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Le nostre radici nonviolente profonde

Ora vi mostrerò una via, che è la via per eccellenza.

1Co 13:1 Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi amore, sarei un rame risonante o uno squillante cembalo. 2 Se avessi il dono di profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza e avessi tutta la fede in modo da spostare i monti, ma non avessi amore, non sarei nulla. 3 Se distribuissi tutti i miei beni per nutrire i poveri, se dessi il mio corpo a essere arso, e non avessi amore, non mi gioverebbe a niente.

4 L’amore è paziente, è benevolo; l’amore non invidia; l’amore non si vanta, non si gonfia, 5 non si comporta in modo sconveniente, non cerca il proprio interesse, non s’inasprisce, non addebita il male, 6 non gode dell’ingiustizia, ma gioisce con la verità; 7 soffre ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa, sopporta ogni cosa.

8 L’amore non verrà mai meno. Le profezie verranno abolite; le lingue cesseranno; e la conoscenza verrà abolita; 9 poiché noi conosciamo in parte, e in parte profetizziamo; 10 ma quando la perfezione sarà venuta, quello che è solo in parte, sarà abolito. 11 Quando ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino; ma quando sono diventato uomo, ho smesso le cose da bambino. 12 Poiché ora vediamo come in uno specchio, in modo oscuro; ma allora vedremo faccia a faccia; ora conosco in parte; ma allora conoscerò pienamente, come anche sono stato perfettamente conosciuto.

13 Ora dunque queste tre cose durano: fede, speranza, amore; ma la più grande di esse è l’amore.

 

VEGLIA ECUMENICA PER IL CESSATE IL FUOCO IMMEDIATO A GAZA

 

Non pregare Iddio
prima della battaglia,
signor generale,
ne’ lei, signor presidente,
prima della guerra che vuol scatenare
contro un popolo di fatto innocente:
non preghi per niente.

Il Dio che vuoi pregare non sta
con coloro che armati procedono
allo sterminio di un nemico,
reale o fabbricato,
perche’ sempre Lo troverai
fra le macerie di un villaggio distrutto
dalle tue bombe,
e Lo troverai che tiene fra le braccia
il bambino che hai privato
dei suoi genitori…

Il Dio dell’amore universale
non e’ tecum,
ne’ contro di te:
quel Dio e’ contro ogni violenza

(DAVIDE MELODIA)*

 

 

*Nato a Messina nel 1920, nella sua vita è stato pastore battista (dal 1948 al 1954), pittore e poeta, maestro carcerario, giornalista, consigliere comunale e provinciale per il partito dei Verdi. L’impegno che lo ha accompagnato per tutta la sua esistenza è stato però quello per la nonviolenza, un percorso di riflessione e azione iniziato durante la sua prigionia di guerra 1940-1946) e sempre legato alla sua profonda fede evangelica. È stato segretario della Lega per il disarmo unilaterale (1979) e successivamente del Movimento nonviolento (1981-83), nonché membro attivo del Movimento internazionale per la riconciliazione (MIR). Dal 1984 aveva aderito al movimento dei Quaccheri, la “Società degli amici” nata in Gran Bretagna nel XVII secolo che da sempre pone la nonviolenza come espressione essenziale della fede cristiana. Ha conosciuto Ecumenici pochi anni prima dalla morte (2006) in occasione di un servizio informativo contro gli sgomberi degli immigrati da Milano. Non ci ha più lasciati… riteniamo neanche dopo la morte.  Ce ne siamo resi conto strada facendo nella battaglia contro l’ergastolo in Italia, per la scelta esistenziale della nonviolenza, della non demonizzazione dei nostri avversari senza per questo  rinunciare alla lotta serrata ma sempre nel rispetto della vita. 
 

Segnaliamo che il vincitore del biglietto d’auguri 2008 più bello è assegnato a Massimo Aprile per l’inventiva dimostrata.

 

Le nostre radici nonviolente profonde

Leonhard Ragaz, per un’etica della politica e un giornalismo profetico

 ragaz

(VE) Quasi dimenticato in Svizzera, pressoché sconosciuto all’estero, solo il movimento del ‘68 e la teologia della liberazione

 hanno riscoperto il significato dell’opera del teologo svizzero Leonhard Ragaz, nato a Tamins, nei Grigioni, il 28 luglio 1868

 
(Markus Mattmüller) Il villaggio di Tamins, nel quale Ragaz è nato, figlio di una famiglia modesta di contadini, gli fornisce una buona illustrazione delle strutture politiche e sociali: il sistema delle cooperative nel villaggio montano, in cui gran parte del suolo è di proprietà pubblica, dove molti compiti vengono svolti in comune, in cui annualmente ad ogni famiglia – anche a quella più povera – viene assegnata una parcella di terreno. Tutto ciò rafforza in Ragaz la convinzione delle possibilità inerenti a un socialismo istituzionalizzato, a una democrazia comunitaria viva e al federalismo.
Spinto a studiare teologia solo per la facilità d’accesso a una borsa di studio, dopo alcuni semestri a Basilea, Jena e Berlino, a 22 anni diventa pastore di tre villaggi di montagna. Successivamente è primo pastore a Coira e nel 1903 viene chiamato alla cattedrale di Basilea. Fino a quel momento non si distingue in nulla dagli altri teologi liberali del suo tempo, coronati da successo e popolarità.
Nella città industriale di Basilea però, la lotta sociale, che sta raggiungendo il suo culmine, lo costringe a una presa di posizione. Nella quaresima del 1903, nasce un conflitto operaio tra i mastri costruttori edili da una parte e muratori e manovali dall’altra. Questi ultimi rivendicano una riduzione dell’orario lavorativo e un aumento dello stipendio. Uno sciopero di grandi dimensioni viene sciolto dall’intervento delle truppe cantonali e gli operai devono arrendersi. La domenica dopo Pasqua, Ragaz sale sul pulpito della cattedrale di Basilea e predica su Matteo 22, 34-35, il doppio comandamento (“Ama il Signore, tuo Dio, con tutto il tuo cuore… Ama il tuo prossimo…”). In quella occasione dichiara la questione operaia come problema più urgente del suo tempo: “Il cristiano deve sempre schierarsi dalla parte del debole, dalla parte di coloro che nella lotta sociale tendono verso l’alto. Il cristiano deve sapere che siamo fratelli, … non deve solo guardare a se stesso e pretendere che Dio guardi a tutti ‘gli altri’, ma riconoscere che come figli di Dio siamo responsabili gli uni degli altri.“
Per la prima volta Ragaz esprime la sua convinzione che nel movimento operaio si manifesti una forma di cristianesimo inconsapevole, istintiva. Nello stesso anno, Ragaz definisce il contrasto tra “,…la religione statica, immobile, quieta e quella che invece si muove dinamicamente in avanti. Il primo tipo vede nella religione un luogo di riposo, dove coltivare una pietà individualistica, …facendo del cristianesimo un potere conservatore fino ai nostri giorni. “I rappresentanti della seconda forma invece “sottolineano non la fede in Cristo, bensì la sequela di Cristo… Invece della chiesa come istituzione salvifica essi rivendicano il regno di Dio.“ Chiamato a Zurigo, nel 1908, come professore di teologia sistematica e pratica, Ragaz tiene una serie di corsi sulla filosofia della religione, sull’etica, sul cristianesimo e la questione sociale.
L’inizio del primo conflitto mondiale nel 1914 è considerato da Ragaz come il giudizio sulla società capitalista e militaristica, ma anche sulla chiesa imborghesita e troppo leale verso lo stato. Da quel momento in poi, l’ex comandante dei cadetti e cappellano militare diventa uno dei capi principali del movimento pacifista svizzero.
Gli anni 1914-1918 rappresentano un momento importante nell’opera politica e teologica di Ragaz. Nella discussione sulle origini della guerra, condotta anche da molti profughi socialisti, il movimento dei socialisti religiosi ha richiesto un ancoramento intellettuale più profondo del socialismo.
Gli anni della guerra hanno impresso al pensiero teologico di Leonhard Ragaz l’impronta definitiva (la stessa impressa anche al pensiero di Karl Barth): il regno di Dio non è interiore o trascendente, ma vuole trasformare la nostra società e liberare i poveri.
La sua critica alla chiesa, alla teologia e a un cristianesimo borghese, spingono ben presto Ragaz a percepire la contraddizione tra le sue convinzioni e il suo stato privilegiato di teologo accademico. Nel 1921, all’età di 53 anni, senza il diritto ad una pensione, dichiara le sue dimissioni dalla cattedra zurighese e si trasferisce alla Gartenhofstrasse, nel quartiere operaio di Zurigo-Aussersihl, dove fonda l’accademia popolare Educazione e formazione. Da allora in poi, si guadagna da vivere con le modeste entrate provenienti dal lavoro giornalistico.
Dopo questa grande svolta, Ragaz concentra le sue attività su tre argomenti principali, tutti di carattere “profano”: la formazione operaia, il socialismo e la pace mondiale.
Nel suo centro di formazione, Ragaz dibatte questioni sociali, giuridiche e politiche. In discussioni di gruppo vengono trattati libri e personaggi biblici, attualizzati nel contesto storico e contemporaneo. Dopo il 1921 non predica mai più in una chiesa.
Le sue considerazioni e disquisizioni nella saletta della Gartenhofstrasse e i suoi contributi pubblicati sulla rivista Neue Wege costituiscono, per molti anni, le sue uniche testimonianze teologiche.
L’approccio caratteristico ai testi biblici è quello di combinare la loro interpretazione biblica con quella contemporanea: soprattutto durante gli anni della seconda guerra mondiale questo modo di leggere la Bibbia conferisce a molti speranza e consolazione, ma mette anche in guardia di fronte ai pericoli politici negli anni bui della guerra.
In molti suoi articoli Ragaz prende posizione sul delicato argomento della “questione giudaica”. Ribadendo che la radice sia del giudaismo che dell’ebraismo è unica, rifiuta qualsiasi attività missionaria verso gli ebrei. Con lungimiranza condanna la notte dei cristalli, nel 1938, come atto barbarico di saccheggio del patrimonio degli ebrei. Riconoscendo già presto e condannando inequivocabilmente la “soluzione finale” nazista, Ragaz accoglie nel suo centro numerosi profughi ebrei e instaura con loro un rapporto di dialogo e amicizia.
Aderente all’ala sinistra del partito socialista, quella contraria alla guerra, Ragaz osserva accuratamente gli sviluppi in Russia e riconosce i pericoli totalitari: socialismo e violenza, nell’analisi ragaziana, si escludono. Nel 1919 con un gruppo di amici pubblica il programma socialista, nel quale prende posizione contro un socialismo totalitario, in favore del cooperativismo e della formazione. Nel 1935 il partito socialista, la cui esistenza, nella Germania nazista, è in pericolo, adotta una posizione favorevole al riarmo; Ragaz lascia allora il partito con le parole: “Resto socialista.“
Nel periodo tra le due guerre, Leonhard Ragaz è il principale esponente del movimento pacifista svizzero. Dopo avere giurato a se stesso, nell’agosto del 1914, un’impegno continuo per la pace, mantiene questa promessa fino alla fine. Il suo pacifismo è però tutt’altro che apolitico: lotta per istituzioni ancorate nel diritto internazionale e per garantire la pace a livello mondiale. Nel caso estremo, avrebbe anche acconsentito ad una polizia per la pace della Società delle Nazioni.
Sin dall’inizio del secondo conflitto mondiale, in Svizzera vige la censura di stampa, sottoposta al ministero della difesa. I commenti aperti di Ragaz alla situazione attuale nella sua rivista Neue Wege (Vie nuove, n.d.t.) non passano inosservati: le minaccie da parte ufficiale culminano presto nella precensura. Ragaz, irritato, interrompe la pubblicazione della rivista e spedisce d’ora in poi le sue riflessioni, meditazioni bibliche e commenti politici in busta chiusa al suo cerchio di lettori. Negli anni seguenti Ragaz scrive il suo commento a tutti i libri della Bibbia. Contemporaneamente (1944 e 1945) redige i due volumi sulle parabole e il sermone sul monte. Non esiste, tra le opere del nostro secolo, un’altra presentazione del messaggio di tutta la Bibbia condotta seguendo un unico filo rosso: “…il messaggio del regno di Dio e della sua giustizia per la terra.“
È assolutamente da rileggere, quest’opera monumentale (Die Bibel. Eine Deutung, Edition Exodus, Brig/Fribourg, 1990, ristampa in 4 volumi, n.d.r.), per conoscere e capire le posizioni teologiche di questa dottrina politica e sociale fondata sulla Bibbia. I rappresentanti della teologia della liberazione, nell’America Latina, hanno riconosciuto già presto in Ragaz un loro precursore.
Ragaz vede ancora la fine della guerra, la vittoria delle democrazie e la fondazione delle Nazioni Unite. Le commenta nella sua rivista ormai liberata dalla censura. Il 6 dicembre 1945 conclude la 39. annata della rivista Neue Wege. La sera del giorno dopo, all’età di 77 anni, soccombe a un arresto cardiaco.

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31 ottobre: Festa della Riforma

Desmond Tutu: quando la libertà del cristiano osa sperare

Premio Nobel per la pace per il suo impegno a favore dei diritti umani e contro il razzismo, Desmond Tutu dal 1996 è presidente della Commissione per la verità e la Riconciliazione istituita dal governo del Sudafrica per favorire la riconciliazione nazionale e far luce sulle violazioni dei diritti umani commesse dal 1960 al 1993 durante il regime dell’apartheid (si veda la “Commissione per la verità e la Riconciliazione in Sudafrica” nella sezione Esperienze di nonviolenza).
La sua storia si incontra quindi con quella di Nelson Mandela, simbolo, per il popolo sudafricano, della conquista della libertà e dell’uguaglianza. Di lui ha detto: “Nelson Mandela trascorse ventisette anni in prigione. Quei ventisette anni furono la fiamma che temprò il suo acciaio, rimuovendo le scorie. E quella sofferenza patita nell’interesse di altre persone gli conferì un’autorità e una credibilità che non avrebbe potuto avere altrimenti. I veri leader devono prima o poi convincere i loro seguaci che non si sono buttati nella mischia per interesse personale ma per amore degli altri. Niente può testimoniarlo in modo più convincente della sofferenza. Sarebbe riuscito Nelson Mandela a ritagliarsi il suo posto nella storia come grande leader politico e morale senza quella sofferenza? Ne dubito”
Desmond Tutu nasce a Klerkdorp nel 1931 nel Transvaal, Sudafrica. Dodici anni dopo si trasferisce a Johannesburg dove termina le scuole superiori e inizia a insegnare in una scuola elementare di una baraccopoli nera della città.
Si sposa con Leah e ha quattro figli. Intanto intraprende la preparazione teologica e nel 1961 viene ordinato sacerdote. Dopo qualche anno di studio in Inghilterra, prende ad insegnare teologia in alcune università del suo paese. Nel 1975 è il primo nero ad essere nominato decano di Johannesburg e due anni più tardi vescovo di Lesotho.
Intanto fra l’opinione pubblica, in risposta alle azioni di repressione da parte del governo contro le manifestazioni a favore dell’uguaglianza sociale e sulla spinta del black consciousness, movimento di emancipazione della popolazione nera nato all’interno del mondo accademico e guidato da Steve Biko, va crescendo la protesta pubblica per le strade. Il momento più drammatico si verifica nel giugno del 1976 quando una protesta pacifica si trasforma, dopo la morte di un ragazzino, in un massacro di 500 persone. Seguono provvedimenti contro le stesse organizzazioni cristiane sostenitrici del movimento di “coscienza nera” che appoggia le proprie rivendicazioni proprio su una rilettura della Bibbia dal punto di vista dei bisogni e della realtà dei neri, fino a sfociare nella cosiddetta black theology (teologia nera) di cui si fa portavoce il nostro autore : “[…]La teologia nera è quella che si interessa a questa parte dell’umanità, a questi uomini e donne che hanno acquisito la coscienza del loro valore in quanto persone, che si rendono conto di non doversi più scusare per il fato di esistere, che credono di avere un’esperienza qualitativamente distinta da quella degli altri, e che tale esperienza richiede di essere studiata e compresa in relazione a ciò che Dio ha rivelato di sé e tramite il figlio, Gesù Cristo […]”.
È proprio in questa fase delicata che il vescovo anglicano Tutu assume l’incarico di segretario generale del Consiglio Ecumenico delle Chiese sudafricane (SACC).
Nel 1979, sostiene una campagna di disobbedienza civile dei neri d’Africa. Da questo momento inizia una vasta opera di pressione presso la comunità internazionale e di denuncia del regime dell’apartheid che costringe i neri a condizioni disumane. Naturalmente ciò gli costa vari provvedimenti restrittivi da parte del governo che arriva persino a dichiararlo sovversivo; così replica: “Con il dovuto rispetto, tutti i commissari erano persone che beneficiano quotidianamente del sistema socio-politico che noi vogliamo cambiare”.
Nel settembre del 1984 scoppia un’altra protesta nel ghetto di Soweto, dove a lungo aveva incoraggiato la sua gente a non arrendersi alle discriminazioni da pastore; la risposta dell’allora primo ministro Botha non cambia. Nello stesso anno il ricevimento del premio Nobel per la pace gli consente di avanzare richieste più visibili al governo in direzione dell’uguaglianza sociale e politica in un paese democratico.
Con l’istituzione della repubblica del Sudafrica (1994), Desmond Tutu prosegue la sua azione pastorale non esitando a far sentire al sua voce anche a livello politico.

Ecumenici parteciperà domani al culto di Milano della Festa della Riforma con lo stesso spirito libero di Desmond Tutu e di tutti coloro che vivono pienamente la libertà del cristiano. Appuntamento alle ore 20.30 presso la Chiesa Evangelica Battista, Via Pinamonte da Vimercate, 10 (adiac. Moscova). Sermone del pastore luterano  Ulrich Eckert

 

Come protestante non posso non ricordare a me stesso e alle chiese evangeliche le parole di Desmond Tutu “Perdonare e riconciliarsi non significa far finta che le cose sono diverse da quelle che sono. Non significa battersi reciprocamente la mano sulla spalla e chiudere gli occhi di fronte a quello che non va. Una vera riconciliazione può avvenire soltanto mettendo allo scoperto i propri sentimenti: la meschinità, la violenza, il dolore, la degradazione…la verità. ”

Anche fra le chiese e dentro le chiese e fra gli stessi cristiani.

Maurizio Benazzi

 

 

 Una breve riflessione sull’affermazione della Riforma

 

(Ecumenici) Zwingli iniziò il suo ministero nella chiesa cattolica a Zurigo durante la peste del 1519, che provocò la morte di quasi una persona su due, nella città svizzera. Fra i suoi compiti vi era quello di consolare i morenti per cui si rese conto ben presto che ciò avrebbe potuto implicare la malattia. La sua sopravvivenza fisica era quindi nelle mani di Dio. In un inno dedicato alla peste che scrive, non si appella ai santi perché lo guarissero e non si aspetta che la chiesa possa intervenire per lui in qualche modo. Vi si ritrova invece l’austera determinazione di accettare qualsiasi cosa gli venisse riservata da Dio. Leggiamo infatti:

Fai quello che vuoi,

perché nulla mi manca.

Son tuo strumento,

che puoi riscattare o distruggere.

E’ impossibile leggere questa poesia senza essere colpiti dall’abbandono totale del riformatore alla volontà di Dio. Zwingli superò il periodo della peste ma quell’esperienza fece crescere in lui la convinzione di essere uno strumento nelle mani di Dio, da usarsi esclusivamente per l’adempimento dei propositi divini.  Il problema dell’onnipotenza di Dio non era una questione da manuale teologico ma la questione anche della sua esistenza. Per taluni critici Zwingli accettava il fatalismo di Seneca, autore verso cui mostra un certo interesse come del resto per tutti i classici, sebbene Zwingli sia prevalentemente influenzato dall’interpretazione dell’apostolo Paolo, che vede quasi coincidenti Legge e Vangelo. Ma la sovranità di Dio, porta Zwingli in un certo senso anche fuori dall’umanesimo dell’epoca. La Riforma era per lui un processo educativo e scriverà che circa duemila persone a Zurigo sono illuminate per effetto della sua predicazione. Riconosce insomma che il destino generale dell’umanità e quello stesso della Riforma sono determinati dalla provvidenza divina. Poiché è Dio l’attore principale del processo di Riforma e non i singoli individui.

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Lettera aperta di una professoressa

Gentile Ministro Gelmini,

in riferimento all’articolo su Repubblica del 5.09.09, “In tre anni taglierò 87.000 cattedre, la scuola è ormai al collasso” e di quello in data odierna, sempre su Repubblica “Mi dispiace per i 200 mila precari ma il loro futuro non dipende da me” vorrei puntualizzare quanto segue:

sono precaria da ormai 18 anni, e ho superato i 50 anni; per quello che può valere (a quanto pare meno di zero) ho conseguito una laurea, due abilitazioni, vinto un concorso ordinario, fatto corsi di formazione, ciò nonostante rientro perfettamente nella tipologia alla quale Lei rivolge l’invito, senza mezzi termini, di cercarsi un altro lavoro, perché nella scuola “l’ultimo treno è partito con le 25.000 assunzioni” dell’ estate passata tra l’altro autorizzate dal precedente ministro, Giuseppe Fioroni.

Mi permetto di dubitare circa il fatto che tutta l’opinione pubblica sia con Lei come continua a dire in varie dichiarazioni alla stampa “L´opinione pubblica è con me, la politica irresponsabile del passato ha rubato il futuro ai giovani della mia generazione, ma sui cittadini italiani del 2020 non si deve scherzare. Il loro destino non può essere oggetto di bassa speculazione politica”, una politica che continua tuttavia a rubare il futuro di centinaia di migliaia di lavoratori e famiglie legate al comparto scuola.

E mi permetta, bel modo di preparare il futuro dei nuovi cittadini, riducendo le ore di insegnamento e tagliando risorse; il budget del Suo ministero “viene mangiato dagli stipendi dei docenti” non è che forse sarebbe necessario investire? Chiedere un budget maggiore? Molti edifici scolastici sono fatiscenti, ai docenti si chiede di portare avanti progetti, attivarsi nei corsi di recupero, trovare strategie per evitare la dispersione scolastica, tutto questo senza nuovi investimenti, anzi riducendo il personale, a volte si ha come l’impressione che Lei venga da un altro pianeta.

Dalle sue interviste e dal suo operato di questi ultimi mesi si evince che, ovviamente, nuovamente, il Ministero della Pubblica Istruzione è stato affidato a qualcuno che sa di scuola solo quello che ricorda dalla sua esperienza personale dietro i banchi o che desume dal “sentito dire” o da quanto legge sui giornali.

Ha mai provato a gestire una classe di 31 adolescenti? Ha sperimentato cosa significa essere assunta e licenziata per anni di fila, essere costretta a cambiare posto di lavoro, colleghi, alunni ogni anno, per poi sentirsi dire appunto ” hai perso il treno”, per un soffio, ma l’hai perso?

Lei parla di merito, di valutazione dei docenti e di qualità della scuola. Niente da eccepire, nessuno di noi teme di essere valutato, del resto lo siamo ogni giorno, dagli studenti, dalle famiglie e soprattutto dai media che sembrano fare a gara per dimostrare quanto siamo fannulloni. Ovvio solo le cose negative fanno notizia, così gira il mondo!

E’ chiaro che anche la qualità della scuola, che ogni Ministro promette ad ogni cambio di governo, si limiterà, come al solito, a belle parole perché l’unico modo, del resto il più facile, che anche Lei propone per dare qualità alla scuola si basa sui tagli, necessari per migliorare lo stipendio da lei definito “misero” dei docenti meritevoli (tra i quali ovviamente non sono contemplati i precari, forse che precario significa anche non meritevole o non preparato?).

Mi chiedo comunque come possa essere di qualità una scuola che, oltre a tagliare il numero dei docenti, autorizza classi di 31 alunni (quando spesso le aule obsolete riescono a contenerne a malapena 22), propone la riduzione delle ore di lezione e di conseguenza dell’offerta formativa e che, infine, permette che ogni anno vengano assunte e licenziate migliaia di persone.

Dimenticavo: il tutto a vantaggio delle scuole paritarie che, oltre ad incassare notevoli rate dalle famiglie, possono formare classi di pochi alunni e regalare diplomi.

Evviva la scuola di qualità!

Di sicuro non credo che i precari si aspettassero davvero di essere immessi in ruolo tutti in questa tornata di assunzioni ovviamente, precario non è neppure sinonimo di ingenuo, ma sicuramente non si aspettavano questa sua “strategia” operativa: eliminarli, invitandoli a cercarsi un altro lavoro. Soprattutto il suo invito tra l’altro era indirizzato proprio ai precari storici cioè a quelli che hanno anche 50 anni e anche 20 anni di lavoro nella scuola pubblica. E Lei sicuramente dimostra di non porsi nessun problema etico o morale, nel dire a persone che lo Stato, che lei rappresenta, ha “usato” per anni, a suo comodo: “non mi servite più” . E’ vero, afferma di non voler licenziare nessuno, ma solo perché è impossibile licenziare un dipendente pubblico di ruolo se non per gravi e comprovati motivi.

E di nuovo una strategia innovativa: non verranno sostituiti i docenti che andranno in pensione!

Mi chiedo comunque se Lei abbia già visto con la sfera di cristallo, quanti ne andranno alle primarie e quanti nelle medie inferiori e superiori, ma anche se così non fosse, avrà sicuramente studiato in piano di riciclo del personale, che le permetterà di spostare docenti del primo ciclo sul secondo e viceversa, sempre nella prospettiva di una scuola di qualità.

Trovo inoltre vergognoso, che un Ministro di una repubblica considerata democratica, si permetta di dare pubblicamente solo giudizi negativi sui docenti della scuola che rappresenta la cultura italiana.

E pensare che molti docenti avevano apprezzato l’idea di avere un ministro “rosa” e soprattutto giovane. Ma come si sa, il rosa e la giovane età da soli non sono una garanzia soprattutto se guidati e consigliati da qualche altra figura politica che di scuola ne sa un po’ più di Lei!

Concludo ricordandole che il personale della scuola forse ha votato la Sua coalizione di governo, o forse no, ma l’hanno certamente votata migliaia di famiglie che hanno creduto, tra le altre cose, nell’illusione di una scuola migliore, per la quale non ci si limitasse, come sempre, a lesinare risorse, ma, al contrario, si proponessero investimenti degni di un paese del terzo millennio e non del terzo mondo. Ma visto che “la scuola è al collasso”, uccidiamola pure, con il beneplacito dell’opinione pubblica, ovviamente.

ASSOCIAZIONE DOCENTI PRECARI MILANO

Prof.ssa Mariateresa COSSOLINI

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Iniziamo la campagna per il boicottaggio di Nestlé

Da www.voceevangelica.ch

Critiche dopo l’assemblea della Federazione protestante
L’elezione di Roland Decorvet, chef di Nestlé, nel direttivo dell’ACES, suscita dissensi

Tutto era filato liscio e senza intoppi durante l’assemblea dei delegati della Federazione delle chiese evangeliche in Svizzera (FCES), svoltasi a Bellinzona lo scorso giugno. Calma piatta, tre giorni di pioggia, nessun tema di rilievo: un’assemblea di routine. Il vero temporale è scoppiato dopo, quando è stata diffusa dai media la notizia della nomina dello chef di Nestlé-Svizzera, Roland Decorvet, nel direttivo dell’ente di Aiuto delle chiese evangeliche svizzere (ACES/HEKS).

Puoi spedire messaggi di protesta a http://www.heks.ch/ a questi indirizzi e.mail: info@heks.ch ed eper@eper.ch

° Nel mondo, ogni 30 secondi un bambino muore perché in alternativa al latte materno ha ricevuto poco latte in polvere diluito con acqua non potabile in un biberon sporco ;
° milioni di bambini dei paesi poveri soffrono ogni anno di malnutrizione, diarrea ed altre infezioni per la stessa ragione. L’allattamento al seno, pulito e sicuro, eviterebbe tutto ciò in virtù delle sue proprietà nutritive ed anti-infettive ;
° le compagnie produttrici di sostituti del latte materno sanno bene tutto ciò, ma per aumentare i loro profitti continuano ad inondare i paesi poveri di latte in polvere, commercializzandolo spesso in maniera immorale, violando il Codice Internazionale per la Commercializzazione dei Sostituti del Latte Materno promulgato dall’Organizzazione della Sanità nel 1981 e sottoscritto dalle compagnie stesse

 

India: dietro quella strage

di Giuseppe Platone
Proponiamo in anteprima l’editoriale che verrà pubblicato sul prossimo numero del settimanale delle chiese battiste, metodiste e valdesi “Riforma”. L’autore è direttore del settimanale e pastore della chiesa valdese di Torino.
Nel momento in cui andiamo in stampa le vittime della furia induista contro i cristiani nella regione indiana di Orissa sono salite a quattordici. La lista è da bollettino di guerra: 42 chiese distrutte, 3 conventi, 5 ostelli, 7 centri pastorali, devastate circa 300 case private. La Farnesina ha convocato l’ambasciatore indiano. Il ministro degli Esteri Frattini presenterà un’interpellanza al Parlamento europeo per fermare questa ondata di violenza in un paese in cui, in molte regioni, religioni diverse convivono pacificamente da anni. Contro la mattanza in Orissa molti cristiani hanno manifestato, in questi giorni, pubblicamente in modo non violento.

Lo scrittore indiano S. Mehta, autore del volume sui contrasti dell’India Maximum City, Bombay città degli eccessi, attribuisce una delle cause dell’ondata di violenza all’eccesso di proselitismo – in particolare di segno protestante – dei cristiani nei confronti dell’induismo. In un’intervista ripresa dal quotidiano La Repubblica (27 agosto) lo scrittore nota che a spezzare il clima di pacifica convivenza tra religioni “sia stato l’arrivo dei protestanti delle chiese evangeliche, che dispongono di ingenti fondi e fanno proselitismo in maniera aggressiva (…); i missionari costruiscono ospedali, orfanotrofi, scuole”. Sulla stessa linea si è espresso padre Anand Mutungal, che ha spiegato a Radio vaticana come “le conversioni forzate siano molto poche in India e soprattutto nelle regioni Indù come l’Andra Pradesh, a praticarle – sostiene il prelato – sono soprattutto predicatori di chiese indipendenti di origine protestante-evangelica con base in Usa e Canada che spesso offrono in cambio aiuti materiali. Il lavoro di queste chiese deve essere fermato”. Ma al momento le vittime cristiane si contano soprattutto tra i cattolici.

La scintilla che ha scatenato l’ondata di violenze è stata l’uccisione del santone indù Swami Lakshamanand Saraswati. All’odio verso i cristiani coltivato da frange fondamentaliste indù fa da pendant una massiccia dose di intolleranza tra cattolici e protestanti. Secondo la monaca induista Hansananda Giri, vicepresidente dell’Unione induista italiana, il conflitto nel subcontinente indiano è soprattutto politico. “Si tratta – dice – di una volgare strumentalizzazione dell’ induismo per fini politici. Non è tanto la questione del proselitismo – anche se ogni forma di proselitismo aggressivo, da qualunque parte arrivi, è da condannare – quanto una questione economica”. In effetti il sottosuolo dell’Orissa è ricchissimo di materie prime ma la popolazione è tra le più povere del continente. Caos sociale e militarizzazione del territorio giovano alla causa degli estremisti. “Il cuore vero dell’induismo è la nonviolenza. L’India non ha mai invaso altri territori, ha saputo accogliere e integrare altre culture e religioni. Non c’è democrazia al mondo – conclude Hansananda Giri – le cui minoranze siano così ben rappresentante in Parlamento come in India”.

In buona sostanza nella regione di Orissa sarebbero in gioco gli interessi economici delle multinazionali, la religione è solo una copertura. Quando la politica usa la religione per raggiungere i propri scopi è sempre un disastro. E non solo in India. (NEV).

 

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Incontriamo i nostri lettori a Torre Pellice, al Sinodo valdese

 

 

Io credo in Dio,

che non ha fatto il mondo già finito

come una cosa che deve rimanere per sempre così

che lo regge non secondo leggi eterne

immutabilmente valide

non secondo ordinamenti naturali

di poveri e ricchi

competenti e non competenti

dominanti e dominati.

Io credo in Dio

che vuole la contraddizione in ciò che è vivo

e il mutamento di tutte le situazioni

per il tramite del nostro lavoro

per il tramite della nostra politica.

Io credo in Gesù Cristo che aveva ragione quando egli

“un singolo che non poteva fare nulla”

come noi

lavorava al cambiamento di tutto le situazioni

e perciò dovette soccombere.

Confrontandomi con Lui io riconosco

come la nostra intelligenza sia atrofizzata

la nostra fantasia spenta

la nostra fatica sprecata

perché noi non viviamo come lui viveva.

Ogni giorno  io ho paura

perché egli sia morto invano

perché Egli è sotterrato nelle nostre chiese

perché noi abbiamo tradito la sua rivoluzione

in obbedienza e paura

davanti alle autorità.

Io credo in Gesù cristo

che risorge nella nostra vita

che noi diventiamo liberi

da pregiudizi e conformismo

da paura e odio

e portiamo avanti la sua rivoluzione

per il suo regno

io credo nello spirito

che con Gesù è venuto nel mondo

alla comunità di tutti i popoli

e alla nostra responsabilità per quello

che sarà della nostra terra

una valle piena di afflizione fame e violenza

o la città di Dio.

Io credo nella pace giusta

che è fattibile nella possibilità di una vita che abbia senso

per tutti gli uomini e le donne

nel futuro di questo mondo di Dio.

Amen

 
 

Tratto da “Teologia politica”, di Dorothee Soelle

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La semplificazione di regime

Riflessione di Davide Bitussa, storico sociale delle idee (Rassegna stampa UCEI)

Il termine semplificazione da ieri non è più né innocente, né tecnico. Per effetto del decreto Legge, 25 giugno 2008, n. 112., “Disposizioni  urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione,…” , sembrava che tra i vari enti messi in liquidazione fosse incluso anche Il Museo storico della Liberazione di via Tasso, a Roma che ha sede nell’edificio che la Gestapo utilizzò come prigione e come luogo di tortura.
Una nota del Ministro Renato Brunetta smentisce questa  eventualità e rinvia tutto a una lista nel dettaglio che prima o poi arriverà. Forse in estate, quando tutti saremo al mare e dunque si potranno fare
semplificazioni senza suscitare scandalo.
Il contrario della memoria non è l’oblio, ma l’indifferenza. Così Elie Wesel, sabato sera scorso alla Milanenesiana.  Talvolta la realtà invia le sue lettere  di conferma più velocemente di quanto non si pensi”.

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