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Fratello e sorella liberati dalle catene

Nella schiettezza amicale che ci è propria con l’amico don Franco Barbero vorremmo chiedergli di andare ad ascoltare il feed-back del giovane frate cattolico a cui abbiamo consigliato di ascoltare in procinto all’avvicinamento ad una comunità valdese del nord.  Lui si era espresso – a nostro avviso, forse, precipitosamente – in modo favorevole. Un esterno non conosce mai a sufficienza la vita interna di una comunità ecclesiale, tra l’altro particolarmente chiusa al di fuori dei canali ufficiali. E lo invitiamo a rimanere lui stesso saldamente cattolico. Chi del resto non è per la chiesa universale (e non etnica!) nella sua molteplicità di espressioni socio-culturali?

In ogni caso non siamo noi a dover commentare quella situazione specifica ma la giovanissima persona direttamente interessata. Constatiamo solo che non servono a niente gli appelli del passato della Refo (Rete Evangelica Fede e Omosessualità) o di altri minuscoli gruppi che fanno comunque riferimento ad essa.

Noi siamo felici solo di essere fuori da quella chiesa e vivere liberamente il cristianesimo. I nostri biglietti da visita recano oggi non a caso una frase del teologo Leohnard Ragaz, lui che per primo decise di vivere la sua testimonianza cristiana e riformata fuori dalla chiesa istituzionale di Zurigo.

 
 « Cristo è più grande del cristianesimo, ed è diverso dal cristianesimo. Dio può essere là dove la religione non è, e può non essere là dove la religione è. Egli è presente dove è fatta la sua volontà in verità, libertà, umanità e amore, nella giustizia del suo Regno. Dio odia il credo, odia la teologia, odia l’erudizione dei dottori della Legge, odia la pietà, odia il culto dove non è fatta la sua volontà nella giustizia, ma è presente dove è fatta la sua volontà anche se egli non è conosciuto o nominato. Dio si serve dei non credenti per giudicare i credenti, si serve dei pagani per svergognare i cristiani. Non il cristianesimo, ma il Regno, e nel Regno l’uomo. »
 
 
 (Leonhard Ragaz)
 

Anche allora la chiesa era occupata dagli on. Malan di turno e dall’estremismo borghese, che ha così fortemente caratterizzato l’area riformata anche nei periodi infausti della storia d’Italia; ad es. durante il periodo fascista in cui la vita della chiesa alpina era in cerca di un’accettazione da parte del regime. La stessa cosa valeva anche per le altre minoranze religiose, salvo forse i pentecostali. Le minoranze antifasciste evangeliche non hanno mai inciso realmente ed hanno riguardato frange assolutamente marginali. La signora Bonafede di certo non ha oggi alcun coraggio nell’ opporsi alla deriva reazionaria nella chiesa che presiede. I comunicati patetici della Refo a questo proposito fanno semplicemente sorridere mentre fa riflettere seriamente il comunicato emesso recentemente dalla moderatora sui matrimoni fra persone dello stesso sesso (Il caso riguardava due lesbiche). E’ una presa di distanza nettissima e chiara. Solo i ciechi non vedono ancora!

Questo è il documento che circola in queste ore sui siti valdesi: pare abbiano già raccolto molte adesioni, non sappiamo esattamente quante firme dei sinodali (che hanno quindi diritto di voto) ma ce ne è a sufficienza per delineare una chiesa di facciata contro le discriminazioni ma nella sostanza proiettata verso scenari bui e tremendi. Con tanto di sostegno da parte dei gruppi cattolici cd progressisti e magari ancora dell’Arcigay!

Non seguiremo i lavori del prossimo Sinodo, conosciamo già le conclusioni: si rimanderà il tutto ad altri tempi, ufficialmente per non rompere l’unità (come del resto nella piu’ borghese e microcosmica comunità ebraica di Bologna). Noi tutto questo lo conosciamo già. E’ solo un dèjà vue. Cambiano i soggetti ma non cambia la realtà.

Noi sottoscritti, membri della Chiesa Valdese,

consapevoli che – come scrisse Giosué Gianavello nelle Istruzioni – “se la nostra Chiesa è stata ridotta in ”queste“ contingenze, causa prima ne sono i nostri peccati, dobbiamo quindi umiliarcene quotidianamente e sempre di più innanzi a Dio, chiedendogli perdono”;

certi che la Confessione di Fede del 1655, mai mutata da alcun Sinodo, sia il fondamento incrollabile della Chiesa Valdese;

ribadendo, in particolare, con gli articoli 2 e 3 di essa, che “Iddio s’è manifestato agli huomini nelle sue opere della Creazione e della Provvidenza, di più nella sua Parola rivelata dal principio con oracoli in diverse maniere, poi messa in iscritto ne’ libri chiamati la Scrittura Santa” (“nessuna profezia della Scrittura proviene da un’interpretazione personale, ma degli uomini hanno parlato da parte di Dio, perché sospinti dallo Spirito Santo” 2 Pietro 1,20-21) e “che conviene ricevere, come riceviamo, questa Santa Scrittura per divina e canonica, ciò è per regola della nostra fede e vita; e ch’ella è pienamente contenuta ne’ libri del Vecchio e Nuovo Testamento” (“se qualcuno vi annuncia un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anatema” Galati 1,9);

ritenendo che l’ordinamento valdese sia un prezioso strumento per custodire la buona dottrina che viene tramandata di generazione in generazione, da tempo immemorabile, poiché esso regola il nostro essere chiesa;

avendo a mente che la storia della Chiesa Valdese, di tanti uomini e donne che per secoli tutto hanno fatto, tutto hanno rischiato, tutto hanno dato, inclusa la vita, per restare fedeli alla propria fede, sia un patrimonio incomparabile, di cui è forse impossibile essere degni, ma che impone di fare del nostro meglio perché non paia vano;

rammaricandoci del fatto che da tempo la Chiesa Valdese, sola o insieme ad altre, impegna il proprio nome in iniziative, a volte anche lodevoli, almeno nelle intenzioni, che per la loro fallacia creano divisioni e non hanno nulla a che fare con ciò che essa deve essere: “la compagnia de’ fedeli” che “vengono ad unirsi per seguitare la Parola di Dio; credendo ciò ch’egli vi ci insegna e vivendo nel suo timore” (articolo 25 della Confessione di Fede);

affermiamo la verità di quanto Gesù disse: “I cieli e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno” (Matteo 24,35), mentre sappiamo che le umane dottrine che oggi trionfano domani cadono nell’oblio o nel discredito, come tante volte abbiamo visto accadere, anche di recente; e riteniamo pertanto che la Chiesa possa sì prendere posizione su temi dove l’Evangelo indichi inequivocabilmente la strada; ad esempio, contro il razzismo o a favore della libertà religiosa; quanto, però, ad essere pro e contro partiti o specifiche iniziative, riteniamo che la prudenza debba essere massima per non nuocere, con scelte imprudenti, all’unica missione della Chiesa: essere testimoni di Gesù Cristo fino alle estremità della Terra (Atti 1,8) e cooperare a far risplendere la Luce nelle tenebre (Giovanni 1,5); resta sempre ai singoli membri di chiesa la possibilità di impegnarsi su qualunque tema, assumendosene personalmente le responsabilità, senza farsi scudo della Chiesa o, peggio ancora, della Parola di Dio;

constatiamo inoltre che nella Chiesa si affermano progressivamente interpretazioni sempre più personali di ciò che essa debba fare o 

credere: apprendiamo che un pastore nega pubblicamente la Trinità e la divinità di Cristo (in aperto contrasto con l’articolo 1 della Confessione di Fede);

apprendiamo anche che, facendosi forti di un documento sinodale che parla di “accoglienza” delle persone omosessuali, quello stesso pastore, con l’appoggio del Consiglio di Chiesa, ha celebrato a Trapani ciò che gran parte dei mezzi di informazione e lui stesso hanno definito “matrimonio” tra due donne, neppure appartenenti alla Chiesa Valdese, che egli ha poi affermato di essere consapevole che ciò “può provocare una spaccatura in seno alle nostre chiese” e “incrinare i rapporti ecumenici e inter-evangelici”, ma che “questa spaccatura può anzi deve essere provocata”, che la Moderatora, pur riconoscendo che “nelle nostre chiese si è” solo “cominciato a dibattere della possibilità di testimoniare anche a livello liturgico dell’accoglienza e del riconoscimento di unioni di vita di persone dello stesso sesso” ha difeso tale atto affermando che si era solo “pregato con convinzione e affetto per due persone che si impegnavano a vivere insieme la loro vita”, che a Roma un altro pastore ha amministrato il battesimo a due bambini su richiesta del padre di uno di loro e del suo compagno presentati davanti all’assemblea come “genitori”, benché la donna che aveva partorito i bambini fosse presente; autorevoli esponenti della Chiesa chiedono ora che il Sinodo “aggiorni” le norme in modo da rendere leciti, sia pure ex post, parte o tutti questi comportamenti;

ci appelliamo umilmente al Sinodo affinché:

non si allontani mai dalla Confessione di Fede e vegli perché essa non venga mutata nella lettera, o vanificata nei fatti con la tolleranza o il riconoscimento di comportamenti che la contraddicono;

ricordi qual è la ragion d’essere della Chiesa e sia attento a non gettare discredito sulla sua dottrina quando prende posizione su temi politici e di attualità;

prenda adeguati provvedimenti verso i comportamenti che violano l’ordinamento valdese, per evitare che la prassi del fatto compiuto e delle decisioni unilaterali sopprimano nei fatti quel modo di prendere le decisioni in modo collegiale e democratico, che si conservò anche nelle circostanze in cui il pericolo dell’annientamento totale era imminente;

esaminando la questione omosessualità, ricordi i numerosi passi biblici che la condannano e temperino la tendenza a ritenerli semplicemente riflessi di una società non abbastanza evoluta, considerando che il principale di questi passi, Levitico 18, che riassume tutti i divieti biblici in materia sessuale, ne include solo sei: incesto, rapporti durante il ciclo mestruale, adulterio, sacrificio dei primogeniti, omosessualità, accoppiamento con animali; ricordi altresì le parole del pastore Alessandro Esposito, secondo il quale questo argomento “può provocare una spaccatura in seno alle nostre chiese” e “incrinare i rapporti ecumenici e inter-evangelici” e valuti se è conforme ai nostri fondamenti creare quella spaccatura.

Possa la Grazia di Dio essere sempre su tutti noi e sulle nostre chiese e illuminare in particolare coloro cui sono affidate le decisioni più importanti.

Primi firmatari:

Ivan Caradonna ,  Chiesa di Trapani e Marsala ( ivan.caradonna@gmail.comQuesto indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. )

Fabrizio Malan , Chiesa di Luserna San Giovanni

Lucio Malan , Chiesa di Luserna San Giovanni

Sergio Malan , Chiesa di Luserna San Giovanni

Giorgio Mathieu , Chiesa di Pramollo

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Denaro pubblico sperperato e miti della devozione popolare

Nota sull’evento della Sindone a Torino

La spesa preventivata dalle istituzioni locali (Regione Piemonte, Comune e Provincia di Torino) è di 10 milioni di euro: soldi pubblici, versati dai contribuenti – cattolici e non – e utilizzati per finanziare un evento che attirerà nel capoluogo piemontese centinaia di migliaia di pellegrini da tutto il mondo. Le critiche da parte del protestantesimo  investono anche questioni teologiche molto importanti e assai delicate sul piano del dialogo ecumenico. «Come protestanti che non hanno né il culto delle immagini», «né praticano la venerazione di oggetti o reliquie né lucrano indulgenze – ha affermato il pastore valdese Platone – prendiamo distanza da certe pratiche religiose. Dal sangue di san Gennaro al culto di Padre Pio, le cui spoglie mortali sono state riesumate e finemente restaurate a uso dei fedeli, sino al “sacro lenzuolo” di Torino emerge una teologia dell’immagine che intercetta un profondo bisogno di religione».

«Appare, una volta di più – ha aggiunto Platone – l’enorme distanza che ci separa dalla Chiesa di Roma. Al di là della considerazione che il denaro pubblico potrebbe essere meglio investito rispetto all’alimentare queste pratiche devozionali popolari, non credo che i cristiani debbano arrendersi al prorompente bisogno religioso di toccare, vedere, sentire la divinità. Quasi che Dio fosse questione d’immagine. La Parola di Dio da sola, testimoniata nelle Scritture, non è forse sufficiente? L’immagine ha solo un valore pedagogico, didattico. Non mi sembra che l’evangelo vada nella direzione del culto o se si vuole della venerazione di raffigurazioni. Contemplare un ipotetico volto di Cristo, pregare davanti a una reliquia non aggiunge nulla alla fede».

Come quaccheri, rispetto alla posizione valdese, desideriamo solo precisare che “le sacre scritture”  non sono esclusivamente la Bibbia ebraica e il “Nuovo Testamento” ma ogni testo che parla a ciascun* della bontà e dell’immensità del Dio creatore, che sappiano risvegliare i cuori delle persone alla spiritualità, al servizio della Pace, della Giustizia e della Salvaguardia del creato. Osiamo dire anche il cuore di chi non si considera credente, nel rispetto delle sue libere scelte individuali. La ricchezza del mondo quacchero in Europa è quello di comprendere anche chi pensa che “Il Regno di Dio” e’ un impegno a vivere secondo le testimonianze di Verita’, Integrita’, Pace, Uguaglianza, Semplicita’ e Comunita’ a prescindere dalla tradizione religiosa in cui uno e’ nato, come Cristiano, Ebreo, Musulmano, Buddista, Pagano o secolare, ma accetta l’esempio delle vite sacre come Gesù, Maometto, Buddha, etc.,  come esempio e ispirazione. Esiste perfino un ramo universalista che tende al non-teismo, e in alcuni casi fino all’a-teismo (vi sono paralleli con la teologia di Eckhart, particolarmente la Via Negativa). Sono persone comunque molto attive nei campi dei diritti umani, progetti di riconciliazione e lavoro per la pace, oltre che nei movimenti ecologici.

Se – come sostengono i fondamentalisti – la Parola di Dio, contenuta nella Bibbia, sia da considerarsi  “sufficiente, infallibile e pienamente autorevole”, constatiamo come orami questa riesca a non suscitare emozioni, comprensione e senso profondo, anche per chi un tempo era cristiano e – dopo aver frequentato i templi o percorso le proprie esperienze di vita – preferisce la strada dell’abbandono delle Istituzioni. Il movimento di fuoriuscita dalle chiese cristiane in Europa non riguarda più in modo massiccio solo il cattolicesimo (in particolare quello tedesco) ma anche quello di area evangelica (riformata e luterana!).

La nostra certezza di Fede è che il Dio della luce rimane comunque in eterno, oltre le nostre classificazioni e dottrine, oltre i teologici e la loro incomprensione.

Il Dio della Risurrezzione abbraccia tutti gli uomini e le donne del mondo abitato, nonostante la Sindone e il papa di carta. Nonostante, possiamo dire,  i cristiani.

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Non in mio nome

Sono molto preoccupata, come donna e come lesbica, sul possibile “patto” tra le comunità valdometodiste e le chiese dell’AD (Assemblee di Dio da non confondere con ADI Assemblee di Dio in Italia), patto che porterebbe ad affratellare le due comunità un po’ come succede tra le chiese battiste e le valdometodiste. Credo di poter affermare che tale preoccupazione è condivisa dai gruppi e dalle commissioni che in parte rappresento e di cui sono membro: REFO, VARCO, Progetto Moltiplicare le benedizioni. Facendo parte inoltre di un portale, Gionata, che si occupa di Fede e Omosessualità e che raccoglie credenti omosessuali, lesbiche, trans e bisex di ogni provenienza religiosa, posso affermare che l’ipotesi di un patto con i fratelli e le sorelle delle comunità pentecostale AD ha lasciato perplesso più di qualche amico. La proposta del patto viene auspicata in un testo sinodale 2009 a firma, per ciò che riguarda la parte valdese, di Emanuele Fiume, Eric Noffke e Paolo Ricca, disponibile sul sito della chiesa valdese.  In linea generale anche io mi auspico che il dialogo con le chiese pentecostali AD non s’interrompa ma prosegua nel segno dell’ecumenismo e del reciproco rispetto, così come accade con altre chiese e comunità religiose.  Tuttavia, pur apprezzando la metodologia del testo e la buona volontà di chi lo ha prodotto mettendo in risalto ciò che accomuna le due comunità, invece che sottolineare quanto ci separa, non posso che condividere i timori espressi da altri fratelli e sorelle valdesi  in base ai quali il testo finirebbe con il tacere questioni importanti che all’atto pratico impedirebbero la realizzazione del patto.  In particolare il testo proposto sembra reticente su questioni non del tutto secondarie. Provo ad elencarne alcune:

1) nel testo non si fa cenno ai criteri di lettura della Bibbia applicati dalle chiese dell’AD: letterale-integralista o critico-storico come nelle nostre comunità?

2) tra le questioni che potrebbero ostacolare la realizzazione del patto c’è il ruolo della donna, a cui non si fa espresso accenno in tutte le pagine del documento (ben nove), per non parlare del silenzio sul ruolo delle pastore. Trovo questo omissis davvero inquietante.

4) molti hanno fatto notare che l’omosessualità non è una questione “attualmente oggetto di riflessione e dibattito anche all’interno della Chiesa Valdese” così come si dichiara nel testo al punto 6, perché esiste un documento preciso (assemblea Sinodo 2006) che confessa il peccato della discriminazione e dell’omofobia, spingendo le nostre comunità perché si attivino al riconoscimento delle coppie di fatto

5) altri hanno inoltre evidenziato che la questione dell’omosessualità non può essere liquidata come una delle tante questioni etiche su cui si hanno divergenze di opinione, così come si dichiara nel punto 6, perché il problema è più complesso e ha a che vedere per esempio con la fede nei carismi tipica dei pentecostali. Tra i carismi riconosciuti dalle chiese pentecostali c’è quello della guarigione. Esattamente, qual è la posizione delle chiese AD rispetto al blocco delle chiese pentecostali ADI da cui si sono staccate? L’omosessualità è per loro una malattia mentale e pertanto sanabile attraverso la preghiera?

6) lo scambio dei pulpiti suggerito come augurio dal testo vuol dire concretamente che un gruppo di LGBTQ credenti valdesi e battisti come il VARCO o la REFO potranno organizzare un culto nelle chiese pentecostali?

7) ci si è chiesti in che modo la struttura sinodale delle nostro comunità possa essere definita dal testo “perfettamente compatibile” (punto 5, Questioni di Ordinamento) con la struttura congregazionalista delle chiese pentecostali. Congregazionalista vuol dire che una struttura centrale decide e poi le chiese locali sono libere di aderire o no a certe decisioni, un po’ come i battisti? Sembra, invece, dall’espressione presente nel punto 5, che a differenza dei battisti, la struttura che decide sulle questioni etiche e spirituali in ambito pentecostale AD non sia un Sinodo come il nostro formato da laici e pastori, ma esclusivamente da un collegio ministeriale composto da pastori, diaconi e figure chiamate “apostoli”.

8) le chiese AD fanno o non fanno parte della Federazione delle Chiese Pentecostali? A questo proposito si tenga presente  la dichiarazione sull’omosessualità del 2008 di Remo Cristallo, presidente della Federazione, che ho riportato qui di seguito. Non credo di poter considerare tale dichiarazione, per quanto mi sforzi, un segnale positivo nei miei confronti o nei confronti della comunità LGBTQ in generale.  

9) qual è la posizione delle chiese AD sul dialogo interreligioso, in particolare sul dialogo con l’ebraismo, o sull’ecumenismo?

10) sembrerebbe che il concetto di una morte dignitosa non sia lo stesso per la chiesa valdese e per le chiese AD

10) E’ davvero sensato chiamare divergenza di opinioni quello che invece potrebbe essere un modo diverso di testimoniare il vangelo da parte delle due comunità?

 

In conclusione, il cammino verso il “patto” appare non solo accelerato ma anche scarsamente elaborato, perché molti punti restano oscuri, probabilmente dovuto al fatto che poco si sappia delle chiese AD. E proprio per ovviare a questa scarsa comprensione bisognerebbe conoscere meglio i loro membri perché possano spiegare alcuni degli aspetti messi in risalto. Invitarli a riunioni e convegni per favorire la reciproca conoscenza appare senz’altro legittimo prima di approdare a qualunque alleanza. Speriamo di scoprire in questo caso che le chiese AD hanno preso le distanze dalle chiese ADI su molti punti, non ultimo l’omosessualità. Sarebbe davvero imbarazzante scoprire che le comunità valdometodiste dichiarano un giorno il peccato della discriminazione e dell’omofobia per poi un altro giorno stringere un patto con le chiese che in tale discriminazione proseguono. La comunità dei credenti LGBTQ ha ben presente, per esperienza propria e altrui, la pratica odiosa e ipocrita delle tante chiese che apparentemente accettano gli omosessuali per poi sottoporli a un piano di sostanziale recupero. Le sedicenti terapie volte a recuperare gli omosessuali dalla loro “ condizione illecita” hanno provocato e provocano ferite insanabili nella propria psiche, depressione, disturbi psicosomatici, destrutturazione psicologica di cui sono pieni i libri di medicina e di cui un giorno si parlerà certamente nei libri di storia. E’ necessario fare chiarezza su questo punto. Basterebbe leggere le dichiarazioni di Remo Cristallo per capire quanto siano indigeste. Molte chiese dichiarano che una legge sull’omofobia impedirebbe la legittima espressione delle voci che al contrario condannano l’omosessualità, ma forse bisognerebbe ricordare loro che chi fa dichiarazioni omofobe in Italia non corre pericolo di vita, di perdere un lavoro o di ritrovarsi sottoposto ad ogni sorta di ricatto.

 

Non la mia chiesa e non in mio nome, dunque, me lo auguro dal profondo del cuore.  

Salamone Rosa, vicepresidente REFO (Rete evangelica fede e omosessualità)

DICHIARAZIONE di Remo Cristallo

A seguito del dibattito che si è aperto nel mondo evangelico italiano sulla questione dell’omosessualità e che ha visto la pubblicazione di diversi documenti, il presidente della Federazione delle Chiese Pentecostali, il Past. Remo Cristallo, sollecitato da diversi organi di informazione ad esprimere la posizione che hanno sulla questione le chiese da lui rappresentate, ha rilasciato la seguente dichiarazione affidata a varie agenzie di stampa per la pubblicazione e la diffusione. “La Federazione che io rappresento non ha mai nascosto la sua posizione in materia; una commissione sta lavorando alla definizione di un documento organico nel quale sarà espressa la posizione ufficiale sull’argomento. Per il momento posso solo dichiarare che non si è mai persa l’occasione di ribadire ogni qual volta è stato possibile che per noi il dato biblico sull’argomento è insuperabile; vale a dire che alla luce di quanto emerge dalle Scritture l’omosessualità non può essere ritenuta una condizione lecita. La nostra comprensione della Bibbia e l’esperienza delle nostre chiese ci inducono a credere che l’omosessualità è una condizione suscettibile di cambiamento e pertanto noi crediamo che per la grazia di Dio e attraverso l’incoraggiamento della comunità di fede un individuo possa vivere in armonia con i principi della Parola di Dio. Mi dispiace molto che spesso attraverso gli organi di informazione si dia l’impressione che il mondo evangelico italiano abbia una posizione omogenea su questo tema; è noto, invece, che le posizioni sono molto differenziate e che sicuramente la maggioranza degli evangelici non è affatto favorevole a considerare l’omosessualità una condizione lecita. Ovviamente il rispetto per chi la pensa diversamente rimane e non pregiudica ambiti comuni di impegno e di dialogo; questo, però, non significa mancanza di differenza e diversità di posizione. Ci tengo a sottolineare questo aspetto della questione perchè, come è noto, la Federazione pentecostale intrattiene buoni rapporti con le chiese evangeliche BMV che hanno una posizione molto diversa dalla nostra su questi temi e pertanto da noi non condivisa. Tutti sanno che dialogare non significa concordare su tutto. Bisogna fare molta attenzione alle strumentalizzazioni ideologiche delle posizioni, qualunque esse siano e da qualunque parte arrivino. Sono assolutamente convinto della necessità che non si debba operare alcuna forma di discriminazione nei confronti degli omosessuali. Ma sono anche molto preoccupato per l’enorme peso che i diritti degli individui assumono nella discussione e nel dibattito a scapito dei diritti della famiglia, come pure mi preoccupa il clima di intimidazione che in alcuni paesi europei iper laicisti si è venuto a creare nel minacciare (e in qualche caso adottare) misure restrittive per chi in nome della propria fede considera inaccettabile l’omosessualità. L’affermazione del diritto a vivere quella che alcuni ritengono la propria condizione naturale e relazionale non deve cancellare il diritto di parola di chi ritiene il contrario e lo vuole dire pubblicamente. Solo se si terrà conto dei diritti di tutti la discussione potrà essere più serena”.

Past. Remo Cristallo

8 maggio 2008

Cara Rosa,

lasciai la comunità valdese nel 2003 dopo averla frequentata in modo assiduo per circa due anni e all’indomani della mia esperienze pastorale ad interim a Locarno. Ho trovato referenti nel Concistoro che erano probabilmente abituati a evadere le lettere ricevute attraverso l’indifferenza e il totale menefreghismo, anche nel caso di richiesta di accompagnamento per un percorso di cammino pastorale.

Sono contento comunque così, visto che le quelle abitudini sono state riscontrate più recentemente – in termini di altezzosità disgustosa – anche riguardo al corpo pastorale di una città vicina, al quale avevo segnalato il possibile avvicinamento di un frate omoaffettivo, fuoriuscito da una missione cattolica.

Come dire, il lupo perde il pelo ma non il vizio. Il difetto d’origine è probabilmente quello di non essere montanari delle “loro” valli. E se poi ci sono altre “aggravanti”….

Non mi stupisce affatto l’alleanza valdese con le frange fondamentaliste pentecostali. E’ da circa un decennio che lavorano le burocrazie interne in quella direzione.

Ti auguro di essere sempre onesta coi tanti giovani cattolici che chiedono informazioni sulla tua chiesa. Non vale semplicemente la pena bleffare. Se vuoi ti racconto tante storie al riguardo di valdesi doc…

In ogni caso vigilo eccome (!) anche sui risultati deludenti del recente Sinodo, sulle dichiarazioni di alleanze esplicitate a più livelli dai vari circuiti e perfino in sede di apertura di anno accademico a Roma.

Il Calvino pentecostale è oggettivamente una novità assoluta e allo stesso tempo aberrante, per la forzatura storica operata.

 

Un caro saluto

 

Maurizio

 

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17 febbraio: la festa della Libertà, non solo per i valdesi

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1870 – 1929
di Giorgio Tourn

La storia dell’Italia moderna, per quanto riguarda la sua cultura politica, si colloca fra queste due date: la fine del potere temporale della Chiesa e la firma dei Patti lateranensi.

I bersaglieri a Porta Pia che affermano la presenza dello Stato sul territorio nazionale e la capitolazione dello Stato fascista di fronte al ricatto politico culturale del Vaticano. Le due date ricordate per anni sono oggi dimenticate da tutti, e sarebbe il caso di chiedersi perché.

Riguardo al 20 Settembre sarà il caso di tornare a parlarne in autunno, ma l’11 febbraio è oggi e di questo nessuno parlerà. Per un fatto molto semplice: l’Italia del febbraio 2009 sembra essere la realizzazione compiuta del sogno di allora. La firma del protocollo fra il cavalier Mussolini, capo dello Stato e il cardinal Gasparri a rappresentare il Vaticano lo rendeva concreto e reale: utilizzare la religione al fine di consolidare il potere da un lato e dall’altro uscire dall’autosegregazione e rientrare sulla scena della storia.

Mussolini seguiva la lezione di Machiavelli, o credeva seguirla; il segretario fiorentino aveva insegnato al suo Principe che non bastano le armi, la Fortuna, e l’astuzia per governare (cosa che il Duce aveva fatto sin qui) ma occorre la religione. Per mantenere un popolo soggetto occorre inventare un vincolo ideologico che lo leghi come un fascio, e il migliore è quello religioso. La religione più adatta allo scopo era quella latina: la religio dei romani ha infatti poco a che fare con la fede, la spiritualità, Dio, è un vincolo genericamente ideologico di sottomissione alla potestas, al potere. Il cattolicesimo italiano, scettico e superstizioso (che Mussolini ben conosceva) serviva egregiamente allo scopo, garantire la nuova religio, quel misto di nazionalismo arcaico, di retorica, con un pizzico di orgoglio complessato anti moderno e un crocifisso sul muro che l’EIAR (la Rai di allora) abilmente propagandava.

Il cardinal Gasparri per parte sua sognava altro; un’Italia autentica, ma non quella moderna, che superasse la contrapposizione polemica spesso faziosa e gretta fra clericali e anticlericali, che realizzasse un regime di libertà civile, ma un paese veramente cattolico. Non sognava un’Italia in cui la chiesa ritrovasse un nuovo spazio di testimonianza evangelica, ma la restaurazione del potere, la risurrezione dello Stato della Chiesa. E quale fosse il progetto di chiesa che si sognava oltre Tevere si era visto ad inizio secolo nella brutale repressione del Modernismo, degna di regimi totalitari novecenteschi (sotto il profilo formale naturalmente non materiale).

E il 1929 fu così la sintesi di due calcoli politici, entrambi fuori della storia, di due sogni tragicamente ingannevoli: la restaurazione di principato cinquecentesco, cioè di una politica pre Stato e di una cristianità medievale incentrata sulla figura del papa re. Fu la Caporetto dell’Italia moderna (e senza la linea del Piave!) e per la chiesa una scelta spiritualmente suicida, che non l’ha condotta certo alla morte fisica immediata ma ad uno stato di evidente coma terapeutico. Sempre ragionando in termini spirituali, naturalmente, sul piano contingente le cose stanno diversamente.

In presenza delle vicende di cui i mass media ci abbeverano quotidianamente con una superficialità, una rozzezza, una volgarità mai viste: dai prelati negazionisti, al silenzio del papa Pacelli, al caso di Eluana Englaro non è necessario condurre lunghe riflessioni per individuare i come e perché, tutto sta già in quell’infausto 11 febbraio di 80 anni fa, quando il clerico fascismo che ispira in modi evidenti il nostro vivere civile odierno ha avuto la sua sanzione ufficiale.

9 febbraio 2009

 

17 febbraio: una festa ormai non solo valdese

Per uno stato laico non confessionale e per la libertà di religione

(Fonte: sito della Chiesa Valdese) E’ da sempre presente nella società umana l’abitudine di segnare il tempo con scansioni precise, date significative: l’inizio dell’anno, festività religiose e in tempi moderni ricordo di avvenimenti del passato che hanno segnato l’identità nazionale, da noi il XX settembre, il 25 aprile, il 2 giugno.

Di recente si è introdotto nei nostri passi una nuova categoria di date significative: i giorni della memoria. Momenti che dovrebbero costituire punti fermi nella presa di coscienza della nostra identità collettiva perché fissano avvenimenti che hanno segnato le generazioni passate, di cui è essenziale mantenere il ricordo.

Mentre le feste nazionali del passato rinnovavano ricordi di vittorie o di gloria (sia pur glorie effimere come tutto ciò che è umano) i giorni della memoria rievocano sofferenze, dolore. Forse perché il nostro secolo è stato segnato da tragedie immani e ha assistito ad un salto di qualità nel male di tipo quantitativo e qualitativo? O perché inconsciamente reagisce all’immagine falsa e irreale del benessere che il consumismo diffonde attorno a noi? Tutti belli, giovani, ricchi, sportivi, aitanti e sorridenti figli però dell’Olocausto e delle foibe?

Anche la nostra piccola comunità evangelica ha elaborato nel corso degli ultimi anni il suo giorno della memoria: la giornata della libertà. A metà febbraio, non a caso, perché la data viene da lontano, ha un secolo e mezzo di vita. Il 17 febbraio, giorno a cui si fa riferimento, ricorda le Lettere Patenti con cui Carlo Alberto, nel 1848, poneva fine a secoli di discriminazione riconoscendo ai suoi sudditi valdesi i diritti civili e politici. Un editto di tolleranza che concedeva libertà molto limitata, per quanto concerne infatti quella religiosa “nulla era innovato” e restavano perciò in vigore tutte le restrizioni dell’età controriformista.

Quella che è stata per decenni la festa dei valdesi è diventata, a ragione, la giornata degli evangelici per due motivi.

Anzitutto per ricordare un problema, quello della libertà, in questo caso religiosa, di coscienza, il fatto che la espressione della religione deve essere libera in una società moderna e il potere civile, lo Stato, non ha alcuna competenza in questo campo e tanto meno ha da privilegiarne una. La libertà religiosa non è l’appendice delle libertà civili ma la matrice, prima c’è la coscienza religiosa poi viene la politica, l’economia, il lavoro e il pensiero.

In secondo luogo per ricordare che la tolleranza è una concessione del Potere, la libertà è una conquista della coscienza. Lo Stato può concedere spazi controllati ma il vivere da uomini liberi, non solo di dire e fare liberamente ma di essere liberi è il risultato di una lunga battaglia. Gli uomini infatti, ed anche quelli che hanno responsabilità nella gestione della comunità civile, dello Stato, troppo spesso portati a identificare la libertà con il proprio interesse sono, per natura, restii a riconoscere la libertà altrui. La liberà religiosa nel nostro paese è stata una lunga conquista che dalle Lettere Patenti del 1848 è giunta sino alla Costituzione del dopo guerra e permane impegno attuale.
Un giorno della memoria positivo dunque, quello degli evangelici, che ricorda fatti lontani ma proiettati sul presente, impegni costruttivi, battaglie vinte, pagine ricche di umanità. Memoria non tanto di se sessi quanto di ideali, di conquiste, come il Vangelo.

 

LE LETTERE PATENTI DEL XVII FEBBRAIO 1848

CARLO ALBERTO
per grazia di Dio
re di Sardegna, di Cipro e di Gerusalemme
duca di Savoia, di Genova, ecc. ecc.
principe di Piemonte, ecc. ecc.

Prendendo in considerazione la fedeltà ed i buoni sentimenti delle popolazioni Valdesi, i Reali Nostri Predecessori hanno gradatamente e con successivi provvedimenti abrogate in parte o moderate le leggi che anticamente restringevano le loro capacità civili. E Noi stessi, seguendone le traccie, abbiamo concedute a que’ Nostri sudditi sempre più ampie facilitazioni, accordando frequenti e larghe dispense dalla osservanza delle leggi medesime. Ora poi che, cessati i motivi da cui quelle restrizioni erano state suggerite, può compiersi il sistema a loro favore progressivamente già adottato, Ci siamo di buon grado risoluti a farli partecipi di tutti i vantaggi conciliabili con le massime generali della nostra legislazione.
Epperciò per le seguenti, di Nostra certa scienza, Regia autorità, avuto il parere del Nostro Consiglio, abbiamo ordinato ed ordiniamo quanto segue:
I Valdesi sono ammessi a godere di tutti i diritti civili e politici de’ Nostri sudditi; a frequentare le scuole dentro e fuori delle Università, ed a conseguire i gradi accademici.
Nulla è però innovato quanto all’esercizio del loro culto ed alle scuole da essi dirette.
Date in Torino, addì diciassette del mese di febbraio, l’anno del Signore mille ottocento quarantotto e del Regno Nostro il Decimottavo.

 

SIGNIFICATO DEI FALO’

È consuetudine che la sera del 16 febbraio nei villaggi e nelle borgate delle Valli valdesi si accendano dei fuochi di gioia in ricordo della firma delle “Lettere Patenti” con le quali il Re Carlo Alberto concedeva per la prima volta nella storia del Piemonte i diritti civili alla minoranza valdese e, qualche giorno dopo, anche alla minoranza ebraica.

Con questo atto il Regno del Piemonte non solo poneva fine ad una secolare discriminazione nei confronti di una parte dei suoi sudditi, ma avviava anche un processo di modernizzazione che lo poneva al livello degli altri stati europei e alla testa del movimento del Risorgimento italiano.

Celebrare oggi quell’evento non vuol dire solo ricordare un momento del passato, ma soprattutto essere consapevoli che la libertà di coscienza è una delle libertà fondamentali di uno stato democratico come del resto viene anche affermato nella Carta costituzionale della Repubblica Italiana.

La festa, da sempre, non ha un carattere religioso – sebbene i valdesi siano oggi ancora riconoscenti al Signore per la libertà ottenuta – ma civile. Intorno al falò si raduna tutta la popolazione al di là delle differenziazioni politiche, culturali, religiose, per una grande festa popolare.

Quest’anno e, speriamo ancora di più l’anno prossimo, l’auspicio è che quante più persone, provenienti anche da paesi diversi, si uniscano alla gioia della popolazione locale per la libertà che è dono e conquista ad un tempo.

Impossibile dire quanti siano i falò che si accendono la sera del 16 febbraio sui fianchi delle colline del pinerolese e per le pendici dei monti della Val Pellice, della Val Chisone e della Val Germanasca. Qua e là, spontaneamente si formano delle fiaccolate che precedono l’accensione dei falò.

Alle ore 20, per consuetudine, si accendono i fuochi, intorno ai quali la gente si riunisce per cantare, ascoltare brevi messaggi e riscaldarsi con un bicchiere di “vin brulé” generosamente offerto dalle associazioni locali. Suggestivo è lo spettacolo dei tanti fuochi che illuminano la notte.

Si segnalano alcuni luoghi significativi:

A Bobbio Pellice (Val Pellice) il falò in località Sibaud, dove nel 1689 i valdesi strinsero tra loro un patto (“il giuramento di Sibaud”) per mantenere tra loro l’unità e la concordia.

A Villar Pellice (Val Pellice) in località “Ponte delle Ruine” il falò si accende alle 21, imponente per la partecipazione di un gran numero di persone e delle corali.

A Torre Pellice (Val Pellice) in località Coppieri, dove rimane uno dei più antichi templi valdesi.

A Luserna San Giovanni (Val Pellice) notevoli sono i falò in località Stalliat, Banchina degli Odin, Cio d’mai. La fiaccolata parte alle ore 19 dal tempio dei Bellonatti di Luserna San Giovanni.

A Prarostino (Val Chisone) in località San Bartolomeo, Roc e Collaretto. I falò sono collegati tra loro da una fiaccolata.

A San Germano Chisone (Val Chisone) quello del Risagliardo con la partecipazione della Banda e della Corale valdese.

A Perosa Argentina (Val Chisone) quello in località Forte di Perosa.

A Pomaretto (Val Germanasca) in località Inverso, nei pressi della Proloco cittadina.

A Prali (Val Germanasca) il falò centrale è a Ghigo di Prali.

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Uno dei diversi punti di contatto FGEI sulla rete

La Federazione giovanile evangelica italiana (FGEI) è nata nel 1969, sull’onda delle lotte studentesche, dall’unione della Federazione delle unioni valdesi, della Gioventù evangelica metodista e del Movimento giovani battisti. È una rete di gruppi locali e singoli giovani legati alle chiese evangeliche, che si propone come luogo di riflessione e di impegno per esprimere una comune testimonianza cristiana nella società.

Le decisioni sull’attività della FGEI, sul piano organizzativo e tematico, vengono assunte dal congresso nazionale, costituito dalle delegazioni di gruppi locali, che si riunisce ogni due anni e mezzo e ha il compito di eleggere un consiglio nazionale e definirne il mandato per i successivi 30 mesi.

La FGEI mantiene relazioni stabili con i centri giovanili evangelici italiani e in particolare è rappresentata nei comitati dei centri di Adelfia (Scoglitti, Ragusa), Agape (Prali, Torino), Ecumene (Velletri, Roma).

La FGEI è attiva nel movimento ecumenico giovanile. A livello internazionale è membro della World Student Christian Federation (WSCF) e dell’Ecumenical Youth Council of Europe (EYCE). A livello nazionale la FGEI è tra i promotori del primo convegno giovanile ecumenico italiano “Osare la pace per fede”, svoltosi a Firenze il 29 e 30 gennaio sui temi di pace, giustizia e salvaguardia del creato.

La FGEI pubblica inoltre un bollettino e una rivista. Il Notiziario FGEI è uno strumento di collegamento e di informazione per i gruppi giovanili, pubblicato circa ogni due mesi come inserto del settimanale evangelico Riforma. Gioventù evangelica (GE) è una rivista trimestrale che da più di 30 anni offre alla FGEI e al protestantesimo italiano nel suo complesso uno strumento di riflessione e dibattito, con approfondimenti e studi su temi di carattere politico e teologico.

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Potete trovare sul web diversi spunti interessanti di analisi. Uno in particolare ci sembra di estrema attualità. Insomma, cercate e troverete…

 

In preparazione al rito buonista della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani che si terrà il prossimo mese ripropongo uno splendido scritto del grande pastore e teologo valdese Gino Conte. Nel numero del settembre 1999 del mensile “Diaspora evangelica”, Conte scrisse questo testo in polemica con autorevoli voci valdesi che, in prospettiva ecumenica, insistevano sul concetto di “diversità riconciliata” come modello di unità tra le chiese cristiane. Con straordinaria attualità, Conte tratteggia alcuni concetti che trovo molto interessanti e sempre vivi, come il fatto che nel dialogo ecumenico “sembra non si vedano più o non si vogliano più vedere le alternative, ma solo delle diversità”, oppure che il dialogo ha senso “a condizione di essere chiari, espliciti, di non rimestare sempre “quello che già ci unisce” rimandando alle calende greche quello che ci divide”.
Ma adesso vi lascio allo scritto di Conte.
DIVERSITA’ RICONCILIATA?
Come si fa a sostenere che la varietà e diversità effettivamente presente all’interno di ogni chiesa, anche nella nostra, è analoga alla diversità che ci distingue e divide, ad esempio, dal cattolicesimo, romano e non? L’intossicamento “buono”, tenerissimo, causato dall’andazzo che l’ecumenismo ha preso, sta proprio nel fatto che sembra non si vedano più o non si vogliano più vedere le alternative, ma solo delle diversità e il panorama ecumenico diventa una splendida serra, un giardino policromo in cui eucaristia e cena del Signore, sacerdote e laico ministro della Parola, indulgenza penitenziaria e confessione di peccato, struttura gerarchica e struttura presbiteriano-sinodale, chiesa “madre e maestra” e chiesa testimone e così via si riducono semplicemente a “cultivar”, varietà compatibili. (…) Di Valdesi “riconciliati” ce ne sono già stati, anche se minoranza, all’inizio del XIII secolo; se fosse dipeso da loro non saremmo qui. Per parte mia, e spero e credo di non essere solo fra noi, rifiuto recisamente di vedere in questa pretesa “diversità riconciliata” un valido “modello d’unità”. Detto senza iattanza arrogante, anzi con sincero dispiacere che così stanno le cose. Non stanno forse così? Io, comunque, questa lezione non la “imparo”, non mi “abituo”. Con molti altri, spero.

(Altri spunti su questo tema indussero Conte ad integrare il suo intervento):

Ho fieri dubbi che la chiesa primitiva e le testimonianze neotestamentarie nelle quali essa si riflette siano un modello di diversità riconciliata. Ad Antiochia Paolo dice di essere stato costretto a “resistere in faccia” a Pietro che deviava e sviava gravemente (Galati 2,11), “aveva torto”. Nel libro degli atti, Luca tace e sorvola, in base alla sua teologia irenica e conciliatoria che gli fa stendere un resoconto del cosiddetto “concilio apostolico” di Gerusalemme, nel quale resoconto mi domando se Paolo si sarebbe ritrovato. Di certo, il fatto di Antiochia non è stato un incidente irrilevante, dovuto a intransigenza biliosa e settaria di Paolo. Così, pure, la chiesa antica ha insegnato au pair, nel canone, l’epistolario di Paolo e la lettera di Giacomo; ma anche qui non penso che Paolo avrebbe sottoscritto quello scritto, anzi, se avesse ancora potuto leggerlo, lo avrebbe discusso apertamente e del resto anche ‘Giacomo’, anche se con formale gentilezza… ecumenica, non lesina attestati di stima al “caro fratello Paolo”, di fatto afferma il contrario di quanto sostiene Paolo, sul tema non marginale della giustificazione. Non mi si faccia dire quel che non dico, non voglio fare la “Selezione del Nuovo Testamento”. Ma è certo che nella chiesa primitiva, e fino in certi aspetti nel canone neotestamentario non troviamo un’unità in diversità riconciliata, ma tensioni e scontri belli e buoni (mi correggo, duri e penosi). C’è diversità, ma per nulla riconciliata; e una certa unità si mantiene perché non c’è ancora alcuna struttura generale, ‘ecumenica’ e si procede ancora molto in ordine sparso. La tesi della chiesa neotestamentaria come modello unitario di diversità riconciliata mi pare una forzatura storica e teologica e ricordo il giudizio di Ernst Käsemann (teologo luterano e professore univrsitario, ndr), secondo cui il nuovo testamento non fonda l’unità della Chiesa, ma la diversità delle Confessioni.
In ogni caso, mi pare, ancora, storicamente e teologicamente contestabile, inaccettabile applicare alla situazione dell’ecumene cristiana odierna, dopo secoli e talvolta millenni di divaricazione, un preteso “modello unitario” tutt’al più valido, anche se zoppicante, per l’ecumene del I secolo. Pur nella diversificazione forte e nelle tensioni considerevoli, all’epoca della stesura dei testi del Nuovo Testamento non si delineava certamente la ricostituzione del sacerdozio, un rinnovamento (sia pure incruento) del ‘sacrificio’, una visione ‘sacramentale’, un episcopato (e men che meno un papato) di tipo cattolico (romano e non romano), una mariologia, una venerazione di ‘santi’… e si potrebbe continuare a lungo. Ecco perché, quand’anche ci fosse, chiaro, un ‘modello neotestamentario’ (e, ripeto, con molti ritengo che non ci sia), non sarebbe assolutamente applicabile all’oggi (e alo ieri): le diversità, ma si deve dire le divergenze confessionali, non sono manifestazioni attuali della diversità dei ‘carismi’ dello Spirito, anche se a sostenerlo (e non sono mai riuscito a capirlo) è stato un esegeta della Chiesa antica della taglia di Oscar Cullmann, al quale del resto sono stato molto affezionato e al quale sono anche largamente debitore, in tante altre direzioni.
Ecco perché per me, come per molti altri, penso, mentre è possibile e anche doverosa una diversità riconciliata come programma e modello di unità con le altre chiese evangeliche, sia pure a volte con qualche limite (segnato ora da noi, ora da altri) non penso si possa, allo stato dei fatti, parlare di “diversità riconciliata” con il cattolicesimo, romano e non. Una cosa è il confronto, l’ascolto reciproco, il dialogo, certi aspetti di ricerca (anche e anzitutto biblica) comune, a condizione di essere chiari, espliciti, di non rimestare sempre “quello che già ci unisce” rimandando alle calende greche quello che ci divide (…); altra cosa è l’unità. Come protestanti (il cattolicesimo è altrimenti onnivoro nella sua tendenza alla sintesi degli opposti) restare convinti che lo Spirito, attraverso l’Evangelo, non può dire e animare cose opposte, non può volere e una chiesa testimone e una chiesa mediatrice, e una chiesa fraterna di discepoli e una chiesa madre e maestra, e una chiesa laica (non laicista) e una chiesa clericale, e una chiesa paritaria di fratelli e una chiesa gerarchica, con padri e figli, e una chiesa della Parola e una chiesa dei sacramenti; preti e pastori non sono semplici e ugualmente legittime (biblicamente) varianti; nelle varie confessioni si può parlare ugualmente di sinodi, ma sono realtà del tutto diverse e contrastanti. Questo, e molto altro, perché il modo di vivere il rapporto con Dio è diverso e contrastante: i solus, sola della Riforma continuano a evidenziarlo, a porre degli aut-aut, delle alternative (…)
Gino Conte

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Incontriamo i nostri lettori a Torre Pellice, al Sinodo valdese

 

 

Io credo in Dio,

che non ha fatto il mondo già finito

come una cosa che deve rimanere per sempre così

che lo regge non secondo leggi eterne

immutabilmente valide

non secondo ordinamenti naturali

di poveri e ricchi

competenti e non competenti

dominanti e dominati.

Io credo in Dio

che vuole la contraddizione in ciò che è vivo

e il mutamento di tutte le situazioni

per il tramite del nostro lavoro

per il tramite della nostra politica.

Io credo in Gesù Cristo che aveva ragione quando egli

“un singolo che non poteva fare nulla”

come noi

lavorava al cambiamento di tutto le situazioni

e perciò dovette soccombere.

Confrontandomi con Lui io riconosco

come la nostra intelligenza sia atrofizzata

la nostra fantasia spenta

la nostra fatica sprecata

perché noi non viviamo come lui viveva.

Ogni giorno  io ho paura

perché egli sia morto invano

perché Egli è sotterrato nelle nostre chiese

perché noi abbiamo tradito la sua rivoluzione

in obbedienza e paura

davanti alle autorità.

Io credo in Gesù cristo

che risorge nella nostra vita

che noi diventiamo liberi

da pregiudizi e conformismo

da paura e odio

e portiamo avanti la sua rivoluzione

per il suo regno

io credo nello spirito

che con Gesù è venuto nel mondo

alla comunità di tutti i popoli

e alla nostra responsabilità per quello

che sarà della nostra terra

una valle piena di afflizione fame e violenza

o la città di Dio.

Io credo nella pace giusta

che è fattibile nella possibilità di una vita che abbia senso

per tutti gli uomini e le donne

nel futuro di questo mondo di Dio.

Amen

 
 

Tratto da “Teologia politica”, di Dorothee Soelle

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