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Dalla rivista A- anarchica: il germe pericoloso della diserzione

Il germe pericoloso
della diserzione

Nella sovracoperta del nuovo libro di Mimmo Franzinelli (Disertori. Una storia mai raccontata della Seconda guerra mondiale, Mondadori, Milano, 2016, pp. 390, € 22,00) c’è un cupo disegno di Gino Boccasile (1944) che illustra la fucilazione alla schiena di un “traditore sabotatore”. È un modo scioccante, ma efficace, per introdurre i vecchi temi delle ribellioni anti-belliciste. E allora: “Bentornati fantasmi della diserzione!” direbbe Wu Ming 1.
Se riguardo alla giustizia militare nella grande guerra gli studi e la saggistica si sono fatti ultimamente più densi e circostanziati, dopo un secolo o quasi di mordacchia, ancora in massima parte insondato rimane invece il medesimo tema riferito al secondo conflitto mondiale. Del resto, trattandosi di contesti e modalità belliche assai differenti, tutto cambia anche nel sistema repressivo militare. Alla codardia, indisciplina e sbandamento, derivati spesso da comportamenti refrattari contingenti e improvvisati della truppa o dei singoli militari, tipici reati da prima linea di fuoco, si sostituiscono piuttosto “mancanze” connaturate più alla modernità della nuova guerra come la diserzione in presenza del nemico, l’insubordinazione accompagnata a vie di fatto, il supposto tradimento della patria, il vilipendio sovversivo, il disfattismo e la guerriglia. È questa la resistenza alle imposizioni della nuova guerra totale, guerra senza trincee, rapida e di manovra, condotta con spirito cinico dai vertici delle forze belligeranti perfino contro le inermi e innocenti popolazioni civili (vittime predestinate di stupri, rapine, saccheggio, devastazioni e internamenti).
Il conflitto del 1939-1945, presentatosi sul proscenio mondiale come epica partita risolutiva tra fascismi e democrazie – vulgata e semplificazione propagandistica che accomunò, ricordiamolo, Churchill e Stalin – ha lasciato ai sopravvissuti ed ai posteri tracce di memoria “ufficiale” e pubbliche narrazioni spesso sovrastate dal discorso ideologico. La guerra, puro esercizio della tirannia degli Stati (almeno nella visuale libertaria) e grande evento tragico nella memoria collettiva delle nazioni, si è così convertita o in intimo e recondito vissuto esperienziale soggettivo o in avulso tema canonico per la storiografia politica e militare. Relegati nell’indifferenza, ricondotti nel limbo dell’irrilevante, i comportamenti ribelli, anomali e controcorrente, sono rimasti talvolta sottotraccia: paure e vergogne dell’indicibile. E, anche fuori dall’ufficialità, la rimozione ha riguardato tutta la sfera emozionale e dei sentimenti, comprese le ferite mai risarcite e i dolori incommensurabili per i lutti, le distruzioni e le ingiustizie patite da milioni di esseri umani, ma soprattutto da ciascuno di essi. Paura, odio, violenza, Shoah, campi di concentramento e di sterminio, eccidi di popolazioni civili, bombardamenti indiscriminati, bomba atomica: la barbarie degli anni Quaranta ha marcato indelebilmente un secolo (il cosiddetto “secolo delle masse”) e, a seguire, le generazioni del secondo Novecento.
Nella gamma vasta delle possibili contro-storie “mai raccontate”, anomale e controcorrente, ci sono senza ombra di dubbio le diserzioni. Franzinelli, storico di successo, ci squaderna un repertorio di facile lettura e di grande impatto, ricerca rigorosa e coinvolgente condotta sulla base dei documenti reperiti presso l’Archivio storico dello Stato maggiore dell’Esercito, compulsando le carte dei Tribunali di guerra, i diari inediti e ascoltando preziose testimonianze di parenti.
Il libro si apre con due fotografie belle di giovani innamorati, Cosimo e Violetta; la didascalia ci riporta alla cruda realtà di un sogno interrotto: “L’artigliere Cosimo Ricchiuti, disertore in Croazia per antifascismo e per amore di Violetta, figlia di un comandante partigiano iugoslavo. Viene fucilato dalle Camicie nere il 4 agosto 1943”.
Nel collage, triste e avvincente, delle tante storie di vita che si incrociano nel volume si possono riconoscere vicende “qualunque” di persone “qualsiasi”: c’è il vissuto familiare di ciascuno di noi, ci sono, come tipologia, quei racconti di guerra che abbiamo ascoltato direttamente dalla viva voce dei testimoni e dei protagonisti quando eravamo ancora bambini. È davvero questa l’altra memoria della nazione. E ci siamo tutti.
Accorgersi di combattere dalla parte sbagliata e buttare l’odiata divisa, opporsi alle prepotenze del militarismo sempre e comunque. Una sorta di genealogia della ribellione attraversa gli ultimi due secoli, prima e dopo la seconda guerra mondiale e tutti ci coinvolge: dalla renitenza alla leva dei nostri avi contadini e dalle disobbedienze sanzionate dagli inflessibili tribunali militari del 1915-1918 fino all’età contemporanea e ai giorni nostri. Si pensi ad esempio al fenomeno degli obiettori di coscienza di qualche decennio fa (obiettore è stato, ad esempio, l’autore di questo libro!) o magari alla semplice militanza nei “Proletari in divisa” durante il servizio di leva (è il caso del recensore). Chi scrive queste brevi note ricorda anche, con grande commozione, un proprio familiare – Giovanni Sacchetti, classe 1911 – partito come caporale di fanteria della divisione “Firenze” operante sul fronte greco-albanese e finito, dopo l’8 settembre 1943, come partigiano combattente nella brigata “Gramsci” attiva in Albania. Scelta di paura e di coraggio fatta, seguendo l’istinto, insieme a tantissimi altri commilitoni: per questioni di principio e non di mero opportunismo, per non essere più complici degli oppressori, per un generoso spirito di sacrificio che non si basava certo su possibili speranze di ricompense (che, fra l’altro, non ci saranno mai).
Il libro, coinvolgente e ben strutturato sul piano narrativo, analizza il fenomeno seguendo una scansione temporale e una sequenza di scenari che sembra cinematografica. Le motivazioni dei disertori, insieme alle dinamiche repressive, emergono in maniera nitida. L’autore, seguendo i percorsi esistenziali di persone comuni, li contestualizza con grande efficacia rappresentativa: dai prodromi della “non belligeranza” al “caleidoscopio balcanico”; dalla tragica campagna di Russia all’Africa e all’Albania; sotto la dittatura militare di Badoglio, nel Regno del Sud oppure nella Repubblica Sociale Italiana. In appendice ci sono poi molti documenti da consultare, e c’è anche un “epilogo” dedicato al dopoguerra: perché “La guerra non termina a fine aprile 1945, per i disertori. Quando le armi tacciono, scatta la caccia ai fuggiaschi dal Regio esercito…” (p. 295).
Già alla caduta del fascismo, nell’estate 1943, con il precipitare della situazione militare e le sconfitte sui vari fronti, i tribunali militari avevano continuato ad essere utilizzati per la difesa dell’ordine pubblico e per reprimere i reati di sedizione, abbandono del servizio o del posto di lavoro, violazione di ordinanze.
Colpisce, ad esempio, la lugubre vicenda della “fucilazione arbitraria” in Calabria di cinque disertori mandati a morte dopo l’armistizio, puniti fuori tempo massimo! Sì perché la persecuzione degli ex-disertori non avrà mai fine e non conoscerà confini. Anche nella repubblica democratica la magistratura militare continuerà, per decenni, a inquisire i ribelli della seconda guerra mondiale, persino rinchiudendoli in manicomio! Il libro evoca, oltre ai ricordi familiari di ciascuno di noi, anche la storie parallele misconosciute ancora da raccontare, come ad esempio quelle dei centomila tedeschi antinazisti che disertarono (alcuni unendosi anche ai partigiani), un fenomeno questo non trascurabile e ancora da soppesare nel suo complesso.
Nel film “Gott Mit Uns” di Giuliano Montaldo il generale Snow (interpretato dall’attore Michael Goodliffe), rivolgendosi ad un ufficiale subalterno che si dimostra turbato per l’imminente fucilazione di due soldati che hanno disertato, argomenta: “…quello che noi rappresentiamo, alla divisa, non ci pensi? […] dove credi si nasconda il vero nemico per noi? Nel contagio dell’indisciplina, figliolo, che genera odio per la divisa, l’odio per tutte le divise. È necessario stroncarlo subito, questo germe pericoloso…”.

Giorgio Sacchetti

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NO NATO: una preghiera per i manifestanti di domani

Solidarietà ai manifestanti Anti NATO dei quaccheri in Italia domani a Solbiate Olona VA. Preghiamo per Voi e Noi

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Lettera aperta ai soldati americani da un mondo senza guerra e violenza

26.05.2016 – Praga, Repubblia Ceca Mondo Senza Guerre e Senza Violenza

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese

Lettera aperta ai soldati americani
(Foto di Mondo Senza Guerre)

Forze militari statunitensi attraverseranno dal 27 al 30 maggio il territorio della Repubblica Ceca all’interno dell’operazione Saber Srike. I media minimizzano l’avvenimento per non risvegliare quella sensibilità del popolo ceco che portò nel 2009 a impedire l’installazione di una base militare degli Stati Uniti. Erroneamente si parla di “transito” quando invece si svolgeranno esercitazioni congiunte dell’esercito USA e di quello ceco. Il ministro della difesa Martin Stropnicky erroneamente parla di un’esercitazione della NATO, quando in realtà è un’operazione militare dell’Esercito degli Stati Uniti in Europa (ESAREUR) che culmina con esercitazioni militari nei Paesi Baltici. Una delegazione di Mondo Senza Guerre e Senza Violenza consegnerà questa lettera all’ambasciata americana a Praga.

Gentili soldati,

Vogliate ricevere il nostro benvenuto in questo paese. Esprimiamo un’amicizia e una vicinanza che è dovuta a chi si trova, per qualsiasi ragione, lontano dalla propria terra e dai propri affetti più cari.

Questo messaggio vuole essere anche il modo di condividere con voi il nostro pensiero e le nostre inquietudini sulla situazione attuale e sulle questioni che sono senz’altro alla base della vostra presenza qui, in questi giorni.

Siamo certi, conoscendo la tradizione di democrazia e di amore per la libertà che anima i migliori ideali del vostro paese, che sarete in grado di comprendere le nostre richieste.

Già nel marzo 2015, un contingente di vostri commilitoni ha attraversato la Repubblica Ceca a bordo di mezzi da combattimento, in occasione dell’operazione denominata “Dragoon Rider”.

In quell’occasione molte persone sono accorse, alcune per darvi il benvenuto, e altre per protestare contro la vostra presenza. Increduli abbiamo assistito allo spettacolo di bambini che, con grande gioia, hanno avuto la possibilità di vedere di persona e toccare con mano mezzi ed equipaggiamenti da guerra, che probabilmente avevano visto soltanto nei film e nei videogiochi. Per molti di loro è stato un giorno di festa.

Una delle ragioni principali per cui i nostri bambini sono stati felici di visitare i vostri carri armati e di imbracciare i vostri fucili da combattimento risiede nel fatto che sono bambini nati in tempo di pace. Per loro i mitragliatori, i missili e i carri armati ricordano soltanto gli allegri pomeriggi passati al cinema con la famiglia e l’odore dei pop-corn caldi. Ed è giusto che sia così.

I nostri bambini sono nati in tempo di pace e non conoscono l’orrore della guerra, non sono mai stati terrorizzati dal rumore assordante dei cannoni, non hanno mai dovuto sentire l’odore acre di corpi bruciati e le urla disperate dei genitori che stringono tra le braccia i corpi senza vita dei propri figli.

Purtroppo questo è il vero volto della guerra e nessuno meglio di voi lo conosce bene. E se anche i nostri piccoli lo conoscessero, non sarebbero più affascinati dalle vostre divise e dai vostri carri armati, ma correrebbero a nascondersi al vostro passaggio.

I nostri bambini sono nati in tempo di pace. Ed è nostro dovere e nostra responsabilità di genitori e di esseri umani fare in modo che questa pace continui.

Ci dicono che la vostra presenza qui sia utile per mantenere la pace che in questo momento si trova in pericolo. Ci dicono che dobbiamo armarci ed essere preparati a difenderci dal pericolo di un’invasione.

In questa logica, voi sareste i “buoni”, che dovrebbero difenderci dai “cattivi”. Ma anche questo, e voi la sapete meglio di noi, è qualcosa che esiste soltanto nelle affascinanti produzioni di Hollywood tanto care ai nostri ragazzi.

Noi tutti sappiamo che la realtà è molto più complicata di così.

Noi, persone adulte, sappiamo benissimo -inoltre- che le potenti armi di cui i vostri gloriosi eserciti sono dotati sono state prodotte da qualcuno. Sappiamo benissimo che le persone che producono queste armi hanno l’interesse di creare le condizioni affinché esse siano vendute e affinché queste armi siano vendute devono sussistere necessariamente le condizioni per usarle. Sappiamo anche che le aziende che producono e vendono le armi hanno un potere sufficiente a influenzare gli avvenimenti per fare in modo di avere sempre clienti pronti ad acquistare i loro prodotti. Siamo abbastanza adulti da comprendere anche che aziende che producono armi non fanno grande differenza tra “buoni” e “cattivi”, giacché è proprio da questa contrapposizione che dipende la prosperità del loro commercio.

Speriamo che non vi sentiate offesi se affermiamo che la vostra presenza qui è utilizzata da qualcuno per pubblicizzare i propri prodotti e per stimolarne la vendita e, ahimè, l’utilizzo.

Se si trattasse di un dopobarba o di una bevanda gassata non avremmo nessun problema ad accettarlo, giacché vivendo nel libero mercato, ci risulterebbe perfettamente normale. Ma trattandosi di strumenti di morte, siamo costretti dalle circostanze a chiedervi gentilmente, ma con fermezza, di evitare di prestarvi a questo scopo, che è indegno della vostra missione e contrario ai principi della vostra democrazia, ispirata ai valori della pace e della libertà.

Vi chiediamo di rinunciare, in quanto uomini liberi, già da oggi stesso, ad assecondare i progetti delle fazioni che illegittimamente stanno utilizzando le proprie influenze politiche ed economiche al fine di inasprire i conflitti attualmente presenti.

Vi chiediamo, come uomini liberi, di fare pressione sui vostri governi e sui vostri superiori, affinché le ingenti risorse attualmente destinate agli armamenti siano riconvertite in mezzi e azioni in grado di produrre una soluzione diplomatica e nonviolenta dei conflitti in cui il vostro paese è direttamente o indirettamente coinvolto.

Siamo certi che non cadrete nel banale errore di interpretare questa richiesta come un atto di ostilità personale nei vostri confronti o del popolo americano, per il quale nutriamo una grande amicizia e una spontanea simpatia.

Durante la nostra storia recente abbiamo già conosciuto la censura intellettuale, in cui chiunque manifestava idee non allineate a quelle dell’informazione ufficiale veniva immediatamente bollato come “nemico della patria”.  Così, coloro che si sono opposti alla presenza sul suolo ceco dei carri armati russi sono stati accusati di essere filo-capitalisti o filo americani.

Oggi, paradossalmente, verremo accusati di essere filo-russi, o come si usa ancora dire da da queste parti, bolscevichi. Ma è inutile dirvi che se anche dai vostri blindati spuntassero le bandiere russe, o tedesche o magari i vessilli sconosciuti di qualche altro pianeta, per noi non farebbe alcuna differenza. Noi non siamo né a favore né contro qualche fazione in particolare e non vogliamo partecipare a questo gioco di contrapposizioni che rischia di farci precipitare velocemente verso l’abisso di un nuovo conflitto in seno all’Europa.

Come voi, noi amiamo con tutto il cuore la pace e ci adopereremo con tutti i mezzi democratici e nonviolenti per continuare a conservarla.

Ricevete, con la speranza di rivedervi al più presto nella nostra città come turisti, i nostri migliori saluti.

Tania Bednarova
Presidente

Mondo Senza Guerre e Senza Violenza

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Povera Palestina dimenticata: A Gaza un progetto di ospedale d’avanguardia

Gaza: Ospedale 100% solare. +174% di pazienti nel 2014, +228% di accessi nel 2015

01.03.2016 Redazione Italia
Gaza: Ospedale 100% solare. +174% di pazienti nel 2014, +228% di accessi nel 2015
(Foto di Sunshine4Palestine)

Il Jenin Charitable Hospital, a Gaza, è totalmente operativo grazie ad un impianto fotovoltaico progettato e realizzato dall’ONG Sunshine4Palestine (S4P) in tre fasi dal gennaio 2014 al novembre 2014. Grazie all’installazione, nel 2014 il numero dei pazienti è aumentato del 174%, mentre nel 2015 di più del 228% rispetto ai valori del 2013  quando ancora non era in funzione l’impianto.

Il Jenin Charitable Hospital, a Gaza, è una struttura alimentata al 100% dal sole. Ciò è stato reso possibile grazie ad un impianto fotovoltaico, costruito sul tetto della struttura, definitivamente operativo da fine novembre 2014, mentre i primi lavori sono iniziati nel gennaio dello stesso anno.

L’impianto consente al nosocomio  di essere  autonomo per l’approvvigionamento energetico per 17 h al dì, dalle 7.00 alle 24.00, con la produzione di 76 Mwtt per anno e serve un bacino di 200mila persone, quelle del quartiere di Shijajia, uno dei più poveri e martoriati dagli attacchi di luglio ed agosto 2014. L’autonomia energetica permette al Jenin Charitable Hospital di affrontare la carenza e l’interruzione di energia elettrica che affliggono il territorio della Striscia di Gaza.

Il progetto è il risultato dell’attività dell’ONG Sunshine4Palestine, che ha recentemente elaborato i dati annuali pervenuti dal nosocomio gazawo. Secondo i valori, grazie all’installazione nel 2014 il numero dei pazienti che ha avuto accesso alla struttura è il  174% in più dei pazienti curati nel 2013, mentre nel 2015 più del 228% rispetto ai valori del 2013, quando ancora non era in funzione l’impianto. Gli accessi mensili sono stati una media di  1.109,5 unità nel 2014 e di 1.928,33 nel 2015.

I dipartimenti più frequentati sono quelli di “Ostetricia e ginecologia”, “Pediatria” e “Medicina Interna”. Per quanto riguarda la prima clinica citata, mentre nel 2013 gli accessi medi mensili sono stati 3.264, nel 2014 sono stati 12098 (+8.834) e nel 2015 14.736 (+11.472), quasi quintuplicati. Nel dipartimento pediatrico, invece, gli ingressi medi mensili sono stati 3.354 nel 2013, 5.347 nel 2014 e 7.122 nel 2015. Infine, nel terzo dipartimento citato, nel 2013 gli ingressi sono stati 4.500, nel 2014 5.983 e nel 2015 nel 6.485.

Il dato complessivo annuo, vede il numero medio dei pazienti trattati dall’ospedale passare dai 18.012 del 2013, ai 31.326 del 2014, fino a raggiungere i 41.152 del 2015, con una crescita costante del numero di accessi.

Risultati più che soddisfacenti anche nel risparmio della spesa energetica: il costo che l’impianto avrebbe sostenuto, se fosse stato alimentato a gasolio sarebbe stato di 33.076,00 dollari annui, valutando un impiego di 1.500 litri di gasolio al mese per mantenere aperto l’ospedale 17 ore al giorno.

Considerando questo dato, il costo affrontato da Sunshine4Palestine per l’istallazione del primo modulo, di circa 50mila dollari, è stato totalmente ripagato dal momento che la struttura è ormai esclusivamente alimentata dall’impianto fotovoltaico da ormai quasi due anni. Questo ha permesso un reinvestimento – da parte del management dell’ospedale – nella struttura coprendo i costi di personale e le spese vive che hanno permesso l’estensione dell’orario di apertura del Jenin Charitable Hospital dalle 4 alle 17 ore al giorno.

Infine, è da ricordare che un pannello è stato danneggiato nell’estate 2014 dalla scheggia di una bomba durante gli attacchi israeliani al popolo palestinese, ma il pannello ha resistito e seguita a funzionare regolarmente.

 

Barbara Capone, giovane ricercatrice in Fisica italiana all’Università di Vienna e presidente di Sunshine4Palestine, afferma: La carenza dell’energia è una vera piaga della Striscia di Gaza e per questo motivo abbiamo deciso di intervenire. Abbiamo cominciato a lavorare al progetto nel 2011 insieme all’ingegnere palestinese Haitham Ghanem, che è membro dell’associazione. In quell’anno abbiamo ideato l’impianto in tre moduli, installabili autonomamente l’uno dall’altro, ed individuato il budget necessario per la sua costituzione: circa 50mila euro.

Nel gennaio 2014, grazie a numerose donazioni, alla raccolta fondi attraverso eventi culturali e ad un finanziamento della Fondazione Vik Utopia Onlus, è stato installato il primo modulo. Ciò ha permesso il funzionamento di uno dei piani dell’ospedale per 17 ore al giorno, rispetto alle 4 ore precedenti. Un modulo che ha reso operativo l’ospedale anche sotto i recenti bombardamenti ed ha resistito ad essi.

Nel novembre del 2014 abbiamo completato l’installazione grazie ad un concerto realizzato in collaborazione con Stefano Bollani al Teatro Argentina di Roma. Con i proventi del sold out  abbiamo provveduto alla fornitura delle batterie che hanno permesso l’accensione dei rimanenti tre dei quattro inverters che costituiscono il modulo, portando l’impianto da 4 a 16kWp. Inoltre, abbiamo comprato 12 pacchi batteria ed abbiamo realizzato la nuova rete elettrica del secondo piano. L’ospedale ha così completa autonomia e tutte le sue cliniche (dipartimenti di otorinolaringoiatria, dermatologia, medicina interna, psichiatria, chirurgia vascolare, chirurgia urologica, pediatria, ortopedia, pronto soccorso, vari laboratori di analisi ed una farmacia) sono operative  ed indipendenti da ogni approvvigionamento energetico.

Siamo molto soddisfatti dei dati che ci sono pervenuti dal Jenin Charitable Hospital perché dimostrano che il lavoro che abbiamo svolto nel quartiere di Shijajia sta portando dei benefici concreti alla popolazione della zona”.

 

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COMITATO ITALIANO PER UNA CULTURA DI PACE E NONVIOLENZA

Si prega di chiedere i 5 files relativi all’iniziativa direttamente in redazione a maurizio_benazzi@libero.it  specificando un indirizzo e.mail.

Ci scusiamo coi milanesi volevamo infatti parlare dei “matti”, tipo Pisapia, e degli “zingari” ma la notizia di oggi non è quella di Bossi che appare sui media ma il nascente Comitato Nazionale: noi l’aspettavamo. C’è sempre tempo per parlare del piatto di minestra riscaldata della Lega… è un cibo che può causare del resto nausea a lungo andare.

E’ giunto il momento tanto atteso per formalizzare la riorganizzazione del gruppo italiano che proseguirà il lavoro svolto negli ultimi anni dal COMITATO ITALIANO DECENNIO.
 
L’Assemblea delle Associazioni
del Comitato Italiano per una Cultura di Pace e Nonviolenza (nome provvisorio)
è convocata per
SABATO 11 GIUGNO 2011
ORE 14.00-17.00
Centro Studi Sereno Regis 
Sala Biblioteca 1° p-
via Garibaldi 13, Torino
Seguendo le indicazioni che sono emerse nella scorsa riunione di gennaio c.a.(in allegato trovate il verbale), abbiamo atteso alcuni mesi per poter osservare meglio gli obiettivi e la struttura che il nuovo coordinamento internazionale si è dato.
In allegato trovate il resoconto degli incontri internazionali che si sono svolti a Parigi ad aprile c.a., a cui ho partecipato personalmente a nome del Comitato Italiano Decennio, compresa una sessione di lavoro riguardante proprio la nuova struttura dell’ente che ha scelto come nuova denominazione: INTERNATIONAL NETWORK FOR A CULTURE OF PEACE AND NON VIOLENCE.
L’obiettivo del nostro incontro di giugno è di approvare ufficialmente il nuovo statuto (che è già stato oggetto di discussione nella scorsa riunione e che trovate in allegato), raccogliere proposte e rendere operativo il nuovo comitato.
I presenti, anche per delega scritta, costituiranno il gruppo dei Soci Fondatori.
 
E’ previsto inoltre, in osservanza ad uno degli obiettivi del nascente comitato, un momento di scambio in cui sarà possibile approfondire meglio la conoscenza delle organizzazioni partecipanti. A questo proposito vi invitiamo a portare materiale e quant’altro desideriate condividere e mostrare.
 
Confidiamo vivamente nella vostra partecipazione e nel caso vi siano delle difficoltà a presenziare di persona, vi invitiamo a delegare per iscritto un’altra organizzazione partecipante e farci pervenire copia della delega.
 
La riunione è aperta a tutti coloro che operano nel settore dell’educazione alla pace e che svolgono attività legate alla promozione di una cultura di pace e nonviolenza.
Ricordiamo che non è possibile per singoli individui aderire al nascente comitato e pertanto sollecitiamo associazioni ed organizzazioni a partecipare mediante un rappresentante ufficiale.
Si ricorda che ogni organizzazione è un voto ed eventuali deleghe rappresentano altrettanti voti.
Durante la riunione si potrà perfezionare l’adesione mediante il versamento della quota annuale di 50 euro, come deciso nell’ultima riunione di gennaio c.a. 
Vi invitiamo a confermare la vostra presenza ed estendere questo invito ad associazioni amiche interessate!
I destinatari della presente sono volutamente resi visibili in modo che ognuno possa verificare se vi è qualche associazione non ancora inclusa che invece potrebbe essere interessata a partecipare.
Vi ringraziamo anticipatamente per la collaborazione nell’inoltrare questa email a potenziali partecipanti e promuovere il progetto di collaborazione che ci accingiamo ad avviare.
 
Le schede di partecipazione ed eventuali suggerimenti e proposte dovranno pervenire entro LUNEDì 30 MAGGIO 2011 all’indirizzo email zaira_zafarana@yahoo.it, in modo da permetterci di organizzare al meglio la riunione.
Al momento l’ordine del giorno è il seguente:
– benvenuto e introduzione ai lavori 
– resoconto attività e struttura International Network for a Culture of Peace and Non  Violence  
– pentalogo
– approvazione del nome
– approvazione statuto
– messa in atto dello statuto
– pianificazione attività/campagna congiunta per l’anno in corso
Come anticipato, un’ora sarà dedicata alla presentazione delle organizzazioni e delle loro attività.
 
 
Restando a disposizione per eventuali informazioni integrative, vi invitiamo a visionare i documenti in allegato in attesa di incontrarvi di persona sabato 11 giugno alle ore 14.00! 
Si informa inoltre che prima dell’apertura ufficiale dei lavori sarà offerto, nella stessa sede, alle ore 13.00 un light lunch.
  
 
 
 
Zaira Zafarana
coordinamento riorganizzazione Comitato Italiano per una Cultura di Pace e Nonviolenza (nome provvisorio)
 
 
 
 
ALLEGATI:
– scheda di partecipazione all’Assemblea delle Associazioni del Comitato Italiano per una Cultura di Pace e Nonviolenza (nome provvisorio);
– proposta di Statuto del Comitato Italiano per una Cultura di Pace e Nonviolenza (nome provvisorio);
– resoconto del Consiglio d’Amministrazione e dell’Assemblea Generale dell’International Network for a Culture of Peace and Non Violence di aprile 2011;
– resoconto delle due giornate di formazione e organizzazione dell’International Network for a Culture of Peace and Nonviolence di aprile 2011;
– verbale della riunione dell’ex Comitato Italiano Decennio di gennaio 2011

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La bella sicilia di Danilo Dolci

Oltre le cronache odierne di Lampedusa ricostruiamo la storia siciliana nonviolenta: profeti del tempo che verrà. Dopo questo regime e se avranno voglia di riaprire gli occhi.

Cerchiamo di presentare infatti Danilo Dolci nel migliore dei modi, certi di poter ringraziare così il Fondo Danilo Dolci che ha risposto alla nostra richiesta di adesione alla piattaforma per i diritti dell’infanzia alla nonviolenza e alla Pace. Tante belle cose ancora insieme!

Il 30 dicembre 1997 moriva Danilo Dolci. Triestino di nascita, negli anni 50 scelse la Sicilia per la sua lotta nonviolenta per il pane, il lavoro, la democrazia e contro ogni mafia.

A diversi anni dalla sua morte le sue idee sono ancora un punto di riferimento per molti: la volontà di realizzare una democrazia autentica e non solo formale, la valorizzazione degli individui alternativa alla massificazione, la proposta di un nuovo modo di educare basato sulla valorizzazione della creatività individuale e di gruppo, la pratica dell’azione nonviolenta come superamento di una storia fondata prevalentemente sull’aggressione e la distruzione, fanno di lui uno dei massimi esponenti, riconosciuti a livello mondiale, del pacifismo.

Il libro, ‘Danilo Dolci. Una rivoluzione nonviolenta’,  presenta una selezione degli scritti di Danilo Dolci e una biografia appassionata a firma di Giuseppe Barone, collaboratore di Danilo Dolci e vice-presidente dell’omonimo Centro

E’ stato definito in vari modi: albero a foglie caduche, con rami diversi; sognatore, seguace di Gandhi, rivoluzionario, sociologo,  intellettuale disorganico, poeta, mistico. Tutti con una parte di verità, ma inadeguati per un uomo che ha legato il suo nome a una terra lontana che amava.

Un amore non sempre ricambiato. Quando a sinistra le ‘scuole’ di partito insegnavano ad essere gramscianamente organici ai lavoratori, era disorganico e guastafeste. Trasgressivo alla maniera di Aldo Capitini, suo grande amico.  Odiava la parola “massa”. Gli ricordava l’impasto, la confusione, e nelle riunioni attorno a quel tavolo di palazzo Scalia a Partinico, dove non pochi venivamo chiamati a sederci negli anni ’60, una delle tante officine del suo pensiero, insegnava che “persona” significa l’opposto di massa. Per questo fu anomalo. Tuttavia diceva che Lenin e Gesù Cristo erano i suoi maestri. Era fissato con l’etimologia e riteneva che “persona”, oltre al significato greco di “maschera”, ha anche quello latino di attraversare qualcuno in modo armonico, “per-sonare”, “suonare attraverso”. Sciascia disse che aveva scambiato la Sicilia con l’India.

Il cardinale Ruffini, mantovano di cultura e di nascita (era nato nel 1888 a San Benedetto Po), raffinato intellettuale pure lui, oltre che prelato d’altri tempi, volle additarlo, come uno dei mali della terra del Gattopardo, assieme alla mafia. Si spinse a tappezzare l’isola di strani manifesti recanti i simboli del suo potere ecclesiastico e un testo pieno di vituperii e personali attacchi. La violenza degli insulti fu tale che ricordo che tutti rimanemmo esterrefatti. Almeno quelli che cominciavamo ad usare il cervello, anche se ragazzini e un po’ chierichetti.

Ma Dolci non fu niente di tutto quello che, nel bene e più spesso nel male, dissero e scrissero di lui i siciliani e gli italiani del suo tempo. Non teorizzò nulla e rifiutò sempre di essere maestro di qualcuno. I conservatori lo videro come il fumo negli occhi e i progressisti lo ritennero un anarchico individualista. Fu aperto a tutte le religioni. Ebbe amici valdesi ed evangelici, buddisti e confuciani, islamici e semplicemente innamorati di un Dio inafferrabile. Fu discepolo di don Zeno e compagno di lotta di preti che apparivano non meno trasgressivi di lui. Utilizzò le idee di Don Milani per il suo progetto di Mirto, una specie di Barbiana di lusso impiantata nel cuore della Sicilia mafiosa, nel paese di Frank Coppola, capocordata del traffico di stupefacenti e partinicese diventato poi “re di Pomezia”.  Una scuola che concepì alla maniera di Pestalozzi e dei principi illuministici di Rousseau. Fu antiautoritario, espressione della cultura mitteleuropea. Caposcuola dell’antimafia quando nessuno osava neanche pensare di pronunciare in pubblico la parola mafia. Soleva ripetere spesso un proverbio cinese: “Chi guarda avanti dieci anni pianta alberi, chi guarda avanti cento anni pianta uomini”. Rifiutò di fare l’architetto per essere – come diceva- “architetto di uomini”.

Quando giunse in Sicilia con le tasche vuote e la testa piena di progetti, forse non pensava che vi si sarebbe fermato per quasi cinquant’anni. Certamente non si sentiva un turista alla ricerca di emozioni. Si lasciò alle spalle le città industriali del Nord per operare su un terreno aspro e pieno di rischi. Passò dai paesaggi limpidi e verdi della Slovenia  dov’era nato, a Sesana (allora italiana, 1924) per una terra dove le fogne scorrevano a cielo aperto e la mafia faceva perdere l’acqua dei fiumi a mare, per lucrare sui pozzi privati. Ma il suo animo conservò sempre il carattere limpido e sereno dei paesaggi verdi della sua prima infanzia. Diceva che se ami qualcuno o qualcosa prima te li devi sognare. Odiava quelli che, quando c’è da fare una fatica, fingono di portare i pesi scaricandoli in modo subdolo sugli altri.

Sesana non era Trappeto e il paesaggio di quel borgo del confine italo-jugoslavo non era quello della miseria dei pescatori abbandonati da Dio e dallo Stato. Qui, come in tutta la Sicilia, c’era da rimboccarsi le maniche e lavorare di ‘pala e pico’, senza contropartita. Le sue più grandi doti furono il coraggio, la coerenza e la difesa della dignità dell’uomo. A ogni costo. Fu un uomo con la spina dorsale sempre dritta.

Suoi amici furono Giorgio Amendola e Giorgio La Pira, Carlo Levi ed Elio Vittorini, Lucio Lombardo Radice e Gastone Canziani, Ferruccio Parri e Piero Calamandrei, Ernesto Treccani ed Ettore De Conciliis, Bruno Zevi e Mario Luzi, Johan Galtung ed Erich Fromm o Paulo Freire, al quale ultimo fu legato da un comune modo di sentire i problemi dell’educazione e da uno stesso anno che li accomunò: il 1997, quando entrambi morirono. Alcuni di loro, come molti altri ancora viventi, potrebbero testimoniare del suo insegnamento.

A Trappeto fondò un’ università popolare internazionale con ampie sale per seminari, grandissimi tavoli circolari per le discussioni, laboratori artistici. Odiava i banchi e le cattedre ed Ettore Gelpi che lo seguiva da vicino negli anni attorno al ’68 forse pensava a lui quando scrisse “Scuola senza cattedra”. Ricordo riunioni con gruppi di svedesi, norvegesi, finlandesi, americani, di diverse parti del mondo. Si recò anche in Senegal e in Ghana alla ricerca di un mondo possibile, dell’utopia concreta. In ultimo anche in Cina, con la febbre addosso e la polmonite.

Fu l’intellettuale del ‘900 più processato, ma anche la persona che seppe combinare assieme mani e cervello, azione e studio. Memorabili “lo sciopero alla rovescia” e le sue battaglie per la costruzione della diga sul fiume Jato, quando la mafia gestiva l’acqua dei pozzi vendendola a caro prezzo. I mafiosi lo tennero sempre sotto mira, ma lo Stato non fece da meno: lo processò “per spiccata tendenza a delinquere”.  Fu il primo in Italia a dimostrare l’esistenza del “sistema clientelare-mafioso”. La prima Commissione nazionale antimafia che lo ascoltò negli anni ’60, su sua stessa richiesta, per poco non lo mise sotto processo per le sue accuse contro mafiosi e deputati. Ma fu grazie a lui che un uomo come Giancarlo Caselli, col quale negli ultimi anni ebbe rapporti di stima e di affetto, decise – come ebbe a dichiarare in seguito lo stesso procuratore della Repubblica – di lasciare Torino e di lavorare a Palermo.

Fu agitatore sociale ed educatore, sognatore e uomo d’azione. Sfidò uomini di Stato e potenti, ma fu tenero con gli ultimi. Fu soprattutto laico, costruttore di futuro. Pensava che per avere un mondo diverso bisogna prima di tutto sognarlo e guardarlo con occhi diversi. Ma era il suo modo di esistere ad essere inconsueto, nuovo. Il che dava fastidio ai benpensanti e non solo a loro.

Sua caratteristica fu la rigidità nel rispetto degli orari. Scrisse che mancare a un appuntamento o ritardare era come fare un buco in una barca. Una volta rimproverò un suo amico arrivato con soli cinque minuti di ritardo. Gli disse: “La prossima volta non entri”. Per queste sue ‘manie’ poteva risultare inopportuno e fastidioso. Qualche volta veniva a svegliarmi la mattina, di buonora. Per non disturbare gli inquilini non suonava il campanello, si metteva in mezzo alla strada e mi chiamava con quel suo timbro, rimasto sempre continentale, finché non lo sentivo. Alle quattro del mattino, e in inverno. Concepiva il tempo come se fosse sempre in tempi di guerra. Aveva preso l’abitudine ad alzarsi presto dai contadini, o dai piccoli borghesi che tenevano in casa l’asino e qualche botte di vino e che dovevano essere all’ “antu” (sul posto di lavoro) prima dell’alba se volevano “guadagnarsi” la giornata. E dai grandi dirigenti contadini, come Accursio Miraglia, Placido Rizzotto e Calogero Cangelosi, tutti ammazzati dalla mafia, aveva capito molte più cose della Sicilia di quelle che forse gli stessi dirigenti sindacali del suo tempo non avevano capito. Sapeva interrogarsi e come far nascere negli altri gli interrogativi necessari perché anche in loro si mettessero in movimento certe abitudini, certi processi. Dai giornalieri, dai mezzadri, dai lavoratori agricoli aveva capito quello che c’è di più profondo nella loro cultura: il  rispetto per la natura e per gli uomini: le piante, gli alberi, le specie vegetali, le storie dei singoli e delle persone. Aveva l’ottimismo della ragione e della volontà, e per quanto conoscesse molti politici o dirigenti sindacali, pur essendone spesso amico, fu convinto che solo la fede nel cambiamento può muovere la storia. Grazie a lui fu costruita la diga sullo Jato e si organizzò il primo consorzio democratico per la gestione delle acque in Sicilia: un patrimonio delle lotte sindacali del territorio partinicese oggi finito – di Dio solo lo sa – nelle mani di quali gestori di sviluppo.

Nel marzo 1970 denunciò da una radio trasmittente (la prima radio libera d’Italia) le condizioni di abbandono delle popolazioni dei paesi della valle del Belice distrutti dal terremoto del gennaio ’68. Dopo due anni nessuna casa si era ancora costruita e quelle popolazioni morivano letteralmente di freddo e di fame. Così la “Radio libera dei poveri cristi” fu la radio che scopriva il diritto alla comunicazione, anche come diritto alla parola di chi non aveva voce per farsi ascoltare. Anticipò Peppino Impastato che lo seguì nella sua esperienza di “Radio Aut”, alcuni anni dopo. Negò l’esistenza della “comunicazione di massa” e ritenne i modelli “trasmissivi” di Berlusconi, sui quali aveva cominciato a riflettere negli ultimi tempi con viva preoccupazione, alla base di molti dei mali della nostra società e della politica.

Il suo motto fu: “Vivi in modo che in qualunque momento muori o t’ammazzano, muori contento”. Quando andai a vederlo, già morto, nella sua piccola casa di Tappeto, in una giornata di dicembre che sembrava estiva, aveva ancora il sorriso sul volto.

(Giuseppe Casarrubea)

(Fonte: “Nessi” – mailing list su Danilo Dolci)

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Lampedusa non hai capito…

Siamo sorpresi: gli abitanti siciliani di Lampedusa non avranno più modo di fare i loro show mediatici contro i migranti e i rifugiati di guerra? Si proprio loro, siciliani, che hanno invaso pacificamente il mondo intero, e non solo il nord Italia, anche dopo il secondo conflitto mondiale. Per lavorare, per continuare a vivere. Per rivendicare un diritto ad una esistenza dignitosa.

La politica internazionale della c.d. “No fly zone” si è trasformata ben presto in una guerra aperta in cui siamo coinvolti direttamente. Bengasi, in Libia, sta per cadere sotto le truppe del colonnello Gheddafi. E non bastano le rassicurazione del Premier italiano per scongiurare possibili attacchi missilistici contro l’isola italiana.

Strana questa Italia, dove la Lega si distingue per la cautela degna di appartenenti ad un Governo della Repubblica, rispetto all’ammucchiata Governo – PD, favorevole a una reazione militare da parte dell’Italia.

Ma c’è forse da stupirsi sulla partecipazione dei cd cristiani a tutte le guerre del mondo? Dopo il baciamano, le tende dei beduini a Roma, ora la vendetta militare per placare l’annullamento degli appetiti economici delle imprese italiane operanti nell’ex colonia africana. Dovevano costruire autostrade e infrastrutture.

Storie dure di queste ultime ore, drammatiche, spaventose per le conseguenze che possono generare. Possiamo solo pregare perché Dio possa perdonare il nostro peccato. Quello dei nostri governati e di coloro che stanno in silenzio. Dove il silenzio non è un atto di culto a Dio e solo a Dio. Ma complicità con un regime da cui chiediamo all’Eterno la pronta liberazione per tutti gli uomini di pace. Senza distinzione di religione o di credo politico.

Si lo diciamo apertamente quella croce che loro innalzano non ci appartiene. Poco importa se sia cattolica, evangelica o altro. Non è in nostro nome che possono giustificare una guerra. Mai. Né in Israele, né in Libia, né in Russia o qualsiasi altra latitudine e longitudine geografica. Quel Dio che hanno affisso con insistenza nelle aule scolastiche è solo un feticcio divenuto maschera della mancata sequela del Rabbuni.

Maurizio Benazzi

IL CAMMINO DELLA SAGGEZZA.

Lev Tolstoj

Gandhi Edizioni

Recensione di Laura Tussi

“Il cammino della saggezza” di Tolstoj indica un percorso di vita spirituale, un insegnamento etico e morale, attraverso i più importanti temi e più alti ideali dell’esistenza, dal pensiero alla verità, dalla fede all’anima, dall’amore alla morte, in cui il pensatore elabora concetti tramandati e rievocati da un passato remoto, comunque sempre attuale, orientato a condurre l’umanità in percorsi di proposizione di pace, di comunione solidale e fraterna e di liberazione e affrancamento dalle vanità dell’esistenza.

Nell’opera, come in un intenso breviario dello spirito, sono raccolti i pensieri e le massime dei grandi maestri della saggezza di tutti tempi, di ogni luogo e contesto storico, allo scopo di restituire all’uomo moderno confuso, spaesato, alieno dalle autentiche mete dell’essere, il senso più vero della vita, dell’umana condizione esistenziale, realizzando quella lirica osmosi “con la compresenza dei morti e dei viventi” che Capitini riteneva essere una caratteristica precipua di ogni elevata creazione del pensiero umano.

“Il cammino della saggezza”, secondo Tolstoj, è finalizzato ad una vita autentica, vera, felice, in cui la persona comprenda la pienezza essenziale dell’esistere, il senso di una condotta basata sui significati ultimi e imprescindibili dell’essere, che travalichino le passioni, oltre gli errori, le superstizioni, i pregiudizi, che inquinano e ingannano la coscienza più genuina, lasciandosi, invece, condurre in un impervio, quanto mai appagante “cammino della saggezza”, dalle dottrine di coloro che furono i più saggi fra tutti i popoli, i cui insegnamenti si sintetizzano nelle basi concettuali, riguardanti le questioni fondanti dell’essere e dell’esistere. L’opera di Tolstoj rivela gli scopi, le finalità della vita umana e la condotta da osservare, non per mero moralismo e spirito puritano e devoto, ma per riconoscere, recuperare e riattualizzare il vero senso dell’umanità, al di là delle grandi orchestrazioni metafisiche, elaborando così pensieri che liberino dalle prigioni anguste del male, dell’egoismo esacerbato, del solipsismo esasperato, dell’individualismo patologico portato all’eccesso e per questo deleterio della libertà altrui.

L’Autore fa tesoro dei concetti alti e ultimi del sentire disinteressato prodotto dalla saggezza delle genti e dei popoli per andare oltre l’angusto delle prigioni dell’essere, per liberare l’umanità dalle tentazioni, dalle superstizioni, dai pregiudizi, attraverso le elaborazioni e le creazioni concettuali più elevate dello spirito e le elaborazioni veritiere del pensiero. Il principale ausilio, per l’umanità, nel liberarsi dalle abiezioni, consiste nel potersi unire, in un afflato umanistico, nell’attività del ragionamento, in percorsi spirituali di pace e assenza di violenza, a tutti i saggi e i santi del mondo che sono vissuti in tempi passati e remoti, nella magnifica economia della storia umana, in cui, nonostante l’eclissarsi dei grandi slanci creativi dello spirito, nulla di essenziale va perduto e il flusso e riflusso delle vicendevoli relazioni con i nostri padri, gli antenati, per la trasmissione ai posteri, formano una corrente di saggezza, un fluire umano di valori e significati che arricchiscono le persone e fecondano l’umanità di alti ideali di pace, solidarietà e altruismo, tramite orizzonti e ponti ideali di dialogo, libere reti culturali di relazioni, nell’aprire laici e spirituali varchi di speranza, per favorire prospettive di pace che superino gli odi ancestrali tra popoli, genti e minoranze, oltre le barriere ideologiche, i muri caratteriali, creando così contesti di fraternità, accoglienza, legami e relazioni di idee, nel bisogno di amore per la comunione tra esseri umani, tra donne e uomini in cammino, in ricerca e confronto comunitario, attraverso la forza della verità, per un avvenire migliore.

Laura Tussi, Istituto Comprensivo Via Prati, Desio (Monza e Brianza)

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Invito

«Il conflitto israelo-palestinese raccontato da operatori di pace»

Incontro pubblico promosso da Confronti

in collaborazione con

Fondazione, Centro Internazionale Studenti e Opera per la gioventù Giorgio La Pira; Amicizia ebraico cristiana

Coordinamento riviste italiane di cultura (CRIC)

Corso di Laurea Operazioni di pace, gestione e mediazione dei conflitti – Università di Firenze

Circolo Fratelli Rosselli

 24 febbraio – ore 18

con

Asher Salah (critico e docente di cinema – israeliano)

e

Mohammad Bakri (regista, attore palestinese) 

Modera l’incontro  –  Valdo Spini

Presiede  –  Mario Primicerio

presso Fondazione Giorgio La Pira

Via La Pira, 5 . Firenze

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Guerra e pace: un contributo islamico

Riflessione della settimana:

 

Accuso nel mio libro (Il Regno di Dio è in Voi) i dottori della chiesa d’insegnare una dottrina contraria ai precetti del Cristo, nettamente formulati nel Sermone della montagna e contraria soprattutto al comandamento della non-resistenza al male e di togliere questo fatto alla dottrina del Cristo tutta la sua importanza.

(Leone Tolstoi) 

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Proponiamo uno degli scritti dell’amico sufi, invitandovi a consultare il sito della Confraternita di cui è Vicario generale in Italia: è il rinnovo di un’amicizia che anche nella distretta di una malattia ci trova partecipi alle sue vicende personali e comunitarie. Tutti i siti più significativi o raccoglitori di link di siti li trovate nella nostra pagina iniziale del sito www.ecumenici.eu , anch’esso questo mese raggiunge il livello record (per noi) di visite e pagine viste.

Il Suo apporto alla causa della Pace è fondamentale in Italia e nell’area islamica, E’ un patriota e riconosciuto tale dalla stessa Turchia, le cui autorità religiose, universitarie e governative non hanno mai fatto mancare il proprio sostegno e apprezzamento.  E’ facile che stringa amicizia con un rabbino persiano, un frate milanese o un noto cantante siciliano come Battiato.  Sono fatti del tutto naturali nella sfera spirituale di coloro che non spengono la luce interiore.

Noi ne vediamo sempre il chiarore. Ringraziamo l’Altissimo e  il Misericordioso per la Grazia di averci fatto conoscere questa stella che indica la direzione dell’Oriente.

Virgilio Eneide (XI, 362). “Nulla salus in bello: pacem te poscimus omnes.”

(Nessun bene dalla guerra; Pace, noi tutti ti invochiamo). 

GUERRA E PACE

 Premessa

Un bicchiere d’acqua. Se lo rovescio l’acqua cade, e giunta a terra, se vi è una fessura, penetra sempre più in basso, sempre più nel profondo buio. Perché salga al cielo occorre che io la faccia bollire affinché divenga vapore acqueo grazie al fuoco e al tempo. Così è l’uomo: affinché non cada in basso è necessario uno sforzo costante, buona volontà, attenzione. Le religioni, tutte le religioni lo aiutano a seguire le vie del bene, a sfuggire alle tentazioni di questo basso mondo che come seduzioni diaboliche lo vogliono trascinare al godimento temporale, ma contemporaneamente al male.

Così è anche la religione islamica. Nonostante che in suo nome – così come è avvenuto anche per le altre religioni – integralisti, estremisti, terroristi, gente insomma malvagia, egoista, deviata e senza raziocinio alcuno trascinino il nome dell’Îslâm nel fango, anche se l’Îslâm in questo non c’entra proprio per nulla, anche se le loro azioni sono esattamente il contrario di ciò che l’Îslâm insegna.

Il male è forte, ed è necessaria una grande forza per contrastare la malvagità di politici corrotti, di esseri in mala fede, degli arrivisti egoisticamente impazziti, dei detrattori di questa e di ogni altra religione. Chi parla male di una religione, l’Îslâm o qualsiasi altra, non capisce la luce della Fede che è in ciascuna di esse, e nega a se stesso la bontà divina che Dio ha comunque concesso ad ogni essere umano, poiché “ogni” essere umano è sua creatura.

La pace

Il saluto usuale di un musulmano è: âlSalâm âleikum, la pace sia con voi. E, dice il Corano(36ª58): La parola di Dio è “Pace”. I cattolici hanno la bellissima frase Gloria in excelsis Deo et in terra pax hominibus bonae voluntatis. “Pace agli uomini di buona volontà” è anche un concetto che si legge nel Corano, Corano in cui la parola “pace” è citata trentacinque volte. Dice il Corano (10ª25): Dio chiama al soggiorno della Pace, e dirige chi Egli vuole sulla via diritta. (15ª46) Entrate[ in Paradiso] in pace e con sicurezza. (16ª32) Le persone che sono buone vengono chiamate dagli angeli, che dicono loro: “La Pace sia con voi; entrate in Paradiso, come ricompensa delle vostre azioni”.

La pace è anche la qualità dei maggiori profeti. Si legge infatti nel Corano: (20ª47) [Gli angeli dissero a Mosè:] “Pace su chiunque segue una giusta Via”. (19ª15) Di Gesù il Corano dice: La pace su di lui il giorno in cui nacque, il giorno in cui morirà, e il giorno in cui verrà resuscitato vivo. (19ª33) E ancora nel Corano Gesù stesso ripete: La pace su di me il giorno in cui io nacqui, il giorno in cui morirò e il giorno in cui sarò resuscitato vivo.

Vediamo ora l’attualizzazione della pace fra le varie comunità del mondo, ossia fra i diversi gruppi etnici e religiosi della terra. Dice il Corano (11ª118): Se il Signore avesse voluto, avrebbe fatto delle genti una sola comunità. E in 16ª 93: Se Dio avesse voluto, certo, avrebbe dato a voi una comunità (una religione) unica. La varietà di comunità serve dunque, sempre come dice il Corano, perché esse si confrontino reciprocamente, concorrano l’una l’altra nel bene, e nessuna prevarichi su altre.

Certo, queste comunità spesso hanno disatteso l’unità universale che è in definitiva l’unità dell’Uno in assoluto, Dio. Sarebbe necessario oggi recuperare la dimensione religiosa delle varie culture umane, ed ogni credente, di qualsiasi religione sia, dovrebbe capire che tutte le religioni partono da un unico ceppo; sono tutte frammenti di un unico grande specchio, e come ci si può specchiare nello specchio intatto, così ci si specchia (parzialmente) in ogni suo frammento. Questo è senz’altro il primo, essenziale passo, verso la pace universale.

Jalâl âlDîn Rûmî (il san Francesco dei Sufi, 1207-1273) scrisse: “Le vie sono diverse, la meta è unica. Non sai che molte vie conducono a una sola meta? La meta non appartiene né alla miscredenza né alla fede; lì non sussiste contraddizione alcuna. Quando la gente vi giunge, le dispute e le controversie che sorsero durante il cammino si appianano; e chi si diceva l’un l’altro durante la strada “tu sei un empio” dimentica allora il litigio, poiché la meta è unica”. Questo non è “superamento” della religione, ma “rispetto” d’ogni religione, come insegna lo stesso Corano, e la chiave di volta è il dialogo. Il dialogo ha come scopo la scoperta dei valori comuni e il rispetto dei valori altrui.

La guerra

In arabo “guerra” si dice harb, termine che appare nel Corano 9 volte. Anche qitâl, muqâtâl, radicale che si legge nel Versetto 2ª190: Combattete [qâtilûâ] sulla Via di Dio quelli che vi combattono, ma non eccedete. Certo, Dio non ama quelli che eccedono. Il termine “lotta” 9 volte. “Combattimento”, in modo esplicito ed implicito, in tutti i suoi significanti e tutte le sue accezioni, 30 volte.

Il termine jihâd significa “sforzo”, ed appare nel Corano cinque volte, indicando chiaramente lo sforzo che ognuno deve compiere all’interno del sé per vincere le proprie passionalità terrene ed i propri egoismi. In Occidente è stato tradotto a volte con “Guerra santa”, termine quest’ultimo coniato da Pietro l’Eremita nel 1096, quando organizzò la Prima Crociata; ma è una traduzione del tutto errata e capziosa. In arabo Guerra santa si dice âlharam âlqitâl, o anche âlharb âlquds, termini che non appaiono mai nel Corano, per il quale dunque, in effetti, nessuna guerra è santa.

Si tenga presente, comunque, che il Corano, come la Bibbia, è anche un libro storico; quindi dà relazioni di battaglie del tempo del Profeta, e tali accenni al combattimento sono da riferirsi al tempo e alle circostanze, e non fanno parte dei precetti religiosi.

D’altronde il Corano dice (17ª33): E, salvo un diritto, non uccidete la vita; Dio l’ha resa sacra. E in 5ª22: Abbiamo prescritto (ai figli di Israele) che chiunque uccide un essere umano non colpevole d’assassinio o di corruzione sulla terra è come se avesse ucciso tutta l’umanità; e chiunque gli concede salva la vita, è come se facesse dono della vita a tutta l’umanità.

Riguardo a ciò ecco un chiaro hadîth del Profeta: “Quando due musulmani si gettano l’uno contro l’altro con la spada in mano, entrambi, assassino e vittima, andranno all’inferno (Bukhârî, II,22).” E ancor più specifico, il Corano ingiunge, in 4ª93: Chiunque uccide un credente, la sua ricompensa è l’Inferno, e vi rimarrà in eterno. E su di lui la collera di Dio e la Sua maledizione, e gli prepara un castigo enorme.

Per il Corano, come ho detto, la guerra è solo di difesa, ed è autorizzata in casi specifici. 22ª39-40: Ne è data autorizzazione a coloro che sono attaccati, dal momento che in verità sono lesi (e Dio è certo atto a soccorrerli); e a coloro che sono espulsi dalle loro dimore senza diritto (solo perché dicevano: “Dio è il nostro signore”). Se Dio non difendesse le genti deboli quando contro di esse muovono guerra le genti malvagie e violente, le abbazie verrebbero demolite, e così le chiese, le sinagoghe, le moschee, in cui il Nome di Dio è molto invocato. Dio sostiene coloro che Lo adorano. Dio certo è forte, è potente.

Quindi: nessuna guerra di religione. Nessuna guerra per imporre la religione. Lo dice il Corano (2ª256) Nessuna costrizione in fatto di religione: la giusta direzione si distingua da sé dall’errore, e chiunque rinnega il Ribelle e crede in Dio ha afferrato l’ansa più solida, che non si spezza. Dio sente e sa. Ancora nel Corano (23ª62) Dio dice: Io non costringo nessuno, se non secondo le sue capacità. E nessuno verrà leso, poiché il detentore del Libro che dice la verità sono Io. D’altronde il Corano vieta di considerare ebrei e cristiani come nemici dell’Îslâm a causa della loro religione, poiché dice (29ª46): Con le genti del Libro parlate in modo cortese (salvo che con coloro che sono ingiusti). E dite loro: “Crediamo in ciò che è stato rivelato a voi e in ciò che è stato rivelato a noi; il nostro Dio è lo stesso vostro Dio. A Lui noi siamo sottomessi”.

Va considerato inoltre che per il Corano, la religiosità non consiste soltanto nel seguire un ritualismo, e basta. Il Corano enuncia chiaramente: (2ª177) La religiosità non consiste nel volgere il vostro volto verso oriente o verso occidente. La religiosità consiste […] nel dare per amor Suo dei propri beni ai parenti, agli orfani, agli indigenti, ai viaggiatori, ai mendicanti, e per la liberazione degli schiavi; nell’osservare la preghiera, nel versare la zakàt. Sono veri credenti quelli che rimangono fedeli agli impegni assunti, che sono perseveranti nelle avversità, nel dolore e nel momento del pericolo. Ecco le genti sincere. E ancora (25ª63-76): Ecco come sono i servi del Misericordioso: camminano sulla terra con umiltà; quando gli ignari si rivolgono loro, dicono loro: “Pace” […]. Quando dispensano, non sono né prodighi né avari, poiché il giusto sta nel mezzo; e non invocano altra divinità accanto a Dio; e non uccidono anima alcuna se non secondo diritto, perché Dio l’ha proibito; e non compiono atti osceni; chiunque lo fa incorre nel peccato, avrà un castigo doppio il giorno della resurrezione, e rimarrà oppresso dall’ignominia, a meno che non si penta, creda e compia opera buona; perché a quelli Dio muterà il male in bene – perché Dio è perdonatore, compassionevole. E non testimoniano falsamente, e passano nobilmente attraverso la vanità; e quando i versetti di Dio sono recitati non rimangono sordi e ciechi. E dicono: Signore, da’ a noi, alle nostre mogli, ai nostri discendenti, la serenità; e fa’ di noi un esempio ai fedeli”.

Poi chiaramente il Corano indica quale deve essere l’atteggiamento del musulmano nei confronti delle altre religioni rivelate: (2ª 62) Sì, i musulmani, gli ebrei, i Cristiani, i Sabei, chiunque ha creduto in Dio e nel Giorno ultimo e compiuto opera buona, per costoro la loro ricompensa presso il Signore. Su di loro nessun timore, e non verranno afflitti.

(2ª136) Dì: noi crediamo in Dio, in quel che ci ha rivelato, e in quello che ha rivelato ad Abramo, a Ismaele, a Isacco, a Giacobbe, alle Tribù, in quel che è stato dato a Mosè e a Gesù, e in quel che è stato dato ai profeti dal loro Signore: noi non facciamo differenza alcuna con nessuno di loro. E a Lui noi siamo sottomessi. (5ª 68-69) Dì: Genti del Libro, sarete sul nulla fintanto che non seguirete la Thora, il Vangelo e ciò che vi è stato rivelato dal vostro Signore […]. Sì, i musulmani, gli Ebrei, i Sabei, i Cristiani – chiunque crede in Dio e nel Giorno ultimo e compie opera buona -nessun timore per loro e non verranno afflitti.

(4ª163-165) Sì, noi ti abbiamo fatto rivelazione, come Noi abbiamo fatto rivelazione a Noè e ai profeti dopo di lui. E noi abbiamo fatto rivelazione ad Abramo, a Ismaele, a Isacco, a Giacobbe, e alle Tribù, a Gesù, a Giobbe, a Giona, ad Aronne, a Salomone, e abbiamo dato il Salterio a Davide. Per comunicare con Mosè Dio ha parlato. E vi sono dei messaggeri di cui ti abbiamo narrato in precedenza, e messaggeri di cui non ti abbiamo narrato, messaggeri annunciatori e messaggeri avvertitori, affinché dopo i messaggeri non ci fossero più per le genti argomenti contro Dio. E Dio è Potente e Saggio

Ma continuiamo a leggere che cosa dice il Corano a proposito della tolleranza interreligiosa: (9ª6) Se un idolatra ti chiede asilo, concedigli asilo. Ascolterà la Parola di Dio. Poi fallo giungere in un luogo per lui sicuro. Ciò perché in verità è gente ignara. (18ª29) La verità emana dal Signore. Creda chi vuole, non creda chi non vuole. E inoltre il Corano afferma il rispetto per i culti di tutte le religioni: Dio dice (22°67) Ad ogni religione abbiamo dato i suoi riti che vanno osservati. Perciò non discutano con te: invitali al Signore, e allora sarai su una giusta Via.

D’altronde lo stesso Profeta disse: “Tre sono i nemici dell’Îslâm: gli estremisti, gli estremisti, gli estremisti.” Nulla vieta di intendere come estremisti sia gli integralisti, sia i terroristi. **

Oggi tutti invocano la pace, ma secondo i concetti di Seyyd Hossein Nasr, grande filosofo iraniano contemporaneo, “La Pace non è mai raggiunta proprio perché dal punto di vista metafisico è assurdo aspettarsi che una cultura consumistica ed egoistica, dimentica di Dio e dei valori dello spirito, possa darsi la pace. La pace fra gli esseri umani è il risultato della pace con se stessi, con Dio, con la natura, secondo una componente etica che abbia superato false morali, preconcetti, interessi unilaterali e presuntuose ignoranze. Essa è il risultato dell’equilibrio e dell’armonia che si possono realizzare soltanto aderendo agli ideali precipui delle correnti mistiche. In questo contesto è quindi di vitale importanza la pace fra le religioni.

“In tema di pace va poi detto qualcosa a proposito della “pace interiore”, che oggi gli esseri umani cercano disperatamente tanto da aver favorito l’insediamento in Occidente di pseudo-yoghi e di falsi guaritori spirituali. In realtà si avverte per istinto l’importanza dell’ascesa mistica ed etica, ma ben pochi accettano di sottoporsi alla disciplina di una tradizione autentica, la sola che possa produrre effetti positivi”. (fine citazione)

Il senso della pace, insomma, non è ancora il senso cosciente della condizione umana, quale la fede in Dio e l’adesione sincera alla religione (qualsiasi essa sia) suscitano autenticamente in ogni essere umano.

I Sufi dicono che l’Ebraismo è la religione della SPERANZA, il Cristianesimo è la religione dell’AMORE, l’Islâm è la religione della FEDE. Ed ecco: questo è il terzo polo, equilibrio delle vicende umane in tutta la loro estensione: la Fede, la Speranza e l’Amore, origini della mistica, della spiritualità, dei valori sublimati che ci conducono alla comprensione di Dio, nostro Signore unico ed assoluto, il Creatore di tutto. La comprensione dei “valori dell’altro”, il giusto equilibrio fra rispetto e reciproca conoscenza, sono i valori eminenti che possono restituire al mondo, dopo due millenni di incomprensioni e di lotte fratricide, la pace cui tutti gli “uomini di buona volontà” ambiscono.

Nella Bibbia Dio chiede a Caino: “Caino, dove è tuo fratello Abele?”. Il più alto grado di comprensione di Dio, la settima tappa nella evoluzione mistica, è simbolizzato per i mistici musulmani, i Sufi, dai termini “ritmo e simmetria”. Secondo la simmetria, tocca allora a noi porci la domanda: “Uomo, dove è Caino?”; e tocca a noi scoprire che è in ciascuno di noi. Il nostro sforzo, il nostro jihad maggiore, è vincere questo nemico di noi stessi che è in ciascuno di noi, ed operare una comprensione del cuore verso tutte le creature di Dio. Poiché tutto ciò che è in questo mondo fenomenico è creato da Dio, e allora noi siamo tutti fratelli. Voglia Dio che noi si sia fratelli di Abele, non di Caino, ma spetta a ciascuno di noi – in prima persona – compiere lo sforzo individuale per esserlo.

Concluderò infine con una novelletta, che nel 1946 pubblicai nel “Corrierino dei Piccoli” sotto lo pseudonimo di Manlio Gabrielli.

All’inizio dei tempi, vivevano su una splendida isola tropicale Serenità, Buon Umore, Saggezza, Gratitudine, Perseveranza, Amore, e Bontà. Un brutto giorno approdò a quell’isola la Malvagità, e l’isola cominciò a tremare. Tutti seppero che da lì a poco si sarebbe sprofondata nell’Oceano – accade anche alle cose migliori – e i sette compagni cercarono di mettersi in salvo sull’unica nave che possedevano.

Essa però aveva solo cinque posti. Allora l’Amore, poiché amava tutti, e la Bontà, nella sua infinita bontà, dissero agli altri di imbarcarsi, e rimasero nell’isola pericolante. Poco dopo passò la nave della Ricchezza, e i due chiesero: “Ci puoi portare con te?” “Non posso – rispose. – Ci sono troppo oro e troppi gioielli sulla mia nave, non c’è più posto per nessuno.”

Poco dopo passò la nave dell’Orgoglio, che alla domanda d’aiuto diede questa riposta: “Non posso: qui ogni cosa è così superbamente perfetta, che se imbarcassi anche voi mi rovinereste tutto.”

Passò poi la Depressione, che a sua volta rispose: “Sono così sconsolata e triste che ho bisogno di rimanere sola.” Anche l’Ignavia passò, ma quasi senza sentire le grida di richiamo, perduta com’era nella propria indolenza.

Ed ecco, quasi al limitare del disastro, avvicinarsi veloce la barca del Tempo, agile e snella, a vele spiegate. Ascoltò Amore e Speranza e disse: “Il mio naviglio è leggero, e deve correre rapido. Perciò porto con me solo Amore.” In effetti solo il Tempo sa quanto vale l’Amore.

Ed ecco ultima, proprio ultima, passare una piccola nave. La Bontà chiese aiuto, fu imbarcata, e dopo lunga navigazione eccoli giungere alla terra ferma. La Bontà, alla fine in salvo, si volse allora alla sua salvatrice e chiese: “Adesso dimmi chi sei. Come ti chiami?” E quella: “Io sono la Speranza.”

* * *

* Atteniamoci al vocabolario: dal radicale J-H-D, ricchissimo di morfemi, abbiamo il verbo di prima forma jahada (fi): sforzarsi, applicarsi con zelo, usare diligenza; di quarta forma âjhada: incitare al bene, spronare allo zelo, applicarsi, affaticare; di ottava forma îjtahada: applicare il proprio acume a trarre norme giuridiche dal Corano e dagli âhâdîth. Il muj-tahid è il dotto che trae le norme giuridiche, il dotto nelle scienze teologiche, il diligente, lo zelante; la îjtihâd è l’applicazione, l’assiduità, l’iniziativa zelante, il lavoro fatto dai dotti per trarre norme giuridiche; juhd è lo sforzo, l’applicazione, come jahd (plurale juhwd): assiduità, applicazione, abilità, lavoro, fatica. Nel Corano è ben distinto il “piccolo sforzo” (âlJihâd âlÂAsghar) che può essere accorpato alla guerra difensionale, dal “grande sforzo” (âlJihâd âlÂkbar), che è lo sforzo esercitato da ciascuno all’interno di se stesso per evolvere, vincere le proprie passioni, educare la propria psiche.

Gabriele Mandel khân, Vicario generale per l’Italia della Confraternita sufi Jerrahi-Halveti

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Una donna per la Pace

C’è chi propone eroi militari in queste ore: noi no!  Siamo ancora attoniti dall’alleanza politica trasversale in favore della guerra in Afghanistan.

Suggeriamo in ogni caso come modello una donna italiana, vissuta per la Pace. Quella con la P maiuscola e non scritta dai burocrati di partito di destra e di sinistra

 

Elena Fischli Dreher (1913-2005), donna di azione e di fede
(Piera Egidi Bouchard) Elena Fischli-Dreher è stata una grande figura di donna e di credente dalla fede intensa, spentasi a novantadue anni, a Zurigo, nel 2005.
Nata a Milano nel 1913, attiva con Mario Rollier nel Partito d’Azione e nel Comitato di Liberazione Nazionale (Cln), medaglia d’oro della Resistenza, svolse con grande dedizione l’attività nei “Gruppi di Difesa delle donne”, con il compito di entrare in contatto con le compagne dei perseguitati politici e dei deportati, di assisterle con il denaro inviato dagli alleati e di sensibilizzarle alla lotta politica. Creò una fitta rete di persone per il volantinaggio, la ricerca di rifugi sicuri, di luoghi per le riunioni clandestine, di documenti, lasciapassare, carte annonarie. Alla sua opera instancabile si deve la vita di tanti feriti a cui lei trovava posto negli ospedali, o ricercati, a cui assicurava un nascondiglio.

Resistenza e impegno politico
Negli anni della Resistenza, Elena Fischli fu incaricata dal comando del Cln di trovare un rifugio sicuro per Ferruccio Parri, che lei nascose da amici di famiglia genovesi, nella casa della loro vecchia balia. E a Liberazione avvenuta fu proprio lei a comunicare in via ufficiale a questi amici, su carta intestata del Comune di Milano, che il loro ospite di allora era diventato presidente del Consiglio. Subito dopo la Liberazione, infatti, Elena aveva ricevuto da Mario Rollier la notizia di essere stata nominata assessore all’Assistenza del Comune di Milano: “Fui così la prima donna nella storia italiana ad avere un incarico di ufficiale pubblico”, testimoniò. “Due giorni dopo Ada Gobetti, con la quale ebbi un ottimo rapporto e che vedevo spesso a Milano nella sede centrale del Cln, veniva nominata vicesindaco di Torino. E Lucia Corti venne nominata Alto Commissario per i deportati, mentre stuoli di donne provvidero al centro di assistenza con indumenti, cibi, medicinali e ogni genere di conforto”.

Attività politica a Milano
Elena Fischli-Dreher dovette scontrarsi, come molte altre donne impegnate nel lavoro politico del dopoguerra e fino a oggi, con la difficoltà di farsi ascoltare e intendere: “Non mi è sempre stato facile far valere la mia opinione e il mio punto di vista con i colleghi della Giunta comunale di Milano”, scrisse nel gennaio 1999, sulle pagine di Voce evangelica (svizzera), “e avevo imparato a far mettere a verbale ogni mio intervento. Ma fu comunque un anno intenso di buona collaborazione animata dal desiderio di ricostruire rapporti e progetti che potessero davvero servire al bene della cittadinanza”.
E a Milano, prima del suo trasferimento a Zurigo nel 1949, Elena fondò anche la prima scuola di Servizio sociale.

Impegno a favore dei lavoratori italiani
Negli anni ‘60, Elena Fischli-Dreher, ormai trasferitasi a Zurigo, fu attivissima in varie iniziative a difesa dei lavoratori italiani immigrati in Svizzera: lottò contro le iniziative xenofobe volte a rimandare a casa buona parte degli operai italiani e fu tra i fondatori del Gruppo di Contatto italo-svizzero che propose nuove modalità di elaborazione delle problematiche riguardanti l’integrazione dei lavoratori stranieri in Svizzera.
Fortemente impegnata nelle attività della Chiesa evangelica di lingua italiana di Zurigo, negli ultimi anni della sua vita fece parte del movimento pacifista delle “Donne per la pace”, organizzatore di manifestazioni silenziose contro ogni forma di violenza e lo strumento della guerra e animatore dei “culti politici”, culti evangelici, di respiro ecumenico, durante i quali la riflessione era dedicata a temi di attualità sociale e politica.

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