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Bancarotta spirituale

Apprendo solo ora la notizia della scomparsa di Monsignor Piergiorgio Colombo della parrocchia cattolica SS Martiri del mio quartiere di Legnano MI. Era tra l’altro prelato d’onore del papa. Esprimo il mio pubblico cordoglio non potendo partecipare ai funerali per motivi di salute. Don Piergiorgio non sapeva bene chi fossero i quaccheri… ma ha potuto sperimentare l’accoglienza fraterna totale e libera fra le mie mura domestiche in molte occasioni nel 2009/2010.

Maurizio Benazzi

 

Per loro nessun dubbio ?

Thomas Wipd, presidente uscente della Federazione delle chiese evangeliche in Svizzera ha recentemente dichiarato che la chiesa è  “la comunità di quelle persone che hanno necessità di Dio, che si rivolgono a lui in preghiera, che pensano a lui e che nella loro vita quotidiana cercano di restituire un po’ di quell’amore e di quella speranza che a loro volta hanno ricevuto”. Mi pare che l’affermazione sia da mettere in discussione circa la necessità di Dio che l’essere umano abbia la speranza di cui si fa cenno. Ma anche che la chiesa sia capace di amare. Non mi risulta nonostante l’esperienza di frequentazioni di Templi e comunità di varie denominazioni. Svizzera riformata compresa.

Nessuna speranza c’era il 9 dicembre per una bambina bionda dodicenne a fianco del mio letto in pronto soccorso: un’emorragia interna al cervello segnava i tempi della sua breve vita. Che cosa hanno da dire preti e pastori che inculcano una fede cristiana spesso cieca, con tutte le risposte già predefinite come un manuale da consultare o da leggere in uso nelle molte sette esistenti. Che sia proprio il Ministero della Parola (fa poca differenza se cattolico o riformato) che porta all’abuso delle parole e a voler definire ad ogni costo la condizione o lo status divino, che sempre più spesso appare come il totalmente altro da quello immaginato, detto o scritto dagli uomini?  Le preghiere stesse sono spesso formule liturgiche trite e ritrite (oggi ridette magari anche in latino) che non hanno alcuna contestualizzazione. Forse abbiamo a che fare con un Dio che si è semplicemente addormentato alle nostre parole?

Come è possibile che il Dio cristiano non abbia compassione di una fanciulla e che qualsiasi discorso debba concludersi – quando si sollevano queste domande di senso – sostanzialmente con il versetto del Vangelo di Giovanni che Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo Figlio unigenito per la salvezza del mondo, riferendosi alla croce sul Golgota.

Ci rendiamo almeno conto che queste sono solo risposte apologetiche delle scuole di pensiero dell’antichità:  una Fede libera fa purtroppo ancora oggi troppa paura. Non da soprattutto le amate certezze su cui camminare nella vita. La chiesa ha poco da dire agli uomini e alle donne di questo tempo storico, in altri termini.  Lo sapeva bene Lev Tolstoy ma anche Albert Schweitzer.

Personalmente preferisco rimanere coi miei dubbi e solo con la Speranza. Ma si tratta di questo e non di una Fede cieca.

A volte c’è anche per un quacchero solo il silenzio e basta. Inutile insistere in ricerche senza risposte.

Ci si rende conto che non abbiamo nemmeno il diritto di dire parole sulla distretta umana. Nemmeno per fare puro esercizio di dottrina, scomodando Teodicea o padri (le madri non sono generalmente mai considerate) della chiesa. C’è oggettivamente la bancarotta spirituale.

MB

La bancarotta spirituale e il pensiero elementare per Albert Schweitzer
Il pensiero è il punto di partenza per qualsiasi attività umana consapevole, sia che si tratti di etica, religione o semplicemente dell’azione svolta all’interno della vita quotidiana. Schweitzer considera in tal proposito di primaria importanza il ‘’pensiero elementare’’: ‘’Elementare è il pensiero che muove dagli interrogativi fondamentali del rapporto dell’uomo con il mondo, del senso della vita e dell’essenza del bene. Esso è direttamente legato al pensiero che si agita in ogni essere umano. Gli si rivolge, lo amplia, lo approfondisce.’’ (‘’La mia vita e il mio pensiero’’, A. Schweitzer)

Questo tipo di pensiero conduce l’individuo a riflettere sulla propria esistenza e a interrogarsi sul significato della vita. S. inoltre ritiene che sia caratteristica indispensabile del pensiero l’essere strettamente connesso alla realtà: l’uomo deve ricordarsi della sua esistenza terrena, materiale, del suo essere all’interno di un mondo concreto in cui si incontrano gioie e dolori; egli deve disporre le proprie capacità riflessive verso la comprensione del proprio sé, intesa come atto di autocoscienza: ‘’Il pensiero è colui che concilia la volontà e la conoscenza che si trovano in me […] rinunciare a pensare significa dichiarare bancarotta spirituale.’’ (Cultura ed Etica, A. Schweitzer) Senza il pensiero l’uomo rinuncia a sviluppare la propria personalità e soprattutto i propri ideali; abbandona spontaneamente la possibilità di avere un’opinione personale e di decidere in prima persona della propria vita, contribuendo inoltre al decadimento della civiltà.

Schweitzer è convinto che si possa ovviare al relativismo e all’ inconsistenza delle etiche passate, recuperando il pensiero elementare che si occupa del rapporto dell’uomo con l’universo, del significato della vita e del bene. S. ritiene che la riflessione possa farci riscoprire quei principi normativi che l’individuo ha sempre avuto sotto gli occhi ma che non è mai riuscito a cogliere veramente, perché ha sempre cercato di fondare l’etica sulla sola ragione. L’uomo non è soltanto un essere razionale ma anche senziente, che si avvale sia della ragione quanto dei sentimenti. Dunque, l’uomo attraverso la ragione deve scoprire quei sentimenti innati che ha per tutti gli esseri viventi e constatare che la morale è fondata su una condivisione razionalmente consapevole della propria essenza.

I precetti che l’uomo deve riscoprire possono essere definiti ‘’precetti della ragione guidati dal cuore’’ e pur identificandosi con quelli cristiani del Vangelo (quelli dell’amore fraterno attraverso il quale ogni uomo riconosce nell’altro se stesso in tutta la sua complessità), possono trovarsi anche a fondamento di etiche non cristiane. Tali principi possono essere validi per l’uomo in generale in quanto essere pensante che, a differenza degli animali, possiede il cuore e la mente non solo per sopravvivere ma per vivere coscientemente e soprattutto con-vivere con i suoi simili e il resto dell’universo. Lo statuto dell’etica deve quindi essere ricercato nella profondità dell’uomo, nel suo appartenere alla vita, nell’essere contemporaneamente creatura pensante e sensibile, che interagisce con gli altri esseri e con la realtà delle cose, delle istituzioni e dei pensieri. Tutto il suo agire e interagire non è altro che il vivere e da ciò consegue naturalmente che a fondamento della sua etica non può che esserci la vita.
Fonte: Wikipedia

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Il potere di C.L.

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Dichiarazione di fede delle Chiese Riformate del sud del mondo

 

Dio della vita, Tu sei il nostro Dio che ci libera da ogni sistema di oppressione, esclusione e sfruttamento.
1. Non faremo di Mammona il nostro Dio, accumulando potere e ricchezza.
2. Non ci faremo alcun idolo, venerando l’efficienza dei nostri successi.
3. Non faremo un uso sbagliato del nome del Signore, nostro Dio, chiamando giusta politica cristiana l’accumulo di ricchezza e la sua difesa con la guerra.
4. Osserveremo il giorno dello sabba, perché non sfrutteremo il lavoro umano e non distruggeremo madre terra.
5. Ci prodigheremo per la solidarietà tra le generazioni, non solo tramite l’assicurazione di una vita dignitosa per gli anziani, ma anche non mettendo sulle spalle delle future generazioni un grave danno ecologico e lasciando loro dei debiti.
6. Non uccideremo, escludendo dall’economia coloro che non hanno proprietà privata e non possono vendere la loro prestazione sul mercato.
7. Non tollereremo la mercificazione e lo sfruttamento sessuale di donne e bambini.
8. Non permetteremo i molteplici furti dei protagonisti dell’economia e della finanza.
9. Non abuseremo del sistema legale per il nostro profitto personale, ma promuoveremo i diritti economici, sociali e culturali di tutti.
10. Non seguiremo l’avidità accumulando beni senza limiti, deprivando i nostri prossimi dei loro mezzi di produzione e dei loro guadagni, così che tutti e tutte possano vivere con dignità su questa bella e ricca terra di Dio

 


 

PETIZIONE SUL POTERE MONOPOLISTICO DI COMUNIONE E LIBERAZIONE NELLA REGIONE LOMBARDIA

D’iniziativa del Dott. Enrico De Alessandri.*

Premesso che

* il Rapporto Guyard sulle Sette in Francia presentato all’Assemblea Nazionale il 22 dicembre 1995, nell’esporre gli innegabili pericoli dell’espansione di movimenti religiosi integralisti, fondamentalisti o comunque di carattere settario, ha segnalato « i tentativi di infiltrazione che le sette avrebbero messo in opera nel cuore dell’autorità pubblica » e fenomeni analoghi destano crescente preoccupazione anche in Germania e in Belgio; esiste quindi un problema variamente diffuso in Europa;

* in Italia, Comunione e Liberazione è considerata dai più autorevoli professori universitari di Sociologia delle Religioni come un movimento che presenta molti aspetti del tipo setta; ed anche studi stranieri, svolti presso istituzioni sicuramente indipendenti, sono concordi nel ritenere che Comunione e Liberazione è un movimento « fondamentalista » (si veda Comunione e Liberazione: A Fundamentalist Idea of Power di Dario Zadra, Accounting For Fundamentalism, Edited by MartinE. Marty and R. Scott Appleby, The University of Chicago Press, 1994);

* Comunione e Liberazione esercita un’influenza sui mezzi di comunicazione decisamente superiore a quella di qualsiasi altra organizzazione, movimento politico o associazione di interessi esistenti in Italia; e, peraltro, i giornalisti che militano in questo movimento « fondamentalista » sono inseriti in quasi tutti i maggiori quotidiani nazionali costituendo, anche nell’ambito massmediale, una inquietante influenza dominante;

* in Lombardia, luogo privilegiato di azione del movimento, esponenti ed aderenti di Comunione e Liberazione occupano largamente posti di rilievo in tutti i centri di potere della Regione (dai Direttori Generali ai dirigenti delle Unità Organizzative nei più importanti Assessorati, dai Direttori Generali delle pubbliche Aziende Ospedaliere ai primari, dagli Amministratori Delegati ai Presidenti delle società di trasporto, dai Direttori Generali degli Enti e delle Agenzie regionali ai consigli di amministrazione delle società a capitale pubblico della Regione Lombardia operanti in ambiti strategici come le infrastrutture, la formazione, l’ambiente ecc.) costituendo, di fatto, una situazione di potere « dominante »; infatti, questa situazione di potere « monopolistico » è stata denunciata, come allarmante, sul Corriere della Sera del 7.6.2005 anche da alcuni esponenti istituzionali dello stesso partito del governatore lombardo attraverso la seguente vibrata protesta: « Il ruolo e il potere che hanno assunto Formigoni e il sistema connesso di Comunione e Liberazione e della Compagnia delle Opere determinano la quasi totalità delle scelte politiche e amministrative, di fronte a un peso elettorale che non raggiunge un decimo dei voti di Forza Italia »;

* tale capacità di influenza di Comunione e Liberazione può determinare, di fatto ed anche sotterraneamente, non solo « sudditanza psicologica » ma inaccettabili situazioni discriminatorie sia per le singole persone (si pensi alle difficoltà di avanzamento in termini di carriera per i medici che non appartengono a CL nell’ambito di precise strutture pubbliche), sia per le imprese (la distribuzione dei fondi pubblici privilegia in misura schiacciante le imprese della Compagnia delle Opere rispetto all’intero mondo imprenditoriale lombardo come è stato rilevato da noti esponenti istituzionali);

* il problema è serio, riguardando specialmente un’istituzione, come la Regione Lombardia, con un bilancio pari a quello di un piccolo Stato.

Tutto ciò premesso

si chiede

Un intervento volto a impedire che movimenti settari fondamentalisti (unanimemente riconosciuti come tali dalle maggiori autorità accademiche italiane ed estere), possano costituire pericolose situazioni di potere « monopolistico » nell’ambito delle pubbliche istituzioni.
Si chiede inoltre che venga salvaguardata la libertà di contrastare, anche attraverso Internet, l’aggressiva espansione dei movimenti settari-fondamentalisti nella sfera pubblica (in aderenza alla Risoluzione del Parlamento Europeo del 6 luglio 2006 concernente la Libertà di espressione su Internet), specie nelle aree dove gli stessi movimenti esercitano una devastante influenza anche sui mezzi di comunicazione.

 

 

La petizione verrà presentata al Parlamento Europeo, alla Camera dei deputati della Repubblica Italiana, al Senato della Repubblica Italiana

e per opportuna conoscenza:

Al Presidente della Commissione Europea
Al Presidente della Repubblica Italiana

 


Sul sito del promotore un’anticipazione del libro dedicato alla tematica
http://www.teopol.it/DeAlessandri.pdf

 

* Enrico De Alessandri è nato a Milano nel 1953. Laureatosi in Scienze Politiche con il Prof. Gianfranco Miglio, è stato Direttore del Centro Regionale Emoderivati della Regione Lombardia e lavora attualmente presso l’Assessorato Sanità della stessa Regione Lombardia.

 

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La Cina vista dall’interno

Tutte le religioni di Pechino

Uno sguardo alla realtà religiosa cinese

(VE) Il pastore evangelico svizzero Tobias Brandner vive e lavora a Hongkong da dodici anni. Brandner si trova in Cina su incarico dell’organismo di partenariato tra chiese Mission 21, con sede a Basilea. A Hongkong è cappellano nelle carceri. Il settimanale svizzero Reformierte Presse lo ha intervistato a proposito della situazione religiosa in Cina.

Perché il governo cinese non vede di buon occhio le religioni?
Le religioni sono guidate e governate da un’altra autorità. Il governo cinese è abituato a pretendere di essere l’autorità più alta. Le religioni non rispettano ovviamente questa pretesa.

La Cina non gode di una buona immagine, in Occidente, per quanto concerne la libertà religiosa e il rispetto dei diritti umani. A torto o a ragione?
A mio parere, a ragione. La classe dirigente attualmente al potere si preoccupa del dissenso e cerca in ogni modo di vietarlo. La crescente disparità tra ricchi e poveri provoca molta instabilità. Le autorità cinesi affrontano il problema aumentando e irrigidendo i controlli.

In Occidente abbiamo l’impressione che il governo cinese se la prenda più con i tibetani che con i cristiani. Come giudica la situazione?
La situazione dei cristiani è in effetti diversa da quella dei tibetani. Nei confronti dei tibetani il governo attua una vera e propria repressione, perché teme il pericolo di una secessione. Per quanto concerne i cristiani, questo timore non c’è. La maggior parte dei cristiani appartiene all’etnia Han che rappresenta oltre il 90% dell’intera popolazione cinese. Inoltre la maggior parte dei cristiani non si interessa di politica – almeno fino a quando il governo li lascia in pace. Lo Stato cinese sostiene addirittura la chiesa protestante patriottica, allo scopo di guadagnarla alla propria causa e legarla a sé.

I buddisti possono vivere liberamente la loro fede in Cina?
Per i buddisti vale ciò che ho detto per i cristiani. Se mantengono un atteggiamento patriottico e non esprimono critiche contro il governo, vengono lasciati in pace o addirittura sostenuti. È raro che abbiano delle critiche da muovere al governo.

Qual è la situazione della minoranza musulmana degli Uguri?
La paura, diffusa in Occidente, nei confronti di gruppi islamici radicali, ha dato al governo di Pechino la legittimazione per procedere contro la minoranza degli Uguri. Quella popolazione non si sente cinese e questo accresce nelle autorità il timore di una secessione. Il Tibet, il territorio uguro dello Xijiang e Taiwan sono le minacce più rilevanti all’integrità dello Stato. A Taiwan, diversamente che nel Tibet e nello Xinjiang, l’indipendenza è già una realtà.

Il cristianesimo e la mentalità cinese sono compatibili?
Assolutamente sì. Del resto, non conosco nessuna cultura che sia incompatibile con il cristianesimo. Forse si potrebbe dire che la mentalità cinese è anche più compatibile con il cristianesimo che non l’arida razionalità europea. In Cina i racconti di guarigioni spirituali, della cacciata dei demoni, dello Spirito santo che trasforma la vita delle persone trovano un terreno più favorevole.

La religione dominante in Cina è il buddismo?
No, la religione dominante è il culto degli antenati, una forma di animismo. Il buddismo si è diffuso amalgamando elementi di quella tradizione.

E il cristianesimo? Si parla di 60-100 milioni di credenti. È più presente il protestantesimo o il cattolicesimo?
Il protestantesimo è più presente. È anche più capace di adattarsi in modo flessibile alle diverse circostanze contestuali. Il problema, per il cattolicesimo, consiste nel fatto di essere controllato dall’esterno, da un altro centro di autorità. E ciò non piace ai cinesi, i quali da questo punto di vista sono molto sensibili (trad. it. P. Tognina)

 

Ecumenici segnala che il pastore presbiteriano Mark Phillips dall’Ohio (USA) ha accettato l’invito di accompagnarci nel cammino. Sarà nostra cura garantirgli un adeguato servizio di traduzione che consentirà a tutt* di apprezzare il suo servizio.

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Psicoterapia e fede

Nel saggio curato da Tonino Cantelmi viene sottolineato il valore e l’aiuto della fede nell’approccio terapeutico, lontano da derive ideologiche

Psicoterapia e valori

dal libro di Tonino Cantelmi, “Cattolici e psiche”, San Paolo 2008, Pag. 149, Euro 11,50

Secondo Renik (1996), il concetto di neutralità è pieno di buone intenzioni ma non riesce comunque a svolgere il compito per il quale è stato formulato: non fornisce un obiettivo utile sul quale basarsi, mentre viene svolto il lavoro di analisi clinica. Questa visione è sostenuta dall’epistemologia contemporanea, che ha mutato la nozione di realtà e di osservatore e ha finito col rendere sempre più insostenibile qualsiasi ricerca della validità della conoscenza indipendentemente dal soggetto conoscente. La realtà non è più considerata unica ed oggettivamente data una volta per tutte, ma viene vista alla stregua di una rete di processi multidirezionali interconnessi tra loro ed articolati in livelli multipli di interazione simultaneamente presenti ma irriducibili l’uno all’altro. I terapeuti non rimangono liberi dai loro valori anche quando intendono farlo. Negli anni, parte sempre più ampia della letteratura secondaria dedicata al ruolo dei valori in psicoterapia ha confermato che la terapia non è un’esperienza priva del coinvolgimento valoriale. Il vero problema non è, quindi, come essere neutri, quanto piuttosto come utilizzare i valori a vantaggio della terapia senza abusare del potere terapeutico e della vulnerabilità del paziente. Purtroppo, in merito a questo tema la ricerca è molto scarsa. Inoltre, come afferma Bergin (1991), i terapeuti non sono addestrati a concettualizzare la terapia in termini valoriali e ad utilizzare i valori nel percorso terapeutico. Strupp (1980) ha affermato che è inevitabile che il cliente divenga consapevole dei valori del terapeuta, non importa quanto questi cerchi di essere neutrale durante gli incontri. Inoltre sostiene che avere un terapeuta completamente neutrale può danneggiare alcuni clienti, che hanno bisogno di una relazione con un essere umano “reale”, piuttosto che con un tecnico impersonale. Secondo Rappoport (s.a.), nello sforzo di agire professionalmente, i terapeuti diventano enigmatici, frustranti, difensivi e, a volte, traumatizzanti. Un ampio numero di studi empirici fornisce prove che i clienti vengono sicuramente influenzati dai valori del terapeuta. Uno studio di Houts e Graham (1986) sembra confermare che i valori giocano un ruolo importante nel processo, nell’esito e anche nell’assessment della terapia. In altri studi la convergenza tra i valori del terapeuta e quelli del cliente è stata associata al miglioramento della condizione del cliente. Da una rassegna Kelly (1990) concluse, inoltre, che è possibile affermare che la convergenza dei valori del terapeuta e del cliente avviene nel corso della terapia, ed è collegata ad un’iniziale differenza nei valori tra di loro; ed inoltre che la convergenza dei valori è collegata alla valutazione del terapeuta dei miglioramenti del cliente o al modo in cui il cliente misura i propri miglioramenti. Al contrario, i valori del terapeuta non sembrano cambiare; questo suggerisce che il termine «convergenza valoriale» sia inappropriato, quando sono solo i valori del paziente a modificarsi (Tjeltveit, 1986). I terapeuti non sembrano avere un controllo cosciente di questo processo di conversione. In più, anche quando sono consapevoli della natura valoriale della terapia, tipicamente non sembrano concettualizzare il loro lavoro in termini di valori (Williams, 2004). Come affermano Williams e Levitt (2007), queste scoperte farebbero sì che il timore di Meehl (1959) e cioè che la ricerca potesse dimostrare che tutti i terapeuti sono cripto-missionari, sia divenuto la realtà. Nonostante questo, nella ricerca è stata dedicata poca attenzione al modo in cui i terapeuti negoziano i conflitti di valori ed il ruolo dei valori in terapia. In accordo con Cantelmi (2008) crediamo che si possa affermare che la posizione migliore per il terapeuta, consapevole che la terapia non possa essere un’impresa priva del coinvolgimento valoriale, sia quella di: a) divenire consapevole dei propri valori e del modo in cui questi possono influenzare il processo terapeutico e i soggetti coinvolti; b) essere aperto riguardo la condivisione esplicita dei propri valori; c) saper concettualizzare la psicoterapia in termini valoriali o essere consapevole dei valori che soggiacciono al processo terapuetico. Purtroppo non esiste una formazione specifica che aiuti gli psicoterapeuti in questa impresa. In molti hanno sostenuto che i terapeuti debbano essere in grado di esaminare i propri valori. Tenendo conto dell’influenza dei valori nel processo terapuetico, Vachgn e Agresti (1992), a prescindere dall’approccio utilizzato nel dialogare con i valori in psicoterapia, ritengono che un’abilità di base sia quella di tradurre ogni aspetto della terapia nei valori impliciti che gli soggiacciono. A tal proposito, Houts e Graham (1986) sostengono che i training di formazione psicologica debbano considerare di includere una sensibilizzazione alla componente valoriale che renda gli studenti in grado di riconoscere i propri valori e di divenire più sensibili a quelli dei loro pazienti. Un ampio numero di scrittori ha sostenuto la posizione che i terapeuti dovrebbero essere espliciti con il paziente circa i propri valori, prima e durante la terapia. Bergin (1991) afferma che più il terapeuta è onesto circa i propri valori, più probabilmente il paziente sarà in grado di mettere in atto risposte nei confronti delle scelte valoriali che sottostanno agli obiettivi e alle procedure del trattamento. Secondo tale Autore, la strategia di essere vago o obiettivo non funziona perché (a) spesso prendere una posizione valoriale in quel silenzio può essere visto come un consenso a certe azioni; (b) le proprie inclinazioni vengono comunque comunicate in momenti critici in modo essenzialmente involontario; (c) il paziente può sentirsi biasimato, messo in pericolo o autorizzato; (d) le resistenze del paziente possono non essere dovute a motivi interni al paziente, bensì rappresentare una risposta alla personalità dell’analista (Bader, 1995). Si conclude riportando il pensiero di Doherty (1997), secondo il quale: «influenziamo inevitabilmente il comportamento e il pensiero morale dei nostri pazienti. (…) Il punto cruciale è come essere rispettosi dell’altro e responsabili della nostra influenza sui pazienti. (…) I terapeuti hanno il privilegio di stare con le persone in momenti di particolare intensità personale e morale delle loro vite. In precedenza potevamo credere ingenuamente di (…) poter mantenere le mani pulite dalle scorie morali delle decisioni dei pazienti e ancora di poter sfuggire all’infinito la responsabilità di definirci moralmente nei nostri ruoli professionali verso i nostri pazienti, i nostri colleghi e la collettività. Ormai non possiamo più nasconderci dietro il velo da incantatore dell’obiettività e della neutralità morale”.

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Morto il Patriarca Alessio II

Alle ore 10.02 le agenzie internazionali diffondono la seguente notizia:

MOSCA – E’ morto il Patriarca ortodosso di tutte le Russie Alessio II. Era malato da tempo. Lo ha riferito da Mosca il portavoce della Chiesa ortodossa, Vladimir Vigilyansky.

patriarca

Ecumenici www.ecumenici.eu  coglie lo spunto per iniziare ad approfondire – a partire dalle prossime settimane – una tematica che lega indiscutibilmente la teologia ortodossa con quella riformata zwingliana delle origini. Legame che per secoli è stato oscurato dalle altre componenti del protestantesimo storico (in particolari calvinisti e luterani). Ci riferiamo alla controversia del filioque. L’espressione latina filioque significa “e dal figlio” e deve la sua importanza perché è stata inserita dalla Chiesa di Roma come un’aggiunta al Credo niceno-costantinopolitano, con riferimento allo Spirito Santo: qui ex patre (filioque) procedit, cioè “che procede dal Padre (e dal Figlio) “. Tale aggiunta fu condannata come eretica dal patriarca di Costantinopoli e fu una delle ragioni del Grande Scisma, ragione condivisa da parte di tutte le chiese ortodosse d’oriente.

Zwingli è stato l’unico riformatore che ha riletto tutti documenti e le traduzioni a disposizione nel XVI secolo sull’argomento nelle lingue originali e ha messo in discussione la consuetudine occidentale di accettare ormai come “verità” un’aggiunta non confermata dalla tradizione cristiana. L’occidente non può essere del resto considerato esclusivo depositario della dogmatica di Fede se non quell’imposta con decisioni unilaterali e laceranti. Questioni di potere non possono essere mai, infatti, confuse con i temi del nucleo centrale della dottrina.

Siamo consci dell’importanza del patrimonio di questo nucleo centrale di Fede che consente – soprattutto a chi come noi che si occupa anche di dialogo fra le religioni monoteiste – di intravedere nuovi spazi per lo studio, l’indagine e l’illuminazione storica dell’azione dello Spirito anche al di fuori delle religioni che si riconosco in un Dio unico. Siamo consapevoli dell’importanza della preghiera di Gesù fino all’ultimo atto della sua esistenza umana – che evidentemente non era rivolta a se stesso – e a cui ha affidato anche il Suo spirito pochi attimi prima di morire. Il pensiero del metropolita ortodosso Georges Khodr è meritevole di successivi approfondimenti oltre a quelli che possono essere letti alla pagina “I segni della speranza” sul nostro sito. Direi di più, in ambiente filosofico, il pensiero di Berdjaev Nikolaj in “Filosofia dello spirito libero. Problema e apologia del cristianesimo”, ha segnato nuovi confini della libertà del cristiano che vanno ben oltre a quelli teorizzati da Martin Lutero e con i quali dobbiamo confrontarci per comprendere lo sviluppo del pensiero e della spiritualità umana.

Per le prime informazioni consigliamo di leggere un abbozzo molto semplice (forse anche troppo) che appare a questo link http://it.wikipedia.org/wiki/Filioque  ; in ogni caso il sito del Patriarcato di Mosca in Italia è consultabile su http://www.mospat.it/indexit.htm

Pensando al Patriarca Alessio II rivolgiamo la nostra preghiera di ringraziamento al Signore per aver saputo offrire un esempio di grande dignità e di carattere di un cristiano che ha seguito nel suo ambiente storico e culturale Gesù in fedeltà. A Dio solo sia la lode e la gloria nell’eternità.

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I tribunali della fede

Fra le pagine gialle potete trovare scritto “Nell’ambito dell’istruzione e della formazione dei giovani, la Fondazione si propone di rinnovare nel contesto contemporaneo la tradizione delle antiche scuole monastiche o delle corporazioni religiose, per la formazione dei giovani artisti. Essa gestisce dal 1969 una Scuola d’Arte, all’inizio Liceo Artistico, e ora Istituto d’Arte, con le specializzazioni di decorazione pittorica e disegno architettonico, qualificato per l’arredo e la decorazione della chiesa. Per una presenza di valore nel campo dell’arte liturgica, si impartiscono insegnamenti di liturgia e sacra scrittura.”

SCUOLA BEATO ANGELICO – FONDAZIONE DI CULTO 
20146 Milano (MI) – 19, vl. S. Gimignano
tel: 02 48302857, 02 48302854
fax: 02 48301954
email: bangelic@tin.it 
Se scorrete in breve un motore di ricerca potete intuire che detto Istituto privato è pubblicizzato anche sul settimanale on line della chiesa cattolica ambrosiana ed ha un proprio sito sul web al link  http://www.scuolabeatoangelico.it/

Questo è il messaggio ricevuto nella nostra cassetta postale pochi minuti fa:

VI diffido dall’inviarci vostri infami e falsi messaggi all’indirizzo di bangelic@tin.it .

Con l’augurio di vergognarsi delle vostre menzogne.

In considerazione della reazione che hanno suscitato i messaggi sulle dichiarazioni di credenti di vari gruppi a seguito delle dichiarazioni dell’Arcivescovo Celestino Migliore (in particolare si reagiva al comunicato stampa del leader radicale milanese e di quello di Noi siamo chiesa) la newsletter Ecumenici consegnerà un proprio dono speciale alla Biblioteca di questa Scuola confessionale.

E’ stato scelto un testo che può ampliare le conoscenze storiche del personale docente, degli studenti e della struttura direttiva e organizzativa:

“I tribunali della fede: continuità e discontinuità dal medioevo all’età moderna”. Atti del XVL Convegno degli studi sulla Riforma e sui movimenti religiosi in Italia.

Testo redatto in collaborazione con il Centro di ricerca sull’Inquisizione dell’Università degli studi di Trieste – Torre Pellice 3-4 settembre 2005 – a cura di Susanna Peyronel Rambaldi – Claudiana TO

Intanto pervengono in redazione altri comunicati stampa sull’argomento: ci scusiamo con gli interessati ma per ragioni di sintesi riteniamo di aver già ben illustrato il caso se questi sono stati gli effetti…. Grazie dunque anche a Il Guado,  la giornalista Mantello e per tutte le segnalazioni che ci stanno pervenendo proprio in queste ore.

Se il Governo intenderà mettere il bavaglio alla libera informazione sul web, siamo pronti a trasferire la nostra Mailing List su un sito in Svizzera o in America (anche in Argentina dove abbiamo diversi lettori che salutiamo). Mandateci info utili a tal proposito. Grazie.

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Sigmund Freud visto con gli occhi di oggi

 

Il Cipes ha aperto a Milano la “Casa del Novecento” nella sede si possono consultare 5 000 volumi, consultare giornali e riveste, Cd e Dvd sulla storia del Novecento. Gli interessati possono scrivere a: cipes.lomb@fastwebnet.it – Altre info su http://www.cipes.altervista.org/index.php 

 

Martedì 25 novembre 2008 ore 21 – Dott. Giuseppe Rescaldina

Sigmund Freud Vienna fine ‘ 800: Cultura e Sessualità 

Magenta (MI) c/o Bar The rose – via 4 giugno, 63 (zona stazione) – Partecipa Ecumenici

 

Utet regala l’album “I grandi fotografi raccontano i diritti umani” a questo link (segnalazione apparsa su Internazionale): http://promo.utetcultura.it/diritti/ 

 

Sono ancora disponibili alcune copie in regalo della traduzione Nuova riveduta della Bibbia, scrivendo il proprio indirizzo alla redazione ecumenici@tiscali.it 

 

 

 

Approfondimento religioso:

 

Metodismo


Il metodismo  è un’espressione  del protestantesimo e ha dato vita ad una delle chiese evangeliche più diffuse nel mondo (circa 70 milioni di fedeli), caratterizzandosi ovunque per profonda spiritualità, dinamismo evangelistico e marcata sensibilità ai problemi etici, sociali e politici. 

Esso appartiene ai   “movimenti di risveglio”  (in inglese: revival  o  awakening), che rappresentano una componente spirituale costante  del mondo protestante e si propongono di  riportare la spiritualità evangelica al centro della vita delle chiese, quando queste  appaiono troppo istituzionalizzate o la speculazione teologica rischia di rendere la fede eccessivamente  astratta e lontana dall’esperienza esistenziale del singolo credente. I risvegli non hanno avuto quasi mai intenti scismatici; solo quando la reazione delle strutture ecclesiastiche esistenti ha opposto un muro di conservatorismo senza aperture  è sorta la necessità di creare formazioni autonome.                                                                                            In termini teologici i risvegli rivalutano i principi fondamentali della fede cristiana, basati sulla centralità di Cristo e della Bibbia. Dal punto di vista etico la fede riscoperta  non è semplice  adesione, seppure viva e partecipe, ma comporta un rinnovamento completo della vita personale. Un termine molto usato è “conversione”, che non significa il passaggio  da una chiesa all’altra, bensì il cambiamento da una esistenza dominata dalle suggestioni del “mondo” a una vita che ha come centro la persona di Gesù il Cristo, attraverso una decisione personale e un’esperienza interiore. 

 

La nascita del metodismo

Il movimento metodista nacque nell’Inghilterra del XVIII secolo, per opera di un pastore anglicano, John Wesley (1705-1791), il cui intento originariamente era quello di creare una corrente di risveglio all’interno della Chiesa anglicana, in un’epoca particolarmente delicata e difficile, caratterizzata dalla nascita della rivoluzione industriale. 

Wesley  costituì inizialmente una associazione di studenti ad Oxford, che si prefiggeva di suddividere “metodicamente” la giornata fra lo studio della Bibbia, la preghiera e il servizio ai carcerati e alle persone in situazioni sociali di povertà e abbandono: da qui il nome di metodisti (originariamente dato in senso denigratorio dagli avversari).  In seguito Wesley viaggiò nel Nord America e, attraverso la chiesa dei Fratelli Moravi, si avvicinò  alle radici luterane,  focalizzate nel concetto dell’amore di Dio che perdona e salva per sola grazia mediante la fede, e che offre la sua grazia indistintamente a tutte le creature umane, le quali possono  accettarla o rifiutarla.  

L’esperienza spirituale metodista si basa sulla conversione all’Evangelo e sulla santificazione, cioè la  risposta del credente all’amore di Dio, attraverso un impegno a trasformare la propria vita.

Una felice intuizione di Wesley è che Dio ha dato tutto,  per cui tutto noi dobbiamo dare. C’è dunque un collegamento indissolubile tra la salvezza ricevuta come dono e l’impegno verso il prossimo. Da qui deriva la forte inclinazione del metodismo all’intervento nel sociale, che si esplica al di fuori della propria cerchia,  in ogni luogo dove vi sono situazioni di ingiustizia. Significativo il. motto di Wesley “la mia parrocchia è il mondo”. I convertiti alla nuova fede furono anzitutto i derelitti della società, i minatori, i contadini, il ceto povero delle città industriali. Successivamente essa finì per attrarre anche i componenti del ceto medio. 

Fin dall’inizio il metodismo si caratterizzò come movimento essenzialmente popolare, attento al miglioramento dell’uomo nella sua totalità e pienezza di personalità: proprio per questo esso si fuse  con la vita sociale del tempo. Infatti non è possibile predicare la salvezza, l’amore di Dio, la fratellanza in Cristo per ogni uomo,  senza promuovere al tempo stesso l’intento di stabilire una società nuova, che rispetti la dignità, il valore e i diritti di ognuno.Wesley predicò soprattutto in ambiente popolare, organizzando i fedeli in piccoli gruppi (classi).  Vista la scarsa adesione di pastori anglicani,  decise di autorizzare l’uso di predicatori laici, che divennero ben presto una delle strutture portanti del metodismo. La separazione ufficiale del metodismo  dalla Chiesa Anglicana avvenne solo nel 1795, quattro anni dopo la morte di Wesley, che lasciò  un’organizzazione forte di 135.000 fedeli e di 541 predicatori itineranti.

Il metodismo coinvolse dapprima Inghilterra e Nord America e poi, per l’attività dei suoi missionari, si diffuse ben presto in Europa e nel resto del mondo. 

 

Caratteri e principi dottrinari

Il metodismo è essenzialmente una fede pratica e non dogmatica;  la teologia metodista ha tuttavia alcuni riferimenti caratterizzanti, che enfatizzano il rapporto personale con Dio.  Anzitutto la salvezza per sola  fede, estesa a tutti i credenti (all’epoca dei grandi dibattiti settecenteschi, Wesley si ispirò all’arminianesimo, contro la dottrina della predestinazione). Inoltre il principio della santificazione, cioè lo sforzo nella ricerca della  perfezione riguardo alla propria condotta, attraverso la fede e soprattutto l’opera dello Spirito Santo, pur nella consapevolezza del condizionamento derivante dalla natura umana.

Il centro della teologia metodista non è quindi il peccato dell’uomo che lo ha reso indegno di fronte a  Dio, ma la grazia di Dio che restituisce a quello stesso uomo la figliolanza per mezzo della fede in Cristo. L’individuo che ha accettato la grazia di Dio e si è convertito al Cristo è una creatura completamente diversa rispetto a prima:  per questo si può parlare di una nuova nascita.

I sacramenti, come per tutte le chiese protestanti, sono solo quelli indicati dai Vangeli: Battesimo e Santa Cena (o Eucaristia), quest’ultima considerata in termini simbolici della presenza spirituale del Cristo.

La creazione di una chiesa istituzionale non contrasta con  il modello dei piccoli gruppi di credenti, che erano già presenti nella chiesa delle origini; così il metodismo prevede l’istituzione di classi, luogo ideale per l’adorazione, l’approfondimento dottrinario e la testimonianza, sia diretta (evangelizzazione) che indiretta (azione nel sociale).

Peculiare caratteristica del metodismo è l’avere, accanto ai pastori consacrati, un rilevante numero di predicatori laici (uomini e donne), i quali svolgono un importante ruolo nella evangelizzazione e nella predicazione, dopo aver ricevuto una adeguata preparazione teologica. 


Sviluppo mondiale del metodismo. La situazione attuale  

Il metodismo si diffuse rapidamente  in Inghilterra e poco dopo anche  nel Nord America dei pionieri, che presentava  una situazione ambientale assai diversa rispetto all’Europa, grazie in particolare alla massa dei predicatori itineranti ,che si spostavano  soprattutto a cavallo.

Insieme a un imponente lavoro di evangelizzazione si sviluppò l’impegno nelle opere sociali, caratterizzato soprattutto dalla lotta contro la schiavitù. Con la nascita degli Stati Uniti come entità politica e territoriale nacque anche una chiesa metodista indipendente ed autonomamente organizzata.

Il metodismo divenne ben presto una grande chiesa missionaria, diffusa in tutto il mondo, conoscendo  la sua fase di massima espansione durante la seconda metà dell’Ottocento, in parallelo con lo sviluppo della società industriale e piccolo-borghese. Le classi metodiste furono,  in Gran Bretagna, il fulcro in cui si forgiarono le prime organizzazioni sindacali, che poi diedero vita alle  Trade Unions ed ebbero successivamente  anche un riscontro a livello di rappresentanza politica, attraverso il Labour Party.

Il Novecento fu invece soprattutto il secolo delle fusioni, tra le varie chiese che si erano in precedenza formate, sulla base di differenze geografiche, etniche e culturali. In vari casi  i metodisti sono confluiti in “Chiese unite”, fondendosi con altre  denominazioni del protestantesimo, come è accaduto ad esempio in Italia. 

Nel mondo le strutture organizzative delle chiese metodiste sono di due tipi: presbiteriana (basata su una gestione congiunta di pastori e di laici, come in Italia) ed episcopale (basata su una gestione gerarchica,  che ha quale riferimento la figura del vescovo). Va precisato che in questo caso il vescovo metodista non presenta i caratteri carismatici e “monarchici” del vescovo cattolico, perché si tratta di un pastore eletto temporaneamente  da un’assemblea con finalità puramente gestionali.

Oggi il metodismo mondiale, che ha come massima espressione il  World Methodist Council,  è particolarmente coinvolto con tutto il protestantesimo nell’impegno per la “Giustizia, la pace e la salvaguardia del creato”.  In questo ambito  il metodismo è stato, nella seconda parte del Novecento, una delle principali forze che hanno sconfitto il regime di aparthaid in Sudafrica.


Il metodismo in Italia

In Italia il metodismo approdò in modo stabile solo nel 1861, con l’arrivo dall’Inghilterra del pastore Henry James Piggott (1831-1917), che fondò una chiesa di ispirazione wesleiana. Dopo solo sette anni vi erano già 16 locali di culto, 24 predicatori, 179 scuole domenicali, 592 allievi nei corsi d’istruzione scolastica.               L’unità d’Italia fu la grande occasione attesa da tutto l’evangelismo. Nel 1873  giunse dagli Stati Uniti il pastore Leroy M. Vernon (1838- 1896) che fondò una chiesa di ispirazione episcopale. Piggott e Vernon si accordarono perché i due rami del metodismo mondiale agissero in Italia sempre in modo complementare nella fondazione di chiese come di opere sociali. Nel trentennio a cavallo del secolo l’impegno metodista fu notevole con la fondazione di scuole diurne e serali, di circoli culturali, di giornali e, soprattutto, con l’assistenza materiale e spirituale in alcuni luoghi con maggior concentrazione di manodopera, sovente importata e perciò maggiormente bisognosa di aiuto.


I due rami del metodismo, quello inglese e quello americano, si unirono nel 1946 fondando la Chiesa Evangelica Metodista d’Italia.  Nel 1975 la chiesa metodista si è integrata con la Chiesa Valdese, formando la Chiesa Evangelica Valdese (Unione delle Chiese metodiste e valdesi); ciò ha permesso di avere un unico ruolo pastorale e organismi burocratici settoriali e centrali in comune. Attualmente in Italia la chiesa metodista conta 39 fra comunità e chiese, con 5.000 membri  effettivi e un numero imprecisato di simpatizzanti, una decina di opere sociali e vari circoli culturali. 


(Fonte: chiesa metodista di Milano)







 

 

 

 

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Venga il tuo Regno

Ci domandiamo spesso quale sia il fine della preghiera e se possiamo pregare per noi personalmente ma anche per le cose. Nella preghiera che ci è stata trasmessa da Gesù che è la preghiera per il Regno per eccellenza includiamo tutto e tutti. Se cercheremo la giustizia del Regno che significa anche misericordia il resto ci viene dato semplicemente in più.

C’è nel Padre nostro una semplicità e una brevità stupefacente che racchiude un’infinita ricchezza e una profondità abissale. Era una preghiera di fatto già in uso nella spiritualità ebraica sia pur con forme diverse, più stringate ma ben radicate. Cipriano, teologo del III secolo, la definiva il riassunto della fede cristiana ma ignorava quanto ora qui ricordato. All’epoca la fase antigiudaica del cristianesimo era un elemento distintivo. I nostri peccati di cristiani contro l’ebraismo sono stati del resto sempre presenti e non solo nel secolo scorso. Peccati spesso anche di falsità o di omissioni nel dire la verità.

Nell’invocazione della preghiera del padre nostro ci si rivolge veramente a Dio, Padre (o meglio papà, traducendo il termine aramaico di riferimento) e Signore. Il suo Nome – ossia il suo Essere – deve essere santificato. Si prega quindi per il suo Regno e non meramente per cose puramente personali. Per questo si dice del continuo, non “mio” o “me” ma “nostro” e “noi”. Il nostro bisogno individuale è incluso nella richiesta del Regno di Dio e proprio per questo riceve il suo pieno diritto. Quindi prima viene la causa di Dio e non ad esempio quello delle religioni. E’ infatti il suo Regno che deve avvenire prima del giudizio finale e della risurrezione dei morti. Non è – come generalmente si pensa –  la terra a dover essere attirata su in cielo ma il cielo sulla terra.

In questo il Regno di Dio dice una cosa molto diversa dal cristianesimo tradizionale (cattolico, luterano o riformato conservatore) in cui si separa un settore interno e uno esterno, riservando il primo a Dio e il secondo al “principe di questo mondo”. Chi domandava a Gesù quando ci sarà il regno, lui rispondeva quando l’interno sarà come l’esterno e il visibile come l’invisibile. In Luca 17,20 e seguenti è scritto il Regno di Dio è in mezzo a voi e non dentro di voi! E la famosa frase detta a Pilato, espressione della realtà imperiale, “il mio Regno non è di questo mondo” non vuol affatto dire che il Regno sia nell’al di là ma che è il Regno del mondo “che viene” e che “verrà”, diverso da questo mondo.

Sembrano frasi apparentemente insignificanti ma proprio queste impediscono la fuga da questo mondo e la necessità dell’impegno nella realtà civile, politica e sociale. Il messaggio realmente cristiano non è spiritualistico ma possiamo dire materialistico, di un materialismo sacro, che attraverso la Parola rende il pane di domani ossia quello necessario un pane sacramento nel senso più ampio del termine ossia simbolico e universale. In cui la vera comunione con Dio è data da quella degli uomini nella solidarietà e nella mutua remissione delle colpe. Non si dice infatti nella preghiera noi “rimettiamo” ma “abbiamo rimesso” i peccati, le colpe dei nostri fratelli e sorelle. Solo dopo aver compiuto ciò è possibile vivere e riconoscere veramente il Padre e il suo ordine d’amore: non è quindi una questione di nozioni apprese a catechismo ma di vita vissuta e reale. Personalmente. La liberazione da ogni angustia (tentazione) di questo tempo in cui il Regno non è pienamente realizzato è quindi una messa in guardia dalle fughe verso lo spiritualismo o la complicità delle logiche imperanti di ingiustizia, di creazione di nemici, di idoli.

Certo sconfiggere le nostre paure umane non è semplice e non lo sarà nemmeno per le prossime generazioni. Basti pensare alla paura del bisogno, del vuoto, della morte, del destino… ma non è certo la sete di possesso che può o potrà colmare la nostra angoscia di sprofondare nel vuoto della distruzione fisica personale, di una guerra, della povertà, di una malattia.

La protesta credente davanti alla morte si radica in modo altrettanto chiaro nei Vangeli. A chi immaginasse una qualunque complicità di Dio con l’opera della morte i quattro testi dei redattori dei Vangeli (che non sono quattro ma si tratta di opere a più voci e a più mani) offrono una flagrante smentita. Gesù non scende mai a patti con la morte, non vi si arrende, la affronta. Dalla rianimazione della figlia di Iairo, del figlio della vedova di Nain, coi suoi pianti e la sua lotta di fronte alla morte di Lazzaro si mostra sempre da che parte sta: non già nella disgrazia o nella distretta ma nella lotta. Dio non è sovrano della morte bensì il maestro dei viventi. Figuriamo se il suo Regno possa essere confinato dopo la morte!

La menzogna di molti cristiani ( non di tutti)  continua anche in questo secolo che viviamo.

Ragaz ci ha insegnato che vivere il cristianesimo all’aria aperta significa liberarci da questi schemi o modi di pensare che rinunciano all’evangelo sociale e che si può e si deve non avere vincoli con lo Stato, la Chiesa e la società.

I teologi che sono venuti dal dopoguerra in avanti ci hanno fatto capire che la creazione continua ed è affidata anche nelle nostre mani. Lo Spirito non ha mai smesso di soffiare e si avvale anche delle nostre piccole mani.

Maurizio Benazzi

 

 

 

 

 

In breve:

 

Appuntamento di sabato 20 settembre 2008 alle ore 17.00
 
Il guado – Sede di Via Soperga 36 – Milano

 

Omosessuali cristiani in rete
Quali percorsi, per gli omosessuali credenti, nella rete e nella Chiesa

Nel settembre del 2007 nasceva un portale che aveva l’ambizione di diventare un punto di riferimento per quanti tentano di far dialogare Fede cristiana e condizione omosessuale. A distanza di un anno la scommessa è stata vinta: i volontari di quello che è ormai diventato il Progetto Gionata sono all’opera in tutta Italia, mentre il numero dei contatti giornalieri ha ormai superato la media delle 10.000 visite mensili (fonte Shinystat). Ecco perché abbiamo deciso di riflettere, insieme a quanti hanno contribuito alla nascita e al successo di Gionata.org, per scoprire le potenzialità che la rete internet offre a chi sente, su di se, il compito di dare voce a migliaia di omosessuali credenti che di voce non ne hanno mai avuta.
 

 

Ecumenici seguirà questo evento de Il guado, conosciuto direttamente nei primi anni 90 come esperienza di “cristianesimo catacombale”. Andiamo a sentire cosa è cambiato realmente nel frattempo…

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Una pietra vivente dell’ecumenismo

L’articolo è scritto da un cattolico e la profezia di cui fa cenno l’autore si è realizzata non tanto in senso confessionale ma in quello più propriamente ecumenico. Oscar Romero non è mai stato beatificato da Roma, per motivi politici, ma proprio per questo è divenuto pietra vivente dell’ecumenismo interconfessionale e fra i popoli. Martire riconosciuto non solo ufficialmente da luterani e dai veterocattolici ma da tutti coloro che si identificano nel dialogo fra le religioni, in quello interconfessionale e coi non credenti.

E’ il simbolo di una Fede che non si arrende al potere e alla violenza da esso esercitato. Istituzionalmente o tramite fronde armate. Che non rinuncia mai al vincolo universale degli esseri umani in virtù dell’essere tutti figli di Dio e in senso più strettamente cristiano nel vincolo della Fede nel Figlio di Dio. Anche contro l’Impero e i suoi rappresentati religiosi. L’esercito e i poteri forti. Dai tempi di re Erode fino ad oggi.

 

Oscar Romero è a ben vedere un rappresentante della teologia politica più alta che il cristianesimo abbia saputo esprimere nei tempi moderni. In tal senso è un esempio da seguire. Un cattolico che sa far luce anche nel triste buio delle stanze vaticane e nel clima di nuovo fascismo strisciante in Italia. Con Oscar Romero non temiamo infatti di riaffermare la nostra universalità di Fede vivente. I confini fra cattolici o protestanti non hanno – in questa prospettiva – alcun senso di divisione, ma di reciproca inclusività e continuità nelle diverse manifestazioni libere dello Spirito.

 

Non preghiamo Monsignor Romero come cristiani ma conformi all’invito evangelico preghiamo semmai Colui che gli ha dato la forza per aver scritto pagine di testimonianza esemplare. Siamo certi infatti che anche il cattolicesimo contemporaneo saprà dare nuovi modelli di vita cristiana alle generazioni che verranno e che il ramo continuerà a portare i suoi frutti.

 

Perché la Benedizione del Padre scende su tutti i suoi figli e le sue figlie. E  -a ben vedere – poco importa anche se si chiamano cristiani oppure no. La libertà di Dio è il valore portante su cui costruiremo le nuove pagine di storia di tutta l’Ecumene. E’ anche la nuova vita di cui attendiamo impazienti l’inizio. Possiamo al momento vedere solo dei bagliori di luce…

 

L’amore pieno non tarderà comunque ad abbracciarci. Per chi crede ma anche chi non crede, secondo disegni che non sappiamo ancora leggere in tutta la loro bellezza.

 

Ma stiamo entrando già nel campo di quello che i teologici chiamano “il salto”. E rimaniamo pertanto fermi a questo livello. Quello che tutti possono capire e discutere.

 

Maurizio Benazzi

 

 

 

Oscar Romero: il sacrificio di un uomo giusto

Monsignor Romero, l’arcivescovo di San Salvador, aveva deciso di non chiudere gli occhi davanti alle sofferenze del suo popolo. Aveva deciso di reagire con l’arma della denuncia ai responsabili dei crimini commessi contro i più deboli e gli indifesi. Nel corso della sua ultima omelia pronunciò queste parole: “Non uccidere!… Nessun soldato è obbligato ad obbedire ad un ordine che sia contro la legge di Dio… Nessuno deve adempiere una legge immorale! […] Vogliamo che il governo si renda conto sul serio che non servono a niente le riforme se sono macchiate con tanto sangue… In nome di Dio, dunque, e in nome di questo popolo sofferente i cui lamenti salgono al cielo sempre più tumultuosi, vi supplico, vi prego, vi ordino in nome di Dio: Basta con la repressione!”. Ma furono proprio invettive come questa, rivolte ai potenti e ai signori della guerra, a segnare la sua condanna a morte.

Il Salvador degli anni ’70-’80 è un paese turbolento, tormentato da dissidi interni e da scandalose ingiustizie sociali. Dall’inizio del secolo una ristretta cerchia di latifondisti esercita un potere tirannico con l’aiuto dei corpi militari e paramilitari, ed impone lo sfruttamento di terre e contadini “senza il benché minimo riguardo per le effettive esigenze del paese e della popolazione”.

Alla reazione delle forze sociali che reclamano giustizia e diritti, le istituzioni e l’estrema destra rispondono con i sequestri, le torture e le stragi di coloro – sindacalisti, operai, avversari politici o semplici campesinos – che osano anche solo timidamente opporsi allo status quo. E mentre il terrore viene elevato a sistema di governo, gli Stati Uniti continuano vergognosamente ad inviare nel piccolo stato centroamericano armi e istruttori dell’esercito per sostenere la repressione militare.

In quegli anni di Guerra Fredda la Casa Bianca è ossessionata dal pericolo che la “contaminazione comunista”, dopo l’esempio di Cuba, si possa espandere in tutta l’area centroamericana. Inoltre, nel 1979 le preoccupazioni vengono ulteriormente alimentate dal successo della rivoluzione nel vicino Nicaragua, dove i sandinisti riescono finalmente ad abbattere il regime filoamericano di Somoza. Ed è proprio in questo contesto di miseria e violenza armata che si colloca la coraggiosa esperienza pastorale di Monsignor Romero.

Ordinato sacerdote nel 1942, fin dai tempi della sua formazione in seminario il futuro arcivescovo è considerato da tutti un uomo tranquillo e prudente. Anzi, dal punto di vista teologico e politico, il suo spirito conservatore e tradizionalista lo spinge a guardare con preoccupazione la scelta di una parte della Chiesa latinoamericana di schierarsi a fianco delle popolazioni oppresse. L'”opzione per i poveri” diventa in quegli anni un pilastro della nuova dottrina sociale della Chiesa, la controversa “Teologia della Liberazione” che si ispira alla linea progressista del Concilio Vaticano II.

Ma Romero è innanzitutto un sacerdote devoto. Ben presto, il suo zelo nell’attività pastorale e l’obbedienza alle gerarchie clericali gli valgono una rapida ascesa ai vertici ecclesiastici locali, finché nel 1977 gli viene affidata la diocesi di San Salvador. La nomina ad arcivescovo della capitale non turba minimamente le classi dirigenti del Paese; neppure i militari si sentono più di tanto “minacciati” da un uomo di carattere mite che ha sempre dimostrato rispetto e deferenza verso il potere costituito.

Tuttavia, nel 1979 Padre Rutilio Grande, uno tra i più stimati collaboratori di Romero, viene barbaramente assassinato da membri degli squadroni della morte per aver abbracciato la causa dei contadini sfruttati e massacrati. Il fatto suscita nell’arcivescovo un dolore immenso per la perdita dell’amico, ma anche un profondo senso di indignazione per le sempre più frequenti vittime delle “mattanze” squadriste.

Ancora oggi, sono in molti a ritenere che dopo quel tragico evento il nuovo vescovo subisca una vera e propria conversione, arrivando a considerare l’assassinio un atto contro la Chiesa e modificando il suo giudizio sui detentori del potere in Salvador. Cosicché, da quel punto in avanti il Romero spirituale “cultore di studi teologici”, da tutti conosciuto come un uomo disimpegnato politicamente e socialmente, si trasforma sorprendentemente in accanito difensore dei diritti del suo popolo oppresso.

La Cattedrale diventa il luogo in cui al commento delle letture bibliche segue l’elenco puntuale, dettagliato, anagrafico dei desaparecidos, degli assassinati della settimana e, quando possibile, anche dei loro assassini o mandanti. Romero rivolge le sue accuse contro il clima di violenza e intimidazione creato dal Governo e si schiera apertamente a favore dei meno abbienti.

Mentre vengono istituite diverse commissioni diocesane in difesa dei diritti umani, dal pulpito il vescovo continua ad inchiodare alle loro responsabilità il potere politico e quello giudiziario, spendendosi molto anche all’estero per far conoscere all’opinione pubblica internazionale la reale situazione vigente in Salvador, tanto da diventare in poco tempo “il personaggio radiofonico più ascoltato, ma anche il più odiato dall’oligarchia terriera e dal regime”.

Intanto però la repressione si fa via via più feroce. Le persecuzioni contro gli oppositori e i contadini che domandano giustizia e riforme agrarie aumentano in numero e di intensità, seminando il panico tra la popolazione. All’interno della stessa Chiesa salvadoregna molti sacerdoti, intimiditi dal clima di terrore o per ragioni politiche, cominciano a prendere le distanze da Monsignor Romero e non esitano ad attaccarlo con accuse calunniose che lo dipingono come un “incitatore alla lotta di classe” o un “sostenitore di un governo socialista di contadini e operai”. Nel maggio del 1979, a mezzo di una petizione ufficiale, alcuni alti prelati della chiesa locale arriveranno persino a chiedere con urgenza al Sant’Uffizio l’adozione di provvedimenti disciplinari nei confronti del riottoso vescovo di San Salvador.

Passa un altro anno, ma il destino di monsignor Romero è ormai segnato: i suoi nemici, sempre più numerosi in tutti i livelli delle istituzioni, lo vogliono morto. L’epilogo si consuma il 24 marzo 1980. Nella cappella della Divina Provvidenza durante la messa vespertina, l’arcivescovo ha appena sollevato il calice. In quel preciso istante viene raggiunto mortalmente dai colpi di un sicario giunto in chiesa per ucciderlo.

A parecchi anni dalla sua morte la profezia si è realizzata: “se mi uccideranno – aveva detto – risorgerò nel popolo salvadoregno”. Ancora oggi, dappertutto, la gente lo ricorda e lo prega chiamandolo “San Romero d’America”.

Andrea Necciai.

“La civiltà dell’amore non è un sentimentalismo, è la giustizia, la vita… Una civiltà dell’amore che non esige la giustizia degli uomini non sarebbe una vera civiltà ma una caricatura dell’amore, in cui si vuole dare sotto forma di elemosina ciò che si deve già per giustizia.”

Oscar Arnulfo Romero

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