano un teschio con la scritta «ecco io vengo velocemente, siate preparati»; dopo di lui, altri eremiti vestiti di sacco passano per le città e i villaggi della Toscana annunciando tribolazioni e predicando la penitenza.

[40] Cfr. Ernst H. Gombrich, Aby Warburg. Una biografia intellettuale, Feltrinelli, Milano, 1983, pp. 184-185 e tavv. 40 d, 41 a. «Alla fine della guerra dei contadini si constata un rinnovato interesse per le profezie. Tra le altre fu ristampata la Pronosticatio di Giovanni Lichtenberger; nel 1526 a Colonia presso Pietro Quentell (editore di numerosi opuscoli antiluterani, alcuni dei quali di Cocleo e di Eck), nel 1527 a Wittenberg, tradotta da Stefano Rodt con una prefazione di Lutero. In questa prefazione Lutero prendeva posizione contro le speculazioni astrologiche di cui era fatto oggetto da parte dei cattolici che ritenevano che il suo insegnamento e la guerra dei contadini fossero stati profetizzati da Lichtenberger. Nei Discorsi a tavola, Lutero nega che gli astrologi abbiano profetizzato la guerra dei contadini, anche se non sappiamo se l’immagine di Müntzer inserita nel testo delle predizioni di Lichtenberger, sia avvenuta con il suo consenso» (Leandro Perini, “Introduzione ai Discorsi a tavola”, in Martin Lutero, Discorsi a tavola, tr. it. a cura di Leandro Perini, Einaudi, Torino, 1975, pp. XCVIII-XCIX). Una traduzione in italiano della prefazione di Lutero a Die weissagunge Johannis Lichtenbergers deudsch zugericht mit vleys. Sampt einer nutzlichen vorrede und unterricht D. Martini Luthers Wie man die selbige und der gleichen weissagunge vernemen sol (Hans Lufft, Wittenberg, 1527) si trova in Aby Warburg, La rinascita del paganesimo antico. Contributi alla storia della cultura, raccolti da Gertrud Bing, tr. it. a cura di Emma Cantimori, La Nuova Italia, Firenze, 1987, pp. 377-382 (lo studio Divinazione antica pagana in testi ed immagini dell’età di Lutero, scritto da Warburg nel 1920, tratta ampiamente della profezia di Lichtenberger e delle posizioni circa l’astrologia in ambito riformato).

[41] «I più grandi moti contadini si ebbero in Ucraina negli anni 1490-1492: gli insorti erano guidati dal contadino Mulja e al loro fianco, nella lotta contro i nobili, si schierarono anche i contadini della Moldavia. I nobili polacchi, lituani e russi riuscirono a reprimere anche questa rivolta [come già quelle scoppiate a Gali† nel 1340, 1370 e 1469, Ndc] e Mulja e i suoi compagni furono condannati a morte. Altri contadini, specialmente nelle regioni russe, per sottrarsi allo sfruttamento preferirono fuggire nelle zone disabitate del nord e dell’est. Fra coloro che non condividevano il sistema di ingiustizia e di malcostume sociale, alcuni si riunirono attorno ai sacerdoti, certi di potere, con un ritorno allo spirito originario del Vangelo, porre rimedio alla situazione. Nella seconda metà del xv secolo a Velikij Novgorod sorse la setta eretica dei cosiddetti “giudaizzanti” i quali intendevano vivere secondo i principî della Bibbia. Molto spesso a questa setta si unirono anche altri eretici, i cosiddetti strigolnizi. Nemmeno gli strigolnizi riconoscevano il potere temporale della Chiesa, l’autorità dei vescovi, dei sacerdoti e dei monaci, e inoltre la loro opposizione si manifestava anche nel rifiuto del sistema sociale vigente. Questi due gruppi di eretici fecero molti proseliti: a Velikij Novgorod tra i borghesi e nelle campagne russe tra i contadini. Ad essi si unirono anche alcuni sacerdoti cólti che si dedicavano a traduzioni dall’ebraico e diffondevano misteriose profezie astrologiche. Contro gli eretici intervennero i vescovi i quali al sinodo del 1490 li espulsero dalla Chiesa; contemporaneamente, con l’aiuto del granduca e dei suoi soldati, gli strigolnizi e i giudaizzanti furono arrestati e messi in carcere. Nella lotta contro gli eretici la Chiesa ortodossa non si comportò diversamente da quella di Roma. Anche in Russia centinaia di oppositori della proprietà ecclesiastica e dell’oppressione feudale morirono sul rogo» (Josef Macek, L’Europa orientale nei secoli xiv e xv, Sansoni, Firenze, 1974, pp. 52-53).

[42] In conseguenza della politica antisemita dei Re Cattolici, circa 200 mila ebrei abbandoneranno la Spagna per trasferirsi in Portogallo (dove quattro anni dopo verranno battezzati a forza, senza però che venga chiesta loro una rigorosa osservanza religiosa), in Linguadoca, in Provenza, ad Avignone, nell’Impero ottomano (trovando impiego nell’amministrazione, dove ottengono una rilevante presenza nell’alta burocrazia, e nel piccolo e grande commercio, specie sulle vie dell’Europa orientale sottratte al controllo degli italiani), in Polonia e in Lituania (centro della cultura yiddish). Cfr. Anna Foa, Ebrei in Europa. Dalla peste nera all’emancipazione, Laterza, Roma-Bari, 1992.

[43] La situazione economica in cui versa la grande casa fiorentina è così grave che se «il governo mediceo non fosse stato rovesciato nel 1494, a causa dell’inettitudine politica di Piero e dell’invasione francese, sarebbe caduto in maniera anche più vergognosa in un dissesto finanziario di prim’ordine» (Raymond de Roover, Il Banco Medici dalle origini al declino. 1397-1494, cit., p. 537).

[44] Per una stimolante interpretazione in chiave mitopoietica della vicenda di Cristoforo Colombo, si veda Emilio Michelone, Il mito di Cristoforo Colombo, Varani, Milano, 1985, vol. I.

[45] Cfr. Josef Macek, L’Europa orientale nei secoli xiv e xv, cit., cap. I: “La Polonia, i Cavalieri dell’Ordine Teutonico, la Lituania”, pp. 3-32.

[46] Bundschuh significa letteralmente scarpa a legacci (il calzare usato solo dai contadini); in senso traslato indica la lega (Bund) dei contadini. Le sedi della lega, con la quale simpatizzano anche elementi borghesi e della piccola nobiltà, sono nelle regioni di Schlettstadt, Sulz, Dambach, Rosheim e Scherweiler. Il programma del Bundschuh comprende richieste come l’istituzione di un anno giubilare nel quale tutti i debiti siano prescritti (sul modello dell’Antico Testamento), drastiche misure contro gli usurai, l’abolizione dei tribunali ecclesiastici e imperiali (da sostituirsi con tribunali locali elettivi), la soppressione della confessione auricolare, la limitazione del numero dei preti e la riduzione delle loro prebende, il diritto di votare le imposte (l’apparizione delle prime forme economiche capitalistiche carica sulle spalle dei contadini, già gravati dagli innumerevoli balzelli feudali, anche il peso delle moderne forme di tassazione, destinate a turare le falle delle finanze dei prìncipi e degli Stati).

[47] Sulla Nave dei folli, si veda Joël Lefebvre, Les Fols et la folie. Étude sur les genres du comique et la création littéraire en Allemagne pendant la Renaissance, C. Klincksieck, Paris, 1968.

[48] «La Chiesa accettò il commercio degli schiavi quantunque vada detto che protestarono contro di esso papa Pio II nel xv secolo, papa Paolo III nel xvi secolo, papa Urbano VIII nel xvii secolo e papa Benedetto XIV nel xviii secolo; ma furono proteste ignorate tanto dai cattolici quanto dai protestanti» (J.C. de Graft-Johnson, Le civiltà scomparse dell’Africa, Feltrinelli, Milano, 1957, p. 200). La schiavizzazione degli africani da parte degli europei aveva preso il via nel 1441, allorché Antão Gonzalves e Nuno Tristão avevano catturato alcuni individui sul Rio de Oro e li avevano trasportati nelle Azzorre e a Madera, dove i portoghesi avevano introdotto la coltivazione della canna da zucchero, suscitando l’interesse degli «investitori internazionali» (interesse destinato a crescere ulteriormente con l’arrivo dell’oro e del pepe della Guinea, cfr. Wolfgang Reinhard, L’espansione europea. La conquista del Nuovo Mondo americano e dell’Antico Mondo asiatico, in Storia d’Europa, vol. IV, L’età moderna. Secoli xvi-xviii, a cura di Maurice Aymard, cit., p. 9). Dopo poco, si era stabilita una regolare tratta dei neri (fu grazie all’esperienza accumulata in questo commercio che la monarchia portoghese organizzò poi le conquiste coloniali sotto la guida della Casa da Mina, divenuta, nel 1506, Casa da India). L’africanista Jaffe scrive: «Nel 1490, São Tomé era un porto negriero, mentre la tratta degli schiavi e le piantagioni di canna da zucchero con manodopera schiava facevano la loro comparsa nel Benin, grazie alla corruzione del re da parte dei suoi agenti. Nello stesso anno, i missionari battezzavano i capi collaborazionisti, mentre gli Uoulof e altri popoli resistevano con le armi ai negrieri. La sconfitta, nel 1492, dell’ultima cittadella araba in Spagna, Granada, ad opera del feudalesimo mercantile spagnolo, spianò la strada a un’ancor più rapida escalation del colonialismo europeo in Africa. Nel 1500 Vasco de Gama diede inizio alla distruzione della civiltà dello Zanj e, in grado minore, di quella del Monomotapa. Nello stesso anno, cominciò anche la resistenza di massa da parte di tutti e tre i tipi di “dispotismo africano”» (Hosea Jaffe, Africa, movimenti e lotte di liberazione, A. Mondadori, Milano, 1978, § “L’accumulazione originaria: resistenza e collaborazione”, p. 50). Cfr. anche Hubert Deschamps, Storia della tratta dei negri. Dall’antichità ai nostri giorni, A. Mondadori, Milano, 1974 e Joseph Ki-Zerbo, Storia dell’Africa nera. Un continente tra la preistoria e il futuro, Einaudi, Torino, 1977 (l’Autore a p. 274 afferma potersi «ritenere che dal xv secolo in poi circa 100 milioni di uomini e donne siano stati strappati all’Africa, 50 milioni come minimo»). Nell’Europa mediterranea, a parte le galere e le piantagioni (dove gli schiavi lavorano nelle colture di zucchero dell’Algarve, a Napoli, sulle terre del Viceré, e a Lecce), la forma più diffusa di utilizzo della forza-lavoro schiava è nell’economia domestica.

[49] Secondo lo storico Franco Catalano, l’impresa di Napoli, al di là dell’intento mistico professato da Carlo VIII (la presa di una base avanzata per organizzarvi la crociata contro il Turco), «era voluta dalla borghesia francese, che desiderava occupare od almeno mantenere sotto la sua influenza gli importanti centri italiani di produzione delle materie prime necessarie alle proprie industrie che si erano notevolmente sviluppate sotto gli ultimi sovrani francesi in seguito alla politica favorevole da essi svolta. Inoltre, i commercianti francesi avevano mostrato la tendenza, negli ultimi anni, a svolgere il commercio con l’Oriente direttamente, senza gli intermediari italiani, e perciò il possesso dei porti dell’Italia meridionale avrebbe potuto essere per loro importante» (Franco Catalano, Dall’equilibrio alla crisi italiana del Rinascimento, 1450-1500, in Storia d’Italia, coordinata da Nino Valeri, vol. II, Dalla crisi della libertà agli albori dell’illuminismo, utet, Torino, 1965, p. 143). Circa l’impatto sociale del ciclo di guerre che va a iniziare con questa spedizione, si veda Maria Ludovica Lenzi, La pace strega. Guerra e società in Italia dal xiii al xvi secolo, Editori del Grifo, Montepulciano (SI), 1988, cap. “IV. ‘Guerre horrende de Italia’ (1494-1527)”, pp. 127-237 (il titolo di questo capitolo deriva da quello della pubblicazione di un anonimo cantastorie apparsa a Venezia nel 1535). Sul piano militare, la spedizione di Carlo VIII si basa su di un esercito di 18 mila uomini – il cui nucleo principale è costituito dalle compagnies d’ordonnance (compagnie di cavalieri dotati di armamento pesante composte quasi esclusivamente da nobili) – e su di un parco di artiglieria d’assedio ippotrainato di almeno quaranta cannoni, potenti ma nondimeno abbastanza mobili da poter essere trasportati attraverso le Alpi: «Con il senno di poi, possiamo descrivere le truppe di Carlo VIII come il primo esercito “moderno”, visto che consisteva delle tre armi in grado di sostenersi a vicenda e che era composto in prevalenza da uomini pagati da un tesoro centrale» (Michael Howard, La guerra e le armi nella storia d’Europa, cit., p. 39). Le novità introdotte da questa campagna verranno rilevate dagli osservatori del tempo: «le guerre di oggigiorno sono influenzate più dalla potenza delle bombarde e dell’artiglieria che dagli uomini d’armi» (dichiarazione del Senato veneziano, 1498, cit. in Michael Mallett, Diplomacy and War in Later Fifteenth-century Italy, «Proceedings of the British Academy», London, LXVII, 1981, p. 270); «l’impeto delle artiglierie è tale che non truova muro, ancoraché grossissimo, che in pochi giorni ei non abbatta» (Niccolò Machiavelli, Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, Einaudi, Torino, 1983, p. 279); «Innanzi al 1494 erano le guerre lunghe, le giornate non sanguinose, e’ modi dello espugnare terre, lenti e difficili; e se bene erano già in uso le artiglierie, si maneggiavano con sì poca attitudine che non offendevano molto; in modo che chi aveva uno Stato era quasi impossibile lo perdessi. Vennono e’ franzesi in Italia, ed introdussero nella guerra tanta vivezza, in modo che insino al ’21, perduta la campagna, era perduto lo Stato» (Francesco Guicciardini, Ricordi, in Id., Scritti politici e Ricordi, a cura di R. Palmarocchi, Laterza, Bari, 1933, § 64, p. 289). Entusiastici fautori dell’artiglieria sono anche Ercole d’Este, il Valentino (che con l’aiuto di Leonardo da Vinci si dota di un parco di cannoni efficiente), Giacomo IV di Scozia, Enrico VIII e Massimiliano d’Asburgo (il cui interesse in materia è sottolineato nell’opera autobiografica Weißkunig).

[50] In una predica della Quaresima del 1492, Savonarola aveva dato per imminente il castigo per mano di qualcuno, proveniente d’oltralpe, chiamato dal Signore a umiliare i dominatori della Terra, a sconquassare le porte di bronzo e a rompere le sbarre di ferro: punita e purificata la Chiesa, sarebbe poi potuta iniziare la nuova èra (già Gioacchino da Fiore aveva fatto appello a un re secolare affinché castigasse la Chiesa per la sua corruzione e mondanità). Sul risveglio escatologico che accompagna la predicazione di Savonarola, si veda Giuseppe Schnitzer, Gerolamo Savonarola, Treves, Milano, 1931, vol. II, pp. 200-202. Sulla figura dell’irruente monaco ferrarese, si vedano i quattro volumi di Franco Cordero, Savonarola, Laterza, Roma-Bari, 1986-’88.

[51] Su Aldo Manuzio e l’editoria del suo tempo, cfr. Leandro Perini, La stampa e la cultura. Aldo Manuzio, in Storia della società italiana, parte terza, vol. IX, I secoli del primato italiano: il Cinquecento, Nicola Teti & C., Milano, 1992, pp. 205-236.

[52] Nel Napoletano i «grandi» abbandonano al suo destino la dinastia aragonese, che pochi anni prima aveva represso duramente la «congiura dei baroni», motivo adombrato da Carlo VIII per asserire di aver agito «per benefizio et aumento universale, per liberare quel regno di tirannide, et principalmente per remettere i baroni nei loro stati», come scrive M. Guazzo nella sua Histoire…, ove se contengono la venuta et partita d’Italia di Carlo Ottavo, re di Franza… (Venezia, 1547).

[53] «Massimiliano, eletto nel 1493, regna fino al 1519. Come designato dal collegio elettorale prende il titolo di re dei Romani, ma siccome non è stato incoronato dal papa, non può né portare il titolo di imperatore, né designare un successore. Malgrado tutto, nel 1508 Massimiliano decide di assumere il titolo di “Imperatore eletto dei Romani”, poi, poco tempo dopo, di “Imperatore tedesco”. A partire dal 1512, la Cancelleria imperiale utilizza la formula “Sacro Romano Impero di nazione tedesca”. Questa politica si evolve nel tentativo di dar vita a uno Stato nazionale tedesco, e congiuntamente nell’abbandono delle ambizioni universaliste dell’impero medievale» (Michel Péronnet, Il xvi secolo, 1492-1620. L’Europa del Rinascimento e delle Riforme, cit., p. 104). Tra il 1500 e il 1512, per facilitare l’amministrazione dei territorî dell’Impero, Massimiliano li riunisce in dieci circoscrizioni, nelle quali il potere legislativo è affidato a un’assemblea e quello esecutivo a un direttorio di due prìncipi, aventi il compito di garantire la pace, l’esazione dell’imposta e il reclutamento dell’esercito.

[54] Centesimo comune: 1 Pfennig per ogni abitante maggiore di quindici anni. Tra il 1422 e il 1551, per finanziare le operazioni militari contro gli ussiti, gli ottomani e i francesi, la Dieta imperiale tedesca impone per undici volte questa contribuzione, alla quale è legato il censimento più antico e il solo che abbracci tutto l’impero germanico propriamente detto. Molte volte, però, la Dieta nega il credito necessario alla politica estera di Massimiliano (tant’è che gli italiani lo soprannominano «l’imperatore senza denaro»).

[55] L’élite francofortese – formata da circa quarantacinque «casate (Geschlechter): meno dell’1% della popolazione – manterrà il controllo esclusivo delle quindici cariche di vertice dal xiv fino al xviii secolo, ricorrendo a un complesso sistema di alleanze per proteggere il proprio potere sulla città.

[56] «Secondo il sistema ereditato dalla Rus’ di Kiev, ed incontrastato nell’età mongola, i contadini, liberi concessionari che si radunavano in comunità di villaggio, trattavano con il boiaro, là dove esisteva, le condizioni e le prestazioni (denaro, natura e servizi) per poter coltivare, ma restavano liberi di abbandonare le concessioni e di cercare altrove nuove terre e nuovi dissodamenti. Nel corso del xv e del xvi secolo i contadini incontrarono difficoltà sempre maggiori nel praticare questi loro antichi diritti» (Massimo Guidetti, Imperi, regni e repubbliche dell’Oriente europeo, in Storia d’Italia e d’Europa, comunità e popoli, a cura di Massimo Guidetti, vol. III, Il rinascimento e le riforme, Jaca Book, Milano, 1979, p. 138). Anche in Boemia nel 1497 viene introdotto legalmente il servaggio, confermato nella Costituzione del 1500 (lì come altrove i signori si sono indirizzati sempre più alla conduzione diretta e alla produzione per il mercato aumentando i tributi e le corvées, nel mentre cercano di sottomettere le città).

[57] Cfr. Witold Kula, Un’economia agraria senza accumulazione. La Polonia dei secoli xvi-xviii, «Studi storici», Roma, a. IX, n. 2, aprile-giugno 1968, pp. 594-622. Koenigsberger e Mosse rilevano che «nel Cinquecento l’urbanizzazione e lo sviluppo industriale dell’Europa occidentale erano strettamente legati, e in parte dipendevano, dal trionfo di un nuovo “feudalesimo” commerciale a oriente dell’Elba, dalla servitù in cui erano stati ridotti i contadini una volta relativamente liberi, e dal declino delle città tedesche orientali e polacche, così come erano legati, e in parte anche dipendevano, dal mercato degli schiavi e dal lavoro di questi nelle piantagioni del Nuovo Mondo. D’altra parte in Boemia e in Ungheria si ebbero processi sostanzialmente simili, senza ricorrere all’esportazione di cereali nell’Europa occidentale; in queste regioni i mercati erano rappresentati dagli eserciti e dalle guarnigioni delle fortezze impiegati nella guerra contro i turchi e, più tardi, nella Guerra dei Trent’anni. In gran parte dell’Europa centro-orientale una nobiltà economicamente e politicamente trionfante identificò gli interessi dello Stato con i propri, come nel caso della Repubblica aristocratica di Polonia anche se non in maniera definitiva fino al xvii secolo, o alleandosi con i principi, come in Brandeburgo-Prussia: l’assolutismo posteriore degli Hohenzollern non si estese, come è noto, alle proprietà dei Junker» (H.G. Koenigsberger – G.L. Mosse, L’Europa del Cinquecento, cit., pp. 58-59).

[58] La «confederazione dei cantoni svizzeri, dopo aver respinto nel 1470-’80 gli attacchi di una Borgogna espansionista, conquistò l’indipendenza nel 1499 con la battaglia di Dornach [22 luglio 1499, Ndc] contro l’imperatore Massimiliano di Germania, suo alto signore, e si impose stabilmente come fattore importante nei futuri calcoli diplomatici e militari» (John R. Hale, Guerra e società nell’Europa del Rinascimento, 1450-1620, Laterza, Roma-Bari, 1987, p. 4). La Guerra di Svevia, costata 20 mila morti e la distruzione di duecento fra castelli e villaggi, si concluderà con la pace di Basilea (22 settembre 1499). «Ricordiamo qui […] la serie cronologica degli eventi internazionali che condizionano costantemente l’evoluzione interna [della Svizzera]: la prima fase delle guerre d’Italia, cominciata nel 1403 con l’alleanza di Uri con il Levantino e terminata nel 1478 con la battaglia decisiva di Giornico, interessa prima di tutto i Waldstätten, in lotta contro Milano. La seconda fase conduce l’intera Confederazione a sostenere con le armi una politica di espansione di cui Marignano segna il punto finale: 1494, spedizione di Carlo VIII a Napoli; 1495, inane campagna degli svizzeri a Novara; 1499, discesa di Luigi XII in Italia, alleanza franco-svizzera di dieci anni, guerra di Svevia; 1500, tradimento di Novara; 1503, discesa degli svizzeri a Locarno, pace di Arona; 1509, scadenza del trattato con la Francia, alleanza con il papa Giulio II, trionfo della politica antifrancese del cardinale Schinner; 1510, campagna di Chiasso; 1511, “fredda campagna d’inverno”; 1512, la Lega Santa di Giulio II viene sconfitta a Ravenna, ma gli svizzeri cacciano i francesi dall’Italia ove i Cantoni e le Leghe dei Grigioni controllano diverse valli, mentre Berna, Friburgo, Soletta e Lucerna occupano Neuchâtel; il ducato di Milano è posto sotto la protezione degli svizzeri; 1513, battaglia di Novara, spedizione di Digione; 1515, gli svizzeri, divisi, sono vinti da Francesco I a Marignano. La “pace perpetua” con la Francia, nel 1516, inaugura la terza fase: d’ora innanzi gli svizzeri non andranno alla guerra se non come mercenari; 1516, battaglia evitata di misura tra gli svizzeri di Francesco I e quelli di Massimiliano; 1519, elezione di Carlo V; 1521, gli svizzeri di Leone X conquistano Parma e Piacenza; 1522, le truppe imperiali e quelle pontificie sconfiggono gli svizzeri di Francesco I alla Bicocca; 1525, rotta degli svizzeri e dell’esercito del re di Francia a Pavia; 1527, sacco di Roma» (Conrad André Beerli, Le peintre poète Nicolas Manuel et l’évolution sociale de son temps, Librairie E. Droz, Genève, 1953, p. 12).

[59] Hans Baron, La civiltà del xv secolo e il Rinascimento, in Storia del Mondo Moderno, vol. I, Il Rinascimento, 1493-1520, cit., p. 81.

[60] Cfr. K.N. Chaudhuri, The World-System East of Longitude 20°: the European Role in Asia 1500-1750, «Review», A Journal of the Fernand Braudel Center for the Study of Economies, Historical Systems, and Civilizations, Beverly Hills (Cal.), vol. V, n. 2, autunno 1981, pp. 219-245 e O.H.K. Spate, Storia del Pacifico (secoli (xvi-xvii). Il lago spagnolo, a cura di Gianluigi Mainardi, Einaudi, Torino, 1987.

[61] Corrado Vivanti, La storia politica e sociale. Dall’avvento delle signorie all’Italia spagnola, in Storia d’Italia, vol. II, tomo 1º, Dalla caduta dell’Impero romano al secolo xviii, Einaudi, Torino, 1974, p. 354. L’uccisione del Frate e il ristabilimento del potere del patriziato non riescono però a placare il clima escatologico diffuso nella Firenze del tempo: sia negli «ambienti raffinati dell’alta cultura umanistica e platonica» sia tra «i gruppi e le sètte popolari che continuamente rifiorivano dal ceppo piagnone, invano perseguitate dalla repressione oligarchica o medicea», permane «l’attesa di un’età di rinnovamento profondo, che si risolva nell’avvento di un’esperienza religiosa purificata e nella pacifica concorde convivenza di tutti gli uomini nell’unico gregge dell’unica Chiesa. L’esigenza che il mondo cristiano sia riscattato alla sua purezza originaria, che gli uomini vivano una nuova èra di concordia e di pace, è certo il motivo più costante di tutte le profezie dotte e popolari, di quelle volte a celebrare l’avvento della nuova età dell’oro di cui aveva parlato, con sicura certezza, Marsilio Ficino, o delle altre che annunziano a tutti i cristiani l’imminenza di prove spaventose e la tramutazione di tutte le cose nell’ora di un vicino Giudizio. E tutti, i lettori di Platone, degli scritti ermetici o dei carmina orfici, come i popolani piagnoni, sembrano attendere, con la medesima ansia, il tempo ormai vicino in cui muterà la condizione generale della cristianità, del genere umano e del mondo; o, – come pensano i ficiniani – il tempo in cui si adempirà la promessa della riforma platonica, e la comunità dei cristiani conoscerà l’ordine e la perfezione ideale della “Repubblica”» (Cesare Vasoli, Temi mistici e profetici alla fine del Quattrocento, in Id., Studi sulla cultura del Rinascimento, cit., pp. 180-181). «In tutti i momenti più critici della storia fiorentina, quando il Valentino invade il dominio fiorentino, all’epoca della lega di Cambrai, al momento della restaurazione medicea e dopo l’elezione di Leone X, sorgono nuove figure di profeti o di invasati che rinnovano l’annunzio dell’Anticristo e il presagio della riforma» (ivi, p. 215).

[62] «Le restrizioni che il cristianesimo aveva tradizionalmente posto sull’esigere interessi si andarono allentando per tutto il corso del secolo. È sintomatico che Calvino ritenesse che il denaro, lungi dall’essere improduttivo, dovesse essere considerato alla stregua di qualsiasi altra merce prodotta dagli uomini con il proprio lavoro, e pertanto dovesse essergli concesso di riprodursi. Ovviamente l’interesse si poteva esigere soltanto se andava a beneficio della comunità, ma “se noi condanniamo interamente l’usura, noi imponiamo alla coscienza freni più pesanti di quelli posti da Dio”. Il fatto nuovo non consisteva nel percepire interessi, pratica già in uso nel Medioevo, ma che ora le restrizioni su tale pratica venissero deliberatamente allentate, e la proprietà, anche se ancora considerata come un bene affidato al singolo per il beneficio della comunità, divenisse sempre più mezzo di sfruttamento» (H.G. Koenigsberger – G.L. Mosse, L’Europa del Cinquecento, cit., p. 7). In ambito umanistico, Poggio Bracciolini e Leon Battista Alberti, rispettivamente nel De Avaricia e nei Libri della Famiglia, si erano già incaricati di legittimare la crescita delle fortune finanziarie come risultante di un’attitudine «naturale» dell’uomo e di giustificare eticamente le categorie e i valori dell’economia mercantile (duplice equazione valore = lavoro e valore = tempo): «Avere imperio sopra di alcuno credo sia non altro che fruttare l’opere sue» (L.B. Alberti).

[63] Il capoluogo lombardo è, intorno al 1500, una delle quattro città europee di 100 mila abitanti o più, insieme a Parigi, Napoli e Venezia. «Bisanzio sfruttata fino all’osso» dagli italiani (Fernand Braudel), dopo la conquista ottomana, da spopolata e in decadenza che era, è diventata una città il cui numero di abitanti – 700 mila – e il cui commercio superano di gran lunga quelli di ogni altro agglomerato urbano sia del mondo cristiano sia di quello musulmano. Nel corso del Cinquecento, l’incremento della popolazione europea sarà del 25% (da 82 a 105 milioni di abitanti, con un andamento omogeneo tra i varî Paesi). Per quanto riguarda la distribuzione della popolazione sul territorio, si assiste a una rarefazione demografica nelle regioni montane e a un accentuato inurbamento (soprattutto nell’Europa meridionale). A compensare in parte il deflusso di uomini dalla campagna alla città, si verifica un movimento inverso promosso da un lato dalla moltiplicazione delle industrie rurali che riassorbono il sottoimpiego urbano (Inghilterra, Svezia, regioni fiamminghe e tedesche, alcune plaghe della valle del Po) e dall’altro dalla «ruralizzazione» di molti ricchi borghesi che investono le proprie ricchezze in beni terrieri.

[64] «Poco importava a questi “pre-proletari”, che vivevano ai margini della società organizzata, lo scopo della campagna per la quale vendevano le loro forza. “Nulla da perdere, tutto da guadagnare”, questo era il loro motto. Noncuranza, temerarietà, licenziosità, eccentricità e asprezza nel saccheggio costituivano il loro codice morale» (Maurice Pianzola, Peintres et Vilains, Les presses du réel, Paris, 1992, pp. 69-70). La sostanziale indifferenza dei mercenari, in questo caso lanzichenecchi, rispetto a chi fosse colui che li assoldava e la loro mobilità attraverso i confini degli Stati preoccupavano non poco anche Massimiliano I d’Asburgo, che cercò di combatterle ricorrendo alla «criminalizzazione del libero servizio mercenario. Chi lo rivendicava come un suo buon diritto, era considerato un criminale e poteva essere punito duramente. La motivazione che si dava era di una semplicità pari alla sua gracilità. L’imperatore faceva appello alla fedeltà all’impero, alla coscienza imperiale e nazionale. […] Era in sé una contraddizione, che esigesse fedeltà alla nazione un imperatore elettivo che non si definiva in termini nazionali, ed i cui elettori, i principi elettori, non intendevano in termini nazionali» (Reinhard Baumann, I Lanzichenecchi. La loro storia e cultura dal tardo Medioevo alla guerra dei Trent’anni, cit., pp. 63-64).

[65] Un’assoluta durezza, un fortissimo magnetismo personale e un certo fiuto per l’arte di governo sono i caratteri del Valentino che inducono Machiavelli a vedere in lui un potenziale salvatore dell’Italia.

[66] Cfr. Piero Pieri, La guerra franco-spagnola nel Mezzogiorno (1502-1503), «Archivio Storico per le Provincie Napoletane», Napoli, 1952.

[67] Cfr. Alessandro Bausani, I Persiani, Sansoni, Firenze, 1962, cap. VIII: “I Safavidi”, pp. 179-203 e Id., La Persia dei Safavidi, in Nicola Tranfaglia – Massimo Firpo (direttori), La Storia. I grandi problemi dal Medioevo all’Età Contemporanea, vol. III, L’Età Moderna, 1, I quadri generali, utet, Torino, 1987, pp. 771-787.

[68] «Nel corso del secolo xv e agli inizi del xvi ci troviamo di fronte a un tentativo sistematico di imporre, rafforzare ed estendere i rapporti di servaggio, o Leibeigenschaft, una forma di dipendenza personale che, attraverso un trasferimento di diritti, mette il “corpo” di un essere umano a disposizione del signore. Ciò si può inquadrare alla luce di un duplice obiettivo perseguito dai signori: da un lato compensare il declino dei redditi e il bisogno di denaro tramite l’esazione di tributi aggiuntivi; d’altro lato ricomporre la frammentazione di prerogative che formano ciascuna signoria, razionalizzandone l’amministrazione e riducendo i contadini a sudditi (Untertanen) entro un territorio chiuso e compatto. Il servaggio assume qui un significato distinto sia dalla più antica “servitù della gleba” sia dall’asservimento dei contadini come manodopera per le vaste riserve cerealicole dell’Europa orientale. Esso comporta, piuttosto, tanto un prelievo di tributi quanto una serie di restrizioni e controlli esercitati dal signore sul contadino in occasione di matrimoni, trasferimenti di terra e successioni. Gli obblighi riguardano talora servizi in lavoro, ma sempre e soprattutto una imposta testatica, una limitazione di diritti di alienare beni e prodotti, una tassa di successione per causa di morte o Todfall e infine la proibizione di sottrarsi senza permesso alla giurisdizione del signore per scegliersi liberamente un altro signore. Grazie alla stipulazione di accordi tra i signori per scambiarsi servi con permute di 10, 20, fino a mille per volta, i coltivatori rimangono al proprio posto a lavorare gli stessi poderi, ma si trovano a dipendere da un nuovo signore, che può in tal modo concentrare i propri diritti di servaggio entro un’area compatta, un perimetro chiuso, soggetto a un dominio esclusivo. A complemento di un simile processo, si assiste alla tendenziale trasformazione delle concessioni ereditarie in concessioni vitalizie (Fallehen), caratterizzate dall’esazione di un tributo aggiuntivo e arbitrario (Handlohn) al volgere di ogni generazione o al trasferimento del podere a nuovi concessionari. Legando i contadini con vincoli personali annodati a dipendenze terriere, i signori stabiliscono uno stretto nesso tra il controllo della terra e il controllo dei coltivatori, che tende a fissarne rigidamente il posto nella società rurale. Questa evoluzione tende a conferire al signore un potere che combina la signoria terriera a quella personale, eclissandole entrambe per accostarsi, sotto certi aspetti, alle prerogative del potere bannale grazie all’esercizio di un’autorità territoriale esclusiva e uniforme (Landeshoheit) che consente di comandare, obbligare e punire quanti vi sono soggetti» (Sandro Lombardini, Rivolte contadine in Europa, secoli xvi-xviii, cit., pp. 25-26).

[69] Si tratta di una parola d’ordine ripresa dalla Reformation Kaiser Sigmunds: un testo in tedesco, apparso intorno al 1439, in cui si fa un appello alla fine delle guerre – sono terminate da non molto quelle contro gli ussiti –, si propugna il ritorno della Chiesa alla povertà assoluta delle origini e si chiede la soppressione delle gilde monopolistiche e delle grandi compagnie mercantili, l’abolizione dell’«appropriazione della persona» dei contadini da parte dei signori, l’apertura delle porte delle città agli ex servi, un ordinamento egualitario che regoli prezzi, salari e imposte; la Reformation Kaiser Sigmunds, che conosce una forte diffusione soprattutto sul finire del Quattrocento, assegna il compito di attuare queste riforme a un futuro imperatore contadino, riprendendo così il tema dell’imperatore dormiente, il cui risveglio avrebbe annunciato l’Età dell’Oro, e specificandolo in senso sociale. A proposito del tema della giustizia nella religione dei poveri e nel ciclo delle insurrezioni destinato a culminare con l’entrata in scena del proletariato moderno come soggetto storico, si vedano le considerazioni di Antonio Negri: «Ora, intendiamo ingiustizia, come il concetto che esprime “subire ingiustizia”. Nella nostra cultura, l’origine cristiana di questa specificazione può essere assunta senza dubbio, non in termini teologici tuttavia bensì storici, materiali, – questa specificazione è invero propria della religione dei poveri, e in civiltà che cristiane non sono, è pur stata definita secondo altri schemi, spesso religiosi. Subire ingiustizia, in questo quadro, è subire; subire una lacerazione dell’esistenza, un’alienazione della personalità o del gruppo sociale: ha l’immediatezza dell’esistente, una lacerazione che è crudele e ingiusta prima che la giustizia e qualsiasi idea appaiano a motivarla. Di qui, dal fondo di questa miseria e di questa impotenza, si chiede giustizia: non il concetto, non l’idea, non la mediazione, ma la giustizia come vendetta e restaurazione, come resurrezione e pena per l’avversario. Il presupposto della nozione di giustizia che qui si pone è l’ingiustizia subìta. La qualità di questa nozione di giustizia è sì quella della riparazione ma essa è irriducibile a qualsiasi progetto ricompositivo perché fondata sulla più estrema negatività. Se qui di giustizia dunque si vuol parlare non si può farlo che sullo stacco dell’utopia. Essa non è riducibile né al concetto né all’idea né alla mediazione della giustizia perché è segnata dall’ingiustizia fino ad essere rifiuto dell’esistente. Essa è rifiuto di ogni mediazione della giustizia con il diritto, con la legittimità comunque intesa, con la teoria e la riflessione astratte. È la miseria vissuta fino al limite della distruzione di sé e del mondo, è immediatamente devianza. Questa giustizia che sorge dall’ingiustizia non ha dunque sbocco che nell’utopia: utopia come amore universale ma solo se l’atto d’amore è innervato dalla violenza devastatrice del nemico, – ribellione, uguaglianza radicale, libertà sono le parole che stanno scritte su tutti i labari insurrezionali dei poveri, nel mondo antico e moderno, di tutti coloro che scoprono la giustizia come completamento disperato della negatività cui sono ridotti dal potere. […] Rispetto all’utopia del povero, il proletariato porta la negatività ad un ruolo produttivo, conduce la sua opera dalla distruzione del pieno della produzione alla distruzione di ogni comando, alla rivendicazione del vuoto da ogni legge. Il proletariato moderno è misero ma potente, […] la giustizia del povero, la giustizia che nasce dalla negatività, è coniugabile con la potenza. L’intero orizzonte storico della discussione sulla giustizia è con ciò rovesciato. […] Giusta è solo la distruzione dello Stato e del diritto, perché senza questa distruzione sempre vi sarà l’ingiustizia dello sfruttamento» (Antonio Negri, Voce “Giustizia”, in Dizionario critico del diritto, a cura di Cesare Donati, Savelli, Roma, 1980, pp. 154-156).

[70] Chantal Lemercier-Quelquejay, La pace mongola, Mursia, Milano, 1971, p. 62. Sulla «storia e sulla natura sociale della Russia, segnata, nei secoli medioevali, da un abortito feudalesimo “propulsivo” di tipo nordico-normanno, dalla spaventosa invasione asiatico-mongolica, dal conseguente giogo tartarico, da tradimenti, da massacri, da astuzie e dalla costruzione infine di uno Stato che, a differenza dell’assolutismo “modernizzante” delle monarchie europee di Antico Regime, porta ben visibili le stimmate del servaggio mongolico e del dispotismo orientale» (Bruno Bongiovanni), si vedano i capitoli IV e V delle marxiane Revelations of the Diplomatic History of the 18th Century, riprodotti in Karl Marx, Russia, Editori Riuniti, Roma, 1993, pp. 3-33.

[71] Paolo Repetto, In capo al mondo e ritorno, in Storia d’Italia e d’Europa, comunità e popoli, a cura di Massimo Guidetti, vol. III, Il rinascimento e le riforme, cit., p. 105. Cfr. anche Marica Milanesi, Il primo secolo della dominazione europea in Asia, Sansoni, Firenze, 1976. Cipolla ha individuato nella superiorità navale il fattore principale, e al contempo il limite, dell’espansione europea: «Grazie alle caratteristiche rivoluzionarie delle loro navi da guerra, gli europei in pochi decenni stabilirono il loro predominio sugli oceani. Dato che il loro vantaggio risiedeva nelle loro flotte, per quasi tre secoli la loro supremazia fu limitata ai mari» (Carlo M. Cipolla, Tecnica, società e cultura. Alle origini della supremazia tecnologica dell’Europa xiv-xvii secolo, il Mulino, Bologna, 1989, p. 228).

[72] Cit. in Marcel Bataillon – André Saint-Lu, Las Casas et la Défense des Indiens, Gallimard, coll. “Julliard Archives”, Paris, 1973, p. 60. Gli indios non appartengono all’encomendero, ma costituiscono, almeno dapprincipio, un privilegio feudale. Molto presto gli encomenderos prendono a pretendere dei contingenti di indigeni per sottometterli al lavoro forzato, innanzitutto per il lavaggio della sabbia aurifera dei fiumi. Lo sfruttamento è assoluto, non avendo l’encomendero obblighi di alcun genere, nemmeno quello di consentire la riproduzione della forza-lavoro: «In pochi decenni le isole vengono letteralmente spopolate (la manodopera che raccoglie oro non coltiva più i campi, si degrada l’equilibrio di sussistenza delle popolazioni)» (Massimo Guidetti, Commerci, industria, credito: nasce la grande economia, in Storia d’Italia e d’Europa, comunità e popoli, a cura di Massimo Guidetti, vol. III, Il rinascimento e le riforme, cit., p. 85), sicché «sia in Messico che nel Perù o in Bolivia, a cinquant’anni dalla conquista, era rimasto poco più di un milione di individui, mentre all’inizio ve n’erano da venticinque a trenta milioni in Messico, e da quindici a venti nell’impero inca» (Robert Jaulin, La pace bianca. Introduzione all’etnocidio, Laterza, Bari, 1972, p. 13). Questi dati concordano con quelli forniti da Sherburne Friend Cook – Woodrow Borah, The Aboriginal Population of Central Mexico on the Eve of the Spanish Conquest, University of California Press, Berkeley (Cal.), 1963. Sulle problematiche antropologiche aperte dalla Conquista, si vedano, di Giuliano Gliozzi, La scoperta dei selvaggi. Antropologia e imperialismo da Colombo a Diderot (Principato, Milano, 1971) e Adamo e il Nuovo Mondo. La nascita dell’antropologia come ideologia coloniale dalle genealogie bibliche alle teorie razziali, 1500-1700 (La Nuova Italia, Firenze, 1977), nonché Eugenio Garin, Alla scoperta del «diverso»: i selvaggi americani e i saggi cinesi, in Id., Rinascite e rivoluzioni. Movimenti culturali dal xiv al xviii secolo, Laterza, Roma-Bari, 1976, pp. 327-362. Ma il «selvaggio» non s’incontra solo nel Nuovo Mondo: «Nella Francia e nell’Inghilterra del xvi-xvii secolo, gli “imprenditori” che si accaparrarono e bonificarono le terre paludose vi scoprirono un “popolo di selvaggi” che pescava e cacciava con le trappole, e che sino ad allora era vissuto più o meno felicemente ignorando l’esistenza di proprietari terrieri e percettori delle imposte» (Antoni Măczak, Lo Stato come protagonista e come impresa: tecniche, strumenti, linguaggio, in Storia d’Europa, vol. IV, L’età moderna. Secoli xvi-xviii, a cura di Maurice Aymard, cit., p. 126).

[73] I boiari vengono assoggettati con espressi giuramenti di fedeltà allo zar, garantiti da forti somme di denaro prestate da garanti, con il divieto di divenire servitore anche di un signore non russo, com’era d’uso in precedenza, e con l’obbligo di fornire un servizio in cambio di ogni possesso ereditario: il principio, una volta affermato per il territorio di Mosca, si estenderà via via al resto dell’impero. Dalla fine del Quattrocento, Ivan III inizierà la pratica del pomeŠtije, la concessione di terra dello zar a un dvorianin, in cambio di un servizio soddisfacente. Sotto Ivan IV, «il nerbo portante della vita pubblica moscovita divenne la nobiltà di servizio, l’insieme dei dvoriane, variamente divisi al loro interno a seconda della nobiltà degli antenati e del rango che vivevano tutti sulla disponibilità della terra e del lavoro contadino coatto (dal 1590)» (Massimo Guidetti, Imperi, regni e repubbliche dell’Oriente europeo, in Storia d’Italia e d’Europa, comunità e popoli, a cura di Massimo Guidetti, vol. III, Il rinascimento e le riforme, cit., p. 140). Cfr. anche Josef Macek, L’Europa orientale nei secoli xiv e xv, cit., cap. II: “La Russia”, pp. 33-58.

[74] Paolo Malanima, Economia preindustriale. Mille anni: dal ix al xviii secolo, cit., p. 345. «I condotti lunghi e le macchine per drenare, i più grandi fra i forni e gli opifici di nuovo tipo con il loro macchinario azionato dall’energia idrica e dai cavalli erano costosi da costruire, da conservare e da gestire. Essi determinavano un forte aumento del capitale occorrente per svolgere l’attività mineraria e per estrarre i metalli dai minerali. Anche quando era possibile far fronte all’accresciuta domanda di minerali e metalli senza apportare modifiche fondamentali alla tecnica industriale, spesso l’aumento della domanda rendeva conveniente aumentare la scala di attività. Sollecitata dai cambiamenti tecnici e dall’espansione dei mercati, un’evidente frattura andava verificandosi fra capitale e lavoro in molti distretti minerari del continente, specialmente nella Germania meridionale e orientale, in Boemia, Ungheria e nelle Alpi orientali» (John U. Nef, Le miniere e la metallurgia nella civiltà medievale, in Storia economica Cambridge, vol. II, Commercio e industria nel Medioevo, a cura di M.M. Postan e P. Mathias, cit., pp. 532-533)

[75] «Quando il Bramante (1444-1514) giungendo da Milano si stabilì a Roma nel 1499, questa città, di scarsissimo peso come centro artistico, priva di artisti locali, balzò a quell’altissimo posto che doveva poi mantenere per i due secoli seguenti. Il primato culturale e artistico passò così per sempre da Firenze a Roma» (Rudolf Wittkower, Le arti nell’Europa occidentale, I, L’Italia, in Storia del Mondo Moderno, vol. I, Il Rinascimento, 1493-1520, cit., p. 176).

[76] «L’Albuquerque comprese sin dall’inizio l’impossibilità di vaste conquiste territoriali. Egli vide anche che poteva assumere il controllo dell’Oceano Indiano occupando un certo numero di punti strategici che dovevano servire da basi per la marina da guerra e potevano essere difesi a loro volta dal mare» (Carlo M. Cipolla, Tecnica, società e cultura. Alle origini della supremazia tecnologica dell’Europa xiv-xvii secolo, cit., p. 234).

[77] Carlo Dionisotti, Geografia e storia nella letteratura italiana, Einaudi, Torino, 1967, p. 168. L’adesione dei varî staterelli italiani alla Lega di Cambrai, promossa da Giulio II contro quello ch’è ancora lo Stato italiano più potente, costituisce per i primi un vero e proprio harakiri politico, andando a esclusivo beneficio dei Paesi europei che hanno ambizioni nei confronti dell’Italia.

[78] Cfr. Corrado Vivanti, La storia politica e sociale. Dall’avvento delle signorie all’Italia spagnola, cap. IV: “Le ‘guerre horrende de Italia’ ”, § 4: “La resistenza di Venezia”, in Storia d’Italia, vol. II, tomo 1º, Dalla caduta dell’Impero romano al secolo xviii, cit., pp. 364-375 (nella guerra di Cambrai l’Autore riscontra la «precisa connotazione di uno scontro di classi»). Sui profondi e antichi contrasti sociali che contrappongono il mondo rurale alla nobiltà aristocratica e terriera dell’entroterra veneziano, si veda Angelo Ventura, Nobiltà e popolo nella società veneta dal ’400 al ’500, Laterza, Bari, 1964. Negli otto anni successivi, Venezia recupererà gran parte del territorio perduto, per tradire poi le aspettative «della gente bassa delle terre de’ contadini» (F. Guicciardini) grazie alla quale aveva evitato il tracollo.

[79] Su Las Casas e gli indios, cfr. Marianne Mahn-Lot, Bartolomeo de Las Casas e i diritti degli indiani, Jaca Book, Milano, 1985; Carlos Castillo, El problema de los Indios: Bartolomé de Las Casas, «Páginas», Lima, n. 99, ottobre 1989, pp. 51-67 e Id., Bartolomé de Las Casas: un itinerario cristiano, Ed. Cultura della pace, San Domenico di Fiesole (FI), 1993.

[80] Geoffrey Parker, Guerra e rivoluzione militare (1450-1789), in Storia d’Europa, vol. IV, L’età moderna. Secoli xvi-xviii, a cura di Maurice Aymard, cit., p. 449. I costi di mantenimento di questa nave sono così ingenti – il 10% delle entrate totali dello Stato scozzese – ch’essa tre anni dopo verrà venduta alla Francia. Ogni sovrano desidera avere almeno un vascello dall’aspetto terrificante: il Great Harry inglese (anch’esso di mille tonnellate e pesantemente armato, 1514), il Grand François francese (1527), l’Elefant svedese (1532) e il mastodontico São João portoghese (1534).

[81] L’indubbio moderatismo di Erasmo non poté però impedire che nello spasmo sociale dei suoi tempi si producessero anche letture «dal basso» estremistiche, assolutamente contrastanti con i ben più modesti propositi dell’Autore: «L’Erasmo che ebbe corso nell’Italia del Cinquecento era un eretico pestilenziale, un seminatore di scandali, un principio di lacerazione. Non ci fu tentazione dell’intelletto dalla quale gli italiani lo ritenessero immune. Non ci fu dogma sacrosanto, non ci fu tradizione veneranda, che non lo sospettassero di voler scardinare, dalla verginità della Vergine alla divinità di Cristo» (Silvana Seidel Menchi, Erasmo in Italia, 1520-1580, Bollati Boringhieri, Torino, 1987, p. 15).

[82] Al cavaliere «occorrevano uno “scudiero” (escuyer, esquire), probabilmente anche un garzone per il governo dei cavalli, un guerriero montato e armato più leggermente, capace di esplorare e di sostenere scaramucce in difesa del suo signore, e uno o due combattenti a piedi per il servizio di guardia. Così il cavaliere singolo si era ampliato fino a costituire una lancia, cioè una squadra di una mezza dozzina di uomini, analoga all’equipaggio di un enorme carro armato» (Michael Howard, La guerra e le armi nella storia d’Europa, cit., p. 9).

[83] Milizie mercenarie originarie della Germania meridionale, differenziatesi dalle formazioni svizzere a partire dalla metà degli anni Ottanta del xv secolo, grazie anche all’impulso ricevuto da Massimiliano I d’Asburgo, interessato a disporre di un’abile fanteria e a non lasciarne il monopolio alla Confederazione. Protetti da elmo e «mezza armatura» (essendo l’armatura completa riservata a comandanti, ufficiali e ai ben pagati doppiosoldo) ma privi di scudo, i Landsknechten si dividono in colubrinieri, alabardieri e «giocatori di spada» (tutti portano, però, appesa al fianco una daga a lama larga, la lanzichenecca). Una Haufe (unità lanzichenecca) appartiene sempre a un esercito agli ordini di un Obrist Feldhauptmann (comandante in capo), nominato dal signore per il quale combatte. Sotto il Comandante in capo sta l’Öberist der Landsknecht (Colonnello dei lanzichenecchi: generalmente di origine aristocratica, sebbene non esistano limiti cetuali alle cariche di comando). L’arruolamento delle bande spetta all’Öberist der Landsknecht (dotato di patente imperiale), il quale sceglie i proprî ufficiali di Stato Maggiore, che a loro volta nominano gli ufficiali inferiori. Elettive sono soltanto le basse cariche: guida, fante-caporale, furiere, Ringfertigten (messi dell’assemblea). Questi ultimi hanno l’importante compito di rappresentare il Gemein (l’assemblea dell’esercito lanzichenecco: un istituto la cui forza è temuta anche da sperimentati comandanti). Il tribunale dello sculdascio affronta pubblicamente, di fronte al Gemein, i problemi sia di natura penale sia di natura civile (il diritto lanzichenecco è espressione del potere di partecipazione e codecisione vigente nell’Haufe). Cfr. Reinhard Baumann, I Lanzichenecchi. La loro storia e cultura dal tardo Medioevo alla guerra dei Trent’anni, cit., in particolare il cap. II: “Arruolamento, servizio e divieto” e il cap. IV: “Struttura e organizzazione di un’unità lanzichenecca”, pp. 49-81 e 109-131.

[84] Memoriali di protesta contro i gravami fiscali imposti da Roma. Nel 1510, Massimiliano I aveva incaricato un umanista, Jacob Wimpfeling, di riunire tutti gli scritti pubblicati su questo argomento in una raccolta intitolata Danni causati dalla Chiesa di Roma. «Come all’imperatore si pagavano le imposte dell’impero, “il soldo comune”, così si pagavano al papa le imposte ecclesiastiche generali, con le quali si faceva fronte al lusso della corte romana. In nessun Paese quelle imposte ecclesiastiche venivano riscosse – grazie alla potenza e al numero dei preti – con maggior coscienziosità e con maggior rigore che in Germania. Così in particolare l’esazione delle annate da parte dei vescovati. Con l’accrescersi dei bisogni furono escogitati nuovi mezzi per far denaro: commercio di reliquie, indulgenze, giubilei» (Friedrich Engels, La guerra dei contadini in Germania, tr. it. a cura di Giovanni De Caria, in Karl Marx – Friedrich Engels, Opere, Editori Riuniti, Roma, 1977, vol. X, p. 408).

[85] Dal 1495, la Dieta imperiale (Reichstag) è divisa in tre ordini: elettori, aristocrazia e città. I grandi elettori sono i sette prìncipi più importanti del Sacro Romano Impero: tre ecclesiastici (gli arcivescovi di Colonia, Treviri e Magonza) e quattro laici (il re di Boemia, all’epoca uno Jagellone; il conte Palatino del Reno, un Wittelsbach; il duca di Sassonia, un Wettin; il margravio del Brandeburgo, uno Hohenzollern). L’aristocrazia è costituita da 120 prelati, 140 signori e 30 prìncipi (i più importanti dei quali sono: il capo della casa d’Asburgo, che regna sui ducati d’Austria, Stiria, Carinzia e Carniola; il duca di Baviera, un Wittelsbach; il sovrano di Sassonia, un Wettin del ramo Albertino). Le città, in numero di 85, sono rappresentate dai rispettivi borgomastri, che sono però privi di un vero diritto di voto. «La maggior parte delle città formano unità politiche indipendenti. A nord, molte città marittime si sono unite per formare una lega di carattere permanente: la Lega Anseatica. A sud del Paese, le leghe urbane hanno un carattere molto più effimero, come la Lega Sveva. Alcuni Stati dell’Impero sono guidati da ecclesiastici: arcivescovi, vescovi, abati, il capo di un ordine militare come il Gran maestro dei cavalieri teutonici di Prussia» (Michel Péronnet, Il xvi secolo, 1492-1620. L’Europa del Rinascimento e delle Riforme, cit., p. 103).

[86] Denys Hay, “Introduzione”, in Storia del Mondo Moderno, vol. I, Il Rinascimento, 1493-1520, cit., p. 19).

[87] Al loro ritorno, i soldati confederati avevano raccontato ch’essi «avevano riportato una grande vittoria a Novara, uccidendo più di ottomila cavalieri e fanti francesi o mercenari al loro soldo, ma che una gran parte dell’esercito dei Cantoni era stata massacrata. I Signori ufficiali avevano raccolto sul campo di battaglia un ricco bottino (oro, gioielli, armi e stoffe di Francia), ma i soldati sopravvissuti non avevano avuto nemmeno di che fare un buon pasto. Essi erano ritornati molto scontenti e avevano trovato i compaesani ancora più furiosi di loro per essere stati sottoposti alle ingenti tasse per la guerra e, in sovrappiù, per aver perduto i proprî figli. I montanari erano scesi fin nelle strade di Berna e avevano ottenuto che fossero puniti gli “avaleur d’écus couronnés” [mangiatori di scudi coronati], com’erano chiamati coloro che percepivano pensioni dal re di Francia per reclutare mercenari, chiamati poi spesso a combattere all’estero contro altri svizzeri» (Maurice Pianzola, Peintres et Vilains, cit., pp. 18-20). La situazione qui descritta da Pianzola era già nota in Italia almeno dal Trecento, allorché dai paesi più poveri (l’Appennino ligure, le Marche, la Romagna, l’Abruzzo) erano incominciati a partire i balestrieri per gli eserciti francesi nella Guerra dei Cent’anni. Sul mercenarismo svizzero come sistema di gestione della forza-lavoro in un’area semiperiferica, si veda l’originale studio di John Casparis, The Swiss Mercenary System: Labour Emigration from the Semiperiphery, «Review», A Journal of the Fernand Braudel Center for the Study of Economies, Historical Systems, and Civilizations, Beverly Hills (Cal.), vol. V, n. 4, primavera 1982, pp. 593-642.

[88] «Proprio negli anni 1513-’17, quelli delle due ultime rivolte della Lega, si vide il pericolo costituito da schiere di lanzichenecchi politicizzati che, privi di contratto, affamati, insoddisfatti, con un futuro incerto, potevano unirsi a masse di popolo in rivolta. In quella situazione, il patrimonio di idee della Riforma fu effettivamente fatto proprio, con entusiasmo, da molti fanti. […] Allorché, poi, nel 1525, come un gigantesco incendio, la rivolta dei contadini si propagò in Germania, le autorità dovettero chiedersi, preoccupate, se gli eserciti lanzichenecchi fossero lo strumento appropriato per combattere schiere di contadini. Nella Germania meridionale, il ruolo di “riportare la calma tra i contadini” fu assunto principalmente dalla Lega Sveva. Il cancelliere di Baviera Leonhard von Eck non solo mise in guardia dall’impiego dei lanzichenecchi, ma consigliò invece di arruolare mercenari da fuori del Paese, dalla Boemia o dai Balcani. Konrad von Leonrod, un amministratore bavarese, formulò con esattezza queste preoccupazioni quando criticò la Lega Sveva di voler prendere la volpe con la volpe» (Reinhard Baumann, I Lanzichenecchi. La loro storia e cultura dal tardo Medioevo alla guerra dei Trent’anni, cit., pp. 239-240).

[89] 1) Nessun signore oltre all’imperatore; 2) soppressione del tribunale imperiale di Rottweil; 3) limitazione della giurisdizione del tribunale ecclesiastico agli affari ecclesiastici; 4) abolizione dei debiti dopo la corresponsione di interessi pari alla somma prestata; 5) tasso d’interesse non superiore al 5%; 6) libertà di caccia, di pesca, di pascolo e di legnatico; 7) limitazione delle prebende a una sola; 8) confisca dei beni della Chiesa e dei preziosi dei conventi a vantaggio della cassa per le spese insurrezionali e belliche; 9) soppressione di balzelli e dogane non votati; 10) pace perpetua in tutta la cristianità; 11) energico intervento contro i nemici del Bundschuh; 12) imposta per la lega; 13) occupazione di Friburgo; 14) apertura di trattative con l’imperatore e con la Svizzera (in caso di rifiuto da parte dell’imperatore).

[90] Corrado è il nomignolo riservato dai nobili ai villani.

[91] Il corpo del diritto consuetudinario è costituito da una serie di documenti e statuti, chiamati generalmente Weistümer, che codificano le prerogative conquistate dalle comunità di villaggio nel corso di una lunga successione di lotte sorde e tenaci: tra il tardo Medioevo e la prima età moderna, infatti, la comunità contadina (Gemeinde) è andata a consolidarsi, dotandosi di cariche elettive poste sotto il controllo di un’assemblea di capifamiglia ed estendendo le proprie competenze, in origine limitate a certi aspetti di gestione collettiva delle risorse produttive quali le terre comuni. Peter Blickle definisce «comunalizzazione» il processo attraverso il quale, con il passaggio dall’alto al basso Medioevo, i rurali avevano cercato di emanciparsi dalla loro posizione di servi della gleba e avevano teso a svincolarsi dalla curtis: «Con il trapasso dalla rendita in lavoro a quella in natura o in denaro, al cadere dell’alto Medioevo, l’organizzazione tradizionale del lavoro della primitiva signoria rurale perde il proprio senso. Ora, dopo la suddivisione delle estese terre dominicali, sorgono aziende familiari contadine relativamente libere rispetto all’organizzazione del lavoro, i cui detentori (dietro corresponsione di tributi fissi) possono accumulare e trasmettere in eredità il frutto delle loro fatiche e il cui margine d’azione è, in generale, più ampio di prima. Parallelamente all’infittirsi degli insediamenti di colonizzazione compare, accanto allo Hof, unità di produzione e di consumo, la formazione societaria del villaggio, resa indispensabile sia dalle modalità di sfruttamento del terreno e delle proprietà comuni sia dal complicarsi dei legami sociali entro il villaggio stesso. […] Nascono di qui l’autorità normativa da parte del villaggio, l’amministrazione paesana degli Ammann, dei Vogt e dei Vierer, e il tribunale rurale dei giurati. Carattere essenziale del villaggio (nella misura in cui non vi siano ostacoli da parte signorile) è che tutti gli uffici sono conferiti dalla comunità mediante elezioni e che decisioni di vasta portata, relative per esempio alle consuetudini locali, sono prese in assemblea» (Peter Blickle, La Riforma contadina e i suoi presupposti bassomedioevali, in Thomas Müntzer e la rivoluzione dell’uomo comune, a cura di Tommaso La Rocca, Claudiana, Torino, 1990, p. 22-23).

[92] Da szek: abitanti, di origine ungherese, insediati nel xiii secolo dai re magiari nelle regioni montuose della Transilvania orientale per formare una «frontiera militare» contro le incursioni delle tribù nomadi (la «frontiera militare» è una striscia di terra lungo il confine, protetta da capisaldi e fortezze, la cui difesa è assicurata dai coloni, che godono perciò di uno status particolare).

[93] L’Ungheria non è nuova a questa situazione: «Preannunciata negli anni precedenti da una serie sporadica di inquietudini, nel 1437 scoppiò in tutto il Nord e il Nord-Ovest della Transilvania una grande rivolta contadina. Inizialmente i servi insorti, sostenuti dalla piccola nobiltà, ottennero un accordo con i nobili che migliorava considerevolmente le loro condizioni: furono definite la decima per le chiese e la tassa per i nobili; le onoranze (polli, uova, orzo) furono limitate a tre volte l’anno, e la robota, il lavoro obbligato, fu ridotto ad una volta all’anno, per la falciatura o per il raccolto dei cereali. Ai servi fu riconosciuto anche il diritto di abbandonare i villaggi, nonché di lasciare i loro beni a terzi in assenza di eredi. In pratica l’accordo riconosceva i servi come un vero e proprio ordine all’interno del regno ungherese. Ma pochi mesi dopo i nobili ungheresi e gli strati superiori dei sassoni e dei siculi strinsero il patto detto Unio trium nationum per combattere i contadini. Anche la piccola nobiltà si unì a loro, e con l’aiuto del re riuscirono a sconfiggere gli insorti. I privilegi concessi furono ritirati» (Massimo Guidetti, Imperi, regni e repubbliche dell’Oriente europeo, in Storia d’Italia e d’Europa, comunità e popoli, a cura di Massimo Guidetti, vol. III, Il rinascimento e le riforme, cit., pp. 144-145).

[94] Engels parla di circa 60 mila contadini uccisi in battaglia e nella repressione. Lo storico Günther Franz, che fin dal 1930, in Die agrarischen Unruhen des ausgehenden Mittelalters. Ein Beitrag zur Vorgeschichte des Bauernkrieges, aveva individuato nella guerra dei contadini tedeschi del 1525 l’ultimo anello e il culmine di una lunga catena di insurrezioni europee, indica in oltre 100 mila i morti in Ungheria (cfr. Günther Franz, Der deutsche Bauernkrieg, Wissenschaftliche Buchgesellschaft, Darmstadt, 1972, 9ª ed., p. 280).

[95] Nell’Europa centro-orientale – la cosiddetta area della Gutsherrschaft (regime caratterizzato dall’amministrazione diretta del territorio di sua proprietà da parte del signore e dall’ampia giurisdizione concessagli) –, si assiste a partire dai primi anni del Cinquecento a una metodica azione dei proprietari terrieri (sovrani, signori laici ed ecclesiastici) per estendere i confini dei loro possedimenti, a scapito dei contadini. L’aumento del dominium utile e del suolo direttamente sfruttato dai proprietari, l’incremento delle corvées e il rincrudimento del regime feudale sono fenomeni congiunti che si registrano, oltre che in Ungheria, anche in Polonia, nei territorî tedeschi ostelbici, in Boemia, in Slesia, in Livonia e in Romania (in quest’ultimo Paese, nel 1595, Michele il Bravo decreterà solennemente il «vincolo della terra»). Lo stesso avverrà nelle regioni balcaniche soggette alla dominazione ottomana e in Russia, dove, dopo la seconda metà del xvi secolo, verrà tolto al colono il diritto di lasciare il podere (cfr. Aldo De Maddalena, L’Europa rurale 1500-1750, in Storia economica d’Europa, diretta da Carlo M. Cipolla, vol. II, I secoli xvi e xvii, utet, Torino, 1979, cap. “Le variabili demografiche, giuridiche e sociali del mondo rurale”, § “Regimi della proprietà, tipi di conduzione e classi rurali”, pp. 220-233). Per Wallerstein questo processo può solo impropriamente essere definito «rifeudalizzazione», se con tale termine s’intende un blocco o un ritorno delle regioni a est dell’Elba a forme premoderne di organizzazione della produzione e del lavoro. In realtà, la costituzione di un’unica «economia-mondo» capitalistica in Europa, durante i secoli xv e xvi, è funzione di una divisione e di un’organizzazione del lavoro complementari tra le regioni nord-occidentali e quelle orientali del continente: «Nell’Europa nord-occidentale era in corso il processo di divisione delle terre tra pascolo e arativo. Questo era possibile solo perché il mercato in espansione creava uno sbocco sempre più ampio per i prodotti della pastorizia, e perché le aree periferiche dell’economia-mondo provvedevano di cereali le zone centrali. […] La specializzazione agricola del centro incoraggiò la monetizzazione dei rapporti di lavoro nelle campagne, dato che il lavoro era più specializzato e che i proprietari terrieri volevano liberarsi dal surplus dei lavoratori. Il lavoro salariato e l’affitto in denaro divennero gli strumenti del controllo del lavoro. […] Le considerazioni fondamentali che portarono all’adozione del sistema di controllo del lavoro nell’Europa orientale furono la possibilità di ricavare un ampio profitto dall’aumento della produzione (data l’esistenza di un mercato mondiale) e in più la combinazione di una relativa mancanza di manodopera con una grande abbondanza di terre inutilizzate. Nel xvi secolo in Europa orientale ed in parte nell’economia ispano-americana, il lavoro coatto a fini di commercializzazione del prodotto era dunque fruttuoso, necessario (dal punto di vista degli interessi terrieri) e possibile (in rapporto al tipo di lavoro richiesto). […] Dunque, nelle aree geo-economiche periferiche della nascente economia-mondo, c’erano due attività primarie: quella estrattiva, principalmente di metalli preziosi, e l’agricoltura, specie per alcuni alimenti. Nel xvi secolo l’America spagnola forniva principalmente i primi, mentre l’Europa dell’Est forniva soprattutto i secondi. […] La gran massa della popolazione era impegnata nel lavoro coatto, un sistema che lo Stato preordinava, circoscriveva, e faceva osservare mediante il suo apparato giudiziario» (Immanuel Wallerstein, Il sistema mondiale dell’economia moderna. I. L’agricoltura capitalistica e le origini dell’economia europea nel xvi secolo, il Mulino, Bologna, 1986, pp. 128-129 e 142). A nostro avviso, tuttavia, la ridefinizione della struttura produttiva dell’Europa centro-orientale, se legata alla formazione della nuova «economia-mondo», non può venire disgiunta dai catastrofici esiti delle lotte sociali condotte dalle popolazioni rurali, ma anzi trova in essi una delle sue spiegazioni. È quanto riconoscono Perry Anderson – il quale pone l’accento sulla grande «dose di violenza immessa nei rapporti sociali» all’Est: «Lungo tutto il Cinquecento, la repressione signorile scatenata contro i contadini crebbe d’intensità» – e, sebbene in maniera un po’ sfumata, Paolo Malanima, che però conclude: «La disponibilità economica di fattori di produzione sospingeva verso la servitù. Gli elementi di carattere extraeconomico rafforzavano questa tendenza. L’economia della riserva e la servitù costituivano, in questo quadro, lo sbocco più razionale», come se “razionale” possa essere un termine appropriato per un esito così crudele dello scontro tra nobili e rustici! Cfr. Perry Anderson, Lo Stato assoluto, A. Mondadori, Milano, 1980, p. 179 e Paolo Malanima, Economia preindustriale. Mille anni: dal ix al xviii secolo, cit., p. 187.

[96] I cannoni turchi son famosi in tutt’Europa. I giannizzeri sono fanti armati di scimitarra e archibugio, celibi e affiliati a una delle molte congregazioni religiose dell’ascetismo islamico (ma già sotto Solimano essi ottengono il diritto di sposarsi). I giannizzeri e la cavalleria del sultano, i sipahi della Porta, costituiscono il nucleo dell’esercito turco. Il grosso dell’esercito regolare è formato dai proprietari dei timar (feudi militari), tenuti a prestare personalmente servizio nella cavalleria del sultano e a fornire un numero di cavalieri in misura dell’estensione del loro feudo (il sistema di assegnazione dei timar degenererà in un meccanismo clientelare gestito dai governatori delle province). I proprietari dei timar delle isole dell’Egeo prestano invece servizio nella flotta. Infine, vi sono le orde di irregolari e gli eserciti dei prìncipi che riconoscono la sovranità del sultano. Per il reclutamento dei soldati e degli amministratori, oltre ai prigionieri di guerra e agli schiavi, acquistati o volontari, nell’Impero ottomano al sistema del devsirme: l’utilizzo di fanciulli cristiani, raccolti soprattutto nella parte europea dell’Impero ottomano ed educati all’islam, ai costumi turchi e alla fedeltà al sultano (gli osservatori cristiani dell’epoca si stupiscono dell’assoluta mancanza di considerazione degli ottomani per le questioni di lignaggio, la quale rende possibile anche a elementi di umile origine l’ascesa alle più importanti cariche amministrative e militari).

[97] Nel 1577, scoppierà una grande rivolta nella Latvia, regione dalla quale i nobili russi, grazie all’aiuto dei contadini, hanno testé scacciato i signori tedeschi. Neppure la conseguente proibizione alla popolazione rurale di portare armi varrà a por fine al continuo fermento.

[98] A proposito della resistenza opposta dai poveri nell’età moderna in nome dell’«antico ordine» (das alte Recht, stara pravda, gammel skik ecc.), Peter Burke rileva: «Non si tratta di un insensato conservatorismo, bensì di un’amara consapevolezza del fatto che i cambiamenti avvengono di solito a spese della povera gente, unita all’esigenza di legittimare i tumulti o le rivolte. È in tal senso che i contadini tedeschi che si ribellarono nel 1525 dichiararono di farlo in difesa dei loro diritti tradizionali; che i contadini normanni sollevatisi nel 1639 si opposero alle richieste di Luigi XII; che i dimostranti inglesi del Settecento chiesero prezzi “tradizionali” per i generi alimentari e restrizioni “tradizionali” per gli accaparratori di viveri; e che, infine, i contadini di Telemark si opposero nel 1786 alle nuove tasse in nome della Legge di re Olav [955-1030, re di Norvegia dal 1016, Ndc]. La risposta tradizionalista sfuma, a sua volta, in una di ispirazione più radicale. Nel 1675 alcuni dei contadini bretoni in rivolta chiesero ordonnances nouvelles. Non tutte le richieste dei contadini tedeschi del 1525, inoltre, erano ispirate alla tradizione e non tutte erano sostenute facendo appello alle antiche usanze: alcune, infatti, esigevano l’abolizione della servitù, perché “Dio ha creato tutti gli uomini liberi” ovvero perché Gesù Cristo ha redento tutte l’umanità, mentre Michael Gaismair, che guidò la rivolta nel Tirolo, aveva addirittura una visione di “totale uguaglianza nel Paese” (ain ganze Glaichait im Lande). Stenka Razin, dal canto suo, proclamò che tutti gli uomini erano uguali. Se questo è un ritorno al passato, non si tratta di un passato recente ma di quello della primitiva età dell’oro» (Peter Burke, Cultura popolare nell’Europa moderna, A. Mondadori, Milano, 1980, pp. 170-171).

[99] Dal punto di vista del tornaconto di Alberto di Hohenzollern, l’intera operazione sarà un successo finanziario: nel 1518 egli avrà già ridotto la sua esposizione debitoria nei confronti dei Fugger a meno di 7 mila fiorini e, l’anno dopo, riceverà da Carlo V per il suo voto elettorale 103 mila fiorini, più del doppio di quanto speso per essere promosso elettore di Magonza.

[100] La vicenda dei diritti di sfruttamento delle miniere tirolesi è legata alla lunga serie di crisi finanziarie che caratterizza il regno di Sigismondo d’Asburgo (1427-1496), le cui stravaganze «lo ridussero a vendere o impegnare gran parte dei suoi possedimenti. Nel 1485 era indebitato per 73 mila fiorini con tre diversi finanzieri, e nel novembre del 1487 acconsentì a cedere per tre anni l’intera amministrazione finanziaria ad un consiglio speciale nominato dagli Stati del Tirolo. La sua attività più redditizia era costituita dalle miniere d’argento del Tirolo. I diritti sulle miniere furono ceduti in pegno ai Fugger nel 1487. Nel corso dei successivi due anni questa compagnia riuscì, versando altri grossi anticipi a Sigismondo (150 mila fiorini nel 1488), ad acquisire l’effettivo controllo delle miniere. Nel marzo del 1490 Sigismondo vendette il Tirolo a Massimiliano I, il quale cominciò subito dopo a chiedere altri prestiti ai Fugger concedendo loro in cambio di protrarre il controllo delle miniere» (E.B. Fryde – M.M. Fryde, Il credito pubblico, con particolare riferimento all’Europa nordoccidentale, in Storia economica Cambridge, vol. III, La città e la politica economica nel Medioevo, a cura di M.M. Postan, E.E. Rich e E. Miller, cit., p. 601). I problemi di liquidità affliggevano, con pari drammaticità, anche il re di Francia, costretto a contrarre debiti via via crescenti. Ma siccome l’«assolutismo fu un potere politico che non rispettava gli impegni» (Richard Bonney, The European Dynastic States, 1494-1660, Oxford University Press, Oxford, 1991, p. 358), il credito del re di Francia «era così basso che doveva chiedere prestiti attraverso i grandi personaggi della corte che si facevano garanti per lui e doveva accettare tassi d’interesse molto maggiori di quelli abitualmente praticati fra gli uomini di affari. Era cosa abituale anche per i borghesi arricchiti comprare le cariche pubbliche in cui il governo cominciava a vedere una fonte di reddito. […] Il re prima mise in vendita gli uffici finanziari, poi le cariche giudiziarie. […] Questo uso cominciò a svilupparsi, specialmente durante e dopo il regno di Luigi XII, poiché le necessità finanziarie aumentavano e i servizi amministrativi diventavano sempre più numerosi» (Roger Doucet, La Francia di Carlo VIII e Luigi XII, in Storia del Mondo Moderno, vol. I, Il Rinascimento, 1493-1520, cit., pp. 440-441). Sia nelle imprese coloniali, sia all’interno dei proprî confini, «lo Stato degli inizi dell’età moderna offrì ai suoi funzionari-azionisti l’opportunità di arricchirsi in proporzione diretta al potere esercitato» (Antoni Măczak, Lo Stato come protagonista e come impresa: tecniche, strumenti, linguaggio, in Storia d’Europa, vol. IV, L’età moderna. Secoli xvi-xviii, a cura di Maurice Aymard, cit., p. 163).

[101] «Il commercio del rame e dei cannoni divenne una delle più fiorenti e lucrose attività del tempo. I centri maggiori erano Norimberga, la capitale della metallurgia tedesca; Lione, attraverso cui la Francia faceva i suoi approvvigionamenti; Bolzano, sulla via fra il Tirolo e l’Italia settentrionale; ed Anversa, dove la corrente delle merci proveniente dall’Africa occidentale e più tardi dall’Asia incontrava la corrente dei prodotti metallurgici provenienti dalla Germania e dalle Fiandre. Parte del Früh-Kapitalismus europeo ebbe le proprie origini in questo fertilissimo terreno» (Carlo M. Cipolla, Tecnica, società e cultura. Alle origini della supremazia tecnologica dell’Europa xiv-xvii secolo, cit., pp. 125-126). Nel 1525, la produzione di ferro in Germania ammonterà a 30 mila tonnellate, contro le 10 mila della Francia, le 9 mila della Stiria (+ 400% fra gli anni Sessanta del secolo xv e gli anni Trenta del secolo xvi), le 8 mila di Liegi, le 6 mila dell’Inghilterra e le 5 mila della Spagna (concentrate nei Paesi Baschi). Le maggiori imprese metallurgiche occupano già dozzine di salariati, addetti all’estrazione e al trasporto dei minerali, alla preparazione del carbon dolce e all’azionamento di fornaci, forge e magli. I Saigerhütten (gli opifici metallurgici costruiti in Sassonia, Turingia, Tirolo e Carinzia) concentrano un volume di capitale e manodopera che non ha eguali in Europa, a parte gli stabilimenti pontifici per la lavorazione dell’allume di Tolfa, le saline di Salins (Franca Contea) e alcuni cantieri navali, come l’arsenale di Venezia (a differenza degli allumifici, delle saline e dei cantieri navali più grandi, i Saigerhütten sono in mano non allo Stato bensì a capitalisti privati: ad esempio i Fugger ne possiedono uno a Hohenkirchen e un altro ad Arnoldstein).

[102] Cfr. Hermann Kellenbenz, L’organizzazione della produzione industriale, in Storia economica Cambridge, vol. V, Economia e società in Europa nell’età moderna, a cura di E.E. Rich e C.H. Wilson, Einaudi, Torino, 1978, pp. 536-632. La separazione tra capitale e lavoro, con la connessa perdita della maggior parte dei privilegi speciali concessi ai minatori dai prìncipi e dai signori che avevano rivendicato diritti di regalia durante i secoli xii e xiii, si estende all’insieme dell’attività mineraria e metallurgica: «Nell’attività mineraria avente per oggetto il mercurio, il rame e tutti gli altri minerali argentiferi, nella produzione dell’argento, del rame, dell’ottone e dell’allume, le società di minatori e le piccole imprese curtensi, tipiche dell’attività mineraria e della metallurgia nel secolo xiii, furono sostituite pressoché totalmente (soprattutto nelle regioni industriali dell’Europa centrale) da nuove forme che richiedevano maggiori risorse di capitale» (John U. Nef, Le miniere e la metallurgia nella civiltà medievale, in Storia economica Cambridge, vol. II, Commercio e industria nel Medioevo, a cura di M.M. Postan e P. Mathias, cit., p. 525).

[103] L’esercito del re di Francia è, ancora una volta, sotto il comando di Gian Giacomo Trivulzio, che dopo aver combattuto la sua diciottesima e ultima battaglia dirà essersi trattato non di uno scontro di semplici uomini ma bensì di una lotta di giganti. A guidare gli svizzeri è invece il cardinale Matteo Schinner, vescovo di Novara, che come legato pontificio presso la Confederazione è da anni l’arruolatore numero uno dei mercenari elvetici (Schinner, sebbene punito dal papa per la sconfitta di Marignano con la revoca del vescovado di Novara, non si darà per vinto e provocherà la terza restaurazione sforzesca).

[104] L’«ardimento barbaro» degli svizzeri ormai «nulla può contro il tiro concentrato dell’artiglieria. Il loro tempo, quello dei contadini-fantaccini, è finito. Viene quello degli eserciti dotati dei mezzi per sputare ferro e fuoco» (Maurice Pianzola, Peintres et Vilains, cit., p. 75). Parimenti, Baumann rileva che, con l’avanzare del Cinquecento, «il singolo fante fu sempre più dipendente dalla tecnica di combattimento. Negli eserciti lanzichenecchi diminuirono l’importanza di forza, coraggio, sperimentatezza ed esperienza personali, e crebbero quella dell’equipaggiamento e dell’armamento. Soprattutto le lance furono sempre più esposte al fuoco nemico di tiratori ben addestrati e di una migliore artiglieria. Al più tardi nella guerra dei Trent’anni, quella che era stata la comunità dell’esercito lanzichenecco era oramai diventata una massa di manovra priva di individualità. Il colonnello non chiedeva più il suo consenso per la battaglia ma che dovesse “affrontare il sangue”, quando concezioni strategiche o decisioni erronee lo richiedevano, restava immutato» (Reinhard Baumann, I Lanzichenecchi. La loro storia e cultura dal tardo Medioevo alla guerra dei Trent’anni, cit., p. 156). Così come immutati restavan nella vita dei fanti gl’incubi della povertà, dell’«hôpital» e del «mal francese» (o, secondo le definizione dei soldati francesi, maladie de Naples).

[105] Il controllo così acquisito da Francesco I sulla Chiesa francese gli darà agio di giostrare senza impacci nei confronti delle istanze riformatrici: «allorché nel 1534 apparvero agli angoli delle strade di Parigi dei placards che attaccavano la messa, il re impose bruscamente la fine del movimento di riforma [fino ad allora alacremente sostenuto dalla sorella del re Margherita di Navarra, fervente spiritualista, autrice del Miroir d’une âme pécheresse e protettrice di François Rabelais, Ndc]. Perché avrebbe dovuto volere una trasformazione radicale di quella Chiesa che era già sotto il suo controllo? Da vero monarca rinascimentale, egli vedeva il problema religioso soltanto in rapporto a quello politico. Francesco I non intendeva assolutamente permettere che il radicalismo religioso divenisse una minaccia all’ordine pubblico. La Riforma poteva facilmente sfuggire al controllo del re e portare a un attacco contro le Autorità costituite: l’anno dell’affaire des placards contro la messa fu, dopo tutto, anche l’anno in cui gli anabattisti fecero della città di Münster una nuova Gerusalemme. […] Fedele alla linea di condotta scelta, il re nel 1545, verso la fine della sua vita, scatenò una crociata contro i valdesi nel sud della Francia, distruggendo brutalmente i loro villaggi. A partire dal 1533 la Francia rinunciò sempre più a quell’apertura religiosa che ne aveva fatto un centro di umanesimo cristiano: gli ortodossi della Sorbona avevano ottenuto temporaneamente vittoria» (H.G. Koenigsberger – G.L. Mosse, L’Europa del Cinquecento, cit., pp. 191-192). Dei duecento arrestati nell’affaire des placards, ventiquattro finirono sul rogo: «Quasi tutti erano uomini e donne di umile condizione, tra cui alcuni merciai che erano tornati dalla Germania con un carico di libri proibiti» (F.C. Spooner, La Riforma in Francia. 1519-1559, in Storia del Mondo Moderno, vol. II, La Riforma. 1520-1559, Garzanti, Milano, 19722, p. 282).

[106] In base alle clausole della «pace perpetua», non solo «Francesco I paga alla nazione ch’egli ha vinto a Marignano i costi della guerra contro la Francia e lascia alla Confederazione importanti territorî conquistati (con la libertà di cederglieli contro 300 mila scudi d’oro), ma inoltre accorda a ogni cantone generose gratifiche annue e all’insieme del Paese durevoli vantaggi economici. La conferma delle vecchie franchigie dei commercianti svizzeri nel ducato di Milano interessa meno direttamente Berna che non la garanzia dei privilegi dei mercanti confederati alla fiera di Lione (esenzione da ogni diritto d’ingresso). L’apporto immediato più sensibile è costituito naturalmente dalle pensioni e dalle entrate segrete di “quelli delle retrovie” – uomini di Stato, personaggi di riguardo, intermediari (il “mangiatore di corone” Michel Glaser riceveva il suo denaro tramite l’ambasciatore della principessa d’Orange, v. Eduard von Rodt, Bern im xvi. Jahrhundert, Berne, 1905, p. 141), propagandisti – e dalle ricompense dei guerrieri – soldo del fante, doppio soldo degli ufficiali e dei capibanda, triplo soldo conferito a piacimento del capitano o dei Consigli, soldo d’assalto, distribuzione di indumenti e armi, doni in natura, saccheggio lecito o illecito, brigantaggio» (Conrad André Beerli, Le peintre poète Nicolas Manuel et l’évolution sociale de son temps, cit., p. 13).

[107] «A Joachimsthal e Schneeberg, i minatori scontenti scioperarono. Le nuove associazioni e gli scioperi indicano quanto poco restasse dell’assetto sociale che i popoli europei avevano talora conseguito rispetto al lavoro industriale durante la prima grande ondata di progresso economico e di prosperità nel secolo xii e all’inizio del xiii» (John U. Nef, Le miniere e la metallurgia nella civiltà medievale, in Storia economica Cambridge, vol. II, Commercio e industria nel Medioevo, a cura di M.M. Postan e P. Mathias, cit., pp. 536-537).

[108] Karl Marx, Il Capitale, Libro primo, cit., p. 903, nota a. «Fin dalla metà del xiii secolo, il Parlamento e la Corona d’Inghilterra prendono delle misure per favorire l’industria laniera britannica. Nel 1258, il Parlamento di Oxford proibisce temporaneamente le esportazioni di lana greggia. Nel Trecento, il divieto cessa, ma i diritti doganali sulla lana in uscita vengono considerevolmente aumentati. Senza dubbio queste disposizioni sono motivate anche da preoccupazioni diplomatiche e fiscali; l’intento protezionistico è tuttavia determinante nelle deliberazioni del 1455, 1463 e 1464, con le quali si fa divieto d’importare lane e sete straniere. […] I Tudor riprendono e coordinano tutte queste iniziative, sostituendo un’autentica politica nazionale a disordinate velleità. Così, essi definiscono il programma dell’assolutismo monarchico parallelamente a quello del mercantilismo. Ma mentre il primo provoca contrasti tra il Parlamento e la Corona, il programma economico si avvale, in larga misura, dei suggerimenti e dell’appoggio dei Comuni, in seno ai quali riescono a esprimersi gli interessi delle grandi città e dei mercanti» (Pierre Deyon, Le mercantilisme, Flammarion, Paris, 1969, pp. 16-17). La situazione denunciata da Thomas More non è prerogativa della sola Inghilterra: «Il detto che le pecore mangiavano gli uomini era più appropriato alla Spagna che all’Inghilterra, e il fiorente commercio di esportazione della lana spagnola nelle Fiandre aveva come rovescio della medaglia l’impoverimento del contadino, incapace di acquistare i manufatti delle industrie urbane» (H.G. Koenigsberger, L’impero di Carlo V, in Storia del Mondo Moderno, vol. II, La Riforma. 1520-1559, cit., p. 414).

[109] Stanley Thomas Bindoff, Ket’s Rebellion 1549, Historical Association Pamphlet, London, 1968, p. 9. Quanto accade in Inghilterra trova un corrispettivo di là dalla Manica, sia per quanto riguarda le trasformazioni in atto nei rapporti di produzione nell’economia agricola, sia per quanto riguarda le reazioni del contadiname: «Evidente era il contrasto tra un’economia agricola fiorente e una massa contadina impoverita, in particolare nelle terre coltivate più intensamente intorno alle grandi città, là dove il capitale urbano era penetrato più in profondità. Un esempio illuminante di una regione ricca coltivata da gente povera è la pianura lombarda, che faceva capo alla grande metropoli di Milano. […] I contadini proprietari di terre erano pochi, e il processo che abbiamo visto in atto in Linguadoca aveva raggiunto il culmine in Lombardia, dove salari, tasse, prezzi e affitti erano adattati alle esigenze della città a spese di una forza lavoro rurale via via più impoverita. Il caso della Lombardia è senza dubbio eccezionale, dal momento che i centri metropolitani europei paragonabili a Milano erano pochi e i contadini in genere erano esposti in modo meno diretto e brutale ai maneggi dei rentiers urbani, ma per quanto la pressione del potere urbano fosse attenuata, ostacolata o allentata dalla minor dinamicità delle economie locali, essa era avvertita ovunque, mettendo a dura prova la resistenza delle antiche solidarietà di paese. L’integrità delle comunità dei paesi era attaccata da ogni parte: l’economia rurale era legata più saldamente ai mercati, al capitale, all’offerta di lavoro delle città. I raccolti più remunerativi come il vino e la lana facevano concorrenza all’agricoltura di sussistenza, le pecore inglesi e castigliane scacciavano i contadini emarginati dalle loro terre, i vigneti della Borgogna erano diventati tanto preziosi che gli investitori di Digione si accaparrarono la terra a un ritmo tale da trasformare i contadini proprietari in braccianti, cosicché nel secolo xviii, secondo una stima attendibile, tre quarti dei contadini della Borgogna erano ridotti in miseria. […] I contadini, spinti alla disperazione, avevano identificato i loro nemici ereditari: esattori delle imposte, usurai, appaltatori delle decime, avvocati, cancellieri dei tribunali, ufficiali delle cittadine, tutta gente melliflua e untuosa, pronta a tirar fuori carta e penna, che agiva al sicuro dietro le mura della città e si copriva con il manto della legge. Quando un cattivo raccolto o una razzia dei soldati minacciavano di ridurre in miseria intere province, i contadini si ribellavano, si radunavano a migliaia, si ubriacavano, prestavano giuramento, appiccavano incendi e infine marciavano sulle città, le stringevano d’assedio e incitavano i poveri urbani a unirsi a loro» (George Huppert, Storia sociale dell’Europa nella prima età moderna, il Mulino, Bologna, 1994, pp. 113-114 e 118). Per contro, come testimonianza di un immane epperò inane sforzo inteso a purgare le rivolte contadine sotto l’Ancien Régime da qualsivoglia significato di scontro sociale e di classe, si veda Roland Mousnier, Furori contadini. I contadini nelle rivolte del xvii secolo (Francia, Russia e Cina), Rubbettino, Soveria Mannelli (CZ), 1984.

[110] Nella sua fondamentale opera sui Levellers, Brailsford afferma che non li si può capire «senza riportarsi alla tradizione anabattista che avevano dietro di sé» (Henry Noel Brailsford, I livellatori e la rivoluzione inglese, il Saggiatore, Milano, 1962, vol. I, p. 65). A proposito del legame spirituale tra il radicalismo inglese del Seicento e la guerra dei contadini tedeschi, analizzando due pamphlet del dicembre 1648 nei quali «per la prima volta, dalla penna di un livellatore che dice di parlare per numerosi compagni esce una professione di fede che possiamo definire “socialismo o comunismo etico”», lo storico scozzese scrive anche: «Con disprezzo profondo l’autore si scaglia contro la classe dominante, la proprietà terriera: “Prendete nota di questo, voi grandi spilorci; voi impiccate un uomo che ha rubato per vivere, mentre voi stessi avete derubato di tutta la terra e delle sue creature ecc. i vostri fratelli… Dunque, prima andate a impiccarvi per i vostri furti… poi… potrete impiccare i vostri poveri simili per furti da nulla come di una pecora, di un pugno di sementi e così via”. Thomas More aveva detto qualcosa di simile nell’Utopia; poco dopo Thomas Münzer […] l’aveva ripetuta in parole quasi identiche in un sermone più volte citato che quella setta sembra aver tenuto caro per oltre un secolo, come parte del suo bagaglio spirituale. Sotto la guida della stessa setta vitale ed inflessibile, i contadini dei Chiltern trovarono nelle Scritture la conferma di ciò che credevano già per istinto. Fu la loro esperienza del sistema manoriale nella sua predatoria degenerazione mercantile a distillare questa fede appassionata nell’eguaglianza dai loro sentimenti di sdegno e di vergogna» (Henry Noel Brailsford, I livellatori e la rivoluzione inglese, cit., vol. II, pp. 490-491).

[111] I testi sono in Gerrard Winstanley, La terra a chi la lavora!, a cura di Antonino Recupero, Guaraldi, Rimini-Firenze, 1974 e Id., Il piano della legge della libertà (1652). L’utopia sociale degli «zappatori», a cura di Daniela Bianchi, Claudiana, Torino, 1992. Cfr., per una rapida visione del contesto storico, Christopher Hill, The Century of Revolution 1603-1714, Van Nostrand Reinhold (uk) Co. Ltd, Molly Millars Lane (Wokingham), 1984, “Part II: 1640-60”, pp. 94-162 e Brian Manning, La rivoluzione inglese (1640-1660), in Nicola Tranfaglia – Massimo Firpo (direttori), La Storia. I grandi problemi dal Medioevo all’Età Contemporanea, vol. V, L’Età Moderna, 3, Stati e società, cit., pp. 229-259; per un più ampio quadro interpretativo si veda Christopher Hill, Il mondo alla rovescia. Idee e movimenti rivoluzionari nell’Inghilterra del Seicento, Einaudi, Torino, 1981. Giova qui ricordare che il modo di dire che dà il titolo a quest’ultimo libro è rintracciabile in tutt’Europa, dall’Italia (il mondo alla rovescia) alla Russia (mir perevernulsa), dalla Francia (le monde renversé) alla Spagna (el mundo al revés), dall’Inghilterra (the world turned upside down) alla Germania (die werkehrte Welt). La raffigurazione di questo tema, come immagine singola o come sequenza, si trova comunemente nei manoscritti e sui muri delle chiese del Tre- e Quattrocento, così come nelle incisioni e nelle xilografie del xvi, xvii e xviii secolo. Si va dal rovesciamento della collocazione nello spazio fisico, al capovolgimento delle relazioni tra uomini e bestie, all’inversione dei rapporti sociali, con innumerevoli varianti (cfr. Giuseppe Cocchiara, Il mondo alla rovescia, Einaudi, Torino, 1963 e David Kunzle, World Upside Down, in Aa. Vv., The Reversible World. Symbolic Inversion in Art and Society, a cura di Barbara A. Babcock, Cornell University Press, Ithaca, 1978).

[112] Cfr. Angelo Paredi, Cronologia della vita di Thomas More, in Aa. Vv., Idea di Thomas More. 1478-1978, Neri Pozza, Vicenza, 1978, pp. 30 e 32.

[113] «Forse la tradizione dell’affissione è una “leggenda”, come la storiografia cattolica dopo il Concilio Vaticano II si è adoperata a dimostrare: non potendo cancellare Lutero, è sembrato più semplice cancellare l’evento iniziale della Riforma. Certo, la tradizione di un Lutero che esce dal mondo dei dotti e delle autorità ecclesiastiche e si rivolge al popolo contro Roma fu cara alla memoria dei suoi seguaci: se ne fece autorevole assertore Melantone pubblicando nel 1546 le opere del grande maestro della Riforma» (Adriano prosperi, Penitenza e Riforma, in Storia d’Europa, vol. IV, L’età moderna. Secoli xvi-xviii, a cura di Maurice Aymard, cit., p. 182).

[114] Friedrich Engels, La guerra dei contadini in Germania, cit., p. 447.

[115] Sul nesso tra Riforma ed editoria si vedano Elizabeth L. Eisenstein, La rivoluzione inavvertita. La stampa come fattore di mutamento, il Mulino, Bologna, 1986 e Jean-François Gilmont (a cura di), La Réforme et le livre: l’Europe de l’imprimé, 1517-1570, Cerf, Paris, 1990. Sui fogli volanti, largamente utilizzati nella Riforma e nella guerra dei contadini del 1525, cfr. Hermann Meuche – Ingeburg Neumeister, Flugblätter der Reformation und des Bauernkrieges, Insel, Leipzig, 1975 (questo testo non compare nella “Bibliografia” che chiude la silloge Riforma protestante e rivoluzione sociale. Testi della guerra dei contadini tedeschi 1524-1526, a cura di Hildegard Eilert, Guerini e Associati, Milano, 1988).

[116] Al riguardo si veda Jean-Michel Sallmann, Visions indiennes, visions baroques, Payot, Paris, 1987.

[117] Circa l’Inquisizione come agente dell’assolutismo monarchico in Spagna, cfr. La Inquisición y los españoles, a cura di Valentina Fernandez Vargas, Ediciones Ciencia Nueva, Madrid, 1967.

[118] Il principale sostenitore di Lutero presso la corte sassone è il cancelliere umanista Georg Spalatin. Più in generale, l’appoggio che nel prosieguo degli eventi le Autorità costituite daranno al luteranesimo verrà propiziato dagli umanisti assunti come cancellieri o diplomatici presso le corti, perlopiù erasmiani e fautori del compromesso in materia di religione. Sugli umanisti tedeschi e la Riforma, si veda Heinrich von Srbik, Cultura e storia in Germania dall’Umanesimo ad oggi, Jouvence, Roma, 1996, 2 voll., dove peraltro in quasi mille pagine il nome di Müntzer non viene citato neppure una volta (gli Autori dell’einaudiana Storia d’Europa fanno meglio, riuscendo a far scomparire anche gli altri elementi rivoluzionari del Cinquecento, quali Dózsa, Gaismair e Paracelso).

[119] Su Wyclif si veda Mariateresa Beonio-Brocchieri Fumagalli, Wyclif, il comunismo dei predestinati, Sansoni, Firenze, 1975; sul riformatore boemo vedansi Josef Macek, Giovanni Hus e la riforma boema, «Bullettino dell’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo», Roma, LXXVIII, 1967, pp. 45-73 e Amedeo Molnár, Jan Hus, testimone della verità, Claudiana, Torino, 1973, in particolare il § “Fermento hussita in Germania”, pp. 83-90.

[120] Jacob Fugger il Ricco si vanterà di aver prestato a Carlo mezzo milione di fiorini per venire eletto imperatore (si calcola che la campagna elettorale sia costata a Carlo 850 mila fiorini). Subentrato nel 1511 nell’amministrazione di una fortuna familiare ammontante a 200 mila fiorini, alla sua morte, nel 1525, Jacob lascerà l’azienda con un patrimonio decuplicato: lo straordinario tasso medio d’incremento annuo si deve all’appalto esclusivo delle miniere d’argento e di rame del Tirolo, dell’Ungheria e di altre regioni dell’Europa centrale ottenuto in cambio dei prestiti concessi a Sigismondo d’Asburgo, Massimiliano I e Carlo V. Nel 1524, inoltre, i Fugger acquisteranno l’appalto delle entrate che la corona spagnola trae dai tre ordini cavallereschi di Santiago, Calatrava e Alcántara (sul finire del regno di Carlo, la famiglia augustana controllerà anche le miniere d’argento di Guadalcanal e quelle di mercurio di Almadén). Si vedano Richard Ehrenberg, Capital & Finance in the Age of the Renaissance. A Study of the Fuggers and their Connections, Jonathan Cape, coll. “Bedford Series of Economic Handbooks”, n. 2, London, 1928; Léon Schick, Un grand homme d’affaires au début du xvie siècle, Jacob Fugger, sevpen (Vendôme, Impr. des Presses Universitaires de France), Paris, 1957 e Ramón Carande, Carlo V e i suoi banchieri, a cura di Giovanni Muto, Marietti, Genova, 1987.

[121] Il conquistador è un impresario cui spetta di raccogliere i capitali, armare le navi, reclutare gli uomini e assicurarne il passaggio in America. In cambio, la capitulación (un contratto le cui clausole risalgono alla reconquista contro gli arabi) stipulata con la Corona gli assicura il monopolio economico nelle terre conquistate. Il re si riserva il potere politico e il 20% del tonnellaggio importato in Spagna. Nel 1556, verrà vietato ufficialmente l’uso dei termini conquista e conquistadores, «che dovranno essere sostituiti con descubrimiento (scoperta) e pobladores (coloni)» (Ruggiero Romano, I conquistadores: meccanismi di una conquista coloniale, Mursia, Milano, 1974, p. 10). Nella Conquista e nei suoi delitti non sono implicati solo gli spagnoli: va ricordato, ad esempio, il tedesco Federmann, al soldo dei banchieri Welser, titolari di una capitulación per lo sfruttamento del Venezuela (dov’erano state trovate delle perle). Nel 1525, i Welser fonderanno una succursale a Santo Domingo.

[122] Serge Gruzinski, La guerra delle immagini, SugarCo, Milano, 1991, pp. 1-3 dell’inserto iconografico. Rilevando «talune coincidenze cronologiche», l’Autore avanza peraltro un confuso e più che discutibile parallelo tra l’iconoclastia – o idoloclastia – conquistadora, quella della Riforma di Stato, quella «degli anabattisti di Münster (1534)» e quella dei Paesi Bassi nel 1566 (ivi, pp. 80-81).

[123] Nell’Italia della fine degli anni Venti del xvi secolo, le Rivelazioni celesti di Birgitta di Uppsala verranno lette anche come preannunzio del Sacco di Roma del 1527, a ulteriore conferma dell’esistenza in quel periodo di una notevole «fame» di profezie, per lo più decifrate «sotto l’urgere degli avvenimenti presenti, che prevaricavano per così dire sul testo – in genere peraltro fortemente ambiguo – in maniera tale da sopraffarlo e da spingere il lettore ad una deformazione particolarmente accentuata del testo stesso» (Ottavia Niccoli, Profezie in piazza. Note sul profetismo popolare nell’Italia del primo Cinquecento, in Aa. Vv., Religioni delle classi popolari, a cura di Carlo Ginzburg, «Quaderni storici», cit., p. 501). Alla luce di questa grande esplosione escatologica e profetica – Russia, Italia, Germania ecc. – ben si capisce perché «La genesi dello Stato assoluto è accompagnata da una lotta incessante contro le profezie religiose e politiche di ogni specie. Lo Stato si attribuisce il monopolio del controllo del futuro, in quanto reprime le interpretazioni apocalittiche e astrologiche dell’avvenire» (Reinhart Koselleck, Futuro passato. Per una semantica dei tempi storici, Marietti, Genova, 1986, p. 18).

[124] Norman Cohn, I fanatici dell’Apocalisse, Edizioni di Comunità, Milano, 1976, p. 314. È bene precisare che non solo a Zwickau bensì nell’intera Europa, nel corso del «lungo xvi secolo» (dal 1470 al 1620-’30) e nel Settecento, «i salari della produzione manifatturiera non tennero il passo con l’evoluzione dei prezzi degli alimenti di base. Anzi, la forbice tra prezzi e salari si aprì a tal punto, che la caduta dei salari reali dell’età moderna si mantenne dal xvi al xviii secolo – la fase recessiva e di stagnazione del xvii l’attenuò ma non l’arrestò – portando non solo a un peggioramento dello standard alimentare di larghi strati della popolazione, ma avviando anche un processo di impoverimento generale. È il problema del pauperismo, presente in tutti gli Stati alla fine del xviii secolo e all’inizio del xix» (Ernst Hinrichs, Alle origini dell’età moderna, Laterza, Roma-Bari, 1994, pp. 133-134). Sul problema del pauperismo si vedano i saggi di Bronisźaw Geremek raccolti in Uomini senza padrone. Poveri e marginali tra medioevo e età moderna (Einaudi, Torino, 1992) e i testi riprodotti in Flavio Baroncelli – Giovanni Assereto, Sulla povertà. Idee, leggi, progetti nell’Europa moderna, Herodote, Genova-Ivrea, 1983. Cfr. anche Wilhelm Abel, Congiuntura agraria e crisi agrarie. Storia dell’agricoltura e della produzione alimentare nell’Europa centrale dal xiii secolo all’età industriale, Einaudi, Torino, 1976, parte II: “Vicende dell’agricoltura e della produzione alimentare nell’Europa centrale dal xvi alla metà del xviii secolo”, cap. IV: “Agricoltura e tenore di vita nel xvi secolo” e cap. V: “Crisi, guerre e l’inversione di tendenza”, pp. 147-239 e, infine, Paolo Malanima, Economia preindustriale. Mille anni: dal ix al xviii secolo, cit., parte II: “L’agricoltura”, cap. 4: “Le onde lunghe”, § 4.4: “Salari, rendite, profitti”, pp. 226-241. Il numero degli assistiti non cessa di crescere nel corso del xvi secolo: ovunque si cerca d’impedire ai poveri di abbandonare le parrocchie natie e di metterli al lavoro, nel mentre viene dismessa la rappresentazione medioevale della povertà. «In tutta l’Europa occidentale, la regolamentazione del vagabondaggio e della mendicità e l’organizzazione dell’assistenza abbandonano velocemente la generosità dei loro iniziatori. Le istituzioni assistenziali rivestono un carattere viepiù impersonale e poliziesco, dal momento che la preoccupazione dell’ordine pubblico prende il sopravvento sulla carità cristiana. Le leggi inglesi dell’epoca di Enrico VIII e di Elisabetta prevedono la pena di morte per i mendicanti recidivi. Gli Statuti e gli Atti del 1536, 1576, 1597 e 1601 stabiliscono un’imposta locale universale per provvedere all’assistenza ai poveri: i suoi proventi finanziano gli acquisti di canapa, lino e lana, che si dànno da lavorare agli indigenti. In certi casi, l’amministrazione parrocchiale affitta direttamente i disoccupati agli industriali; in altri casi, si fondano “case di forza” o “di lavoro”, chiamate work-houses, ove i poveri vengono internati e costretti a lavorare le fibre tessili. Quanto ai vagabondi recalcitranti e incorreggibili, si costruiscono per loro vere e proprie prigioni, chiamate “case di correzione”. Nell’Inghilterra di Elisabetta e dei primi due Stuart esiste un sistema pubblico per la fissazione dei salari: di fatto però i giudici di pace, nella maggior parte delle contee, stabiliscono un maximum salariale, sicché le retribuzioni seguono con molto ritardo le variazioni dei prezzi dei generi alimentari e dei prodotti industriali. Tutta questa legislazione, notevole per l’epoca, contribuisce a disciplinare la giovane manodopera proveniente dal contado, ove si assiste a una profonda mutazione del regime fondiario, e fornisce ai clothiers operai al miglior prezzo. Nella stessa epoca, anche la monarchia francese si preoccupa dei vagabondi e degli indigenti, troppo numerosi alle porte delle città, nei sobborghi e sulle strade di maggior importanza. Essi sono temuti perché portano con sé i germi della sedizione e dell’epidemia. A poco a poco la mendicità diviene un delitto di Stato» (Pierre Deyon, Le mercantilisme, cit., pp. 83-84). In Germania, a partire dal 1500, la polizia dei signori territoriali comincia ad interessarsi sempre più spesso del numero dei mendicanti. In Tirolo, la legislazione sulla mendicità ha inizio già nel 1491; la Baviera provvede verso la fine del Quattrocento; contemporaneamente si delinea una legislazione imperiale in materia. «Un osservatore attento ed ironico dei fenomeni del tempo, quale Erasmo, fu il primo a riconoscere nel 1524 (quando il movimento era ancora limitato alla Germania) che la riforma della beneficenza, con gli annessi provvedimenti repressivi contro la mendicità, si sarebbe esteso alle “città” in generale e avrebbe avuto un carattere di intensità e di efficacia ben diverso dalle misure severe, ma del tutto sporadiche e vane, adottate in precedenza contro mendicanti di professione, poveri simulanti e categorie affini. Lo stesso Erasmo offre qualche spia sulle motivazioni ideali che stanno all’origine dell’offensiva generalizzata contro il mendicante professionale e il falso povero, individui più liberi e più felici di un re, che stanno per perdere definitivamente la loro libertà e la loro felicità» (Michele Fatica, Il “De subventione pauperum” di J.L. Vives: suggestioni luterane o mutamento di una mentalità collettiva?, «Società e Storia», Milano, a. V, n. 15, 1982, pp. 7-8).

[125] Al centro della predicazione dei «profeti di Zwickau» stanno i temi della «fratellanza degli uomini» e della «spartizione e comunione dei beni». «Fra i cosiddetti profeti di Zwickau troviamo, nel 1520, soprattutto piccoli artigiani e gente povera nelle cui idee si riflettono in modo evidente influenze taborite e valdesi» (Josef Macek, La Riforma popolare, Sansoni, Firenze, 1973, p. 10). Storch era «imbevuto della dottrina del Libero Spirito», assorbita «molto probabilmente attraverso la conoscenza diretta delle dottrine taborite durante il suo soggiorno in Boemia» (Tommaso La Rocca, Es ist Zeit. Apocalisse storia. Studio su Thomas Müntzer 1490-1525, Cappelli, Bologna, 1988, pp. 85-86). Sull’influenza esercitata dal movimento del Libero Spirito in Boemia, cfr. Howard Kaminsky, The Free Spirit in the Hussite Revolution, in Aa. Vv., Millennial Dreams in Action. Essays in Comparative Study, a cura di Sylvia L. Thrupp, Mouton & Co., Den Haag, 1962. Su Müntzer e i «profeti di Zwickau» si veda Abraham Friesen, Thomas Muentzer, a Destroyer of the Godless. The Making of a Sixteenth-Century Religious Revolutionary, University of California Press, Berkeley (Cal.), 1990, cap. IV: “Zwickau and the Prophets”, pp. 73-99.

[126] Albrecht Dürer, Viaggio nei Paesi Bassi, a cura di Adalgisa Lugli, Strenna utet 1995, Torino, 1995, p. 78.

[127] In tedesco, con la data della prefazione (23 giugno). In questo scritto Lutero ha modo di prendersela anche con i poveri, proponendo di limitare l’assistenza pubblica nei loro confronti entro i limiti della stretta sopravvivenza «in modo che non muoiano di fame e di freddo», giacché «non si conviene per nulla che uno se ne stia ozioso alle spalle del lavoro di altri, o sia ricco e viva bene alle spalle delle sofferenze altrui, come ora è vergognosamente invalso nell’uso. Dice S. Paolo: “Chi non lavora non deve mangiare”» (Martin Lutero, Scritti politici, tr. it. a cura di Giuseppina Panzieri Saija, utet, Torino, 1978, p. 197). Già nell’Ein Sermon von dem Wucher (Sermone sull’usura) del 1519, Lutero era giunto alla conclusione che non si dovesse fare l’elemosina al povero forestiero, riprendendo poi questa tesi nell’appello Alla nobiltà cristiana di nazione tedesca, sull’emendamento della società cristiana: «Si potrebbe anche farne un ordinamento, se ne avessimo il coraggio e la serietà, in modo che ogni città provvedesse per i proprii poveri e non permettesse a stranieri di andare elemosinando» (ivi, p. 195).

[128] Quest’ultima «poteva considerarsi una specie di mezzo sacramento, perché il Cristo ha detto: “Pentitevi”; la confessione è utile, purché non venga codificata. A rigore, però, non vi sono che due sacramenti: l’eucaristia e il battesimo» (Roland H. Bainton, La Riforma protestante, Einaudi, Torino, 1984, pp. 55-56).

[129] L’intitolazione degli atti di Carlo V recita: «Carlo, Re dei Romani, Imperatore eletto sempre Augusto, Re di Spagna, Re di Napoli, di Gerusalemme, delle Baleari, delle isole Canarie e indiane, del continente al di là dell’Oceano, Arciduca d’Austria, Duca di Brabante, di Borgogna, di Carinzia, del Tirolo, del Lussemburgo, del Limburgo, di Atene, Langravio in Germania, Signore in Africa e in Asia».

[130] Delio Cantimori, Lutero, cei, Milano, 1966, p. 47. Dopo la morte di re Venceslao IV nell’agosto del 1419, la tensione politica e religiosa presente in Boemia era sfociata in lotta armata: la nobiltà boema aveva rifiutato di riconoscere Sigismondo, re d’Ungheria e imperatore romano germanico, che non aveva accettato le istanze di riforma ecclesiastica e politica. Nel 1420, l’ex capo mercenario Jan ‘iěka, grazie all’impiego di una nuova tecnica bellica (disposizione a muraglia dei carri delle salmerie, opportunamente corazzati, armamento con moschetto di ogni lanciatore, impiego tattico di cannoni con affusti mobili), all’adozione di un nuovo regolamento militare e alla valorizzazione del principio comunitario, aveva portato le ardimentose truppe ussite, formate perlopiù da contadini, alla vittoria contro gli eserciti crociati in marcia su Praga, aureolandosi così di una gloria profetica (nell’aprile del 1421, lo stesso ‘iěka aveva annientato le comunità formate dai pikarti o adamiti nel dicembre del 1420). Le successive crociate del 1427 e 1431, alimentate dalle popolazioni tedesche d’oltre confine, sostenute dai pontefici e da alcuni baroni cattolici, erano state anch’esse sconfitte dall’esercito ussita. Nel 1434, però, l’ala utraquista, favorevole alla riconciliazione con l’imperatore e con il papa Eugenio IV, si era scontrata con i taboriti, propugnatori della continuazione a oltranza della guerra, che avevano avuto la peggio nella battaglia di Lipany: era stato il segnale di una lenta débâcle, destinata a concludersi con la caduta del monte Tábor (1452). «Tutto il periodo delle “guerre ussite” non fu che una successione di rivoluzioni e controrivoluzioni sociali, il cui complesso intrico annuncia per molti versi i conflitti destinati a scoppiare poi in Inghilterra, in Francia e in Spagna. Ciò basta a stabilirne il carattere incontestabilmente moderno. L’esperienza taborita ebbe all’epoca un’enorme risonanza tra i poveri dell’Europa centrale. Nel 1430, l’insurrezione dei mendicanti di Bamberga, nella Germania meridionale, avanzò parole d’ordine identiche. Le sollevazioni contadine scoppiate in Ungheria e in Romania nel 1437 vi si rifacevano esplicitamente. In Slesia, i servi insorti di Zbaszyn, nel 1440, se ne facevano ancora forti. L’influenza arrivò a farsi sentire fin nella Francia settentrionale e nel Delfinato, dove alcuni contadini avevano inviato del denaro agli insorti cèchi (si trattava forse di contadini affiliati al movimento valdese – fu J. Macek a dare questa straordinaria informazione in un articolo sulle guerre ussite pubblicato alla fine degli anni Cinquanta negli “Archives de sociologie des religions”)» (Yves Delhoysie – Georges Lapierre, L’incendie millénariste, Os Cangaceiros, s.l., 1987, p. 143). Cfr. anche Howard Kaminsky, A History of Hussite Revolution, University of California Press, Berkeley (Cal.), 1967 e Frantiŕek ŕmahel, La révolution hussite, une anomalie historique, puf, coll. “Collège de France”, Paris, 1985. La traduzione in italiano degli “Articoli adamitici” può leggersi nella silloge La chiesa invisibile. Riforme politico-religiose nel basso Medioevo, a cura di Mariateresa Beonio-Brocchieri Fumagalli, Feltrinelli, Milano, 1978, pp. 170-172.

[131] Delio Cantimori, Lutero, cit., p. 62. Gli studî più recenti sulla Riforma radicale, oltre ai suoi debiti nei confronti della teologia del primo Lutero, ne hanno individuato gli stretti legami con la teologia mistica e l’apocalittica medioevali. Circa le fonti della teologia müntzeriana, vedi Tommaso La Rocca, Es ist Zeit. Apocalisse storia. Studio su Thomas Müntzer (1490-1525), cit., cap. IV: “Dalla mistica all’apocalittica: le influenze”, pp. 79-94. Sul piano della filosofia della storia Koselleck ha messo in luce come l’esperienza moderna del tempo intrattiene un rapporto dialettico con l’apocalittica e la profezia, di modo che Müntzer, ben lungi dal rimanere schiacciato su di una qualche figura del fanatismo medioevale e dell’illusione chiliastica, può essere posto a pieno titolo fra coloro che colgono il mondo a partire dal punto di vista dell’accelerazione del tempo – «Il tempo si è ormai compiuto: Dio non permetterà più…» – e delle nuove possibilità di trasformazione sociale – «… che i signori di questo mondo scortichino e pelino, mettano in ceppi, sfruttino» – proprie del «moderno» (cfr. Reinhart Koselleck, Futuro passato. Per una semantica dei tempi storici, cit. e soprattutto, con un’assai maggiore chiarezza su cosa sia il «moderno», Guy Debord, La società dello spettacolo, cit., cap. V: “Tempo e storia”, pp. 101-116). A proposito della teologia di Lutero, il giovane Marx scriverà: «Lutero, in verità, vinse la servitù per devozione mettendo al suo posto la servitù per convinzione. Egli ha spezzato la fede nell’autorità, restaurando l’autorità della fede. Egli ha trasformato i preti in laici, trasformando i laici in preti. Egli ha liberato l’uomo dalla religiosità esteriore, facendo della religiosità l’interiorità dell’uomo. Egli ha emancipato il corpo dalle catene, ponendo in catene il cuore» (Karl Marx, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel. Introduzione, in Karl Marx – Friedrich Engels, Opere, Editori Riuniti, Roma, 1976, vol. III, p. 198). Tutt’altro il suo giudizio su Müntzer: «La veduta della natura che si acquisisce sotto la signoria della proprietà privata e del denaro, è l’effettuale dispregio, la pratica svalutazione della natura, che certo esiste nella religione ebraica, ma esiste solo come vanteria. In questo senso Thomas Müntzer dichiara insopportabile “che tutte le creature siano state rese proprietà, i pesci nell’acqua, gli uccelli nell’aria, i vegetali sulla terra – anche la creatura dovrebbe diventar libera”» (Karl Marx, Zur Judenfrage, «Deutsch-Französische Jahrbücher», Paris, 1844, tr. it. a cura di Luciano Parinetto, in Luciano Parinetto – Livio Sichirollo, Marx e Shylock. Kant, Hegel, Marx e il mondo ebraico, unicopli, Milano, 1982, p. 149). Analogamente Vaneigem rileva che «Il tribuno [Müntzer] non si accontenta d’invocare l’alleanza tra le città e le campagne, egli si rivolge alla terra intera e fonda su di un’internazionale del genere umano la speranza di metter fine al regno dello sfruttamento e del disprezzo dell’uomo» (Raoul Vaneigem, «Ils ont de pauvres mots plein la gueule, mais leur cœur est à cent mille milles de là…», in Maurice Pianzola, Thomas Munzer ou La Guerre des paysans, Ludd, Paris, 1997, pp. 9-10). Come ha ben lumeggiato Michael Löwy, questo elemento cardine del programma comunista riemerge nel primo Novecento in varî autori dell’ebraismo mitteleuropeo come Martin Buber, Franz Rosenzweig, Gershom Scholem, Leo Löwental, Walter Benjamin – che nel Passagenwerk salda l’abolizione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo alla fine dello sfruttamento della natura da parte dell’uomo, in un orizzonte di redenzione rivoluzionaria dell’umanità –, György Lukács, Ernst Bloch e Gustav Landauer – ch’esalta una comunità tesa verso «la comunità più antica e universale: la specie umana e il cosmo» (a proposito del libro Thomas Münzer, teologo della rivoluzione, Löwy fa un’interessante annotazione: «Non c’è dubbio che Bloch si è largamente ispirato agli spunti di Gustav Landauer su Münzer – nell’opera La rivoluzione del 1907 – anche se non lo cita. Ne risulta una lettura esplicitamente anarchica del messaggio anabattista: secondo Bloch, questa corrente eretica “negava l’autorità dello Stato” e “proclamava, anticipando Bakunin, la libertà di associazione al di sopra degli Stati, l’internazionale dei poveri di spirito, degli eletti, la negazione nichilista di qualsiasi legge imposta dall’esterno, la libertà per ciascuno di adottare la morale da lui scelta e compresa”. Nonostante la sua adesione alla Rivoluzione russa, Bloch sembra dunque serbare un orientamento profondamente “mistico-libertario” [nota 71: Il riferimento libertario agli occhi di Bloch non è in contraddizione con il bolscevismo. Münzer è visto come l’anticipatore tanto di Bakunin che di Karl Liebknecht e di Lenin]. Contro la divinizzazione dello Stato ad opera del suo teologo machiavellico – Lutero –, contro la “dura ed empia materialità dello Stato”, egli vede in Thomas Münzer l’incarnazione dell’ideale cristiano di una “pura comunità di amore senza istituzioni giuridiche e statali”. Per Bloch, Münzer rappresenta un anello centrale nella “storia sotterranea della rivoluzione” costituita dalle correnti eretiche e millenariste del passato: i fratelli della valle, i catari, gli albigesi, Gioacchino da Fiore, i fratelli del buon volere, i fratelli del libero spirito, Maestro Eckhart, gli hussiti, Münzer e gli anabattisti, Sebastian Franck, gli Illuminati, Rousseau, Weitling, Baader, Tolstoj», cfr. Michael Löwy, Redenzione e utopia. Figure della cultura ebraica mitteleuropea, Bollati Boringhieri, Torino, 1992, pp. 151-152). L’esigenza di «rinnovare l’unità tra l’uomo e la natura – presupposto di ogni libertà – e annientare lo Stato» è stata riproposta nel secondo dopoguerra dal gruppo animato da Grandizio Munis e Benjamin Péret (cfr. Fomento Obrero Revolucionario, Pro segundo Manifiesto comunista, Le Terrain Vague, Paris, 1965, p. 17), dall’Internazionale situazionista e dall’insieme della «corrente radicale» post-sessantottesca (in particolare da Giorgio Cesarano e Jacques Camatte).

[132] È da notare che a Skane l’anno 1525 «vide scoppiare una rivolta contadina paragonabile, quanto a motivazioni e ad ampiezza, a quella tedesca dello stesso anno; ma, come in Germania, venne spietatamente soffocata da nobili che pure nutrivano sentimenti anticlericali» (Henry Kamen, Nascita della tolleranza, il Saggiatore, Milano, 1967, p. 113).

[133] Cfr. Michael Roberts, The Early Vasas. A History of Sweden, 1523-1611, Cambridge University Press, Cambridge, 1968.

[134] «Negli imperi islamici un’unica parola – “sultn” – indicava al tempo stesso sia lo Stato sia il sovrano; ma qui i cortigiani si trasformarono in un’aristocrazia, le province in principati, gli schiavi del palazzo imperiale nei suoi signori, e il “signore del mondo” nel burattino dei suoi eserciti, dei suoi dignitari, della corte», a differenza che negli Stati europei, a partire dalla Francia, dove «l’alta aristocrazia si sarebbe trasformata in una nobiltà di corte, le regioni autonome sarebbero diventate distretti amministrativi e il potere e l’autorità del re si sarebbero affermati sopra tutti i sudditi e in tutto il regno, sino a che il re poté dire “l’état c’est moi”» (Bernard Lewis, Il Medio Oriente. Duemila anni di storia, A. Mondadori, Milano, 1996, p. 119). Sulla figura di Solimano, si veda Gilles Veinstein (a cura di), Soliman le Magnifique et son temps, La Documentation française, Paris, 1992.

[135] Leandro Perini, Studi recenti su Thomas Müntzer, «Studi storici», Roma, a. XIV, n. 2, aprile-giugno 1973, p. 444.

[136] Nella primavera del 1420, l’ala radicale dell’ussitismo aveva fondato un centro fortificato sul monte Tábor, verso cui si produsse «un afflusso ininterrotto di contadini e di poveri che attendevano la fine del mondo e la venuta di Cristo. I contadini abbandonavano i loro villaggi, dopo averli incendiati, per costituire una comunità di fratelli e di sorelle, una comunità in cui regnava l’uguaglianza biblica. I chiliasti di Tábor avevano abolito la proprietà privata: sopperivano ai bisogni comuni attingendo alle casse della comunità, in cui ogni nuovo venuto doveva versare il suo denaro. […] Tutti i sacramenti erano stati eliminati, la messa era stata ridotta alla semplice lettura del Vangelo e ai canti religiosi. […] La spada in mano ai taboriti, angeli inviati da Dio per estirpare i peccati, avrebbe dovuto essere rivolta non solo contro il papa e re Sigismondo, ma anche contro la Praga ussita – città di peccati e Babilonia. A Tábor furono aboliti tutti gli obblighi imposti ai servi della gleba, la comunità chiliasta non doveva pagare né tributi né tasse» (Josef Macek, La Riforma popolare, cit., pp. 6-7). I taboriti «sembrano essere stati in strette relazioni con gli adepti del Libero Spirito, benché la tendenza valdese abbia inizialmente dominato. Queste comunità si distinguevano per la messa in comune di tutto e per il rifiuto del lavoro» (Yves Delhoysie – Georges Lapierre, L’incendie millénariste, cit., p. 23). Sulle contraddizioni che attanagliano l’esperimento taborita, come in genere tutti i tentativi di comunizzazione effettuati prima che il capitale abbia prodotto le basi materiali per il libero espandersi della Gemeinwesen, si veda Claude Bitot, Le communisme n’a pas encore commencé, cit., pp. 25-28. I testi taboriti possono essere letti in italiano nelle antologie La chiesa invisibile. Riforme politico-religiose nel basso Medioevo, a cura di Mariateresa Beonio-Brocchieri Fumagalli, cit. e I Taboriti. Avanguardia della rivoluzione hussita (sec. xv), a cura di Amedeo Molnár, Claudiana, Torino, 1986.

[137] Per un’analisi del pensiero politico dei Comuneros, si veda José Antonio Maravall, Las Comunidades de Castilla. Una primera revolución moderna, Alianza Editorial, Madrid, 1979. Nella sua relazione al convegno di studî müntzeriani di Ferrara (5-6 maggio 1989) Giorgio Politi ha individuato una serie di elementi che accomunano gli insorti spagnoli del 1520-’21 a quelli tedeschi del 1524-’26 (beninteso, quanto scrive il Politi in materia di rivoluzione va accolto sempre con beneficio d’inventario, in quanto non vi è chi non ricordi la collaborazione di questo Autore al settimanale controrivoluzionario «Fronte Popolare»). Tra questi elementi vogliamo segnalare qui la vicinanza del concetto di «pover’uomo comune» delle città e delle campagne con quello di «comuneros» (cioè coloro che non appartengono ai ceti privilegiati).

[138] La distinzione tra grande aristocrazia e piccola nobiltà s’incontra in tutt’Europa: i Grandi di Spagna, i lords inglesi, i magnati polacchi, i «Grandi» di Francia non sono che poche decine di famiglie.

[139] Cervantes stigmatizzerà aspramente la società coloniale creata nel Nuovo Mondo: «Il rifugio e il porto di tutti i poveri diavoli della Spagna, il santuario dei falliti, la salvaguardia degli assassini, l’asilo dei giocatori d’azzardo, la terra promessa delle signore di facili virtù, un disinganno per i più e un rimedio personale per una minoranza» (El Celoso Extremeño, esordio).

[140] «Tutte le immagini esteriori devono essere interdette in nome delle immagini interiori», ha testé scritto Carlostadio in Von gelübden underrichthung (datato 24 giugno 1521 e pubblicato in ottobre o in novembre). Nel gennaio successivo, con lo scritto Von Abtuhung der Bilder, und das keyn Bedtler unther den Christen seyn sollen (Della soppressione delle immagini, e del fatto che non si devono avere mendicanti tra i cristiani), Carlostadio darà una formulazione definitiva alla sua dottrina: «Nulla viene a Dio se si venerano le immagini», che sono perciò da eliminare. Vendendole si potranno recuperare ricchezze utili alla soppressione della mendicità.

[141] Joël Lefebvre, “Introduction”, in Christianisme et révolution dans l’Allemagne du xvie siècle. Thomas Müntzer (1490-1525). Écrits théologiques et politiques, lettres choisies, a cura di Joël Lefebvre, Presses Universitaires de Lyon, Lyon, 1982, p. 18.

[142] I Ritter (cavalieri) costituiscono il gradino più basso dell’aristocrazia. A partire dalla seconda metà del xv secolo, essi soffrono di un processo accelerato d’impoverimento e decadenza sociale determinato dalle trasformazioni in corso nell’arte militare, dal sorgere del moderno Stato principesco e dalla forbice apertasi tra le loro fonti di reddito, pressoché stabili, e il loro crescente bisogno di denaro (al punto di dover perfezionare «ogni anno maggiormente lo scorticamento dei contadini» e darsi ad azioni di brigantaggio, scorreria e rapina). Al polo opposto stanno i prìncipi, sórti dall’alta nobiltà medioevale, intenti a sottomettere gli altri strati dell’aristocrazia e le città da una parte e ad autonomizzarsi rispetto all’autorità imperiale dall’altra. «Il bisogno di denaro del principe cresceva con l’estendersi del lusso e delle spese per il mantenimento della corte, con la costituzione di eserciti permanenti, con il costo crescente del governo. La pressione fiscale diventò quindi sempre più aspra. Ma le città erano al riparo da essa per via dei loro privilegi. Cosicché tutto il peso fiscale ricadeva sulle spalle dei contadini, tanto di quelli che appartenevano ai domini del principe, quanto dei servi della gleba, degli asserviti e dei censuari appartenenti ai vassalli. Quando l’imposizione fiscale diretta non era sufficiente, interveniva l’indiretta, e le manovre più raffinate della tecnica finanziaria furono usate per tappare i buchi del fisco. Quando tutto questo non giovava, quando non c’era più niente da dare in pegno e nessuna città libera voleva più concedere dei crediti, allora si ricorreva ad operazioni monetarie della specie più sporca, si coniava oro di bassa lega, si imponeva il corso forzoso, alto o basso a seconda che convenisse al fisco. Il traffico dei privilegi delle città o di altri privilegi, che poi venivano ritolti con la violenza per venderli a più caro prezzo, lo sfruttamento di ogni tentativo di opposizione per saccheggi e rapine di ogni specie ecc. rappresentavano fonti di denaro lucrose e giornaliere per i principi di quel tempo. Anche la giustizia per i principi era un articolo commerciale permanente e tutt’altro che insignificante. In breve, ai sudditi di quell’epoca, i quali dovevano inoltre soddisfare l’avidità personale dei sovrintendenti e dei funzionari del principe, fu dato di gustare, in modo sovrabbondante, tutte le delizie del sistema “paterno” di governo» (Friedrich Engels, La guerra dei contadini in Germania, cit., p. 405). «Nelle relazioni fra contadino e signore, almeno a partire dal xv secolo, viene inserendosi una dimensione nuova, che dal punto di vista della storia della signoria può essere designata col termine di “territorializzazione”»: un processo di unificazione e di livellamento dei sudditi, fondato su di una «signoria territoriale sulla persona», i cui sviluppi si protraggono fino alla metà del Cinquecento (Peter Blickle, La riforma luterana e la guerra dei contadini. La rivoluzione del 1525, cit., p. 163). Dal punto di vista dei contadini, tale processo «comportò una trasformazione dei vecchi rapporti di dipendenza e una più forte oppressione da parte dei signori: ora infatti la signoria terriera, quella sulla persona e in parte quella giurisdizionale erano riunite nelle stesse mani, mentre in precedenza il contrasto fra le singole pretese poteva consentire ancora, al contadino, un qualche margine d’autonomia. Egli, a questo punto, risiedeva nelle vicinanze del signore, poteva essere amministrato con più facilità e dunque dominato in maniera più efficace. Il colono, sottoposto a “mundio”, servo nella casa di Dio e fornitore di censi si era così trasformato in suddito, mentre la signoria aveva assunto le sembianze dell’autorità» (ivi, pp. 94-95). Analizzando la situazione della Franconia negli anni anteriori al 1525, Blickle calcola che il cumulo tra l’imposta territoriale (pari al 5-10% del patrimonio mobile), le imposte «di consacrazione» (riscosse in occasione della nomina di un vescovo), quelle sui beni di consumo (vino, birra e, in alcuni casi, carne e farina) e quelle militari equivaleva «ad un’enorme imposizione, che, unitamente ai censi, poteva decurtare il reddito annuo di circa la metà. Questi dati, benché non generalizzabili, rivelano delle linee di tendenza sulla cui base diventano più che comprensibili i reclami contadini contro le imposte nei grandi territori» (ivi, pp. 154-155). Infine, per quanto riguarda i meccanismi di esazione e il rapporto tra credito e tasse, si veda quanto scrive lo storico statunitense George Huppert: «Quando i monarchi acquisirono il potere di imporre tasse permanenti ai sudditi, i mercanti più ricchi giudicarono più vantaggioso prestare denaro all’erario regio che investire nel commercio. Ben presto nacque una relazione particolare e reciprocamente vantaggiosa tra le élites urbane e i governi centrali. Sotto questo aspetto i cardinali della Chiesa cattolica erano stati dei pionieri, e i sovrani secolari si limitarono a seguirne le orme. Papi e re rivendicarono il diritto di tassare i sudditi, senza avere però gli strumenti per imporre i loro diritti. Perennemente a corto di fondi, poiché spendevano a piene mani, contraevano prestiti a alti tassi d’interesse, offrendo come garanzia il loro diritto di esigere tasse» (George Huppert, Storia sociale dell’Europa nella prima età moderna, cit., pp. 73-74).

[143] La capitale dell’Impero Romano d’Oriente, le cui mura costituivano il più formidabile sistema difensivo di tutta l’Europa, era stata espugnata dal sultano Mehmed II (da allora noto come Fatih, il Conquistatore) grazie all’impiego di una gigantesca artiglieria da assedio.

[144] Alberto Tenenti, L’età moderna. xvi-xviii secolo, il Mulino, Bologna, 1997, p. 132. L’opera più aggiornata e completa sull’impero degli Osmanli è Robert Mantran (sotto la direzione di), Histoire de l’Empire ottoman, Fayard, Paris, 1989.

[145] La pace di Augusta del 1555 sancirà un primo grande accordo tra la religione cattolica e quella luterana, sebbene precario e destinato a infrangersi all’inizio del Seicento. «Una cosa, comunque, risultò chiara: la lotta per le riforme e la Riforma, che negli anni Venti aveva coinvolto larghi strati della popolazione urbana e rurale, si era ormai in gran parte ridotta a una questione giuridico-politica. Ad Augusta la possibilità di decidere in futuro a quale delle due confessioni appartenere fu concessa solo ai ceti imperiali che vi presero parte; i sudditi avrebbero dovuto adeguarsi alla confessione dei loro capi secolari, altrimenti abbandonare il Paese vendendo tutto ciò che possedevano» (Ernst Hinrichs, Alle origini dell’età moderna, cit., p. 89).

[146] Agli inizi del secolo, la popolazione di questo centro operaio, impiegata in maggioranza nelle miniere di Mansfeld, era già stata protagonista di movimenti di protesta e di uno sciopero.

[147] «A Lutero parve di aver scatenato la tempesta e di avere combattuto un’impersonificazione dell’Anticristo solo per farne nascere un’orda. Certamente le sua riforma aveva incoraggiato il radicalismo, e molti dei nuovi “profeti” erano passati attraverso il luteranesimo nel loro cammino verso la nuova Gerusalemme, ma Lutero sempre più si andava avvicinando a un altro gruppo di seguaci: quelli che avevano il potere» (H.G. Koenigsberger – G.L. Mosse, L’Europa del Cinquecento, cit., p. 170). Sulla ripulsa da parte di Lutero delle aspettative chiliastiche diffuse nel suo tempo, si veda quanto scrive Oberman: «Anche Martin Lutero incontra il favore dei chiliasti che lo salutano come il profeta della svolta dei tempi e il propugnatore della “nuova era”, l’età dello Spirito e della pace. Ma egli doveva deludere queste aspettative, perché la sua Riforma non cercava di imporre la trasformazione della società per creare un regno millenario. Amareggiati, i militanti “soldati di Dio” si staccarono perciò da lui; il più noto è Thomas Müntzer, al quale fece seguito una intera schiera di profeti chiliasti, spinti tutti dalla volontà di attuare con lo sterminio dei senza Dio la riforma in tempo, prima del giorno del Giudizio Universale. La Riforma di Lutero non è “moderna” in questo senso. Egli non è un chiliasta e non aspetta il regno millenario» (Heiko A. Oberman, Martin Lutero. Un uomo tra Dio e il diavolo, cit., p. 58).

[148] «Questo testo capitale – uno dei più importanti nella sua opera sterminata – contiene la chiave dell’atteggiamento di Lutero nella seconda fase della Riforma. Esso ne ispira la polemica contro le correnti radicali, nella quale si possono distinguere tre momenti. La lotta contro gli iconoclasti si concluderà all’inizio del 1525 con il trattato Wider die himmlischen Propheten, von den Bildern und Sacrament (Contro i profeti celesti, sulle immagini e il sacramento) e l’eliminazione definitiva di Carlostadio. La polemica contro Müntzer impegnerà Lutero dal luglio del 1524 all’estate successiva (l’ultima fase di questa polemica si confonde con la critica delle rivendicazioni contadine e la condanna dei rivoltosi). Quanto alla lotta contro gli anabattisti, principali contestatori dopo la sconfitta dei contadini, essa non si svilupperà che a partire dal 1528» (Joël Lefebvre, “Introduction”, in Christianisme et révolution dans l’Allemagne du xvie siècle. Thomas Müntzer 1490-1525. Écrits théologiques et politiques, lettres choisies, a cura di Joël Lefebvre, cit., p. 19).

[149] Sulla propaganda in ambito riformato si veda Robert W. Scribner, For the Sake of Simple Folk. Popular Propaganda for the German Reformation, Clarendon Press, Oxford, 1994.

[150] Su Pruystinck, sui «loisiani» e su Joris, si veda Raoul Vaneigem, Il movimento del Libero Spirito, Nautilus, Torino, 1995, pp. 131-144.

[151] Al termine del suo libro inteso a fare dei «gruppi millenaristi, anarco-comunisti, sorti sul finire del Medioevo» gli antesignani dei «movimenti totalitari del nostro tempo» («Times Literary Supplement»), Norman Cohn è costretto a riconoscere che «fu sempre in occasione di una grande rivolta o di una rivoluzione che un gruppo di quel tipo uscì alla luce del giorno. Così fu di John Ball e dei suoi seguaci durante la Rivolta contadina inglese del 1381; degli estremisti delle prime fasi della rivoluzione hussita in Boemia nel 1419-1421; di Thomas Müntzer e della sua Lega degli Eletti durante la rivolta dei contadini tedeschi nel 1525. E così fu pure degli anabattisti rivoluzionari di Münster – dato che l’instaurazione della Nuova Gerusalemme fu l’atto conclusivo di tutta una serie di rivolte scoppiate non solo a Münster, bensì in tutti gli Stati ecclesiastici della Germania nordoccidentale» (Norman Cohn, I fanatici dell’Apocalisse, cit., p. 388). Sul rapporto tra i movimenti sociali dei poveri della prima età moderna e le correnti radicali del cristianesimo medioevale, si veda ora quanto scrive, senza isterismi «antitotalitari», George Huppert: «Le rivolte successive recavano traccia dei vecchi slogan profetici che si rifacevano alla parte più radicale della predicazione cristiana; a questa categoria appartiene il celebre verso associato alla rivolta inglese del 1381: “quando Adamo scavava ed Eva filava, da che parte il gentiluomo stava?”, era l’interrogativo del tempo. E in effetti quando erano esistiti solo Adamo ed Eva, quando Adamo contadino arava la terra ed Eva contadina sedeva al filatoio, non c’era nessun gentiluomo, nessun signore delle terre, nessun avvocato. Come erano entrati in scena i gentiluomini? Quando si erano insinuati nell’universo di Dio? C’era posto per loro? Non era giunto il momento di rimettere a posto le cose come erano state nell’Eden? Non era questo il disegno divino? Quel modo di pensare resistette per secoli, alimentando la collera giusta di chi era ridotto alla disperazione. Le stesse parole cantate dai braccianti del Kent in marcia verso Londra nel 1381 furono riprese trecento anni dopo nella versione tedesca che costituì il grido di battaglia di altri contadini in armi: “Da Adam ackert und Eva spann, wer war damals ein Edelman?”, cantavano nel 1679 i contadini tedeschi, aggiungendo esplicitamente: “chi crede di essere il nobiluomo che si atteggia a migliore di noi?”» (George Huppert, Storia sociale dell’Europa nella prima età moderna, cit., p. 123). Koenigsberger e Mosse, infine, collegano la Comune di Münster alla percezione, emersa nettamente a partire da circa il 1530, del divario apertosi tra prezzi e salari: «Da questo periodo datano i primi significativi aumenti salariali e anche, tra i contemporanei, la crescente consapevolezza di una corrente sotterranea di malcontento tra la popolazione lavoratrice dell’Europa occidentale e centrale, malcontento che, nel 1534, esplose in aperta rivoluzione allorché gli anabattisti fondarono a Münster il loro famoso regno di Sion, comunista e poligamico. I contemporanei non dimenticarono mai lo scandalo di questo avvenimento, né il potenziale esplosivo della unione di disoccupazione o bassi salari e propaganda religiosa rivoluzionaria, del quale avrebbero visto molte altre manifestazioni: dai movimenti popolari delle città tedesche che costrinsero i Consigli municipali patrizi, riluttanti, ad accettare il luteranesimo, alla ribellione di Ket nel Norfolk nel 1549; dai disordini iconoclastici dei Paesi Bassi, successivi “all’inverno di fame” del 1565-’66, alla dittatura popolare della Lega Santa di Parigi nel 1589-’90» (H.G. Koenigsberger – G.L. Mosse, L’Europa del Cinquecento, cit., p. 49).

[152] Cfr. Ernst H. Gombrich, Aby Warburg. Una biografia intellettuale, cit., cap. X: “I dèmoni della Riforma”, pp. 181-189 e tavv. 40-42 (nella tavola 40 c, tratta dalla Practica uber die grossen und manigfeltigen Coniunction der Planeten di Leonhard Reymann, si vede un corteo di rurali con falce, forcone e bandiera affrontare l’imperatore, il papa, l’alto clero e la nobiltà).

[153] Questi aveva preso spunto da un passo del Deuteronomio: «Voi dovete spezzare i loro altari, infrangere le loro colonne e bruciare con le fiamme i loro idoli, poiché voi siete un popolo santo» (Deut., 7, 6).

[154] Il diavolo verrà tirato nuovamente in ballo da Melantone nella sua Histori Thomä Munzers, des anfengers der Döringischen Vffrur, seher nutzlich zu lesen, Hagenau, 1525: «Il diavolo ha posseduto un uomo chiamato Thomas Müntzer. […] A partire da una comprensione erronea della Scrittura, egli immaginò una dottrina falsa e sediziosa». Successivamene, il dotto umanista e teologo Melantone sarà «uno dei più accesi promotori del massacro degli anabattisti» (cfr. Mario Miegge, Martin Lutero, 1483-1545. La Riforma protestante e la nascita delle società moderne, Editori Riuniti, Roma, 1983, p. 83). Le pene previste dalla Dieta imperiale di Spira del 1529 sono: condanna al rogo per chi ribattezzi altri, esecuzione capitale per chi si faccia ribattezzare o dia ricetto ad anabattisti, le donne devono essere sepolte vive (è stato calcolato che nel decennio successivo alla presa di Münster almeno 30 mila anabattisti verranno messi a morte soltanto in Olanda e in Frisia).

[155] I tessitori di Memmingen soffrono uno stato di grave e crescente povertà (cfr. Peter Blickle, Die Reformation im Reich, Ulmer, Stuttgart, 1982, p. 82).

[156] Dalla cronaca di H. Hug di Villingen, che segnala anche come la grandine abbattutasi il 20 luglio 1524 avesse provocato «una carestia di grano tanto grave da non potersi descrivere». L’aumento dei prezzi seguitone «procurò grande paura e miseria e infedeltà in tutta la popolazione. Nessuno infatti voleva dare più nulla ai signori e ognuno faceva ciò che più gli garbava».

[157] Ibidem.

[158] «L’atteggiamento di Lutero verso Carlostadio e Müntzer, l’odio implacabile di Calvino per Serveto dimostrano che per i grandi riformatori la formazione di confessioni con le proprie prerogative ben definite era ormai un fatto compiuto. Ed è logico che per difenderle ricorressero ad argomenti dogmatico-politici» (Ernst Hinrichs, Alle origini dell’età moderna, cit., p. 86).

[159] Di questo periodo è un documento, la cui paternità secondo Emidio Campi è quasi certamente da attribuire a Müntzer, nel quale s’invita «il popolo di ogni regione ad unirsi in una lega. Il tempo si è ormai compiuto: Dio non permetterà più che i signori di questo mondo scortichino e pelino, mettano in ceppi, sfruttino, perseguitino e compiano ogni sorta di soprusi. […] Pertanto l’uomo comune esorti l’autorità una, due, tre volte ad unirsi alla fratellanza e alla lega; se essa rifiuta l’invito […], le venga tolta la spada e sia data ad altri» (cit. in Emidio Campi, «Foedus christianitatis causa adversus impios». Il concetto di patto in Thomas Müntzer, in Thomas Müntzer e la rivoluzione dell’uomo comune, a cura di Tommaso La Rocca, cit., p. 62). Amene suonano le affermazioni di Cohn – secondo il quale non sembra che Müntzer «mostrasse molto interesse per il miglioramento delle condizioni materiali di esistenza dei contadini fra cui viveva» (Norman Cohn, I fanatici dell’Apocalisse, cit., p. 317) – e di Elliger, secondo cui quest’uomo che, di fronte a un’incipiente guerra civile, batteva le contrade della Germania meridionale per organizzarvi delle bande armate «non fu né un “condottiero dei contadini”, né un agitatore sociale» (Walter Elliger, Thomas Müntzer, Wichern-Verlag, Berlin-Friedenau, 1960). Queste «perle» non sono certo le uniche prodotte dalla storiografia accademica. Basti qui ricordare l’alto pensiero enunciato dall’illustre Gerhard Ritter, secondo cui Müntzer fu una «strana figura di profeta apocalittico, e in fondo di teologo solitario, predicatore di un’arcana mistica della croce che non aveva nessuna intima attinenza con sollevamenti sociali. Ma in tempi di rivoluzione sono proprio i fanatici solitari, convinti che sia venuta la loro ora, gli agitatori più pericolosi, perché nell’universale disorientamento le cose più incomprensibili fanno in genere la maggiore impressione» (Gerhard Ritter, La formazione dell’Europa moderna, Laterza, Bari, 1964, p. 182). Qui lo studioso tedesco addossa la sua patente incomprensione dei processi di jonizzazione delle molecole sociali, in un transfert questo sì tale da destare «la maggiore impressione», ai protagonisti degli eventi, resi stolti dall’«universale disorientamento» che sarebbe proprio dei «tempi di rivoluzione». Che dire poi di Bernd Moeller, al quale «sembra che, nei confronti della Riforma i contadini permanessero nell’immobilità senza storia delle loro relazioni, locali e vincolate ai ritmi della natura, come se neppure avessero udito le nuove dottrine» (Bernd Moeller, Deutschland im Zeitalter der Reformation, in Deutsche Geschichte, Vandenhoeck und Ruprecht, Göttingen, 1977, vol. IV)? Questo giudizio, particolarmente odioso, proietta su di un orizzonte d’«immobilità senza storia» proprio quegli eventi, dinamici e drammatici quant’altri mai, che si conclusero con l’assoggettamento del mondo rurale. Facendosi forte dell’apparenza di naturalità di cui le «strutture della dominazione» si rivestono, l’insigne storico della Riforma luterana può permettersi, oggi, di antropologizzare surrettiziamente l’esito di una guerra sociale nonché pienamente storica. Ma senza quella sconfitta, che preluse a quella rimodellazione dei rapporti città-campagna destinata ad avere il suo compimento nella figura hegeliana della «bürgerliche Gesellschaft», il prof. Moeller non si sarebbe neanche potuto sognare di scrivere le sue insultanti parole.

[160] L’afflusso dell’oro extraeuropeo comincia dall’area del commercio luso-africano: gli arrivi d’oro in Portogallo dalla costa e dall’interno dell’Africa occidentale «devono ammontare a circa 700 chili l’anno tra il 1500 e il 1520, quando si raggiunge il massimo» (Pierre Vilar, Oro e moneta nella storia. 1450-1920, Laterza, Bari, 1971, p. 71). Poi, tra il 1494 e il 1525, si colloca il ciclo dell’oro spagnolo, basato sullo sfruttamento dei giacimenti alluvionali delle Antille. Infine, a metà del Cinquecento, la scoperta dei giacimenti del Potosí e l’introduzione della nuova tecnica dell’amalgama (trattamento del minerale con il mercurio) permette alla Spagna di aumentare enormemente la produzione di argento, alterando considerevolmente l’equilibrio tra i due metalli preziosi. I «rivoli d’argento» provenienti dal Messico e dal Perù sono inghiottiti dal debito estero dello Stato, e neppure bastano ad assicurarne la copertura: tra il 1560 e il 1662 per ben otto volte i sovrani spagnoli dovranno sospendere o dilazionare i pagamenti (cfr. Carlo M. Cipolla, Conquistadores, pirati, mercatanti. La saga dell’argento spagnuolo, il Mulino, Bologna, 1996). «La circolazione di quantità sempre più considerevoli di metallo prezioso, l’avvio del fenomeno creditizio su scala in precedenza sconosciuta ed in riferimento a progetti economici ed a tentativi politici di respiro europeo, sono segni e fattori di un profondo mutamento dell’economia europea che trova la sua conferma in un altro fenomeno caratteristico del xvi secolo, la cosiddetta rivoluzione dei prezzi. A partire in realtà dalla fine del ’400, e con tempi diversi (in Mediterraneo circa solo dal 1520), i prezzi presero a salire con una rapidità che lasciò senza parole i contemporanei (in Francia dal 1471 al 1598 i prezzi aumentarono del 627%); i salari viceversa rimasero stabili, ciò che comportò un sostanziale peggioramento delle retribuzioni. Le rendite fondiarie quando, come non era raro, erano espresse in natura e non solo in denaro, venivano conseguentemente rivalutate; tutti gli altri settori del credito furono invece investiti dal processo di inflazione, che fu potenziato dall’afflusso dell’oro e dell’argento americano» (Massimo Guidetti, Commerci, industria, credito: nasce la grande economia, in Storia d’Italia e d’Europa, comunità e popoli, a cura di Massimo Guidetti, vol. III, Il rinascimento e le riforme, cit., p. 87).

[161] Karl Marx, Il Capitale, Libro primo, cit., p. 938. «Da questo sfruttamento universale sorsero il capitalismo e l’Europa moderna. L’“Europa” non esisteva prima del colonialismo capitalista. Esistevano feudi, villaggi, città, Stati e regni separati, che rivaleggiavano e lottavano tra loro, come in Africa, ma su una base economica diversa: la proprietà privata della terra. L’Europa non era né un concetto né una realtà, al massimo una vaga idea che gli Arabi, e non gli “Europei”, avevano avuto di una terra a nordovest della Grecia. Finché il continente europeo rimase isolato, non ci fu Europa. Ma quando prese contatto con il resto del mondo e cominciò a sfruttare prima l’Africa, poi le Americhe e infine l’Asia, divenne una realtà, un’idea insieme. Soltanto quando i Portoghesi, gli Spagnoli, i Francesi, gli Italiani, gli Olandesi, gli Inglesi, i Tedeschi, i Danesi e gli Svedesi si confrontarono e si scontrarono con l’Africa, l’America e l’Asia, avvertirono l’esigenza di considerarsi un insieme, qualcosa di affatto diverso, ostile e, infine, superiore ai popoli africani, americani e asiatici. Il colonialismo dava loro un interesse comune. Questo nuovo interesse – gli schiavi, le piantagioni, il mercato mondiale, il saccheggio, i metalli preziosi, le spezie, nuovi territori, mercati e fonti di ricchezza – li pose anche in conflitto l’uno con l’altro. Già nel 1500 si disputavano e contendevano il bottino coloniale. […] L’Europa nacque dal capitalismo, come polo sfruttatore e oppressore che negava e sempre tentava di distruggere e assimilare il suo opposto: il resto del mondo. Fu la “nascita del nuovo dal conflitto degli opposti”, vale a dire dal conflitto tra il capitalismo e quei sistemi precapitalistici di dispotismo orientale, americano e africano che il capitalismo assimilò distruttivamente. […] Con il capitalismo sorse l’Europa e con l’Europa sorse la “civiltà europea”: una civiltà basata sia sugli schiavi africani, le piantagioni e i raccolti americani, le spezie asiatiche e i metalli preziosi di tutti e tre i continenti, sia sui numeri degli Indiani, sull’algebra, l’astronomia e la scienza della navigazione degli Arabi e sulla polvere da sparo, la carta e la bussola dei Cinesi. Questa afro-americano-asiatica “civiltà europea” era in realtà la contemplazione narcisistica delle proprie conquiste. La spada, il fucile, l’assassinio, lo stupro, la rapina, lo schiavismo furono la base reale dell’idea della “superiorità europea”. Anzi, da questo processo sorse l’idea stessa di “europeo” – uomo dell’Europa – che non esisteva nemmeno etimologicamente prima del xvii secolo. Prima della tratta degli schiavi in Africa, non c’erano né l’Europa né gli Europei. Infine, con questi ultimi, sorse l’idea della loro superiorità ed esistenza separata come specie o “razza” distinta. Questa è l’origine del mito della razza, prima ignoto all’umanità – perfino la parola non esisteva prima della lingua franca dei crociati – e di quell’altro mito particolare che è l’esistenza di un essere chiamato “europeo” (fin dall’inizio equivalente a “uomo bianco”)» (Hosea Jaffe, Africa, movimenti e lotte di liberazione, cit., pp. 51-52). Sul ruolo della violenza nell’accumulazione originaria, si veda Niels Steensgaard, Violence and the Rise of Capitalism: Frederic C. Lane’s Theory of Protection and Tribute, «Review», A Journal of the Fernand Braudel Center for the Study of Economies, Historical Systems, and Civilizations, Beverly Hills (Cal.), vol. V, n. 2, autunno 1981, pp. 247-273.

[162] La città si sviluppa rapidamente nel Cinquecento, sino a diventare la più grande della Spagna (25 mila abitanti nel 1517, 90 mila nel 1594).

[163] Già sul finire del Quattrocento l’attività marittima olandese e inglese rivaleggiava con quella dell’Hansa, così che, prima ancora dei viaggi transoceanici, la Lega anseatica «aveva perduto quasi tutti i denti e quelli che le restavano erano tremolanti» (com’ebbe a dire un osservatore inglese in Germania). A partire dall’inizio del Cinquecento, Anversa funge da anello di congiunzione tra i prodotti europei (i cereali del Baltico, lo zucchero delle Canarie, la seta italiana, l’allume estratto dalle miniere pontificie di Tolfa, le più importanti d’Europa, i vini francesi e quelli renani, il formaggio di Gouda, la birra di Haarlem, il pesce della Zelanda ecc.) e quelli provenienti dalle Indie orientali e dalle Americhe. La rapida ascesa della città situata sulla Schelda si deve all’alleanza commerciale tra i mercanti della Germania meridionale e quelli portoghesi, che necessitano di rame e metalli, di panno e, soprattutto, dell’argento estratto dalle miniere dell’Europa centrale, ch’essi scambiano con le loro spezie (inoltre, la simbiosi tra i governi e i banchieri privati provoca un’espansione colossale delle operazioni creditizie che si svolgono su questa piazza). Sono presenti anche i mercanti inglesi, con il loro famoso panno bianco, apprettato e rifinito ad Anversa prima di essere distribuito dai tedeschi nei mercati dell’Europa centrale (50 mila panni nel 1500, il doppio nel decennio 1540-’50).

[164] «L’effervescenza che guadagna il milieu degli artisti dev’essere attribuita senza dubbio anche all’indiretta influenza di Müntzer, per il tramite di Hans Denck. Il processo per ateismo intentato contro gli allievi di Dürer Hans Sebald Beham, Bartel Beham e Georg Pencz si colloca in questo contesto» (Joël Lefebvre, “Introduction”, in Christianisme et révolution dans l’Allemagne du xvie siècle. Thomas Müntzer 1490-1525. Écrits théologiques et politiques, lettres choisies, a cura di Joël Lefebvre, cit., p. 44).

[165] «Vedendo che anche le torture non servivano a nulla, il 7 marzo 1526 il consiglio di Zurigo decretò la morte per annegamento per tutti coloro che impartissero il secondo battesimo. Nel gennaio del 1527 Felix Mantz venne ucciso per affogamento e così divenne il primo martire dell’anabattismo. Jörg Blaurock, che lo stesso giorno venne cacciato dalla città a colpi di frusta e che continuò poi la predicazione con grande successo in Tirolo, dopo tremende torture morì sul rogo il 6 settembre 1527 [per mano della nobiltà cattolica, Ndc]. A causa di queste violente persecuzioni, nel Cantone di Zurigo il movimento anabattista dovette quasi completamente soccombere» (Joseph Lortz – Erwin Iserloh, Storia della Riforma, il Mulino, Bologna, 1990, p. 133).

[166] Reginald Robert Betts, La Riforma in Polonia, Ungheria e Boemia, in Storia del Mondo Moderno, vol. II, La Riforma. 1520-1559, cit., p. 248).

[167] Italo Michele Battafarano, Da Müntzer a Gaismair. Teoria della ribellione e progetto comunistico nella guerra dei contadini tedeschi (1524-1526), Schena, Fasano di Puglia (BR), 1979, p. 88.

[168] Michael Howard (op. cit., p. 64) rileva che «Nei ventun’anni di combattimenti che intercorsero fra la battaglia di Fornovo del 1494 e quella di Pavia del 1525, possiamo vedere come la potenza di fuoco passò da un ruolo puramente ausiliario a un ruolo centrale e decisivo» (in seguito alla buona prova fornita in mano agli spagnoli a Pavia, gli archibugi si diffondono presso i maggiori eserciti d’Europa). Al termine della giornata eran morti «fra di ferro e di essere affogati, fuggendo, nel Tesino, più di ottomila nel campo francese e circa venti de’ primi signori di Francia» (F. Guicciardini). «Nel sangue dovemmo andare, nel sangue dovemmo andare, fin sopra, fin sopra le scarpe, Dio misericordioso, vedi la miseria! Altrimenti si deve crepare», così recita uno dei molti canti lanzichenecchi sulla battaglia di Pavia. La particolarità dei tercios spagnoli, destinati a dominare i campi di battaglia europei fino agli anni Trenta del xvii secolo, è di essere formati da coscritti: per effetto dell’ordinanza di Valladolid del 1494, un uomo su dodici, in età compresa fra i 20 e i 45 anni, è tenuto a prestare il servizio militare pagato.

[169] Peter Blickle, La riforma luterana e la guerra dei contadini. La rivoluzione del 1525, cit., p. 108. Huppert precisa: «La componente della disperazione nelle terre tedesche durante quel decennio trova pieno riscontro in tutti i periodi in cui i contadini dell’Europa occidentale fecero ricorso alla resistenza armata. La differenza individuabile nella guerra contadina tedesca è dovuta al fatto che in questo caso il conflitto sociale venne a coincidere con una rivoluzione religiosa di portata eccezionale: l’appello al Vangelo, che Martin Lutero aveva testé lanciato, conferì alla guerra contadina tedesca un carattere particolarmente minaccioso. […] Lo slancio militante venne dato dalla nuova specie di predicatori evangelici, che poterono di colpo dire la loro senza dover temere l’Inquisizione» (George Huppert, Storia sociale dell’Europa nella prima età moderna, cit., pp. 124-125).

[170] Dal xiii al xv secolo la Turingia era stata un bastione ereticale: migliaia di valdesi, centinaia di flagellanti, numerosi Fratelli del Libero Spirito (raggruppati in città come Erfurt, Nordhausen e Lipsia). Il movimento della Riforma vi aveva poi avuto un’enorme diffusione nei sobborghi urbani.

[171] Questa rivendicazione è il corrispettivo religioso dell’istanza di autonomia comunitaria avanzata dai rurali con il processo di «comunalizzazione» avviato fin dal basso Medioevo, che costituisce nella Germania d’inizio Cinquecento una delle poste in gioco decisive, a fronte dell’opposta istanza di assoggettamento dei sudditi propugnata da prìncipi e signori con il processo di «territorializzazione» innescato nel xv secolo (cfr., supra, le note 57 e 95).

[172] Vedi, supra, la nota 5.

[173] Per dar voce alle proprie rivendicazioni, i contadini di Memmingen redigono un testo quasi identico a quello dei Dodici Articoli: il Consiglio cittadino risponde abolendo la proprietà della persona e il laudemio, liberalizzando la caccia e la pesca. La città continua però a pagare il tributo alla Lega Sveva (a condizione che questo denaro non serva a finanziare spedizioni militari contro i rivoltosi), nel mentre ricerca un appianamento tra contadini, signori e Lega Sveva (anche le altre città dell’Alta Svevia seguono l’esempio di Memmingen).

[174] Yves Delhoysie – Georges Lapierre, L’incendie millénariste, cit., pp. 167-168. Anche Blickle, a partire da un orientamento invero assai distante da quello dei due cangaceiros, rileva che «La storiografia recente e contemporanea valuta i Dodici Articoli come programma moderato di riforma» (cfr. Peter Blickle, La riforma luterana e la guerra dei contadini. La rivoluzione del 1525, cit., cap. II: “I Dodici Articoli: il manifesto del 1525”, nota 22, pp. 42-43, dove l’Autore riassume gli studî di G. Franz, M.M. Smirin, A. Waas, E. Walder e H. Buszello).

[175] A Rothenburg risiede Carlostadio, che, per dissociarsi dal movimento nel quale si trova suo malgrado coinvolto, secondo la tradizione, fugge facendosi calare dalle mura della città in una cesta, insieme alla sua famiglia. Quest’atto non basterà però a compensare la sua cattiva fama ed egli sarà costretto a rivolgere un compassionevole appello a Lutero e a effettuare un’abbietta ritrattazione.

[176] Distruzione con il fuoco.

[177] Lo storico Heinz Schilling, dopo aver definito «malvagio e senza scrupoli» il comandante di campo Rohrbach, lamenta che in queste devastazioni «non solo vennero distrutti migliaia di preziosi mobili e di opere d’arte, ma morirono anche uomini innocenti». Con queste considerazioni, oltre che manifestare un attaccamento feticistico agli oggetti d’antiquariato e artistici, egli dimostra involontariamente che l’ampliamento delle fonti e l’utilizzo di un riferimento al «pensiero storico-evolutivo improntato da Max Weber» non possono surrogare l’intelligenza del «profilo della battaglia» (Michel Foucault). Infatti, laddove bisognerebbe vedere il dispiegamento di una funzione di attacco intesa a scardinare materialmente la rete dei poteri clerico-nobiliari sul territorio e a demoralizzare il campo nemico, il professore della Justus-Liebig-Universität di Giessen vede solo degli «scoppi di violenza cieca e di insensata ricerca della vendetta», che «non portarono alcun vantaggio ai contadini, dando invece impulso a quelle forze della controparte che erano risolute a utilizzare il momento favorevole per spezzare una volta per tutte lo spirito dei contadini ai loro occhi ribelle» (Heinz Schilling, Ascesa e crisi. La Germania dal 1517 al 1648, il Mulino, Bologna, 1997, p. 166). Nello stesso libro, a p. 170, si legge di una colpa di Lutero «per il sangue versato dai contadini non inferiore a quella di Müntzer». In questo passo si nota che l’Autore, cercando di far sfoggio della propria equanimità progressista, non riesce in realtà che a ripetere il vecchio ritornello delle Paludi d’ogni tempo: la colpa della repressione subìta dagli insorti ricade, in una misura che varia proporzionalmente alla rilevanza storica della posta in gioco, su coloro che li hanno «istigati». Tale concezione, oltre a suonare oltremodo sgradevole all’orecchio dell’insorto ch’è stato ammazzato da ben precisi nemici che avevano le loro buone ragioni per farlo, è basata su di una considerazione della «massa» degna di un carabiniere. Sia detto una volta per tutte: lungi dal fomentare quello che Marx nel 1844 definì «l’evento più radicale della storia tedesca», Müntzer vi partecipò, con ciò emancipandosi dalla miseria della separatezza propria dell’intellettuale e smettendo di essere un prete (il che non si può dire di gran parte degli studiosi che si occupano di lui).

[178] «Una forte corrente della guerra dei contadini s’inscriveva nella prospettiva della Riforma dell’Impero, prolungando la tradizione messianica del basso Medioevo (il mito della resurrezione dell’imperatore Federico II), ancora attiva nel Quattrocento in testi quali Gamaleon [un opuscolo in latino, redatto nel 1409 o nel 1439, in cui si parla di un futuro imperatore tedesco che avrebbe rovesciato la monarchia francese e il papato, Ndc] e Reformation Kaiser Sigmunds [che conosce quattro nuove edizioni tra il 1520 e il 1522, Ndc]. Volendo essere la continuazione dell’Impero romano cristiano, l’Impero era sacro – Sacro Romano Impero di nazione tedesca –, era il centro stesso della cristianità. I ribelli del 1525 combattevano la concentrazione del capitale – che scatenava l’interesse privato ed egoistico della borghesia finanziaria e commerciale, contrario all’ideale cristiano – e il crescente potere politico dei prìncipi, contrario a quell’idea di nazione cristiana che stava ancora alla base dell’Impero. Essi pensavano dunque di appellarsi all’autorità suprema dell’Impero, all’arbitraggio del conflitto da parte della Dieta imperiale. Questa idea spiega anche tutte le alleanze con la piccola borghesia urbana e con la piccola nobiltà in via di pauperizzazione: più precisamente spiega la mancanza di fermezza di numerose bande nei confronti di questi elementi fondamentalmente ambigui. Ne risultarono quei molteplici tentativi di negoziazione nel pieno della guerra, che costituirono altrettanti atti di tradimento verso la causa comune riconosciuta alla vigilia del 2 aprile. La corrente rivoluzionaria era invece sostenitrice di una guerra totale e senza tregua. Müntzer, che ne era il condottiero incontestato, si spingeva ben oltre rispetto ai riformatori, sui quali aveva una lunghezza di vantaggio: per lui, l’Impero non aveva nulla di sacro ed era solo la quinta tappa del mondo prima del Regno di Dio, come annunciato nella Predica ai prìncipi del luglio 1524 [ai quattro imperi della visione di Nabucodonosor, in questo sermone inteso a fornire «ai laboriosi e diletti duchi e magistrati di Sassonia» la Spiegazione del secondo capitolo del profeta Daniele, Müntzer ne aveva aggiunto polemicamente un quinto, Ndc]. Il quinto impero, di ferro come il romano ma “rattoppato con fango”, non era nient’altro che “quello che abbiamo dinanzi agli occhi”. Questo Impero, del quale Müntzer non si degnava neanche di citare la denominazione ufficiale, non solo non aveva niente di santo ma era il regno della corruzione, della costrizione e della discordia. Müntzer prendeva di petto tutti i testi messianici che fino ad allora avevano presentato l’Imperatore, figura divina, come l’ultima risorsa dei poveri, garante del mondo cristiano. Non poteva più trattarsi di negoziare, bensì di distruggere: questo fu l’atteggiamento conseguente dei capi delle bande più risoluti» (Yves Delhoysie – Georges Lapierre, L’incendie millénariste, cit., pp. 174-175). Cfr. anche Mario Miegge, Il sogno del re di Babilonia. Profezia e storia da Thomas Müntzer a Isaac Newton, Feltrinelli, Milano, 1995, cap. “1. ‘Die Veränderung der Welt’: il rivolgimento del mondo”, pp. 35-40. A proposito della filosofia della storia insita nella müntzeriana Predica ai prìncipi, Joël Lefebvre sottolinea che «Per Lutero, al contrario, la storia non ha senso, almeno non un senso che possa venire rilevato dagli uomini. Per l’umanità, il corso storico può essere solo tumulto, scontro tra forze oscure in cui gli imperi si succedono l’un l’altro senza discernibile progresso. Pretendere di conoscere il senso di queste lotte e soprattutto voler fondare su tale conoscenza un’azione concreta significa dar prova di presunzione, perché dietro questa “mascherata” sta Dio, le cui intenzioni non possono che restare nascoste agli occhi degli uomini» (Joël Lefebvre, “Introduction”, in Christianisme et révolution dans l’Allemagne du xvie siècle. Thomas Müntzer 1490-1525. Écrits théologiques et politiques, lettres choisies, a cura di Joël Lefebvre, cit., p. 27). È da notare che nello stesso anno in cui Müntzer pronuncia e pubblica la sua Spiegazione del secondo capitolo del profeta Daniele, incentrata sull’«annunzio del presente rovesciamento dei “regni” mondani», Lutero scrive la “Vorrede” (Introduzione) al libro dello stesso profeta traendone «la predizione della dilacerata persistenza dell’impero romano-germanico fino alla fine del mondo e al giorno del Giudizio», in una sorta di misurata apologia di quest’organismo politico «debole e diviso ma destinato a durare fino alla fine dell’evo presente» (Mario Miegge, Il sogno del re di Babilonia. Profezia e storia da Thomas Müntzer a Isaac Newton, cit., pp. 41 e 46). La tr. it. della “Vorrede” a Daniele è pubblicata in Martin Lutero, Prefazioni alla Bibbia, a cura di Marco Vannini, Marietti, Genova, 1987, pp. 59-96.

[179] Oltre alle rivendicazioni contenute nei Dodici Articoli dei contadini svevi, vengono richiesti l’abolizione degli interessi usurari, l’eliminazione sia della piccola sia della grande decima, il diritto di sostituire i funzionari sgraditi. Sulla guerra dei contadini in Alsazia, si veda Gautier Heumann, La guerre des Paysans d’Alsace et de Moselle (Avril-Mai 1525), Éditions Sociales, Paris, 1976 (questo libro non è citato in Riforma protestante e rivoluzione sociale. Testi della guerra dei contadini tedeschi 1524-1526, a cura di Hildegard Eilert, cit., “Bibliografia”, pp. 219-243).

[180] Anche la Confederazione elvetica conoscerà, tre anni dopo, grandi moti contadini, destinati a risolversi però, a differenza di quelli del 1513, con una grave sconfitta delle popolazioni rurali e l’annullamento delle concessioni che il patriziato era stato costretto a fare. Per quanto riguarda le rivendicazioni formulate nella primavera del 1528, vedi, nell’“Appendice. Textes, biographie, bibliographies, notes et références” del libro di Beerli su Niklaus Manuel Deutsch, gli Articoli dei contadini d’Ins (Anet in francese): «Nei loro Articoli, i contadini di Anet domandano, in breve: 1) la soppressione dei carichi rappresentati dalle messe per l’anniversario dei defunti (condannate dalla Scrittura); 2) la soppressione delle piccole prestazioni fino ad allora dovute al curato (gallina di mezza quaresima, una misura di grano, un carico di legna e un giorno di corvée l’anno); 3) “Siccome Dio fa crescere fave e ghiande (achramm) per il ricco e per il povero”, il contadino che prenda nel bosco ciò di cui ha bisogno per la sua casa non dovrebbe essere sottoposto a una prestazione in avena per l’uso del bosco (holzhaber) né versare la decima se non sul venduto (dunque sul suo superfluo); egualmente egli non ha da dare le primizie (sul bestiame); 4) i contadini non vorrebbero più dare il cappone annuale (al confessore); 5) essi domandano che la decima sia prelevata senza intermediari; 6) una diminuzione del censo in caso di grandine o di altri danni» (Conrad André Beerli, Le peintre poète Nicolas Manuel et l’évolution sociale de son temps, cit., p. 337).

[181] Contrariamente a quanto sostenuto da Hildegard Eilert, Engels non si è mai sognato di giudicare «la strage di Weinsberg un’azione sbagliata» (cfr. Riforma protestante e rivoluzione sociale. Testi della guerra dei contadini tedeschi 1524-1526, a cura di Hildegard Eilert, cit., p. 155). Anzi, secondo l’amico di Marx, «La presa di Weinsberg e la terroristica vendetta di Jäcklein sul conte von Helfenstein non mancarono di efficacia sulla nobiltà. I conti von Löwenstein entrarono nella lega dei contadini, i conti von Hohenlohe, che vi erano entrati già prima ma che non avevano ancora dato nessun aiuto, si affrettarono a mandare i cannoni e la polvere da sparo che erano stati richiesti» (Friedrich Engels, La guerra dei contadini in Germania, cit., p. 460).

[182] L’arcobaleno, simbolo del patto di grazia stretto da Dio con Noè e la posterità per conservare la Terra e le creature (Genesi 9, 12 ss.), è l’emblema della Lega Eterna di Dio, l’organizzazione politico-militare fondata da Müntzer nel corso del mese di aprile allo scopo di rinsaldare i legami tra le schiere degli insorti in vista dello scontro finale.

[183] Lo shock causato dall’esperienza della vorticosa circolazione di fogli volanti e libelli di agitazione durante la guerra dei contadini, farà sì che in Germania, dove per paura di nuove congiure verrà ridotto persino il numero dei bagni pubblici, la produzione di opuscoli cali notevolmente a partire dal 1530 sia dal punto di vista quantitativo che da quello qualitativo (Martin Warnke, Arte e rivoluzione, in La Storia. I grandi problemi dal Medioevo all’Età Contemporanea, sotto la direzione di Nicola Tranfaglia e Massimo Firpo, vol. V, L’Età Moderna, 3, Stati e società, cit., p. 798).

[184] «È noto che Lutero aveva esitato un istante – come ha sempre esitato e essendo poi dopo una goffa decisione doppiamente selvaggio e crudele – se unirsi ai signori o ai rivoluzionari. […] Ben presto Lutero prese la sua decisione, si unì, ora pronunciando parole completamente furiose di violenza e di sete di vendetta, coi signori e stabilì il principio del Cesarismo: l’intangibile autorità insediata da Dio; lo stretto collegamento tra trono e altare. Guai a quelli che volevano interpretare ancora la libertà evangelica del cristianesimo come principio di vita! che volevano dare e prendere la dottrina del sacerdozio universale in modo tale che tutti avessero la autodeterminazione nelle cose di questo mondo. Non c’era adesso più un popolo, c’era la plebe» (Gustav Landauer, La rivoluzione, Carucci, Roma, s.d., pp. 67-69). Nell’opuscolo Contro le empie e scellerate bande dei contadini, a proposito delle istanze comunistiche avanzate dall’ala più radicale del movimento, Lutero scrive: «Né giova ai contadini protestare (Gen. I, 2) che tutte le cose sono libere e create per tutti e che tutti fummo battezzati allo stesso modo; Mosè più non conta né vale nel Nuovo Testamento; qui regna il nostro maestro Cristo, che ci mette anima e corpo sotto l’imperatore e il diritto secolare, allorché dice: “Date a Cesare quel ch’è di Cesare”. In modo analogo parla Paolo (Rom. XIII, i) a tutti i cristiani battezzati: “Ciascuno sia soggetto all’autorità”, e Pietro: “Siate soggetti ad ogni potestà degli uomini”. Tale dottrina di Cristo noi siamo tenuti a seguire, come il Padre dal Cielo ordina e dice: “Questi è il mio diletto Figliuolo, ascoltatelo”. Il battesimo non rende liberi corpo e beni, ma solo l’anima; né rende comuni i beni, tranne quelli che alcuno di sua volontà voglia rendere tali, come fecero gli apostoli e i discepoli (Act. IV, 33 ss.), i quali non pretendevano che fossero comuni i beni di Pilato e di Erode, come stoltamente vanno blaterando i nostri contadini» (Martin Lutero, Scritti politici, tr. it. a cura di Giuseppina Panzieri Saija, cit., pp. 486-487). Blickle rileva: «L’unica via possibile per evitare nuovi episodi di ribellione consisté proprio nella “statalizzazione” della Riforma. La componente rivoluzionaria andava eliminata e, a questo scopo, sul piano della teoria e della prassi, si pensò bene di respingere il principio comunitario [principio che con la teologia riformatrice propugnata dagli umanisti cristiani alto-svevi aveva tracimato in rivoluzione, Ndc], come categoria del rinnovamento cristiano. Le autorità cercarono di riconquistarsi una legittimità perduta, servendosi dei teologi e opponendo le Sacre Scritture agli interessi dell’uomo comune. La loro tesi fu che la Bibbia non prescriveva nessun rinnovamento, ma imponeva la sottomissione agli ordinamenti mondani dell’epoca. In questo modo, la Riforma si trasferì a Wittenberg (ove Lutero aveva sempre difeso questa tesi), mentre gli umanisti cristiani furono sempre più esclusi dalla vita dell’Impero» (Peter Blickle, La riforma luterana e la guerra dei contadini. La rivoluzione del 1525, cit., p. 322). In un suo intervento più recente lo stesso autore così sintetizza il rapporto tra Riforma e mondo rurale dopo il 1525: «Con la sconfitta militare degli insorti nell’Impero il contadino cessa, nell’Impero medesimo così come nella Confederazione, d’essere alfiere della Riforma. Del destino di questa decideranno, d’ora in poi, solo i poteri esistenti» (Peter Blickle, La Riforma contadina e i suoi presupposti bassomedioevali, in Thomas Müntzer e la rivoluzione dell’uomo comune, a cura di Tommaso La Rocca, cit., p. 18). «Dopo la rivolta dei contadini i principi luterani hanno rapidamente assunto il controllo dell’organizzazione ecclesiastica e hanno ristabilito, in forme più razionali, i loro poteri patronali di nomina. I pastori, i vescovi e i dottori della Chiesa luterana erano sicuramente molto più preparati e impegnati nei compiti della predicazione e della educazione religiosa del popolo di quanto non fossero i parroci tedeschi prima della Riforma. Ma essi erano ora diventati funzionari di Stati patriarcali e spesso reazionari, che tennero in vita in Germania per altri tre secoli le istituzioni della tradizionale società signorile» (Mario Miegge, Martin, Lutero, 1483-1545. La Riforma protestante e la nascita delle società moderne, cit., pp. 76-77).

[185] Tristan Hannaniel (Raoul Vaneigem), Les controverses du christianisme, Bordas, Paris, 1992, p. 206. Lutero «aveva le sue buone ragioni. Il complesso delle città era favorevole alla Riforma moderata, la piccola nobiltà vi si legava sempre più, una parte dei principi l’approvava, un’altra parte era esitante. Così il suo successo sarebbe stato assicurato almeno in una grande parte della Germania. Mantenendosi sul piano di un pacifico sviluppo progressivo, anche gli altri circoli non avrebbero potuto alla lunga resistere alla spinta dell’opposizione moderata. Mentre ogni sovvertimento violento avrebbe messo sicuramente il partito moderato in conflitto con il partito più avanzato dei plebei e dei contadini, avrebbe certamente allontanato dal movimento i principi, la nobiltà e un certo numero di città e infine avrebbe limitato la possibilità a questa alternativa: avanzata del partito dei plebei e dei contadini con lo scavalcamento del partito borghese o repressione di tutto il movimento di opposizione con la restaurazione cattolica» (Friedrich Engels, La guerra dei contadini in Germania, cit., pp. 422-423). La tesi del «compromesso conservatore» avanzata da Engels è stata ripresa nel secondo dopoguerra, tra gli altri, da Amadeo Bordiga: «Lutero, che anticipava i borghesi capitalisti, ruppe con Roma cattolica ma patteggiò con la feudalità tedesca e la aiutò ad evitare una grande rivoluzione liberale» (La stolta èra «frontista», «il programma comunista», Milano, n. 19, 20 ottobre 1962). Ciò che fa l’originalità della posizione del rivoluzionario partenopeo è ch’egli, subito dopo, cortocircuita questo giudizio storico con uno sfottò del clima «ecumenistico» del concilio Vaticano II, del «dialogo» tra le due Chiese (quella cattolica e quella stalinista) e dell’«apertura a sinistra»: «La situazione del 1962 mostra che la Chiesa di Roma ha chiusa la sua fase del sedicesimo e del diciannovesimo secolo iniziale e ha stretto patto con la forma storica capitalistica borghese. Lutero può tornare all’ovile. Ma non vi tornerà Tommaso Münzer che suonava la diana di una classe oppressa, il proletariato, e non segnava a suo traguardo il passaggio ad un dominio su ineguali. Possono chinare le fronti incapaci di rossore verso lo stesso ovile i falsi esponenti del proletariato moderno che hanno fatto gettito delle verità, che in un Münzer avevano la potenza di scorgere un Marx, un Engels, un Lenin» (ibidem). Ci piace sottolineare che La stolta èra «frontista» appare nello stesso anno di Peintres et Vilains. Les artistes de la Renaissance et la grande guerre des paysans de 1525 e che i due Autori concludono similmente. Bordiga, infatti, rivendica con parole di fuoco l’attualità dell’istanza comunista avanzata da Müntzer: «Quelle verità di dottrina e di vita oggi rinnegate, sono la guerra di classe e lo sterminio dell’oppressore, la dittatura del partito degli oppressi, il ciclo magnifico che sale dalla fede (non inutile tappa duemila anni orsono) alla Ragione (non inutile orsono due secoli) alla Forza di classe che vince il sapere della classe dei tiranni moderni, dei vampiri di oggi, i borghesi mercantili» (ibidem). Pianzola motiva il carattere inconcluso della sua narrazione con la latenza utopica delle vite che ne formano l’oggetto: «Si afferma che Thomas Müntzer – il cui corpo, dopo dieci giorni di torture, era ormai solo un ammasso di carne informe – raccomandò ai prìncipi che lo attorniavano di leggere nella Bibbia il Libro dei Re, per vedervi che fine fanno i tiranni. Posando la testa sul ceppo, egli sospirò: “Ho voluto cose troppo grandi…”. Forse le aveva volute troppo presto, ed è perciò che questa nostra storia non è ancora conclusa» (Maurice Pianzola, Peintres et Vilains, cit., p. 180).

[186] Nell’Esplicita messa a nudo della falsa fede del mondo infedele Müntzer aveva scritto che «Gedeone aveva una fede talmente salda e forte da sconfiggere con essa, mediante l’aiuto di trecento uomini, un popolo innumerevole». Il 13 maggio, rivolgendosi agli abitanti di Erfurt, Müntzer li pregherà di fornire tutto l’aiuto possibile, «soldati, artiglieria, affinché noi si porti a compimento ciò che Dio ci ha comandato al capitolo 34 di Ezechiele, dov’Egli dice: “Io voglio liberarvi da coloro che vi governano con tirannia”».

[187] «Per quanto riguarda Salisburgo, le cause dell’insurrezione sono riassunte nei ventiquattro articoli redatti dalla comunità: un manifesto assai eloquente, ove è descritto un bieco panorama di lussurie e intemperanze clericali, di angherie da parte dei nobili, di arroganze e soprusi da parte del principe. I signori terrieri, delle Hofmarken e di giurisdizione (nobili ed ecclesiastici) sono duramente accusati di aver sottratto beni in proprietà e diritti ereditari, aumentato le prestazioni e i servizi e, infine, reintrodotto i tributi per il cambio di possesso. La proprietà della persona è attaccata poiché estranea alla tradizione di Salisburgo, ove, ad essere diffuso, è il solo istituto dei censi: quest’ultimo – così si dice – non autorizza la signoria a vessare i coloni con imposizioni e divieti, a privarli del possesso con requisizioni e tributi (specie per il “caso di morte”) e, in breve, ad “esercitare sui poveri un potere che non ha nulla di diverso da quello di cui un uomo dispone nei confronti dei propri animali”. […] Con tono leggermente più pacato ci si lamenta anche dei principi territoriali e dei loro funzionari, definendoli “tiranni e sanguisughe” e accusandoli di calpestare i diritti dei poveri, di fare un cattivo uso della giurisdizione – ossia di servirsene in senso prettamente fiscale –, di sovrapporsi al tribunale ecclesiastico punendo anche i reati “mondani” col bando della Chiesa, e di riscuotere imposte anche per motivi estranei alla difesa del territorio» (Peter Blickle, La riforma luterana e la guerra dei contadini. La rivoluzione del 1525, cit., p. 122). I minatori e gli artigiani di Gastein, oltre a collaborare alla stesura dei Ventiquattro Articoli salisburghesi, dànno un forte impulso all’insurrezione, consentendole di propagarsi anche alle miniere dell’Austria e della Stiria.

[188] «Nella “dieta contadina” di Merano, dal 30 maggio all’8 giugno, i delegati del Trentino e del Tirolo meridionale approvarono una “Magna Charta per el populo minuto”. Oltre alla liberazione dai tributi, e alla richiesta di un minore peso fiscale, fu domandata una radicale riforma della vita religiosa con la soppressione dei conventi e la loro trasformazione in ospedali e luoghi di ricovero dei “poveri bisognosi e vergognosi”. Le comunità dovevano avere la “potestade di eligere lo so piovano”. Tutti i preti dovevano essere onesti e dotti nella Sacra Scrittura» (Salvatore Caponetto, La Riforma protestante nell’Italia del Cinquecento, Claudiana, Torino, 1992, p. 196).

[189] Originario di una nobile famiglia sveva, Philipp Theophrast Bombast von Hohenheim, detto Paracelso (1493-1541), aveva fatto parte a Basilea del circolo degli amici di Erasmo e Froben, aderendo poi alla Riforma radicale. Nominato professore a Basilea nel 1527, brucerà pubblicamente le opere di Avicenna per significare il proprio rifiuto dell’autorità «scolastica» e la necessità di avvalersi dello studio diretto per conoscere la natura: quest’azione non vuol essere un’eresia nella scienza ortodossa, bensì è espressione di un interesse per qualsiasi direzione di ricerca che avvicini al vero, atteggiamento legato in Paracelso proprio alla sua qualità di medico e da lui espresso nel motto «Alterius non sit, quis suus esse potest» (Non sia d’altri chi può esser di se stesso). Nel 1532 Paracelso sarà costretto a iniziare una nuova fase di peregrinazioni: l’anno successivo risiederà nella regione di Appenzel, in condizioni di estrema miseria come medico dei poveri e predicatore laico, e nel 1534, dopo permanenze a Innsbruck, Schwaz (dove scrive il trattato Sulla tisi dei minatori) e Merano (ov’entra in contatto con il movimento degli anabattisti tirolesi), si rimetterà in cammino, questa volta verso la Svizzera. Paracelso non farà più ritorno a Salisburgo fino alla morte del cardinale Matthäus Lang von Wellenburg. Cfr. Nicolao Merker, Paracelso fra Riforma e rivoluzione contadina, «Rivista critica di storia della filosofia», Milano, a. XXIV, 1969, p. 23-72 e Paracelso, Scritti etico-politici, a cura di Nicolao Merker, Laterza, Bari, 1971 (questi testi non compaiono nella “Bibliografia” compilata da Hildegard Eilert). Alla partecipazione di Paracelso alle lotte sociali del suo tempo accenna anche Walter Pagel: «Paracelso era appassionatamente toccato dalla miseria dei poveri, dalla schiavitù in cui la severa tradizione giuridica li intrappolava. Le sue speculazioni religiose ed etico-sociali sono in linea con quelle dei Fratelli dello Spirito, degli Anabattisti e degli esponenti del “panteismo popolare” del Medioevo e dell’epoca della Riforma. Che poi venisse trovato tra le file dei contadini ribelli doveva essere una conclusione scontata. Fu arrestato, ma, sebbene con difficoltà, riuscì a sfuggire alla morte crudele inflitta ai sospetti oltre che ai condannati» (Walter Pagel, Paracelso. Un’introduzione alla medicina filosofica nell’età del Rinascimento, il Saggiatore, Milano, 1989, p. 20). Cfr. anche Alexandre Koyré, Mystiques, spirituels, alchimistes du xvie allemand, Gallimard, Paris, 1971. Si vedano, infine, le roride pagine ch’Ernst Bloch dedica a Paracelso in Filosofia del Rinascimento: «Una Pasqua chimica serpeggia nella natura e l’uomo la può evocare e scoprire, conducendo quindi il mondo alla sua vera essenza. Nel chimicalismo come potere liberatorio, nello zolfo come ciò che fa esplodere la crosta di sonno e di gelo di cui è prigioniero il mondo, si rispecchia un effetto che non è sfuggito neppure ad un testimone al di sopra di ogni sospetto come lo storico conservatore Leopold von Ranke, il quale afferma che tanto le ispirazioni di Münzer, quanto i tentativi socialistici degli Anabattisti e le teorie di Paracelso, rappresentano una potenziale unità che se si fosse tradotta in atto avrebbe trasformato il mondo» (Ernst Bloch, Filosofia del Rinascimento, il Mulino, Bologna, 1981, p. 82).

[190] La solidarietà interconfessionale fra questi tre prìncipi – i primi due cattolici e il terzo luterano – contro le schiere degli insorti anticipa la combinatoria della Santa Alleanza controrivoluzionaria che caratterizza la nostra epoca: prussiani e versagliesi uniti contro la Comune di Parigi, Union Sacrée nella Grande Guerra, alleanza tra il governo socialdemocratico e le formazioni armate dell’estrema destra nazional-militarista contro l’azione della minoranza rivoluzionaria del proletariato tedesco dopo il Novembre 1918, convergenza tra fascismo, democrazia e stalinismo nella guerra di Spagna, patto Hitler-Stalin e suoi prodromi, unione sacra antifascista nel secondo conflitto mondiale, ricatto atomico e spettacolo della Guerra Fredda, «antiterrorismo» e lotta all’«eversione», totalitarismo democratico e missioni «umanitarie» onu (con tanto di torture e stupri da parte dei parà) ecc.

[191] Dopo la sconfitta subìta a Frankenhausen, migliaia di contadini si raccolgono intorno al monte Kyffhäuser, dove, stando alla tradizione, l’imperatore Federico giace nel sonno, per attendere ch’egli si svegli e vendichi il sangue dei loro compagni. Cfr. Hans Eberhardt, Der Kyffhäuserberg in Geschichte und Sage, «Blätter für deutsche Landesgeschichte», n. 96, 1960, pp. 97 ss. (neanche questo studio compare nella “Bibliografia” compilata da Hildegard Eilert).

[192] In una lettera di fine maggio al duca Giorgio di Sassonia, il conte Stefan Schlick, sotto la cui giurisdizione ricade il complesso minerario di Joachimsthal, gli chiederà di farsi dire da Müntzer «se egli avesse intrattenuto contatti con qualche predicatore» di quel distretto (ove gli operai delle miniere nelle settimane precedenti avevano dato vita a una violenta sollevazione).

[193] Anche Melantone, nella sua Histori Thomä Muntzers, riferisce che «Müntzer insegnava che “tutti i beni dovevano essere comuni com’è scritto negli Atti degli Apostoli, i quali hanno messo i beni in comune”».

[194] Come si legge nel titolo di un libro in cui si celebrano i «nobili ed eccellenti fatti d’arme dell’illustrissimo duca Antonio». Al proposito, Kamen rileva: «Benché Lutero si fosse affrettato a dichiararsi estraneo alla rivolta contadina, essa rimase, agli occhi degli avversari, essenzialmente luterana» (Henry Kamen, Nascita della tolleranza, cit., p. 35).

[195] Martin Lutero, Scritti politici, tr. it. a cura di Giuseppina Panzieri Saija, cit., p. 495. In questo testo, scritto il 20 maggio, si ritrova «a grandi tratti e in qualche modo a caldo, la posizione che Lutero svilupperà qualche settimana dopo nella sua Lettera sul duro libretto contro i contadini: nessuna misericordia nella repressione, ma clemenza nei confronti degli sconfitti, una volta ottenuta la vittoria. Questa clemenza non deve tuttavia essere accordata a Müntzer» (Joël Lefebvre, “Introduction”, in Christianisme et révolution dans l’Allemagne du xvie siècle. Thomas Müntzer 1490-1525. Écrits théologiques et politiques, lettres choisies, a cura di Joël Lefebvre, cit., p. 12). Lutero non cambierà mai idea al riguardo: «Per conto mio, Müntzer, Carlostadio, Campano e uomini della stessa pasta sono dei Diavoli incarnati» (Martin Lutero, Discorsi a tavola, tr. it. a cura di Leandro Perini, cit., “Dalla raccolta di Corrado Cordato”, 16 giugno-14 agosto 1531, p. 159); «Così ho ucciso anche Müntzer, la cui morte pesa sulle mie spalle. Ma l’ho fatto, perché voleva uccidere il mio Cristo» (ivi, “Dalle trascrizioni di Veit Dietrich”, inizio del 1533, p. 73); «Regna o l’ipocrisia o la violenza; la violenza è nei sediziosi come Müntzer, l’ipocrisia nei monaci e nel papato» (ivi, “Dalle trascrizioni di Veit Dietrich”, primavera 1533, p. 86); «Satana mostrava in lui [Müntzer] quanto avesse in odio la parola esterna» (ivi, “Dalle raccolte di Veit Dietrich e di Nicola Medler”, 1531-’35, p. 122).; «Come sono pazzi i Francofortesi: hanno rifiutato a tutti i loro ecclesiastici la protezione, e così allentano il freno alla plebe sediziosa. Quando sarà nata la sedizione, andranno in rovina, come quelli di Mühlhausen, che non volevano credere, ma provare. Quando scrissi Contro lo spirito sedizioso di Allstedt, Müntzer replicò allora con lo scritto Contro la morbida carne di Wittenberg» (ivi, “Dalla raccolta di Corrado Cordato”, 2-26 gennaio 1533, p. 183).

[196] Cfr. Raoul Vaneigem, Il movimento del Libero Spirito, cit., pp. 128-131. Sulla presenza del luteranesimo in Spagna si veda Augustín Redondo, Luther et l’Espagne de 1520 à 1536, «Mélanges de la Casa Velasquez», a. I, 1965, pp. 109-165.

[197] Cfr. Maria Ludovica Lenzi, Il sacco di Roma del 1527, La Nuova Italia, Firenze, 1978 e André Chastel, Il Sacco di Roma. 1527, Einaudi, Torino, 1983.

[198] Sull’ordinamento progettato da Gaismair si vedano Aldo Stella, La rivoluzione contadina del 1525 e l’utopia di Michael Gaismayr, Liviana, Padova, 1980 e Giorgio Politi, Gli statuti impossibili. La rivoluzione tirolese del 1525 e il «programma» di Michael Gaismair, Einaudi, Torino, 1995.

[199] Martin Lutero, Scritti politici, tr. it. a cura di Giuseppina Panzieri Saija, cit., pp. 547 e 551. Questo scritto, dato alle stampe il 14 ottobre 1526, uscirà nel dicembre successivo.

[200] Questa penetrazione fu tanto significativa da obbligare gli storici a rimettere in discussione l’immagine di un «compatto “sistema del sacro” […] funzionante in età tridentina nelle diocesi italiane»: «Questa religione del Cinquecento, che è stata talvolta descritta come un universo compatto, avvolgente, senza alternative, conobbe fratture radicali, senza le quali non sarebbe comprensibile l’altissimo investimento nell’opera di uniformazione religiosa da parte della Chiesa e dei poteri costituiti» (Adriano prosperi, Penitenza e Riforma, in Storia d’Europa, vol. IV, L’età moderna. Secoli xvi-xviii, a cura di Maurice Aymard, cit., p. 232).

[201] Achille Olivieri, La Riforma in Italia. Strutture e simboli, classi e poteri, Mursia, Milano, 1979, pp. 107-108.

[202] Le sue perdite ammontano a circa 75 mila unità (stando ai cronachisti dell’epoca, i morti in battaglia o sul patibolo furono quasi 100 mila). I superstiti, oltre a risarcire i danni provocati dalla guerra, dovranno pagare anche le spese della repressione subìta. L’effetto di lungo periodo della guerra dei contadini è da qualche anno oggetto di ridiscussione in sede storiografica: mentre in passato «valeva, non contraddetta, la conclusione della classica esposizione di Günther Franz: la sconfitta del 1525 “escluse il contadino dalla vita del nostro popolo per quasi tre secoli. […] Il contadino decadde a bestia da lavoro”. Le discussioni in occasione dell’anniversario del 1975 e numerosi e accurati studi specialistici gettano oggi su tutto questo una nuova luce: dopo il 1525 la certezza del diritto per i contadini fu in genere maggiore che in precedenza. A Salisburgo e in Tirolo gli ordinamenti strappati dai contadini in rivolta vennero aboliti rispettivamente nel 1526 e nel 1532; tuttavia gli ordinamenti territoriali dei principi del tardo xvi secolo in molti punti tennero conto della parte materiale delle richieste contadine del 1525-’26, come nel diritto successorio e ipotecario, nella costituzione giudiziaria, nel diritto penale e civile e in parecchi altri punti ancora. Ancora dopo decenni, fino ai secoli xvii e xviii, quegli eventi incutevano paura e terrore a molti governi principeschi […], ma anche a livello imperiale, si cercò di regolare giuridicamente i conflitti tra contadini e signori fondiari, […] in modo da spogliarli della loro carica distruttrice» (Heinz Schilling, Ascesa e crisi. La Germania dal 1517 al 1648, cit., pp. 173-174). A conclusioni analoghe giunge Aldo de Maddalena, il quale scrive che «Se si riesce a soffocare i tumulti (come nel caso della sollevazione contadina del 1524) solo in apparenza si ristabilisce lo stato preesistente: sino allo scorcio del xvi secolo, quando qua e là riaffiorano assunti e fenomeni alquanto impropriamente definiti “feudalistici”, in Francia e nella Germania centro-occidentale si registra una progressiva contrazione del numero e dell’ampiezza dei diritti signoriali», fino a giungere da un lato allo «sfaldamento de facto (è rara la sanzione giuridica) dei diritti e delle prerogative feudali e dall’altro alla mobilizzazione della proprietà fondiaria» (Aldo De Maddalena, L’Europa rurale 1500-1750, cit., pp. 224). Guidetti continua invece a insistere, a nostro avviso correttamente, sulla centralità dell’elemento politico: «Se l’andamento della guerra dei contadini ebbe conseguenze sugli orientamenti generali della Riforma in Germania, la sconfitta dei contadini fu determinante per l’assetto politico interno del Paese. Per la classe contadina si trattò di una vera catastrofe, che comportò la sua riduzione in uno stato di dipendenza e di assoluta soggezione politica. I contadini sconfitti scompaiono come possibili attori della vicenda politica e vengono costretti nel ruolo subordinato di lavoratori della terra e produttori. I principati territoriali, che escono vincitori, vedono affermato il loro potere, mentre l’Impero tende a divenire una mediazione politica di livello ulteriore, con sempre minori possibilità di incidenza sui concreti rapporti politici nel Paese» (Massimo Guidetti, Le lotte fra Stati in Italia e in Europa occidentale, in Storia d’Italia e d’Europa, comunità e popoli, a cura di Massimo Guidetti, vol. III, Il rinascimento e le riforme, cit., pp. 190-191).

[203] Secondo i calcoli dello storico Günther Franz, in Germania, a causa della Guerra dei Trent’anni, perirà circa il 40% della popolazione rurale e il 33% di quella urbana (cfr. Günther Franz, Der Dreissigjährige Krieg und das deutsche Volk, Gustav Fischer, Stuttgart, 1961, p. 47 e, per una visione d’insieme, Geoffrey Parker et al., The Thirty Years’ War, Routledge & Kegan Paul, London, 1984). Sul piano delle idee, «L’intreccio tra religione e guerra diventava sempre più stretto in tutta la cultura europea, al di là delle differenze confessionali: Lutero, che aveva spronato i nobili alla strage dei contadini, si poneva anche lui la questione della “guerra giusta” e della guerra contro i Turchi; e il “pio soldato” si preparava a diventare un protagonista del mondo europeo. Più che alle guerre di conquista extra-europea, la sua fortuna si lega ai contrasti di religione in Europa. Alla metà del secolo, col consolidarsi della frattura religiosa, il partito che potremmo definire della guerra cristiana si consolida e si allarga. Si affaccia con successo il termine “guerra sacra”» (Adriano Prosperi, I cristiani e la guerra: una controversia fra ’500 e ’700, «Rivista di Storia e Letteratura Religiosa», Torino, a. XXX, n. 1, 1994, p. 65). Non si trattò solo di un enorme tributo di sangue offerto sugli altari della religione, della politica e dello Stato, bensì di un passaggio decisivo in un più generale processo di disciplinamento sociale. Al riguardo, Luciano Parinetto ha parlato «della ideologizzazione della lotta politica, scatenata dalle guerre di religione, per la quale la demonologizzazione dei nemici era una delle armi propagandistiche più impiegate e i roghi degli avversari costituivano i messaggi preferiti, i mass media di allora. Si sa che, per il papa, Lutero era figlio del diavolo. A sua volta, figlio del diavolo, per Lutero, era Thomas Müntzer, il capo dei contadini in rivolta, streghizzati con lui. Per tener buoni i contadini (e i ceti bassi) di tutta Europa, niente v’era di meglio che inchiodarli alla paura di essere trattati come streghe, sfruttando credenze popolari tenacemente sopravvissute nei secoli e la manipolazione che potevano farne frati e inquisitori inserendole/deformandole all’interno dei loro questionari teologali. È in questa maniera che si passa (come ha osservato Eugenio Battisti ne L’antirinascimento) dalla bella e benefica maga degli umanisti alla brutta strega assassina e da assassinare del xvi e xvii secolo» (Luciano Parinetto, Streghe e politica. Dal Rinascimento italiano a Montaigne, da Bodin a Naudé, cit., p. 71). Sulla pervasività dei saperi e delle tecnologie di assoggettamento da un lato e sulla guerriglia sociale a tutto campo che ne accompagna l’imposizione dall’altro si veda, oltre ai classici studî di Michel Foucault, quanto scrivono Silvia Federici e Leopoldina Fortunati: «È verso la metà del ’500 e soprattutto in Paesi come Inghilterra, Olanda e Francia, dove in questo periodo si assiste a una riorganizzazione del lavoro in senso capitalistico, che si nota in ogni articolazione della vita sociale l’emergere di una nuova concezione della personalità umana. […] Da una parte le “forze della ragione”: senso della responsabilità, autocontrollo, senso del proprio dovere a partire da quello di lavorare e accontentarsi della propria posizione sociale. Dall’altra i “bassi istinti del corpo”: promiscuità, insubordinazione, tendenza all’ozio, sperpero sistematico delle proprie energie vitali. Che questo conflitto assuma una connotazione di classe non è una coincidenza. La battaglia che si combatte all’interno della persona è un aspetto centrale di quello scontro tra proletariato e capitale sui cui esiti nel ’500 e ’600 si giocano i destini della razionalizzazione capitalistica del lavoro. […] Il contadino o artigiano espropriato non si adatta pacificamente a lavorare per un salario: più spesso diventa mendicante, vagabondo, criminale. Ci vorrà un lungo processo perché la fame funzioni come disciplina. Nel ’500 e ’600 l’odio per il lavoro salariato è tale che il proletariato preferisce spesso rischiare la forca che sottomettersi alle nuove condizioni di lavoro. […] Dalla caccia alle streghe alle speculazioni della Filosofia Meccanica, alle meticolose investigazioni puritane sui talenti individuali, un unico filo lega i percorsi apparentemente autonomi della legislazione sociale, della riforma religiosa e della progressiva razionalizzazione scientifica dell’universo. Questo filo è appunto il tentativo di razionalizzare la natura umana, i cui poteri dovevano essere incanalati e soggiogati in funzione dello sviluppo della formazione della forza-lavoro» (Silvia Federici – Leopoldina Fortunati, Il grande Calibano. Storia del corpo sociale ribelle nella prima fase del capitale, Franco Angeli, Milano, 1984, pp. 35-38 e 61). Le Autrici mettono quindi in luce come repressione e sviluppo marcino insieme: «nell’individuo si vanno potenziando nuove attitudini in un processo che, se da un lato vede interiorizzarsi nel microcosmo della singola personalità i meccanismi del nuovo ordine produttivo, dall’altro scopre progressivamente nuove capacità di lotta». A questo proposito, per una riflessione molto pregnante sul concetto di «esperienza proletaria» e sul suo carattere multistratico-processuale, si veda Wolf Woland, Note sulla classe proletaria come esperienza, «Maelström», Carraia, n. 3, novembre 1987, pp. 143-180.

[204] «Quando la merce come rapporto sociale penetra in profondità nel mondo feudale per trasformarlo a fondo, a partire dal xvi-xvii secolo, la religione si separa dalla nuova esperienza sociale che s’instaura: scompare come coscienza di sé della società e dunque come strumento di unificazione. A partire dal momento in cui non è più il pensiero dell’esperienza del mondo, la religione si trasforma nel suo contrario in tutte le sue determinazioni. Se prima era portatrice di una verità sul mondo, ora sarà solo un fattore di ottenebramento, quando non una semplice polizia del pensiero, come ideologia, o dei costumi, come morale. Da strumento di unificazione qual era, essa diviene strumento di divisione: le guerre di religione fanno sèguito alle rivoluzioni millenariste. Pensiero della separazione, essa diviene, come pensiero separato, agente della separazione. Le classi dominanti faranno della religione un uso politico. Il senso delle parole si fa oscuro. Lo Stato vi partecipa. Lo Stato va a sostituirsi alla religione, ma come realizzazione immaginaria dell’Essere generico» (Yves Delhoysie – Georges Lapierre, L’incendie millénariste, cit., pp. 35-37). Anche Hinrichs sottolinea il ruolo avuto dallo Stato nel processo di confessionalizzazione cinque-seicentesco, e il rafforzamento che ne trasse: «La tendenza fu evidente fin dall’inizio della Riforma, quando alcuni prìncipi territoriali appoggiarono Lutero, la Chiesa del papa trovò rifugio nell’imperatore e lo stesso re d’Inghilterra, con un atto d’imperio, fondò la Chiesa di Stato anglicana: una tendenza che, nel corso ulteriore degli avvenimenti, divenne dominante. Poiché le confessioni avevano bisogno del sostegno degli Stati, le loro lotte si mescolarono ai conflitti delle grandi potenze e i baluardi della fede diventarono baluardi delle pretese egemoniche della politica secolare. […] Il xvii secolo fu, specialmente nel Reich, un secolo di intense controversie politico-confessionali, che ebbero nella guerra dei Trent’anni la loro acme. Eppure la guerra dei Trent’anni fu una guerra determinata dal gioco di interessi dei vari Stati nel sistema di potere europeo. Quando la pace fu finalmente conclusa nel 1648, sulla questione confessionale non fu detto, in sostanza, nulla di nuovo rispetto al principio che aveva informato cento anni prima la pace di Augusta e che fu nuovamente sancito: cuius regio, eius religio» (Ernst Hinrichs, Alle origini dell’età moderna, cit., pp. 89 e 92).

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