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L’esperienza umana e spirituale nelle carceri

Incontriamo  come Ecumenici  l’autore dell’articolo domenica mattina alle ore 11 a Bologna nel culto del silenzio; sarà presente il gruppo di giovani che operano nelle carceri: per chi fosse interessato a partecipare l’infocall e’ il 392/1943729
 

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 Quando il silenzio è una cosa concreta: l’esperienza nelle carceri
 

Racconterò qui di seguito qualcosa che lega la mia esperienza nelle carceri col silenzio[1]. Nelle carceri italiane gli stranieri sono forse il 30-40% dei detenuti e di questi moltissimi sono maghrebini, soprattutto marocchini e tunisini.  E’ una realtà molto vasta e depressa,  cui ho indirizzato molti dei miei sforzi, per quel pochissimo che potevo.  Sono sempre stato molto interessato all’Islam, studio l’arabo da quando negli anni ’70 andai in Israele e in Palestina, pur progredendo molto lentamente. So che esiste un innegabile antagonismo con il mondo islamico che non può essere risolto con l’ecumenismo, ma con la proposta di mete più elevate, spirituali, mistiche.

Ho cercato questa  esperienza non come una iniziativa umanitaria, ma come una verifica di ipotesi culturali e pedagogiche già in precedenza formulate e messe alla prova come docente di Filosofia morale ‘comparata’ (di fatto è una filosofia morale comparata) alla Facoltà di Scienze politiche di Bologna. Si trattava fondamentalmente di sperimentare la possibilità di un discorso etico che potesse reggere alla prova della differenza culturale. 

Ho quindi cominciato da solo a insegnare in carcere nell’autunno del 1998, precisamente alla “Dozza” di Bologna, lavorando  soprattutto con stranieri, specialmente maghrebini. Molto presto, dalla primavera del 1999, mi hanno aiutato i miei studenti, provenienti soprattutto dai corsi universitari, con cui  già mi trovavo soprattutto per leggere testi.  Insieme abbiamo deciso di chiamare il gruppo: “Una via”.

Le nostre attività, dirette a uomini e donne, e sempre con il decisivo contributo di tutto il gruppo, sono consistite nell’insegnamento di un corso “Filosofia  morale d’Oriente e d’Occidente”, basato su una sequenza di testi fondamentale per la storia delle religioni e dell’etica. I giovani sono stati coinvolti a insegnare in carcere sulla base di una sequenza di testi che comprende Seneca, Platone del Simposio e la Caverna, un testo di Mencio sulla compassione, il re buddhista Açoka, la Bhagavadgita, alcuni testi islamici. Ho sperimentato questa sequenza in moltissime occasioni, tenendo sempre presente la dimensione etica e la dimensione spirituale.

Più recentemente ha preso forma l’insegnamento e la pratica della meditazione vipassana (un tipo di meditazione buddhista, della  tradizione hinayana ) con letture che accompagnano la meditazione.

Inoltre, in forma più circoscritta e saltuaria, ci occupiamo del lavoro redazionale alla rivista del carcere; dell’assistenza a detenuti-studenti universitari e anche ad agenti-studenti nell’ambito della convenzione Università-carcere; dell’accompagnamento nei permessi e accoglienza di detenuti durante le riunioni settimanali del gruppo; della biblioteca del carcere. Chi scrive svolge anche visite a famiglie di detenuti maghrebini in Tunisia.

Agli inizi del 2001 ho cominciato a fare piccoli esperimenti di silenzio con le detenute e poi con i detenuti, secondo gli insegnamenti della Società degli Amici (Quaccheri). Successivamente, grazie a Corrado Pensa e al suo libro, La tranquilla passione (Ubaldini, Roma 1994) ho approfondito la pratica della meditazione vipassanâ. Mi aveva aiutato moltissimo anche sul piano personale e ho pensato allora di portarla nel carcere. Attualmente nel carcere insegno in due gruppi, nel carcere giudiziario e in quello penale. Ma la situazione muta con molta rapidità, ci sono i trasferimenti o altre circostanze per cui i gruppi cambiano e si trasformano, quindi bisogna tenere presente che ogni due o tre incontri si devono ripetere le istruzioni; lo stesso succede per gli studenti, vanno via, si laureano, un ricambio continuo.

Il gruppo al carcere giudiziario è quello più agitato e turbolento, perché ci sono maghrebini, cinesi,  pakistani e albanesi: realtà diverse e difficili. Insieme facciamo meditazione, a volte io presento un pensiero, a volte propongo un tema, ad esempio la dignità umana o la felicità o l’amicizia, stimolando risposte veloci, senza contraddittorio. Ultimamente i miei studenti più esperti guidano senza di me la meditazione e il silenzio. Nel carcere giudiziario non abbiamo nulla, neanche giornali da mettere a terra, quindi stiamo seduti in circolo; nel carcere penale invece ci sono delle coperte e allora possiamo stare a terra, ci mettiamo nella cappella, spostiamo i banchi e ci sediamo in cerchio e mi sembra che vada molto meglio, anche perché l’atmosfera del penale è già di per sé molto più quieta.

Da poco, al penale leggiamo anche pagine di Thich Nhat Hanh, monaco buddhista vietnamita, un grande autore spirituale. L’elemento centrale è la pratica meditativa. Generalmente introduco l’incontro con informazioni di carattere storico, spiegando poi cosa significa vipassanâ bhavanâ,  cosa vuol dire auto-realizzazione, cura di sé, cerco di spiegare la meditazione non come immersione in verità profonde o nella divinità ma piuttosto in termini di consapevolezza (sati). Poi insegno la postura e il respiro.

Quello che facciamo è una piccola cosa, ma il punto su cui continuo a insistere con loro è che possono riprenderla e coltivarla da soli in cella, e non per questo devono diventare buddhisti. Qualunque sia la loro storia, tunisini, romeni, italiani, albanesi, quel che importa è che imparino a usare questo potente strumento di consapevolezza, di conoscenza di sé e soprattutto mi interessa affidarglielo per la vita e per il futuro: come è successo a me quando qualcuno mi ha detto “puoi sederti e contare i respiri” e questo semplice suggerimento è stato un tesoro che ho ritrovato nel tempo. Confido, anzi sono convinto, che succederà anche a qualcuno di loro, qui e fuori di qui, ricorderanno che in carcere insegnavo a sedere e respirare; un detenuto, che è stato in isolamento per punizione, mi ha raccontato che gli è servito moltissimo, è stato dieci giorni senza vedere nessuno. Io insisto, questa è una risorsa per la vita. C’è un monaco greco, fra noi, capitato qui per ragioni complicate, che sperimenta l’intreccio tra la meditazione buddhista e la preghiera di Gesù. Ne è entusiasta.

 Durante i nostri incontri facciamo una breve meditazione guidata, un quarto d’ora o al massimo venti minuti, che sono molti in una situazione così, seguendo le indicazioni dell‘Anâpánasati sutta,  ossia l’attenzione al respiro, al corpo, soffermandoci sulla completezza del momento presente, alle sensazioni. In carcere c’è molto rumore, si sentono colpi da ogni parte e se ne diventa assuefatti, quindi il solo fatto di stare zitti è nuovo e impressionante, e rende consapevoli del continuo fragore in cui sono immersi, la televisione, porte che sbattono, persone che si chiamano. Finiamo con una espressione di benevolenza (metta) pronunciando le formule “Che tu possa essere felice”, “che tu possa stare bene” e toccandoci: questo contatto piace molto, è un modo di prestare attenzione all’altro a cui non sono molto abituati.

Questo è lo schema che uso sempre, con l’indicazione che può essere scomposto e approfondito in una delle componenti con cui si avverte una maggiore affinità, il corpo, la mente o la mettá, e con questo andare avanti. Alla fine di ogni seduta vengono enunciati i cinque precetti (non fare violenza, non rubare, essere puri, dire la verità, non usare sostanze nocive alla mente e al corpo). Il percorso tra dimensione teorica e spirituale e pratica non è lineare, ma circolare. In altre parole, non c’è solo “Prima faccio poi capisco” ma anche “prima capisco e per questo faccio” e in questa modalità i vari aspetti vengono approfonditi per essere a loro volta sorgente di ulteriore fiducia ed espansione.

In carcere ci sono molte attività di volontariato, tante persone che si adoperano, ma mi pare che nessuno affronti un lavoro di formazione etica così esplicito e diretto senza ricorrere nell’evangelizzazione, che come potete immaginare, nel mondo mussulmano susciterebbe estrema ostilità. Mi sembra che, leggendo Platone o facendo silenzio insieme, stiamo riempiendo un vuoto importante, stiamo rispondendo a una necessità spirituale profonda. La Costituzione parla di rieducazione dei detenuti, ma nessuno pone il problema in modo diretto: “Che cosa dobbiamo fare nel mondo? Qual è il nostro compito?”. Nessuno è in grado di dare una risposta definitiva, ma presentando il Buddha, Confucio, Mencio o Seneca si può accendere una riflessione.

Quello che cerco di trasmettere è che dentro o fuori puoi sempre lavorare su te stesso, che abbiamo a disposizione uno spazio sempre aperto, un luogo di gioia sottile ma vera, dove è possibile in larga misura prescindere dalle condizioni personali, lavorare sulla nostra mente, prendersi cura e coltivare noi stessi, prima di pretendere di cambiare il mondo. Libero dovunque tu sia, è il titolo di un testo di Thich Nhat Hahn da noi prediletto. Non sono d’accordo con quanti sostengono che in carcere si può solo fare teatro o giocare a palla, ossia uscire da se stessi. C’è invece la possibilità di lavorare su di sé, concepire la propria esistenza come cambiamento, sviluppo, crescita. Il dubbio è che si possano sottrarre energie all’impegno di chiedere giustizia e trasformare le istituzioni, ma sono convinto che riacquistando fiducia in sé, trovando se stessi si diventa più forti e più capaci di chiedere, di pretendere una giustizia più giusta. Cerco di trasmettere la convinzione che il lavoro su di sé non è in contrasto con l’intervento sulle istituzioni, anzi protegge dal riversare su di esse quell’odio e astio che impediscono di vedere le cose nella maniera giusta, che rendono ciechi al disagio e alla frustrazione degli altri, compresi gli agenti di polizia penitenziaria: anche loro vorrebbero essere fuori di lì, fare altro, anche loro hanno bisogno di essere sostenuti.

Valutare i risultati di quello che facciamo è difficile, ma respingo fermamente l’obiezione che leggere i classici e insegnare il silenzio e la meditazione ai detenuti sia una cosa astratta, anzi credo che si tratti di un lavoro molto concreto, tra le poche cose veramente concrete che vengono proposte durante la detenzione. Spero che molti detenuti, quando felicemente usciranno dalla loro condizione attuale, si ricordino di questo insegnamento e ne facciano uso, dinanzi alle difficoltà e alla sofferenza che inevitabilmente la vita riserva a ciascuno di noi.

Pier Cesare Bori

Professore di Filosofia morale

Presidente del corso in Culture e diritti umani

Facoltà di scienze politiche

Università di Bologna

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[1] Utilizzo qui, con molte varianti,  il mio testo: L’insegnamento della meditazione nella carceri, in Sati 14, n.2 (2005), 38-47: è una conversazione tenuta all’AMECO, Associazione per la meditazione di consapevolezza, a Roma, nel 2004. Per approfondimento cfr.  www.spbo.unibo.it/pais/bori, e per una redazione  più compiuta si veda  il mio Universalismo come pluralità delle vie, Marietti 1820, Milano-Genova 2004, e inoltre La vocazione di un riformatore egiziano: Muhammad ‘Abduh (1849-1905). L’incontro tra culture in una esperienza didattica a cura di Pier Cesare Bori, Diabasis, Reggio Emilia 2005 e infine Incipit. Cinquant’anni,  cinquanta libri 1953-2003, Marietti 1820, Milano-Genova 2005..

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Petizione al Parlamento europeo

Riceviamo dall’ergastolano Musumeci, il seguente appello: cerchiamo di sostenerlo da anni in questa lotta difficile ma importante. Sappiamo che aria tira a livello dei media e fra la gente di strada ma non è  questo che ci spaventa. Chi non condivide può tranquillamente anche abbandonarci. Non ne sentiremo la mancanza. Siamo nati teologicamente dentro le galere come movimento nonviolento a causa degli atti di “mancato rispetto” verso le autorità. All’epoca era sufficiente per un quacchero non togliersi il cappello per il saluto davanti ai Magistrati, al prete anglicano o al Re.  Non dobbiamo presentarci alle prossime elezioni elettorali e non temiamo di perdere consensi. Continuiamo a dire NO ALLA PENA DI MORTE PSICOLOGICA E SPIRITUALE ossia all’ergastolo.

Carmelo ti chiediamo di non arrenderti mai. Qui trovi una roccia sicura. Qui trovi lo Spirito di liberazione che cerchi nella Speranza.

Con coraggio ci diamo appuntamento al primo dicembre !

MB

 

 

PETIZIONE AL PARLAMENTO EUROPEO:

 

TUTTA L’EUROPA ABOLISCA L’ERGASTOLO

come ha abolito la pena di morte

 

Questa petizione vuol coinvolgere tutti i cittadini dei paesi che fanno parte dell’Unione Europea, essi chiedono che nel Parlamento Europeo venga discusso il tema dell’ergastolo e venga presa una posizione favorevole per l’abrogazione di questa pena disumana e incivile.

Già in alcune nazioni europee l’ergastolo non esiste più, quello che chiediamo è che scompaia questa pena eterna  in tutta Europa, come è stata, giustamente, abolita la pena di morte, mostrando a tutto il mondo il nostro grado di civiltà e di umanità.

L’ergastolo per molti aspetti è una pena ancor più dura e incivile della pena di morte. I condannati all’ergastolo sono spesso come schiavi in attesa di essere liberati da un provvedimento legislativo (che può esserci e che può anche non esserci), hanno una pena senza fine, non possono fare progetti, non hanno un futuro. In Italia, nazione da cui parte questo appello, la situazione è ancora più drammatica, circa mille dei condannati all’ergastolo, hanno un ergastolo che impedisce per legge ogni tipo di accesso ad una forma alternativa alla detenzione e quindi sono condannati a morire in carcere, a meno che non inizino a collaborare con la giustizia.

Noi, cittadini europei, che firmiamo questa petizione ci dichiariamo contrari all’ergastolo e chiediamo a coloro che abbiamo eletto al Parlamento Europeo una presa di posizione chiara a favore dell’abrogazione di questa pena così violenta.

 

 

Nome  …………………………………………..Cognome ……………………………………………………

Data di nascita ……………………………….Luogo di nascita ………………………………………

Nazionalità …………………………………………………………………………………………………………

Indirizzo postale ………………………………………………………………………………………

e-mail………………………………………………………………………………………….

Data ………………………………………………

 

 

Firma……………………………………………………………………………………………

 

 

 

Invia questo appello firmato a : Associazione Liberarsi, casella postale 30 – 50012 Grassina (Firenze)- Italia o alla mail: assliberarsi@tiscali.it

 

 

L’Associazione Liberarsi raccoglierà tutte le firme di questa petizione e le presenterà al Parlamento Europeo.

Puoi chiedere a questi indirizzi ulteriori informazioni e materiale di documentazione. Può essere utile visitare il sito: www.informacarcere.it

Aiutaci a raccogliere firme tra amici, conoscenti, facendoci avere nomi ed indirizzi di persone che pensi potrebbero essere interessate.

Se vuoi essere informato su come procede la raccolta delle firme faccelo sapere.

 

 

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Iniziative per Gashi Muharrem

Trasmettiamo questa lettera anche agli Amici quaccheri di Bologna per verificare se possono intervenire in qualche modo anche dentro il carcere, ove la presenza è praticamente costante.

Buon giorno Maurizio,

                         trasmetto la locandina in allegato che abbiamo cominciato ad affiggere qui a Bologna per sollecitare la liberazione del cittadino Kosovaro Gashi Muharrem, illegittimamente detenuto nel carcere della Dozza di Bologna dall’11 luglio del 2009.

Penso che sia bene scrivere sinteticamente alcune note sulla vicenda.

Il Sig. Gashi, autotrasportatore, residente con moglie e figlia a Bellaria – Rimini, è stato arrestato l’anno scorso su mandato di cattura e richiesta di estradizione da parte dello Stato della Serbia, accusato di essere fra i partecipanti all’esecuzione di un cittadino serbo nel villaggio di Berkovo. Assieme al Sig. Gashi erano accusati dello stesso crimine due altri kossovari emigrati in Austria e Bulgaria. Dopo poco tempo anche lo stato del Kossovo ha richiesto l’estradizione degli imputati per poterli giudicare.

L’Austria e la Bulgaria nel giro di non molto tempo concedono l’estradizione nel Kossovo ai cittadini residenti nel loro territorio.

In Italia Gashi continua a rimanere in carcere ed i giudici bolognesi non solo non prendono decisioni, ma demandando la soluzione del problema ( Serbia o Kossovo?) al Ministero per la Giustizia.

Questo atteggiamento fa sì che l’Italia disattenda l’Art. 1244 dello Statuto della NATO che obbliga gli Stati membri a concedere l’estradizione al Kossovo di cittadini kossovari imputati di reati durante la guerra in Kossovo

Nell’inverno scorso, come Associazione Skanderbeg, abbiamo firmato una petizione, assieme ad altre venti associazioni di cittadini stranieri, per la concessione dell’estradizione nel Kossovo, al Sig. Gashi Muharrem.  Non si è mossa foglia. Gashi continua ad essere detenuto.

Il 29 gennaio al Sig. Gashi non viene rinnovato, dalla Questura di Rimini, il Permesso di Soggiorno perché “rappresenta grave minaccia per l’ordine e la sicurezza pubblica”.

Le novità, però, giungono da oltre Adriatico ed in particolare dal Kossovo; il 24 gennaio, cinque giorni prima del diniego del Permesso di Soggiorno, i due coimputati di Gashi, dopo tre mesi di carcere, vengono giudicati innocenti dal Tribunale  Speciale dell’EULEX (organismo legale europeo), formato da dodici giudici, fra i quali anche uno italiano e vengono conseguentemente rimessi in libertà; non solo, anche lo stesso Gashi Muharrem viene giudicato innocente, perché nei giorni dell’omicidio non era presente nel villaggio ove criminali compirono il reato.

Purtroppo per il Sig. Gashi non cambia nulla, riconosciuto innocente in patria ed archiviata la pesante accusa continua a rimanere, in Italia, illegittimamente in carcere.

Cosa si attende?

Si attende forse il 10 luglio per doverlo scarcerare per decorrenza dei termini di carcerazione preventiva ed in questo modo la soluzione salomonica di non scontentare nessuno dei due Stati, sarebbe ottenuta a scapito e danno del solo innocente Gashi, che si fa, così, un anno di carcere? Non solo, con la scarcerazione per decorrenza dei termini sarebbe conseguentemente espulso in Kossovo, con l’impossibilità di rientro in Italia ove vivono la moglie (gravemente ammalata) e la figlia. Risultato: distruzione di una famiglia grazie alla burocrazia e l’impavidità di chi doveva muoversi.

Questa è la storia di un innocente padre di famiglia.

Spero possiate fare un articolo perché questo è il momento giusto per fare pressioni, ringrazio per quanto andrai a fare.

La foto di Gashi sulla locandina è della famiglia e siamo autorizzati a pubblicarla.

L’Avvocato del Sig. Gashi è Giampaolo Cristofori di Bologna.

Grazie ancora.

Invio, come sempre cordiali saluti.

Giuseppe Chimisso (cell. 349.7786592)

Associazione Skanderbeg

Comunità albanese di Bologna

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A Bologna coi carcerati i quaccheri parlano di islam

Si segnala come stimolo alla riflessione personale l’iniziativa dei quaccheri nel carcere di Bologna: si approfondiscono aspetti teologici dell’islam con tratti così “protestanti” ante litteram, che forse non erano proprio inconsapevoli… Si rimarcava di fatto anche  la differenza dalla concezione di mediazione –  attraverso il ministero apostolico del perdono – sostenuto dalla chiesa antica.

Ci riferiamo a un detto qudsî, in cui si trasmette una parola divina a Mohammed;

 traduciamo la parte centrale:

«Figlio di Adamo! Se tu Mi invochi e speri in Me, Io ti perdonerò quanto hai fatto e non ne terrò conto.

«Figlio di Adamo! Se anche i tuoi peccati toccassero il cielo, ma poi implorassi il Mio perdono, Io ti perdonerò.

«Figlio di Adamo! Se anche mi portassi un mondo di peccati, se poi mi rivolgessi a Me  come l’Unico (lett. e non associassi a me altro),ti porterò un mondo di perdono»

Notiamo i tre modi per ottenere il perdono:

1. La preghiera (du’a)

2. La richiesta di perdono (istighfâr)

3. La proclamazione dell’Unità divina (tawhîd).

Si nota che, in profondità,  prendere rifugio  nell’Uno significa affidare a Dio anche il proprio peccato.

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Mi fate vergognare di essere italiana…

Ieri ero collegata su Facebook, su quello che per varie ragioni è diventato parte integrante della mia vita sociale. E’ anche il luogo in cui principalmente ricevo le notizie: non guardo più la televisione da tanto tempo.
Ho letto la notizia della denuncia fatta all’insegnante da un deputato leghista, il quale ritiene che il diario contenga espliciti riferimenti sessuali tali da “provocare turbamento”. Lì per lì ho solo condiviso il link. Ma man mano che le ore passavano, qualcosa dentro di me ha cominciato a ribollire. Ho provato lo stesso senso di sgomento, di orrore, di sanguinamento del cuore di quando ho visto la vignetta in concorso, mi sembra, per la migliore vignetta negazionista, un’idea di Achmadinejad. Raffigurava Hitler a letto con Anna Frank, e non ricordo più quale battuta oscena vi fosse scritta sotto. Ricordo solo l’orrore.
Penso all’insegnante, a come deve sentirsi. Vorrei sapere il suo nome, vorrei abbracciarla.
Avrebbe dovuto però capire che aria tira. Perché io quest’anno avevo proposto di andare a vedere al Teatro Evento il 2 febbraio una rappresentazione teatrale di Anna Frank, e ho percepito la reazione immediata,ostile: bè, forse sono io che sono una mamma chioccia, ma ho paura che mio figlio resti traumatizzato dai contenuti…..in fondo non fa parte del programma….di che utilità potrebbe mai essere?
Ho risposto che la compagnia aveva calibrato la rappresentazione in maniera tale che fosse adatta a dei bambini di quella fascia di età, che non c’era nulla di traumatizzante, non si guardavano le foto degli esperimenti di Mengele, e poi in fondo se si parla di traumi, le ho chiesto se lei allora teneva la televisione spenta tutto il giorno, se non ascoltava mai le notizie, se i suoi figli non avevano nemmeno un giochino del Nintendo e della Wii che sono tutte lotte e violente pure…ma ho rinunciato subito. Il giorno dopo molti genitori sono venuti a dirmi che loro avrebbero voluto vedere la rappresentazione. Già, ma durante la riunione non ha parlato nessuno, c’era un silenzio di tomba. Io ho risposto che se volevano ce li avrebbero portati privatamente i loro figli a vedere la rappresentazione. Che ero arrabbiata oltre ogni limite. Che non avevo intenzione di promuovere in nessun modo concetti quali la democrazia, l’uguaglianza, la legalità, dal momento che tali cose sono percepite come “traumatizzanti” e in fondo “di quale utlilità potrebbero mai essere”?
Nella società di oggi, di nessuna utilità.
· La Gelmini ci ha imposto, nella sua meravigliosa riforma, la nuova materia di “educazione alla costituzione”. Copioincollo: Nella scuola primaria (scuola elementare): si dovranno insegnare le prime nozioni sulla Costituzione e sulla convivenza, in particolare i diritti fondamentali dell’uomo, il significato delle formazioni sociali, l’importanza della tutela del paesaggio, alcune basilari nozioni di educazione stradale, la salvaguardia della salute, il valore del rispetto delle regole.
I diritti fondamentali dell’uomo…..quali diritti? Quale Costituzione? Quali formazioni sociali? Ma poi leggo meglio: aaahhhh certo, devo educare alla salvaguardia del paesaggio…..e al rispetto delle regole. Bè, ora tutto mi è più chiaro.
Oh, certo….i poveri bambini potrebbero essere traumatizzati dalla descrizione dettagliata delle parti intime di Anna. Sì, è vero, quelle pagine esistono, le ho lette, con tenerezza, con ammirazione, perché comunque riflettono la curiosità e lo spirito vivo di una ragazzina speciale. I poveri bambini non sembrano essere minimamente traumatizzati dai deliri razzisti dei loro genitori. Però sono sicura che sanno tutto su come salvaguardare il paesaggio.
Saranno traumatizzati in maniera irreversibile da un libro tradotto in 67 lingue e stampato in 31 milioni di copie. Che modo eccellente di distogliere l’attenzione dall’essenziale e di promuovere la menzogna. Perché Anna è “solo” il simbolo dei diritti umani e della giustizia sociale. Valori di nessun peso pedagogico ed educativo. Di tutto il diario, noi prendiamo la descrizione delle parti intime di Anna. E’ un po’ come con la Costituzione: la costituzione è vecchia, è obsoleta, rendiamola “moderna”. Di tutti i discorsi di Di Pietro, prendiamo solo la parola “diavolo”. Del No Berlusconi Day, prendiamo solo “l’istigazione all’odio”. Di Craxi, diciamo pure che è “uno statista”. Dei poveri, diciamo che sono gente “diseducata al benessere”. La distorsione è una pratica quotidiana in questo paese. Anna qui viene offesa ogni giorno. Anna simbolo dei diritti umani, della giustizia sociale, del coraggio di fronte alla crudeltà, dei bambini sacrificati, loro sì, all’odio, odio che nasceva dal fatto che NON siamo tutti uguali ( guarda un po’, mi sembra che qualcuno lo vada dicendo da un po’), voce insistente contro chi vuole far perdere alla razza umana la sua dignità, vocina contro queste nuove passioni oscure, vita contro la morte, deve essere infangata e distrutta da chi è contro tutto questo.
Bè, io continuo a pensare che non sia possibile. Non riusciranno ad infangarla, non riusciranno a distorcerla, non riusciranno a distruggerla. Gli occhi puri di quella ragazzina sbeffeggeranno per sempre chi ha il coraggio e la mente malata di descrivere le sue pagine come “sessualmente esplicite e traumatizzanti”. No, non ce la farete mai. Mi fate vergognare di essere italiana. Tutta la mia solidarietà e la mia incondizionata stima all’insegnante e a voi dico solo: vergognatevi.

 

Flavia Dragani *

Nuova penna di Ecumenici

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Mai dire mai

Lettera circolare novembre 2009

Care amiche e cari amici,
stiamo arrivando alla fine dell’anno e mandiamo questa lettera-circolare a circa 300 detenute e detenuti  per posta prioritaria e alla nostra lista di amiche e amici fuori dal carcere  tramite mail.

 

Partiamo dalle ultime iniziative:
1) L’uscita del primo numero stampato di “Mai dire mai”. Chi ci ha scritto (non molti, come speravamo) ha soprattutto messo in evidenza gli aspetti positivi dell’iniziativa. Ora stiamo preparando il secondo numero che riceverete nella prima settimana di dicembre. Avrà otto pagine in più che saranno un inserto intitolato “Voci dal carcere” (con vostri scritti: lettere, poesie, racconti, denunce, notizie …). Le normali sedici pagine saranno dedicate ai nostri temi: ergastolo, 41 bis, tortura, ecc …
IL GIORNALE E’ UNO STRUMENTO IMPORTANTE. DEVE MIGLIORARE. DEVE AUTOFINANZIARSI.
Per questo forza! Dobbiamo trovare 200 detenuti che mandano 10 euro sul nostro contocorrente o se gli è impossibile (o difficile) ci facciano avere 10 euro in francobolli. La realtà attuale è che ad oggi sono 29 le persone che hanno mandato l’abbonamento (9 sono dal 41 bis di Tolmezzo, uno dal 41 bis di Cuneo, 4 da Carinola, 3 da Spoleto,2 da Bologna, 1 da Saluzzo, 1 da Voghera, 1 da Secondigliano, 1 da Rossano Scalo, 1 da Bollate, 1 da Opera, 4 persone esterne). In alcune sezioni sono stati raccolti dei bolli che ci sono stati inviati (e anche questi  sono segni importanti e che permettono ad una piccola esperienza come la nostra di andare avanti).  Come possiamo pagare 960 euro che è il costo del primo numero e che scade a fine dicembre?
Siamo del tutto incoscienti nel caricarci di un debito ulteriore e più grosso (perché ci sono anche otto pagine in più) facendo uscire un secondo numero? No, non lo crediamo. MA BISOGNA CAPIRE CHE  E’ IMPORTANTE CHE IL NOSTRO GIORNALE  ESCA, CHE VENGA LETTO DENTRO LE CARCERI E FUORI DALLE CARCERI. Dobbiamo quindi trovare anche all’esterno 200 persone che mandano 10 euro per il giornale, chiedete abbonamenti a parenti, amici, volontari del carcere,  ecc …
Volentieri  manderemo 5/10 copie del giornale alla vostra famiglia che le diffonda nella zona dove vive. Pensiamo alle difficoltà che avranno i detenuti in 41 bis. Per loro e per tutti quelli che stanno leggendo questa lettera: potete anche farci avere nomi  e indirizzi di persone a cui noi spediremo una copia o più copie del giornale.
2) Giornata di incontro a Firenze del 19 ottobre su: La tortura nelle carceri italiane. E’ stato un incontro positivo, partecipato da varie persone, le relazioni sono state importanti e ne faremo un libro (quando uscirà?  E’ una domanda a cui non sappiamo rispondere ora, siamo troppo pochi che anche all’esterno ci dedichiamo con una continuità a questo impegno). Ci rivolgiamo a chi ha figli all’esterno, ha giovani da coinvolgere (giovani anche di spirito, quindi fino agli 80 … anni), è l’ora che si diano una mossa!
Incontri, dibattiti, organizziamone ovunque. Noi faremo il possibile per esserci. Un circolo dell’Arci o delle Acli, una parrocchia o una chiesa evangelica, una sezione di un partito o un’associazione culturale, un centro sociale o un collettivo anarchico, tutte sedi possibili per parlare di ergastolo, di 41 bis, di carcere. Dobbiamo creare 10, 100 luoghi e momenti di dibattito e 10, 100 azioni esterne. Banchetti con il giornale, con i nostri volantini, le nostre iniziative, ma anche striscioni … impariamo …
3) Sciopero della fame nazionale l’1 dicembre  e il 10 dicembre nelle carceri e nel territorio. Sono due giornate di mobilitazione.
Nelle carceri facciamolo sapere alla direzione con chiarezza, è un nostro diritto, di soggetti coscienti e “liberi”, rifiutiamo il carrello e quelli che possono e vogliono facciano digiuno. Che i nostri crampi si uniscano con le sofferenze dei nostri familiari, dei nostri amici, di coloro che credono in un futuro più legale e più umano e, per favore, comunicatelo anche a noi che lo possiamo scrivere sul nostro e su altri siti, sul nostro e su altri giornali. E’ un modo di contarci, di sapere quanti siamo oggi, di quanta strada abbiamo ancora da percorrere per diventare sempre di più.
Dove è possibile facciamolo sapere a tutti i detenuti e a tutte le detenute perché il fatto che l’art.27 della Costituzione non sia realizzato riguarda certamente gli ergastolani, i reclusi nelle sezioni a 41 bis e ad alta sicurezza, ma riguarda anche i tanti immigrati, i tanti tossicodipendenti, i tanti, troppi che muoiono uccisi come sappiamo dalla cronaca di questi giorni.   
Questa lettera circolare fatela girare e fatela conoscere con i vostri limiti (ai compagni in 41 bis chiediamo di parlarne all’aria con il loro gruppo, agli amici nelle sezioni alta sicurezza ne discutano in sezione e così via e che “radio carcere” funzioni dentro e fuori dalle galere).
Facciamo sapere di queste due giornate ai nostri familiari e amici.
Buon lavoro!
A TUTTI CHIEDIAMO DI RIEMPIRE IL FOGLIO CHE VI SPEDIAMO. INVIAMO 300 LETTERE … CONTIAMO DI  RICEVERE DALLE CARCERI ALMENO 600 LETTERE DI RISPOSTA ! (LE VOSTRE PIU’ ALMENO QUELLA DI UN VOSTRO AMICO).
E POI TANTE RISPOSTE DALLE VOSTRE CASE, DAI VOSTRI PAESI, DA CHI RICEVE LE NOSTRE MAIL.
SE CI SIETE FATEVI SENTIRE
Un abbraccio
Christian De Vito, Beppe Battaglia, Giuliano Capecchi, Carmelo Musumeci, Alfredo Sole

RINVIATE QUESTO FOGLIO  A:  ASSOCIAZIONE LIBERARSI, via Tavanti, 20 – 50134 Firenze
RISPONDETE ALLE DOMANDE !
Il sottoscritto, nome  ……………………………………….  cognome…………………………………………………………….
luogo di nascita …………………………………………………… data di nascita …………………………………………………
dichiara
di aver letto il giornale “Mai dire mai” di ottobre 2009 e di ritenerlo un giornale:     
        utile                                        da giudicare solo dopo i prossimi numeri                                            inutile
di non aver letto il giornale “Mai dire mai” di ottobre 2009 e per questo chiede di riceverne:
        una copia                              più copie (indicare quante)……….
chiede di ricevere altre copie del numero di ottobre 2009 (indicare quante) ………..che distribuirà
chiede che il giornale sia spedito ai seguenti nomi ed indirizzi (detenuti, amici, familiari…)
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(puoi continuare a scrivere nomi ed indirizzi sul retro di questo foglio)
chiede che gli vengano inviate 1 copia, 5 copie, 10 copie… del prossimo numero di “Mai dire mai” del dicembre 2009…………………………………………………………………….
dichiara che invierà notizie, scritti, poesie, idee per partecipare e migliorare il giornale
     sì                                                 no
dichiara che aderirà agli scioperi della fame dell’ 1 dicembre e del 10 dicembre
     sì                                                 no
chiede di essere iscritto come socio dell’Associazione Liberarsi per l’anno 2010
     sì                                                 no
Vostri ulteriori suggerimenti sulle lotte da intraprendere nei primi mesi del 2010:
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Queste risposte devono essere rinviate a: Associazione Liberarsi – via Tavanti, 20 – 50134 Firenze
ADESIONE SCIOPERI DELLA FAME DELL’1 DICEMBRE E DEL 10 DICEMBRE 2009

Al direttore del carcere di ……………………………………………….
I sottoscritti dichiarano che parteciperanno agli scioperi della fame dell’1 e del 10 dicembre 2009.
L’1 dicembre ricorda le lotte nonviolente iniziate nel 2007 e proseguite nel 2008 che hanno coinvolto numerosi detenuti e numerose detenute; il 10 dicembre è la giornata internazionale dei  diritti umani, la giornata delle detenute e dei detenuti che ogni giorno vedono i propri diritti calpestati.
I sottoscritti chiedono:
– L’abolizione dell’ergastolo, che è una condanna peggiore della pena di morte;
– La chiusura delle sezioni differenziate (41 bis e alta sicurezza);
– La fine delle troppe morti in carcere;
– L’applicazione  della Costituzione Italiana: “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” ( art. 27, comma 3)
– L’applicazione della Convenzione dei diritti umani: “Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamento inumani o degradanti” (art. 3).            
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Verrà la morte e avrà i loro occhi

Nel riportare questa corrispondenza ricevuta da Doriana constatiamo con grande amarezza come nel ricco nord – nel cuore della cd qualità della vita, da vendere poi in pillole di articoli quotidiani de  Il sole 24 ore –si muore nell’indifferenza. Ci domandiamo solo dove siano le associazioni no profit che incamerano i soldi del cinque per mille, le donazioni private, le elargizioni pubbliche e di enti privati. Tutti intenti a curare il loro pezzo di terra o meglio di business. Hanno – in altri termini – tutto il tempo impegnato in altre faccende. Del resto la vita di un uomo venuto dall’Africa a chi può importare? Gli italiani sono brava gente ma, …come dire sono già affaccendati nelle opere di Comunione e Liberazione o in quelle “laiche” dei riti dismessi della solita litania evangelica. Di certo non ci poniamo la domanda dove siano le Istituzioni dello Stato.

Strana è infatti la nostra sorte, di noi socialisti cristiani che non credono da anni ormai in questo Stato liberale, liberista e liberticida.

A dir il vero dopo la trasmissione radiofonica di Patrizia Scarpino di www.crc.fm in “occhi aperti” al gruppo omofobico Lot, non solo mettiamo in discussione la nostra appartenenza al mondo evangelico italiano (ormai inevitabile) ma ne contestiamo la strumentalizzazione di questo Gesù Cristo che cambia la vita degli omosessuali. Non è certo il nostro Dio questo fascista che stravolge le vite altrui. Con tanto di rosari o salmi, poco importa.  Le loro adunanze non sono e non saranno mai le nostre.

La teologia della Solle si mostra ancora nostra efficace interprete di questi tempi bui. Tremendi e duri. Peggio di così crediamo proprio non poteva capitarci…

Pensiamo alla morte che ha avuto anche i loro occhi a Pavia. Ma hanno girato la testa altrove. Loro preferiscono parlare non solo alla radio ma anche nei loro depliants raccattasoldi, di Luca, che era gay…

Li mandiano a quel paese pubblicamente col loro dio. E le loro monete che chiedono per compiere l’opera evangelica. Nauseabonda.

 

Maurizio Benazzi

www.ecumenici.eu

 

 

 

 

Verrà la morte e ha avuto i loro occhi.
Allego il testo da me personalmente trascritto, di due lettere autografe che mi sono pervenute per posta privata e con mailing list ma che non ho capacità tecnica di allegare e sicuramente qualcuno l’avrà già fatto o lo farà. La prima è la testimonianza dei detenuti della Prima Sezione di Pavia, compagni di cella di Sami Mbarka Ben Garci , l’altra già ieri circolata sulla stampa, parzialmente o integralmente. Per finire l’articolo dettagliato della Provincia Pavese.

Vi prego di diffondere. Non “scendiamo nel gorgo muti”.

Verrà la morte e ha avuto i loro occhi.

Doriana Goracci

 

 

Egregio signor Avvocato! noi detenuti della 1a abbiamo assistito alla lunga agonia del suo povero cliente, una morte lenta e umiliante. Sicuramente non pagherà nessuno per questa morte, ma le assicuriamo che si poteva evitare benissimo, bastava un pizzico di umanità in più.Era diventato come un prigioniero nei campi di concentramento vomitava acidi e sveniva davanti agli occhi di tutti veniva aiutato da noi detenuti per fare la doccia altrimenti poteva morire nel suo vomito!

Ma non è stato fatto assolutamente niente tranne che lasciarlo morire nella sua cella sotto gli occhi del compagno che più di tutti ha visto spegnersi un essere umano!! La preghiamo vivamente di non arrendersi alle falsità che le verranno dette perchè il suo povero cliente è stato lasciato morire sotto gli occhi di tutti noi!

Prima di lui si è impiccato un altro ragazzo seminfermo e invalido al 75% dopo averlo riempito di sedativi e spedito a San Vittore. Il padre di questo povero ragazzo ha denunciato la sua storia su Rai 3 nel programma di Tirabella accusando il carcere di Pavia di aver lasciato morire il proprio figlio!! La preghiamo di andare fino in fondo con la speranza che non succeda mai più che delle vite umane diano uno spettacolo di un campo di concentramento finchè non si spengono nella più totale indifferenza. Sarebbe una bella e giusta cosa se l’Indagine che verrà fatta si arricchisse anche delle testimonianze dei detenuti della 1a sezione. Le porgiamo i nostri più sinceri saluti

I detenuti della 1a sezione di Pavia!

Ciao Amore speriamo che tu stia bene tanti auguri x il Ramadan speriamo che ti porta fortuna e tanti auguri alla tua famiglia per il ramadan e tanti auguri a tutto il mondo mussulmano x il Ramadan, io sto morendo sono dimagrito troppo, credimi non riesco neanche ad alzarmi dal letto, spero Dio che fai presto Amore mio ma no dirlo a mia madre, bisogna accettare il destino, io ho ricevuto la tua lettera ti dico che mi dispiace iolosciopero non lo tolgo di questa vita a me non me ne frega niente STO MORENDO!!! SAMI
PAVIA, LO SCIOPERO DELLA FAME FATALE AL DETENUTO TUNISINO

Detenuto morto, ultimi giorni dentro e fuori dall’ospedale

Novantasei ore di odissea prima di morire. Lo psichiatra lo aveva rimandato in carcere PAVIA. Cinque giorni sospeso nel limbo della burocrazia, in attesa che si trovasse la forma di ricovero e di cura più adeguata. Nel frattempo Sami Mbarka Ben Garci, il tunisino di 42 anni detenuto a Torre del Gallo, che aveva ingaggiato da un mese e mezzo uno sciopero della fame estremo, è morto. Tre giorni dopo che il sindaco di Pavia aveva firmato il trattamento sanitario obbligatorio. L’inchiesta avviata dalla Procura di Pavia dovrà fare luce sugli accadimenti dei suoi ultimi giorni di vita. E sulle eventali responsabilità. Gli atti sono ancora coperti da segreto, ma tra le carte ci sono parecchi punti da chiarire.

La richiesta di aiuto. Alla fine del mese di agosto, il medico del carcere, Pasquale Alecci, segnala il problema al magistrato di sorveglianza, Marco Odorisio, e all’amministrazione penitenziaria. Il detenuto non mangia cibi solidi da quasi 40 giorni. Beve, da quanto riferisce lo stesso detenuto, solo acqua e zucchero. E’ dimagrito 21 chili e non si regge in piedi, ma è lucido e determinato nella scelta di portare avanti una forma di protesta contro una condanna ritenuta ingiusta. Anche a rischio della propria vita. Il medico prima, e il magistrato di sorveglianza poi, chiedono al Ministero di intervenire, disponendo il ricovero del tunisino in una struttura adeguata. Per la precisione, un centro diagnostico terapeutico attrezzato per il ricovero dei detenuti.

L’ospedale San Paolo, ad esempio, che ha un reparto apposito. E anche l’istituto penitenziario di Opera è attrezzato.

La visita psichiatrica. Il primo settembre, in attesa che si chiarisca la faccenda del ricovero, il detenuto tunisino viene portato in ospedale d’urgenza. Sta molto male, e Torre del Gallo non ha un presidio sanitario adeguatamente attrezzato. Tanto più che, a quanto pare, da un paio di settimane mancano nel carcere sia il cardiologo che lo psichiatra. Il tunisino arriva in ospedale ma rifiuta le cure. Viene visitato da uno psichiatra, che lo trova lucido e capace di intendere e volere. Per il medico non esistono gli estremi per un trattamento sanitario obbligatorio. Il detenuto torna in carcere a Pavia.

La risposta del Ministero. Il 2 settembre il Ministero risponde alla richiesta del magistrato di sorveglianza, ma non ritiene necessario trasferire il detenuto in un centro diagnostico terapeutico dell’amministrazione. Il “rifiuto” è motivato dal fatto che non esisterebbero, in Italia, centri clinici penitenziari adatti a curare un detenuto che sia in sciopero della fame. Il Ministero invita a tenere sotto controllo il detenuto, per evitare che commetta gesti estremi, valutando anche la possibilità di un trattamento sanitario obbligatorio. Il giorno stesso il sindaco di Pavia Alessandro Cattaneo firma il Tso.

La decisione del magistrato. E’ sempre del 2 settembre il provvedimento del magistrato che, dopo la risposta del Ministero, dispone il ricovero in una struttura esterna all’a mministrazione penitenziaria. Nel caso specifico, il Policlinico San Matteo. Il magistrato, che agisce con tempestività, dice anche di non condividere la decisione del Ministero, visto che l’o biettivo del ricovero di un detenuto che è in sciopero della fame non è tanto quello della cura, secondo il magistrato, bensì la possibilità di intervenire subito nel caso di un aggravamento delle condizioni cliniche del paziente.

I ritardi. Il detenuto entra in ospedale, al San Matteo, il 3 settembre. Se vi sia stato un ritardo (lo sciopero della fame inizia il 17 luglio, ma a metà agosto le condizioni del tunisino sono già preoccupanti) sarà la magistratura ad accertarlo. Fatto sta che il 4 settembre le sue condizioni invece di migliorare si aggravano. Il paziente è sottoposto a terapia medica (il diario clinico è sotto sequestro, quindi non è possibile sapere i dettagli della cartella) e sorvegliato. Ma nella notte del 5, alle 3,45, il detenuto muore. Dopo cinque giorni

frenetici. Una fretta che non è bastata a salvargli la vita.

(15 settembre 2009)

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Invito e un ringraziamento

Ecumenici ringrazia sentitamente l’amico Giorgio Saglietti di Tempi di fraternità www.tempidifraternita.it  per la consistente donazione: quest’anno le offerte sono tutte destinate al gruppo battista che opera nelle carceri milanesi in favore dei transgenders. Esperienza unica nel nostro paese per l’attività cristiana di base.

Aiutateci a metterne nel salvadanaio piccole o grandi offerte. E’ tutt’altro che una passeggiata impegnarsi dentro il carcere. Vi sono mille problemi pratici e tante richieste e difficoltà da superare, con limitate risorse umane e finanziarie.

Aiutaci con un bollettino postale a favore di Maurizio Benazzi, Via A. Vespucci, 72 – 20025 Legnano MI, con causale Ecumenici, sul conto numero 30592190. In alternativa è possibile fare un bonifico a Maurizio Benazzi, con causale ecumenici, sulla Banca Popolare di Milano con le seguenti coordinate: IBAN IT62 Y 05584 20200 000000003084; per l’estero: BIC BPMIITM1106. Infine puoi ricaricare la carta postepay numero 4023 6004 6886 1754 intestata al presidente fondatore di Ecumenici Maurizio Benazzi.

Il nostro nuovo sito in inglese è a questo link: http://ecumenics.wordpress.com

 

Invito

SOTTO TREGUA

GAZA

Altre voci da Palestina-Israele

16 febbraio 2009, ore 21.00

Centro Congressi, Via Corridoni 16, Milano

Ingresso libero

 

Sandro Lombardi legge Omri Evron (video di Mara Chiaretti)

Marco Baliani legge Mustafa Barghouti

Anna Nogara legge Rashid Khalidi

Giuseppe Cederna legge Sam Bahour

Maria Grazia Mandruzzato legge Gideon Levy

Licia Maglietta legge John Berger

Silvia Gallerano e Andrea Lupo leggono Irit Gal e Ilana Hammerman

Pippo Delbono legge Ghassan Kanafani

Musiche di Danilo Rossi, viola

Musiche di Carlo Boccadoro, pianoforte

Iniziativa organizzata da

Action for Peace – Libera università delle donne, Milano – “Lo Straniero”

In collaborazione con il Settore Cultura della Provincia di Milano

Si ringraziano

Casa della Cultura, Milano

Libri Scheiwiller

“Internazionale”

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