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Teologi ribelli a Roma

(ve/agenzie) Propongono la fine del celibato dei preti, il sacerdozio femminile e l’accettazione delle coppie omosessuali: prende le mosse dallo scandalo pedofilia di un anno fa nel collegio tedesco Canisius il memorandum firmato da 143 teologi tedeschi, austriaci e svizzeri, nel quale vengono auspicate profonde riforme nella Chiesa cattolica.
“Il 2011 deve rappresentare per la Chiesa l’anno del risveglio” – scrivono i firmatari del documento pubblicato per intero dalla ‘Sueddeutsche Zeitung’. “La crisi senza precedenti all’interno della Chiesa ci induce ad affrontare problemi che a un primo sguardo non sono direttamente collegati alla scandalo degli abusi sessuali. (…) Ma in quanto professori di teologia non possiamo tacere più a lungo. Sentiamo la responsabilità di dare il nostro contributo a un nuovo inizio”.

Fine del dogmatismo morale

“Nello scorso anno un enorme numero di cristiani ha lasciato la Chiesa cattolica (…) la Chiesa deve capire questi segnali e liberarsi essa stessa da strutture ormai fossilizzate, per conquistare una nuova forza vitale e rinnovata credibilità”.
“La chiesa ha bisogno anche dei ‘servizi’ di preti sposati e delle donne”, scrivono i teologi, che invitano anche a non escludere “coloro che si scambiano amore, fedeltà e reciproche preoccupazioni in un rapporto di coppia dello stesso sesso”. Invitando la Chiesa a mettere fine al suo “dogmatismo morale”, la petizione propone anche la partecipazione dei fedeli alle nomine dei vescovi.
La Conferenza episcopale tedesca non chiude al ‘memorandum’ con il quale 143 teologi cattolici di Germania, Austria e Svizzera chiedono, tra l’altro, l’abolizione dell’obbligo del celibato e il sacerdozio femminile.

Reazione dei vescovi

“Con il loro ‘memorandum’ molte professoresse e professori della teologia cattolica vogliono contribuire alla conversazione sul futuro della fede e della Chiesa in Germania”, afferma in una nota il segretario dell’episcopato tedesco, il gesuita Hans Langendoerfer. “A questa conversazione hanno invitato i vescovi tedeschi. C’è bisogno di ulteriori intuizioni e riflessioni stimolanti. Da oltre venti anni c’è un dialogo strutturato tra i vescovi tedeschi con gli accademici delle diverse facoltà di teologia. Ha lavorato bene ed è vantaggioso per entrambe le parti”.
“Il memorandum riporta insieme idee sostanzialmente discusse di frequente. In questa misura non è più di un primo passo. Su una serie di questioni il memorandum è in tensione con le convinzioni teologiche e le affermazioni ecclesiali di un livello più vincolante. I temi corrispondenti hanno bisogno urgentemente di un ulteriore chiarimento. C’è sì bisogno di più di una semplice concessione da parte dei vescovi per affrontare effettivamente le pesanti sfide alle Chiesa in Germania”.
“La Chiesa in Germania – prosegue il segretario della Conferenza episcopale tedesca – cerca con rinnovata vitalità dove conduce ora il suo pellegrinaggio. Gli errori e il fallimento del passato devono essere discussi e riconosciuti esattamente come le mancanze e le richieste di riforma. Non si possono sfuggire questioni ingombranti. La paura non è buona consigliera. Nel dialogo non devono mancare la visione accademica e l’acume intellettuale, che sono una particolare occasione della teologia accademica. La prossima assemblea generale della Conferenza episcopale tedesca da parte sua elaborerà le proprie proposte, che speriamo siano stimolanti”.

In lingua tedesca:

Süddeutsche Zeitung, articolo presentazione appello

http://www.sueddeutsche.de/politik/reform-von-innen-theologen-gegen-den-zoelibat-1.1055185

Appello dei teologi

http://www.sueddeutsche.de/politik/memorandum-der-theologen-kirche-ein-notwendiger-aufbruch-1.1055197

Memorandum Freiheit, il sito dell’appello per le riforme nella Chiesa

http://www.memorandum-freiheit.de/

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La pace o la vendetta di Dio?

Spesso le parole sembrano non bastare più, i riti e le liturgie stanche delle chiese del mondo occidentale si ripetono senza senso per il solo fatto che vi sia una tradizione da preservare, ma da qualche parte – proprio in questa zona del mondo – c’è sempre qualcuno/a che si accorge che non vale più la pena di mentire a se stessi e farsi trascinare nel circolo del non senso o dell’intellettualismo fine a se stesso. Anche il Gesù predicato dai pastori protestanti non serve a mettersi la coscienza a posto, con le miserie della nostra umanità. Gesù – con Schweitzer -viene ripensato alla luce della domanda esistenziale e permanente. Noi continuiamo ad avere sete di giustizia! Non ci sono più dogmi ecclesiastici da osservare né teorie di predestinazione che tengano: serve invece solo il coraggio di amare. Cosa che in Occidente si è perso da anni. Grazie verosimilmente anche ai cristiani e alla loro ideologia ormai deformata (definita con sfrontatezza cristianesimo) e mai fondata dal rabbi crocefisso.

Il grido di Albert Schweitzer per il rispetto della vita risuona ancora oggi nelle opulenze di questo periodo di Avvento sia pur nelle ristrettezze della crisi economica –finanziaria mondiale. Il nuovo palazzo della Rinascente a Milano grida la vendetta di Dio contro chi ti imbelletta e ti profuma, rendendoti sempre più imbecille e assuefatto. Con l’illusione che la pace di Dio sia prossima al 25 dicembre…

Noi chiediamo al Signore degli eserciti celesti di spegnere le luci luminarie di questo Natale e accendere la luce delle coscienze di ciascuno e ciascuna. Questa è la nostra preghiera. Anche per te.

Ecumenici

 

asfam

 

Albert Schweitzer da Bach al Rispetto per la vita

 

(Luca Lovisolo – Associazione Albert-Schweitzer di Trieste) Fra i dischi di casa ce n’era uno che aveva lo stesso diametro dei 45 giri, ma era più spesso, e si ascoltava con una certa solennità. Nella foto sulla copertina sedeva un vecchio rubicondo con folti baffi e capelli grigi, la camicia bianca, e sul colletto un vistoso strambo papillon. L’espressione era una curiosa mescolanza di bonarietà, severità, paternità e stanchezza: il dottor Schweitzer, l’unico organista della storia ad aver ricevuto un premio Nobel.

Albert Schweitzer nacque il 14 gennaio 1875 a Kaysersberg, un nido medievale fra i vigneti nebbiosi dell’Alsazia di fine autunno, ma non è lì che deve fermarsi chi vuole trovare il luogo dove nacque la sua anima. Pochi chilometri ancora sotto una pioggerella inopportuna, su di un pullman di studenti che motteggiano in francese con l’autista mentre due vecchine conversano due sedili più indietro nel dialetto di qui, dall’inconfondibile radice tedesca. Albert Schweitzer percorse queste valli di frontiera appena cinque anni dopo la loro annessione all’Impero germanico: vivevano ancora Johannes Brahms, Franz Liszt, César Franck, Victor Hugo. Poche settimane dopo la nascita del figlio Albert, Ludwig Schweitzer era stato trasferito per esercitare il proprio ministero di pastore protestante a Gunsbach, un villaggio di circa mille abitanti seduto in silenzio ai piedi di un modesto pendìo rugiadoso, a nord della strada principale che unisce Colmar a Munster. La famiglia Schweitzer ne abitò da allora la casa parrocchiale. Dalla canonica si può raggiungere la chiesa per due vie: per la carrozzabile, aggirando il municipio e poi salendo una scala, oppure insinuandosi tra i vicoli del borgo, passando sul ponte del mulino e ritrovandosi a monte della chiesa appena il suono del ruscello si attutisce. Ancora oggi questa chiesa è il luogo di culto comune a due paesi – Gunsbach e Griensbach-au-val – e a due confessioni religiose, cattolica e protestante. Le celebrazioni si suddividono inoltre fra riti in lingua francese, riti in lingua tedesca e riti bilingui. L’orario liturgico appeso alla porta finisce così col somigliare a un cruciverba. “Da questa chiesa aperta ai due culti ho ricavato un alto insegnamento per la vita: la conciliazione […] Le differenze tra le Chiese sono destinate a scomparire. Già da bambino mi sembrava bello che nel nostro paese cattolici e protestanti celebrassero le loro feste nello stesso tempio (1)”.

Terminate le scuole elementari di Gunsbach, a sinistra appena sotto la chiesa, scesa la scala, Albert Schweitzer passò alle scuole medie di Munster: raggiungeva ogni giorno il capoluogo della valle percorrendo il sentiero di circa tre chilometri che sale diritto dietro la parrocchia e dopo qualche decina di metri svolta repentinamente a sinistra, per tagliare a metà il pendìo sotto il bosco, fino alla città. “La cattedra di religione della scuola media di Munster era tenuta dal pastore Schäffer, una personalità notevole in campo religioso, e, nel suo genere, un eccellente oratore. Sapeva raccontare gli episodi biblici in modo stupendo. […] Mi appioppò il soprannome di Isacco, cioè «colui che ride», poiché ridevo di ogni sciocchezza […] Il registro di classe portava spesso l’annotazione «Schweitzer ride». In verità non avevo un carattere allegro, ero piuttosto timido e chiuso. Avevo ereditato questo carattere dalla mamma (2)”.

Terminate le scuole medie, le condizioni economiche della famiglia non gli avrebbero permesso la prosecuzione degli studi presso il liceo più vicino, a Mulhouse. Qui, però, due zii anziani e senza figli si offersero di ospitarlo: “Solo in seguito compresi il bene che mi avevano fatto gli zii, ospitandomi in casa. In un primo tempo mi resi conto soltanto della severa disciplina che m’imponevano […] La vita era regolata fin nelle faccende meno importanti. […] Obbligandomi a suonare, mia zia soleva dirmi: «Tu non sai quanto la musica ti potrà essere utile nella vita!». […] Neppure a Mulhouse la mia carriera scolastica ebbe inizio felice. Ero ancora troppo trasognato, le brutte pagelle diedero molte preoccupazioni ai miei genitori (3)”.

Al liceo Albert Schweitzer ebbe come insegnante di musica Eugen Munch, organista a Mulhouse della chiesa di Santo Stefano e capostipite di una famiglia che diede all’Alsazia numerosi e distinti musicisti (4). Munch era stato alla Scuola Superiore di Musica di Berlino, dove aveva respirato il clima di entusiasmo che circondava la rivalutazione delle opere di Johann Sebastian Bach, la cui grandezza fece conoscere a Schweitzer durante le lezioni di organo che questi ne ricevette a partire dall’età di quindici anni. Schweitzer liceale trovò nella musica di Bach il canale collettore delle sue prime sensazioni musicali, che rimontavano all’infanzia, all’organo sentito suonare durante i riti protestanti celebrati dal padre e ai Corali cantati a scuola. “Durante i primi anni del soggiorno a Mulhouse soffrivo molto di nostalgia per la chiesa di Gunsbach. Mi mancavano le prediche di mio padre e il servizio divino cui ero stato abituato sin da piccolo […]Dalle funzioni religiose cui partecipai da bambino ricevetti quel senso del solenne e quell’aspirazione al silenzio e al raccoglimento senza i quali la vita mi sembrerebbe sterile (5)”. Dopo inizi non propriamente incoraggianti, Eugen Munch fu sempre più convinto dal talento musicale del giovane Schweitzer e prese a volerlo come proprio organista sostituto. Il 16 novembre 1892 gli affidò in concerto la parte dell’organo nel Requiem tedesco di Johannes Brahms (6).

Ospitato a Parigi da un fratello maggiore di suo padre, commerciante, nell’ottobre del 1893 Albert Schweizer diciottenne poté incontrare per la prima volta Charles Marie Widor, organista della chiesa di Saint Sulpice. L’istruzione avuta da Eugen Munch gli valse la possibilità di riceverne lezioni private, sebbene il maestro insegnasse unicamente a favore degli iscritti al Conservatorio della capitale. Accadde a Saint Sulpice che Widor fece notare al nuovo allievo come i Preludi ai Corali di Bach cambiassero repentinamente condotta senza ragioni apparenti. Qui, suscitando lo stupore del celebre organista – che aveva trent’anni più di lui – Schweizer replicò che la spiegazione stava nel testo del Corale: la sua tesi sulla relazione diretta fra la composizione musicale di Bach e i testi poetici è oggi cosa indiscussa, ma era insospettata sino a meno di un secolo fa anche dai più grandi organisti (7).

Tornato in Alsazia, alla fine del mese di ottobre Albert Schweitzer s’iscrisse all’Università di Strasburgo e vi frequentò contemporaneamente la facoltà di teologia e quella di filosofia. Abitò nel seminario protestante, che si trova presso la chiesa di San Tommaso, adibito ancora oggi a ospitare studenti: un lato dell’edificio bianco, antico e ben tenuto, è circondato da un alto muro di cinta che lo divide dal lungofiume e da una stretta via traversa. Dalle finestre dei piani alti che l’occhio raggiunge di là del muro penzolano magliette colorate e pantaloni, quasi per certo stesi abusivamente. Il lato interno guarda su un cortile di pietra piccolo e silenzioso, presso a poco quadrato, al cui centro è piantato un alto albero di gaggia. Dietro il cortile esce dalla nebbia la massa architettonica della chiesa di San Tommaso, con il grandioso organo Silbermann. “Dal 1 aprile 1894 svolsi il mio servizio militare […] Quando, in autunno, nei dintorni di Hochfelden (bassa Alsazia) cominciarono le manovre […] portai con me il Nuovo Testamento in greco. La sera e nei giorni di riposo riuscivo veramente a lavorare […] Così, già alla fine del mio primo anno di studi avevo dubbi circa la concezione storica allora diffusa della vita di Gesù (8)”. Nel frattempo Albert Schweitzer era stato nominato organista dei concerti bachiani tenuti dal coro di Ernst Munch. “Alla venerazione per Bach si accompagnava in me quella per Wagner. Quando a sedici anni, liceale, potei andare per la prima volta a teatro, a Mulhouse, davano il Tannhäuser. Questa musica mi sopraffece talmente che ci vollero giorni, prima che potessi nuovamente prestare attenzione alle lezioni scolastiche (9)”.

Per elaborare la propria tesi di dottorato sulla filosofia della religione di Immanuel Kant (10), Albert Schweitzer tornò a Parigi, dove frequentò la facoltà filosofica della Sorbona e prese nuove lezioni d’organo, impartitegli da Widor gratuitamente. Allo stesso tempo ebbe lezioni di pianoforte dalla didatta Marie Jaëll-Trautmann, che era stata allieva di Franz Liszt. “Viveva dedicata ai suoi studi sul tocco pianistico, cui cercava una fondazione fisiologica. Le servivo da cavia, e come tale prendevo parte agli esperimenti che svolgeva con il fisiologo Féré. Quanto devo a quella donna geniale! (11)”. A ventitré anni Albert Schweitzer viveva la Parigi fin de siècle (quella di Debussy e dei pittori di Montmarte), non senza lottare contro difficoltà economiche ricorrenti: “A Widor debbo l’incontro con importanti personalità della Parigi di allora. Egli si occupava anche del mio benessere materiale. Se aveva l’impressione che a causa del mio poco denaro non avessi mangiato abbastanza, spesse volte dopo la lezione mi portava al ristorante che frequentava abitualmente, il Foyot, vicino al Luxembourg, affinché potessi saziarmi (12)”. Per poter svolgere contemporaneamente più studi Albert Schweizer ricorse spesso al lavoro notturno: “Mi accadde di suonare l’organo a lezione da Widor la mattina senza essere stato affatto a dormire (13)”. Tornato a Strasburgo nel 1899 dopo un soggiorno estivo a Berlino discusse la tesi di filosofia e continuò gli studi di teologia. Volgendo al termine questi ultimi, ebbe l’ufficio di predicatore presso la chiesa di San Nicola. Nei periodi di vacanza e quando riusciva a trovare un sostituto per le prediche tornava a Parigi ospite di suo zio, dove proseguiva gli studi con l’organista di Saint Sulpice ed ebbe anche a tenere una serie di conferenze sulla letteratura tedesca. Cominciò dal 1900 il periodo più intenso dedicato al lavoro teologico, niente affatto esente da intrusioni nelle altre discipline. Nel 1901 pubblicò lo studio sull’Ultima Cena (14), mentre la Storia della ricerca sulla vita di Gesù uscì per la prima volta nel 1906 ed ebbe poi diverse riedizioni (15). Fu nominato nel frattempo docente della facoltà teologica di Strasburgo. La Mistica dell’Apostolo Paolo uscì solo nel 1930 (16). Il celebre libro su Johann Sebastian Bach, nel quale Schweitzer enunciò le sue tesi circa la relazione fra immagini musicali e testi poetici, vide la luce in questi anni su stimolo di Charles Marie Widor. “Mentre ero impegnato a scrivere la Ricerca sulla storia della vita di Gesù, scrissi un libro in francese su Bach […] Al Bach custode del Gral della musica pura contrappongo nel mio libro il Bach poeta e pittore in musica. Tutto ciò che sta nelle parole del testo, sia il sensibile sia il figurativo, egli lo rende nel materiale sonoro con la maggior vivezza e chiarezza possibili (17)”. Il libro uscì in francese nel 1905 (18) ma poco dopo l’editore Breitkopf & Härtel ne chiese a Schweitzer una versione in tedesco, pubblicata nel 1908 con un numero di pagine quasi raddoppiato da approfondimenti e nuove ricerche (19). Intanto, ancora nel 1905, Schweitzer fu confondatore della Società Bach di Parigi, insieme a Paul Dukas, Gabriel Fauré, Charles Marie Widor, Alexandre Guilmant e Vincent d’Indy. Nello stesso anno uscì il suo studio comparato sull’arte organaria e organistica francese e tedesca (20). Dal 1892 al 1908 Albert Schweitzer aveva già tenuto 98 concerti d’organo fra Germania, Francia, Spagna e Belgio (21). Compiva 33 anni: da tre aveva comunicato agli amici e ai familiari che all’inizio del nuovo semestre scolastico si sarebbe iscritto alla Facoltà di Medicina dell’Università di Strasburgo, allo scopo di diventare medico e di esercitare questa professione nell’Africa equatoriale. “Il progetto che stavo per mettere in atto lo portavo in me già da lungo tempo. La sua origine rimontava ai miei anni di studentato. Mi riusciva incomprensibile che io potessi vivere una vita fortunata, mentre vedevo intorno a me così tanti uomini afflitti da ansie e dolori […] Mi aggrediva il pensiero che questa fortuna non fosse una cosa ovvia, ma che dovessi dare qualcosa in cambio […] Quando mi annunciai come studente al professor Fehling, allora decano della Facoltà di Medicina, egli avrebbe preferito spedirmi dai suoi colleghi di psichiatria (22)”. Sei anni dopo tenne l’Esame di Stato di Medicina: guadagnò il denaro da versare a questo scopo sostenendo poco prima l’esecuzione della Sinfonia Sacra di Widor per organo e orchestra, sotto la direzione del compositore stesso, durante la Französische Musikfest di Monaco di Baviera. La sua tesi di dottorato concernette la valutazione psichiatrica della vita di Gesù (23). “Non mi pareva vero che la tremenda tensione dello studio di medicina fosse davvero finita. Mi rassicuravo di continuo che non era un sogno, ma che era proprio finita(24)”.

“Non predicare più, non tenere più lezioni significò per me una rinuncia pesante. Sino alla mia partenza per l’Africa evitai per quanto possibile di passare dalle parti della chiesa di San Nicola o dell’Università. Vedere quei luoghi di un agire che non sarebbe mai più ritornato era troppo doloroso. Ancora oggi non riesco a tenere lo sguardo rivolto alla finestra della seconda aula a est dell’entrata del grande edificio universitario, dove solevo tenere lezione […] Finora ero stato occupato solo da lavoro intellettuale. Adesso bisognava fare ordinazioni dai cataloghi, commissioni tutto il giorno, girare per negozi a cercare merce, verificare consegne e fatture, chiudere casse, compilare con esattezza le liste per la dogana, e simili altre cose ancora. […] Per raccogliere i fondi necessari alla mia impresa cominciai a elemosinare presso i miei conoscenti […] Quando fui sicuro di aver raccolto tutti i mezzi necessari a fondare un piccolo ospedale, feci la mia offerta definitiva alla Società delle Missioni di Parigi di mettermi al servizio a mie spese come medico nel territorio della missione sul fiume Ogooué, a partire dalla loro base di Lambaréné, situata in posizione centrale […] Ma gli osservanti più stretti fecero resistenza. Si decise di sottopormi a un esame sulla fede. Non accettai, motivando il mio rifiuto col fatto che Gesù, chiamando i suoi discepoli, non pretendeva altro se non che volessero seguirlo. […] Quando assicurai che volevo solo fare il medico, e per tutto il resto sarei stato «muto come una carpa», allora si tranquillizzarono. […] Nel febbraio del 1913, 70 casse furono chiuse a vite e spedite intanto come bagaglio a Bordeaux […] Il Venerdì Santo del 1913 mia moglie e io lasciammo Gunsbach, la sera del 26 marzo ci imbarcammo a Bordeaux […] A Lambaréné i missionari ci accolsero davvero con cordialità […] Tenni i miei primi consulti in un pollaio […] Prima ancora che avessi trovato il tempo di togliere dalle casse medicine e strumenti, fui circondato da malati […] Arrivavano da un raggio di 200 – 300 chilometri, in canoa, sull’Ogooué e sui suoi affluenti […] Com’ero contento di aver realizzato il mio progetto di venire qui, in barba a tutte le obiezioni! (25)”.

Oltre a operare da medico e a costruire materialmente l’ospedale erigendo capanne di legno, lamiera e bambù, durante il primo soggiorno africano Schweitzer proseguì l’edizione critica delle opere per organo di Bach poi pubblicata in collaborazione con Charles Marie Widor (26). La Società Bach di Parigi gli inviò in regalo un pianoforte verticale con pedaliera, sui cui tasti l’avorio era fissato a vite, anziché incollato, per evitarne l’inevitabile distacco dovuto al clima. Suonando questo strumento – grazie al quale conservò anche l’agilità delle dita necessaria a operare chirurgicamente sino a età avanzatissima (27) – il dottor Schweitzer preparò le centinaia di concerti che tenne in tutta Europa durante periodici rientri nel Vecchio Continente, e numerose, primordiali incisioni discografiche (28). Al di là degli specifici scopi culturali, quest’attività pubblica servì non di meno ad attrarre attenzione e aiuti a favore del suo ospedale.

Nel 1914 la Prima Guerra Mondiale contrappose gli Imperi Centrali (Germania e Austria-Ungheria) a Francia, Russia e loro alleati: Albert Schweitzer e la moglie Hélène Bresslau, che lo assisteva in Africa come infermiera, erano cittadini tedeschi in territorio coloniale francese. Furono dapprima piantonati: il provvedimento fu revocato dopo quattro mesi grazie alle insistenze di Widor presso le autorità di Parigi. In questi eventi Schweitzer abbozzò l’opera filosofica Cultura ed etica, poi pubblicata dopo la guerra. Di fronte ai primi abbaglianti progressi della tecnica, al crescere dei nazionalismi e alla chiusura su di sé del pensiero filosofico, Schweitzer lesse la decadenza della cultura europea come conseguenza del distacco di essa da una ragionata visione del mondo, e definì la cultura come compimento etico del singolo e della società. Il progresso universale, in quanto affermazione del mondo e della vita, è tale secondo Schweitzer solo se cammina di pari passo al progresso etico: ma quale può essere quella visione del mondo nella quale etica, affermazione della vita e affermazione del mondo possono trovare una simultanea fondazione? “Per mesi restai in agitazione continua. Senza successo occupai il mio pensiero, con una concentrazione che non fu guastata neppure dal lavoro che svolgevo ogni giorno in ospedale […] Stavo come di fronte a un portone di ferro che non voleva cedere […] In quelle circostanze dovetti intraprendere un lungo viaggio sul fiume [Ogooué]. Alla sera del terzo giorno, quando, al tramonto, navigammo in mezzo a un branco di cavalli del Nilo, si parò di fronte a me inattesa e non cercata l’espressione: «Rispetto per la vita». Il portone di ferro aveva ceduto […] Ero penetrato sino all’idea nella quale sono contenute insieme l’affermazione del mondo, l’affermazione della vita e l’etica. Ora sapevo che la concezione dell’affermazione del mondo e dell’affermazione della vita è fondata nel pensiero insieme ai suoi ideali culturali (29)”.

L’espressione “Rispetto per la vita” non è una semplice, pur nobile affermazione di principio: ha per Schweitzer una precisa dignità teoretica, e diventa la chiave di volta per la moderna capacità di giudizio sia di fronte al progresso tecnologico, sia di fronte alle sfide culturali che esso comporta (30).

Un articolo che riguardi gli anni di formazione di Albert Schweitzer deve fermarsi a questa espressione, che guiderà tutto il resto della sua vita. Nel 1917 il dottore e sua moglie furono costretti a tornare in Europa e imprigionati in Francia. L’internamento guastò seriamente la loro salute: indebolita, Hélène Schweitzer tornerà in Africa solo nel 1941. Il dottor Schweitzer vi tornò nel 1924, all’età di quarantotto anni. “Dell’ospedale rimanevano in piedi solo la piccola baracca di lamiera ondulata e lo scheletro in legno duro di una delle grandi capanne di bambù. Durante i sette anni della mia lontananza tutto era marcito e crollato […] La mia vita andava così: di mattina facevo il medico, di pomeriggio il costruttore (31)”. Rimasto solo, Schweitzer si fece aiutare nei lavori pratici dai familiari dei malati. L’ospedale riprese a funzionare, dall’Europa giunsero aiuti, personale medico e poi sua figlia Rhena. Con un preciso fine educativo, l’ospedale non offrì mai cure a titolo completamente gratuito: a ciascuno era chiesto un contributo nella misura e nelle forme che gli erano possibili, con l’eccezione dei casi di povertà estrema. Nel 1953 fu conferito ad Albert Schweitzer il Premio Nobel per la Pace. Il dottore tornò in Europa per altre dodici volte, e tenne l’ultimo dei suoi 487 concerti il 18 settembre del 1955 (32). Nel 1959, due anni dopo la morte della moglie, Albert Schweitzer si stabilì definitivamente in Africa, dove continuò a lavorare e a tenere fitti scambi epistolari con il mondo intero sino all’agosto del 1965. Il 4 settembre, alle 23.30, la sua vita vissuta ai confini dell’incredibile si spense a novant’anni, nel buio della foresta.

L’ospedale Schweitzer di Lambaréné è oggi uno dei centri medici più importanti dell’Africa equatoriale. I principali scritti di Albert Schweitzer sono ancora regolarmente ristampati. I dischi incisi dal dottor Schweitzer organista ci consegnano uno stile esecutivo cui oggi il mondo dell’organo guarda con una sufficienza ammantata di falsa coscienza. La fondazione teoretica delle sue interpretazioni di Bach non è discutibile, salvo disporre almeno della sua stessa capacità di sintesi filosofica, musicale, teologica e umana. Egli ci indica un’imbarazzante meta raggiunta dall’umanamente possibile: conseguire tre lauree, scrivere qualche decina di libri, fondare e costruire con le proprie mani un ospedale nella foresta, superare due guerre mondiali e riempire di pubblico le chiese d’Europa con mezzo migliaio di concerti d’organo. Un modello scomodo. Vi è un interrogativo cui l’opera del dottor Schweitzer deve richiamarci: quante vite costa nel Terzo Mondo la costruzione di un organo in Europa? Nell’epoca della comunicazione globale questo dilemma non può restare ignorato. La risposta non è un terzomondismo da parata che vorrebbe distruggere le nostre ricchezze a sterili fini assistenziali: il dottor Schweitzer operò in Africa senza smettere mai di lavorare per la dignità della cultura europea, dimostrando con la sua vita che le nostre ricchezze intellettuali non sono a danno di altri, a patto che sappiamo farle fruttare nel modo giusto, a vantaggio di tutti. Oggi, per noi organisti ne consegue una responsabilità: la nostra presenza all’organo deve giustificarsi eticamente. “Raccoglietevi, raccoglietevi. Abbiamo bisogno di raccoglimento più di ogni altra generazione sulla Terra, o la nostra umanità precipiterà spiritualmente. Raccoglietevi, voi che vi disperdete negli eventi […] Siate silenziosi, affinché il vostro pensiero prolifichi; credete che nell’ora solenne della solitudine con voi stessi non solo sarete migliori nell’anima e nel carattere, ma troverete la forza di portare meglio il peso che il destino e gli uomini vi preparano, di perdonare laddove non avreste potuto perdonare, di credere negli uomini laddove altrimenti sarebbe la disperazione (33)”.

 

1. Albert Schweitzer, Aus meiner Kindheit und Jugendzeit, 1924. Le traduzioni sono dello scrivente.
2. Albert Schweitzer, Aus meiner Kindheit und Jugendzeit, 1924.
3. Albert Schweitzer, Aus meiner Kindheit und Jugendzeit, 1924.
4. Eugen Munch morì di tifo in giovane età nel 1898: Albert Schweitzer ne scrisse una memoria biografica, che fu il suo primo libro stampato, sebbene uscito anonimo (Anonimo, Eugen Munch, Brinkmann, Mulhouse, 1898). Eugen Munch ebbe un figlio, Hans (Mulhouse, 9.3.1893 – 7.9.1983), violoncellista e direttore d’orchestra, che fu allievo di Schweitzer per l’organo. Il fratello di Eugen, Ernst (Niederbronn, 31.12.1859 – Strasburgo, 1.4.1928) fu a Strasburgo docente al Conservatorio e organista della chiesa di San Guglielmo, dove fondò un coro per eseguire le Cantate di Bach. Di queste esecuzioni Albert Schweitzer fu più tardi organista ufficiale e ne scrisse numerose presentazioni uscite sui giornali cittadini. Dei due figli musicisti di Ernst, Fritz (Strasburgo, 2.6.1890 – 10.3.1970) fu direttore del Conservatorio della sua città, oltre che teologo protestante, filosofo e musicologo, mentre Charles (Strasburgo, 26.9.91 – Richmond, USA, 06.11.1968) divenne celebre in tutto il mondo come violinista e direttore d’orchestra.
5. Albert Schweitzer, Aus meiner Kindheit und Jugendzeit, 1924.
6. Harald Schützeichel, Die Konzerttätigkeit Albert Schweitzers, Haupt, Bern, 1991. “Quel giorno provai per la prima volta il piacere, che assaporai poi molte volte, di fondere il suono dell’organo con quello dell’orchestra e del coro”. Albert Schweitzer, aus meiner Kindheit und Jugendzeit, 1924.
7. Devo la narrazione di questo aneddoto generalmente sconosciuto alla cortesia del noto concertista alsaziano Daniel Roth, attuale organista della Basilica parigina di Saint Sulpice. A lungo in Francia – e certamente anche in altri Paesi al di fuori della Germania – si ritenne che i Corali usati da Bach fossero melodie liberamente create da Bach stesso, ignorando che provenissero da un repertorio consolidatosi fin dai tempi di Lutero. Fu questa la ragione per la quale César Franck intitolò così i suoi Tre Corali, sebbene vi avesse impiegato temi estranei a qualunque tradizione liturgica (Cfr. Albert Schweitzer, Deutsche und Französische Orgelbau und Orgelkunst, Breitkopf & Häretel, Leipzig, 1906, 42, n. 1).
8. Albert Schweitzer, Aus meinem Leben und Denken, Leipzig, 1931, I.
9. Albert Schweitzer, Aus meinem Leben und Denken, Leipzig, 1931, I.
10. Albert Schweitzer, Die Religionsphilosophie Kants, Mohr, Freiburg, i.B., 1899. Il pensiero di Immanuel Kant (1724-1804) ha comportato una rivoluzione nei concetti di conoscenza sensibile e conoscenza intelleggibile, capovolgendo il ruolo del soggetto rispetto all’oggetto nell’atto della conoscenza stessa. Una tale trasformazione, espressa nelle opere critiche a partire dalla Critica della ragion pura (1781), oltre alle conseguenze sul pensiero, sull’agire e sulla capacità di giudizio non poté non comportare le importanti ripercussioni nel campo della religione che Kant trattò nella Religione entro i limiti della semplice ragione (1793). La tesi di laurea di Schweitzer ebbe il fine “di riascoltare Kant stesso, a fianco delle numerose opere sulla sua filosofia della religione […] Quest’opera offre un’analisi critica dei pensieri di Kant che hanno qualchessia relazione con i problemi di filosofia della religione”.
11. Albert Schweitzer, Aus meinem Leben und Denken, Leipzig, 1931, II.
12. Albert Schweitzer, Aus meinem Leben und Denken, Leipzig, 1931, II.
13. Albert Schweitzer, Aus meinem Leben und Denken, Leipzig, 1931, II.
14. Albert Schweitzer, Das Abendmahl im Zusammenhang mit dem Leben Jesu …, Mohr, Tübingen, 1901.
15. Albert Schweitzer, Geschichte der Leben-Jesu-Forschung. Mohr, Tübingen, 1906. La prima edizione uscì sotto il titolo Von Reinmarus zu Wrede, da Reinmarus a Wrede. Infatti, l’opera è una lettura analitica della storiografia su Gesù a partire dallo storico settecentesco Hermann Samuel Reimarus fino al teologo contemporaneo William Wrede. Solo a partire dall’Illuminismo la figura di Gesù fu studiata sotto un profilo strettamente storico, per lottare contro i dogmi servendosi di un Gesù descritto storicamente, depurato di ogni pathos. Da Reinmarus in avanti lo svilupparsi della ricerca storica scosse effettivamente non poco i dogmi consolidati. Per Schweitzer la ricerca storica sulla vita di Gesù sta al di sopra della ricerca sulla storia dei dogmi, sia nel rapporto con la cultura del nostro tempo, sia per il concetto di messianità di Gesù in relazione alla cultura ebraica di allora e agli atti di Gesù stesso. Nello scoprire che il Messia consegnatoci dalla ricerca storica non coincide con quello descritto dai dogmi e dalla teologia tradizionale, egli, forte della sua esperienza di predicatore, non trascurò di chiedersi in quale modo le comunità di fedeli avrebbero recepito questa evidenza. Annotò, a questo proposito: “In ogni circostanza, la verità ha più valore della non verità […] Anche se in un primo momento essa appare estranea alla devozione e le crea difficoltà, il risultato non può mai comportare danno, ma solo approfondimento […] La religione, pertanto, non ha alcun motivo di schivare il confronto con la verità storica” (Albert Schweitzer, Aus meinem Leben und Denken, Leipzig, 1931, VI). Si possono facilmente immaginare le reazioni sconcertate che queste affermazioni profetiche causarono anche presso le autorità religiose protestanti, per tacere di quelle cattoliche, con le quali Schweitzer dovette confrontarsi al momento di partire come medico per la missione cattolica africana di Lambaréné. E’ utile ricordare che a quel tempo le Chiese protestanti non gestivano proprie missioni, ma sostenevano, anche economicamente, quelle cattoliche.
16. Albert Schweitzer, Die Mystik des Apostels Paulus, Mohr, Tübingen, 1930. Quest’opera tratta essenzialmente la questione del ruolo di Paolo nell’ellenizzazione del Cristianesimo, fra Cristo e Ignazio di Antiochia. Schweizer dà della dottrina di Paolo una spiegazione puramente escatologica, che ne stabilisce la dipendenza diretta dalla dottrina di Gesù. Toglie così a Paolo la veste di ellenizzatore del Cristianesimo, sebbene, “nella sua mistica escatologica dell’essere in Cristo egli abbia dato [al Cristianesimo] una forma nella quale esso divenne ellenizzabile”. La prefazione del libro è firmata “Albert Schweitzer – Dal battello a vapore sul fiume Ogooué, durante il viaggio a Lambaréné, nel giorno di Santo Stefano 1929.
17. Albert Schweitzer, Aus meinem Leben und Denken, Leipzig, 1931, VII.
18. Albert Schweitzer, Jean-Sébastien Bach, le musicien-poète, Paris, 1905.
19. Albert Schweitzer, Johann Sebastian Bach, Leipzig, Breitkopf & Härtel, 1908. Nonostante il progresso della ricerca bachiana dopo Schweitzer, la lettura di questo libro resta la prima tappa per chi voglia accostarsi con cognizione di causa alle opere di Johann Sebastian Bach e alla musica da chiesa protestante. E’ un peccato che l’unica traduzione italiana disponibile (Albert Schweitzer, Bach, il musicista poeta, Suvini Zerboni, Milano, 1952) corrisponda alla prima edizione del libro, quella in lingua francese, priva di tutte le integrazioni contenute nella successiva edizione tedesca.
20. Prima di essere pubblicato nel 1906 a Lipsia da Breitkopf & Härtel lo studio uscì nella rivista Die Musik, 1905, pagg. 76-90 e 139-154.
21. Harald Schützeichel, Die Konzerttätigkeit Albert Schweitzers, Haupt, Bern, 1991, 80. Il 27.4.1908 Albert Schweitzer tenne a Milano l’unico concerto che ebbe occasione di dare in Italia, fra mille diffidenze causate dalla sua appartenenza alla Chiesa protestante. Il concerto fu ignorato da tutti gli organi di stampa.
22. Albert Schweitzer, Aus meinem Leben und Denken, Leipzig, 1931, X.
23. Albert Schweitzer, Die psychiatrische Beurteilung Jesu, Mohr, Tübingen, 1933.
24. Albert Schweitzer, Aus meinem Leben und Denken, Leipzig, 1931, X.
25. Albert Schweitzer, Aus meinem Leben und Denken, Leipzig, 1931, XII-XIII. Le difficoltà opposte a Schweitzer da parte dei religiosi più osservanti derivavano dalle tesi estremamente moderne espresse nei suoi studi teologici. In materia di fede Schweitzer si pronuncia sempre in senso antidogmatico e in favore della libertà di ricerca intorno ai testi e alla storia della religione. Un approccio che ancora oggi, tavolta, è accettato con diffidenza. Giunto sul posto, Schweitzer fu poi invitato a predicare dagli stessi missionari, meno usi a sottilizzare di dottrina, immersi com’erano nell’esperienza pratica della missione.
26. Il lavoro era stato commissionato dall’editore Schirmer di New York. L’opera avrebbe dovuto comportare la pubblicazione contemporanea in tre lingue negli Stati Uniti e in Europa. Gli eventi della Prima Guerra Mondiale e le loro conseguenze sul piano monetario permisero di fatto la circolazione della sola edizione americana.
27. La circostanza mi è stata riferita presso la Casa Schweitzer di Gunsbach.
28. Il repertorio del dottor Schweitzer non fu limitato a Bach, ma comprese buona parte dell’opera di Franck e di Mendelssohn, vari estratti dalle sinfonie di Widor, molte composizioni di autori meno noti e una settantina di opere per organo e altri strumenti. A fianco di alcuni dischi realizzati nel 1955 da Schweitzer ormai ottantenne, vanno ricordate le numerose incisioni degli anni Trenta, che sono le più rappresentative della sua arte. Alcune sono state riversate su CD: una buona antologia è in The art of Albert Schweitzer, 3 CD, EMI, TOCE-6918-20.
29. Albert Schweitzer, Verfall und Wiederaufbau der Kultur, Beck, München, 1923; Kultur und Ethik, Beck, München, 1923; Aus meinem Leben und Denken, Leipzig, 1931, XIII. Adottiamo anche qui l’espressione italiana “Rispetto per la vita”, ormai divenuta celebre. Essa, tuttavia, non rende giustizia alla formulazione originale tedesca Ehrfurcht vor dem Leben, che, a giudizio di chi scrive, in italiano è resa meglio con Soggezione di fronte alla vita.
30. Sono esemplari per questa dialettica dell’Affermazione della vita le opere Das Christentum und die Weltreligionen [il Cristianesimo e le religioni del mondo], Beck, München, 1925; Die Weltanschauung der indischen Denker [I grandi pensatori dell’India] e i discorsi radiofonici contro gli esperimenti nucleari, tenuti nel 1958.
31. Albert Schweitzer, Aus meinem Leben und Denken, Leipzig, 1931, XIX.
32. Harald Schützeichel, Die Konzerttätigkeit Albert Schweitzers, Haupt, Bern, 1991, 75.
33. Albert Schweitzer, da un sermone tenuto in San Nicola a Strasburgo l’8.12.1918, manoscritto presso l’Archivio Centrale Schweitzer di Gunsbach. Riportato per estratto in Harald Schützeichel, Die Konzerttätigkeit Albert Schweitzers, Haupt, Bern, 1991, 197.
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Cosa leggere?

L’editoria in lingua italiana è avara con Albert Schweitzer. In materia musicale segnaliamo: Bach, il musicista poeta (Suvini Zerboni, Milano, 1952), traduzione basata purtroppo sulla prima versione del testo. Fra le opere teologiche è stata tradotta in tempi recenti solo la Storia della ricerca sulla vita di Gesù (Paideia, Brescia, 1987). L’opera più utile a conoscere la figura di Schweitzer è l’appassionante autobiografia Aus meinem Leben und Denken (La mia vita e il mio pensiero), scritta in un tedesco scrupoloso ma non insormontabile. Più ardua la lettura in lingua originale delle opere teologiche e di quelle filosofiche sul tema della cultura e dell’etica. Traduzioni italiane furono pubblicate decenni fa, ma sono ormai del tutto irreperibili, se non in qualche biblioteca ben fornita. In commercio si possono trovare l’autobiografia degli anni giovanili Infanzia e giovinezza (Mursia, Milano, 1990) e lo studio I grandi pensatori dell’India (Ubaldini, Roma, 1983). Nelle librerie religiose ci si può imbattere in antologie che raccolgono pensieri scelti di Albert Schweitzer: da queste però è impossibile ricavare un’idea esauriente del personaggio. Al lettore italiano indichiamo senz’altro i due eleganti volumi-strenna di Luigi Grisoni Albert Schweitzer (Velar, Bergamo, 1996). Oltre a complete informazioni biografiche, essi contengono un’abbondante documentazione fotografica e traduzioni inedite.

 

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Idoli religiosi e non

Il Gruppo VARCO

invita ad una Conversazione con

DANIELA DI CARLO

Pastora della Chiesa Valdese di Angrogna (TO)

 

L’elogio del margine

L’”indecente” progetto della Teologia Queer

che si terrà

Lunedì 17 Novembre 2008 alle ore 21.00
Chiesa Evangelica Valdese –  via della Signora 10, Milano

(presso la Sala Arcobaleno)

“La teologia queer nasce come risposta alla TT (teologia totalitaria) che attraverso il terrorismo ecclesiastico e’ portatrice non tanto di un progetto evangelico, quanto di un progetto sessuale al cui interno la pratica eterosessuale e’vista come l’unica pratica naturale e benedetta da Dio.

Le ed i credenti queer sono allora coloro che sfidano la TT e tentano di creare una teologia biografica che parte dalla vita reale.” (D. Di Carlo)

La conversazione sarà preceduta da un momento conviviale “bring and share”

a partire dalle ore 20

VARCO – Gruppo evangelico per la Valorizzazione e il Riconoscimento della Comunità Omosessuale, membro della Rete evangelica di fede e omosessualità – Milano – http://gruppovarco.altervista.org/

 

 uccello

 

Ecumenici nel riprendere lo stimolante articolo proposto da Daniela Tuscano ricorda che la newsletter non ha mai utilizzato immagini c.d. sacre circa la rappresentazione del divino. Per noi è pura idolatria umana anche e forse soprattutto quando lambisce l’ ambito religioso. Troppo comodo parlare del Dio denaro nell’individuare l’idolatria quando poi tutti  cerchiamo il nostro tornaconto personale. E – se mi è consentito – preferiamo in questo caso specifico adottare il linguaggio duro dei profeti per affermare che Dio, nella Fede monoteista, è il totalmente altro. Non per questo ci sottraiamo al dibattito e osiamo affermare che Dio non è solo padre ma anche madre, tentando così di scardinare millenni di cultura patriarcale e maschilista. Ma proprio durante il cristianesimo anche tragicamente omofobica.

Nelle nostre casse quest’anno sono entrati solo 10 euro come donazione e immaginiamo – stante il contesto italiano – che se avessimo utilizzato altre strategie di impatto “religioso” potremmo forse offrire testi da leggere ai carcerati, avere un canale professionale per la distribuzione della newsletter, organizzare un evento su psicanalisi e religione come ci è stato chiesto da una lettrice psicologa di Milano. Non lo possiamo fare ma siamo anche  fieri di aver rinunciato a tutti, ma proprio tutti gli idoli.

Le opere non sono la nostra salvezza ma semmai l’amore di Dio madre e Dio padre, non omofobo. Di questo siamo testimoni. Così come voi siete testimoni diretti  che questa newsletter continua la sua attività anche senza un euro di fondi otto per mille.

Ma è meglio così: non potremmo rinunciare alla liberta. Non la si mangia a pranzo e non la si accumula nel tempo. La si vive nel quotidiano.

Maurizio Benazzi

 

PS: in considerazione della presenza nella nostra lista  di Lorenza Giangregorio, della sua spontanea amicizia e stima reciproca ma anche per le sue funzioni a Roma, la newsletter rivede la propria posizione sul silenzio circa le iniziative di Amnesty International, quale segno di protesta nei confronti di un referente leghista nel dipartimento migranti della regione Lombardia. Questo non ci impedirà di ricordare a più riprese che anche nei santuari c.d. laici occorre fare piazza pulita degli idoli politici. Qualunque essi siano che parlino romano o padanense.

 

 

 
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L’immagine della ragazza crocifissa sul letto, che Telefono Donna ha lanciato per la ricorrenza del 25 novembre, toglie il sonno all’assessore milanese Cadeo (Maurizio, non Cesare), di Alleanza nazionale. Secondo quest’ultimo, il ritratto offenderebbe la tradizione cristiana.

“Il seno è nudo – annota Stefano Rossi di “Repubblica” – la bella ragazza bruna è sdraiata sul letto…”; sul medesimo quotidiano don Andrea D’Asta, gesuita e critico d’arte, è più dettagliato: “C’è una donna bella e attraente che assume innegabilmente la posizione della croce ma che contemporaneamente ricorda la posa ammiccante della protagonista torbida del film American Beauty. Fotografata dall’alto, per insistere sul suo corpo. E’ posta nuda su di un letto invitante, soffice, con cuscini collocati in modo da insistere sulla forma della croce. Ha i capelli scomposti, ma non le alterano il volto. Il richiamo alla croce è evidente, ma l’atteggiamento della donna è attraversato da una intensa sensualità, accentuata da un atteggiamento di resa invitante. La frase ‘Chi paga i peccati dell’uomo?’ è sovrapposta al pube”.

Questa lunga citazione non manca di sorprendere, data la sua completa consonanza col giudizio ben più grossolano, ma senza infingimenti, dell’assessore Cadeo.

Non ci si attende, dall’assessore Cadeo, una conoscenza approfondita di Storia dell’arte. D’altro lato, giacché si proclama così ligio alla tradizione cristiana, si sarà pure accorto, anche distrattamente, anche sbadatamente, della presenza di numerose immagini licenziose nelle chiese, soprattutto antiche. Riguardo alla ragazza nuda l’accostamento con Guido Reni, rilevato da alcuni osservatori, pare evidente.

Anche Cristo era nudo; il Crocifisso di Santo Spirito, opera giovanile di Michelangelo, lo è poi totalmente. Privo persino di quel nubente e arioso panneggio che svela più di quanto vorrebbe celare e che si confonde con le tenere e lattee carni del Redentore. La casta virilità del Buonarroti non poteva accettare questi eufemismi pittorici: maschi o femmine, indistintamente, avevano per lui un’essenzialità spartana e sacrale. Via tutto, nel segno del definitivo incontro con Dio, di fronte al quale ognuno compare irrimediabilmente disadorno.

Nelle opere di Michelangelo si ravvisa sempre una perentorietà scultorea. Ben diversa da quello spirito balzano e ridente di Leonardo, dal cui san Giovanni trapelano fantasiose estasi ambigue, estri da soubrette, capricci di santi. E’ il cielo, in fondo, a sfuggirci come un tinnulo monello. Per non parlare di San Sebastiano: presentissimo nelle pale d’altare, oggi dimenticato dai devoti (ma recuperato dalla cultura gay che ne ha fatto una sorta di icona: curiosando sul web ho trovato questa breve carrellata, piuttosto accurata anche se non vi compare un piccolo gioiello della cinematografia contemporanea, il Sebastiane di Derek Jarman).
Di fronte a questi Cristi in deshabillé, martiri discinti, profeti scollacciati la “tradizione cristiana” si è sempre devotamente genuflessa, compresi i principi della Chiesa che solo in uno dei momenti più bui della loro storia hanno pensato di ricorrere al “Braghettone” per cancellare, con la nudità dei corpi michelangioleschi, il proprio morboso tarlo.

Che l’assessore teocon, fra l’altro per nulla turbato dalla quotidiana esibizione di veline e ninfette da parte delle tv del suo potente alleato, lo ignori platealmente, non può meravigliare. Stupirebbe, semmai, che la sua “valutazione” sia sostanzialmente condivisa da uno stimato critico d’arte. In realtà, il paesaggio di formazione dei due è in fondo il medesimo.

Quanto a don D’Asta, solo un temperamento creativo, o, al contrario, molto occhiuto, poteva concepire associazioni di idee tanto ardite: la ragazza martirizzata ma bella (il prete ne preferiva una brutta, evidentemente), sul letto “soffice” (demoniaci languori, forse era meglio un rozzo tavolaccio), e, suprema empietà, quella frase “sovrapposta al pube”: e a questo punto verrebbe da chiedere al padre molto reverendo dove l’avrebbe collocata, dato che si parla di stupro.

Il vero motivo di questa levata di scudi non è stato ravvisato, a mio parere, nemmeno dal pur ottimo Michele Serra, che preferisce soffermarsi sullo scandalo suscitato dalla Croce. Non che tale scandalo smetta di accecare: il guaio è che agli attuali farisei mancano persino gli occhi, e gli è rimasta solo la stoltezza. Quando la croce si reimpossessa del suo significato profondo è inevitabilmente legata al corpo, e al corpo nudo, straziato, certo, ma anche polposo, estenuato e serico come i quadri di Reni, perché anche in essi palpita il murmure dell’innocenza violata. La croce è sangue e terra, disfatta e rinascita della carne umana. Appartiene all’umanità, vi si identifica.

Ebbene. Cristo, san Sebastiano, san Giovanni e pure il re Davide (quello che danzava svestito davanti all’arca del Signore) erano spogliati, dolenti, languidi, ammiccanti, sanguigni o siderei, ma tuttavia maschi.
La donna crocifissa, dunque – peraltro non la prima in assoluto, un’immagine simile comparve sulla copertina dell'”Espresso” negli anni ’70, in occasione del dibattito sull’aborto – traumatizza l’incolto Cadeo e l’erudito D’Asta perché essa stessa bestemmia. Scandalizza non la sua sensualità, ma il suo sesso.

E’ chiaro: l’uomo, nudo o vestito che sia, è immagine di Dio. La donna, no. Malgrado tardive e ipocrite dichiarazioni di principio, Dio, secondo la tradizione cattolica, continua ad avere un sesso ben preciso e quel sesso è maschile: in un maschio Dio si è incarnato, un maschio celebra e benedice, in persona Christi, dall’altare. Il recente Sinodo dei vescovi, ignorando alteramente le richieste d’una maggior partecipazione delle donne alla vita della Chiesa, ha presentato come “novità” la concessione alle femmine d’accedere al lettorato e di distribuire la comunione: compiti che, in verità, esse svolgono da molti anni. In compenso è riaffiorata l’antica contrarietà papale alle chierichette, la cui presenza Ratzinger, da cardinale, combatté vigorosamente. Anche qui, per lo stesso motivo: la donna non è degna di rappresentare Dio.

“Dio è certamente padre, ma è anche e soprattutto Madre”: queste dolcissime parole, pronunciate dal dimenticato Giovanni Paolo I, riecheggiano in realtà numerosi passi biblici, in cui il Signore stesso si paragona a una donna incinta, a una chioccia, a una casalinga accorta. Ma Ratzinger, seguendo, in ciò, la linea del suo predecessore, ha ritenuto opportuno rimettere tutti (e tutte) in riga, decretando: “Madre non è un appellativo con cui rivolgersi a Dio”.

Se la donna non è in nessun modo accostabile a Dio, figurarsi il suo corpo, naturalmente peccaminoso e tentatore. Non per nulla il padre D’Asta puntualizza: “Paula Luttringer, fotografa argentina sequestrata ai tempi della dittatura militare, parla della violenza delle donne desaparecidas fotografando semplicemente dettagli delle carceri in cui avvenivano le sevizie. Queste immagini mostrano il grande pudore e discrezione di un’artista che denuncia, suggerendo ‘frammenti’ di un dolore sconvolgente”.

A. Gentileschi, Susanna e i vecchioni, 1610 (Pommersfelden, Collezione Graf von Schönborn). L’artista, da giovane, subì violenza.

Non dubitiamo della forza degli scatti della Luttringer, ma crediamo che il dolore sia necessariamente spudorato, altrimenti diventa a sua volta menzogna e violenza.

Negare Cristo nella donna comporta inevitabilmente negare il dolore totalizzante dello stupro, la sua universalità, la sua, direi, cittadinanza. Negare Cristo nella donna significa che la sofferenza di quest’ultima non ci riguarda, perché appartenente a una creatura altra o, peggio, a una “non-creatura”. Ma il dolore crocifisso passa anche per un corpo concreto e visibile, grida dal suo pube, langue nelle sue viscere e sul suo petto martoriato. Anche se quel corpo è un parziale, sconsacrato, indecente corpo femminile.

(Domenica 16 novembre, ore 8.09, 1° settimana dell’Avvento ambrosiano).

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Percorsi alternativi nella chiesa di Roma

Professor Ratzinger
di Andrea Milani

 

Una Chiesa ripiegata su se stessa. Spaventata dal nuovo. Che punta su dottrina e disciplina, non sulla speranza. L’atto di accusa al papa del teologo della liberazione Leonardo Boff

 

Il contrario della fede, nella Bibbia, non è l’ateismo. È la paura. In questo senso la Chiesa di papa Ratzinger vive una profonda crisi di fede, attanagliata come è dal terrore di tutto ciò che la circonda… Il volto di Leonardo Boff, solitamente sorridente, si fa pensieroso.
 
Il più noto teologo brasiliano, alle soglie dei 70 anni, non mostra risentimento verso il Vaticano, che l’ha inquisito, censurato e poi messo a tacere con punizioni canoniche fino a spingerlo ad abbandonare la tonaca di frate francescano. Con la sua storia personale Boff ha fatto serenamente i conti e vive, da anni, una nuova vita di ‘libero pensatore’, cristiano laico senza voti. Ma per la Chiesa, che resta la ‘sua’ Chiesa, mostra apprensione e un poco di sconforto.

“I credenti non possono avere paura delle novità. Sanno che il mondo è stato salvato in Gesù Cristo”, dice convinto: “E un vero pastore sa che la barca di Pietro non corre il rischio di affondare anche se affronta il mare aperto perché è assistita dallo Spirito Santo. Invece questo papa non è un pastore, è solo un professore. Si preoccupa di fare ogni genere di appunto critico alla modernità, ma non ha irradiazione spirituale, non ha carisma, non mostra il cristianesimo come una cosa buona, una fonte di gioia per l’umanità. In una parola, non fa la cosa più evangelica, quella che Ernst Bloch riteneva la più importante per ogni religione: suscitare speranza. Una Chiesa così, che non è fonte di fiducia nella vita e nel futuro, tutta ripiegata su se stessa, sulla propria identità e sul potere sacrale della gerarchia, completamente paralizzata dalla paura di ciò che sta ‘fuori’, non è più una Chiesa. È una ‘ecclesìola’, una piccola chiesa, con forti tendenze fondamentaliste”.

Di Chiesa, Boff se ne intende: al suo interno ha passato quasi 40 anni. E conosce bene anche Benedetto XVI: quando Leonardo era solo un promettente dottorando alla Facoltà teologica di Monaco di Baviera, il giovane professor Ratzinger era stato suo mentore e protettore. “Era un teologo brillante e aperto che noi studenti ascoltavamo con entusiasmo”, dice con una nota di affetto nella voce: “Ma è sempre stata una persona estremamente timida e i timidi non sanno gestire il potere. Inoltre, da professore è diventato subito cardinale, senza fare mai il parroco né il vescovo. E questo non l’ha aiutato”.
Dai tempi di Monaco tanti anni sono trascorsi. E le traiettorie di vita si sono divaricate. Boff, insieme a Gustavo Gutierrez e altri, ha fondato la Teologia della liberazione, la corrente di pensiero che tra gli anni Sessanta e Settanta ha cambiato il volto della Chiesa latinoamericana, trasformandola da pilastro della società feudale in avvocata dei poveri, degli emarginati e degli oppressi. Ratzinger, invece, ha messo radici nella cittadella fortificata della Curia vaticana, la Congregazione per la dottrina della fede. E una volta prefetto dell’ex Sant’Uffizio, ha preso di mira il suo pupillo di un tempo. Le sue colpe? Aver ‘inquinato’ la ricerca teologica con l’utilizzo degli strumenti di analisi sociale di scuola marxista e aver ricordato troppo chiaramente che la Chiesa è, come dicevano i Padri dell’antichità, “casta meretrix”, santa ma anche profondamente peccatrice.

Dopo un doloroso processo canonico durato oltre un decennio, nel 1992 Boff ha lasciato il sacerdozio. Ma non ha abbondato le comunità cristiane latino-americane. Ha continuato a scrivere (un centinaio di libri) e a far discutere, dentro e fuori la Chiesa. Oggi la sua criniera di capelli neri si è totalmente imbiancata e una leggera zoppìa lo costringe a camminare con un bastone, ma lui ci scherza: “È solo una stampella epistemologica”. La sua franchezza, comunque, è rimasta quella di un tempo. In Italia per un ciclo di conferenze organizzato dalla Rete Radié Resch, un’associazione di solidarietà con il Sud del mondo, spiega i prezzi che ha pagato la Teologia della liberazione: “I processi ecclesiastici subiti da tanti teologi latinoamericani hanno indebolito la Teologia della liberazione, che prima era affermata, riconosciuta e, in alcuni casi come il Brasile, abbracciata ufficialmente persino dalla Conferenza episcopale.
(30 ottobre 2008)

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Sinodo valdese: cultura teologica e presenza pastorale femminile

 

 

Non ha lasciato margini di equivoci la predicazione odierna del pastore Paolo Ribet su Deuteronomio 6,4-9:

 

cultura teologica e donne pastore sono il biglietto da visita del popolo protestante. E l’immagine di questo popolo, che non si limita più alle valli piemontesi, si concretizza allorquando sia all’interno del Tempio (stracolmo di persone in ogni ordine di posto) che all’esterno, nel giardino, si levano le mani in alto per accompagnare la discesa dello Spirito santo sulle tre giovani donne pastore consacrate oggi. Giuseppina Bagnato, Joylin Galapon e Caterina Griffante sono emozionate ma non troppo. Hanno già sottoscritto l’antica confessione di fede del 1655.

Nel Sermone perfino una citazione di Benedetto XVI e il valore del confronto non solo con le realtà cristiane ma anche con le altre Fedi viventi. Tutti, o quasi, sperano nelle parole del pastore allorquando si auspica un confronto serrato e perfino duro sul piano teologico in merito alle tematiche all’ordine del giorno, fermo restando il clima di fraternità dell’Assemblea. Sembra quasi di vivere fuori del mondo di plastica a cui siamo ormai abituati dai media di regime. Dove tutto e’ concordato e il copione è già scritto in favore di miracoli e delle icone dell’idolatria c.d. popolare. A partire da Padre Pio, citato dallo stesso Ribet.

Sono posti all’attenzione dei ministri della parola e di tutti i laici convenuti al Tempio la questione del testamento biologico, col caso di Eluana Englaro,  e il grido di dolore degli immigrati in balia delle onde nel canale di Sicilia. Sono in realtà molti altri i nodi da sciogliere. In primis la militarizzazione del territorio nazionale, i diritti civili, le politiche di pace, la povertà nel mondo ma anche in Italia. Hanno partecipato al culto anche diversi ospiti italiani e stranieri, rappresentanti di diverse chiese evangeliche ed organismi ecumenici dell’Europa e degli USA.

Fuori dal Centro culturale valdese – tra l’altro –  una banda di trombettieri della chiesa evangelica del Baden (Germania) suona “Lode all’Altissimo” e molte altre musiche della Riforma. Le persone si fermano ad applaudirli. Domani, in ogni caso, occorre mettersi al lavoro per ascoltare il grido di Dio rivolto non solo a Israele ma a tutti, ciascuno con le proprie responsabilità.

E il compito non è certo semplice. Ma chi ha quasi un millennio di storia può forse farsi intimorire dalle sfide dei tempi? Può permettersi di lasciare il campo a forze evangeliche che vietano la preghiera alle donne nei templi (come capita spesso di constatare nei “Fratelli”), all’isterismo dei fanatici che pensano di disporre, quasi come fosse una proprietà privata, lo Spirito Santo o a lasciare il monopolio del dibattito pubblico agli affaristi conservatori di Comunione e liberazione?

I valdesi partono – a ben vedere – con una mossa di vantaggio: il loro popolo mastica teologia più che le sacrestie del potere. Per un cristiano è tutto quello che gli occorre per poter dire ancora che “la luce brilla nelle tenebre”.  Il compito sta ora ai Sinodali capire dove Dio ha urlato e non è stato capito. Spesso nemmeno dagli stessi cristiani… la Parola non può mai essere incatenata!

 

E lo Spirito ha soffiato. Eccome!

 

Il sito ufficiale che segue l’evento è a questo link http://www.chiesavaldese.org/pages/archivi/evidenza_commenti.php?scelta=comunicati

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Incontriamo i nostri lettori a Torre Pellice, al Sinodo valdese

 

 

Io credo in Dio,

che non ha fatto il mondo già finito

come una cosa che deve rimanere per sempre così

che lo regge non secondo leggi eterne

immutabilmente valide

non secondo ordinamenti naturali

di poveri e ricchi

competenti e non competenti

dominanti e dominati.

Io credo in Dio

che vuole la contraddizione in ciò che è vivo

e il mutamento di tutte le situazioni

per il tramite del nostro lavoro

per il tramite della nostra politica.

Io credo in Gesù Cristo che aveva ragione quando egli

“un singolo che non poteva fare nulla”

come noi

lavorava al cambiamento di tutto le situazioni

e perciò dovette soccombere.

Confrontandomi con Lui io riconosco

come la nostra intelligenza sia atrofizzata

la nostra fantasia spenta

la nostra fatica sprecata

perché noi non viviamo come lui viveva.

Ogni giorno  io ho paura

perché egli sia morto invano

perché Egli è sotterrato nelle nostre chiese

perché noi abbiamo tradito la sua rivoluzione

in obbedienza e paura

davanti alle autorità.

Io credo in Gesù cristo

che risorge nella nostra vita

che noi diventiamo liberi

da pregiudizi e conformismo

da paura e odio

e portiamo avanti la sua rivoluzione

per il suo regno

io credo nello spirito

che con Gesù è venuto nel mondo

alla comunità di tutti i popoli

e alla nostra responsabilità per quello

che sarà della nostra terra

una valle piena di afflizione fame e violenza

o la città di Dio.

Io credo nella pace giusta

che è fattibile nella possibilità di una vita che abbia senso

per tutti gli uomini e le donne

nel futuro di questo mondo di Dio.

Amen

 
 

Tratto da “Teologia politica”, di Dorothee Soelle

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Secondo quiz: un teologo scomodo per riflettere

A quale teologo è attribuita quest’affermazione di sintesi?

“Gesù chiama alla decisione, non all’interiorità . Non promette né estasi né pace dell’anima , e il Regno di Dio non è il compendio di brividi misteriosi e di delizie mistiche”

 A chi risponderà per primo/a in modo corretto a ecumenici@tiscali.it , entro il 5 agosto 2008, riceverà come premio il testo: “Lavorare con Microsoft Office” di Alessandra Salvaggio.

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Il senso della nostra testimonianza

“Abbiamo imparato troppo tardi che l’origine dell’azione non è il pensiero ma la disponibilità alla responsabilità. Per voi pensare e agire entreranno in un nuovo rapporto. Voi penserete solo ciò di cui dovrete assumervi la responsabilità agendo. Per noi il pensiero erano molte volte il lusso dello spettatore, per voi sarà completamente al servizio del fare”.

D.  Bonhoeffer

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