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Giornata mondiale per l’abolizione della pena di morte

Giornata mondiale per l’abolizione della pena di morte

 

venerdì 8 ottobre ore 20:30

Faenza, Palazzo Manfredi, Piazza del Popolo 31, Sala Bigari

 

Uno strano frutto, un amaro raccolto.

La pena di morte negli Stati Uniti e Giappone

e strategie per l’abolizione.

 

Discussione con Yukari Saito

(rappresentante della associazione abolizionista giapponese Forum 90

e del centro di documentazione Semi Sotto la Neve) e

Claudio Giusti

(co-fondatore della World Coalition Against the Death Penalty)

Organizzato da Claudia Caroli, Alessia Bruni, Cristiana Bruni e Claudio Giusti

in collaborazione con Amnesty International gruppo Italia 193 Imola

e con Legambiente Faenza

 

 

 

venerdì 8 ottobre, ore 10:00 Faenza

Museo Internazionale delle Ceramiche

Uno strano frutto, un amaro raccolto:

la pena di morte in Italia, Usa e Giappone

 

Relazioni di:
Christine Weise,

Presidente della Sezione Italiana di Amnesty International

“La pena di morte nel mondo”

 

Alessandro Luparini,

del Centro Archivi del Novecento di Ravenna

“L’abolizione della pena di morte nel Regno d’Italia (1861-1890)”

 

Claudio Giusti,

del Comitato Scientifico dell’Osservatorio sulla Legalità e i Diritti

“Stati Uniti d’America: dal linciaggio alla pena di morte”

 

“Il cappio giapponese: un nodo di potere difficile da sciogliere”

Yukari Saito, rappresentante dell’associazione abolizionista giapponese

Forum 90 e del centro di documentazione Semi Sotto la Neve

e Claudia Caroli, segreteria dell’organizzazione abolizionista PeACE

 

Letture, danze e commenti musicali:

Roberto Bartoli, Marco Boschi, Valentina Caggio, Andrea Pedna,

Paola Sabbatani, Renato Ciccarelli, Sabrina Ciani, Fabrizio Morselli

Organizzato dal Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza (MIC)

e da Claudia Caroli, Alessia Bruni, Cristiana Bruni e Claudio Giusti

 

In collaborazione con:

Dott. Claudio Giusti

Via Don Minzoni 40, 47100 Forlì, Italia
Tel.  39/0543/401562     39/340/4872522
e-mail  giusticlaudio@alice.it

http://www.osservatoriosullalegalita.org/special/penam.htm

 

 

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Abbiamo perso

www.ecumenics.org                             www.ecumenici.info


23rd  September 2010

23rd  September 1779   “’I have not yet begun to fight!’”

We lost.

I hoped the Sakineh Mohammadi Ashtani affair had push Virginia’s Governor to grant clemency to mental impaired Teresa Lewis, but I was wrong.

Now Iran can easily kill Sakineh, who was condemned for the same crime of Teresa.

But vice versa Iran can save her life acting as an humanitarian country and, in the same time, hang some dozens unknown wretches.

At any rate it will be a defeat for us “non-profit” abolitionists.

But the fight goes on

http://www.faenzanotizie.it/main/index.php?id_pag=23&id_blog_post=4308

 

Dott. Claudio Giusti

Via Don Minzoni 40, 47100 Forlì, Italia
Tel.  39/0543/401562     39/340/4872522
e-mail  giusticlaudio@alice.it

http://www.osservatoriosullalegalita.org/special/penam.htm

Member of the Scientific Committee of Osservatorio sulla Legalità e i Diritti, Claudio Giusti had the privilege and the honour to participate in the first congress of the Italian Section of Amnesty International: later he was one of the founders of the World Coalition Against The Death Penalty.

Abbiamo perso

Speravo che la vicenda di Sakineh Mohammadi Ashtani avrebbe spinto il Governatore della Virginia a concedere la grazia alla ritardata mentale Teresa Lewis, ma mi illudevo.

Ora l’Iran potrà tranquillamente uccidere Sakineh, colpevole dello stesso delitto di Teresa.

Oppure utilizzerà l’occasione per mostrare il suo spirito umanitario e concedere la grazia, intanto che impicca qualche dozzina di sconosciuti.

Comunque vadano le cose noi abolizionisti “no-profit” abbiamo perso una battaglia.

Ma la lotta continua

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Riceviamo da Francesca Costantino, 22 settembre alle ore 21.53:
Grazie! Ricevo e leggo sempre con molto interesse le sue newsletter anche se non ho mai dato cenno.
Spero voglia gradire questo mio video con gospel in sottofondo :)
Buona serata, …
Francesca

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Caini

18/12/1865      Gli USA aboliscono la schiavitù

18/12/1965      l’Inghilterra abolisce la pena di morte

LA FURBATA DEL TROMBONE, DELLA SANTA E DEL FICO FIORONE.

C’era una volta il Movimento Abolizionista.
Era un movimento piccolo ma tosto.

Era solito vincere le sue battaglie perché formato da gente preparata che leggeva, scriveva e convinceva.

Ottenne il suo successo più grande nel 1989, quando le Nazioni Unite approvarono il Secondo Protocollo: quello al cui primo articolo si legge che “Nessuno … sarà giustiziato”.

http://www.worldcoalition.org/modules/smartsection/item.php?itemid=378
Purtroppo le risoluzioni dell’Assemblea Generale dell’ONU non hanno potere coercitivo e non possono costringere un governo a fare quello che non vuol fare. Così il Secondo Protocollo si aggiunse ai molti atti abolizionisti delle NU; mentre il Movimento continuava a convincere i paesi a chiudere con la pena capitale.

http://www.paulrougeau.altervista.org/foglio%20145.htm

Fu a questo punto che arrivarono i Furbini.

Costoro, che nulla sapevano di pena di morte e diritti umani, ma erano bravissimi a farsi pubblicità, si proclamarono gli unici veri abolizionisti e tirarono fuori la Furbata del trombone, della santa e del fico fiorone.

Perché chiedere l’abolizione della pena di morte? – dicevano – Perché condurre queste assurde battaglie fondamentaliste?

Lavoriamo da furbi, agiamo d’astuzia, facciamo un passo verso i forcaioli e offriamo loro un “punto di equilibrio”. Chiediamogli solo una moratoria delle esecuzioni. Così da portarli dalla nostra parte senza che nemmeno se ne accorgano.
Proponiamo quindi:

 “un compromesso creativo con la pena di morte, un luogo di incontro, il minimo comune denominatore tra abolizionisti e mantenitori: i paesi che la hanno abolita fanno un passo verso coloro che ancora la prevedono nelle leggi e la praticano, i paesi che la mantengono e la praticano fanno un passo verso gli abolizionisti e, pur mantenendola nei codici, decidono di non eseguirla.”
I Furbini non furono mai in grado di spiegare per quale oscura ragione i paesi forcaioli avrebbero dovuto accettare la moratoria e per quale arcano motivo avrebbero dovuto abboccare al “compromesso creativo” sospendendo le esecuzioni, ma l’idea piacque (anche se solo in Italia) e l’avventura ebbe inizio.

Incredibilmente, nel 1994 e nel 1999, la Furbata parve funzionare.

Alle Nazioni Unite i paesi forcaioli si mostrarono disposti ad approvare un documento in cui si proponeva una sospensione delle esecuzioni. Purtroppo lo avrebbero votato solo se questo avesse contenuto il famoso “Emendamento Singapore”. Ovvero: i forcaioli firmavano una Risoluzione sulla moratoria delle esecuzioni che non valeva nulla e non li obbligava a nulla, ma intanto ci infilavano dentro la perentoria affermazione dell’assoluta sovranità statale in materia di pene e punizioni. Per fortuna i paesi abolizionisti mandarono tutto all’aria.

Anatema! Anatema!

I Furbini starnazzavano.
Anatema! Anatema!

Avete distrutto le speranze dei condannati a morte!

Siete complici dei boia!

Siete solo degli antiamericani!

Anatema! Anatema su di voi!

Così, di insulto in insulto, si è arrivati a una nuova edizione della Furbata del trombone, della santa e del fico fiorone.

I Furbini ora si pavoneggiano, ma, intanto che loro starnazzavano, il Movimento aveva portato il numero dei paesi abolizionisti a superare quello dei forcaioli. 

I Furbini si vantano, ma i paesi forcaioli, alla faccia del compromesso creativo, non hanno votato la Risoluzione sulla moratoria del 2007 perché questa non contiene il famigerato “Emendamento Singapore”.

Comunque, al di fuori del nostro paese, nessuno si è accorto di nulla.

C’era una volta il Movimento Abolizionista.
Speriamo ci sia anche domani.

Dott. Claudio Giusti

Via Don Minzoni 40, 47100 Forlì, Italia
Tel.  39/0543/401562     39/340/4872522
e-mail  giusticlaudio@aliceposta.it 

http://www.osservatoriosullalegalita.org/special/penam.htm

Claudio Giusti ha avuto il privilegio e l’onore di partecipare al primo congresso della sezione italiana di Amnesty International e in seguito è stato uno dei fondatori della World Coalition Against The Death Penalty. Fa parte del Comitato Scientifico dell’Osservatorio sulla Legalità e i Diritti.

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Ammissione di colpevolezza

Ad Ecumenici è giunta una protesta (in inglese) riguardo ad alcune posizioni- tutte argomentate – dell’amico Claudio che qui scrive e di cui ignoro i suoi convincimenti religiosi. Noi ci limitiamo a trasmettere le note all’autore ma anche a confermare la nostra stima e il nostro apprezzamento per il contenuto.
A ben vedere noi non siamo solo contro la pena di morte fisica ma anche contro quella spirituale (leggi per favore ergastolo) . Se poi nell’ambito della mailing list cattolici o evangelici ritengono di non identificarsi con gli articoli sono invitati a comunicarci la loro disiscrizione quanto prima. Ecumenici è infatti un foglio di pensiero quacchero e non un forum. Si fa’ testimonianza e se il dissenso verte su questo tipo di tematica siamo ben felici anche degli addii. Inevitabili nella vita di tutt* e che a volte possono essere anche benedetti da Dio. Oltre che dalle persone. E da noi in primis.
La redazione

________________________________________
 
 
Ammissione di colpevolezza
 
 
10 ottobre 2009
Giornata mondiale contro la pena di morte (*)
 
La giustizia americana è infallibile e perfetta. Che sia amministrata con il patteggiamento (se io do una cosa a te, poi tu dai una cosa a me) o, molto raramente, da una giuria, Essa non sbaglia MAI. Lo dimostra, al di la di ogni ragionevole dubbio, il risibile numero di cosiddetti innocenti che sono usciti dalla prigione o dal braccio della morte. Persone che solo quei bugiardi patentati degli abolizionisti possono chiamare innocenti, visto che in realtà sono dei colpevoli sfuggiti al giusto castigo solo grazie a qualche tecnicismo giudiziario.
 
Per noi cinici europei questa fede senza limiti nella giustizia appare mal riposta e, negli altri paesi di common law, la liberazione di alcuni condannati innocenti ha creato grande sconcerto e l’istituzione di commissioni d’inchiesta. Al contrario i più di duecento “graziati” dal Dna non sembrano avere spostato più di tanto l’insieme dell’opinione pubblica americana.
Recentemente l’infallibilità della giustizia statunitense è stata “dimostrata” dal District Attorney Joushua Marquis e le sue lodi “cantate” dal giudice della Corte Suprema Antonin Scalia nella sentenza Kansas contro Marsh. (**)
 
Ma i fatti hanno la testa dura e uno di questi si chiama Cameron Todd Willingham.
 
Willingham è stato condannato a morte per avere assassinato le sue bambine incendiando la casa dove dormivano. Lui si è dichiarato innocente fino all’ultimo respiro e ha rifiutato il patteggiamento che gli avrebbe salvato la pelle. Poco prima dell’esecuzione il famoso chimico Gerald Hurst aveva sollevato fortissimi dubbi sul fatto che l’incendio fosse doloso. Secondo lui era stato accidentale.
 
Purtroppo la sua perizia non infranse la determinazione del Governatore del Terxas Rick Perry di far fuori Willingham e a nulla valsero le richieste di sospendere l’esecuzione. Così Cameron Todd Willingham fu ucciso il 17 febbraio 2004 e le sue ceneri sparse sulla tomba delle bimbe.
 
Il caso però rimase aperto e il Chicago Tribune continuò a investigare e altri esperti giunsero alle conclusioni di Hurst: l’incendio non era stato doloso (arson) e quindi Willingham era innocente. 
 
Probabilmente la sua storia sarebbe rimasta insabbiata come è accaduto per Ruben Cantu, Carlos De Luna, Larry Griffin e altri possibili innocenti uccisi, se non fosse che il Parlamento texano ha istituito la Texas Forensic Science Commission.
 
La TFSC non è nata per bontà d’animo, ma per porre rimedio alle abissali incompetenze che affliggono i laboratori di polizia dentro e fuori il Texas. Gli scandali, da Oklahoma City alla chiusura dello Houston Police Department Laboratory, non si contano più e la sola Contea di Dallas ha, grazie al DNA, rimesso in libertà 18 innocenti. Non sono più solo gli abolizionisti a chiedersi quanti siano gli innocenti fra i 2.500.000 detenuti americani e fra i 3.300 condannati a morte: e quanti siano stati i “giustiziati” che non hanno avuto la possibilità di aggrapparsi a quel test.
 
Per Willingham la  commissione ha chiesto una perizia a Craig Beyler, il più famoso esperto americano di incendi dolosi, e costui è stato chiarissimo: l’incendio in cui sono morte le piccole Willingham NON era doloso e la logica conclusione è che il Texas ha “giustiziato” una persona innocente. No arson, no crime.
 
Beyler avrebbe dovuto testimoniare di fronte alla commissione venerdì 3 ottobre e per il Governatore sarebbe stato un venerdì di passione, se non si fosse ricordato che le cariche di due membri e del presidente erano scadute e così li ha sostituiti su due piedi in modo che il nuovo presidente potesse rinviare sine die l’audizione di Beyler.
 
Una tale sfacciataggine ha sollevato un putiferio in tutta la stampa americana che la paragona al “Saturday night massacre” (quando il presidente Nixon tentò di salvarsi dallo scandalo Watergate cacciando lo special prosecutor Archibald Cox), ma la faccenda va ben oltre le miserabili fregole elettorali texane.
 
Quella del governatore Perry è stata una clamorosa ammissione di colpevolezza. Con il suo goffo tentativo di schivare la verità l’ha resa ancora più evidente: lo stato del Texas ha ucciso una persona innocente e lo ha fatto pur sapendo che c’erano fortissime probabilità che lo fosse. 
I forcaioli americani tacciono o farfugliano giustificazioni, ma la foresta di Birnan sta salendo e il tempo della pena di morte americana è alla fine.
 
 
Claudio Giusti
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Tel.  39/0543/401562     39/340/4872522
e-mail  giusticlaudio@aliceposta.it
http://www.osservatoriosullalegalita.org/special/penam.htm
 
 
 
 
(*) Ricordo che gli americani celebrano il primo marzo in ricordo dell’abolizione (1847) in Michigan (abolizionista de facto dal 1837) e che noi italiani avremmo, oltre il 30 novembre, molte altre date da tenere a mente.
http://www.osservatoriosullalegalita.org/08/acom/07lug1/0505giuspenamors.htm
 
(**) Joshua Marquis, DA della Contea Clatsop (Astoria) in Oregon, lo ha spiegato in diverse occasioni ed è stato così convincente da avere l’onore d’essere citato da Anthonin Scalia in Kansas contro Marsh. Marquis ha diviso il piccolissimo numero di innocenti con l’immensa quantità di condanne emesse dalle corti Usa, dimostrando così che il tasso di successo della giustizia statunitense è del 99,973 per cento.
 
“Only 27 factually wrong felony convictions out of every 100,000!” and “That would make the error rate [in felony convictions] .027 percent – or to put it another way, a success rate of 99.973 percent.”
Justice Scalia in Kansas v Marsh, concurring

 
Questo scritto è dedicato a Paola Biondi, che avrebbe voluto andare in pensione e avere dei nipotini.

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Cameron Todd Willingham in memoriam

5 settembre 2009

5 settembre 1905 nasce Arthur Koestler

 

Cameron Todd Willingham era troppo pazzo o troppo innocente per accettare il patteggiamento che gli offrì la Procura.

 

Disse chiaro e tondo che non avrebbe mai confessato una cosa non vera e che non avrebbe mai ammesso di avere ucciso le sue bambine, perché non era vero.

Così lo processarono e lo condannarono a morte.

 

La tragedia ebbe inizio la mattina dell’antivigilia del Natale 1991, nella cittadina di Corsicana (Texas), quando la casetta di legno a un piano dove viveva la famiglia del disoccupato Cameron Todd Willingham prese fuoco.

 

Il padre si salvò, come la madre, che era alla Salvation Army per rimediare qualche regalino, ma la piccola Amber di due anni e le gemelle Karmon e Kameron di appena un anno morirono tra le fiamme.

 

Il capo dei vigili del fuoco indagò sull’incendio e decise che era stato appiccato apposta e Willingham fu accusato di essersi liberato delle sue bambine in quel modo atroce.

 

Willingham non era in grado di pagarsi una difesa decente, così si affidò a quella d’ufficio che è, non solo in Texas, un sicuro biglietto per il patibolo. Nella cittadina si era andata creando un’atmosfera da linciaggio quando, inaspettatamente, il Procuratore Jackson (una mosca bianca contraria alla pena capitale) propose a Willingham di scambiare la confessione con una condanna all’ergastolo.

Si chiama plea bargain (patteggiamento) ed è il motore della giustizia americana perché con esso si ottengono il 96% delle condanne e il 70% di quelle per omicidio.

Ma Willingham fu irremovibile e andò incontro al suo destino. In due giorni lo dichiararono colpevole e lo condannarono a morte, anche grazie all’aiuto del solito psichiatra James Grigson (noto come Dottor Morte) e dell’immancabile jail snitch: un tizio di nome Johnny Webb che, in cambio della liberazione anticipata, testimoniò che Willingham gli aveva confessato l’assassinio delle figlie.

 

Nel complicato sistema giudiziario americano gli appelli si sono ridotti ad essere una revisione formalistica di quanto è accaduto al processo e il livello degli avvocati, cui il Texas affida questo difficilissimo compito, è così pateticamente basso da essere divenuto un caso internazionale. Un caso talmente grande da costringere il parlamento locale a istituire un ufficio di difensori pubblici. 

Comunque gli appelli di Willingham non ebbero alcun successo e la sentenza di morte rimase in piedi.

 

Il suo caso  però interessò sia gli abolizionisti che il Chicago Tribune (il quotidiano che ha fatto una lunghissima serie di articoli sulla catastrofica situazione della giustizia americana) e, nel 2004, il noto esperto Gerald Hurst dichiarò che l’incendio era stato accidentale. Le autorità texane non gli diedero alcun peso, ma oggi è stata la Texas Forensic Science Commission a chiedere un rapporto al luminare Craig Beyler.

E il suo rapporto è devastante: l’incendio non era doloso e Willingham è innocente.

 

La Texas Forensic Science Commission non è nata per bontà d’animo, ma per porre rimedio alle abissali incompetenze che affliggono i laboratori di polizia dentro e fuori il Texas. Gli scandali, da quello di Oklahoma City a quello che portò alla chiusura dello Houston Police Department Laboratory, non si contano più e questo è stato uno dei motivi del drastico calo delle condanne capitali che si è visto negli ultimi anni: le giurie non sono più disposte a prendere per oro colato le affermazioni degli esperti della polizia.

 

Non so se la Commissione prenderà atto dell’evidenza e dichiarerà l’innocenza di Cameron Todd Willingham o se si ripeteranno i confusi farfugliamenti che abbiamo già sentito per Ruben Cantu, Carlos De Luna e Larry Griffin. 

Ma questo è certamente l’inizio della fine della pena di morte americana.

Purtroppo Cameron non sarà a gioirne con noi: il 17 febbraio 2004, nonostante i forti dubbi sulla sua colpevolezza, lo Stato del Texas lo ha mandato a raggiungere le sue bambine.

Dio salvi gli Stati Uniti d’America

 

 

Dott. Claudio Giusti

Via Don Minzoni 40, 47100 Forlì, Italia
Tel.  39/0543/401562     39/340/4872522
e-mail  giusticlaudio@aliceposta.it

Claudio Giusti si è laureato, in tempi non sospetti, con una tesi sul dissenso in URSS. Ha avuto il privilegio e l’onore di partecipare al primo congresso della sezione italiana di Amnesty International ed è stato uno dei fondatori della World Coalition Against The Death Penalty. Fa parte del Comitato Scientifico dell’Osservatorio sulla Legalità e i Diritti, ma considera ormai conclusa la sua attività sui diritti umani ed è felicemente tornato ad occuparsi di fumetti e cartoni animati.

 

Testi recenti

la ragionevole durata del processo

http://www.osservatoriosullalegalita.org/09/acom/09set1/0404giustiusjus.htm

 

American Gulag 2009

http://www.osservatoriosullalegalita.org/09/acom/08ago3/2800giustiusjus.htm

  

Cameron Todd Willingham in memoriam

 

http://www.newyorker.com/reporting/2009/09/07/090907fa_fact_grann

http://www.huffingtonpost.com/2009/08/31/cameron-todd-willingham-d_n_272490.html

http://www.executedtoday.com/2008/02/17/2004-cameron-willingham/

http://www.docstoc.com/docs/document-preview.aspx?doc_id=10401390

http://www.chicagotribune.com/technology/chi-060502willingham,0,6033976.story

http://www.chicagotribune.com/news/nationworld/chi-0412090169dec09,0,1173806.story

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Pena di morte: la barbarie che ancora non si arresta

Dossier pena di morte
A cura di Amnesty International
 
Nel 2008 il mondo si è ancora più avvicinato all’abolizione della pena di morte.
 
A dicembre, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato, a larga maggioranza, una seconda risoluzione che chiede una moratoria in vista dell’abolizione della pena di morte, consolidando tre decadi di progresso costante. Gli sviluppi conseguiti alle Nazioni Unite hanno rappresentato un incoraggiamento per chi è impegnato nel mondo a vietare l’uso della pena di morte e hanno spinto a compiere piccoli ma significativi passi a livello regionale. In particolare, la Commissione africana dei diritti umani e dei popoli ha richiamato gli Stati africani che mantengono la pena di morte ad osservare una moratoria sulle esecuzioni nella regione in vista dell’abolizione.
 
L’Europa e l’Asia centrale sono praticamente zone libere dalla pena capitale, a seguito della recente abolizione della pena di morte per tutti i reati avvenuta in Uzbekistan. Le esecuzioni continuano in un unico Stato: la Bielorussia. Nelle Americhe, solo una nazione – gli Stati Uniti d’America – continua a mettere a morte in modo sistematico. Ciononostante, anche gli USA si sono allontanati dall’uso della pena di morte, poiché nel 2008 si è registrato il numero più basso di esecuzioni avvenute in un anno dal 1995. 
 
La maggior parte degli Stati si astiene dall’uso della pena capitale. Amnesty International ha documentato che solo 25 dei 59 paesi che la mantengono ha eseguito condanne nel 2008. Ciò indica che è in atto un consolidamento crescente del consenso internazionale per il quale la pena di morte non si può conciliare con il rispetto dei diritti umani.
 
Sebbene vi siano stati sviluppi positivi, permane una serie di sfide durissime. Nel 2008 i paesi asiatici hanno messo a morte più di tutti gli altri Stati del mondo messi insieme. Il Medio Oriente è al secondo posto per numero di esecuzioni avvenute.
 
Nel 2008, almeno 2.390 persone sono state messe a morte in 25 paesi e almeno 8.864 sono state condannate a morte in 52 nazioni. 
 
Tra i metodi usati per mettere a morte vi sono stati la decapitazione, la sedia elettrica, l’impiccagione, l’iniezione letale, la fucilazione e la lapidazione. 
 
Proseguendo la tendenza degli anni precedenti, nel 2008 Cina, Iran, Arabia Saudita, Pakistan e Stati Uniti d’America, sono stati i paesi con il più alto numero di esecuzioni registrate. Insieme hanno eseguito il 93% delle condanne a morte avvenute in tutto il mondo.
 
In alcuni Stati l’uso della pena di morte rimane avvolto nel mistero. In Cina, Bielorussia, Mongolia e Corea del Nord, le condanne sono eseguite in assoluta segretezza e senza trasparenza.
 
Come gli anni precedenti, un gran numero di condanne è stato emesso a seguito di processi che non hanno rispettato gli standard internazionali sull’equo processo. Un numero preoccupante di esecuzioni è avvenuto a seguito di procedimenti basati su confessioni estorte con la tortura, in violazione delle leggi internazionali. Le autorità dell’Iran continuano a mettere a morte prigionieri che avevano meno di 18 anni al momento del reato,  otto nel 2008, in palese violazione del  diritto internazionale. 
 
 
Verso l’abolizione
 
Nel 2008, c’è stata una crescente riluttanza da parte dei paesi che ancora detengono la pena capitale nell’applicarla. I paesi che scelgono questa punizione crudele, inumana e degradante rappresentano ormai una minoranza.
 
Vi è stata una riduzione del numero dei paesi che la prevedono. Due nazioni l’hanno abolita per tutti i reati: l’Uzbekistan e l’Argentina. Riforme in vista dell’abolizione della pena capitale sono in discussione in Burundi, nel Mali e in Togo. In Libano, il Ministro della giustizia ha presentato una bozza di legge che ne chiede l’abolizione. In Algeria, un gruppo di deputati dell’opposizione ha presentato in parlamento una bozza di legge che propone l’abolizione in occasione del 60mo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani.
 
Vari paesi hanno intrapreso primi passi per ridurre l’applicazione della pena di morte, incluso il Vietnam. Sebbene la proposta avanzata dal Ministro della giustizia vietnamita di eliminare dal codice penale la pena di morte per 70 reati non sia stata accolta dall’Assemblea nazionale, essa rappresenta un primo passo incoraggiante.
 
Alcuni Stati hanno commutato le condanne a morte in ergastolo. A 31 prigionieri rinchiusi nel braccio della morte del Kazakstan le condanne sarebbero state commutate. A Cuba, il Presidente ha annunciato che praticamente tutte le condanne a morte sarebbero state commutate. In Camerun, il Presidente ha annunciato la commutazione di alcune condanne a morte, sebbene non sia chiaro quanti prigionieri siano coinvolti nel provvedimento.
 
 
Gli organismi regionali e internazionali

 
Il 18 dicembre, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato la risoluzione 63/168 (2008) “Moratoria sull’uso della pena di morte”. La risoluzione 63/168 si basa sulla risoluzione del 2007 che esprime preoccupazione sull’applicazione della pena di morte e richiama gli Stati che ancora la mantengono a – inter alia – rispettare le salvaguardie internazionali che tutelano i diritti dei condannati a morte, ridurre il numero dei reati per i quali la pena di morte possa essere imposta e  stabilire una moratoria sulle esecuzioni in vista dell’abolizione della pena capitale. La risoluzione del 2008 chiede al Segretario generale di fornire un rapporto sui progressi compiuti nell’implementazione delle risoluzioni 62/149 e 63/168 da sottoporre alla 65ma Assemblea generale del 2010 e agli Stati membri di fornire al Segretario generale le informazioni necessarie.
 
L’adozione di una seconda risoluzione sulla moratoria, da parte di un organismo composto da tutti gli Stati membri, è una riaffermazione potente e opportuna degli impegni assunti dalle Nazioni Unite a lavorare verso l’abolizione della pena di morte.
 
La risoluzione del 2008, co-sponsorizzata da 89 Stati, ha ottenuto 108 voti a favore, 46 contrari e 34 astensioni. Il risultato rappresenta un miglioramento significativo rispetto al voto espresso nel 2007. È altrettanto importante sottolineare che otto membri della Lega degli Stati arabi si sono astenuti. L’Algeria ha co-sponsorizzato la risoluzione che ha ottenuto voto favorevole anche dalla Somalia. Tutti gli emendamenti proposti allo scopo di indebolire la risoluzione sono stati battuti. L’Assemblea generale delle Nazioni Unite discuterà una nuova risoluzione nell’ottobre del 2010, dopo aver esaminato il rapporto del Segretario generale.
 
Le due risoluzioni rappresentano strumenti importanti che possono essere usati per incoraggiare gli Stati che mantengono la pena capitale a rivederne l’uso e ad abolirla per tutti i reati.
 
In occasione dello svolgimento del dibattito sulla pena di morte presso la Terza commissione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite del 2007, Amnesty International organizzò una tavola rotonda alla presenza di giudici e pubblici ministeri provenienti dal Giappone, dalla Giordania e dagli USA. I partecipanti spiegarono ai delegati delle Nazioni Unite i motivi per cui i sistemi giuridici, anche quelli più sofisticati, falliscono nel prevenire errori irreversibili nei casi di pena di morte e le ragioni per le quali si oppongono ad essa.
 
Nel novembre 2008 la Commissione africana dei diritti umani e dei popoli ha adottato una risoluzione che richiama gli Stati parte della Carta africana dei diritti umani e dei popoli ad osservare una moratoria in vista dell’abolizione della pena di morte. La risoluzione esprime preoccupazione rispetto al fallimento da parte di alcuni Stati africani nell’applicare quanto previsto dalle risoluzioni delle Nazioni Unite e dalla stessa risoluzione della Commissione africana. La risoluzione, inoltre, esprime preoccupazione sull’uso della pena di morte quando non siano rispettati il diritto a ricevere un processo equo e altri diritti umani. Con la sua adozione, la Commissione africana si è allineata al trend globale che va verso l’abolizione della pena di morte.
 
Rappresentanti della società civile araba, la Lega degli Stati arabi, l’Ufficio dell’Alto Commissariato per i diritti umani delle Nazioni Unite e organizzazioni internazionali non governative (inclusa Amnesty International) si sono incontrate a maggio 2008, in Egitto, per discutere l’implementazione della risoluzione 62/149 del 2007. Al termine dell’incontro i presenti hanno emesso una dichiarazione congiunta “richiamando gli Stati arabi ad implementare la risoluzione 62/149 sull’applicazione di una moratoria sulla pena di morte” (Dichiarazione di Alessandria). La Dichiarazione richiama i governi arabi a intraprendere passi concreti per l’abolizione progressiva della pena di morte e a considerare l’emendamento dell’articolo 7 della Carta araba sui diritti umani, per assicurare che la pena capitale non sia comminata a coloro che hanno meno di 18 anni all’epoca del reato.

Informazioni dettagliate e diversi file  di A.I. sono richiedibili a ecumenici@tiscali.it

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Ma Pio XII non ha gridato…

L’articolo che appare in questo numero di Claudio Giusti è segnalato contemporaneamente in lingua inglese anche su Facebook e sul nuovo nostro sito americano http://ecumenics.wordpress.com/ – Vi invitiamo a inoltrarci articoli per entrambi i siti: segnaliamo con piacere che da diverse settimane quello italiano www.ecumenici.it raggiunge un significativo numero di contatti giornalieri pur in assenza di qualsiasi attività di promozione.

 
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Bruno Segre, Shoah (gli ebrei, il genocidio, la memoria)

(Giorgio Chiaffarino/VE) L’autore, Bruno Segre, ripercorre le premesse, la svolta del 1933, le leggi, gli aguzzini, i conniventi, i resistenti, le omissioni e le amnesie, tutto per “una delle pagine più infamanti della storia dell’umanità”. Un testo accurato, dotato di mille riferimenti che chiariscono anche fatti poco noti o sconosciuti ai più, note utili anche per ordinare tante altre letture.
Tra le pagine che più mi hanno colpito il capitolo intitolato “Omissione di soccorso” ma soprattutto quello sul “Silenzio delle Chiese”. Nel primo caso nessuno può dire “non sapevamo”, non gli inglesi, non gli americani, nemmeno gli enti o le organizzazioni internazionali, ad esempio la Croce Rossa o le potenti comunità ebraiche americane. Almeno dalla fine del ‘42, certo dal 1943, rapporti circostanziati e sicuri erano arrivati agli Alleati. Nessuna ragione riesce a giustificare una assoluta inerzia. Eppure gli alleati non hanno risparmiato aerei e bombe, anche su obiettivi ingiustificati… Niente per i campi, per i forni, per le stazioni e le ferrovie delle linee per lo sterminio, tanto per fare un esempio.
Pagine dure, difficili, quelle sul silenzio delle chiese, in particolare di quella cattolica. Il dibattito è tuttora aperto, come spesso leggiamo sulla stampa. Nuoce anche qui, si può dire, l’ossessione del segreto che lascia presagire verità inconfessabili ed è così contraria a quella pagina della Scrittura che ci chiede di dire si, se è si e no, se è no (Matteo 5,37).
Gli interrogativi sono innumerevoli e tutti senza risposte, se non pigliamo per tali le difese, più o meno d’ufficio, talune addirittura goffe, che troviamo spesso negli spazi deputati. Se sapevano gli stati, figuriamoci la chiesa. Perché allora il blocco dell’enciclica di Pio XI? Perché il silenzio dopo “la notte dei cristalli”? Perché tanto antisemitismo cattolico di chierici e di laici, in tanti paesi europei, senza reazioni apprezzabili? Sappiamo che un atteggiamento risoluto, anche in qualche paese occupato, ha ostacolato se non interrotto le deportazioni e ha salvato tante vite. Più difficile pensare a una possibile risposta positiva dei nazisti nei confronti di una iniziativa del papato. Certo avrebbe incoraggiato ancora di più i tanti cattolici, i cristiani che si sono così spesi per salvare gli ebrei. Ma è il Vangelo che chiede di schierarsi per i perseguitati, così come Giovanni Paolo II che ha letteralmente gridato contro la mafia.
A pag.168 è citata una dura espressione di François Mauriac,: “… non abbiamo avuto il conforto di sentire il successore del Galileo, Simone Pietro, condannare con parola netta e chiara, e non con allusioni diplomatiche, la crocifissione di questi innumerevoli fratelli del Signore”. Infine sembra conclusiva e condivisibile la parola del grande teologo, Dietrich Bonhoeffer che, dopo la più nota frase sul canto “gregoriano” (pag. 106), ha aggiunto: “Pio XII nei riguardi degli ebrei è stato un buon cristiano, salvandone, accogliendone, nascondendoli. Ma a un papa si chiedeva molto di più. Si chiedeva che dopo secoli e secoli di grida contro gli ebrei, gridasse per gli ebrei. Ed egli non ha gridato” (la recensione è tratta da “Il Gallo”, marzo 2005).

Bruno Segre
Shoah (gli ebrei, il genocidio, la memoria)
Il Saggiatore, 2003

 segre

 

Intervento di Claudio Giusti

 

 

Aux martyrs de l’Holocauste.

Aux révoltés des Ghettos.

Aux partisans de forêts.

Aux insurges des camps.

Aux combattants de la résistance.

Aux soldats des forces allies.

Aux sauveteurs de frères en péril.

Aux vaillants de l’immigration clandestine.

A l’éternité.

 

Inscription at Yad Va-shem Memorial, Jerusalem

Michael Walzer, Just and Unjust Wars, Basic Books, 1977

 

 

La visione temporale dei forcaioli.

 

La teoria della deterrenza della pena di morte è semplice:

la gente ha paura di morire e non commette certi crimini, o ne commette molti meno, se questi sono passibili di pena capitale. La scomparsa di questa minaccia causa un aumento dei delitti, in particolare dell’omicidio, e un gran numero di vite innocenti sono sacrificate dalla criminale stupidità degli abolizionisti.

La dimostrazione di questa teoria si basa sull’oculata scelta dei dati da usare e nell’ignorare quelli che non collimano con i propri presupposti ideologici. Tutto quello che non coincide con il mantra “più esecuzioni uguale meno omicidi” non è preso in considerazione. Soprattutto ci si rifiuta di guardare alle esperienze dei paesi abolizionisti e a quelle degli stati americani.

Gli hangman-friends fingono di non sapere che, negli anni ’30, a un alto tasso di esecuzioni corrispondeva un altrettanto alto tasso di omicidi e non spiegano la rapida diminuzione di entrambi negli anni ‘40 e ‘50. Però attribuiscono l’aumento degli omicidi degli anni sessanta alla sospensione delle esecuzioni nel periodo 1967-1977, evitando di notare che la pena di morte è scomparsa solo nei pochi mesi successivi alla sentenza Furman. Salutano entusiasticamente il ritorno del boia (17 gennaio 1977) e il crescere delle esecuzioni, correlandolo al contemporaneo calo degli omicidi; senza però spiegare come mai, fra il 1986 e il 1991, crescono sia le esecuzioni che gli omicidi.

Qualcuno fa addirittura i conti e pretende di dimostrare che ogni esecuzione salva la vita di almeno 18 innocenti (ma c’è chi offre molto di più).

Dall’anno 2000, inspiegabilmente, il trionfalismo forcaiolo si arresta e sembra che in America, dalla fine del millennio, non accada più nulla di interessante. La ragione è semplice: i dati successivi sono l’esatto contrario di quello che ci si dovrebbe aspettare (nel caso ovviamente che uno sia così stupido da credere a questa teoria)

Questa sorta di millennium bug della deterrenza ha le sue buone ragioni per esistere.

Nel 1999 abbiamo visto il record delle esecuzioni (98) e delle condanne (circa 300) mentre il tasso di omicidio scendeva al 5,7 per centomila che, pur essendo quasi sei volte il nostro, era un tasso estremamente basso: quasi la metà di quello di vent’anni prima.

E vissero tutti felici e contenti ?

No, tutt’altro. 

Negli anni successivi abbiamo assistito, attoniti, non solo al vertiginoso calo del numero delle condanne a morte e al precipitare delle esecuzioni (sospese fra il 25 settembre 2007 e il 6 maggio 2008), ma anche alla stupefacente stabilità del tasso di omicidio che, alla faccia della deterrenza, è rimasto incredibilmente stabile.

Le condanne a morte sono passate dalle 300 l’anno a poco più di cento, mentre le esecuzioni, dopo il picco di 98, sono scese a 53 del 2006, 42 nel 2007 e 37 nel 2008 (complice la moratoria dovuta alla sentenza Baze) e me ne aspetto un massimo di 40-50 nel 2009, in gran parte in Texas.

Allo stesso tempo il tasso di omicidio restava incrollabilmente bloccato fra il 5,5 e il 5,7.

Quindi, o gli americani non sanno che ora è ancor più difficile e raro essere condannati a morte e uccisi, oppure i forcaioli ci hanno raccontato delle balle. 

Propendo per la seconda ipotesi.

Gli Americani forcaioli soffrono di insularità e si rifiutano di prendere in considerazione le esperienze del resto del mondo. Evidentemente sanno che Italia e Canada sono la dimostrazione vivente che la pena capitale non è un deterrente.

Il 14 luglio del 1976 il Canada sopprimeva la pena di morte. Da allora il suo tasso d’omicidio si è continuamente ridotto fino a diventare un terzo di quello precedente l’abolizione: cosa del resto già avvenuta in Italia nei vent’anni che seguirono la fine della pena capitale. L’esempio canadese è particolarmente interessante perché, proprio in quello stesso luglio, con la sentenza Gregg, la Corte Suprema degli Stati Uniti dava il via libera alla “new and improved” pena di morte. Al contrario di quanto avvenuto in Canada il tasso d’omicidio americano è prima cresciuto, poi diminuito, poi di nuovo cresciuto e solo successivamente abbiamo assistito ad una consistente diminuzione del numero degli omicidi. Diminuzione avvenuta anche in Italia dove, nel 2002, abbiamo avuto 638 omicidi contro i 2.000 del 1991. In quello stesso anno gli americani ne avevano contati 25.000 e hanno attribuito alla pena di morte la diminuzione ai 16.638 nel 2002. 

Gli hangmanfriends non tengono in considerazione nemmeno le esperienze nazionali. Peccato, perché lo studioso Thorsten Sellin mezzo secolo fa, confrontando le varie giurisdizioni degli Stati Uniti, scoprì che “in generale gli Stati con il boia avevano tassi di omicidio significativamente più alti di quegli Stati che non uccidevano gli assassini.”

A questo riguardo il forcaiolo Lott ha avuto l’impudenza di scrivere che:
“This simple comparison really doesn’t prove anything. The 12 states without the death penalty have long enjoyed relatively low murder rates due to factors unrelated to capital punishment.”

Forse pensa che siamo tutti stupidi

 

Bibliografia

Homicides in U.S.

http://www.ojp.usdoj.gov/bjs/homicide/tables/totalstab.htm

murders rate

http://www.deathpenaltyinfo.org/murder-rates-1996-2007

sentences

http://www.deathpenaltyinfo.org/death-sentences-year-1977-2007

executions

http://people.smu.edu/rhalperi/

 

La citazione di T. Sellin è in Mark Costanzo, Just Revenge. Costs and Consequences of the Death Penalty, New York, Saint Martin’s Press, 1998, pagina 97

 

John Lott: Death as Deterrent.

Fox News Wednesday, June 20, 2007

http://www.foxnews.com/story/0,2933,284336,00.html

 

Crimini in Italia

http://www.cittadinitalia.it/mininterno/export/sites/default/it/assets/files/14/0900_rapporto_criminalita.pdf

http://www.interno.it/mininterno/export/sites/default/it/assets/files/14/0902_ABSTRACT_rapporto_sicurezza_2006.pdf

 

 

 

 

Eexecutions and Homicides in USA
 

                        Executions      death                          homicide                                homicides
                                               sentences        rate

 

1973                                       42                               9.4                              19.640

1974                                       149                             9.8                              20.710

1975                                       298                             9.6                              20.510

1976                                       233                             8.8                              18.780

1977                1                     137                             8.8                              19.120            

1978                                       185                             9.0                              19.560

1979                2                     151                             9.7                              21.460

1980                                       173                            10.2                              23.040

1981                1                     223                             9.8                              22.520

1982                2                     267                             9.1                              21.010

1983                5                     252                             8.3                              19.308

1984                21                    284                             7.9                              18.692

1985                18                    262                             7.9                              18.976

1986                18                    300                             8.6                              20.613

1987                25                    287                             8.3                              20.096

1988                11                    291                             8.4                              20.675

1989                16                    258                             8.7                              21.500             Italian

1990                23                    251                             9.4                              23.438            homicides
1991                14                    268                             9.8                              24.703             1901
1992                31                    287                             9.3                              23.760             1441

1993                38                    287                             9.5                              24.526             1065

1994                31                    315                             9.0                              23.326             938

1995                56                    315                             8.2                              21.606             1004

1996                45                    317                             7.4                              16.645             945

1997                74                    275                             6.8                              18.208             864

1998                68                    298                             6.3                              16.974             879

                        (500)               (6406)                                                            (539.396)

1999                98                    277                             5.7                              15.522             810

2000                85                    232                             5.5                              15.586             749

2001                66                    162                             5.6                              16.038             707

2002                71                    167                             5.6                              16.229             642

2003                65                    153                             5.7                              16.582             719

2004                59                    138                             5.5                              16.137             711

2005                60                    128                             5.6                              16.692             601
                      (1004)             (7633)                                                            (652.182)

2006                53                    115                             5.7                                                        621

2007                42                    110                                                                                          593

2008                37

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Tonnara americana

Il sistema d’appello americano è costruito come una tonnara e spinge inesorabilmente il condannato verso la camera della morte.

 

 

28 ottobre 2008

28 ottobre 1940         

Per festeggiare la “Marcia su Roma” l’Italia aggredisce la Grecia

 

 

Sono un abolizionista e non mi importa che Troy Anthony Davis sia innocente o colpevole: del resto la cosa non sembra interessare nemmeno il sistema giudiziario americano.

 

La questione, se vogliamo chiamarla così, dell’innocenza o della colpevolezza è stata risolta una volta per tutte una ventina d’anni fa, quando una giuria ha dichiarato Davis responsabile di “malice murder” e lo ha successivamente spedito nel braccio della morte.

 

Fine della storia.

Le giurie americane non sbagliano mai e l’appello non è un diritto costituzionale: quindi il condannato prende la medicina e tanti saluti.

Ma c’è pur sempre la possibilità che la giuria, nella sua infinita saggezza, sia stata indotta in errore e quindi, a pochi eletti, è consentito portare il proprio caso davanti a una Corte d’Appello. (nota) Questa non ripeterà il dibattimento e si limiterà a una revisione del verbale del processo, mentre tocca al condannato dimostrare che ci sono stati degli errori (violazioni della costituzione), così gravi e numerosi, da imporne l’annullamento. Cosa che avviene piuttosto di rado.

 

Da questo punto di vista gli ospiti del braccio della morte sono fortunati. Per loro, e solo per loro (che culo, vero?), è previsto un appello diretto statale obbligatorio che, a seconda dello stato, ha uno o due livelli e arriva fino alla Corte Suprema statale e poi, almeno in teoria, alla Corte Suprema federale (Scotus). Se, alla fine di questo esame formale per non dire formalistico, la sentenza è ancora in piedi il condannato può iniziare l’habeas corpus statale. In questo appello si prendono in considerazione le circostanze e i fatti che non sono entrati al processo e, come quello diretto, fa tutti i gradini fino alla Scotus. Se la sentenza è confermata il condannato può iniziare l’habeas corpus federale, in cui però si valutano solo le istanze che sono state precedentemente presentate nelle corti statali. Quest’ultimo appello ha inizio in una district court e prosegue, in uno dei circuiti federali,  passando alla Corte d’Appello federale (magari a una udienza “en banc”) e poi di nuovo fino alla Corte Suprema degli Stati Uniti. Se la Scotus non annulla la sentenza, o nemmeno prende in considerazione il caso, non resta che appellarsi alla clemenza del Governatore.

In tutto questo la questione della non colpevolezza non viene mai posta, visto che l’imputato è ora un condannato e non gode, sempre che sia mai accaduto, della presunzione d’innocenza.

 

Questa messa cantata dura in media undici anni e non sono rari i casi trentennali. La lunghezza media dei procedimenti sarebbe ancora più alta se non ci fossero i “volontari” che rinunciano agli appelli e si consegnano al boia, costituendo il 10-12 per cento delle esecuzioni. Comunque, dal 1973, quasi la metà delle sentenze si è persa per strada, anche per la morte naturale del condannato.

 

I processi capitali richiedono tempi lunghi (due o tre anni quando va bene) e costi notevoli (parecchi milioni di dollari), ma anche l’appellate review non scherza.

In California ci vogliono cinque anni per trovare un avvocato per l’appello statale, ma in Texas velocizzano il procedimento con la contemporaneità degli appelli statali (diretto e habeas corpus) e utilizzando lo stesso avvocato che ha perso il processo, mentre l’estrema complessità dell’appello esige un avvocato estremamente esperto e preparato. Grazie a questa spregiudicatezza giudiziaria il Texas si avvia ad essere la fonte dell’80% delle esecuzioni americane.

In tutte le giurisdizioni non abolizioniste gli appelli capitali, per quanto pochi, paralizzano, con la loro complessità, le corti supreme e ingolfano tutto il sistema giudiziario e la Corte Suprema federale (con le altre corti d’appello e supreme) ha messo in atto una serie di impedimenti procedurali tesi a ridurre le occasioni d’appello dei condannati a morte.

 

La giurisprudenza americana è così divenuta incomprensibilmente incasinata e contraddittoria perché, se da una parte si vogliono tagliare le possibilità di revisione, dall’altra si cerca di evitare di mandare al patibolo un possibile innocente (o un non colpevole di un reato capitale). 

 

A peggiorare ancor più le cose ci ha pensato il Presidente Clinton che, in combutta con il Senato e con la scusa del terrorismo, ha introdotto la Antiterrorism and Effective Death Penalty Act (AEDPA) che ha ulteriormente ridotto le possibilità d’appello federale.

 

Abuse of the writ, actual innocence, AEDPA, cause and prejudice, finality, harmless errors, new rule, newly discovered evidence, non retroactivity, plain error doctrine, procedural default, Teague v. Lane; la nomenclatura giuridica si è arricchita di termini dietro i quali si celano migliaia di casi giudiziari, decine di migliaia di sentenze, centinaia di migliaia di giornate di lavoro, milioni di pagine di carta e tanto dolore.

Un immenso, incasinato, costosissimo, inutile, ginepraio giudiziario che non ha ottenuto altro risultato se non quello di ammazzare a sangue freddo 1.127 disgraziati.

 

Ora Troy Davis, il cui caso ha percorso tutti i sentieri giudiziari possibili, ha l’inaspettata ed estrema possibilità di dimostrare non che è innocente, perché la cosa è irrilevante, ma che nel processo c’è stato un errore talmente grave da consentire ad una corte d’appello federale di metterci il naso. Deve dimostrare che, al processo, i suoi avvocati, per quanto diligenti, non hanno avuto la possibilità di trovare la nuova prova e che questa nuova prova (o testimonianza) è così importante da mettere in dubbio il risultato finale del processo. Una missione impossibile.

 

– he must show that his lawyers could not have previously found the new evidence supporting his innocence no matter how diligently they looked for it. And he must show that the new testimony, viewed in light of all the evidence, is enough to prove “by clear and convincing evidence that…no reasonable fact finder would have found [him] guilty.” –

 

Se fossi un attivista del Movimento Abolizionista italiano comincerei a pensare a come ottenere la clemenza per Troy (la Georgia è uno dei tre stati in cui la grazia non è decisa dal governatore ma dal Board) e mi metterei a scrivere all’opinione pubblica della Georgia: ai suoi giornali, alle sue istituzioni, chiese, università, ecc. Una gran quantità di cartoline illustrate dall’Italia: tante belle cartoline del nostro paese.

 

Claudio Giusti
Via Don Minzoni 40, 47100 Forlì, Italia
Tel.  39/0543/401562     39/340/4872522
e-mail  giusticlaudio@aliceposta.it 

Claudio Giusti ha avuto il privilegio e l’onore di partecipare al primo congresso della sezione italiana di Amnesty International e in seguito è stato uno dei fondatori della World Coalition Against The Death Penalty. Fa parte del Comitato Scientifico dell’Osservatorio sulla Legalità e i Diritti.

 

 

 

 

NOTA

Nel 2004, su 45 milioni e duecentomila procedimenti giudiziari civili, penali, juveniles, family courts, ecc. ma senza le traffic courts, i casi in appello erano 273 mila. Ogni anno le 18.000 agenzie di polizia arrestano 15 milioni di persone, ma i processi con giuria sono 155.000, di cui un terzo civili.

 

 

 

 

Piccolo glossario.

Quello completo lo trovate qui

http://www.osservatoriosullalegalita.org/special/usjus2/005us1-A.htm

 

Abuse of the Writ

Il condannato si presenta per la seconda volta, con una nuova istanza, per un habeas corpus federale e non ha una ragione più che valida che spieghi perché l’istanza non è stata presentata al primo ricorso. Nel caso questa giustificazione non sia ritenuta sufficiente l’istanza è “procedural defaulted” e, anche se di vitale importanza, non può essere più discussa.

 

Actual innocence doctrine
Per la Scotus, in un caso capitale, il pericolo di miscarriage of justice fa superare la “cause”, cioè la necessità per l’accusato di dimostrare che “qualche fattore obbiettivo esterno alla difesa ha impedito agli sforzi dell’avvocato di conformarsi alle regole procedurali previste”

 

AEDPA: Antiterrorism and Effective Death Penalty Act.

Legge del 1996 fatta dal Senato in combutta con il presidente Clinton. Con la scusa del terrorismo ha drasticamente ridotto le possibilità d’appello habeas corpus federale per i condannati a morte.

 

Cause and prejudice

Per poter essere sollevata in un habeas corpus federale qualsiasi istanza deve essere stata precedentemente sollevata in un appello statale. Se questo non è accaduto l’imputato deve dimostrare “cause and prejudice”:  deve cioè fornire una buona ragione (cause) che spieghi perché  non lo è stata prima, ovvero “quale fattore obbiettivo esterno alla difesa ha impedito agli sforzi dell’avvocato di conformarsi alle regole procedurali previste”, e dimostrare che ciò gli crea un danno (prejudice). Altrimenti l’istanza è “procedural defaulted” e non può più essere sollevata.
(Under the cause and prejudice test [there] must be something external to the petitioner, something that cannot fairly be attributed to him: “… some objective factor external to the defense [that] impede counsel’s efforts to comply with State’s procedural rule.”  Murray v. Carrier, 1986)

 

Final

Una sentenza di morte confermata dalla Scotus al temine dell’appello diretto diventa “finale”. Le new rules non le possono essere applicate retroattivamente e hanno inizio i collateral attacts.

 

Finality.

Dottrina secondo la quale un procedimento giudiziario non può durare all’infinito. Per un condannato a morte significa che i suoi appelli devono terminare, come del resto la sua vita.

 

Harmless errors

Errori procedurali, a volte molto gravi, commessi durante il processo ma che, a detta di una corte superiore, non erano in grado di modificarne il risultato finale.

 

Herrera vs Collins

Sentenza Scotus 1993. L’essere innocenti non esclude che si possa essere uccisi lo stesso

 
New rule

Dottrina giuridica che rifiuta l’applicazione retroattiva di una norma, legge, interpretazione o sentenza, favorevole a un condannato, che sia stata decisa dopo il suo caso è diventato “final”.
Newly discovered evidence
Una nuova prova può essere causa di un annullamento solo se non è stata scoperta, nonostante la diligente ricerca da parte della Difesa, prima del processo, inoltre non è una semplice aggiunta alle altre evidenze già portate in giudizio, ma una prova schiacciante.

 

Non retroactivity.

Secondo il Senato degli Stati Uniti la legge americana applica le pene previste al tempo in cui fu commesso il crimine: ne consegue che gli USA hanno opposto riserva all’articolo 15 primo paragrafo dell’ICCPR: quello che prevede la retroattività della norma più favorevole.

 

Plain error doctrine
L’errore è così grave e grossolano che la Corte Superiore prende in considerazione l’istanza anche se non era stata precedentemente sollevata in una corte di giustizia e quindi è procedural defaulted.

 

Procedural default

Per poter essere sollevata in uno stadio processuale successivo (appello) qualsiasi istanza lo deve essere stata in precedenza. Se questo non è accaduto l’imputato deve dimostrare “cause and prejudice”:  deve cioè fornire una buona ragione (cause) che spieghi perché l’istanza non è stata sollevata prima, ovvero “qualche fattore obbiettivo esterno alla difesa che ha impedito agli sforzi dell’avvocato di conformarsi alle regole procedurali previste”, e dimostrare che ciò gli crea un danno “prejudice”. Altrimenti l’istanza diviene procedural defaulted e  non può più essere sollevata.

 

Teague vs Lane

Sentenza della Corte Suprema (1989) considerata arbitraria e perversa. Ha bloccato la retroattività della norma più favorevole. Del resto il Senato, nel ratificare l’ICCPR, ha messo una riserva all’Articolo 15 paragrafo 1 per impedire la retroattività favorevole all’imputato. I suoi effetti sono stati mitigati nel 2008 da Danforth v. Minnesota.

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Moratoria della pena di morte anche per Tareq Aziz !

Il fondatore di questa Mailing list, Maurizio Benazzi, come segno di solidarietà alla campagna non violenta di Marco Pannella in favore di una Moratoria della pena di morte anche per Tareq Aziz ha effettuato stasera l’iscrizione all’Associazione radicale milanese Enzo Tortora, ritenendo che l’indipendenza di questa newsletter non sia messa in discussione ma anzi ne tragga beneficio dall’adesione a un’Associazione che ha come punta di diamante della propria lotta il tema dei diritti civili.

 

La recente e vergognosa campagna di aggressione mediatica contro il testamento biologico testimonia semmai la necessità di una riaggregazione politica su temi prioritari delle libertà civili e religiose. Ci rendiamo conto che ci troveremo anche a contatto con esponenti di un’associazione nazionale atea (UAAR) ma Lutero ci ricorderebbe che è meglio la maledizione degli atei agli alleuia dei bigotti.

 

Invitiamo a manifestare la propria solidarietà all’iniziativa dello sciopero della fame di Marco Pannella firmando la petizione su www.radicali.it o a esprimere la propria simpatia ai radicali in qualsiasi altro modo che riteniate possa essere utile alla causa di civiltà dell’Italia nel mondo. Secondo la Vostra coscienza. Come sempre.

 

Coraggio Marco, resisti anche per noi tutt* !

 

Con affetto la redazione di Ecumenici

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